Rory Harper Fondi di caffè

Il gatto del vicinato non lo stava aspettando come al solito al termine della sua corsa mattutina. Negli ultimi cinque mesi, ogni mattina, quando Martin faceva l’ultimo sforzo in velocità che lo portava ansimante ad approdare nel cortile davanti a casa, quel gatto beige e marrone lo aspettava con aria tranquilla seduto sul cofano della sua Audi. Parlavano e si coccolavano per qualche minuto prima di andarsene ognuno per la propria strada.

Martin dava ormai per scontato quel rituale del mattino.

Si guardò attorno nel giardino, poi tornò indietro per guardare sul marciapiede. Nessuna ombra di gatto.

Mosse un poco il collo per sciogliere i muscoli, poi rattrappì le dita dei piedi, sentendole scavare nelle suole delle scarpe da tennis. Il fiato gli usciva dalla bocca sotto forma di vapore in quella gelida mattina di novembre.

— Qui, bello, vieni. — Niente gatto.

Imitò il verso di un uccellino affamato. Di solito un gatto risponde subito a quel richiamo. Ed anche stavolta funzionò. Da sotto la macchina venne un debole, amichevole miagolio, quasi in sordina. Martin rifece il verso dell’uccellino e il gatto saltò fuori, con la coda spazzolò la ruota anteriore e si strusciò contro la sua caviglia. Lui si chinò per accarezzarlo, ma si ritrasse subito.

Il gatto lo fissava con gli occhi feriti e gli batteva con una zampa insanguinata sulle stringhe della scarpa. I denti gli spuntavano in modo irregolare dalle labbra ferite conferendogli un ghigno terribile. Istintivamente, lo allontanò con una pedata. Il gatto urlò, sorpreso, ritirò le zampe posteriori in modo strano, cercando di restare in equilibrio dopo il colpo ricevuto. A Martin dispiaceva vedere il suo vecchio amico in così brutto stato. Si piegò su un ginocchio e rifece il verso dell’uccellino, ma il gatto non gli rispose dopo essere stato allontanato così bruscamente. Martin non capiva come mai non stesse urlando di agonia, conciato com’era. Invece sembrava stranamente calmo e si muoveva con molta grazia che contrastava con le lacerazioni che aveva sul muso e agli occhi. Si girò muovendosi in modo dinoccolato verso di lui.

Meglio restare accoccolato, si disse, come ti alzi si mettono a correre. Allungò la mano verso di lui. Gli sgusciò tra le dita, ma lui l’afferrò velocemente per la zampa posteriore sinistra. Il gatto si divincolò torcendosi, liberandosi con un miagolio. Martin, sbilanciato, cadde in avanti. Guardò il gatto che balzava giù dal marciapiede e correva in mezzo alla strada. Un’auto verde lo investì di colpo. Martin vide lo sguardo terrorizzato di una ragazzina dietro al parabrezza. Il gatto era stato gettato a diversi metri di distanza, spiaccicandosi contro la quercia che stava tra il marciapiede e una stradina dall’altro lato. I freni stridettero sull’asfalto, poi l’auto accelerò di nuovo. Sorpreso, la vide scomparire dietro l’angolo. Si rimise in piedi goffamente e attraversò la striscia d’asfalto e cemento, dirigendosi verso quell’ammasso senza forma che giaceva sull’erba ombrosa e piena di rugiada.

Senza troppo riflettere si appoggiò a terra con le mani, imbrattandosele della polvere del selciato e del sangue uscito dalle ferite del gatto. Non avrebbe dovuto essere vivo dopo il colpo che aveva ricevuto, ma invece lo era. Placidamente, se ne stava quieto gettato di lato, ansimante. Si piegò sollecito su di lui. Mosse le zampe posteriori quando gli prese la testa con due dita. Nessuna nuova ferita ne aveva deformato il corpo né altro sangue gli aveva sporcato il pelo già umido di umori.

— Bello mio — disse Martin. Poi si guardò in giro come se ci fosse una folla che li stesse premendo. — Lasciateci respirare ragazzi. Andrà tutto bene. State indietro. Sono un dottore. Mi occuperò io di lui.

Il gatto gli leccò un dito, ebbe un tremito e morì.

— Bello mio— ripeté Martin mentre lo scrollava. — Ah, merda… bello mio.

Teresa era già in cucina a preparare la colazione per cui andò dritto in bagno a lavarsi le mani senza essere visto da lei; era la cosa migliore da fare.

— Tutto bene, dottore? — gli chiese lei mettendogli il piatto davanti.

Lui fece il miglior sorriso che potesse fare. — Huh, si, bene. Stavo solo pensando…

— Lo so, che mi ami sempre?

— Uh huh. — Fece finta di mordicchiarle un braccio, lasciandovi una traccia di saliva.

— Ohi… sei un tale animale — disse rassicurata.

L’aveva abbandonato dov’era morto. Non sapeva a chi dovesse dire che gli avevano ammazzato il gatto, e non aveva né il tempo né una pala per seppellirlo; e comunque, gli uomini della nettezza urbana sarebbero passati entro un’ora e l’avrebbero senz’altro visto e gettato nel ventre del loro camion puzzolente, e così sarebbe stato come se quel gatto non fosse mai esistito.

Teresa ricevette una telefonata da un’amica proprio mentre lui stava finendo di vestirsi, perciò pensò di dare un’occhiata a Marco mentre lei terminava di parlare. Le avrebbe dato poi il solito bacio di saluto. Lei aveva già portato Marco nel lettino in camera sua. La luce era debole e nel camino rosseggiavano le ultime braci. Si chinò ad osservare suo figlio. Marco aveva un anno e mezzo. Quando il suo volto entrò nel campo visivo del figlio, questi si riscosse lentamente e gorgogliò. Avevano preso tutte le precauzioni. Amniocentesi e sonogrammi e il monitoraggio costante da parte di uno dei ginecologi del reparto pediatrico del Park Plaza. Lei ne aveva già persi due nei primi tre mesi prima che Marco andasse finalmente in porto. I feti erano tutto sommato normali per cui sembrava che fosse in lei l’incapacità di portarli a termine. Qualcosa di fastidioso, ma che non era troppo preoccupante.

Teresa aveva partorito Marco normalmente: si erano accorti solo qualche giorno prima che sarebbe stato seriamente ritardato. Apparentemente, nulla sembrava danneggiato. Solo che nel suo piccolo cervello non c’erano tutti i giusti collegamenti. Era il tipo di bambino che veniva chiamato “fermacarta” negli ospedali, quando si riferivano a quelli di gente che non conoscevano. Una piccola malformazione cardiaca assicurava che sarebbe stato un peso per la società o per chiunque altro, per non più di altri dieci anni. Non sarebbe mai stato considerato idoneo per un trapianto cardiaco. Il piccolo brancolava verso Martin tendendogli le manine. Martin si ritrasse sfregandosi il graffio che il gatto gli aveva procurato alla mano destra. Fissò il caminetto nel quale ancora fiammeggiavano i carboni nel loro letto di cenere e non pensò a nulla. Quando Teresa entrò, si sforzò di premere le sue labbra sulla fronte umida del figlio prima di lasciare la stanza con lei.

Sulla strada verso l’ospedale, Martin rimase incastrato in un ingorgo in mezzo a una fila interminabile di automezzi. Gettò uno sguardo su di un’auto in una strada laterale: l’uomo alla guida gli sorrise e si voltò dall’altra parte. Aveva una brutta ferita, ancora aperta, che gli partiva dalla tempia e correva giù sino alla guancia. Il sangue gli gocciolava sulla spalla della giacca. Martin lo fissò. Il sorriso dell’uomo si spense, si mosse ancora a disagio e guardò altrove. La fila si mise in moto e quella macchina svoltò a destra.

Si fermò nel parcheggio riservato ai dipendenti dietro al Pronto Soccorso; afferrò il camice bianco dal sedile posteriore, dalla cui grande tasca destra usciva dondolando il disco d’argento dello stetoscopio. Lo ricacciò dentro e attraversò correndo il salone d’ingresso deserto, dirigendosi verso l’ascensore. Con un po’ di fortuna il dottor Graede sarebbe stato come al solito in ritardo nel fare il giro e quindi non avrebbe notato il suo. Quando arrivò l’ascensore, entrò distrattamente nella cabina e premette il bottone del quinto piano. Dopo un po’, diede un’occhiata all’inserviente che masticava chewingum dietro di lui e al paziente in barella al suo fianco. Era una donna anziana, rugosa e raggrinzita dalla morte. A giudicare dall’aspetto sembrava fosse morta a seguito di una terribile malattia e dopo una lunga sofferenza. Tubercolosi? Enfisema? Sapeva di non essere il miglior diagnostico del Park Plaza, ma poteva sempre provarci. Sotto al lenzuolo la cavità toracica era aperta. Avevano tentato un disperato massaggio a cuore aperto.

Le si avvicinò e le tirò il lenzuolo sopra il volto.

— Lei è di nuovo qui? — disse con un tono di rimprovero all’inserviente — Si ricordi che deve sempre coprirli prima di uscire. Non deve assolutamente impressionare gli altri pazienti.

L’inserviente inghiottì convulsamente la gomma che stava masticando.

— Che diavolo significa? — si lamentò il cadavere sotto al lenzuolo. Una mano adunca e nodosa uscì dalle coltri e le buttò all’indietro. — Lei è scemo come un clistere, razza di coglione!

Martin schizzò verso un angolo della cabina, incapace di respirare.

Le due porte si aprirono e lui incespicò fuori dall’ascensore camminando alla cieca.

— Come ti chiami, cretino? Farò rapporto al… — Le porte dell’ascensore si richiusero su quel grido irritato.

“Cristo, era morta! L’avevano aperta come una maledetta noce!” Poteva ancora sentirne il puzzo, il caratteristico odore emesso dai corpi appena morti. “E mi ha anche insultato!” Quasi soffocava per quel sapore acido che gli stava salendo in gola. Attraversò la stanza e si lasciò cadere in una sedia di plastica rosa vicino alla sala infermiere.

Si prese la testa tra le mani cercando di controllare il respiro.

— Non si sente bene, dottore?

Una graziosa, giovane infermiera mulatta si chinò su di lui, preoccupata. — Lei è molto pallido — disse — Posso aiutarla?

Deglutì, respirò più volte profondamente. — Va tutto bene. Ho solo visto…

S’interruppe perché all’improvviso era apparsa come un fiore che si apre, una macchia di sangue scuro sul camice bianco dell’infermiera, appena sopra l’inguine.

— Il suo camice… — disse.

— Sì, dottore? — Gli sorrise incerta.

Ai lati del collo le apparvero alcune minuscole ferite che cominciarono lentamente a sanguinare.

“So di cosa si tratta” pensò. “Sul collo. L’ho visto il mese scorso all’obitorio. Non si può dimenticare che cosa significhi. Mi sono svegliato nel cuore della notte pensandoci. Segni di stupro. Qualcuno la sta violentando e uccidendo in questo stesso momento. Le stanno facendo dei succhiotti sul collo come fanno i più viziosi. Come quelli che a volte faccio a Teresa. Solo che i miei sono diversi! Lei non se ne accorge, come non se n’era accorta la vecchia di essere morta!”

L’altoparlante sopra la sua testa mormorò: — Il dott. Heart in sala infermiere Cinque C. Il dottor Heart in sala infermiere Cinque C, per favore.

Era il codice per un arresto cardiaco, la chiamata per un incidente d’auto a tutta la squadra che doveva prendersene cura.

— Devo rispondere alla chiamata, dottore — disse l’infermiera. — Faccio parte della squadra di turno questo mese. Si sente meglio?

Martin annuì. — Ora va bene.

Lei corse via per cercare di salvare un’altra vita. Il sangue le sgocciolava dall’orlo del camice, lasciando una striscia rossa luccicante dietro di lei.

Era sdraiato nel letto, rattrappito, con la faccia rivolta al muro, nella stanzetta che usava quando restava in ospedale. Per via della rotazione dei turni al Pronto Soccorso, un interno doveva lavorare dalle quaranta alle cinquanta ore, in modo elastico. I fine settimana erano la cosa peggiore. Ti prendevi solo pochi minuti o al massimo qualche ora di sonno appena potevi. Molti degli interni, specialmente quelli non sposati, vivevano praticamente nei cubicoli sotterranei loro assegnati.

“Non sono scemo e non sono pazzo, ma per qualche motivo ho delle allucinazioni e vedo la gente morta o ferita quando ancora effettivamente non lo è.”

Non era stato capace d’evitare di guardarli incrociandoli mentre si dirigeva verso la sua stanza. La maggior parte erano persone anziane. Alcuni erano gonfi, come se fossero pieni di gas; altri mostravano delle ferite forse dovute a intervento chirurgico o a qualcosa di simile. Ovviamente ognuno di loro era morto, o era terribilmente vicino alla morte. E lui sembrava essere l’unico ad accorgersene.

“Forse non li vedo come sono ora, ma come si presenteranno quando saranno morti. O forse sono soltanto schizofrenico. Ma presento i sintomi di una strana psicosi di cui non ho mai sentito parlare.”

Sentì che la porta dietro di lui si apriva, e si girò impaurito nel suo letto.

— Ti senti bene, dottore?

Non la riconobbe subito. Poi disse. — Oh Dio, sei tu, Rae.

— Cosa succede? — Lei avanzò nella stanza e gli mise una mano sulla spalla.

— Vedo la gente morta.

— Cosa?

Lui e Rae avevano frequentato le scuole insieme fino alla laurea. Avevano anche tentato per un breve periodo di diventare amanti, dopo la nascita di Marco. Ma non aveva funzionato; non era un sentimento travolgente e così erano tornati a essere semplicemente amici. Lui si mise a parlare confusamente delle sue visioni, senza fermarsi, parlando sempre più velocemente.

Lei lo scrollò gentilmente. — Finiscila!

Lui s’arrestò. — Non mi credi.

Lei lo fissò pensierosa. — Ci credo a quello che vedi — disse. — E io che aspetto ho?

Lui si sforzò di sorridere. — Hai l’aspetto di una donna morta, come tutti gli altri.

— Morta come?

— Ti vedo da vecchia. Veramente vecchia. Avrai certamente una vita lunghissima. Sarai una gran bella nonna. — Decise di non menzionare il buco che aveva in gola. Prima di morire avevano tentato una tracheotomia.

— Senti, abbiamo avuto un sacco di casi mortali durante questo turno al Pronto Soccorso, e tu ne hai fronteggiati più del normale. L’altra notte quel drogato in overdose. La sua ragazza l’ha portato qui e, non si sa come, lui si è girato sulla schiena e si è soffocato col vomito. Sei stato tu a tentare di svuotargli i polmoni, vero?

Martin annuì appena.

— Pensaci. Poi c’è stato anche quel vecchio, qualche giorno fa, che era caduto dalle scale e una costola gli aveva perforato l’arteria subclavicolare.

— Vero.

— E tuo figlio. A proposito è… — Lei s’interruppe e gli diede una pacca sul fianco. — Ne abbiamo viste un po’ troppe ultimamente. È abbastanza per far scoppiare chiunque. Questo è stato il tuo primo turno al Pronto Soccorso, ed è stata anche la prima volta che uno di noi ha visto la gente morirgli tra le mani. E tu non riesci molto bene ad affrontare la morte.

Martin fece una smorfia. — E secondo te cosa significa questa crisi?

— Pensa a dicembre, a quando è morto Smiley. Non sei venuto al suo funerale.

— Un barbaro rituale senza senso.

— No. Un barbaro rituale pieno di significati invece. È il modo in cui riconosciamo che la gente che amiamo è scomparsa. È il modo con il quale le diciamo addio. Lui era forse il nostro miglior amico alle scuole superiori, e tu, quando se ne andò via dall’ICU, l’hai evitato come se avesse contratto una grave malattia polmonare. Non ti ho mai più sentito citare il suo nome dopo di allora. Non hai neppure detto una parola a sua sorella, quando si è messa a piangere il mese scorso.

— Sono tutte stronzate, Rae! Maledizione, sto vedendo solo gente morta in giro!

Lei gli posò una mano sulla spalla. — Mi dispiace, e spero di poter capire a cosa sia dovuto. Ma entrambi sappiamo che non stai avendo un crollo Sei un po’ troppo lucido, troppo attento alle persone, ai posti, al tempo. La mia opinione professionale è che tu, come medico, abbia una stramaledetta paura della morte. Noi tutti odiamo la morte e non vogliamo averne a che fare ma, prima o poi, tutti si ammalano e muoiono. Sarà meglio che tu impari a sopportarlo, altrimenti dovrai cominciare a pensare di specializzarti in dermatologia.

— Lui accennò un sorriso. — Non pensavo stessi diventando una famosa psicologa. Quando ti deciderai ad entrare in psichiatria?

— Col cavolo, la psichiatria. Gli specialisti in trapianti guadagnano cinque volte di più.

— Questa roba mi sta facendo completamente fuori, Rae. Non mi piace molto vedere solo gente morta in giro.

Lei si chinò e lo baciò sulla fronte; poi l’abbracciò.

— Ci credo. — Tirò fuori da una tasca un flaconcino e ne svitò il tappo. Si versò sul palmo della mano un assortimento di capsule e pillole. — Tieni, perché non prendi cinque milligrammi di Valium? Adesso è tutto tranquillo. Fai un riposino. Se non ti è passata quando ti svegli, chiamami, e ti metto in lista per un colloquio con Belton su in neuropsichiatria. Ti farà fare qualche prova o qualcosa del genere in modo di metter insieme le cause oggettive. In privato, senza lasciare traccia. Siamo a metà settimana e stanotte non c’è la luna piena, possiamo tirare avanti anche senza una recluta come te.

— Farò un riposino — disse richiudendole il palmo pieno di pillole. — Senza psicofarmaci. — Le trattenne ancora un poco la mano, poi la lasciò. — Grazie, Rae.

Le si fermò sulla porta. — Andrà tutto bene, dottore. — Sorrise preoccupata. — Mi chiamerai se quando ti svegli ci saranno ancora problemi?

— Sì. Ma penso che starò bene. Grazie.

Rimase nel lettino con gli occhi sbarrati per almeno un’ora, scosso e in tensione. Gli abiti si erano infeltriti per il sudore. Non riusciva a trovare una posizione comoda, ma era troppo nervoso per continuare a spostarsi ancora.

Alla fine trovò abbastanza coraggio per buttarsi giù dal letto. Guardò velocemente da entrambi i lati del salone. Nessuno in vista. Corse per il breve tratto che lo separava dalla porta con la scritta UOMINI. Il piccolo bagno era vuoto. Martin si guardò allo specchio gemendo. Era anche lui definitivamente morto. Si sforzò d’esaminare la sua immagine. Effettivamente non era poi così male. Non era diventato un Vecchio relitto come Rae, ma era sicuramente sulla settantina. II suo volto non poteva essere confuso con quello di una persona vivente, ma avrebbe potuto essere anche peggio. Aveva ancora parecchi capelli, anche se erano ormai completamente bianchi. Il volto non era danneggiato. Alzò le braccia. Erano rugose e con diverse macchie causate sicuramente dal fegato, ma per il resto andavano bene. Si sbottonò la giacca e poi la camicia. Sul petto scarno non c’erano né ferite né orifizi. Nonostante tutto, era abbastanza soddisfatto dell’aspetto del suo cadavere. “Ho l’aspetto di un vecchio signore dall’aria distinta. Il problema è che ho ancora queste allucinazioni!” Ma sapeva che non si trattava di allucinazioni. Stava vedendo quello che sarebbe stato lui fra quaranta o cinquant’anni. Ritornò nel salone e si diresse verso il Pronto Soccorso. La calma calava su di lui come una sciarpa di seta. “Posso far fronte alla situazione. Sono solo cadaveri. Nemmeno tanto difficile da sopportare per un medico.”

Mentre s’avvicinava alle porte a battente della corsia, il dottor Graede lo raggiunse alle spalle. Martin svoltò di colpo, ma Graede lo afferrò per una spalla.

— Dottor Wagner, come mai oggi ha saltato il giro? — Graede era uno di quei pomposi baroni come la gente pensa diventino la maggior parte dei dottori di mezza età. Stava anche diventando sempre più un alcolizzato. Quello era infatti il motivo per cui i suoi giri del mattino cominciavano dopo le otto. Gli era difficile alzarsi e mettersi al lavoro prima di quell’ora.

— Non mi sentivo bene, dottor Graede. Mi sono appena alzato. — Graede non aveva un aspetto troppo buono da morto. I suoi occhi erano di un giallo intenso, e così pure la pelle incartapecorita. “Malattia epatica senza dubbio. Il suo fegato si è finalmente dissolto a causa di tutte quelle sbronze. Ehi, se potessi tenere sotto controllo le allucinazioni, avrei un fantastico strumento diagnostico nelle mani.”

— Capisco. Bene, se si sente male, penso che questo sia il posto adatto a lei. In futuro, gradirei essere avvisato quando lei pensa di disertare.

— Lo farò certamente, signore. Mi dispiace, non succederà più. — Graede si voltò e se ne andò. La sua nuca era un cratere unico. “Si infilerà una rivoltella in gola e premerà il grilletto? Sarebbe veramente un eccezionale strumento di diagnosi, se riuscissi a controllarlo”.

Al di là delle porte a battente c’era un uomo con il figlio. Il bimbo sembrava avere all’incirca cinque anni.

— Dottore, stiamo aspettando da un sacco di tempo. Andy è caduto e si è fatto male. Non si sente bene e nessuno sembra avere fretta di visitarlo.

— Bene, sarei felice di… — Martin fissò il braccio che il bambino si era rotto. Il bimbo assassinato lo guardava sospettoso. Non si fidava gran che degli adulti, e a buon diritto. La sua faccia era stata brutalmente pestata e diverse bruciature di sigaretta, in linee parallele come rotaie di una ferrovia, gli partivano dal polso per arrivare fino alle spalle. Martin guardò l’espressione di timida consapevolezza sul volto del cadavere che stava in piedi vicino ad Andy.

“Qualcuno sta maltrattando questo bambino. Scommetto che suo padre non lo ama affatto. Un’altra diagnosi da esperto, dottore? Non posso sopportarlo”.

Si girò e fuggì dall’ospedale.

Martin non ricordava gran che della mezz’ora successiva.

Alla fine, esausto, si sedette semplicemente sulla panchina di un parco e osservò la parata dei morti che sfilava davanti a lui. Qualche oscura parte della sua mente gli suggeriva che era necessario che guardasse, che in qualche modo era meglio per lui. Tuttavia, non si sentiva per niente bene.

Passò molta gente. Dopo un po’, notò che la gente si presentava in uno stato di più avanzato decadimento. Carne putrefatta cadeva dai loro corpi mentre attraversavano la strada a ogni semaforo. Il liquame fuoriusciva dalle loro membra ogni volta che sorridevano o mentre mangiavano i loro panini seduti di fronte alla fontana che stava qualche passo avanti della sua panchina.

Il puzzo aumentava. S’alzò a fatica dalla panchina trascinandosi attraverso la piazza fino a raggiungere una fila di fitti cespugli piantati lungo il perimetro di un palazzo d’uffici. Scostò a viva forza i rami per farsi largo, poi si girò e si sedette dando le spalle al muro.

Un’intera città stava morendo e imputridiva attorno a lui. Si raggomitolò, premendosi il volto contro l’ascella tanto da respirare solo attraverso il tessuto della giacca. Ma non riusciva a tenere lontano il puzzo. Con gli occhi tenuti fortemente chiusi, visualizzò i gas della putrefazione che esalavano e fermentavano nel caldo del pomeriggio, per miglia e miglia attorno a lui. Magari persino in tutto il mondo.

Erano tutti morti, tutti morti. Completamente morti. E ognuno di loro, prima o poi, in un modo orrendo o tranquillo, era definitivamente morto.

Così come sarebbe morto lui. E Teresa. E tutti quelli che aveva conosciuto e amato.

E sarebbe morto anche Marco, ancor prima di altri.

Si raggomitolò ancor più strettamente in posizione fetale. Lui non aveva potuto amare Marco perché era un malato terminale. Non bisognava preoccuparsi di quelli che sarebbero morti comunque.

Al Pronto Soccorso venivano chiamati “fondi di caffè”. Non si perdevano né energie né tempo prezioso per quelli che erano senza speranza. Venivano deliberatamente depennati e ci si dava da fare al meglio solo per coloro che avevano una possibilità di farcela.

E lui aveva depennato Marco dalla sua vita.

Perciò l’aveva lasciato perdere, quasi senza prenderlo in considerazione, a morire nel suo lettino vicino al camino.

L’odore della morte divenne talmente forte che pensò che ne sarebbe rimasto sicuramente avvelenato. Puoi, rimanendo circondato da tutta questa morte, evitarti di morire? Si era guardato allo specchio, ed era molto vecchio e decrepito, ma forse si trattava di una menzogna ben organizzata. Magari poteva morire adesso, diventando anche lui cittadino della città dei morti, insieme a tutti gli altri.

Lentamente il fetore diminuì. Appena se ne accorse, riattraversò i cespugli per dare un’occhiata. L’odore era completamente scomparso.

Le strade erano popolate da scheletri in movimento. Pezzi di legamenti e muscolatura erano ancora attaccati alle giunture di parecchi di loro, ma anche quel materiale estraneo si dissolse ben presto e cadde, finché ogni scheletro scintillò pulito; e ogni teschio levigato rifletté il sole pomeridiano.

“Perché sono così luccicanti? Qualcuno deve aver lucidato quelle ossa”.

Uscì dai cespugli cercando di reggersi in piedi.

Uno degli scheletri si fermò davanti a lui, cercò di proseguire, ma esitò.

— Sta bene, signore? — chiese.

— Abbastanza bene, grazie — disse Martin — La ringrazio per l’interessamento. — Fece in modo di restare in piedi e di fissare con i due buchi orbitali come se fosse una cosa normale. Il teschio sorridente si scosse imbarazzato, poi lo scheletro se ne andò tintinnando per i fatti suoi.

— Penso che me ne andrò a casa — si disse Martin mentre quello se ne andava. — Ho avuto una gran brutta giornata, ma non ho più paura. — Lo scheletro stava accelerando il passo.

Ben presto tutti gli scheletri cominciarono a perdere la loro lucentezza e divennero ruvidi e butterati. A poco a poco smisero di muoversi e rimasero fermi, traballanti. Prima da soli, poi a ondate successive, incominciarono a cadere trasformandosi in mucchi indistinti di ossa.

— Non ho paura, perché tutti dobbiamo morire. Tutti noi — urlò Martin.

Le ossa si sbriciolarono e la polvere bianca cominciò a svolazzare qua e là trasportata dal vento.

— Perciò è giusto che ami mio figlio, anche se deve morire, perché tutti noi moriremo.

La polvere saliva in lunghe spirali verso il cielo.

— E perciò lo amerò finché vivrà.

Ma stava parlando al nulla, mentre l’ultima spirale saliva in alto, oltre le nuvole.

Camminò verso casa attraverso un mondo silenzioso e vuoto. Gli ci volle il resto del pomeriggio, ma non era stanco quando svoltò all’angolo di casa sua.

Camminò a lunghi passi sul marciapiede ed entrò in casa.

Smise di fischiettare quando si aprì la porta della cucina e Teresa gli andò incontro.

— Martin! — esclamò. — Che diavolo ti è successo? Sei tutto impolverato.

Con cura si tolse la giacca e la lasciò cadere sul pavimento accanto a sé. Lei gli si avvicinò tanto da toccarlo col corpo. La prese tra le braccia e la strinse a sé.

Anche lei l’abbracciò. Lui affondò il volto nei suoi capelli e respirò profondamente. Il buon odore di Teresa gli riempì le narici.

— Mi sei mancata — disse. — Ti amo così tanto.

Lei si mise a ridere e si divincolò. — Scommetto che hai detto le stesse cose a tutte le tue mogli.

— Oh sì. A tutte.

— Stai bene? Mi sembri strano.

— Va tutto bene. — La guardava molto da vicino. Non c’erano segni mortali da nessuna parte né sul volto né sul corpo. — Ho avuto una giornata terribile, ma adesso sto bene.

— Se lo dici tu… Perché non ti metti addosso qualche cosa di pulito mentre finisco di preparare la cena? Poi mi racconterai della tua terribile giornata.

— Sì, d’accordo. — La conversazione sembrava talmente banale, normale e rassicurante che quasi si metteva a urlare di gioia.

Passò nella sala prima di cambiarsi d’abito. Non ci aveva fatto caso, ma nel pomeriggio doveva essere scesa la temperatura, perché Teresa aveva già attizzato il fuoco nel camino.

Si diresse verso il lettino e guardò Marco. Suo figlio rispose al suo sguardo con uno senza espressione.

— Mi dispiace — sussurrò Martin. — D’ora in poi ti amerò moltissimo. — Sollevò Marco con cura.

Marco gli s’aggrappò alle spalle e singhiozzò due volte. Le manine paffute del bambino cominciarono ad annaspare sul tessuto della camicia del padre.

Martin lo scrollò gentilmente e si mise a mugolare profondamente, come un gatto felice che fa le fusa. Lo alzò al di sopra delle spalle in modo da poter vedere bene in volto il suo amato figlio. Mentre lo guardava, quel fragile corpicino si raggrinzì e si annerì.

I capelli, leggeri come una piuma, cominciarono a fumare, poi fiamme translucide avvolsero interamente il suo corpo. Gli occhi si liquefecero colando sulle guance.

Martin lo fissò, poi girò lo sguardo verso il fuoco.

Quando l’aveva visto morire, Marco non sembrava avere qualche anno in più, né essere molto cresciuto, quindi tutto ciò sarebbe accaduto molto presto.

Forse aveva appena imparato a camminare da solo. Non aveva importanza com’era successo. Lui era caduto nel fuoco che l’aveva consumato. Sarebbe stata una morte troppo lunga, una penosa agonia, fino a quando il fuoco non avesse consunto i suoi piccoli polmoni e arrostito la sua tenera carne.

Una brutta, terribile morte per un bimbo che non aveva fatto nulla di male per meritarsela. Non poteva permettere che succedesse una cosa del genere a suo figlio, che ora lui amava.

Martin non poté evitarsi di singhiozzare mentre salvava Marco. Teresa comparve sulla porta mentre stava finendo. — Mi sembrava d’aver sentito piangere Marco…

Martin sollevò il cuscinetto dal volto del figlio. Marco aveva lottato forsennatamente. “Forse ha apprezzato il mio aiuto” pensò Martin.

Si girò lentamente e annuì. — È tutto a posto, cara. Credevo che fosse brutto, vedendo tutta quella gente morta in giro, ma mi sbagliavo. Perché ora so che l’ho salvato dal dolore.

Sorrise mentre si scostava per farle vedere. — Non è stato facile, ma sono riuscito a farlo perché l’amavo.

Martin si spostò davanti al camino. Dietro di lui, Teresa piangeva.

Alzò le sue vecchie mani tremanti, accostandole alle fiamme.

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