Stephenie Meyer Breaking Dawn

Questo libro è dedicato alla mia agente-ninja, Jodi Reamer.

Grazie per avermi tenuta lontana dai guai.


E grazie anche alla mia band preferita, I Muse, come si sono assai puntualmente chiamati, per aver fornito una valida ispirazione alla saga.

LIBRO PRIMO Bella

L’infanzia non va dalla nascita a una certa età, quell’età in cui il bambino è cresciuto e mette da parte le cose infantili.

L’infanzia è il regno in cui nessuno muore.

Edna St. Vincent Millay

Prefazione

Già troppe volte avevo sfiorato la morte, ma non poteva diventare un’abitudine.

Eppure, affrontarla di nuovo sembrava stranamente inevitabile. Come fossi davvero destinata alla catastrofe. Le sfuggivo ogni volta, ma tornava sempre a cercarmi.

Questa, però, era una circostanza molto diversa dalle altre.

È facile scappare da qualcuno di cui hai paura, o tentare di combattere qualcuno che odi. Sapevo reagire nel modo giusto a un genere preciso di assassini: i mostri, i nemici.

Ma se ami chi ti sta uccidendo, non hai alternative. Come puoi scappare, come puoi combattere se così feriresti il tuo adorato? Se la vita è tutto ciò che hai da offrirgli, come fai a negargliela?

Se è qualcuno che ami davvero...

1 Fidanzata

Nessuno ti guarda, giurai a me stessa, davvero. Nessuno ti guarda. Nessuno ti guarda.

Però, siccome non riuscivo a mentire bene neanche a me stessa, decisi di controllare.

Mentre aspettavo che uno dei tre semafori della città diventasse verde, sbirciai alla mia destra: sul suo furgoncino, la signora Weber era voltata verso di me. Mi lanciava uno sguardo penetrante che mi fece trasalire. Che sfrontata: perché non abbassava gli occhi? Era ancora maleducazione guardar fisso qualcuno, o con me si poteva fare un’eccezione?

Poi ricordai che i miei finestrini erano talmente scuri da impedirle di vedermi, figuriamoci riconoscermi o rendersi conto che mi ero accorta di lei. Cercai di consolarmi pensando che l’oggetto della sua curiosità forse non ero io, ma soltanto l’auto.

La mia auto. Uffa.

Diedi un’occhiata a sinistra e brontolai. Due pedoni erano impietriti sul marciapiede e anziché attraversare guardavano me. Alle loro spalle, il signor Marshall sbirciava attonito dalla parete a vetro del suo negozietto di souvenir. Almeno non schiacciava il naso contro il vetro. Non ancora.

Scattò il verde e nella fretta di fuggire affondai il piede sull’acceleratore senza pensarci, come avrei fatto al volante del mio decrepito Chevy.

Mentre il motore ringhiava come una pantera a caccia, l’auto schizzò in avanti così veloce che mi ritrovai incollata al sedile di pelle nera, con lo stomaco schiacciato sulla spina dorsale.

«Accidenti», ansimai mentre annaspavo alla ricerca del freno. Recuperata la calma, mi limitai a sfiorare il pedale. Uno scossone e l’auto tornò perfettamente immobile.

Non osai controllare le reazioni intorno a me. A quel punto non c’erano più dubbi su chi fosse al volante. Con la punta della scarpa abbassai il pedale dell’acceleratore di mezzo millimetro e di nuovo la macchina scattò in avanti.

Riuscii a raggiungere il traguardo: la stazione di servizio. Se non fossi stata in riserva non mi sarei nemmeno azzardata a tornare in città. Ormai pur di non apparire in pubblico facevo a meno di parecchie cose, compresi biscotti e stringhe delle scarpe.

Come fossi al gran premio, in pochi secondi aprii lo sportello, svitai il tappo, strisciai la carta di credito e infilai la pompa nel serbatoio. Ovviamente non potevo far nulla perché i numeri sul display accelerassero il passo. Ticchettavano pigri, quasi lo facessero apposta per infastidirmi.

Fuori non c’era un raggio di sole, il solito giorno piovigginoso di Forks, ma continuavo ad avere la sensazione di portarmi dietro un riflettore puntato sul delicato anello che brillava sulla mia mano sinistra. In momenti come quello, quando percepivo degli sguardi alle mie spalle, sentivo l’anello lampeggiare a mo’ d’insegna: «Guardatemi, guardatemi».

Era stupido essere tanto imbarazzata e lo sapevo. Esclusi papà e mamma, importava davvero ciò che la gente diceva del mio fidanzamento? Della mia nuova auto? Della mia misteriosa ammissione a un college d’élite? Della carta di credito nera e lucida che proprio in quel momento mi sentivo scottare nella tasca posteriore?

«Già, chi se ne importa di quello che pensano», mormorai a mezza voce.

«Ehm, signorina?», disse una voce maschile.

Mi voltai e me ne pentii all’istante.

Due uomini stavano accanto a un SUV ultimo modello, con un paio di kayak nuovi nuovi fissati al tetto. Nessuno dei due guardava me: erano ipnotizzati dall’auto.

Personalmente non riuscivo a capirli. Del resto, per me era già tanto saper distinguere fra i marchi Toyota, Ford e Chevrolet. L’auto era nera metallizzata, bella, tirata a lucido, ma per me restava una semplice automobile.

«Scusi se la disturbo, ma potrebbe dirmi che macchina è?», domandò il più alto dei due.

«Ehm, una Mercedes, giusto?».

«Si», rispose cortese l’uomo, mentre quello più basso alzava gli occhi al cielo, «lo so. Ma mi chiedevo, è davvero una Mercedes Guardian. Ne scandì il nome con deferenza. Avevo la sensazione che un tipo del genere sarebbe andato d’accordo con Edward Cullen, il mio fidanzato (impossibile svicolare da quel dato di fatto, a pochi giorni dal matrimonio). «In Europa non è ancora sul mercato», aggiunse l’uomo, «figuriamoci qui».

Mentre con lo sguardo percorreva il profilo della mia auto — non mi sembrava tanto diversa da una qualsiasi Mercedes, ma che ne sapevo io? — considerai brevemente le mie difficoltà con parole come "fidanzato", "matrimonio", "marito" eccetera.

Faticavo a tenerle tutte insieme nella testa.

D’altra parte, mi avevano insegnato a rabbrividire di fronte all’idea di un abito bianco vaporoso con strascico e bouquet. Soprattutto, però, non riuscivo a conciliare un concetto serio, rispettabile e noioso come quello di "marito" con il mio concetto di "Edward". Era come far recitare a un arcangelo la parte di un ragioniere: non potevo immaginarlo in un ruolo tanto banale.

Come sempre, non appena iniziai a pensare a Edward fui rapita da un vortice di fantasie. Lo sconosciuto dovette schiarirsi la gola per attirare la mia attenzione; si aspettava qualcosa di più preciso sul conto dell’automobile.

«Non lo so», risposi sincera.

«Le dispiace se faccio una foto?».

Mi ci volle qualche secondo per capire. «Sul serio? Vuole fare una foto con la macchina?».

«Certo, se non ho le prove, non mi crederà nessuno».

«Ehm. Okay, va bene».

Riposi svelta la pompa e sgusciai a nascondermi sul sedile anteriore mentre l’ammiratore estraeva dallo zaino un’enorme macchina fotografica professionale. A turno lui e l’amico si misero in posa davanti al cofano, e poi accanto alla coda.

«Quanto mi manca il mio pick-up», brontolai.

Con tempismo davvero perfetto, anzi, fin troppo, il pick-up aveva esalato l’ultimo respiro poche settimane dopo che io ed Edward avevamo raggiunto il nostro compromesso zoppicante, una clausola del quale gli concedeva di sostituire il mio automezzo in caso di dipartita dello stesso. Secondo Edward, avremmo dovuto aspettarcelo: infatti il Chevy, giunto al termine di una vita lunga e piena, era morto di vecchiaia. Questo a detta di Edward. Naturalmente mi era impossibile verificare la sua versione, o cercare di resuscitare da sola il pick-up. Il mio meccanico preferito...

Subito bloccai quel pensiero, decisa a non spingermi oltre. Meglio ascoltare le voci dei due uomini, attutite dalle pareti dell’abitacolo.

«...in rete, il video del tizio che l’attacca con il lanciafiamme. E non fa nemmeno un graffio alla vernice».

«Certo che no. Potresti passarci sopra con un carro armato. Un bel po’ fuori mercato qui da noi, no? È fatta per i diplomatici in Medio Oriente, i mercanti d’armi e i narcotrafficanti, soprattutto».

«Secondo te, lei è...?», domandò il più basso sottovoce.

Abbassai la testa, le guance in fiamme.

L’altro abbozzò una risposta. «Forse. Non riesco a immaginare che bisogno ci sia di vetri antimissile e due tonnellate di blindatura da queste parti. Probabilmente sta andando in qualche posto più pericoloso».

Blindatura. Due tonnellate di blindatura. E i vetri antimissile? Bello. Che fine avevano fatto i cari vecchi vetri antiproiettile?

Be’, tutto questo aveva senso, se possedevi un perverso senso dell’umorismo.

Non è che non mi aspettassi che Edward avrebbe sfruttato il patto a suo vantaggio e colto al volo l’occasione di darmi molto più di quanto avrebbe ricevuto. Gli avevo concesso di sostituire il pick-up se mai ce ne fosse stato bisogno, ovviamente senza prevedere che quel momento sarebbe arrivato quasi subito. Quando ero stata costretta ad ammettere che il pick-up era diventato poco più che la natura morta di un classico Chevy parcheggiato sul marciapiede, sapevo che la sua idea di sostituzione mi avrebbe creato un certo imbarazzo. E trasformata nell’oggetto di sguardi e sussurri. Ci avevo azzeccato. Ma nemmeno nelle mie previsioni più nere avrei pensato di ricevere due auto.

Quella del "prima" e quella del "dopo", aveva spiegato vedendomi imbufalita.

Questa era l’auto del "prima". Mi aveva detto che era in prestito e che aveva promesso di restituirla dopo il matrimonio. Non ne avevo capito il senso. Fino a quel momento.

Ah ah. Dal momento che ero così fragile e umana, così portata a cacciarmi nei guai, così vittima della mia pericolosa sfortuna, a quanto pareva mi serviva un’auto a prova di carro armato. Divertente. Chissà che belle risate si erano fatti alle mie spalle, lui e i suoi fratelli.

Oppure, forse, sussurrò una vocina nella mia testa, non è uno scherzo, sciocca. Forse è davvero preoccupato per te. Non sarebbe la prima volta che esagera nel tentativo di proteggerti.

Mah.

L’auto del "dopo" non l’avevo ancora vista. Era nascosta sotto un telo, nell’angolo più buio del garage di casa Cullen. Magari tanti altri avrebbero cercato di sbirciare, io invece non ne volevo proprio sapere.

Probabilmente non era blindata, perché non ne avrei avuto bisogno dopo la luna di miele. L’essere praticamente indistruttibile era uno dei tanti bonus che non vedevo l’ora di ricevere. La parte migliore del diventare una Cullen non erano né le auto di lusso né le carte di credito appariscenti.

«Ehi», disse lo spilungone tenendo le mani a coppa sul vetro per cercare di sbirciare all’interno. «Abbiamo finito. Molte grazie!».

«Prego», risposi e la tensione tornò quando accesi il motore e schiacciai con grande delicatezza l’acceleratore.

Per quanto abituata a percorrere la strada di casa, ancora non riuscivo a ignorare i fogli sbiaditi dalla pioggia. Incollati a un palo del telefono o attaccati a un cartello stradale, ogni volta erano uno schiaffo. Un meritatissimo schiaffo in faccia. La mia mente fu risucchiata dal pensiero interrotto poco prima con tanta prontezza. Non potevo evitarlo su quella strada. Non se le foto del mio meccanico preferito sfilavano a intervalli regolari.

Il mio migliore amico. Il mio Jacob.

Non era stato il padre di Jacob a inventarsi i volantini con la scritta «RAGAZZO SCOMPARSO». Era stato Charlie, mio padre, a stamparli e a diffonderli in tutta la città. E non soltanto a Forks, ma anche a Port Angeles, Sequim, Hoquiam, Aberdeen e in ogni altra cittadina della Penisola Olimpica. Aveva anche fatto in modo che la foto comparisse nella bacheca di tutte le stazioni di polizia dello Stato di Washington. Nella sua, un intero pannello di sughero era stato dedicato alla ricerca di Jacob. Pannello quasi totalmente vuoto e fonte di grande delusione e frustrazione.

A deludere papà non era tanto l’assenza di risposte. La delusione più grande veniva da Billy, il padre di Jacob nonché il miglior amico di Charlie.

Il fatto era che Billy non s’impegnava molto nella ricerca del "fuggitivo" sedicenne e si rifiutava di affiggere i volantini a La Push, la riserva sulla costa in cui Jacob era cresciuto. Billy sembrava rassegnato alla scomparsa del figlio, come se non potesse farci nulla, e diceva: «Ormai Jacob è un adulto. Tornerà a casa se ne ha voglia».

La frustrazione, invece, era dovuta a me perché stavo dalla parte di Billy.

Anch’io mi ero rifiutata di affiggere i volantini. Sia io che Billy sapevamo dov’era Jacob, almeno a grandi linee, e sapevamo perché nessuno avesse visto il "ragazzo".

I manifestini mi provocarono il solito, pesante groppo in gola, le solite lacrime pungenti agli occhi, e fui lieta che Edward, quel sabato, fosse uscito a caccia. Se avesse visto come reagivo, avrei trascinato giù anche lui.

Ovviamente, il sabato aveva le sue controindicazioni. Mentre svoltavo lentamente e con cautela nella via, vidi l’auto della polizia di mio padre parcheggiata sul vialetto di casa. Per l’ennesima volta aveva saltato la battuta di pesca. Aveva ancora il broncio per via del matrimonio.

Perciò, era impossibile usare il telefono di casa. Ma dovevo chiamare.

Parcheggiai sul marciapiede, dietro la scultura del Chevy, e dal portaoggetti sfilai il cellulare che Edward mi aveva lasciato per le emergenze. Composi il numero e lasciai squillare il telefono, con il dito pronto a chiudere la comunicazione. Per non correre rischi.

«Pronto?», rispose Seth Clearwater e io tirai un sospiro di sollievo. Ero tanto, troppo codarda per parlare con Leah, sua sorella maggiore. Quando si parlava di lei, l’espressione «mi avrebbe staccato la testa a morsi» non era esattamente una metafora.

«Ciao, Seth, sono Bella».

«Ehi, ciao, Bella! Come stai?».

Soffoco. Avevo un disperato bisogno di conforto. «Bene».

«Vuoi un aggiornamento?».

«Mi leggi nel pensiero».

«Niente affatto, non sono mica Alice. È solo che sei prevedibile», scherzò.

Nel branco dei Quileute di La Push, Seth era l’unico che non si facesse problemi a chiamare per nome i Cullen, oltre a scherzare su argomenti come la mia quasi onnisciente futura cognata.

«Lo so». Esitai qualche istante. «Come sta?».

Seth sospirò. «Come al solito. Non spiccica parola, ma senz’altro ci ascolta. Cerca di non pensare da "umano", capisci in che senso? Segue solo l’istinto».

«Sai dov’è adesso?».

«Da qualche parte nel Canada del Nord. Non so in quale provincia. Non bada molto ai confini».

«Ha dato qualche segno di...».

«Non è intenzionato a tornare a casa, Bella. Mi dispiace».

Deglutii. «Tranquillo, Seth. Lo sapevo già. Ma non riesco a non sperarci».

«Già, è così per tutti noi».

«Grazie che mi dai notizie, Seth. Immagino che gli altri te lo stiano facendo pesare».

«Non sono certo tuoi fan accaniti», confermò lui allegro. «Reazione idiota, direi. Jacob ha fatto le sue scelte, tu le tue. Neanche Jake approva il loro atteggiamento. Ovvio, sapere che chiedi di lui non lo fa saltare di gioia».

Restai a bocca aperta. «Credevo che non vi parlasse».

«Per quanto si sforzi, non può nasconderci tutto».

Quindi Jacob sapeva che ero preoccupata. Chissà se era un bene o un male. Se non altro sapeva che non ero sparita dall’orizzonte dimenticandolo del tutto. Forse mi aveva ritenuta capace di farlo.

«Immagino che ci vedremo al... matrimonio», dissi cacciando con sforzo quella parola fuori dai denti.

«Sì, ci verrò con la mamma. È fico che ci abbiate invitati».

Sorrisi del suo tono entusiasta. Invitare i Clearwater era stata un’idea di Edward ed ero lieta che ci avesse pensato. La presenza di Seth mi faceva piacere: era pur sempre un tenue legame con il mio testimone assente. «Non sarebbe lo stesso senza di voi».

«Salutami Edward, okay?».

«Certamente».

Scossi la testa. L’amicizia nata fra Edward e Seth continuava a lasciarmi senza parole. Però era la dimostrazione che le cose non sarebbero dovute andare così. Che i vampiri e i licantropi potevano andare d’accordo se decidevano di farlo, e tanti saluti.

Non tutti gradivano l’idea.

«Ah», esclamò Seth salendo di un’ottava con la voce. «Ehm, è tornata Leah».

«Oh! Ciao!».

Cadde la linea. Lasciai il telefono sul sedile e mi preparai mentalmente a entrare in casa, dove mi aspettava Charlie.

In quel periodo, il mio povero papà era alle prese con un sacco di problemi. Jacob il fuggitivo era soltanto uno dei fardelli che rischiavano di spezzargli la schiena. Era quasi altrettanto preoccupato per me, la figlia appena maggiorenne che nel giro di pochi giorni sarebbe diventata "signora".

M’incamminai lenta sotto la pioggia leggera, persa nel ricordo della sera in cui gliel’avevamo detto.


Quando il rumore dell’auto della polizia aveva annunciato il ritorno di Charlie, l’anello che portavo al dito aveva iniziato improvvisamente a pesare cento chili. Avrei voluto infilare la mano sinistra nella tasca, o sedermici sopra, ma la stretta forte e fredda di Edward la teneva fra di noi in bella vista.

«Smettila di agitarti, Bella. Per favore, cerca di ricordare che non sei qui per confessare un omicidio».

«Facile dirlo, per te».

Sentii il suono minaccioso degli stivali di mio padre sul marciapiede. La chiave sferragliò nella porta già aperta. Il suo rumore mi ricordò la scena dei film horror in cui la vittima si accorge di aver dimenticato di chiudere la serratura.

«Calmati, Bella», sussurrò Edward, intento ad ascoltare i battiti accelerati del mio cuore.

La porta si chiuse sbattendo e io sobbalzai come per una scossa elettrica.

«Ciao, Charlie», salutò Edward, del tutto a proprio agio.

«No!», protestai a mezza voce.

«Che c’è?», sussurrò lui.

«Aspetta almeno che appenda la pistola!».

Edward ridacchiò e si passò una mano nella massa arruffata dei capelli color bronzo.

Charlie sbucò da dietro l’angolo, ancora in uniforme, ancora armato, e cercò di non fare smorfie quando ci scorse seduti l’uno accanto all’altra sul divanetto. Da qualche tempo si era messo d’impegno a farsi piacere Edward. Ovviamente, quanto gli avremmo rivelato di lì a poco stava per cancellare di colpo ogni suo sforzo.

«Ciao, ragazzi. Come va?».

«Abbiamo una cosa da dirti», rispose Edward sereno. «Buone notizie».

In un secondo l’espressione di Charlie passò dalla cordialità artificiosa al sospetto più fosco.

«Buone notizie?», ringhiò guardandomi dritto negli occhi.

«Siediti, papà».

Alzò un sopracciglio, mi fissò per cinque secondi, si avvicinò a grandi passi alla poltrona reclinabile e si appollaiò sul bordo, la schiena dritta come un fuso.

«Non scaldarti, papà», dissi dopo un momento di silenzio sovraccarico. «È tutto okay».

Edward fece una smorfia, un’evidente obiezione alla parola «okay». Probabilmente lui avrebbe utilizzato qualcosa di più simile a "meraviglioso", "perfetto" o "magnifico".

«Certo che sì, Bella, certo che sì. Se tutto va così alla grande, perché sei sudata fradicia?».

«Non sto sudando», mentii.

Mi sottrassi al suo sguardo torvo stringendomi contro Edward e istintivamente mi passai il dorso della mano destra sulla fronte per cancellare le prove.

«Sei incinta!», esplose Charlie. «Sei incinta, vero?».

Benché la domanda fosse chiaramente indirizzata a me, si rivolse a Edward e potrei giurare di aver visto la sua mano scattare verso la pistola.

«No! Certo che no!», avrei voluto dare una gomitata nelle costole a Edward, ma sapevo che la mossa mi sarebbe costata un livido. Gliel’avevo detto che tutti sarebbero subito saltati a una conclusione del genere! Quale altra ragione poteva spingere due diciottenni sani di mente a sposarsi? (La sua risposta mi lasciò basita: «L’amore». Bravo).

Lo sguardo di Charlie si fece meno torvo. Di solito mi si leggeva in faccia se dicevo la verità e in quel caso lui si fidò. «Ah. Scusa».

«Scuse accettate».

Calò un lungo silenzio e a un certo punto mi resi conto che entrambi si aspettavano che io dicessi qualcosa. In preda al panico alzai lo sguardo verso Edward. Non riuscivo proprio a tirare fuori le parole.

Lui sorrise, drizzò le spalle e si rivolse a mio padre.

«Charlie, mi rendo conto di aver affrontato la questione nel modo sbagliato. Secondo la tradizione, avrei dovuto chiederlo a te per primo. Non voglio mancarti di rispetto, ma dal momento che Bella ha già detto di sì non voglio sminuire il valore della sua scelta, e anziché chiederti la sua mano, chiedo la tua benedizione. Ci sposiamo, Charlie. La amo più di ogni cosa al mondo, più della mia stessa vita, e, grazie a chissà quale miracolo, lei mi ricambia in tutto. Ci darai la tua benedizione?».

Sembrava così sereno, così calmo. Per un breve istante, mentre ascoltavo la sicurezza assoluta che trapelava dalla sua voce, ebbi un’eccezionale intuizione e in un lampo capii come il mondo apparisse ai suoi occhi. Per lo spazio di un battito, la notizia assunse un senso pieno.

Ma poi mi accorsi dell’espressione sul viso di Charlie, del suo sguardo fisso sull’anello.

Trattenni il fiato mentre la sua faccia cambiava colore, da rosa a rosso, da rosso a viola, da viola a blu. Feci per alzarmi, senza un’idea precisa in testa — forse volevo praticare la manovra di Heimlich per accertarmi che non stesse soffocando -, ma Edward mi strinse la mano e, senza farsi sentire da Charlie, mormorò: «Aspetta un minuto».

Il silenzio che seguì fu molto più lungo. Poi, a poco a poco, una sfumatura dopo l’altra, la carnagione di Charlie tornò normale. Arricciò le labbra e aggrottò le sopracciglia: riconobbi la sua espressione di quand’era "assorto nei pensieri". Ci studiò per qualche istante interminabile, mentre sentivo al mio fianco che Edward si rilassava.

«Tutto sommato non sono così sorpreso», brontolò Charlie. «Sapevo che prima o poi avrei dovuto fare i conti con qualcosa del genere».

Ripresi fiato.

«Siete sicuri?», domandò lanciandomi un’occhiataccia.

«Di Edward sono sicura al cento per cento», risposi senza esitare.

«Ma perché sposarsi? Che fretta avete?». Mi rivolse l’ennesimo sguardo sospettoso.

La fretta nasceva dal fatto che, uno schifo di giorno dopo l’altro, mi stavo avvicinando al mio diciannovesimo compleanno, mentre Edward restava sospeso nella sua perfezione di diciassettenne, come ormai accadeva da più di novant’anni. Nel mio modo di vedere le cose, ciò non portava per forza al matrimonio, ma sposarci era indispensabile a causa del fragile e cervellotico compromesso che io ed Edward avevamo trovato pur di giungere a quel punto: la mia prossima trasformazione da mortale a immortale.

Ma non era proprio il caso di raccontarlo a Charlie.

«Andremo a Dartmouth insieme quest’autunno, Charlie», puntualizzò Edward. «Ecco, ci terrei a fare le cose per bene. Fa parte della mia educazione». Si strinse nelle spalle.

Non stava esagerando: la moralità vecchio stampo andava forte durante la prima guerra mondiale.

Charlie storse la bocca. Cercava l’appiglio giusto per mettersi a discutere. Ma cosa poteva dire? Preferisco che prima viviate nel peccato? Era un padre: aveva le mani legate.

«Sapevo che sarebbe successo», mormorò fra sé, accigliato. Poi, all’improvviso, tornò perfettamente serio e composto.

«Papà?», domandai ansiosa. Diedi un’occhiata a Edward, ma non riuscii a leggere la sua espressione, concentrato com’era su mio padre.

«Ah!», esplose Charlie. Saltai sulla sedia. «Ah, ah, ah!».

Lo osservai incredula mentre si piegava in due per le risate, tanto da tremare dalla testa ai piedi.

Guardai Edward per una spiegazione, ma serrava le labbra come a trattenere una risata.

«Okay, perfetto», tossì Charlie. «Sposatevi». E un’altra scossa d’ilarità lo travolse. «Però...».

«Però cosa?», domandai.

«Però devi dirlo tu a tua madre! Io non ne farò parola con Renée: è tutta tua!». E si lasciò andare ad altre risate fragorose.


Mi fermai sorridente con la mano sulla maniglia. Certo, all’epoca la richiesta di Charlie mi aveva terrorizzata. Il destino più crudele: dirlo a Renée. Sulla sua lista nera, sposarsi da giovani veniva prima di "bollire cuccioli vivi".

Chi avrebbe mai potuto prevedere la sua reazione? Non io. E di sicuro nemmeno Charlie. Forse Alice, ma non avevo pensato a chiederglielo.

«Ecco, Bella», aveva detto Renée dopo avermi sentita balbettare in un rantolo le parole impossibili: Mamma, mi sposo con Edward. «Mi scoccia un po’ che tu abbia aspettato così tanto prima di dirmelo. Il biglietto aereo mi costerà più del previsto. Oh», aggiunse afflitta, «pensi che Phil farà in tempo a togliersi il gesso? Rovinerà le foto se non riesce a indossare lo smo...».

«Fermati un secondo, mamma», avevo sbottato. «Cosa vuol dire, "aspettato così tanto"? Mi sono f-fi...», sul serio non riuscivo a pronunciare la parola fidanzata. «Ho sistemato le cose soltanto oggi».

«Oggi? Davvero? Questa sì che è una sorpresa. Davo per scontato...».

«Cosa davi per scontato? Quando l’hai dato per scontato?».

«Be’, quando siete venuti a trovarmi in aprile sembrava che fosse tutto sistemato, se capisci cosa intendo. Non è difficile leggerti dentro, tesoro. Ma non ho detto niente perché sapevo che non sarebbe servito. Sei tale e quale a Charlie», aveva detto con tono rassegnato. «Una volta che decidi, con te è impossibile ragionare. E ovviamente, proprio come Charlie, non torni mai sulle tue decisioni».

E a quel punto Renée aveva pronunciato le ultime parole che mi sarei mai aspettata di sentire da mia madre.

«Non stai ripetendo i miei errori, Bella. Mi sembri spaventata a morte e credo che sia perché hai paura di me». E aveva aggiunto con una risatina nervosa: «Della mia opinione. So di aver straparlato di matrimonio e stupidità e non intendo rimangiarmi una parola, ma spero che tu capisca che mi riferivo esclusivamente a me. Come persona, tu sei diversissima. Anche tu fai i tuoi errori, e sono sicura che nella vita ti ritroverai con la tua parte di rimorsi. Ma la fedeltà agli impegni non è mai stata un problema per te, piccola. Hai molte più probabilità di farcela tu che la maggior parte dei quarantenni che conosco». Un’altra risata. «La mia bambina di mezz’età. Per fortuna, sembra che tu abbia trovato un’altra anima antica».

«Non sei furiosa? Non pensi che stia facendo un errore colossale?».

«Be’, certo, mi piacerebbe che aspettassi ancora qualche anno. Voglio dire, ti sembro così vecchia da essere una suocera? Non rispondere. Non è di me che stiamo parlando. È di te. Sei felice?».

«Non lo so. In questo momento sto avendo un’esperienza extracorporea».

Renée ridacchiò ancora. «Ne sei felice, Bella?».

«Sì, ma...».

«Pensi che desidererai mai qualcun altro?».

«No, ma...».

«Ma cosa?».

«Ma non dirai che somiglio esattamente a una qualsiasi adolescente innamorata da che mondo è mondo?».

«Tu non sei mai stata adolescente, tesoro. Sai bene cos’è meglio per te».

E, nelle ultime settimane, Renée si era sorprendentemente immersa nei preparativi per il matrimonio. Ogni giorno passava ore al telefono con Esme, la madre di Edward: nessun problema di compatibilità fra consuocere. Renée adorava Esme ma, tutto sommato, dubitavo che chiunque altro avrebbe reagito diversamente alla mia adorabile quasi-suocera.

Così ero fuori dai guai. La famiglia di Edward e la mia si adoperavano insieme per le nozze senza che io dovessi fare o sapere nulla, neppure sforzarmi di pensarci troppo.

Charlie, naturalmente, era furioso, ma la cosa divertente era che non ce l’aveva con me. Si sentiva tradito da Renée. Era sicuro che ci sarebbe andata pesante. Cosa poteva fare ora che la sua minaccia definitiva — dirlo a mamma — si era dimostrata un fallimento totale? Non aveva niente in mano e lo sapeva. Perciò si aggirava per casa brontolando e lamentandosi di quanto non ci si dovesse fidare del prossimo.

«Papà?», dissi mentre aprivo la porta d’ingresso. «Sono a casa».

«Aspetta, Bells, resta lì».

«Cosa?», domandai, fermandomi all’istante.

«Dammi un secondo. Ahi, mi hai preso, Alice».

Alice?

«Scusa, Charlie», rispose la sua voce squillante. «Fatto male?».

«Sanguina».

«Tutto bene. Non ti ho bucato la pelle, fidati».

«Che succede?», domandai ancora sulla soglia di casa.

«Trenta secondi, per favore, Bella», disse Alice. «La tua pazienza verrà ricompensata».

Charlie confermò con un grugnito.

Tamburellai con il piede, contando i colpi. Prima del trentesimo, udii Alice: «Okay, Bella, entra pure!».

Muovendomi con cautela, girai l’angolo che mi separava dal salotto.

«Oh», sospirai. «Oh, papà. Sai che sembri proprio...».

«Un cretino?», m’interruppe Charlie.

«Stavo per dire a tuo agio».

Charlie arrossì. Alice lo prese per il braccio e lo aiutò a girarsi lentamente, per mostrare il suo smoking grigio pallido.

«Diamoci un taglio, Alice, sembro un idiota».

«Nessuno sembra un idiota se indossa un mio abito».

«Ha ragione, papà, stai benissimo! Cosa si festeggia?».

Alice alzò gli occhi al cielo. «È l’ultima prova del vestito. Per tutti e due».

Per la prima volta distolsi lo sguardo da un Charlie singolarmente elegante e vidi la bianca sacca per abiti che tanto temevo, stesa con cura sul divano.

«Aaah».

«Torna nel tuo rifugio felice, Bella. Non ci vorrà molto».

Facendo un bel respiro chiusi gli occhi e arrancai sulle scale fino alla mia stanza. Mi spogliai e, con la sola biancheria addosso, allungai le braccia davanti a me.

«Non sto per infilarti schegge di bambù sotto le unghie», mormorò Alice, che mi aveva seguita.

Non le prestai attenzione. Ero nel mio rifugio felice.

Nel mio rifugio felice tutto il casino del matrimonio era finito, concluso. Già alle mie spalle. Rimosso e dimenticato.

Eravamo soli, soltanto io ed Edward. Lo sfondo era confuso e in perenne cambiamento — dalle nebbie della foresta si trasformava in una città coperta di nubi e poi nella notte artica — perché Edward voleva tenermi nascosta la meta della nostra luna di miele, che doveva essere una sorpresa. Ma non era il dove a riempire i miei pensieri.

Stavo con Edward, dopo aver rispettato dalla prima all’ultima le clausole del nostro compromesso. Lo avevo sposato. Era la parte più importante. Inoltre avevo accettato i suoi regali esorbitanti e mi ero iscritta, per futile che fosse, ai corsi di Dartmouth. Ora toccava a lui.

Prima di trasformarmi in una vampira, il più importante dei suoi obblighi, doveva attenersi a un’altra clausola.

Edward si preoccupava fino all’ossessione delle gioie umane alle quali stavo per rinunciare, le esperienze di cui non voleva privarmi. Ma la maggior parte, per esempio il ballo di fine anno, mi apparivano sciocche. Ce n’era soltanto una che non volevo perdermi. Ovviamente era l’unica di cui, nei suoi desideri, avrei dovuto dimenticarmi del tutto.

Invece era proprio questo il punto. Sapevo poco di ciò che sarei diventata dopo la trasformazione. Avevo visto con i miei occhi i vampiri neonati e ascoltato i racconti dei miei futuri parenti riguardo ai primi giorni fuori da ogni controllo. Per molti anni il tratto principale della mia personalità sarebbe stata la sete. Ci avrei messo tanto tempo prima di tornare me stessa. E anche una volta riacquistato il controllo, non mi sarei mai più sentita come in questo istante.

Umana e appassionatamente innamorata.

Volevo godermi l’esperienza completa prima di cedere il mio corpo caldo, fragile, zeppo di feromoni, in cambio di qualcosa di bellissimo, forte e sconosciuto. Volevo una vera luna di miele con Edward. E malgrado il pericolo a cui temeva di espormi, lui aveva accettato di provare.

Mi accorsi appena di Alice e della carezza della seta sulla pelle. Per il momento non m’interessava che la città intera parlasse di me. Non pensavo allo spettacolo del quale, di lì a poco, sarei stata protagonista. Non mi preoccupavo di inciampare nello strascico, di scoppiare a ridere nel momento sbagliato, di essere troppo giovane, degli sguardi di tutti i presenti fissi su di me e nemmeno del posto vuoto lasciato dal mio migliore amico.

Stavo con Edward nel mio rifugio felice.

2 Lunga notte

«Già mi manchi».

«Non sono obbligato ad andarmene. Posso restare».

«Mmm».

Per qualche istante tacemmo e rimasero soltanto il battito del mio cuore, il ritmo spezzato dei nostri respiri agitati e il mormorio delle labbra che si muovevano in sincrono.

A volte era così facile dimenticare che baciavo un vampiro. Non perché il suo aspetto fosse comune o umano — nemmeno per un secondo riuscivo a dimenticare che fra le braccia stringevo qualcuno che era più un angelo che un uomo — ma perché Edward trasformava in una cosa da nulla il fatto che le sue labbra fossero sulle mie, sul mio viso e sul mio collo. Diceva che il mio sangue ormai non era più una tentazione, che il timore di perdermi aveva neutralizzato ogni brama. Eppure sapevo che l’odore del mio sangue lo faceva ancora soffrire, gli bruciava ancora la gola come se respirasse fuoco.

Socchiusi gli occhi e vidi i suoi fissi sul mio viso. Era assurdo quando mi guardava così. Come fossi il premio anziché la vincitrice, sfacciatamente fortunata.

I nostri sguardi s’incrociarono per un istante; i suoi occhi dorati erano così profondi che immaginai di potermi immergere nella sua anima. Certo, lui era un vampiro, ma trovavo incredibile che mettesse in dubbio di possederne una. La sua era l’anima più bella, più della sua mente brillante, del suo viso incomparabile o del suo corpo magnifico.

Anche lui mi guardò come se riuscisse a vedere la mia anima e questa visione gli piacesse.

Tuttavia, non poteva vedere nella mia mente come invece gli accadeva con chiunque altro. Chissà perché? Forse una strana anomalia del cervello mi rendeva immune ai poteri straordinari e spaventosi di certi immortali. (Soltanto la mia mente era immune: il corpo poteva essere vittima di vampiri con facoltà diverse da quelle di Edward). Qualunque fosse il difetto che proteggeva i miei pensieri segreti, ne ero comunque grata. Troppo imbarazzante pensare a cosa sarebbe stato altrimenti.

Avvicinai di nuovo il suo volto al mio.

«Resto qui», mormorò un istante dopo.

«No, no. È il tuo addio al celibato. Devi andarci».

Mentre parlavo, le dita della mia mano destra s’intrecciarono ai suoi capelli color bronzo e la sinistra strinse con più forza la base della sua schiena. Le sue mani fredde mi accarezzarono il volto.

«Gli addii al celibato sono fatti per quelli che rimpiangono i propri giorni da scapoli. Io non potrei essere più impaziente di lasciarmeli alle spalle. Quindi la cosa non ha senso».

«Giusto». Respirai sulla pelle del suo collo, fredda come l’inverno.

Somigliava molto al mio rifugio felice. Charlie dormiva ignaro nella sua stanza e praticamente era come se fossimo soli. Stavamo rannicchiati sul mio lettino, intrecciati quanto ci permetteva il plaid pesante che mi avvolgeva come un bozzolo. La coperta era un fastidio necessario, se non volevo rovinare l’atmosfera mettendomi a battere i denti. E se avessi acceso il riscaldamento in pieno agosto, Charlie se ne sarebbe accorto...

Se non altro, è vero che io dovevo infagottarmi, ma la camicia di Edward era rimasta per terra. Non ero mai riuscita a superare lo shock della perfezione del suo corpo: bianco, freddo e levigato come il marmo. Feci scorrere la mano sul suo petto roccioso e seguii la linea piatta del ventre, incredula. Un leggero tremore lo percorse e la sua bocca ritrovò la mia. Con cautela avvicinai la punta della lingua alle sue labbra lisce come il vetro e lui sospirò. Il suo respiro dolce inondò, freddo e delizioso, il mio viso.

Fece per allontanarsi: il gesto automatico di quando decideva che eravamo andati troppo in là; una reazione spontanea proprio nel momento in cui più avrebbe desiderato continuare. Per gran parte della sua vita Edward si era impegnato a negarsi ogni gratificazione fisica. Sapevo che il tentativo di cambiare abitudini costituiva per lui uno sforzo tremendo.

«Aspetta», dissi stringendogli le spalle e abbracciandolo ancora più forte. Liberai una gamba con la quale avvolsi i suoi fianchi. «È tutta questione di esercizio».

Ridacchiò. «Be’, mi pare che di esercizio ne abbiamo fatto abbastanza ormai, no? Hai dormito qualche ora nell’ultimo mese?».

«Ma questa è la prova generale», puntualizzai, «e non abbiamo ancora ripassato tutte le scene. Vale la pena di correre il rischio».

Mi aspettavo un’altra risata ma Edward non rispose e il suo corpo s’immobilizzò sotto un’improvvisa tensione. Il liquido oro dei suoi occhi sembrò solidificarsi.

Ripensai alle mie parole, a come poteva averle interpretate.

«Bella», sussurrò.

«Non ricominciare», dissi. «Un accordo è un accordo».

«Non so. È troppo difficile concentrarmi quando stai con me così. Non... non riesco a pensare. Potrei non controllarmi. Ti farai male».

«Andrà tutto liscio».

«Bella».

«Sssh!». Premetti le mie labbra sulle sue per bloccare l’attacco di panico che rischiava di travolgerlo. Sapevo cosa intendeva. Non era disposto a ritirarsi dall’accordo. Non dopo aver insistito perché prima lo sposassi.

Per un istante mi restituì il bacio, ma capii che non era più rapito come poco prima. Era preoccupato, come sempre. Chissà come sarebbe stato diverso quando non si fosse più preoccupato per me. Come avrebbe impiegato tutto quel tempo libero? Avrebbe dovuto trovarsi un nuovo hobby.

«Come vanno le gambe?», domandò.

Certa di non doverlo prendere alla lettera, risposi: «Non tremano più».

«Davvero? Niente ripensamenti? Non è tardi per cambiare idea».

«Stai cercando di mollarmi?».

Ridacchiò. «Tanto per essere certo. Non voglio che tu faccia niente di cui non sei sicura».

«Di te sono sicura. Al resto posso sopravvivere».

Esitò, forse l’avevo detta grossa.

«Davvero?», domandò a bassa voce. «Non parlo del matrimonio: a quello sono convinto che sopravviverai, malgrado i tuoi scrupoli. Ma dopo, come farai con Renée, con Charlie?».

«Mi mancheranno». Anzi, peggio ancora: sarei mancata io a loro, ma non volevo gettare benzina sul fuoco.

«Angela, Ben, Jessica e Mike».

«Anche i miei amici mi mancheranno». Sorrisi nel buio. «Soprattutto Mike. Oh, Mike! Come farò senza di lui?».

Si lasciò sfuggire un brontolio.

Risi ma tornai subito seria. «Edward, ne abbiamo parlato e riparlato. So che sarà difficile, ma è ciò che voglio. Voglio te e ti voglio per sempre. Una vita sola non mi basta, punto».

«Per sempre sospesa nei tuoi diciott’anni», sussurrò.

«Il sogno di ogni donna», scherzai.

«Senza cambiare né crescere mai».

«Che vuol dire?».

Rispose lentamente. «Ricordi quando abbiamo detto a Charlie che ci saremmo sposati? Lui ha creduto che tu fossi incinta».

«E gli è venuta la tentazione di spararti», conclusi con una risata. «Ammettilo: per un istante ci ha pensato sul serio».

Non mi rispose.

«Che c’è, Edward?».

«Be’, ecco... mi dispiace che non sia come pensava Charlie».

Sbuffai.

«Sempre che potesse andare così. Che noi avessimo quel genere di possibilità. Detesto l’idea che sia fra le cose di cui ti priverò».

Ci pensai su. «So quello che faccio».

«Come fai a dirlo, Bella? Guarda mia madre, guarda mia sorella. Non è un sacrificio facile come immagini».

«Esme e Rosalie se la cavano alla grande. Se poi sarà un problema, faremo come Esme: adotteremo qualcuno».

Dopo un sospiro, la sua voce riprese vigore. «Non è giusto! Non voglio che tu debba sacrificarti per me. Voglio darti tutto e non privarti di nulla. Non voglio rubarti il futuro. Se io fossi umano...».

Gli posai la mano sulle labbra. «Tu sei il mio futuro. Adesso basta. Smettila di mugugnare, altrimenti chiamo i tuoi fratelli e ti faccio venire a prendere. Forse un addio al celibato è proprio quello che ti serve».

«Scusa. Sto mugugnando, vero? Dev’essere il nervosismo».

«Non dirmi che le gambe tremano a te».

«Non in quel senso. È da un secolo che aspetto di sposarti, signorina Swan. L’attesa della cerimonia nuziale è l’unica cosa che...». S’interruppe a metà frase. «Oh, per l’amor del cielo!».

«Che succede?».

Digrignò i denti. «Non darti pena di chiamare i miei fratelli. Pare che stanotte Emmett e Jasper non ammettano defezioni».

Lo strinsi più forte per un attimo e poi lo lasciai andare. Non avevo uno straccio di possibilità di vincere un braccio di ferro con Emmett. «Divertiti».

Udii uno stridio alla finestra, qualcuno che grattava intenzionalmente le unghie d’acciaio contro il vetro per produrre un rumore agghiacciante, da tapparsi le orecchie e avere la pelle d’oca sulla schiena.

«Se non fai uscire Edward», sibilò minaccioso Emmett, ancora invisibile nella notte, «veniamo a prendercelo!».

«Vai», dissi ridendo, «prima che mi facciano a pezzi la casa».

Controvoglia, Edward si alzò in piedi con un movimento fluido e allo stesso modo s’infilò la camicia. Si chinò a baciarmi la fronte.

«Dormi. Domani è un giorno importante».

«Grazie! Questo mi aiuterà a rilassarmi».

«Ci vediamo all’altare».

«Io sarò quella in bianco». Sorrisi del mio tono perfettamente disincantato.

Lui ridacchiò e disse: «Molto convincente». Di colpo si rannicchiò contraendo i muscoli come fossero molle. Così svanì, lanciandosi fuori dalla finestra troppo veloce perché i miei occhi lo seguissero.

Dall’esterno giunsero un tonfo smorzato e le imprecazioni di Emmett.

«Non fategli fare tardi», mormorai, certa che potessero udirmi.

Allora il volto di Jasper sbucò dalla finestra e i capelli biondo miele divennero argentei alla debole luce della luna che filtrava fra le nuvole.

«Non preoccuparti, Bella. Lo riporteremo a casa più che in tempo».

All’istante divenni calmissima e tutte le mie preoccupazioni persero d’importanza. Jasper, a modo suo, aveva talento come Alice con le sue previsioni inquietantemente accurate. La differenza era che Jasper si occupava di stati d’animo anziché di futuro, ed era impossibile resistere alle emozioni che decideva di farti provare.

Mi sedetti goffa, ancora aggrovigliata nella coperta. «Jasper? Cosa fanno i vampiri alle feste d’addio al celibato? Non avrete intenzione di portarlo in uno strip club, vero?».

«Non dirle niente!», ringhiò Emmett dal basso. Dopo un altro tonfo, Edward soffocò una risata.

«Rilassati», disse Jasper e fu quello che feci. «Noi Cullen abbiamo una variante nostra. Soltanto qualche puma e un paio di grizzly. Una normalissima serata fuori casa».

Mi domandai se sarei mai riuscita a parlare con altrettanta disinvoltura della dieta "vegetariana" dei vampiri.

«Grazie, Jasper».

Fece l’occhiolino e sparì dalla mia vista.

All’esterno era calato il silenzio assoluto. Fra le pareti vibrava il russare smorzato di Charlie.

Mi adagiai sul cuscino, insonnolita. Con le palpebre pesanti, osservai le pareti della mia cameretta, divenute bianche alla luce della luna.

L’ultima notte nella mia stanza. L’ultima notte come Isabella Swan. Una notte ancora e sarei diventata Bella Cullen. La faccenda del matrimonio era una vera spina nel fianco, ma dovevo ammettere che il nome mi suonava bene.

Lasciai vagare oziosamente i pensieri, sicura che il sonno mi avrebbe catturata. Ma dopo pochi minuti rieccomi più sveglia che mai, mentre l’ansia tornava a strisciarmi nello stomaco contorcendolo nelle posizioni più scomode. Il letto sembrava troppo morbido, troppo caldo senza Edward. Jasper si era allontanato e ogni serena sensazione di pace se n’era andata con lui.

Mi aspettava una giornata molto lunga.

Ero conscia della stupidità di molte mie paure, dovevo soltanto prenderne atto. Stare al centro dell’attenzione era inevitabile. Non potevo passare la vita a confondermi con il paesaggio. Tuttavia, alcune preoccupazioni erano più che giustificate.

Prima di tutto, c’era lo strascico dell’abito da sposa. Alice aveva palesemente lasciato che la sua sensibilità artistica avesse la meglio sulla praticità. Affrontare la scalinata dei Cullen con tacchi e strascico mi appariva impossibile. Avrei dovuto allenarmi.

Poi c’era la lista degli ospiti.

La famiglia di Tanya, il clan di Denali, sarebbe arrivata prima della cerimonia.

Che la famiglia di Tanya e gli ospiti della riserva Quileute, ovvero il padre di Jacob e i Clearwater, fossero nello stesso luogo nello stesso momento rappresentava una faccenda più che delicata. Quelli di Denali non amavano i licantropi. Irina, la sorella di Tanya, aveva persino rifiutato l’invito al matrimonio. Covava ancora un sentimento di vendetta contro i licantropi che avevano ucciso il suo amico Laurent (il quale a sua volta stava per uccidere me). A causa del suo rancore, la comunità di Denali aveva abbandonato la famiglia di Edward nel suo momento di maggiore difficoltà. Era stata l’improbabile alleanza con i lupi Quileute a salvarci la vita quando l’orda di vampiri neonati aveva sferrato l’attacco...

Edward mi aveva promesso che non sarebbe stato pericoloso che il clan di Denali e i Quileute si tenessero vicini. Tanya e la sua famiglia, con l’eccezione di Irina, si sentivano tremendamente in colpa per la loro defezione. La tregua con i licantropi faceva parte del prezzo che erano disposti a pagare per risarcire il debito.

E se questo costituiva il problema maggiore, ce n’era anche uno minore: la fragilità della mia autostima.

Non avevo mai visto Tanya, ma ero certa che conoscerla non sarebbe stata una bella esperienza per il mio ego. Un tempo, probabilmente prima ancora che io nascessi, aveva fatto il filo a Edward. Non che potessi dare la colpa a lei o a chissà chi altra per averlo desiderato, ma la immaginavo come minimo bellissima e al massimo straordinaria. Malgrado Edward preferisse me, cosa evidente quanto incomprensibile, sapevo che non mi sarei trattenuta dal fare paragoni.

Avevo brontolato un po’ finché Edward, che conosceva le mie debolezze, non mi aveva fatto sentire in colpa.

«Per loro siamo la cosa più simile a dei parenti, Bella», mi aveva ricordato. «Si sentono ancora orfane, sai, malgrado sia passato tanto tempo».

Dovetti riconoscerlo e nascosi il mio broncio.

Tanya aveva adesso una famiglia numerosa quasi come quella dei Cullen. Erano in cinque: alle sorelle Tanya, Kate e Irina si erano aggiunti Carmen ed Eleazar, più o meno allo stesso modo in cui ai Cullen si erano aggregati Alice e Jasper, uniti dal desiderio di vivere in maniera più compassionevole rispetto ai vampiri normali.

Malgrado la compagnia, però, Tanya e le sorelle erano, in un certo senso, ancora sole. Ancora in lutto. Perché, tantissimo tempo prima, anche loro avevano avuto una madre.

Riuscivo a immaginare il vuoto lasciato dalla perdita, persino dopo mille anni. Tentai invano di visualizzare la famiglia Cullen senza colui che ne era il creatore, il centro e la guida: Carlisle, il padre di tutti.

Carlisle aveva raccontato la storia di Tanya una delle tante notti in cui avevo fatto tardi a casa Cullen, cercando di imparare il più possibile e di prepararmi al meglio per il futuro che avevo scelto.

La storia della madre di Tanya era, fra le altre, un ammonimento a non dimenticare, dopo il mio ingresso nel mondo degli immortali, una regola ben precisa. Una sola e unica legge, che si ramificava in migliaia di conseguenze diverse: mantenere il segreto.

Mantenere il segreto significava parecchie cose: vivere senza dare nell’occhio come i Cullen e traslocare prima che gli umani potessero sospettare che non invecchiavano. Oppure starne lontani a ogni costo — pasti esclusi — come avevano vissuto James e Victoria, e come tuttora vivevano Peter e Charlotte, gli amici di Jasper. Significava tenere sotto controllo tutti i nuovi vampiri che si creavano, proprio ciò che aveva fatto Jasper quando viveva con Maria. E ciò in cui Victoria non era riuscita con i suoi neonati.

E significava non creare certe altre cose, soprattutto, perché certe creature non erano controllabili.

«Non conosco il nome della madre di Tanya», aveva ammesso Carlisle, mostrando gli occhi dorati, quasi della stessa sfumatura dei capelli chiari, tristi al ricordo del dolore di Tanya. «Se possono, non parlano mai di lei e non pensano mai volontariamente a lei. La donna che creò Tanya, Kate e Irina, e che le ha amate, credo, visse molti anni prima della mia nascita, in un’epoca disgraziata per il nostro mondo, l’epoca dei bambini immortali. Cosa pensassero di fare gli antichi non l’ho mai capito. Crearono vampiri a partire da esseri umani che erano poco più che lattanti».

Dovetti ingoiare la bile che mi sentii risalire in gola mentre visualizzavo la scena.

«Erano bellissimi», aggiunse subito Carlisle, accorgendosi della mia reazione. «Gentili e incantevoli come non puoi immaginare. Non si poteva fare a meno di stare accanto a loro e di amarli, come fosse automatico. Tuttavia non imparavano nulla. Restavano bloccati al livello di apprendimento raggiunto prima di essere stati morsi. Adorabili bimbi di due anni con le fossette e lo sguardo innocente, ma capaci di distruggere mezzo villaggio per capriccio. Si nutrivano seguendo gli stimoli della fame e nessun ammonimento riusciva a trattenerli. Gli umani li videro, le storie iniziarono a circolare, la paura si diffuse come fuoco fra le sterpaglie... La madre di Tanya creò uno di quei bambini. Come per gli altri antichi, non so comprendere le sue ragioni». Fece una pausa per ritrovare un equilibrio. «Ovviamente, intervennero i Volturi».

Quel nome mi fece trasalire come sempre, ma era ovvio che la legione di vampiri italiani, autoproclamatasi stirpe reale, avesse un ruolo centrale nella storia. Non poteva esserci legge senza castigo, e non poteva esserci castigo senza qualcuno che lo infliggesse. Gli antichi Aro, Caius e Marcus comandavano le forze dei Volturi; mi ci ero imbattuta una volta sola, ma in quel breve incontro mi era parso che Aro, con la sua formidabile capacità di leggere le menti — con un solo contatto conosceva i pensieri di una vita intera -, fosse il vero capo.

«I Volturi studiarono i bambini immortali, sia a Volterra, dove risiedono, sia nel resto del mondo. Caius stabilì che i giovani erano incapaci di proteggere il nostro segreto. Dunque dovevano essere distrutti. Come ti ho detto, erano adorabili. Bene, i clan combatterono fino allo stremo pur di proteggerli. La carneficina non fu estesa come nelle guerre del nostro Sud, ma a suo modo si rivelò più devastante. Di clan antichissimi, vecchie tradizioni, amici... gran parte andò persa. Alla fine, la pratica fu totalmente sradicata. I bambini immortali divennero innominabili, un tabù.

Quando vivevo con i Volturi conobbi due bambini immortali e vidi con i miei occhi che aspetto avevano. Aro studiò i due piccoli per anni e anni, ben dopo la fine della catastrofe che avevano scatenato. Sapete quanto sia curiosa la sua indole: sperava di riuscire ad ammansirli. Ma, alla fine, la decisione fu unanime: ai bambini immortali non fu concesso di esistere».

Avevo già dimenticato la madre delle sorelle di Denali, quando la storia tornò a lei.

«Non è chiaro cosa avvenne alla madre di Tanya», disse Carlisle. «Tanya, Kate e Irina restarono totalmente all’oscuro di tutto fino al giorno in cui i Volturi, fatte prigioniere lei e la sua creatura proibita, andarono a cercarle. Aver ignorato l’accaduto salvò la vita a Tanya e alle sue sorelle. Aro le toccò e vide la loro assoluta innocenza, perciò non vennero punite assieme alla madre. Nessuna di loro aveva mai visto il bambino né sospettato della sua esistenza, fino al giorno in cui venne arso fra le braccia della madre. Immagino che lei avesse mantenuto il segreto proprio per proteggerle dal suo ineluttabile destino. Ma perché lo aveva creato, allora? Chi era questo bimbo e perché era così importante da averla convinta a oltrepassare il più proibito dei confini? Tanya e le altre non ottennero mai risposta a queste domande. Ma non potevano dubitare della colpevolezza della madre e non penso l’abbiano mai davvero perdonata.

Malgrado Aro fosse certo dell’innocenza di Tanya, Kate e Irina, Caius voleva mandarle al rogo. Con l’accusa di complicità. Per loro fortuna, quel giorno Aro era in vena di dimostrarsi clemente. Tanya e le sorelle ottennero il perdono, ma da allora sentono una ferita incurabile nel cuore e hanno un profondo rispetto per la legge».

Non so bene quando, ma il ricordo si trasformò in sogno. Con la memoria ascoltavo e vedevo Carlisle, eppure di punto in bianco eccomi di fronte a una radura grigia e deserta, mentre un greve odore di incenso bruciato impregnava l’aria. Non ero sola.

La calca di sagome al centro dello spiazzo, avvolte in mantelli color cenere, avrebbe dovuto spaventarmi. Non potevano essere che i Volturi, mentre io, in barba a ciò che avevano decretato il giorno del nostro ultimo incontro, ero ancora umana. Ma sapevo, come spesso mi accadeva nei sogni, di essere invisibile ai loro occhi.

Disseminati intorno a me c’erano tumuli fumanti. Riconobbi l’aroma dolce nell’aria e non li esaminai troppo da vicino. Non mi andava di guardare i volti dei vampiri appena giustiziati, quasi temessi di riconoscere qualcuno nelle pire ancora roventi.

I soldati dei Volturi si disposero in cerchio attorno a qualcosa o a qualcuno, e sentii il bisbiglio delle loro voci alzarsi in fermento. Mi avvicinai alle figure avvolte nei mantelli, spinta dal sogno a osservare cosa o chi stessero esaminando con quell’intensità. Strisciai con cautela fra due mantelli alti e sibilanti, finché non scoprii l’oggetto della discussione, posto in alto su un montarozzo da cui li dominava.

Era bellissimo, adorabile, proprio come lo aveva descritto Carlisle. Ancora piccolo, il bambino aveva al massimo due anni. Riccioli castano chiaro ne incorniciavano il viso da cherubino, le guance tonde e le labbra piene. E tremava a occhi chiusi, come fosse troppo spaventato per vedere la morte che, un secondo dopo l’altro, gli si avvicinava.

M’invase il bisogno urgente di salvare il bimbo incantevole e terrorizzato, tanto che ignorai persino la presenza e la minaccia devastante dei Volturi. Sgattaiolai fra loro senza preoccuparmi che percepissero la mia presenza. Passata oltre, scattai verso il bambino.

Poi mi fermai vacillando quando riuscii a vedere bene il cumulo sul quale era seduto. Non era fatto di terra e roccia ma di corpi umani, rinsecchiti e inerti. Troppo tardi per non vederne i volti. Li conoscevo tutti: Angela, Ben, Jessica, Mike... Ed esattamente ai piedi dell’adorabile infante c’erano i cadaveri di mio padre e mia madre.

Il bambino aprì gli occhi, luminosi e rossi come il sangue.

3 Il grande giorno

Di colpo sgranai gli occhi.

Scossa e ansante, restai un bel po’ sotto le coperte calde, nel tentativo di liberarmi dal sogno. Mentre attendevo che il cuore rallentasse il battito, il cielo fuori divenne grigio e poi rosa pallido.

Quando tornai alla realtà della mia stanza, familiare e disordinata, ce l’avevo un po’ con me stessa. Che razza di sogno, proprio la notte prima del matrimonio! Così imparavo a tormentarmi con storie inquietanti nel cuore della notte.

Impaziente di scrollare via l’incubo, mi vestii e corsi in cucina molto prima del necessario. Innanzitutto rassettai le stanze già in ordine e quando Charlie si alzò gli preparai i pancake. Ero troppo nervosa per mangiare qualcosa, perciò restai al mio posto saltellando sulla sedia.

«Devi essere dal signor Weber alle tre», gli ricordai.

«Non ho granché da fare oggi, Bells, a parte passare a prendere il pastore. È difficile che mi dimentichi dell’unico impegno che ho».

Per il matrimonio, Charlie si era preso un’intera giornata di permesso e ora non sapeva come riempirla. Di tanto in tanto lanciava uno sguardo furtivo sotto le scale, verso l’armadio che custodiva i suoi attrezzi da pesca.

«Non è l’unico. Devi anche vestirti e renderti presentabile».

Si gettò a capofitto nella sua tazza di cereali e a mezza voce borbottò la parola «pinguino».

Qualcuno bussò impaziente alla porta d’ingresso.

«Pensi di passartela male», dissi mentre mi alzavo da tavola con una smorfia. «Io starò tutto il giorno come una bambolina fra le mani di Alice».

Charlie annuì pensieroso e ammise che a lui toccava la prova meno ardua. Mi chinai a baciarlo sul capo mentre gli passavo accanto — lui arrossì e brontolò qualcosa -, pronta ad accogliere la mia migliore amica e futura sorella.

I capelli neri e corti di Alice non erano disordinati come al solito ma sistemati in un’acconciatura a onde che ne circondava il viso da folletto, che contrastava con la sua espressione indaffarata. Mi trascinò fuori casa con un «Ciao, Charlie» appena accennato indirizzato alle sue spalle.

Poi mi esaminò, mentre salivo sulla sua Porsche.

«Oh, accidenti, guarda che occhi!». Sibilò la sua disapprovazione. «Cos’hai fatto? Sei stata sveglia tutta la notte?».

«Quasi».

Mi guardò in cagnesco. «Non ho molto tempo per renderti strepitosa, Bella: avresti potuto trattare meglio la mia materia prima».

«Nessuno si aspetta che io sia strepitosa. Il vero rischio è che mi addormenti durante la cerimonia e non riesca a dire "sì" al momento giusto, facendo scappare Edward».

Rise. «Quando arriva il momento ti tirerò addosso il mio bouquet».

«Grazie».

«Avrai anche troppo tempo per dormire domani, in aereo».

Alzai un sopracciglio. Domani, riflettei. Secondo il programma, saremmo partiti subito dopo il ricevimento e se domani fossimo stati ancora in aereo... be’, di certo la nostra meta non era dietro l’angolo. Edward non aveva fatto trapelare nulla. Non ero particolarmente ansiosa di scoprire il mistero, ma era davvero strano ignorare dove avrei dormito la notte seguente. Magari... non proprio dormito.

Alice capì di aver detto troppo e si rabbuiò.

«È tutto pronto per la partenza», disse per distrarmi.

Funzionò. «Alice, avresti almeno potuto lasciarmi fare le valigie!».

«Ti avrei dato troppi indizi».

«E ti saresti negata un’occasione di fare shopping».

«Fra sole dieci ore ufficialmente sarai mia cognata... direi che è ora di superare questa avversione per i vestiti nuovi».

Restai a guardare dal finestrino, imbronciata e cupa, finché non fummo nei pressi della loro casa.

«È già tornato?», domandai.

«Non preoccuparti, arriverà prima che inizi la musica. Ma presto o tardi che sia, non devi vederlo. Rispettiamo la tradizione».

«La tradizione!», sbuffai.

«Anche se gli sposi non sono tradizionali».

«Lo sai anche tu che ha già sbirciato».

«Invece no, e questo è il motivo per cui sono stata l’unica a vederti con il vestito. Ho fatto molta attenzione a non pensarci mai, con lui nei paraggi».

«Be’, vedo che hai riciclato le decorazioni della festa per il diploma», dissi mentre imboccavamo la stradina alberata. Quei cinque chilometri erano di nuovo avvolti da migliaia di lucine intermittenti. Ma stavolta Alice aveva aggiunto fiocchi di raso bianco.

«Il risparmio è il miglior guadagno. Goditi queste, perché non vedrai le decorazioni all’interno fino all’ultimo». Entrò nel cavernoso garage sul lato settentrionale della casa; la grossa Jeep di Emmett non c’era ancora.

«E da quando la sposa non può vedere gli addobbi?», protestai.

«Da quando mi ha affidato i preparativi. Voglio che ti goda l’effetto d’insieme quando scenderai lo scalone».

Prima che entrassimo in cucina mi coprì gli occhi con la mano. Il profumo mi assalì immediatamente.

«Troppo?». La voce di Alice si fece subito preoccupata. «Sei il primo essere umano a entrare, spero di averci azzeccato».

«Ma è meraviglioso!», la rassicurai. Quasi inebriava, ma era tutt’altro che nauseante e l’equilibrio fra aromi diversi era sottile e impeccabile. «Fiori d’arancio... lillà... e qualcos’altro. Giusto?».

«Brava, Bella. Ti sono sfuggite soltanto la fresia e le rose».

Non mi scoprì gli occhi finché non entrammo nel suo immenso bagno. Osservai il lungo bancone, sepolto sotto un armamentario da salone di bellezza, e iniziai ad avvertire i postumi della notte insonne.

«È davvero necessario? Accanto a lui sembrerò comunque insignificante».

Mi spinse su una sediolina rosa. «Nessuno oserà dire che sei "insignificante" dopo che avrò finito».

«Per forza, avranno paura che tu li dissangui», brontolai. Mi lasciai andare sulla sedia e chiusi gli occhi, nella speranza di schiacciare un sonnellino. Scivolai nel dormiveglia riemergendone di tanto in tanto, mentre Alice usava maschere per levigare e far risplendere tutta la superficie del mio corpo.

Dopo pranzo Rosalie passò silenziosa davanti alla porta del bagno, vestita di un abito da sera argenteo e scintillante, i capelli d’oro raccolti in una corona morbida sulla testa. Era così bella da farmi venir voglia di piangere. Che senso aveva mettermi elegante se c’era lei nei paraggi?

«Sono tornati», disse Rosalie e il mio infantile attacco di angoscia sparì all’istante. Edward era qui, a casa.

«Non farlo entrare!».

«Oggi non ti si avvicinerà», la rassicurò Rosalie. «Non gli va di rischiare la vita. Esme li ha mandati a finire i preparativi sul retro. Serve aiuto? Posso farle i capelli».

Restai attonita a bocca aperta. Rosalie non era mai stata una mia ammiratrice. Oltretutto, tanto per rendere ancora più tesi i nostri rapporti, si sentiva offesa nell’intimo dalla scelta che stavo per fare. Nonostante la sua incredibile bellezza, l’amore della sua famiglia e l’anima gemella che aveva trovato in Emmett, avrebbe ceduto tutto pur di tornare umana. Invece, io stavo per gettar via senza pietà tutto ciò che lei desiderava dalla vita, neanche fosse spazzatura. La cosa non aveva affatto contribuito a ingraziarmela.

«Certo», rispose Alice tranquilla. «Puoi iniziare a intrecciarli. Voglio una cosa complicata. Il velo va qui, al di sotto». Iniziò ad armeggiare fra i miei capelli, che sollevava e annodava per mostrare in dettaglio la sua idea. Terminata la spiegazione, le mani di Rosalie rimpiazzarono le sue e modellarono la mia chioma, sfiorandola leggere come piume. Alice tornò a occuparsi del mio viso.

Dopo averla elogiata per la sua opera, Alice spedì Rosalie a recuperare il mio abito e a rintracciare Jasper, che aveva il compito di passare a prendere mia madre e suo marito Phil in albergo.

Al piano terra sentivo il rumore lontano della porta d’ingresso che si apriva e chiudeva di continuo. Le voci iniziarono a fluttuare fino alla nostra stanza.

Alice mi fece alzare in piedi, per infilarmi il vestito senza toccare i capelli e il trucco. Mentre chiudeva la lunga fila di bottoni perlati sulla schiena, le gambe mi tremavano così forte da produrre increspature sul raso.

«Respira a fondo, Bella», disse Alice. «E cerca di rallentare il battito del cuore. Non vorrai sciogliere il tuo nuovo viso con il sudore?».

Le rivolsi l’espressione più sarcastica che potevo. «Ci starò attenta».

«Ora devo vestirmi. Riesci a tener duro per due minuti?».

«Ehm... forse».

Alzò gli occhi al cielo e sfrecciò fuori.

Mi concentrai sul respiro, contandone ogni movimento mentre fissavo i riflessi prodotti dalla luce del bagno sul tessuto splendente della gonna. Avevo paura di guardarmi allo specchio: temevo che la mia immagine in abito da sposa mi spedisse a rotta di collo verso un attacco di panico in grande stile.

Alice tornò prima del mio duecentesimo respiro, con un abito che avvolgeva come una cascata argentea il suo corpo sottile.

«Alice... wow».

«Non è niente. Nessuno mi guarderà oggi. Non in tua presenza».

«Spiritosa!».

«Ora, riesci a controllarti o devo chiamare Jasper?».

«Sono tornati? C’è anche mamma?».

«È appena entrata. Sta salendo».

Renée era arrivata due giorni prima e avevo trascorso ogni istante possibile con lei, o meglio, ogni momento in cui riuscivo ad allontanarla da Esme e dagli addobbi. Per come la vedevo, si stava divertendo più di una bambina chiusa per una notte dentro Disneyland. In un certo senso, mi sentivo tradita come Charlie. Tutto il terrore sprecato nei confronti della sua reazione...

«Oh, Bella!», squittì entusiasta prima ancora di aver oltrepassato la soglia. «Oh, tesoro, sei un incanto! Sono così commossa! Alice, sei straordinaria! Tu ed Esme dovreste mettervi in affari come organizzatrici di matrimoni. Dove hai trovato il vestito? È sontuoso! Così aggraziato ed elegante. Bella, sembri uscita da un romanzo di Jane Austen». La voce di mia madre mi sembrava un po’ lontana e tutta la stanza era leggermente sfocata. «Che idea creativa, lo stile è lo stesso dell’anello di fidanzamento. Che cosa romantica! E pensare che appartiene alla famiglia di Edward da due secoli!».

Scambiai un breve sguardo complice con Alice. Quanto allo stile del vestito, mia madre si sbagliava di un centinaio d’anni abbondante. E il vero fulcro della cerimonia non era l’anello, ma Edward.

Sulla porta qualcuno si schiarì la voce, rumoroso e goffo.

«Renée, Esme dice che dovete finire di sistemare giù», disse Charlie.

«Ehi, Charlie, sei uno schianto!», disse Renée quasi sbalordita. Forse fu questo a provocare l’irritazione di mio padre.

«Alice mi ha beccato».

«Davvero è già ora?», mormorò Renée con un nervosismo che ricordava un po’ il mio. «Il tempo è volato. Mi gira la testa».

E lo stesso accadeva a me.

«Abbracciami prima che scenda», insistette Renée. «Attenta a non strappare niente».

Mia madre mi strinse con delicatezza per la vita, fece per uscire, si girò di nuovo e tornò di fronte a me.

«Oh, santo cielo, quasi mi stavo dimenticando! Charlie, dov’è la scatola?».

Mio padre si frugò a fondo nelle tasche e ne tirò fuori una scatoletta bianca che diede a Renée. Renée sollevò il coperchio e me la offrì.

«Qualcosa di blu», disse.

«E di vecchio, direi. Erano di nonna Swan», aggiunse Charlie. «Abbiamo fatto sostituire gli Strass originali con degli zaffiri».

La scatola custodiva due fermacapelli d’argento massiccio. Sopra i pettini, degli zaffiri blu scuro erano incastonati in mezzo a intricati disegni floreali.

Sentii un groppo in gola. «Mamma, papà... non dovevate».

«Alice non ci ha lasciato fare nient’altro», rispose Renée. «Ogni volta che ci provavamo, sembrava che volesse sgozzarci».

Una risatina isterica scoppiò dalle mie labbra.

Alice si avvicinò e in un attimo fissò i fermacapelli alla base delle folte trecce. «Abbiamo qualcosa di vecchio e qualcosa di blu», rimuginò mentre faceva qualche passo indietro per ammirarmi. «E il tuo vestito è nuovo... perciò...».

Mi lanciò qualcosa. Con un gesto automatico sporsi le mani, fra le quali atterrò una delicata giarrettiera bianca.

«Quella è in prestito e la rivoglio indietro», disse Alice.

Arrossii.

«Bene», replicò soddisfatta. «Avevi proprio bisogno di un po’ di colore. Sei ufficialmente perfetta». Abbozzò un sorriso compiaciuto e si rivolse ai miei genitori. «Renée, è ora di scendere».

«Sissignora». Renée mi soffiò un bacio e si affrettò verso la porta.

«Charlie, prendi tu i fiori, per favore?».

Uscito Charlie, Alice mi strappò di mano la giarrettiera e si chinò sotto la mia gonna. Sorpresa e malferma, sentii la sua mano fredda afferrarmi la caviglia per infilarla.

Si rialzò prima che Charlie tornasse con i due bouquet bianchi e vaporosi. Il profumo di rose, fiori d’arancio e fresia mi avvolse in una nebbia leggera.

Rosalie, la migliore musicista di famiglia dopo Edward, iniziò a suonare il pianoforte al piano di sotto. Il Canone di Pachelbel. E io andai in iperventilazione.

«Su, Bells», disse Charlie. Poi si rivolse ad Alice, nervoso: «Non ha una bella cera. Pensi che ce la farà?».

La sua voce sembrava lontana. Non sentivo più le gambe.

«Le conviene».

Alice mi si avvicinò in punta di piedi per guardarmi meglio negli occhi e mi afferrò i polsi con le mani forti.

«Concentrati, Bella. Giù c’è Edward che ti aspetta».

Respirai a fondo per ricompormi.

La musica si trasformò lentamente in una nuova melodia. Charlie mi diede di gomito. «Bells, entriamo in campo».

«Bella?», domandò Alice senza mollare il mio sguardo.

«Sì», squittii. «Edward. Okay». Mi feci trascinare fuori dalla stanza al fianco di Charlie.

Nel salone la musica era più alta. Aleggiava per le scale assieme al profumo di milioni di fiori. Mi concentrai sull’idea di Edward che mi aspettava per convincere i miei piedi a muoversi in avanti.

La musica era nota: la classica marcia nuziale di Wagner arricchita da una marea di abbellimenti.

«Tocca a me», cinguettò Alice. «Conta fino a cinque e seguimi». Iniziò a volteggiare lenta ed elegante sulle scale. Dovevo aspettarmi che avere Alice come unica damigella sarebbe stato un errore. Scendere dopo di lei mi avrebbe fatta sembrare ancora più sgraziata.

Una fanfara trillò all’improvviso fra le note che si libravano. Riconobbi la mia battuta d’entrata.

«Non lasciarmi cadere, papà», sussurrai. Charlie prese la mia mano sottobraccio e la strinse forte.

Un passo alla volta, mi ripetei mentre iniziavamo la discesa al ritmo lento della marcia. Non alzai gli occhi finché i piedi non furono ben saldi sul pavimento, però sentivo le voci e il mormorio dei presenti mano a mano che riuscivano a vedermi. Il sangue m’inondò le guance: nella parte della sposa timida ero impeccabile.

Superate le insidiose scale, lo cercai. Per un breve istante mi lasciai distrarre dalle ghirlande di boccioli bianchi appese a ogni appiglio possibile nella stanza, punti fermi da cui partivano lunghe file di nastri sottilissimi di tulle. Poi distolsi lo sguardo da quella sorta di baldacchino, cercai fra le file di sedie avvolte nel raso bianco — sempre più rossa in viso, mentre affrontavo la folla di volti tutti girati verso di me — e infine lo trovai, davanti a un arco traboccante di altri fiori e altri nastri.

Quasi non mi accorsi che al suo fianco c’era Carlisle e alle loro spalle il padre di Angela. Non vidi mia madre nel posto in prima fila che probabilmente occupava, né la mia nuova famiglia o gli ospiti: avrebbero dovuto aspettare.

Non vedevo altro che il viso di Edward: colmava il mio orizzonte e sconvolgeva i miei pensieri. L’oro dei suoi occhi era morbido e ardente nel volto perfetto quasi accigliato, tanto profonda era l’emozione. Ma poi, quando incrociò il mio sguardo intimorito, si aprì in un sorriso esultante e mozzafiato.

In quell’istante, non fosse stato per la mano di Charlie che stringeva la mia, gli sarei corsa incontro a perdifiato lungo il corridoio che si apriva fra gli invitati.

La marcia era troppo lenta, sforzavo il mio passo a seguirne il ritmo. Grazie al cielo, la distanza era brevissima. Poi, finalmente, eccomi. Edward mi porse una mano. Charlie prese la mia e con un gesto simbolico vecchio quanto il mondo la posò su quella di Edward. Toccai il freddo miracolo della sua pelle e mi sentii a casa.

Ci scambiammo le promesse con le parole semplici e tradizionali già pronunciate milioni di altre volte, ma forse mai da una coppia come la nostra. Avevamo chiesto al signor Weber un solo piccolo cambiamento. E lui accettò di correggere «finché morte non ci separi» nel più appropriato «fino a quando entrambi vivremo».

In quel momento, mentre il pastore parlava, mi sembrò che il mio mondo, rimasto sottosopra così a lungo, iniziasse a tornare al suo posto. Capii che ero stata una sciocca a temere tutto questo, neanche fosse un regalo di compleanno indesiderato o una passerella imbarazzante come il ballo di fine anno. Incrociai lo sguardo luminoso e trionfante di Edward e capii che era una vittoria anche mia. Perché l’unica cosa che importasse era poter stare con lui.

Mi accorsi che piangevo soltanto al momento di pronunciare le parole che ci avrebbero unito.

«Sì», riuscii ad ansimare con un sussurro incomprensibile, battendo le palpebre per schiarirmi lo sguardo e vederlo meglio in volto.

Quando toccò a lui, la parola risuonò netta e trionfante.

«Sì», promise.

Il signor Weber ci dichiarò marito e moglie e le mani di Edward si avvicinarono al mio volto per cingerlo con dolcezza, come fosse delicato quanto i petali bianchi che dondolavano sulle nostre teste. Accecata dal velo di lacrime, cercai di capacitarmi del fatto surreale che quella persona straordinaria fossi io. Quasi fosse possibile, anche i suoi occhi dorati sembravano gonfi di lacrime. Piegò la testa verso di me e io mi alzai in punta di piedi, gettandogli le braccia al collo, con il bouquet e tutto il resto.

Fu un bacio tenero, adorante. Dimenticai la folla, il luogo, il tempo, la ragione. Ricordavo solo che mi amava, che mi voleva, che ero sua.

Lui lo aveva iniziato e stava a lui concludere quel bacio, ma io lo strinsi forte, ignorando le risatine e i colpi di tosse dei presenti. Alla fine le sue mani lasciarono il mio viso e, troppo presto, fece un passo indietro per guardarmi. A prima vista, il suo sorriso spontaneo sembrava divertito, quasi compiaciuto. Ma dietro il momentaneo divertimento per la mia esibizione pubblica c’era una gioia profonda, eco della mia.

La folla scoppiò in un applauso ed Edward si voltò con me verso i nostri amici e parenti. Io però non riuscivo ad allontanare lo sguardo dal suo volto.

Le braccia di mia madre furono le prime a trovarmi, il suo viso solcato di lacrime il primo che vidi quando, controvoglia, distolsi gli occhi da Edward. Poi fu un susseguirsi di abbracci, da un invitato all’altro, senza capire bene chi mi stringesse, mentre la mia attenzione era tutta concentrata sulla mano di Edward intrecciata alla mia. Riconoscevo la differenza fra gli abbracci morbidi e caldi degli umani e quelli delicati e freddi della mia nuova famiglia.

Un abbraccio rovente si distinse fra tutti: Seth Clearwater aveva sfidato la folla di vampiri per sostituire il mio amico licantropo assente.

4 Gesto

La cerimonia confluì armonicamente nel ricevimento, a conferma dell’infallibile organizzazione di Alice. Sul fiume si rifletteva scintillando il crepuscolo: la funzione era durata esattamente il tempo necessario a che il sole si abbassasse dietro gli alberi. Mentre Edward mi guidava oltre le vetrate nel giardino posteriore, i raggi brillavano fra i rami e accendevano il bianco dei fiori. Qui all’esterno, in diecimila componevano il baldacchino profumato e arioso che sovrastava la pista da ballo allestita sull’erba fra due degli antichi cedri.

Tutto rallentò e si fece più rilassato, mentre la dolce sera d’agosto calava su di noi. La piccola folla si sparpagliò sotto il tenue chiarore delle lucine e gli amici appena abbracciati ci seguirono per festeggiarci. Questo era il momento di parlare, di divertirci.

«Congratulazioni, ragazzi», disse Seth Clearwater, chinando la testa sotto una ghirlanda di fiori. La madre, stretta al suo fianco, sbirciava gli ospiti con intensità e timore. Il viso di Sue era scarno e l’espressione fiera era accentuata dall’acconciatura austera dei capelli corti, come li portava la figlia Leah: chissà, forse li aveva tagliati così per dimostrarle solidarietà. Billy Black, all’altro lato di Seth, non era altrettanto nervoso.

Quando guardavo il padre di Jacob mi sembrava sempre di vedere due persone anziché una sola. C’era l’anziano sulla sedia a rotelle, con il volto rugoso e il sorriso splendente visibile a chiunque. E poi c’era il discendente diretto di una lunga stirpe di capi potenti e magici, avvolto nell’autorità che lo accompagnava dalla nascita. La magia, in assenza di cause scatenanti, non aveva toccato la sua generazione, ma Billy condivideva quel potere e quella leggenda che scorrevano attraverso di lui fino a suo figlio, l’erede che aveva voltato le spalle alla magia. Ciò aveva fatto di Sam Uley il primo depositario delle leggende e dei poteri...

Considerati la compagnia e l’evento, Billy sembrava stranamente a proprio agio e le sue pupille nere brillavano come avesse appena ricevuto buone notizie. Restai colpita dalla sua pacatezza. Ai suoi occhi questo matrimonio doveva sembrare una cosa bruttissima, anzi la peggiore che potesse capitare alla figlia del suo migliore amico.

Ero consapevole che per lui non era facile moderare i sentimenti, dato che un evento del genere poteva mettere in crisi l’antico patto fra i Cullen e i Quileute, quello che proibiva ai Cullen di creare altri vampiri. I lupi sapevano che stava per essere infranto, ma gli altri non avevano idea di quale reazione aspettarsi. Prima dell’alleanza, si sarebbe scatenato un attacco fulmineo. Una guerra. Ma, adesso che si conoscevano meglio, c’era spazio per l’indulgenza?

Come per rispondere a questo pensiero, Seth si fece incontro a Edward a braccia aperte. Edward ricambiò senza staccarsi da me.

Notai un leggero brivido in Sue.

«È bello vedere che te la passi bene, amico», disse Seth. «Sono contento per te».

«Grazie, Seth. Te ne sono davvero grato». Edward sciolse l’abbraccio e si rivolse a Sue e Billy. «Grazie anche a voi. Per aver lasciato venire Seth. Per essere accanto a Bella oggi».

«Prego», disse Billy con la sua voce profonda e rauca, e restai sorpresa dall’ottimismo che sprigionava. Forse all’orizzonte c’era una tregua più solida.

Iniziava a formarsi una piccola fila, perciò Seth salutò e spinse Billy verso il buffet. Sue li accompagnò tenendo le mani sulle loro spalle.

Dopo di loro, furono Angela e Ben a reclamarci, seguiti dai genitori di Angela e poi da Mike e Jessica, che, con mia gran sorpresa, si tenevano per mano. Non sapevo che fossero tornati insieme. Meno male.

Alle spalle degli amici umani c’erano le mie nuove cugine acquisite del clan di Denali. Mi resi conto che stavo trattenendo il respiro quando la prima delle vampire, Tanya a giudicare dalla sfumatura rossiccia dei riccioli biondi, si avvicinò ad abbracciare Edward. Accanto a lei, tre vampiri dagli occhi dorati mi guardavano con evidente curiosità. Una delle donne aveva pallidi capelli biondi, dritti e lisci come granturco. L’altra e l’uomo che le stava a fianco avevano i capelli neri, con un’ombra olivastra sul colorito smunto della pelle.

E tutti e quattro erano tanto belli da farmi venire il mal di stomaco.

Tanya era ancora abbracciata a Edward.

«Ah, Edward», disse, «mi sei mancato».

Lui ridacchiò e con destrezza sciolse l’abbraccio, le posò leggero una mano sulla spalla e fece un passo indietro, come per guardarla meglio. «Ne è passato di tempo, Tanya. Ti trovo bene».

«Anch’io».

«Lascia che ti presenti mia moglie». Per la prima volta Edward aveva tutte le ragioni di chiamarmi così e sembrava esplodere di soddisfazione. Il clan di Denali rispose con un’allegra risata. «Tanya, questa è la mia Bella».

Tanya era adorabile come l’avevo immaginata nei miei incubi peggiori. M’inchiodò con uno sguardo molto più riflessivo che rassegnato e mi offrì la mano.

«Benvenuta in famiglia, Bella». Fece un sorriso mesto. «Noi ci consideriamo la famiglia allargata di Carlisle e mi dispiace davvero che di recente non abbiamo, ehm... onorato la parentela. Avremmo dovuto conoscerci prima. Saprai perdonarci?».

«Ma certo», risposi d’un fiato. «Sono felice di conoscervi».

«Ora i Cullen sono tutti accoppiati. Magari fra un po’ toccherà anche a noi, eh, Kate?». Sorrise alla bionda.

«Continua a sognare», disse Kate e alzò gli occhi dorati al cielo. Sfilò la mia mano da quella di Tanya e la strinse con delicatezza. «Benvenuta, Bella».

La donna dai capelli scuri aggiunse la sua mano alle nostre. «Io sono Carmen, lui è Eleazar. Siamo tutti molto lieti di conoscerti, finalmente».

«An-anch’io», balbettai.

Tanya lanciò un’occhiata alle persone in attesa dietro di lei: Mark, il vice di Charlie, e sua moglie li osservavano attoniti.

«Ci conosceremo meglio più avanti. Abbiamo un’eternità per farlo!», rise Tanya mentre passava oltre assieme alla sua famiglia.

Rispettammo tutti i rituali tradizionali. Restai accecata dai flash mentre tagliavamo una torta spettacolare, troppo grande, pensai, per un gruppo di amici e parenti piuttosto ristretto. A turno ci imboccammo a vicenda ed Edward divorò con coraggio la sua porzione sotto il mio sguardo sbalordito. Lanciai il bouquet con destrezza inaspettata, proprio fra le mani di un’incredula Angela. Emmett e Jasper ruggirono divertiti quando arrossii dopo che Edward mi tolse la giarrettiera — che mi era scesa quasi fino alla caviglia — con i denti e con molta cautela. Mi fece l’occhiolino e la sparò dritta in faccia a Mike Newton.

E non appena iniziò la musica, Edward mi prese fra le braccia per il primo giro di ballo obbligatorio. Lo seguii di cuore, malgrado la mia paura di danzare, soprattutto in pubblico, felicissima di stringermi a lui. Edward guidò i miei passi e io piroettai senza sforzo sotto il bagliore di un baldacchino di luci e flash.

«Ti stai divertendo, signora Cullen?», mi sussurrò all’orecchio.

Sorrisi. «Ci vorrà un po’ per abituarmi».

«Di tempo ne abbiamo», mi ricordò, esultante, e si chinò a baciarmi mentre ballavamo, fra gli scatti febbrili delle macchine fotografiche.

La musica cambiò e Charlie tamburellò sulla spalla di Edward.

Non fu altrettanto facile ballare con lui. Non era affatto più bravo di me, perciò ci limitammo a dondolarci come nel ballo del mattone.

Edward ed Esme ci volteggiavano attorno come Fred Astaire e Ginger Rogers.

«A casa mi mancherai, Bella. Mi sento già solo».

Risposi con il groppo in gola, cercando di scherzarci su. «È davvero una tragedia costringerti a cucinare, una colpa assolutamente criminale. Potresti arrestarmi».

Sorrise. «Troverò un modo per sfamarmi. Basta che mi chiami appena puoi».

«Promesso».

Sembrava che tutti volessero ballare con me. Rivedere i miei vecchi amici era bello, ma sopra ogni altra cosa volevo stare accanto a Edward.

Per fortuna si fece largo fra gli ospiti appena mezzo minuto dopo l’inizio di una nuova canzone.

«Mike ancora non ti va giù, eh?», commentai mentre Edward mi sfilava dalle sue braccia.

«Non quando mi tocca ascoltare i suoi pensieri. Gli è andata bene che non l’ho cacciato via. O peggio».

«Eh, sì».

«Non sei ancora riuscita a vedere come stai?».

«Uhm, no, direi di no. Perché?».

«Perché forse non ti sei ancora resa conto che stasera sei di una bellezza mozzafiato. Non mi sorprende che Mike fatichi a trattenere pensieri impuri su una donna sposata. E m’infastidisce molto che Alice non abbia fatto in modo da costringerti a passare davanti allo specchio».

«La tua è un’opinione di parte, lo sai».

In silenzio mi fece voltare verso le vetrate che riflettevano la festa come un lungo specchio e m’indicò la coppia riflessa esattamente davanti a noi.

«Di parte, dici?».

Colsi soltanto con la coda dell’occhio l’immagine di Edward — il perfetto duplicato del suo viso perfetto — al fianco di una bellezza dai capelli scuri. La sua pelle era come panna e rose, gli occhi sgranati dall’entusiasmo e coronati da folte ciglia. La guaina stretta del vestito bianco scintillante si allargava nello strascico quasi fosse una calla capovolta e il taglio dell’abito era così perfetto da rendere il suo corpo elegante e aggraziato, almeno finché restava immobile.

Prima che con un battito di ciglia la bellezza si trasformasse in me, Edward s’irrigidì e si voltò automaticamente nell’altra direzione, come se qualcuno lo avesse chiamato.

«Oh!», esclamò. Per un brevissimo istante aggrottò le sopracciglia. Poi di colpo si aprì in un sorriso raggiante.

«Che c’è?», domandai.

«Un regalo di nozze a sorpresa».

«Eh?».

Non rispose, ma riprese a ballare trascinandomi nella direzione opposta, lontano dalle luci, là dove cominciava la notte, che circondava la pista da ballo luminosa.

Si fermò soltanto quando raggiungemmo il lato buio di un grande cedro. Guardò dritto verso l’ombra più nera.

«Grazie», disse all’oscurità. «Sei stato molto... gentile».

«"Gentile" è il mio secondo nome», rispose una voce roca e familiare, dal nero della notte. «Posso intromettermi?».

La mia mano corse alla gola e, se Edward non mi avesse tenuta in piedi, sarei crollata.

«Jacob!», ansimai non appena ripresi a respirare. «Jacob!».

«Ciao, Bella».

Arrancai verso il suono della sua voce. Edward non mollò il mio braccio finché non avvertii un altro paio di mani forti afferrarmi nel buio. Mentre Jacob mi avvicinava a sé, sentivo il calore della sua pelle bruciare attraverso il vestito di raso sottile. Non si sforzò neanche di ballare: mi abbracciò, mentre il mio viso affondava nel suo petto. Si chinò per sfiorarmi la fronte con la guancia.

«Rosalie non mi perdonerà se non le concedo il giro di pista che le devo», mormorò Edward e compresi che stava per lasciarci soli e farmi un regalo tutto suo: quel momento assieme a Jacob.

«Oh, Jacob». Ero scoppiata a piangere, quasi non riuscivo a parlare. «Grazie».

«Smettila di frignare, Bella. Ti rovini il vestito. Sono io, punto».

«Punto? Oh, Jake! Ora è tutto perfetto».

Sbuffò. «Già, la festa può iniziare. Finalmente il testimone è arrivato».

«Ora tutti quelli a cui voglio bene sono qui».

Sentii le sue labbra sfiorarmi i capelli. «Scusa il ritardo, dolcezza».

«Sono strafelice che tu sia qui!».

«L’idea era questa».

Lanciai un’occhiata agli ospiti, ma i ballerini m’impedivano di scorgere il punto in cui poco prima avevo visto il padre di Jacob. Non sapevo se fosse rimasto. «Billy sa che sei qui?». Non feci in tempo a chiederlo e già mi diedi la risposta: ecco la spiegazione a tanto buonumore.

«Di sicuro Sam gliel’ha detto. Andrò a trovarlo quando... quando finisce la festa».

«Sarà contentissimo di riaverti a casa».

Jacob si scostò, raddrizzandosi e cingendomi la vita. L’altra mano afferrò la mia, la destra, portandola al petto. Percepivo il battito del suo cuore sotto il mio palmo e intuii che non l’aveva fatto per caso.

«Non so se otterrò più di un ballo», disse e iniziò a guidarmi lentamente in circolo, senza seguire il ritmo della musica alle nostre spalle. «Meglio approfittarne».

Ci muovevamo al ritmo del suo cuore, che palpitava sotto la mia mano.

«Sono felice di essere venuto», disse Jacob piano, dopo qualche istante. «Non credevo di poterlo essere. Ma è bello vederti... ancora. Non è triste come immaginavo».

«Non voglio che tu sia triste».

«Lo so. E non sono qui per farti sentire in colpa».

«No... sono molto felice che tu ci sia. È il miglior regalo che potessi farmi».

Rise. «Meglio così, perché non ho fatto in tempo a passare a prenderne uno vero».

I miei occhi si stavano abituando al buio e riuscivo a scorgere il suo volto, più in alto di quanto mi aspettassi. Possibile che fosse cresciuto ancora? Ormai era più vicino ai due metri che al metro e ottanta. Era un sollievo rivedere i suoi tratti familiari dopo tanto tempo: quegli occhi infossati nascosti sotto le sopracciglia nere arruffate, gli zigomi alti, le labbra piene distese sui denti lucidi nel sorriso sarcastico che faceva il paio con il tono di voce. Ma, ai bordi, gli occhi erano tesi, anzi attenti: capii che cercava di muoversi con la massima cautela. Faceva tutto il possibile per rendermi felice senza tradirsi né mostrare quanto gli costasse.

Non avevo mai fatto niente di così buono da meritare un amico come Jacob.

«Quando hai deciso di tornare?».

«Consciamente o inconsciamente?». Respirò a fondo, prima di rispondere alla sua stessa domanda. «Non so, davvero. Credo di aver vagato un po’ in questa direzione, forse perché era proprio la mia meta. Però soltanto stamattina ho iniziato a correre. Non ero sicuro di farcela». Rise. «Non sai che sensazione assurda sia camminare di nuovo a due zampe. E i vestiti! La cosa più stramba sta proprio nel fatto che mi sembra un’assurdità. Non me l’aspettavo. Sono fuori allenamento con le faccende umane».

Volteggiavamo sicuri.

«Sarebbe stato un peccato non riuscire a vederti così, però. Vale tutto il viaggio. Stasera sei incredibile, Bella. Meravigliosa».

«Alice si è dedicata parecchio a me oggi. E il buio aiuta».

«Per me non è così buio, lo sai».

«Già». I sensi dei licantropi. Com’era facile dimenticare i suoi poteri, tanto appariva umano. Soprattutto in quel momento.

«Ti sei tagliato i capelli».

«Sì. Così è più facile. Valeva la pena di sfruttare il paio di mani che abbiamo».

«Ti dona», mentii.

Lui sbuffò. «Va bene, l’ho fatto da solo, con un trinciapollo arrugginito». Per un istante affiorò il suo sorriso ampio, che però svanì in un’espressione seria. «Sei felice, Bella?».

«Sì».

«Okay». Lo sentii scrollare le spalle. «Immagino sia la cosa più importante».

«E tu come stai, Jacob? Sinceramente».

«Sto bene, Bella, sinceramente. Non devi più preoccuparti per me. Puoi anche smettere di scocciare Seth».

«Non è per te che lo scoccio. Seth mi piace».

«È un bravo ragazzo. Meglio di certi altri. Te lo assicuro, vivere da lupo sarebbe quasi perfetto se riuscissi a liberarmi delle voci nella testa».

Quella frase mi fece ridere. «Eh sì, nemmeno io riesco a mettere a tacere la mia».

«Nel tuo caso, si tratterebbe di pazzia. D’altronde, ho sempre saputo che sei pazza», mi punzecchiò.

«Grazie».

«Probabilmente è più facile essere pazzi che condividere i pensieri del branco. Le voci dei matti non chiamano dei babysitter per sorvegliarli».

«Eh?».

«Sam è qui in giro. Accompagnato. Per precauzione, sai com’è».

«Com’è come?».

«Come nel caso in cui non riuscissi a trattenermi, o cose del genere. In caso decidessi di guastarvi la festa». Un sorriso fulmineo balenò in risposta a quella che probabilmente per lui era una prospettiva piacevole. «Ma non sono qui per rovinarti il matrimonio, Bella. Sono qui...». Non terminò la frase.

«Per renderlo perfetto».

«Questo sarebbe troppo».

«Ma alto come sei, hai le spalle larghe, no?».

Grugnì alla mia brutta battuta e sospirò. «Sono qui per esserti amico. Il tuo migliore amico, un’ultima volta».

«Sam dovrebbe darti più fiducia».

«Be’, forse sono un ipersensibile. Magari sono venuti per tenere d’occhio Seth. Qui ci sono tanti vampiri. Seth non la prende sul serio come dovrebbe».

«Seth sa di non essere in pericolo. Capisce i Cullen molto più di Sam».

«Certo, certo», si arrese Jacob per evitare un battibecco.

Era strano vederlo nel ruolo del diplomatico...

«Mi dispiace per le voci», dissi. «Vorrei poter migliorare le cose». In più di un senso.

«Non va poi così male. Sto solo frignando un po’».

«Sei... felice?».

«Be’, quasi. Ma basta parlare di me. Oggi la stella sei tu». Ridacchiò. «Scommetto che ne vai matta: essere al centro dell’attenzione».

«Già. Non è mai abbastanza».

Rise e lanciò un’occhiata alle mie spalle. A labbra contratte studiò il bagliore scintillante del ricevimento, la girandola aggraziata dei ballerini, i petali che cadevano fluttuando dalle ghirlande. Seguivo il suo sguardo e tutto appariva molto lontano dal nostro spazio nero e silenzioso. Quasi fosse il bianco vorticare della neve dentro una palla di vetro.

«Questo glielo concedo», disse. «Quando si tratta di feste ci sanno fare».

«Alice è una forza della natura, inarrestabile».

«La canzone è finita. Me ne concedi un’altra? O è chiedere troppo?».

Strinsi la mano alla sua. «Puoi averne quante ne vuoi».

Rise. «Sarebbe interessante. Ma è meglio che mi fermi a due. Non voglio che la gente mormori».

E riprendemmo a muoverci in circolo.

«Ormai dovrei essere abituato a dirti addio», bisbigliò.

Cercai di ricacciare indietro il nodo che mi sentivo in gola, ma non ci riuscivo.

Jacob mi guardò accigliato. Mi passò le dita sulla guancia per asciugare le lacrime.

«Non dovresti essere tu a piangere, Bella».

«Tutti piangono ai matrimoni», dissi con un filo di voce.

«Questo è ciò che vuoi, no?».

«Sì».

«Allora sorridi».

Ci provai. Rise della mia smorfia.

«Ti ricorderò così. Farò finta...».

«Cosa? Che io sia morta?».

Digrignò i denti. Lottava contro se stesso, contro la decisione di rendere la sua presenza un regalo e non una punizione. Sapevo cosa avrebbe voluto dire.

«No», rispose infine. «Ma nei miei pensieri ti vedrò come sei ora. Le guance rosa. Il cuore che batte. Pronta a inciampare ovunque. Cose così...».

Con tutta la forza che avevo, gli pestai di proposito un piede.

Sorrise. «Ora ti riconosco».

Fece per dire qualcos’altro, ma chiuse la bocca all’improvviso. Era ancora tormentato e serrava i denti sulle parole che non voleva pronunciare.

Un tempo frequentarci era stato facile. Spontaneo come respirare. Ma, dopo il ritorno di Edward nella mia vita, il nostro rapporto si era trasformato in una tensione continua. Perché, secondo Jacob, scegliendo Edward avevo scelto un destino peggiore della morte, o perlomeno altrettanto grave.

«Che c’è, Jake? Dimmelo. Puoi dirmi tutto».

«Io... io... non ho niente da dirti».

«E dai, per favore. Sputa il rospo».

«Ma è vero. Non è... è, sì, è una domanda. Una cosa che devi dirmi».

«Chiedi».

Si trattenne ancora per qualche istante e infine cedette. «Non dovrei. Non importa. È solo curiosità morbosa».

Capii, perché lo conoscevo troppo bene.

«Non è stasera, Jacob», sussurrai.

La mia umanità ossessionava Jacob ancor più di Edward. Sapendo che erano limitati, per lui ogni battito del mio cuore era prezioso.

«Ah», abbozzò nel tentativo di nascondere il sollievo.

Iniziò un’altra canzone, ma non se ne accorse.

«Quando?», sussurrò.

«Non so ancora. Fra un paio di settimane, forse».

La sua voce, passata sulla difensiva, prese una sfumatura ironica. «Perché questo ritardo?».

«Non volevo trascorrere la luna di miele a contorcermi per il dolore».

«E come preferiresti passarla? Giocando a dama? Ah ah».

«Molto divertente».

«Scherzo, Bells. Però, sinceramente, non capisco che senso abbia. Non puoi avere una vera luna di miele con il tuo vampiro, allora, perché far finta? Diciamo pane al pane. Non è la prima volta che rimandi. Certo, questo è positivo», disse, con improvvisa franchezza. «Non esserne imbarazzata».

«Non sto rimandando niente», sbottai. «E se vuoi saperlo, , posso passare una vera luna di miele! Posso fare tutto ciò che voglio! Non sono affari tuoi!».

Di punto in bianco interruppe il nostro moto circolare. Per un istante mi domandai se si fosse accorto che la musica era cambiata e mi affannai a cercare il modo di mettere riparo al nostro bisticcio, prima di dirci addio. Non dovevamo salutarci così.

Ma poi sgranò gli occhi, pieni di una strana luce confusa e spaventata.

«Cosa?», ansimò. «Cos’hai detto?».

«Di che parli...? Jake? Che c’è che non va?».

«Cosa vuol dire? Una vera luna di miele? Mentre sei ancora umana? Stai scherzando? Non mi diverte per niente, Bella!».

Lo guardai in cagnesco. «Ho detto che non sono affari tuoi, Jake. Altroché se non lo sono. Non avrei... non avremmo dovuto neanche parlarne. Sono questioni private...».

Le sue mani enormi afferrarono le mie e le strinsero avvolgendole.

«Oh, Jake, lasciami andare!».

Mi diede uno strattone.

«Bella! Sei impazzita? Non puoi essere così stupida! Dimmi che stai scherzando!».

Mi diede un altro strattone. Le sue mani, strette come lacci, tremavano e mi facevano vibrare fin nelle ossa.

«Jake, basta!».

L’oscurità divenne subito affollatissima.

«Levale le mani di dosso!». La voce di Edward era fredda come il ghiaccio, affilata come un rasoio.

Alle spalle di Jacob, dalla notte nera si sentì un ringhio cupo, a cui se ne sovrappose un altro.

«Jake, fratello, allontanati». Era la voce agitata di Seth Clearwater. «Stai perdendo la testa».

Jacob s’impietrì, lo sguardo fisso e sconvolto.

«Così le fai male», sussurrò Seth. «Lasciala».

«Subito!», ringhiò Edward.

Jacob si lasciò cadere le mani sui fianchi e l’impeto del sangue che riprese a scorrermi nelle vene fu quasi un dolore improvviso. Prima che potessi accorgermi di altro, mani fredde sostituirono quelle calde e percepii come un turbine nell’aria che mi circondava.

In un battito di ciglia mi ritrovai in piedi, a un paio di metri da dove stavo prima. Teso, Edward era di fronte a me. Due lupi enormi, rannicchiati fra lui e Jacob, non sembravano aggressivi. Più che altro, cercavano di impedire la rissa.

E Seth — il quindicenne e allampanato Seth — stringeva con le lunghe braccia il corpo tremante di Jacob e cercava di allontanarlo. Se Jacob si fosse trasformato, così vicino a lui...

«E dai, Jake. Andiamo».

«Ti ammazzo», disse Jacob, la voce tanto soffocata dalla rabbia da essere ridotta a un sussurro. I suoi occhi, puntati su Edward, ardevano dalla furia. «Io ti ammazzo con le mie mani! Ora!». Tremava, in preda alle convulsioni.

Il lupo più grosso, quello nero, emise un ruggito improvviso.

«Seth, allontanati», sibilò Edward.

Seth tentò di nuovo di strattonare Jacob, talmente in preda alla rabbia che l’amico riuscì a trascinarlo indietro solo di pochissimo. «Non farlo, Jake. Vieni via. Andiamo».

Sam — il lupo più grande, quello nero — andò in aiuto di Seth. Appoggiò la testa imponente al petto di Jacob e spinse.

Seth tirava, Jake tremava, Sam spingeva: così sparirono veloci nell’oscurità.

L’altro lupo li seguì con lo sguardo. La luce era troppo debole per illuminare chiaramente il colore del suo pelo. Marrone cioccolato, forse? Allora era Quil?

«Mi dispiace», sussurrai al lupo.

«Ora va tutto bene, Bella», mormorò Edward.

Il lupo guardò Edward. I suoi occhi non erano amichevoli. Edward gli fece un cenno distaccato. Il lupo sbuffò e sparì sulle orme degli altri.

«Va bene», disse Edward fra sé prima di guardarmi. «Torniamo».

«Ma Jake...».

«È nelle mani di Sam. Se n’è andato».

«Edward, mi dispiace tanto. Sono stata stupida...».

«Non hai fatto niente di male...».

«Non sono capace di star zitta! Perché mai... Non avrei dovuto farmi trascinare così. Cosa mi è passato per la testa?».

«Non preoccuparti». Mi sfiorò il viso. «Dobbiamo tornare al ricevimento prima che qualcuno si accorga della nostra assenza».

Scossi il capo cercando di orientarmi. Prima che qualcuno si accorgesse? E chi non se n’era accorto?

Poi, mentre ci pensavo, capii che quel braccio di ferro, che nella mia mente era parso catastrofico, in realtà si era svolto in modo molto rapido e silenzioso, nella penombra.

«Lasciami due secondi ancora».

Se internamente sentivo il caos del panico e del dolore, non importava: importava soltanto ciò che stava fuori. Del resto, dovevo imparare a recitare per bene la mia parte.

«L’abito?».

«A posto. Non hai un capello in disordine».

Feci due respiri profondi. «Okay, andiamo».

Mi abbracciò e mi guidò verso la luce. Una volta passati sotto le lucine, mi fece girare con delicatezza sulla pista da ballo. Ci mescolammo agli altri ballerini come se non avessimo mai smesso di ballare.

Mi guardai attorno, ma nessuno sembrava stupito o spaventato. Soltanto i volti più pallidi mostravano qualche segno di tensione, ma lo nascondevano bene. Jasper ed Emmett erano l’uno di fianco all’altro, sul bordo della pista, ma probabilmente avevano seguito il faccia a faccia da vicino.

«Stai...».

«Sto bene, sul serio. Non posso credere di aver fatto una cosa del genere. Cos’ho che non va?».

«Tu proprio niente».

Mi aveva fatto così piacere rivedere Jacob. Sapevo che per lui era stato un grande sacrificio. Invece avevo rovinato tutto e trasformato il suo regalo in un disastro. Dovevano mettermi in quarantena.

Eppure non era il caso di lasciare che la mia idiozia rovinasse anche il resto della serata. Dovevo nascondere tutto, ficcarlo in un cassetto e lasciarcelo chiuso per un po’. Avevo un sacco di tempo per flagellarmi ripensandoci e al momento non potevo farci più nulla.

«È finita», dissi. «Non pensiamoci più, per stasera».

Mi aspettavo che Edward annuisse, ma restò in silenzio.

«Edward?».

Chiuse gli occhi e toccò la mia fronte con la sua. «Ha ragione Jacob», sussurrò. «Che diavolo mi passa per la testa?».

«Invece no». Cercai di restare impassibile agli occhi dei tanti amici che ci guardavano. «Jacob ha troppi pregiudizi per essere imparziale».

Edward mormorò qualcosa che somigliava a un «avrei dovuto farmi uccidere, per aver pensato...».

«Smettila», ribattei, secca. Presi il suo volto fra le mani e aspettai che aprisse gli occhi. «Tu e io. Questo è tutto ciò che importa. L’unica cosa a cui hai il permesso di pensare. Hai sentito?».

«Sì», sospirò.

«Dimentica l’apparizione di Jacob». Io potevo farcela. Dovevo farcela. «Fallo per me. Prometti che lascerai perdere».

Mi guardò negli occhi per un istante prima di rispondere. «Promesso».

«Grazie. Edward, io non ho paura».

«Io sì», sussurrò.

«No, per favore». Allora sorrisi. «A proposito, ti amo».

Rispose abbozzando un sorriso. «È il motivo per cui siamo qui».

«Stai monopolizzando la sposa», disse Emmett, che spuntò alle spalle di Edward. «Fammi ballare con la mia sorellina. Potrebbe essere l’ultima occasione per farla arrossire». Scoppiò nella sua solita risata fragorosa, indifferente alle situazioni serie.

A quanto pareva, c’erano un sacco di persone con le quali non avevo ancora ballato e ciò mi diede l’occasione di ricompormi e ritrovare l’equilibrio. Quando Edward tornò a reclamarmi, il cassetto-Jacob era chiuso e inaccessibile. Appena fui fra le sue braccia, riuscii a ridar vita alla sensazione gioiosa di poco prima, alla certezza che quella sera ogni dettaglio della mia vita fosse a posto. Sorrisi e posai la testa contro il suo petto. Mi abbracciò più forte.

«Potrei anche abituarmici», dissi.

«Non dirmi che hai superato i tuoi pregiudizi sul ballo».

«Ballare non è così male... con te. Più che altro pensavo una cosa», e mi strinsi a lui ancora di più, «che non ti dovrò mai abbandonare».

«No, mai più», promise e si chinò a baciarmi.

Fu un bacio di quelli seri, intenso, lento, che cresceva pian piano...

Mi ero praticamente dimenticata dove fossi, quando udii Alice: «Bella! È ora!».

Ebbi un breve moto di irritazione verso la mia nuova sorella che ci aveva interrotti.

Edward la ignorò; sentivo le sue labbra serrate alle mie, più impazienti di prima. Il mio cuore iniziò a correre e il palmo delle mie mani scivolò sul suo collo marmoreo.

«Non vorrai perdere l’aereo?», domandò Alice, ormai al mio fianco. «Chissà che bella luna di miele, accampati in aeroporto ad aspettare il prossimo volo».

Edward si voltò appena per mormorare: «Vattene, Alice». Poi tornò a premere le labbra sulle mie.

«Bella, non vorrai salire sull’aereo vestita così?», insistette lei.

Non le badai granché. Anzi, in quel momento non m’importava.

Alice soffocò un ruggito. «Le dirò dove la porti, Edward. Perciò aiutami, faccio sul serio».

Lui restò impietrito. Poi alzò la testa e guardò in cagnesco la sua sorella preferita. «Per essere così piccola, sei un fastidio gigantesco».

«Non ho scelto l’abito da viaggio più perfetto per sprecarlo», ribatté lei, prendendomi per mano. «Vieni con me, Bella».

Cercai di resisterle, mentre mi alzavo in punta di piedi per baciarlo ancora una volta. Lei mi diede uno strattone impaziente, trascinandomi via da lui. Qualcuno degli ospiti ridacchiò. A quel punto gettai la spugna e mi lasciai guidare dentro la casa vuota.

Alice sembrava irritata.

«Scusa», dissi.

«Non è colpa tua, Bella». Sospirò. «A quanto pare non sei in grado di fare da sola».

Sorrisi della sua espressione afflitta e lei mi guardò torva.

«Grazie, Alice. È stato il matrimonio più meraviglioso che ci sia mai stato», le dissi sincera. «È andato tutto liscio. Sei la sorella più brava, più in gamba, più talentuosa del mondo».

Questo servì a placarla e si aprì in un grande sorriso. «Sono contenta che ti sia piaciuto».

Renée ed Esme ci aspettavano al piano di sopra. In tre mi aiutarono a uscire dal vestito e a entrare nel completo blu scuro che Alice aveva scelto per il viaggio. Fu un sollievo quando qualcuno mi tolse le forcine dai capelli, lasciandoli liberi sulle spalle, ondulati per via delle trecce, e risparmiandomi un mal di testa da fermagli. Mia madre non smise un attimo di piangere.

«Ti chiamo quando avrò capito dove vado», le promisi mentre la salutavo con un abbraccio. Il segreto della meta probabilmente la faceva impazzire: mia madre odiava i segreti... se non ne era a parte.

«Appena si allontana te lo dico», si fece beffe di me Alice, ridendo della mia espressione ferita: non era giusto che fossi l’ultima a saperlo.

«Devi venire a trovare me e Phil presto, il più presto possibile. Tocca a te venire al sud, in pieno sole, una volta tanto», disse Renée.

«Oggi non è piovuto», le ricordai, sviando la risposta.

«Per miracolo».

«È tutto pronto», disse Alice. «Le valigie sono in macchina. Jasper è andato a prenderla». Mi spinse verso le scale mentre Renée mi seguiva e tentava ancora di abbracciarmi.

«Ti voglio bene, mamma», sussurrai mentre scendevamo. «Sono davvero contenta che tu abbia Phil. Abbiate cura di voi».

«Anch’io ti voglio bene, tesoro mio».

«Ci vediamo, mamma. Ti voglio bene», ripetei con un nodo in gola.

Edward mi aspettava ai piedi dello scalone. Presi la mano che mi offriva ma rimasi a distanza, a osservare la piccola folla pronta a salutarci.

«Papà?», chiesi mentre lo cercavo con gli occhi.

«Da questa parte», mormorò Edward. Mi trascinò fra gli ospiti e la folla si divise per lasciarci passare. Trovammo Charlie appoggiato alla parete, lontano da tutti, quasi volesse nascondersi. Gli occhi arrossati ne spiegavano il motivo.

«Oh, papà!».

Lo abbracciai mentre altre lacrime scorrevano. Mi diede un buffetto sulla schiena.

«Vai, vai. Non vorrai perdere l’aereo».

Era difficile parlare di sentimenti con lui. Ci somigliavamo troppo: cercavamo sempre un appiglio nei dettagli più banali pur di evitare imbarazzanti dimostrazioni d’affetto. Ma non era il momento di essere impacciati.

«Ti vorrò bene per sempre, papà», dissi. «Non dimenticarlo».

«Nemmeno tu, Bells. Te ne ho sempre voluto e sempre te ne vorrò».

Ci scambiammo un bacio sulla guancia.

«Chiamami», disse.

«Presto», risposi, conscia che era tutto quello che potevo promettere. Soltanto una telefonata. A mio padre e mia madre non sarebbe più stato permesso vedermi: mi avrebbero trovata troppo diversa e molto, molto più pericolosa.

«Dai, muoviti», disse burbero. «Non fare tardi».

Passammo di nuovo fra due ali di ospiti. Edward mi strinse a sé mentre ci preparavamo a evadere.

«Sei pronta?», domandò.

«Sì», risposi e sapevo che era la verità.

Tutti applaudirono quando Edward mi baciò sulla porta di casa. Poi corremmo verso l’auto mentre si scatenava la tempesta di riso. Per lo più riuscimmo a schivare i colpi, ma qualcuno, probabilmente Emmett, lanciò con precisione impeccabile e i chicchi che rimbalzavano sulla schiena di Edward finirono addosso a me.

L’auto era decorata con altri festoni floreali e al paraurti posteriore erano attaccate con lunghi nastri una dozzina di scarpe: tutte firmate e a prima vista nuove di zecca.

Edward mi riparò dal riso mentre salivo in auto, poi si sedette accanto a me e partimmo, fra i saluti dal finestrino e i «Vi voglio bene» urlati verso la veranda, dalla quale le mie famiglie rispondevano sbracciandosi.

L’ultima immagine di cui volli conservare il ricordo fu quella dei miei genitori. Phil abbracciava teneramente Renée. Lei gli cingeva la vita con un braccio e l’altra mano era allacciata a quella di Charlie. Tanti tipi diversi d’amore, in armonia per un momento. Mi lasciò un’impressione di profonda speranza.

Edward mi strinse la mano.

«Ti amo», disse.

Posai la testa sul suo braccio. «È il motivo per cui siamo qui».

Mi baciò i capelli.

Mentre imboccavamo l’autostrada nera ed Edward procedeva a tutto gas, dalla foresta alle nostre spalle giunse un suono che coprì il ronzio del motore. Se l’avevo sentito io, senz’altro non era sfuggito a lui. Ma non disse niente, mentre l’eco si perdeva in lontananza. Neanch’io aprii bocca.

L’ululato straziante e doloroso si affievolì fino a svanire.

5 Isola Esme

«Houston?», domandai inarcando le sopracciglia quando raggiungemmo l’imbarco a Seattle.

«È soltanto una tappa», mi assicurò Edward con un sorrisetto.

Quando mi svegliò pensavo di essermi appena addormentata. Mi lasciavo trascinare da un terminal all’altro insonnolita, sforzandomi di ricordare come si riaprivano gli occhi. Capii cosa stava succedendo soltanto qualche minuto dopo, quando ci fermammo al banco dei voli internazionali, pronti al check-in.

«Rio de Janeiro?», domandai un po’ più trepidante.

«Un’altra tappa», rispose Edward.

Il volo verso il Sudamerica fu lungo ma comodo negli ampi sedili della prima classe, con le braccia di Edward a cullarmi. Passai tutto il tempo a dormire e mi svegliai stranamente lucida mentre giravamo in cerchio sopra la pista d’atterraggio, con la luce obliqua del sole al tramonto che filtrava dai finestrini.

Mi aspettavo che restassimo in aeroporto per prendere la coincidenza con il volo successivo. Invece salimmo su un taxi che ci portò fra le strade buie, affollate e piene di vita di Rio. Incapace di distinguere una parola delle istruzioni al tassista che Edward diede in portoghese, immaginai che stessimo cercando un albergo per una sosta. A quel pensiero, fui presa dall’attacco violento di qualcosa che somigliava a panico da palcoscenico. La folla che il taxi fendeva si diradò poco a poco mentre ci avvicinavamo a quello che sembrava il confine più occidentale della città, puntando dritto verso l’oceano.

Ci fermammo al porto.

Edward indicò al conducente la fila interminabile di yacht ormeggiati nell’acqua resa scura dalla notte. Lo fece fermare davanti a una barca più piccola della media, affusolata, costruita per essere più veloce che spaziosa. E tuttavia era lussuosa, più aggraziata delle altre. Vi balzò dentro con un salto agile, malgrado le valigie pesanti che portava. Le lasciò sul ponte e tornò indietro per aiutarmi a salire.

Lo guardai in silenzio, mentre si preparava a partire, sorpresa di vederlo così tranquillo e a proprio agio con la barca, perché non mi aveva mai parlato di suoi trascorsi nautici. Del resto, era bravo quasi in tutto.

Mentre puntavamo verso oriente, verso l’oceano aperto, ripassai a mente qualche nozione di geografia. Per quanto ricordavo, non c’era granché a est del Brasile... a parte l’Africa.

Ma Edward proseguì a tutta velocità in quella direzione, finché le luci di Rio non s’affievolirono fino a svanire alle nostre spalle. Sul suo volto c’era il sorriso familiare ed entusiasta che solo la velocità sapeva produrre. La barca si tuffava fra le onde spruzzandomi addosso la schiuma del mare.

Alla fine la curiosità che avevo soffocato così a lungo ebbe la meglio.

«Manca ancora molto?», domandai.

Non era da lui dimenticare che fossi umana, ma forse aveva stabilito di passare un po’ di tempo su quella piccola imbarcazione.

«Solo un’altra mezz’ora». Il suo sguardo cadde sulle mie mani, ben salde al sedile, e sorrise.

Be’, pensai fra me, tutto sommato è un vampiro. Magari mi sta portando ad Atlantide.

Venti minuti dopo, sopra al rombo del motore udii la sua voce che mi chiamava.

«Bella, guarda là». Indicò un punto davanti a sé.

Sulle prime vidi soltanto la notte e la scia bianca della luna sull’acqua. Ma perlustrai con lo sguardo nella direzione che mi aveva indicato fino a individuare una sagoma bassa e nera che spezzava la luce lunare sulle onde. Più socchiudevo gli occhi nel buio, più la sagoma diventava dettagliata. Si trasformò in un triangolo rozzo, i cui lati irregolari affioravano dalle onde. Ci avvicinammo e notai che il profilo era morbido e dondolava mosso da una brezza leggera.

Poi i miei occhi misero bene a fuoco i particolari: dall’acqua di fronte a noi spuntava un isolotto coperto da palme ondeggianti, con una spiaggia che scintillava chiara alla luce della luna.

«Dove siamo?», mormorai meravigliata mentre Edward cambiava direzione e girava attorno all’isola, verso nord.

Mi sentì malgrado il rombo del motore e si apri in un grande sorriso luminoso.

«Questa è l’Isola Esme».

La barca rallentò di colpo e si avvicinò con precisione a un piccolo molo di legno quasi bianco nella luce lunare. Quando il motore tacque, calò un silenzio profondo. Si sentivano soltanto le onde, che s’infrangevano leggere contro la barca, e il fruscio della brezza fra le palme. L’aria era afosa, umida e profumata, come la scia di vapore di una doccia calda.

«Isola Esme?». Parlavo piano, ma la mia voce risultava fin troppo chiassosa nella tranquillità della notte.

«Un regalo di Carlisle: Esme ha proposto di prestarcela».

Un regalo. Chi può scegliere un’isola come regalo? Aggrottai le sopracciglia. Non avevo capito che la generosità estrema di Edward era un tratto acquisito.

Posò le valigie sul molo e risalì sfoggiando il suo sorriso perfetto. Anziché offrirmi la mano, mi sollevò prendendomi in braccio.

«Non dovresti aspettare fino alla soglia di casa?», domandai emozionata mentre saltava agile dalla barca.

«Lo sai che sono pignolo».

Senza mollare la presa su di me, con una mano afferrò entrambe le maniglie delle grosse valigie e percorse il molo, incamminandosi lungo un sentiero di sabbia chiara che correva attraverso la scura vegetazione. Per un tratto fu buio pesto, ma a un certo punto intravidi una luce calda in lontananza. Più o meno quando capii che la luce era una casa — i due quadrati perfetti e luminosi erano ampie finestre ai lati della porta d’ingresso — ebbi un attacco di panico più impetuoso di prima, peggio di quando pensavo che la nostra meta fosse un albergo.

Il battito del mio cuore contro il torace era udibile, il mio respiro sembrava incastrato in gola. Sentivo gli occhi di Edward su di me, ma rifiutavo di incrociarli. Guardavo dritto, senza vedere nulla.

Da parte sua, era davvero strano che non mi chiedesse a cosa stessi pensando. Forse il nervosismo improvviso aveva colto anche lui.

Posò le valigie sotto la grande veranda e aprì le porte, che non erano chiuse a chiave.

Edward mi fissò e attese che lo guardassi prima di oltrepassare la soglia.

Mi trasportò in giro per casa, in silenzio come me, accendendo le luci una dopo l’altra. Avevo l’impressione che l’edificio fosse troppo grande per un’isola così piccola, e stranamente familiare. Mi ero abituata alle tonalità chiare predilette dai Cullen; mi sentivo a casa. Ma non riuscivo a concentrarmi sui dettagli. Le pulsazioni violente che avvertivo nelle orecchie rendevano tutto un po’ sfocato.

Poi Edward si fermò e accese l’ultima luce.

La stanza era grande e bianca, chiusa da una vetrata: l’arredamento standard dei miei vampiri. All’esterno, la luna brillava sulla sabbia bianca e, a pochi metri dalla casa, scintillava sulle onde. Ma le notai a malapena. Ad attirare la mia attenzione era il letto bianco e assolutamente enorme al centro della camera, sul quale incombevano le nuvole gonfie di una zanzariera.

Edward mi lasciò scendere.

«Vado... a prendere le valigie».

La stanza era troppo calda, l’aria più stagnante rispetto alla notte tropicale. Sentii un velo di sudore addensarsi dietro al collo. Lentamente avanzai fino a toccare quel soffice baldacchino. Chissà perché, avevo il bisogno di assicurarmi che fosse tutto vero.

Non udii tornare Edward. All’improvviso, il suo dito gelido mi sfiorò la nuca e spazzò via il velo di sudore.

«Fa un po’ caldo qui», si scusò. «Pensavo... fosse meglio così».

«Pignolo», mormorai sottovoce e lui ridacchiò. Fu un suono nervoso, raro in Edward.

«Mi sono sforzato di rendere tutto... più facile», confessò.

Deglutii rumorosamente, ma non osavo guardarlo. C’era mai stata una luna di miele come la nostra?

Conoscevo la risposta. No. Certo che no.

«Mi chiedevo», disse Edward piano, «se... prima... ti andasse un bagno di mezzanotte con me?». Fece un sospiro e quando riprese a parlare sembrava più a suo agio. «L’acqua è molto calda. Questo è il genere di spiaggia che ti piace».

«Bell’idea». La mia voce si ruppe.

«Immagino che ti servano un paio di minuti da umana... il viaggio è stato lungo».

Annuii rigida. Faticavo a sentirmi umana; forse qualche minuto di solitudine mi avrebbe fatto comodo.

Le sue labbra mi sfiorarono il collo, appena sotto l’orecchio. Ridacchiò e il suo respiro freddo scatenò un brivido sulla mia pelle surriscaldata. «Non metterci troppo, signora Cullen».

Ebbi un fremito al suono del mio nuovo nome.

Le labbra scesero lungo il collo, fino alla punta della spalla. «Ti aspetto in acqua».

Mi oltrepassò diretto alla portafinestra che dava sulla spiaggia, si scrollò di dosso la camicia che cadde sul pavimento e uscì nella notte illuminata dalla luna. Dietro di lui, l’aria salata e afosa turbinò nella stanza.

La mia pelle aveva preso fuoco? Guardai bene per controllare. No, non bruciava nulla. Nulla di visibile, se non altro.

Mi ricordai di respirare e arrancai verso la gigantesca valigia che Edward aveva posato e aperto su una cassettiera bianca. Doveva essere la mia, perché sopra c’era una borsa di cosmetici, ma era piena di indumenti troppo rosa che non riconobbi. Mentre frugavo fra le pile ben ordinate in cerca di qualcosa di comodo e familiare, magari un paio di pantaloni da ginnastica, mi accorsi di avere fra le mani un’assurda quantità di pizzi trasparenti e raso striminzito. Lingerie. Lingerie molto lingeri-osa, con etichette in francese.

Non sapevo né come né quando, ma un giorno Alice me l’avrebbe pagata.

Rassegnata, andai in bagno e sbirciai dai finestroni che si affacciavano sulla stessa spiaggia delle portefinestre. Non lo vidi: probabilmente era sott’acqua e non si preoccupava di tornare a riprendere aria. La luna era quasi piena e la sabbia brillava sotto la sua luce. Un piccolo movimento attirò la mia attenzione: appesi al tronco curvo di una delle palme che delimitavano la spiaggia, i vestiti di Edward ciondolavano alla brezza leggera.

Sulla pelle sentii un’altra ondata di calore.

Assaporai profondamente l’aria e mi avvicinai agli specchi, sopra il lungo mobile del bagno. Avevo proprio la faccia di una che aveva passato la giornata a dormire sull’aereo. Trovai la spazzola e l’affondai senza pietà nella mia chioma aggrovigliata fino a sciogliere tutti i nodi, a costo di riempire le setole di capelli. Mi lavai i denti con cura, due volte. Poi passai al viso e alla nuca, che spruzzai d’acqua perché sembrava febbricitante. La sensazione piacevole mi convinse a rinfrescarmi anche le braccia e infine ad arrendermi alla doccia. Sapevo che era ridicolo farsene una prima di un tuffo, ma avevo bisogno di calmarmi e l’acqua calda faceva al caso mio.

Anche depilarmi un’altra volta le gambe pareva un’ottima idea.

Appena finito, presi un grosso asciugamano bianco dal piano e mi ci avvolsi.

A quel punto affrontai un dilemma che non avevo considerato. Cosa avrei indossato? Il costume da bagno ovviamente no. Però mi sembrava sciocco infilarmi di nuovo i vestiti. Non volevo nemmeno pensare a ciò che Alice mi aveva messo in valigia.

Il mio respiro ricominciò ad accelerare e mi tremavano le mani; e tanti saluti all’effetto rilassante della doccia. Iniziò a girarmi la testa, come se stessi per subire un attacco di panico in piena regola. Mi sedetti sulle piastrelle fresche del pavimento, avvolta nel telo, la testa fra le mani. Pregai che Edward non decidesse di venire a cercarmi prima che mi riavessi. Sapevo come avrebbe reagito se mi avesse vista crollare in quel modo. Non ci avrebbe messo molto a convincersi che stavamo facendo un errore.

Per conto mio, non stavo impazzendo perché pensavo che stessimo commettendo un errore. Niente affatto. Stavo impazzendo perché non avevo la minima idea di cosa fare, avevo paura di uscire dalla stanza e di affrontare l’ignoto. Men che meno vestita di lingerie francese. Ero consapevole di non essere ancora pronta per una cosa del genere.

Mi sentivo esattamente come se avessi dovuto recitare davanti a una platea di diecimila persone senza sapere quali fossero le mie battute.

Come facevano le persone a cancellare i propri timori e fidarsi ciecamente di un altro, malgrado tutte le sue imperfezioni e paure, e senza una dedizione assoluta come quella che Edward mostrava per me? Se là fuori non ci fosse stato Edward, se non avessi sentito la certezza, in ogni singola cellula, che mi amava quanto amavo lui — senza condizioni, senza ripensamenti, e, a dirla tutta, senza alcuna razionalità — non sarei mai riuscita ad alzarmi dal pavimento.

Eppure, là fuori c’era Edward, perciò mi dissi «Non essere codarda» e, a stento, mi rialzai. Stringendomi l’asciugamano addosso, marciai determinata fuori dal bagno. Passai davanti alla valigia piena di pizzi e al lettone senza degnarli di uno sguardo. Oltrepassai la porta a vetri aperta, dirigendomi verso la sabbia fine come cipria.

Tutto era in bianco e nero, perché la luna dissolveva qualsiasi colore. Camminai lenta sulla sabbia morbida e calda, fermandomi accanto all’albero ricurvo sul quale Edward aveva appeso i vestiti. Appoggiai una mano alla corteccia ruvida e controllai che il respiro fosse regolare. Almeno quanto bastava.

Osservai le lievi increspature dell’acqua, nere nell’oscurità, in cerca di Edward.

Non fu difficile trovarlo. Era fermo, di spalle, immerso fino alla vita nell’acqua notturna, scrutava la luna ovale. La fioca luce trasformava il colore della sua pelle nel bianco perfetto della sabbia e della stessa luna, e rendeva i suoi capelli bagnati neri come l’oceano. Era immobile, le mani a palmo in giù sull’acqua; i flutti leggeri gli si frangevano contro come fosse una roccia. Osservai il contorno levigato della schiena, le spalle, le braccia, il collo, la sua figura perfetta...

Il fuoco non era più una vampata sulla mia pelle, ora lo sentivo lento e profondo; il suo calore sciolse la goffaggine, l’indecisione e la timidezza. Scivolai dall’asciugamano senza esitare, lo lasciai appeso all’albero assieme ai vestiti e camminai sotto la luce bianca; anch’io sembravo chiara come la sabbia simile a neve.

Mentre mi avvicinavo alla battigia non udii il rumore dei miei passi, che probabilmente non sfuggì a Edward. Ma non si voltò. Lasciai che l’andirivieni delicato delle onde s’infrangesse sulle caviglie e scoprii che la temperatura era davvero alta e l’acqua calda come quella di una vasca da bagno. Vi entrai camminando con cautela sul fondo invisibile dell’oceano, sebbene non fosse necessario: il fondale era perfettamente liscio e declinava con dolcezza verso Edward. Avanzai attraverso la corrente senza peso fino a raggiungerlo e con delicatezza misi la mia mano sulla sua, che sfiorava l’acqua.

«Bellissima», dissi alzando lo sguardo verso la luna.

«Niente male», rispose impassibile. Si voltò lentamente verso di me; il movimento produsse increspature che s’infransero sulla mia pelle. I suoi occhi sembravano d’argento, sul volto color del ghiaccio. Voltò la mano e intrecciò le sue dita alle mie, sotto la superficie dell’acqua. Era abbastanza calda perché il contatto con la sua pelle fredda non mi provocasse la pelle d’oca.

«Però io non userei la parola "bellissima"», aggiunse. «Non se il confronto è con te».

Abbozzai un sorriso, sollevai la mano libera — che non tremava più — e la posai sul suo cuore. Bianco su bianco: per una volta senza differenze. Il mio tocco caldo gli provocò un sussulto impercettibile. Il suo respiro si fece più agitato.

«Ho promesso che ci avremmo provato», sussurrò, improvvisamente nervoso. «Se... se faccio qualcosa che non va, se ti faccio male, dimmelo subito».

Annuii con espressione seria, senza staccare gli occhi dai suoi. Mi avvicinai fra le onde fino a posare il capo sul suo petto.

«Non temere», mormorai. «Noi ci apparteniamo».

Fui immediatamente travolta dalla verità delle mie stesse parole. Quel momento era così perfetto, così giusto, che per nulla al mondo potevo dubitarne.

Le sue braccia mi avvolsero stringendomi a lui, estate e inverno. Era come se ogni terminazione nervosa del mio corpo sprizzasse elettricità.

«Per sempre», aggiunse Edward e mi trascinò con dolcezza verso acque più profonde.


Il sole caldo sulla mia schiena nuda mi svegliò il mattino dopo. Era tarda mattinata, forse pomeriggio. Eppure tutto, esclusa l’ora, mi era chiaro, sapevo esattamente dove mi trovavo: nella stanza luminosa con il grande letto bianco, mentre il sole risplendeva dalle porte aperte. Le nuvole del baldacchino rendevano più tenue la luce.

Non aprii gli occhi. Ero troppo felice per cambiare anche il minimo dettaglio. Gli unici suoni erano le onde, il nostro respiro, il battito del mio cuore.

Mi sentivo a mio agio persino sotto il sole cocente. La pelle fredda di Edward era l’antidoto perfetto al calore. Distesa sul suo petto ghiacciato, avvolta nelle sue braccia, mi sentivo tranquilla e spontanea. Chissà da dove era venuto il panico della sera prima. In quel momento, tutte le mie paure sembravano sciocche.

Le sue dita accarezzarono lievi il profilo della mia schiena e capii che si era accorto che ero sveglia. Restai a occhi chiusi e lo abbracciai forte.

Non parlò; le sue dita si muovevano su e giù lungo la mia schiena, quasi senza toccarla, e tracciavano disegni leggeri sulla pelle.

Mi sarebbe piaciuto restare così per sempre, senza mai modificare quell’istante, ma il mio corpo non la pensava allo stesso modo. Risi del mio stomaco impaziente. Era quasi banale avere fame dopo tutto quello che era successo la notte precedente. Come atterrare dopo un volo a grandi altezze.

«Che c’è di buffo?», mormorò Edward, senza smettere di accarezzarmi. Il suono della sua voce, seria e roca, riportò con sé un’ondata di ricordi notturni e mi sentii arrossire.

In risposta alla domanda, il mio stomaco ruggì. Non potei fare a meno di riderne. «Che più di tanto non si può fingere di non essere umani».

Restai in attesa, ma lui non rise con me. Pian piano, penetrando fra i tanti strati di beatitudine che riempivano con dolcezza il mio cuore, giunse la consapevolezza di un’atmosfera diversa, al di fuori della mia sfera luccicante di felicità.

Aprii gli occhi: la prima cosa che vidi fu la pelle chiara, quasi argentea della sua gola, l’arco del mento al di sopra del mio viso. La sua mascella era tesa. Cercai di appoggiarmi a un gomito per guardarlo in volto.

Fissava il baldacchino soffice sopra di noi senza ricambiare lo sguardo con cui indagavo i suoi lineamenti contratti. La sua espressione fu uno shock che mi fece sobbalzare.

«Edward», dissi con una leggera esitazione nella voce, «che c’è? Che c’è che non va?».

«E te lo chiedi?», rispose duro, cinico.

Il primo istinto, prodotto di una vita intera di insicurezze, fu di chiedermi in cosa avessi sbagliato. Ripensai a tutto ciò che era accaduto, ma non riuscii a trovare nemmeno una nota di amarezza fra i ricordi. Tutto era stato più semplice di quanto mi aspettassi: ci eravamo adattati l’uno all’altra come frammenti fatti apposta per combaciare e unirsi. Ciò mi aveva dato una soddisfazione segreta: eravamo compatibili anche fisicamente. Fuoco e ghiaccio, che chissà come esistevano affiancati senza distruggersi a vicenda. L’ennesima prova di quanto gli appartenessi.

Non riuscivo a pensare al motivo di una reazione del genere, tanto severa e fredda. Mi ero persa qualcosa?

Con le dita lisciò i solchi di preoccupazione sulla mia fronte.

«A cosa pensi?», sussurrò.

«Sei arrabbiato. Non capisco. Ho...?». Non riuscii a finire.

Mi guardò torvo. «Senti molto dolore, Bella? Voglio la verità, non fare finta che non sia nulla».

«Dolore?». La mia voce uscì più acuta del solito, perché la parola mi colse di sorpresa.

Alzò un sopracciglio, le labbra tese.

Verificai subito stiracchiandomi per bene, tendendo e contraendo i muscoli. Mi sentivo indolenzita e parecchio dolorante, in effetti, ma soprattutto avevo la sensazione strana che tutte le articolazioni si fossero scardinate, trasformandomi in qualcosa a metà fra un essere umano e una medusa. Non era una sensazione spiacevole.

Poi sentii montare la rabbia, perché Edward stava gettando delle ombre sopra la più perfetta delle mattine con le sue deduzioni pessimiste. «Perché ti sembra che dovrei star male? Non mi sono mai sentita meglio».

Chiuse gli occhi. «Piantala».

«Piantala cosa.

«Piantala di fingere che io non sia stato un vero mostro».

«Edward!», sibilai ormai infuriata. Stava trascinando i miei ricordi vividi nell’oscurità, per macchiarli. «Non dirlo mai più».

Non riaprì gli occhi, sembrava che non volesse vedermi.

«Guardati, Bella. E dimmi che non sono un mostro».

Ferita, sorpresa, lo assecondai in modo automatico e rimasi sbigottita.

Cosa mi era successo? Non riuscivo a dare un senso alla neve bianca e morbida attaccata alla mia pelle. Scossi la testa e una cascata di bianco svolazzò dai capelli.

Afferrai un frammento bianco e morbido fra le dita. Era un brandello di imbottitura.

«Perché sono coperta di piume?», domandai, confusa.

Sbuffò impaziente. «Ho morso un cuscino. O forse più d’uno. Ma non è di questo che parlo».

«Hai... morso un cuscino? E perché?».

«Guarda, Bella!». Fu quasi un ruggito. Mi prese la mano, con grande circospezione, e mi tirò il braccio. «Guarda qui».

E finalmente vidi a cosa si riferiva.

Sotto lo strato di piume, grossi lividi violacei iniziavano a fiorire sulla pelle chiara del mio braccio. Seguii il tracciato che disegnavano, fino alla spalla e poi giù fra le costole. Liberai una mano per fare pressione su una macchia all’altezza dell’avambraccio sinistro: al mio tocco svanì e poi riapparve. La sentivo quasi pulsare.

Con leggerezza, come se nemmeno mi toccasse, Edward sfiorò i lividi del mio braccio, uno alla volta, mostrandomi che combaciavano con la sagoma delle sue dita.

«Oh», dissi.

Cercai inutilmente nella memoria, ma non ricordavo nessun dolore. Non riuscivo a evocare momenti in cui la sua stretta era stata troppo forte, le mani troppo violente su di me. Ricordavo soltanto il desiderio di farmi stringere più forte e il piacere quando mi aveva esaudito...

«Mi... dispiace, Bella, davvero», sussurrò mentre fissavo i lividi. «Avrei dovuto saperlo. Non era il caso di...». A bocca chiusa, brontolò qualcosa, disgustato. «Non trovo le parole per dirti quanto mi dispiaccia».

Si coprì il volto con le mani e restò perfettamente immobile.

Ne fui totalmente sbalordita e cercai di valutare, ora che ne capivo il motivo, quanto grande fosse la sua tristezza. Ma era troppo agli antipodi di come mi sentivo e non riuscivo a immaginarla.

La sorpresa svanì piano e niente occupò il suo posto. Vuoto. La mia mente era vuota. Non sapevo cosa dire. Come facevo a spiegarglielo nel modo migliore? Era possibile renderlo felice com’ero io, anzi com’ero stata io fino a un istante prima?

Gli toccai un braccio, ma lui non reagì. Gli strinsi il polso con le dita e cercai di strappargli una mano dal viso ma, con tutta la buona volontà, avrei avuto miglior successo se fosse stato una statua.

«Edward».

Non si mosse.

«Edward?».

Niente. D’accordo, era il momento del monologo.

«A me non dispiace, Edward. Io sono... non riesco neanche a dirtelo. Sono talmente felice. E questo non offusca la mia felicità. Non prendertela. No. Sto davvero b...».

«Non pronunciare la parola "bene"». La sua voce era di ghiaccio. «Se ti sta a cuore la mia salute psichica, non dirmi che stai bene».

«Ma è così», sussurrai.

«Bella». Fu quasi un lamento. «Basta».

«No. Tu basta, Edward».

Spostò un braccio. I suoi occhi dorati mi guardavano con timore.

«Non rovinare tutto», dissi. «Io. Sono. Felice».

«Ho già rovinato tutto», sussurrò.

«Piantala», sbottai.

Lo sentii digrignare i denti.

«Uffa! Perché non sei ancora capace di leggermi nel pensiero? È davvero fastidioso essere una muta mentale!».

Rilassò un poco lo sguardo, distratto suo malgrado.

«Questa è nuova. Sei sempre stata felice che non ti leggessi nel pensiero».

«Non oggi».

Mi studiò. «Perché?».

Alzai le mani, frustrata e colta da un dolore alla spalla che ignorai. Lo colpii al petto con un violento schiocco. «Perché capiresti quanto tutta questa angoscia sia completamente inutile se solo potessi vedere come sto adesso! O cinque minuti fa, ecco. Ero perfettamente felice. Totalmente e completamente beata. Adesso... ecco, più o meno mi hai fatto incazzare».

«È giusto che tu ce l’abbia con me».

«Be’, ora è così. Ti senti meglio?».

Sospirò. «No. Non c’è niente che potrebbe farmi sentire meglio, adesso».

«Ecco», sbottai. «Ecco perché sono così arrabbiata. Stai uccidendo la mia euforia, Edward».

Alzò gli occhi al cielo e scosse la testa.

Sbuffai. Iniziavo a sentirmi indolenzita, ma non stavo poi così male. Più o meno come il giorno dopo aver sollevato dei pesi. Lo avevo fatto assieme a Renée durante un suo periodo di ossessione per il fitness. Sessantacinque allungamenti con quattro chili per mano. Non ero riuscita a camminare per un giorno intero. Il dolore che provavo in quel momento era niente al confronto.

Ingoiai la mia irritazione e cercai di addolcire il tono. «Sapevamo che stavamo rischiando. Lo davo per scontato. E invece, be’, è stato molto più facile di quanto pensassi. E questo non è niente, davvero». Feci scorrere le dita lungo il suo braccio. «Secondo me, per essere la prima volta, senza sapere cosa ci aspettava, ce la siamo cavata alla grande. Con un po’ di esercizio...».

Di colpo lo vidi illividire e la parola mi si troncò in gola.

«Scontato? Ti aspettavi tutto questo, Bella? Avevi messo in conto che ti facessi del male? Pensavi sarebbe andata peggio? Consideri l’esperimento un successo solo perché sei sopravvissuta? Niente ossa rotte uguale vittoria?».

Attesi che finisse di sfogarsi. Poi che il suo respiro tornasse normale. Quando i suoi occhi si calmarono risposi con lentezza e precisione.

«Non sapevo cosa aspettarmi, ma di sicuro non mi aspettavo che... che... fosse così meraviglioso e perfetto». La mia voce si fece un sussurro, gli occhi corsero dal suo viso alle mie mani. «Cioè, non so com’è stato per te, ma per me è andata così».

Un dito freddo mi sollevò il mento.

«È di questo che sei preoccupata?», disse a denti stretti. «Che io non mi sia divertito.

Non sollevai lo sguardo. «So che non è la stessa cosa. Tu non sei umano. Stavo solo cercando di spiegare che, per un essere umano, be’, non riesco a immaginare che la vita vada meglio di così».

Il suo silenzio durò a lungo e fui costretta a guardarlo. Aveva un’espressione più rilassata, un po’ pensierosa.

«A quanto pare ho altro di cui scusarmi». Si rabbuiò. «Forse davo per scontato che, a causa della mia reazione, pensassi che stanotte non fosse stata... be’, la notte migliore della mia esistenza. Ma non voglio che la pensi così, non nel momento in cui...».

Un sorriso cominciò a fiorire sulle mie labbra. «Davvero? La migliore in assoluto?», domandai con un filo di voce.

Mi prese il viso fra le mani, assorto. «Dopo che io e te abbiamo stretto il nostro accordo ho parlato con Carlisle, sperando nel suo aiuto. Ovviamente mi ha avvertito che tutto questo poteva essere molto pericoloso per te». Un’ombra attraversò il suo viso. «Però ha aggiunto che si fidava di me, una fiducia che non ho onorato».

Volli protestare ma mi zittì all’istante posandomi due dita sulle labbra.

«Gli ho anche chiesto cos’avrei dovuto aspettarmi. Non sapevo come sarebbe stato per me... per la mia natura di vampiro». Sorrise senza entusiasmo. «Carlisle mi ha detto che sarebbe stato qualcosa di molto potente, di unico. Mi ha detto di non prendere alla leggera l’amore fisico. La nostra indole è piuttosto stabile e le emozioni forti possono alterarla in modo permanente. Ma di questo, secondo lui, non dovevo preoccuparmi, perché tu mi hai già alterato completamente». Fece un altro sorriso che sembrava più sincero.

«Ho parlato anche con i miei fratelli. Mi hanno raccontato che è un piacere grandissimo. Secondo soltanto al sapore del sangue umano». Una ruga gli increspò la fronte. «Ma io ho assaggiato il tuo, e non esiste sangue più potente di quello... Secondo me si sbagliano, davvero. Per noi è qualcosa di diverso. Qualcosa di più».

«Certo che sì. Per noi è tutto».

«Ma ciò non mette in discussione il fatto che sia sbagliato. Anche ammesso che tu ti sia davvero sentita così».

«Ma cosa dici? Pensi che finga? Perché?».

«Per farmi sentire meno in colpa. Non posso ignorare i fatti, Bella. O le volte in cui hai tentato di giustificarmi dopo che ho commesso degli errori».

Lo presi per il mento e mi chinai verso di lui, finché i nostri volti quasi non si sfiorarono. «Stammi a sentire, Edward Cullen. Non sto fingendo un bel niente per far piacere a te, okay? Non immaginavo neanche di doverti consolare, finché non hai iniziato con i tuoi lamenti. Non sono mai stata così felice in vita mia, nemmeno quando mi hai detto che mi amavi più di quanto volessi uccidermi, nemmeno il primo mattino in cui ti ho trovato ad aspettarmi al mio risveglio... Nemmeno quando ho sentito la tua voce nella scuola di danza», trasalì al ricordo lontano del mio incontro ravvicinato con un vampiro a caccia, ma io continuai decisa, «e nemmeno quando hai detto "sì" e ho capito che, in un modo o nell’altro, sarei riuscita ad averti per sempre. Questi sono i miei ricordi più belli, ma nessuno vale quanto stanotte. Fattene una ragione».

Sfiorò le mie sopracciglia corrugate. «Sei triste per colpa mia. Non voglio».

«Allora non essere triste tu. È l’unico particolare sbagliato».

Mi guardò torvo, poi si rilassò e annuì. «Hai ragione. Il passato è passato e io non posso fare nulla per cambiarlo. Non ha senso che il mio malumore contagi anche te. Farò tutto il possibile per renderti felice».

Esaminai la sua espressione con sospetto e lui si aprì in un sorriso sereno.

«Proprio tutto?».

In quell’esatto istante il mio stomaco ruggì.

«Hai fame», rispose pronto Edward. Scattò giù dal letto, alzando una nuvola di piume. Il che mi fece ripensare...

«E perché mai avresti deciso di rovinare i cuscini di Esme?», domandai, mentre mi alzavo scrollando altre piume dai miei capelli.

Si era già infilato un paio di pantaloni larghi color kaki e accanto alla porta si scompigliava i capelli per togliersi di dosso altre piume.

«Non sono sicuro di aver "deciso" qualcosa, stanotte», mormorò. «Per nostra fortuna, erano i cuscini e non te». Scosse la testa, come per scrollare via un gran brutto pensiero. Il suo volto s’illuminò di un sorriso che sembrava davvero autentico, ma che probabilmente gli costava molto.

Con cautela scivolai giù dall’alto letto e mi stiracchiai di nuovo, più sensibile ai dolori e ai lividi. Lo sentii trattenere il respiro. Mi diede le spalle e strinse i pugni, le nocche bianche.

«Ti sembro così repellente?», domandai in tono volutamente leggero. Riprese a respirare, ma non si girò, forse per celarmi la sua espressione. Andai in bagno a controllare.

Guardai il mio corpo nudo nello specchio verticale dietro la porta.

Ne avevo viste di peggio, altroché. Su una guancia c’era un’ombra appena accennata, le labbra erano un po’ gonfie, ma tutto sommato la faccia era a posto. Il resto era decorato da macchie blu e viola. Mi concentrai sui lividi più difficili da nascondere, quelli sulle spalle e sulle braccia. Non erano così tremendi. La mia pelle guariva in fretta. Quando appariva un livido, avevo già dimenticato cosa l’avesse provocato. Ovviamente, questi erano appena all’inizio. Un giorno di tempo e il mio aspetto sarebbe peggiorato. Il che non avrebbe affatto facilitato le cose.

A quel punto mi guardai la testa e mi sfuggì un lamento.

«Bella?». Fu al mio fianco non appena aprii bocca.

«Non riuscirò mai a togliermele tutte dai capelli!». Indicai lì dove sembrava essersi annidata una gallina. Iniziai a sfilarle una per una.

«Proprio dei capelli ti preoccupi», brontolò, ma mi si avvicinò alle spalle e iniziò a estrarle molto più velocemente di me.

«Come fai a non ridere? Sono ridicola».

Non rispose e continuò a togliere le piume. Del resto, conoscevo la risposta: era troppo di malumore per ridere.

«Così non va», sospirai dopo un minuto. «Sono tutte appiccicate. Devo cercare di lavarle via». Mi voltai, abbracciandolo alla vita. «Mi aiuti?».

«Meglio che vada a prepararti da mangiare», disse a bassa voce e con delicatezza sciolse l’abbraccio. Sospirai mentre lo guardavo allontanarsi troppo veloce.

Sembrava proprio che la luna di miele fosse finita. Avvertii un grosso nodo alla gola.


Libera dalle piume, m’infilai un abito di cotone, bianco e poco familiare, che nascondeva le macchie viola più evidenti. Mi diressi a piedi scalzi verso il profumo di uova, pancetta e formaggio.

Edward stava davanti al fornello d’acciaio, intento a servire un’omelette sul piatto celestino posato sul piano cucina. Il profumo del cibo m’invase. Avevo così fame che avrei mangiato il piatto e la padella.

«Ecco», disse. Si voltò, con il sorriso sulle labbra, e spostò il piatto su un tavolino piastrellato.

Mi sedetti su una delle due sedie di ferro e iniziai a divorare le uova calde. Bruciavano in gola, ma non mi importava.

Lui si accomodò all’altro lato del tavolo. «Non ti do da mangiare abbastanza spesso».

Deglutii e risposi: «Stavo dormendo. A proposito, sono molto buone. Niente male, per uno che non mangia».

«La prova del cuoco», precisò sfoderando il mio sorriso sghembo preferito.

Fui felice di vederlo, felice che stesse tornando pian piano in sé.

«Dove hai preso le uova?».

«Ho chiesto ai domestici di riempire il frigo. Una novità, in questa casa. Dovrò chiedere loro di occuparsi anche delle piume...». S’interruppe, gli occhi fissi su un punto sopra la mia testa. Tacqui, non volevo dire nulla che potesse turbarlo di nuovo.

Mangiai tutto, malgrado avesse cucinato per due.

«Grazie», dissi. Mi chinai sul tavolino per baciarlo. Lui restituì il bacio automaticamente, ma poi s’irrigidì e si allontanò.

Strinsi le mascelle e la domanda che posi ebbe il tono di un’accusa. «Non mi toccherai più finché staremo qui, vero?».

Prima di rispondere abbozzò un sorriso e mi accarezzò una guancia. Le dita esitarono dolcemente sulla mia pelle e non potei fare a meno di appoggiarmi al palmo della sua mano.

«Lo sai che non è quello che vorrei».

Sospirò e allontanò la mano. «Lo so. Ma è così». In silenzio, sollevò lievemente il capo. Poi riprese a parlare con fermezza e decisione. «Non farò l’amore con te finché non ti sarai trasformata. Non voglio farti del male, mai più».

6 Distrazioni

Il mio svago divenne la priorità numero uno sull’Isola Esme. Ci dedicavamo all’osservazione dei fondali (io nuotavo con il boccaglio mentre Edward si beava della capacità di restare senza ossigeno a piacimento). Esploravamo la piccola giungla che circondava il basso picco roccioso. Andavamo a vedere i pappagalli che vivevano fra il fogliame del capo meridionale dell’isola. Guardavamo il tramonto dalle rocce della baia occidentale e nuotavamo assieme alle focene che giocavano nelle sue acque calde e basse. Io, perlomeno: quando Edward entrava in acqua, le focene si dileguavano come se fosse arrivato uno squalo.

Sapevo cosa stava succedendo. Edward cercava di tenermi occupata, di distrarmi, per impedirmi di assillarlo continuamente a proposito del sesso. Ogni volta che proponevo di prendercela più comoda e di approfittare dei milioni di DVD e del maxischermo al plasma, mi attirava fuori casa grazie a parole magiche come "barriera corallina", "grotte subacquee" oppure "tartarughe marine". Non ci fermavamo mai, mai, mai, e quando finalmente giungeva il tramonto mi ritrovavo affamata ed esausta.

Ogni sera, finito di cenare, avevo la testa che ciondolava sul piatto; una volta, persino mi addormentai a tavola ed Edward dovette portarmi a letto in braccio. Un po’ era colpa sua, che cucinava sempre troppo per una sola persona, ma anch’io ero affamatissima dopo aver trascorso la giornata a nuotare o ad arrampicarmi, e spazzavo via tutto. Dopodiché, sazia e sfiancata, faticavo a tenere gli occhi aperti. Di sicuro faceva parte del suo piano.

Esausta com’ero, i miei tentativi di persuasione non funzionavano granché. Ma non mi diedi per vinta. Ci provai con la razionalità, con le suppliche e con il broncio ma fu tutto inutile. Di norma, però, prima ancora che riuscissi a metterlo alle strette, il sonno aveva la meglio. E da quei miei sogni che sembravano così veri — erano perlopiù incubi, forse resi ancor più vividi dai colori troppo accesi dell’isola — mi risvegliavo stanca persino dopo lunghissime dormite.

Circa una settimana dopo il nostro sbarco sull’isola, decisi di cercare un compromesso. Aveva già funzionato, fra noi.

Mi ero trasferita nella camera blu. Mancava ancora un giorno all’arrivo dei domestici e la stanza bianca era sepolta sotto una nevicata di piume. Quella blu era più piccola, le proporzioni del letto più ragionevoli. Le pareti erano di tek scuro e la biancheria di sfarzosa seta blu.

Per dormire mi ero abituata a indossare alcuni capi della collezione di lingerie che non erano poi così striminziti, in confronto a certi bikini che Alice mi aveva infilato in valigia. Forse aveva visualizzato il motivo per cui avrei desiderato avere certi indumenti: a quel pensiero, imbarazzata, trasalii.

Preoccupata che il fatto di esibire troppo del mio corpo non mi aiutasse affatto, ma pronta ad affidarmi a qualsiasi rimedio, all’inizio mi ero mossa in modo prudente, con innocenti completi di raso bianco. Edward non sembrava accorgersi di niente, come se portassi i soliti pantaloni da ginnastica malconci che infilavo a casa.

I lividi stavano migliorando — alcuni erano divenuti giallastri, altri scomparsi — perciò una sera, mentre mi preparavo in bagno, scelsi uno dei completi che più mi spaventava: nero, di pizzo, m’imbarazzava già senza indossarlo. Badai a non guardarmi allo specchio prima di tornare nella camera da letto. Non volevo perdere la calma.

Ebbi la soddisfazione di vedere Edward sgranare gli occhi per un secondo, prima che riprendesse il controllo di sé.

«Che ne pensi?», domandai con una giravolta per farmi ammirare da ogni angolazione.

Si schiarì la gola. «Sei bellissima. Come sempre».

«Grazie», risposi con una punta di acidità.

Ero troppo stanca per rinunciare a sdraiarmi subito su quelle coltri morbide. Edward mi abbracciò e mi strinse a sé, come al solito: faceva troppo caldo per dormire lontana dal suo corpo fresco.

«Ti propongo un patto», dissi assonnata.

«Non ho intenzione di stringere patti con te», rispose.

«Non sai neppure cosa sto per offrirti».

«Non importa».

Sospirai. «Vai a quel paese. E dire che volevo... Non fa nulla».

Alzò gli occhi al cielo.

Io chiusi i miei e lasciai il discorso in sospeso. Sbadigliai.

Gli ci volle soltanto un minuto, troppo poco per farmi perdere i sensi.

«Va bene. Cosa vuoi?».

Contrassi la mascella per un secondo, trattenendo un sorriso. Se c’era una cosa a cui non sapeva resistere, questa era l’occasione di farmi un regalo.

«Ecco, pensavo... so che la faccenda di Dartmouth dovrebbe essere soltanto una copertura, ma, sinceramente, non credo che un semestre di college mi ucciderà», dissi, con le stesse parole pronunciate da lui tanto tempo prima, quando aveva cercato di persuadermi a non diventare una vampira. «Scommetto che Charlie andrà matto per gli aneddoti su Dartmouth. Certo, sarà imbarazzante se non riesco a tenere il passo di quei secchioni. Però... diciotto, diciannove anni. Non c’è una differenza enorme. Nel giro di dodici mesi non mi verranno le zampe di gallina».

Per qualche istante rimase in silenzio. Poi, a voce bassa, disse: «Preferisci aspettare. Preferisci restare umana».

Trattenni il fiato, in attesa che l’offerta giungesse a destinazione.

«Perché mi fai questo?», disse a denti stretti, improvvisamente rabbioso. «Non è già abbastanza difficile?». Afferrò dal mio fianco un lembo del pizzo di guarnizione che sporgeva. Per un istante pensai che volesse strapparlo via. Poi la sua mano si rilassò. «Non importa. Non stringerò alcun patto con te».

«Voglio andare al college».

«No, invece no. E non c’è niente per cui valga la pena di rischiare ancora la tua vita. Di farti del male».

«Ma io ci voglio andare. Be’, non è esattamente il college che m’interessa... Voglio restare umana ancora per un po’».

Chiuse gli occhi e sbuffò dal naso. «Mi stai facendo impazzire, Bella. Non ne abbiamo già discusso un milione di volte, quando m’imploravi di trasformarti in vampira il più in fretta possibile?».

«Sì, ma... ecco, ora ho un motivo in più per restare umana».

«Quale?».

«Indovina», dissi e mi sollevai dai cuscini per baciarlo.

Contraccambiò il bacio, ma capii che non intendeva darmela vinta. Più che altro sembrava attento a non ferire i miei sentimenti, ma manteneva un totale e irritante controllo di sé. Con delicatezza, dopo un istante mi allontanò e mi cullò sul suo petto.

«Sei così umana, Bella. Schiava dei tuoi ormoni». Ridacchiò.

«Questo è il punto, Edward. Questo aspetto dell’essere umana mi piace. Non sono ancora disposta a perderlo. Non voglio aspettare chissà quanti anni da neonata assetata di sangue, prima che qualcosa di tutto questo riaffiori».

Sbadigliai e lui sorrise.

«Sei stanca. Dormi, amore». Iniziò a mormorare la ninna nanna che aveva composto per me quando ci eravamo conosciuti.

«Chissà perché sono così stanca», brontolai sarcastica. «Impossibile che faccia parte del tuo piano, o quel che è».

Rispose con una risatina e riprese a canticchiare.

«Perché pensi che più sarò stanca e meglio dormirò».

La canzone s’interruppe. «Mentre dormi sembri morta, Bella. Da quando siamo qui, non hai mai parlato nel sonno. Per fortuna russi, perché potrei scambiarlo per coma profondo».

Ignorai il suo sarcasmo: io non russavo. «Non mi sono mai agitata? Strano. Di solito quando ho gli incubi mi muovo per tutto il letto. E urlo».

«Hai avuto incubi?».

«Molto vividi. Mi stancano parecchio». Sbadigliai. «Non posso credere di non aver blaterato tutte le notti».

«Ma cosa sogni?».

«Varie cose, però si assomigliano tutti per via dei colori».

«Colori?».

«Sono luminosi, realistici. Di solito sono cosciente che sto sognando. Questi invece m’ingannano. E mi spaventano ancora di più».

Qualcosa sembrava averlo inquietato. «Cosa ti spaventa?».

Ebbi un fremito. «Più che altro...». M’interruppi.

«Più che altro?».

Non sapevo perché, ma non volevo raccontargli del bambino che vedevo nel mio incubo ricorrente; c’era qualcosa di intimo in quel dettaglio orribile. Perciò, anziché la descrizione completa, gli fornii soltanto un elemento. Di sicuro bastava a spaventare me, o chiunque altro.

«I Volturi», sussurrai.

Mi abbracciò più forte. «Non saranno più un problema per noi. Presto sarai immortale e non avranno scusanti».

Lasciai che mi cullasse, mentre mi sentivo in colpa per averlo depistato. I miei incubi non erano esattamente così. Non avevo paura per me, ma per il bambino.

Non era quello del primo sogno, il vampiro bambino con gli occhi rossi seduto sulla pila di cadaveri delle persone a me care. Il piccolo che avevo sognato quattro volte in una settimana era senza dubbio umano: aveva le gote rosse e occhioni verde chiaro. Ma, come l’altro, tremava di paura e disperazione mentre venivamo circondati dai Volturi.

In questo sogno, che benché nuovo aveva elementi del vecchio, dovevo proteggere il bambino sconosciuto. Non c’erano alternative. Allo stesso tempo, sapevo che non ce l’avrei fatta.

Edward vide la mia espressione desolata. «Come posso aiutarti?».

Mi scrollai l’angoscia di dosso. «È solo un sogno, Edward».

«Vuoi che ti canti qualcosa? Canterò per tutta la notte, se serve a tenere alla larga gli incubi».

«Non tutti sono incubi. Faccio anche bei sogni. Molto... colorati. Sott’acqua, con i pesci e i coralli. Sembra tutto vero — non mi accorgo di sognare. Forse il problema è quest’isola. Qui è tutto così luminoso».

«Vuoi tornare a casa?».

«No. No, non ancora. Non possiamo restare ancora un po’?».

«Possiamo restare quanto vuoi, Bella», e suonava come una promessa.

«Quando inizia il semestre? Non me lo sono annotato».

Sospirò. Forse ricominciò a canticchiare, ma prima di accorgermene ero già sprofondata nel sonno.


Più tardi mi svegliai al buio, sconvolta. Il sogno era stato talmente realistico... vividissimo e concreto... Farfugliai qualcosa ad alta voce, disorientata dalla stanza buia. Soltanto un secondo prima avevo avuto la sensazione di trovarmi sotto un sole splendente.

«Bella?», sussurrò Edward, le sue braccia che mi stringevano e mi scrollavano con delicatezza. «Tutto bene, amore?».

«Oh», balbettai. Era solo un sogno. Non la realtà. E rimasi ancora più sorpresa dalle lacrime che erano sgorgate senza preavviso e mi inondavano le guance fino a colare dal mio volto.

«Bella!», disse a voce alta, allarmato. «Che c’è che non va?». Asciugò le lacrime dalle mie guance ardenti con gesti frenetici delle dita fredde, ma altre continuavano a traboccare.

«Era solo un sogno». Non riuscii a soffocare il gemito cupo che mi spezzava la voce. Quelle lacrime insensate erano un fastidio, ma non riuscivo a controllare il dolore sconcertante che si era impossessato di me. Con tutta me stessa desideravo che il sogno fosse vero.

«Tutto okay, amore, stai bene. Sono qui». Mi cullò avanti e indietro, un po’ troppo veloce perché mi tranquillizzassi. «È stato un altro incubo? Non c’è niente di vero, niente».

«No, non era un incubo». Scossi la testa, strofinandomi gli occhi con il dorso delle mani. «Era un bel sogno». La mia voce si ruppe di nuovo.

«E allora perché piangi?», domandò stupefatto.

«Perché mi sono svegliata», strillai, mentre quasi lo strozzavo con un abbraccio e singhiozzavo sul suo collo.

Rise della mia logica, ma sembrava una reazione nervosa e preoccupata.

«Va tutto bene, Bella. Respira a fondo».

«Era così vero», singhiozzai. «Volevo che fosse vero».

«Raccontamelo, magari ti aiuta».

«Eravamo sulla spiaggia...». M’interruppi e con gli occhi gonfi di pianto mi voltai a guardare l’espressione ansiosa sul suo viso d’angelo, appena visibile al buio. Lo fissavo rimuginando, mentre l’irragionevole marea di dolore iniziava a rifluire.

«E?», disse lui impaziente.

Straziata, battei le palpebre per asciugare le lacrime. «Oh, Edward...».

«Raccontami, Bella», m’implorò con lo sguardo inquieto e preoccupato per il dolore che avvertiva nella mia voce.

Non ci riuscivo. Gli serrai di nuovo le braccia al collo e con un gesto febbrile incollai le labbra alle sue. Non era desiderio ma dolore, acuto fino a far male. La sua risposta fu immediata e altrettanto il rifiuto che ne seguì.

Lottò contro di me con tutta la delicatezza possibile, sorpreso, e mi tenne lontana afferrandomi le spalle.

«No, Bella», insistette, guardandomi come temesse che fossi impazzita.

Lasciai cadere le braccia, sconfitta, mentre le lacrime inspiegabili scendevano come un torrente fresco sul mio volto e l’ennesimo gemito mi riempiva la gola. Aveva ragione, forse ero pazza.

Mi fissò con occhi confusi, tormentati.

«S-s-scusa», mormorai.

Ma lui mi strinse a sé, serrandomi contro il suo petto marmoreo.

«Non posso, Bella, non posso!», ansimò pieno d’angoscia.

«Per favore», dissi, la mia preghiera attutita dalla sua pelle. «Per favore, Edward».

Non so se a commuoverlo fossero state le lacrime che mi facevano tremare la voce, se il mio attacco improvviso l’avesse colto alla sprovvista, o se il suo bisogno in quel momento fosse semplicemente insopportabile quanto il mio. Qualunque fosse la ragione, riavvicinò le mie labbra alle sue e si arrese con un gemito.

E ricominciammo da dov’era finito il mio sogno.


Il mattino dopo, al risveglio, restai totalmente immobile e cercai di mantenere il respiro regolare. Avevo paura di aprire gli occhi.

Ero sdraiata sul petto di Edward, che stava immobile senza abbracciarmi. Cattivo segno. Avevo paura di ammettere che ero sveglia e di affrontare la sua rabbia, con chiunque ce l’avesse.

Sbirciai con cautela dagli occhi socchiusi. Edward fissava il soffitto scuro, le mani dietro la testa. Mi appoggiai a un gomito per guardarlo meglio: il suo viso era rilassato, inespressivo.

«Quanto brutta me la sto passando?», domandai a mezza voce.

«Tantissimo», disse, ma voltò la testa con un sorriso ammiccante.

Sospirai di sollievo. «Mi dispiace, davvero», dissi. «Non volevo... Be’, non so bene cosa sia successo stanotte». Scossi la testa al ricordo delle lacrime irrazionali, del dolore straziante.

«Non mi hai ancora detto cosa stavi sognando».

«È vero... però mi sembra di avertelo dimostrato». Feci una risata nervosa.

«Ah», rispose Edward. Spalancò gli occhi e batté le ciglia. «Interessante».

«È stato proprio un bel sogno», mormorai. Lui non fece commenti, perciò qualche secondo dopo aggiunsi: «Sono perdonata?».

«Ci sto pensando».

Mi sedetti, pronta a esaminarmi. Se non altro, non mi pareva ci fossero altre piume. Ma non appena mi alzai fui colpita da una strana ondata di vertigini. Vacillai e ricaddi fra i cuscini.

«Ehi... che capogiro».

Mi sentii abbracciare all’istante. «Hai dormito tanto. Dodici ore».

«Dodici?». Strano.

Mi diedi una controllata mentre parlavo, cercando di non farmi notare. Sembravo a posto. I lividi sulle braccia erano ancora quelli della settimana prima, ormai giallastri. Provai con una stiracchiata. Anche quella andò bene. Anzi, più che bene.

«Inventario completo?».

Annuii imbarazzata. «A quanto pare i cuscini sono sopravvissuti».

«Purtroppo non posso dire altrettanto della tua, ehm, camicia da notte». Indicò i piedi del letto, dove mescolati alle lenzuola di seta giacevano brandelli di pizzo nero.

«Peccato», dissi, «mi piaceva».

«Anche a me».

«Altre vittime?», domandai timida.

«Dovrò comprare un telaio nuovo per il letto di Esme», confessò, gettando uno sguardo alle proprie spalle. Lo seguii e restai sorpresa vedendo il lato sinistro della testiera ridotto a pezzi.

«Mmm». Corrugai la fronte. «Secondo te, me ne sarei dovuta accorgere?».

«A quanto pare diventi straordinariamente sbadata, quando la tua attenzione gravita altrove».

«Ero un po’ distratta», confessai, rossa di vergogna.

Sfiorò la mia guancia in fiamme e sospirò. «Questo mi mancherà sul serio».

Osservai il suo viso, in cerca dei segni della rabbia o del rimorso che temevo. Mi restituì uno sguardo pacato, l’espressione calma ma illeggibile.

«Tu come stai?».

Rise.

«Che c’è?», domandai.

«Hai l’aria di una che si sente in colpa dopo aver commesso un crimine».

«Sì, mi sento in colpa», mormorai.

«Be’, hai sedotto un marito consenziente. Non è un reato capitale».

Sembrava volermi stuzzicare.

Le mie guance si scaldarono. «La parola sedotto implica un certo grado di premeditazione».

«Sì, forse è la parola sbagliata».

«Non sei arrabbiato?».

Abbozzò un sorriso. «Non sono arrabbiato».

«Perché no?».

«Be’...». Fece una pausa. «Per prima cosa non ti ho fatto del male. Stavolta è stato più semplice controllarmi, incanalare gli eccessi», il suo sguardo balzò di nuovo ai danni sulla testiera, «forse perché avevo un’idea più precisa di cosa aspettarmi».

Un sorriso speranzoso iniziò ad aprirsi sul mio viso. «Te l’avevo detto che era tutta questione di esercizio».

Alzò gli occhi al cielo.

Il mio stomaco brontolò e lui rise. «È ora di colazione per gli umani?», domandò.

«Grazie», dissi e saltai giù dal letto. Troppo in fretta, però, e traballai come un’ubriaca per ritrovare l’equilibrio. Edward mi fermò prima che mi schiantassi contro l’armadio.

«Stai bene?».

«Se nella prossima vita non avrò un senso dell’equilibrio migliore, voglio essere rimborsata».

Cucinai io qualche uovo fritto, avevo troppa fame per pensare a ricette più elaborate. Impaziente, le rovesciai sul piatto dopo pochi minuti.

«Da quando ti piacciono le uova all’occhio di bue?», domandò Edward.

«Da adesso».

«Sai quante ne hai buttate giù questa settimana?». Sfilò il bidone della spazzatura da sotto il lavandino: era pieno di scatole da sei, vuote.

«Strano», risposi dopo aver deglutito un boccone gigantesco. «Questo posto mi sta stravolgendo l’appetito». E i sogni, oltre al mio già precario equilibrio. «Eppure mi piace. Però dovremo andarcene presto se vogliamo iniziare puntuali a Dartmouth, vero? Ehi, mi sa che dovremo trovarci anche una casa in cui stare e quello che ci occorrerà».

Si sedette accanto a me. «Puoi anche smettere di fingere che il college ti interessi, ora che hai ottenuto ciò che volevi. Non abbiamo stretto nessun patto, è tutto alla luce del sole».

Sbuffai. «Non ho fatto nessuna finta, Edward. Io non passo il tempo a tramare, come fa qualcun altro. Cosa possiamo fare oggi per stancare Bella?», dissi imitando malamente la sua voce. Lui rise, sfacciato. «Davvero vorrei, passare ancora un po’ di tempo da umana». Mi sporsi ad accarezzare il suo petto nudo. «Non ne ho ancora abbastanza».

Mi lanciò un’occhiata dubbiosa. «Di questo?», domandò, afferrando la mano che scendeva lungo il suo ventre. «Il sesso è sempre stata la chiave di tutto?». Alzò gli occhi al cielo. «Chissà perché non ci ho pensato prima», mormorò sarcastico. «Mi sarei risparmiato un sacco di discussioni».

Scoppiai a ridere. «Forse sì».

«Sei così umana», ripeté.

«Lo so».

L’ombra di un sorriso sfiorò le sue labbra. «Andiamo a Dartmouth? Sul serio?».

«Probabilmente non supererò il primo semestre».

«Ti aiuterò io». Il sorriso si aprì. «Il college ti piacerà».

«Pensi che riusciremo a trovare ancora un appartamento?».

Fece una smorfia, con aria colpevole. «Be’, abbiamo già una specie di casa laggiù. Sai com’è».

«Hai comprato casa?».

«Gli immobili sono un buon investimento».

Alzai un sopracciglio senza commentare. «Perciò, siamo pronti».

«Devo capire se possiamo tenerci ancora un po’ la tua macchina del "prima"...».

«Eh sì, guai a me se non ci sarà nulla a proteggermi dai carri armati».

Sorrise.

«Quanto possiamo restare ancora?», domandai.

«Abbiamo tempo. Qualche altra settimana, se vuoi. E possiamo passare a trovare Charlie prima di trasferirci nel New Hampshire. A Natale potremmo andare da Renée...».

Le sue parole descrissero un futuro immediato felicissimo, privo di dolore per tutti. Il cassetto-Jacob, tutt’altro che dimenticato, sussultò e corressi i miei pensieri: per quasi tutti.

La situazione non era per nulla facile. Ora che avevo scoperto le profonde gioie di un’esistenza umana, ero tentata di lasciar cadere i miei piani. Diciotto o diciannove anni, diciannove o venti... importava qualcosa? Non sarei cambiata granché nel giro di un anno. E restare umana accanto a Edward... il dilemma si faceva ogni giorno più spinoso.

«Sì, qualche settimana», dissi. E poi, visto che il tempo non sembrava mai abbastanza, aggiunsi: «Ecco, pensavo... hai presente quel che dicevo poco fa a proposito dell’esercizio?».

Rise. «Resta lì e non perdere il filo. Ho sentito una barca. Devono essere i domestici».

Non voleva interrompere il discorso. Quindi la sua intenzione non era di proibirmi un po’ di allenamento? Sorrisi.

«Aspetta che spieghi a Gustavo il casino nella stanza bianca, poi possiamo uscire. C’è un posto nella giungla, verso sud...».

«Non voglio uscire. Oggi non mi va di scarpinare sull’isola. Voglio restare qui a guardare un film».

Increspò le labbra, cercando di non ridere del mio tono scontento. «Va bene, come vuoi. Perché non ne scegli uno mentre vado ad aprire?».

«Non ho sentito bussare».

Reclinò la testa di lato, in ascolto. Mezzo secondo dopo udimmo un timido colpetto alla porta. Edward sorrise e si diresse verso il corridoio.

Mi avvicinai alle mensole sotto la grande TV e iniziai a scorrere i titoli. La scelta si presentava difficile. C’erano più DVD lì che in un videonoleggio.

Sentii la voce bassa e vellutata di Edward avvicinarsi dal corridoio, mentre parlava senza esitazioni in quello che sembrava perfetto portoghese. Un’altra voce più rauca, umana, rispondeva nella stessa lingua.

Edward li guidò nella stanza, indicando verso la cucina quando vi passò davanti. Accanto a lui, i due brasiliani apparivano incredibilmente bassi e scuri: un uomo rotondetto e una donna magra, con i volti segnati dalle rughe. Edward mi presentò con un sorriso orgoglioso e riconobbi il mio nome mescolato a un flusso di parole sconosciute. Arrossii appena ripensando al disastro di piume nella stanza bianca in cui stavano per imbattersi. L’ometto mi sorrise educato.

La donna minuta dalla carnagione color caffè invece no. Mi osservava a occhi spalancati, in un misto di sorpresa, preoccupazione e soprattutto paura. Prima che potessi reagire, Edward indicò loro di seguirlo nel pollaio e li accompagnò fuori.

Quando rientrò, era solo. Si avvicinò lesto al mio fianco e mi abbracciò.

«Cosa vuole quella?», sussurrai impaziente, al ricordo dell’espressione di panico della donna.

Edward scrollò le spalle, impassibile. «Kaure è una mezzosangue Ticuna. L’antica cultura india le ha insegnato il rispetto per le superstizioni, o l’attenzione ai dettagli, se vuoi. Sospetta che io sia ciò che sono, o perlomeno è vicina a capirlo». Tuttavia, non sembrava preoccupato. «Qui hanno alcune leggende, come quella del Lobishomen, un demone assetato di sangue che si nutre di belle donne». Mi lanciò un’occhiata maliziosa.

Soltanto belle donne? Be’, piuttosto lusinghiero.

«Sembrava terrorizzata», dissi.

«Lo è, ma soprattutto è preoccupata per te».

«Per me?».

«Ha paura perché sei qui con me, tutta sola». Soffocò una risata e guardò la parete coperta dai DVD. «Be’, perché non scegli qualcosa da vedere? È un ragionevole passatempo umano».

«Sì, sono sicura che un film basterà a convincerla che sei umano». Sorrisi e cinsi le sue spalle con forza, alzandomi sulla punta dei piedi. Lui si chinò per lasciarsi baciare, poi strinse la presa su di me e mi sollevò da terra per non piegarsi.

«Un film, un filmetto», mormorai, mentre le sue labbra mi scendevano sul collo e intrecciavo le mie dita ai suoi capelli color del bronzo.

Poi udii un singulto ed Edward mi lasciò andare di colpo. Kaure era immobile in anticamera, con le piume fra i capelli neri, un grosso sacco pieno di altre piume fra le braccia e l’espressione terrorizzata sul viso. Con gli occhi fuori dalle orbite mi vide arrossire e abbassare lo sguardo. Poi si ricompose e mormorò parole che, malgrado la lingua straniera, suonavano come delle scuse. Edward sorrise e le rispose benevolo. Lei puntò i suoi occhi scuri altrove e proseguì lungo il corridoio.

«Stava pensando ciò che penso stesse pensando, vero?», mormorai.

Edward rise della mia domanda ingarbugliata. «Sì».

«Ecco», dissi, allungando una mano e pescando un film a caso. «Metti su questo, così possiamo fingere di guardarlo».

Era un vecchio musical, con la copertina piena di volti sorridenti e vestiti vaporosi.

«Degno di una luna di miele», approvò Edward.

Mentre gli attori sullo schermo ballavano sulle note di un’allegra introduzione musicale, mi lasciai cadere sul divano, accoccolandomi fra le braccia di Edward.

«Adesso si può tornare nella stanza bianca?», domandai pigra.

«Non so... la testiera dell’altra camera è già straziata in modo irreparabile. Forse, se limitiamo la distruzione a una sola zona della casa, Esme potrebbe concederci di tornare, un giorno».

Feci un gran sorriso. «Perciò la distruzione non è finita?».

Rise della mia frase. «Forse è meglio che sia premeditata, piuttosto che io stia ad aspettare il tuo prossimo assalto».

«Sarebbe solo questione di tempo», commentai placida, ma nelle vene il sangue iniziò a correre.

«C’è qualcosa che non va nel tuo cuore?».

«No, no. È sano come un pesce». Feci una pausa. «Volevi andare a controllare subito il sito da demolire?».

«Forse è più educato se aspettiamo di restare soli. Tu potrai anche non accorgerti che faccio a pezzi i mobili, ma loro rischiano di spaventarsi».

A dirla tutta, mi ero già dimenticata delle persone nell’altra stanza. «Giusto. Peccato».

Gustavo e Kaure si muovevano per casa silenziosi, mentre attendevo impaziente che finissero e cercavo di seguire il "vissero felici e contenti" sullo schermo. Iniziavo a sentirmi assonnata, malgrado secondo Edward avessi già passato mezza giornata a dormire, quando una voce roca mi fece scattare. Edward si raddrizzò sul divano, con me accoccolata addosso, e rispose a Gustavo in perfetto portoghese. Il domestico annuì e si diresse tranquillo verso la porta.

«Hanno finito», disse Edward.

«Il che significa che adesso siamo soli?».

«Che ne dici di mangiare qualcosa prima?».

Il dilemma mi lasciò senza parole. Ero davvero molto affamata.

Con un sorriso mi prese per mano e mi guidò in cucina. Conosceva le mie espressioni così a fondo che non gli era indispensabile leggermi nel pensiero.

«La situazione mi sta scappando di mano», dissi quando finalmente mi sentii sazia.

«Ti va di nuotare con i delfini questo pomeriggio... per bruciare calorie?», mi domandò.

«Magari dopo. Avevo un’altra idea per bruciare calorie».

«Sarebbe?».

«Be’, è rimasto un bel pezzo di testiera...».

Ma non completai la frase. Mi aveva già presa fra le braccia e le sue labbra misero a tacere le mie, mentre mi portava a velocità disumana nella stanza blu.

7 Inaspettato

La fila di sagome nere avanzava verso di me in una coltre di nebbia. Vedevo i loro occhi scuri color rubino scintillare di desiderio, bramosi di uccidere. Le labbra tese mostravano i denti affilati e umidi: alcuni ringhiavano, altri sorridevano.

Udii piagnucolare il bambino alle mie spalle, ma non riuscii a voltarmi per guardarlo. Avrei voluto disperatamente assicurarmi che fosse al riparo, ma in quel momento non potevo permettermi un calo di concentrazione.

Le sagome incombevano sempre più vicine, i neri mantelli si agitavano appena. Vidi quelle mani bianche e ossute stringersi come artigli. Iniziarono a sparpagliarsi per assalirci da ogni direzione. Eravamo circondati. Stavamo per morire.

E poi, come il lampo di luce di un flash, la scena cambiò. O meglio, tutto era uguale — i Volturi ci venivano incontro, pronti a uccidere — ma il mio atteggiamento era diverso. D’un tratto ero impaziente. Volevo che attaccassero. Il panico si trasformò in sete di sangue, mentre mi rannicchiavo in avanti, il sorriso sulle labbra e un ruggito fra i denti scoperti.

Di soprassalto, uscii stravolta dal sogno.

La stanza era nera. E calda in modo soffocante. Il sudore m’incollava i capelli alle tempie e m’inzuppava il collo.

Frugai fra le lenzuola calde e le trovai vuote.

«Edward?».

In quel momento le mie dita incontrarono qualcosa di liscio, piatto e rigido. Un foglio di carta piegato a metà. Presi il biglietto e tastai la parete in cerca dell’interruttore.

Il destinatario del biglietto era la signora Cullen.

Spero che non ti svegli e che non ti accorga della mia assenza, ma, se dovessi, sappi che tornerò presto. Sono soltanto andato sul continente a cacciare. Torna a dormire e quando ti sveglierai ci sarò. Ti amo.

Sospirai. Eravamo sull’isola da due settimane, logico che prima o poi dovesse andarsene, ma avevo smesso di pensare al tempo. Sembrava che vivessimo fuori dal tempo, alla deriva in una condizione perfetta.

Mi asciugai il sudore dalla fronte. Mi sentivo assolutamente sveglia, malgrado l’orologio sulla cassettiera dicesse che era l’una passata. Sapevo di non potermi riaddormentare, calda e appiccicosa com’ero. Senza dimenticare che, se avessi spento la luce e chiuso gli occhi, avrei di sicuro rivisto le sagome nere che incombevano nella mia mente.

Mi alzai e vagai senza meta nella casa buia, accendendo le luci. Senza Edward appariva troppo grande e vuota. Diversa.

Finii in cucina e decisi che forse il cibo era la consolazione migliore.

Frugai nel frigorifero in cerca degli ingredienti per preparare del pollo fritto. Lo sfrigolare e lo scoppiettare del pollo nel tegame fu un rumore piacevole, familiare; finché riempì il silenzio, mi sentii meno nervosa.

Aveva un profumo così buono che iniziai a mangiarlo direttamente dalla padella, bruciandomi la lingua. Al quinto o sesto boccone era abbastanza freddo perché ne gustassi il sapore. Cominciavo a masticare in modo più normale. C’era qualcosa di strano nel gusto? Controllai la carne: era bianca, ma forse non l’avevo cotta abbastanza. Diedi un altro morso per provare; masticai due volte. Oh, decisamente cattivo. Saltai in piedi per sputarlo nel lavandino. All’improvviso, la puzza di pollo e olio divenne rivoltante. Presi la padella e la scrollai nella spazzatura, poi aprii le finestre per far uscire l’odore. Fuori si era alzata una brezza quasi fresca. Una sensazione piacevole sulla pelle.

All’istante mi sentii esausta, ma non volevo tornare nella stanza torrida. Perciò aprii le finestre nella stanza della TV e mi sdraiai sul divano sottostante. Feci partire lo stesso film che avevamo visto il giorno prima e mi addormentai in fretta sulle note allegre dei titoli di testa.

Quando riaprii gli occhi era quasi mezzogiorno, ma non fu la luce a risvegliarmi. Due braccia fredde mi circondavano stringendomi. Allo stesso tempo percepii una fitta di dolore allo stomaco, neanche avessi appena preso un pugno in pancia.

«Scusa», mormorò Edward mentre sfregava la mano ghiacciata sulla mia fronte umida. «Altro che pignolo. Non pensavo che senza di me avresti sofferto il caldo. Prima di andarmene farò installare un condizionatore».

Non riuscivo a concentrarmi sulle sue parole. «Ti prego!», tossii, cercando di liberarmi dalla stretta.

Mi lasciò andare immediatamente. «Bella?».

Corsi verso il bagno coprendomi la bocca con la mano. Mi sentivo talmente male che sulle prime non badai nemmeno alla sua presenza, mentre mi piegavo sul water in preda a un violento attacco di vomito.

«Bella? Che ti prende?».

Ancora non riuscivo a rispondere. Mi sosteneva ansioso, levandomi i capelli dalla faccia, in attesa che riprendessi a respirare.

«Maledetto pollo avariato», brontolai.

«Ti senti bene?». La sua voce era piena di tensione.

«Sì», boccheggiai. «È soltanto intossicazione alimentare. Non sei obbligato a guardarmi. Vattene».

«Neanche per idea, Bella».

«Vattene», urlai con un gemito, mentre cercavo di alzarmi per sciacquarmi la bocca. Mi aiutò con delicatezza, ignorando i miei deboli strattoni.

Pulita la bocca, mi portò a letto e mi fece sedere con cautela, fra le sue braccia.

«Intossicazione alimentare?».

«Sì», gracchiai. «Stanotte ho cucinato del pollo. Sapeva di marcio e l’ho buttato via. Ma ne avevo già mangiato un po’».

Posò una mano fredda sulla mia fronte. Una bella sensazione. «E adesso come stai?».

Ci pensai su. La nausea se n’era andata alla stessa velocità con cui era arrivata e mi sentivo come ogni mattina. «Tutto a posto. Un po’ affamata, forse».

Prima di friggere le uova mi fece aspettare un’ora e mandare giù un bicchierone d’acqua. Ero tornata perfettamente normale, solo un po’ stanca per l’alzataccia nel cuore della notte. Accese la TV sulla CNN — eravamo così lontani dal mondo che se anche fosse scoppiata la terza guerra mondiale non ce ne saremmo accorti — e io sonnecchiai fra le sue braccia.

Annoiata dalle notizie, mi voltai per baciarlo. Come era successo la mattina, al minimo movimento ebbi una fitta nello stomaco. Mi allontanai di scatto, la mano sulla bocca. Sapevo che il bagno era troppo lontano, perciò corsi al lavandino della cucina.

Mi seguì per tenermi i capelli.

«Forse dovremmo tornare a Rio da un medico», suggerì ansioso mentre mi sciacquavo la bocca.

Scossi la testa e puntai verso il corridoio. Dottore uguale puntura. «Mi lavo i denti e vedrai che starò meglio».

Appena il sapore in bocca migliorò, frugai in valigia alla ricerca del kit di pronto soccorso preparato da Alice, pieno di oggetti umani come cerotti, antidolorifici e, obiettivo della mia ricerca, una compressa di Pepto-Bismol. Così forse sarei riuscita a placare il mio stomaco e tranquillizzare Edward.

Ma prima ancora di scovare il medicinale m’imbattei in un’altra cosa che Alice mi aveva preparato. Afferrai la scatolina blu e la fissai, sul palmo della mano, per un istante interminabile, dimenticandomi di tutto il resto.

Poi iniziai a contare, a mente. Una volta. Una seconda. E poi daccapo.

Il colpo sulla porta mi spaventò e la scatoletta ricadde in valigia.

«Tutto bene?», domandò. Edward da dietro la porta. «Ti viene ancora da vomitare?».

«Sì e no», risposi, ma la mia voce usciva soffocata.

«Bella? Posso entrare, per favore?». Era decisamente preoccupato.

«O...kay».

Entrò scrutando la mia posizione, seduta a gambe incrociate sul pavimento accanto alla valigia, e la mia espressione, vuota e fissa. Si sedette accanto a me e mi sfiorò subito la fronte.

«Cosa c’è che non va?».

«Quanti giorni sono passati dal matrimonio?», sussurrai.

«Diciassette», rispose automatico. «Bella, che c’è?».

Ricominciai a contare. Alzai un dito per fargli segno di aspettare e bisbigliai i numeri fra me. Mi ero sbagliata. Era trascorso più tempo di quanto pensassi. Ricominciai.

«Bella!», sussurrò impaziente. «Mi stai facendo saltare i nervi».

Cercai di deglutire. Non funzionò. Perciò mi sporsi verso la valigia e vi frugai fino a ritrovare la scatolina blu degli assorbenti. La sollevai in silenzio.

Mi guardò confuso. «Che? Stai cercando di dirmi che è colpa della sindrome premestruale?».

«No», tentennai ansimando. «No, Edward. Sto cercando di dirti che ho un ritardo di cinque giorni».

L’espressione del suo viso non cambiò. Come se non avessi parlato.

«Non credo sia stata un’intossicazione», aggiunsi.

Non rispose. Si era trasformato in una statua.

«I sogni», mormorai fra me, soprappensiero. «Il sonno. Il pianto. La fame. Oh. Oh. Oh».

Lo sguardo di Edward si fece vitreo, come se non riuscisse più a vedermi.

Di riflesso, quasi involontariamente, la mia mano si posò sullo stomaco.

«Oh!», strillai di nuovo.

Mi rialzai a fatica, sfilandomi dalle mani immobili di Edward. Non mi ero ancora cambiata la coulotte di seta e la camicetta che indossavo a letto. Sollevai il tessuto blu e guardai la mia pancia.

«Impossibile», sussurrai.

Non avevo alcuna esperienza di gravidanze, figli, annessi e connessi, ma non ero idiota. Avevo visto abbastanza film e trasmissioni televisive per sapere che non funzionava così. Ero in ritardo di soli cinque giorni. Troppo poco perché il mio corpo si fosse già accorto che potevo essere incinta. Troppo presto per avere la nausea al mattino o cambiare il ritmo dell’alimentazione e del sonno.

E, soprattutto, troppo presto per avere un piccolo ma ben visibile gonfiore che spuntava dal ventre.

Girai su me stessa per esaminarmi da ogni angolazione, come se alla luce giusta potesse scomparire. Tracciai con le dita il profilo della piccola sporgenza, sorpresa di sentirla, sotto la pelle, dura come la roccia.

«Impossibile», ribadii, perché, gonfiore o no, ciclo o non ciclo (e ciclo non ce n’era proprio, malgrado fossi sempre stata precisa come un orologio), era impossibile che fossi incinta. L’unica persona con cui avessi fatto del sesso era un vampiro, maledizione! Un vampiro che era ancora impietrito sul pavimento e non dava segno di riprendersi.

Perciò, doveva esserci un’altra spiegazione. Qualcosa di sbagliato in me. Una strana malattia sudamericana con gli stessi sintomi di una gravidanza accelerata...

Poi ricordai un particolare, un mattino di ricerche su Internet che sembrava appartenere a una vita precedente. Seduta alla vecchia scrivania della mia stanza, in casa di Charlie, mentre la luce grigia filtrava appena dalla finestra, gli occhi fissi sul mio computer antiquato e ronzante, leggevo avida i dati di un sito chiamato Vampiri A-Z. Erano passate meno di ventiquattr’ore da quando Jacob Black, convinto di raccontarmi qualche strana leggenda Quileute in cui ancora non credeva, mi aveva rivelato che Edward era un vampiro. Avevo letto con ansia le prime voci del sito, dedicato alla mitologia vampiresca di tutto il mondo. I Danag delle Filippine, gli Estrie ebrei, i Varacolaci rumeni, gli Stregoni benefici italiani (leggenda che in realtà derivava dai trascorsi del mio neo-suocero fra i Volturi, ma all’epoca non potevo saperlo)... Meno credibili diventavano le storie, meno le avevo degnate di attenzione. Delle ultime voci ricordavo solo qualche frammento. Sembravano più che altro scuse architettate per spiegare fenomeni come il tasso di mortalità infantile, oppure l’infedeltà. No, cara, non ho un’amante! La donna sexy che hai visto sgattaiolare dalla porta di casa era un Succubo cattivo. Ho rischiato la vita, sai! (Ovviamente, dopo aver sentito la storia di Tanya e delle sue sorelle, sospettavo che qualcuna di quelle scuse fosse la semplice verità). C’era anche la versione femminile. Come puoi accusarmi di averti tradito, soltanto perché hai viaggiato sui mari per due anni e al ritorno mi hai trovata incinta? È stato l’Incubo. Mi ha ipnotizzata con i suoi poteri occulti di vampiro...

Uno dei poteri dell’Incubo era proprio quello di mettere incinta la sua sventurata preda.

Scossi la testa, sbalordita. Ma...

Pensai a Esme e soprattutto a Rosalie. Le vampire non potevano avere figli. Se fosse stato possibile, Rosalie avrebbe trovato la maniera. Il mito dell’Incubo non era che una favola.

A parte... be’, una differenza c’era. Ovviamente Rosalie non poteva concepire, imprigionata com’era nel suo ultimo istante di vita umana. Senza possibilità di cambiare. E il corpo di una donna deve mutare, per dare alla luce un figlio. Prima di tutto c’è il dato di fatto della sospensione del ciclo mensile, poi le trasformazioni maggiori, necessarie ad accogliere un bambino che cresce. Il corpo di Rosalie non poteva cambiare.

Il mio sì. Il mio stava cambiando. Toccai il gonfiore sul ventre, che fino al giorno prima non c’era.

E gli uomini, be’, loro restavano più o meno uguali dalla pubertà alla morte. Ricordai un particolare che avevo raccolto non so dove: Charlie Chaplin ebbe il suo ultimo figlio a più di settant’anni. I maschi non avevano una sola fase fertile nella vita, o cicli di fertilità.

D’altronde, come si poteva sapere se i vampiri maschi fossero in grado di fecondare, dal momento che per le loro compagne era impossibile concepire? Quale vampiro al mondo poteva avere il coraggio o il desiderio di sperimentare la teoria con un’umana? O averne la disposizione?

Me ne veniva in mente solo uno.

Una parte della mia mente si affannava dietro a dettagli, ricordi e speculazioni, mentre l’altra, quella che controllava il movimento dei muscoli, dal primo all’ultimo, era talmente stupefatta da non riuscire a gestire le operazioni più semplici. Mi scoprii incapace di aprir bocca, malgrado volessi chiedere a Edward, anzi scongiurarlo, di spiegarmi cosa stesse succedendo. Avrei dovuto sedermi accanto a lui, toccarlo, ma il mio corpo non seguiva le istruzioni. Riuscivo soltanto a guardare i miei stessi occhi attoniti allo specchio, mentre le dita premevano con cautela il gonfiore sulla pancia.

E poi, come nell’incubo realistico della notte prima, lo scenario cambiò di colpo. Ciò che vedevo nello specchio mi apparve totalmente diverso, senza esserlo concretamente.

A cambiare tutto fu un movimento impercettibile del gonfiore: un colpetto, da dentro il mio corpo.

Nello stesso istante il cellulare di Edward squillò, acuto e pressante. Né io né lui ci muovemmo. Gli squilli si susseguirono. Cercai di ignorarli, con le dita premute sul ventre, in attesa. La mia espressione allo specchio non era più sbalordita, ma pensierosa. Mi accorsi a malapena delle lacrime strane e silenziose che cominciarono a rigarmi le guance.

Il telefono continuava a squillare. Desideravo che Edward rispondesse e stavo per avere una crisi emotiva. Forse la più grande della mia vita.

Drin! Drin! Drin!

Alla fine l’irritazione ebbe la meglio. M’inginocchiai accanto a Edward con cautela inaspettata, mille volte più attenta a ogni mio singolo movimento, e tastai le sue tasche in cerca del cellulare. Mi aspettavo almeno che fosse lui ad aprirlo e rispondere, ma rimase perfettamente immobile.

Riconobbi il numero e compresi subito il motivo della chiamata.

«Ciao, Alice», dissi. La mia voce non era migliorata più di tanto. Mi schiarii la gola.

«Bella? Bella, stai bene?».

«Sì. Ehm. C’è Carlisle?».

«È qui. Qual è il problema?».

«Non sono sicura... al cento per cento».

«Edward sta bene?», domandò, spaventata. Si allontanò per chiamare Carlisle e prima che potessi risponderle domandò: «Perché non ha risposto lui?».

«Non lo so».

«Bella, che succede? Ho appena visto...».

«Cosa?».

Restò in silenzio. «Ti passo Carlisle», disse infine.

Fu come se qualcuno mi avesse iniettato acqua ghiacciata nelle vene. Se Alice mi avesse vista tenere in braccio un bambino dal viso angelico con gli occhi verdi me l’avrebbe detto, no?

Durante la frazione di secondo in cui aspettai che Carlisle parlasse, la visione che avevo evocato si librò davanti ai miei occhi. Un neonato piccolo e bellissimo, persino più bello del bambino presente nei miei sogni, un minuscolo Edward fra le mie braccia. E nelle vene una vampata di calore scacciò il freddo.

«Bella, sono Carlisle. Che succede?».

«Io...». Non sapevo cosa rispondere. Avrebbe riso delle mie supposizioni, mi avrebbe presa per pazza? Era soltanto l’ennesimo sogno colorato? «Sono un po’ preoccupata per Edward... È possibile che un vampiro cada in stato di shock?».

«È ferito?». La voce di Carlisle si fece subito impaziente.

«No, no», lo rassicurai. «Soltanto... colto di sorpresa».

«Non capisco, Bella».

«Penso, be’, penso che forse... potrei essere...», respirai a fondo, «incinta».

E quasi a sottolineare la parola, sentii un altro movimento quasi impercettibile nell’addome. La mano scattò in risposta.

Dopo una lunga pausa, l’esperienza medica di Carlisle ebbe la meglio.

«Quando è iniziato il tuo ultimo ciclo mestruale?».

«Sedici giorni prima del matrimonio». Avevo fatto il calcolo a mente così tante volte da non avere più dubbi.

«Come ti senti?».

«Strana», risposi, e la mia voce si spezzò. Un altro rivolo di lacrime mi bagnò le guance. «Ti sembrerà una follia, ma, ascolta, so che è troppo presto. Forse sono davvero pazza. Ma continuo a fare sogni strani, a mangiare, piangere e vomitare, e... e... giuro che qualcosa si è mosso dentro di me un attimo fa».

La testa di Edward scattò e finalmente ebbi un moto di sollievo.

Edward allungò una mano per farsi passare il telefono, il volto cereo e teso.

«Ehm, penso che Edward voglia parlare con te».

«Passamelo», disse Carlisle, nervoso.

Non ero del tutto sicura che Edward riuscisse a parlare, ma posai il telefono sul palmo della sua mano.

Lo avvicinò all’orecchio. «È possibile?», sussurrò.

Restò a lungo in silenzio, lo sguardo fisso nel vuoto.

«E Bella?», domandò. Mentre parlava mi avvolse in un abbraccio stringendomi al suo fianco.

Restò di nuovo in ascolto, a lungo, e alla fine disse: «Sì. Sì, certo che sì».

Allontanò il cellulare dall’orecchio e chiuse la comunicazione. Un istante dopo compose un altro numero.

«Che dice Carlisle?», chiesi impaziente.

Rispose con un filo di voce. «Secondo lui sei incinta».

A quelle parole sentii un brivido caldo lungo la schiena. Dentro di me, un sussulto.

«Chi stai chiamando adesso?», domandai, mentre riavvicinava il telefono all’orecchio.

«L’aeroporto. Torniamo a casa».


Edward passò un’intera ora al telefono. Probabilmente stava organizzando il rientro, ma non potevo saperlo perché parlava in un’altra lingua. Sembrava discutere: si esprimeva a denti stretti.

E nel mentre preparava le valigie. Sfrecciava per la stanza come un tornado infuriato che dietro di sé lascia ordine anziché distruzione. Lanciò alcuni miei vestiti sul letto senza guardarli: forse voleva dire che dovevo indossarli. Continuò a discutere mentre mi cambiavo, gesticolava con movimenti improvvisi e agitati.

Uscii dalla stanza in silenzio quando non tollerai più l’energia violenta che irradiava. La concentrazione maniacale di Edward mi fece tornare la nausea, diversa da quella mattutina ma altrettanto fastidiosa. Preferivo aspettare altrove che il suo malumore si placasse. Mi era impossibile parlare con quell’Edward glaciale e assorto che, sinceramente, mi spaventava un po’.

Per l’ennesima volta finii in cucina. Nella credenza c’era un sacchetto di ciambelline. Iniziai a masticarle soprappensiero, mentre fuori dalla finestra la sabbia, le rocce, gli alberi e l’oceano scintillavano al sole.

Qualcuno dentro me sussultò come se brontolasse.

«Lo so», dissi. «Neanch’io voglio andarmene».

Mentre guardavo fuori dalla finestra per un attimo, il mio interlocutore non rispose.

«Non capisco», sussurrai. «Cosa c’è di sbagliato?».

Una sorpresa, assolutamente. Persino sbalorditiva. Ma anche sbagliata?

No.

Ma allora perché Edward era tanto furioso? Non era stato lui ad augurarsi un matrimonio riparatore?

Cercai di ragionare.

Forse non era così assurdo che Edward volesse tornare subito a casa. Voleva che Carlisle mi visitasse ed essere certo che le mie deduzioni fossero corrette, anche se a quel punto qualsiasi dubbio era svanito. Probabilmente volevano capire perché fossi già così incinta, con il gonfiore, i movimenti nella pancia e tutto il resto. Non era normale.

Forse il punto era proprio quello. Edward si stava preoccupando per il bambino. Io non avevo ancora perso la testa. Il mio cervello, più lento del suo, era ancora stupito al pensiero dell’immagine che aveva evocato: il neonato con gli occhi di Edward — verdi come i suoi, quando era stato umano, delicato e bellissimo fra le mie braccia. Sperai che fosse il ritratto di Edward, senza ingerenze da parte mia.

Strano pensare come quell’immagine fosse diventata improvvisamente una necessità primaria. Quel primo impercettibile contatto aveva cambiato ogni prospettiva. Prima c’era soltanto una cosa della quale non potevo fare a meno, adesso erano due. Senza dovermi dividere, perché il mio amore non doveva spaccarsi in due, niente affatto. Piuttosto, era come se le dimensioni del mio cuore fossero raddoppiate. E tutto lo spazio in più era già occupato. Un’espansione che mi dava quasi alla testa.

Non avevo mai capito fino in fondo il dolore e il risentimento di Rosalie. Non mi ero mai vista nei panni di una madre, mai avevo desiderato esserlo. Era stato facilissimo promettere a Edward che avrei rinunciato ai figli per lui, perché davvero non m’interessava. I bambini, in astratto, non mi avevano mai affascinata. Per me erano creature rumorose che spesso sputavano roba appiccicaticcia. Non avevo mai avuto a che fare con loro. Quando avevo sognato che Renée mi desse un fratello, si trattava sempre di un fratello maggiore. Qualcuno che si prendesse cura di me, non il contrario.

Questo figlio, il figlio di Edward, era tutta un’altra storia.

Lo desideravo come l’aria nei polmoni. Non era una scelta, ma una necessità.

Forse mi mancava l’immaginazione. Forse per lo stesso motivo, finché non mi ero sposata, non ero mai riuscita a figurarmi quanto mi piacesse il matrimonio, quindi soltanto con un figlio in arrivo avrei desiderato diventare madre...

Posai la mano sulla pancia, in attesa di un nuovo movimento, e le lacrime ripresero a scorrere.

«Bella?».

Mi voltai, spaventata dal suono della sua voce. Era troppo fredda, troppo circospetta. Rifletteva la sua espressione, vuota e dura.

Allora mi vide piangere.

«Bella!». Attraversò la stanza in un lampo e mi prese il viso fra le mani. «Stai male?».

«No, no...».

Mi strinse a sé. «Non temere. Sedici ore e saremo a casa. Andrà tutto bene. Carlisle è pronto ad accoglierci. Ce ne occuperemo noi e tu guarirai, guarirai».

«Ce ne occuperemo noi? In che senso?».

Si scostò per guardarmi negli occhi. «Dobbiamo tirare fuori quella cosa prima che possa farti del male. Non temere. Non permetterò che ti faccia del male».

«Quella cosa?», esclamai.

Con uno scatto distolse lo sguardo, verso la porta d’ingresso. «Maledizione! Ho dimenticato che oggi doveva passare Gustavo. Mi sbarazzo di lui e torno subito». Sfrecciò fuori dalla stanza.

Mi strinsi al bancone per non perdere l’equilibrio. Mi tremavano le ginocchia.

Edward aveva appena chiamato cosa il mio piccolo brontolone. Aveva detto che Carlisle l’avrebbe tirato fuori.

«No», sussurrai.

Avevo capito male. Del bambino non gli interessava nulla. Voleva fargli del male. La splendida immagine nei miei pensieri si modificò bruscamente e si trasformò in qualcosa di cupo. Il bel bambino piangeva, le mie braccia erano troppo deboli per proteggerlo...

Che potevo fare? Sarei stata in grado di ragionare con loro? E se non ci riuscivo? Bastava a spiegare lo strano silenzio telefonico di Alice? Era ciò che aveva visto? Edward e Carlisle che uccidevano quel bambino perfetto prima che iniziasse a vivere?

«No», sussurrai di nuovo, con voce più forte. Non poteva andare in quel modo. Non l’avrei permesso.

Udii Edward che di nuovo parlava in portoghese. Ancora discussioni. Mentre la sua voce si avvicinava, lo sentii ruggire esasperato. Poi si aggiunse un’altra voce, bassa e timida. Una voce femminile.

Edward la precedette in cucina e venne dritto verso di me. Mi asciugò le lacrime dalle guance e mi parlò all’orecchio, bisbigliando fra le labbra affilate.

«Insiste a dire che deve lasciare in cucina quello che ci ha preparato per cena». Se fosse stato meno nervoso, meno arrabbiato, di sicuro avrebbe alzato gli occhi al cielo. «È una scusa: vuole assicurarsi che non ti abbia ancora uccisa». Pronunciò le ultime parole con voce gelida.

Kaure restava dietro l’angolo, nervosa, tenendo fra le mani un piatto coperto. Mi sarebbe piaciuto conoscere il portoghese, o qualche parola in più di spagnolo, per provare a ringraziare la donna che aveva osato fare arrabbiare un vampiro solo per venire a controllare che stessi bene.

Il suo sguardo vagava fra me ed Edward. La vidi esaminare il mio colorito, l’umidità dei miei occhi. Mormorò qualcosa di incomprensibile e posò il piatto sul bancone.

Edward le ringhiò qualcosa contro; non lo avevo mai sentito parlare in maniera così scortese. Lei si voltò per andarsene e lo svolazzo della sua gonna lunga spinse l’odore della pietanza verso di me. Era forte, sapeva di cipolle e pesce. Ebbi un conato e corsi al lavandino. Le mani di Edward si posarono sulla mia fronte e sentii il suo mormorio rasserenante attraverso il ronzio che avevo nelle orecchie. Per un secondo le sue mani sparirono e la porta del frigo si chiuse sbattendo. Grazie al cielo, l’urto portò via anche la puzza e le sue mani tornarono a rinfrescarmi la fronte umida. Il supplizio finì alla svelta.

Mi sciacquai la bocca al rubinetto, mentre lui mi accarezzava una guancia.

Avvertii l’accenno di un brontolio nella pancia.

Tutto bene. Stiamo bene, risposi.

Edward mi voltò e mi strinse fra le braccia. Posai la testa sulla sua spalla. Le mani, istintivamente, coprirono il ventre.

Udii un piccolo singulto e alzai gli occhi.

La donna era ancora là, indecisa sulla soglia, con le mani davanti a sé, quasi volesse correrci in aiuto. I suoi occhi erano fissi sulle mie mani, sbarrati e sorpresi. La bocca aperta.

Poi anche Edward fremette e all’istante si girò verso la donna, allontanandomi appena. Mi cinse i fianchi come per trattenermi.

All’improvviso Kaure iniziò a urlare contro di lui a voce alta, rabbiosa, e le sue parole incomprensibili volavano per la stanza come coltelli. Alzò i piccoli pugni al cielo e fece due passi avanti mostrandoglieli. Malgrado fosse inferocita, le si leggeva facilmente il terrore negli occhi.

Anche Edward le si fece incontro, mentre io, spaventata, lo trattenevo per un braccio. Interruppe la tirata della donna, ma il suo tono mi colse di sorpresa, soprattutto dopo che l’aveva trattata con tanta freddezza prima che lei esplodesse. Era basso, implorante. E inoltre parlava con suoni diversi, più gutturali, in una cadenza strascicata. Probabilmente non usava più il portoghese.

Per un istante la donna lo guardò meravigliata e i suoi occhi divennero due fessure prima che abbaiasse una lunga domanda nella stessa lingua sconosciuta.

Vidi l’espressione di Edward farsi triste e seria e la sua testa annuire. Lei arretrò svelta e si fece il segno della croce.

Allungò una mano verso di lei, poi indicò me e la avvicinò alla mia guancia. Lei rispose rabbiosa, gesticolando impaziente, quasi mi stesse avvertendo di qualcosa. Poi Edward rispose con la stessa voce bassa e irrequieta di poco prima.

L’espressione di lei cambiò: ora palesemente dubbiosa, lanciava occhiate continue al mio volto perplesso. Edward tacque e la donna parve rimuginare qualcosa. Il suo sguardo vagò fra noi due, mentre lei, quasi spontaneamente, arretrava.

Con le mani disegnò una specie di cerchio che le spuntava dalla pancia. Trasalii: le sue leggende sui predatori che bevevano sangue includevano anche questo? Possibile che sapesse qualcosa di ciò che mi cresceva dentro?

Avanzò di qualche passo, stavolta senza timore, e pose alcune brevi domande, alle quali Edward rispose nervoso. Fu poi il suo turno di presentare una veloce richiesta. Lei, indecisa, scosse la testa lentamente. Quando Edward riprese la parola, lo fece in tono talmente tormentato che rimasi incredula a guardarlo: nella sua espressione c’era soltanto dolore.

Per tutta risposta Kaure si avvicinò cauta, finché non le fu possibile posare la manina sopra quella con cui proteggevo il ventre. Pronunciò una sola parola.

«Morte», sibilò piano.

Poi si girò, a spalle curve come se la conversazione l’avesse invecchiata, e uscì dalla stanza.

Non serviva conoscere il portoghese per capire.

Di nuovo Edward s’impietrì, lo sguardo fisso verso la donna, un’espressione afflitta sul volto. Pochi istanti dopo sentii il motore di una barca che prendeva vita scoppiettando per svanire in lontananza.

Edward non si mosse finché non vide che mi dirigevo verso il bagno. Mi afferrò per una spalla.

«Dove vai?». La sua voce era un sussurro doloroso.

«A lavarmi i denti un’altra volta».

«Non badare a ciò che ha detto. Sono soltanto leggende, vecchie bugie inventate per passare il tempo».

«Non ho capito niente», risposi, sebbene non fossi del tutto sincera. Come se sottovalutassi qualcosa soltanto perché si trattava di una leggenda. La mia vita si era riempita di leggende. Tutte vere.

«Ti ho messo lo spazzolino in valigia. Vado a prenderlo».

Mi precedette in camera da letto.

«Ce ne andiamo presto?».

«Appena sei pronta».

Aspettò che gli restituissi lo spazzolino muovendosi teso e silenzioso nella stanza. Lo riprese e lo infilò di nuovo in valigia.

«Porto i bagagli sulla barca».

«Edward...».

Si voltò. «Sì?».

Indecisa, cercai il modo di guadagnare qualche secondo di solitudine. «Ti va di... portare via anche qualcosa da mangiare? Sai com’è, potrebbe tornarmi la fame».

«Certo», disse, lo sguardo d’un tratto tenero. «Non preoccuparti di nulla. Fra qualche ora saremo da Carlisle. Presto sarà tutto finito».

Annuii, non mi fidavo della mia voce.

Si voltò e uscì dalla camera trasportando le due grosse valigie.

Corsi a recuperare il telefonino rimasto sul bancone della cucina. Non era da Edward dimenticare qualcosa: scordarsi di Gustavo, non prendere il telefono. Era troppo stressato, irriconoscibile.

Aprii il cellulare e scorsi l’agenda. Per fortuna i suoni erano spenti, perché temevo che mi udisse. Era sulla barca? O di ritorno? Poteva sentirmi bisbigliare dalla cucina?

Trovai il numero che cercavo, un numero che mai avevo chiamato in vita mia. Premetti il tasto e incrociai le dita.

«Pronto?», rispose una voce simile al suono di campane dorate.

«Rosalie?», sussurrai. «Sono Bella. Ti prego. Devi aiutarmi».

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