Federico Moccia.


Ho voglia di te.


Capitolo 1.


"Voglio morire." Questo è quello che ho pensato quando sono

partito. Quando ho preso l'aereo, appena due anni fa. Volevo farla

finita. Sì, un semplice incidente era la cosa migliore. Perché

nessuno

avesse colpe, perché io non dovessi vergognarmene, perché nessuno

cercasse un perché... Mi ricordo che l'aereo ha ballato per tutto

il viaggio. C'era un temporale e tutti erano tesi e spaventati. Io

no.

Io ero l'unico a sorridere. Quando stai male, quando vedi nero,

quando

non hai futuro, quando non hai niente da perdere, quando... ogni

istante è un peso. Immenso. Insostenibile. E sbuffi in

continuazione.

E vorresti in tutti i modi liberartene. In qualsiasi modo. Nel più

semplice, nel più vigliacco, senza rimandare a domani di nuovo

questo

pensiero: lei non c'è. Non c'è più. E allora, semplicemente,

vorresti

non esserci più anche tu. Sparire. Puff. Senza troppi problemi,

senza dare fastidio. Senza che qualcuno si preoccupi di dire: "Oh,

ma hai saputo? Sì, proprio lui... Non sai che fine ha fatto...".

Sì, quel

tipo racconterà la tua fine, ricca di chissà quali e quanti

particolari,

si inventerà qualcosa di assurdo, come se ti conoscesse da sempre,

come se solo lui avesse sempre saputo veramente quali erano i tuoi

problemi. Che strano... Quando magari non hai fatto in tempo a

capirlo

neanche tu. E non potrai fare più niente contro quel gigantesco

passaparola. Che palle. La tua memoria sarà vittima di uno stronzo

qualsiasi e tu non potrai farci niente. Ecco, quel giorno avrei

voluto

incontrare uno di quegli strani maghi. Mettono un mantello su

una colomba appena apparsa e, puff, improvvisamente lei non c'è

più. Non c'è più e basta. E tu esci soddisfatto da quello

spettacolo.

Magari hai visto delle ballerine un po' più grasse del dovuto, sei

stato

seduto su una di quelle sedie antiche, un po' rigide, in una sala

ricavata

alla meno peggio da qualche scantinato. Sì, c'era anche odore

di muffa e di umido. Ma una cosa è certa. Che fine ha fatto quella

colomba tu non te lo chiederai mai più. Invece no. Noi non

possiamo

sparire così facilmente. E passato del tempo. Due anni. E ora

sorseggio una birra. E ricordandomi quanto avrei voluto essere

quella

colomba, sorrido e un po' me ne vergogno.

"Ne vuole un'altra?"

Uno steward mi sorride fermo vicino al suo carrello delle bibite.

"No, grazie."

Guardo fuori dal finestrino. Nuvole tinte di rosa si lasciano

attraversare.

Morbide, leggere, infinite. Un tramonto lontano. Il sole

che fa un ultimo occhiolino. Non riesco a crederci. Sto tornando.

A 27. Questo è il mio posto sull'aereo. Fila a destra subito dopo

le ali, corridoio centrale. E sto tornando. Una bella hostess mi

sorride di nuovo mentre mi passa vicina. Troppo vicina. Sembra

mandata dai Nirvana: "If she comes down now, oh, she looks so

good...". Ha un profumo leggero, una divisa perfetta, una camicia

appena trasparente tanto da farti apprezzare quel reggiseno di

pizzo.

Va su e giù per l'aereo, senza problemi, senza preoccupazioni,

sorridendo. "If she comes down now..."

"Eva è un bellissimo nome."

Grazie.

"Lei è un po' come la prima Eva, lei mi tenta..."

Rimane per un attimo in silenzio a fissarmi. La tranquillizzo.

"Ma è una tentazione lecita. Posso avere un'altra birra?"

"Ma è la terza..."

"E certo, se continua a passare così... Io bevo per dimenticarla."

Sorride. Sembra sinceramente divertita.

"Ma conta sempre quello che bevono tutti, o sono io che le sono

rimasto particolarmente impresso?"

"Decida lei. Sappia che è l'unico che ha chiesto una birra."

Se ne va. Ma prima di andarsene sorride di nuovo. Poi rimbalza

allegramente mentre si allontana. Mi sporgo un po'. Gambe

perfette,

calze pesanti, contenitive, velate scure, scarpe serie di serie

come le altre. I capelli tirati su, una coda doppia con qualche

intreccio

di troppo, di un biondo leggermente mesciato. Si ferma. La

vedo parlare con un signore della mia stessa fila ma un poco più

avanti. Ascolta le sue richieste. Annuisce semplicemente, senza

parlare.

Poi dice qualcosa ridendo e lo tranquillizza. Si gira un'ultima

volta verso di me prima di andare via. Mi guarda. Occhi verdi. Una

linea leggera. Una sfumatura alta color ebano e un po' di

curiosità.

Allargo le braccia. Questa volta sono io a sorriderle. Il signore

dice

ancora qualcosa. Lei risponde in maniera professionale e poi si

allontana.

"Molto carina quella hostess."

La signora vicino a me entra disordinata tra i miei pensieri.

Attenta

e sorridente, occhio furbetto dietro occhiali spessi.

Cinquant'anni

portati bene, non come i suoi due orecchini, troppo

grandi, proprio come quell'azzurro pesante sulle palpebre.

"Sì, gnocca."

Cosa?

"È una gnocca. Noi a Roma diciamo così di una hostess come

quella." Veramente diciamo molto di più ma non mi sembra il caso.

"Gnocca..." scuote la testa. "Mai sentito."

"Gnocca, come no... A volte, bella gnocca. È un'espressione

simpatica rubata alla pasta. Ha presente gli gnocchi, no?"

"Eh, come no. Quelli li ho sentiti e mangiati un sacco di volte."

Ride divertita.

"Ecco, e le sono piaciuti?"

"Da morire."

"Vede, allora è facile. Quando a una ragazza le si dice che è

gnocca, vuol dire che è 'buona' come quelli che ha mangiato lei."

"Sì, ma mi fa ridere pensarla come uno gnocco. Mi sa di... come

si dice... ecco: goffo!"

"E no! Lei deve pensare a quegli gnocchi con sopra il sugo caldo,

quel pomodoro dolce, quelli che si sciolgono in bocca, quasi si

incollano tanto che la lingua poi li deve staccare dal palato."

"Sì, insomma ho capito. A lei piacciono da morire gli gnocchi."

"Abbastanza."

"Li mangia spesso?"

"A Roma molto spesso. A New York non ho mai mangiato italiano,

che ne so, così, per principio."

"Strano, dicono che ci sono un sacco di ristoranti italiani

buonissimi.

Oh, ecco, sta tornando la... 'gnocca'."

La signora ride divertita e indica la hostess che arriva

sorridente

con il bicchiere di birra. Sembra quasi una pubblicità talmente è

bella.

"Glielo dica che è una gnocca, vedrà che le fa piacere."

"No, lei mi prende in giro."

"Ma no, le assicuro che è un complimento."

"Allora, glielo faccio?"

"E glielo faccia."

La hostess arriva, mi porge un piccolo vassoio con il bicchiere

sopra un centrino di carta.

"Ecco qua la sua birra. Non gliene posso servire altre perché

stiamo per atterrare. "

"Non glielo avrei chiesto. Sto iniziando a dimenticarla. Anche

se non è facile. "

"Ah sì... Be', grazie."

Assaggio la birra.

"È buonissima, grazie, perfetta, fredda al punto giusto. Portata

da lei poi, sembra proprio quella birra della pubblicità."

"Ma mi tolga una curiosità, qual è la prima cosa che

dimenticherà?"

"Forse com'era vestita..."

"Non le piace la nostra divisa?"

"Molto. È che la immaginerò in maniera diversa..."

Mi guarda un po' perplessa, ma non le lascio il tempo di

rispondere.


"Si ferma molto a Roma?"

"Qualche giorno... Settembre a Roma è il massimo. Voglio andare

in giro e fare un po' di shopping. Magari troverò qualcosa per

non essere dimenticata."

"Oh, ne sono sicuro. Troverà dei vestiti perfetti per lei. Perché

lei è... come posso dire... come si dice?"

Mi giro verso la signora seduta accanto a me.

"Mi aiuti lei."

La signora sembra un po' timorosa, poi si butta: "Lei è... una

gnocca!".

La hostess la guarda perplessa per un attimo, poi guarda me.

Alza il sopracciglio e all'improvviso scoppia a ridere. Meno male.

È andata. Rido anch'io.

"Oh, brava signora, è proprio quello che avrei detto anch'io!"

La hostess di nome Eva si allontana scuotendo la testa.

"Allacciate le cinture per favore."

La sua coda alta si muove perfetta come tutto il resto. Perfetta

come le ali di una farfalla. Una farfalla da prendere. C'era un

pezzo

che mi faceva impazzire negli States, un pezzo inglese di qualche

anno

fa... "I'm gonna keep catching that butterfly..." I Verve. Cerco

di

ricordarla tutta. Non ci riesco. Una voce arriva a distrarmi. La

signora

sta armeggiando con qualcosa. E non lo fa in silenzio.

"Uffa, non riesco mai a trovare la cintura in questi aerei."

Aiuto la signora che ci si è letteralmente seduta sopra.

"Eccola qua, signora, sta qui sotto."

"Grazie, anche se non riesco a capire a cosa possa servire. Mica

ce la fa a tenerci fermi."

"Ah, quello no, di sicuro."

"Sì, insomma... Dico, se sbattiamo, non è mica come stare in

macchina. "

"No, come stare in macchina proprio no... È nervosa?"

"Da morire." Mi guarda e quasi si pente di aver usato

quell'espressione.


"Tanto, signora, se è destino è destino."

"Che vuol dire?"

"Quello che ho detto."

"Sì, ma cosa ha detto?"

"Ha capito benissimo."

"Sì, ma speravo di non capire. Ho il terrore degli aerei."

"Non si era capito." La vedo così preoccupata, mi sorride muovendo

le labbra, salivazione azzerata. Sorseggio la mia birra, e decido

di divertirmi.

"Pensi che la maggior parte dei disastri aerei avviene alla

partenza

oppure..."

"Oppure?..."

"All'atterraggio. Cioè fra poco."

"Ma che sta dicendo?"

"La verità, signora, bisogna sempre dire la verità."

Bevo un lungo sorso di birra, mentre con la coda dell'occhio

mi accorgo che mi guarda fissa.

"La prego, mi dica qualcosa."

"E signora, cosa vuole che le dica?"

"Mi distragga, non mi faccia pensare a quello che potrebbe..."

Mi stringe più forte la mano.

"Mi fa male."

"Ah, mi scusi." Allenta un po', ma non molla. Comincio a

raccontarle

qualcosa. Pezzetti della mia vita un po' confusi, così come

vengono.

"Allora, vuole sapere perché sono partito?" La signora annuisce.

Non riesce a parlare. "Guardi che è una storia lunga..." Fa cenno

di sì con più vigore, vuole solo ascoltare, qualunque cosa pur di

essere un po' distratta. Mi sembra di parlare con un amico, con il

mio amico... "Si chiamava Pollo, ecco. Strano nome, vero?" La

signora

non sa se deve dire sì o no, qualunque cosa purché io continui

a parlare. "Ecco, è l'amico che ho perso più di due anni fa. Stava

sempre insieme alla sua ragazza, Pallina. Una persona troppo

forte, occhi vispi, sempre allegri, fortissima, dalla battuta

facile e

pungente..." Ascolta in silenzio, occhi curiosi, quasi rapiti

dalle mie

parole. Che strano... Con una persona che non conosci a volte ti

trovi meglio, ti racconti più facilmente. Ti apri sul serio. Forse

perché

non ti interessa il suo giudizio. "Io invece stavo con Babi, che

era la migliore amica di Pallina." Babi. Le racconto tutto... Come

l'ho conosciuta, come ho iniziato a ridere, come mi sono

innamorato,

come mi è mancata... La bellezza di un amore la vedi perfettamente

solo quando lo hai perso. Forse si sta così quando si va in

analisi. È una cosa che mi sono sempre domandato. Ma con quelli

lì, si riesce veramente a essere del tutto sinceri? Dovrò

chiederlo

a qualcuno che ci è stato. Penso mentre parlo. Piccole pause ogni

tanto. La signora divertita e curiosa subito ci si infila, più

tranquilla

ora, mi ha lasciato perfino la mano. Ha dimenticato la tragedia

dell'aereo.

Ora, secondo lei, si occupa della mia.

"E questa Babi, l'ha più sentita?"

"No. Ogni tanto ho sentito mio fratello. E mio padre qualche

volta. Ma non troppo spesso, le telefonate da New York costano

una cifra."

"Si è sentito solo?"

Le racconto qualcosa di vago. Non riesco a dirlo. Mi sentivo meno

solo che a Roma. Poi inevitabilmente accenno a mamma. Ci cado

dentro e quasi mi diverte offendere i principi di quella donna.

Mia madre ha tradito mio padre. Io l'ho beccata con quello che

abitava

di fronte a noi. Quasi non ci crede. La notizia l'ha messa

totalmente

a suo agio. L'aereo? Neanche si ricorda che sta in aereo. Mi

fa mille domande... Non faccio quasi in tempo a starle dietro.

Come

mai piace così tanto sguazzare nelle cose degli altri? Argomenti

piccanti,

particolarità vietate, atti quasi oscuri o peccati piacevoli.

Forse

perché così, solo ad ascoltarli, non ci si sporca. La signora

sembra

godere e soffrire del mio racconto. Non capisco se è vero, né mi

interessa. Le dico tutto e senza problemi. La mia violenza

sull'amante

di mamma, i miei silenzi a casa, non aver mai svelato niente a mio

padre e a mio fratello. E poi il processo. Mia madre seduta lì, di

fronte

a me. Lei in silenzio, lei che non ha avuto il coraggio di

ammettere

quello che aveva fatto. Lei che non è riuscita a barattare il suo

tradimento

per giustificare la mia violenza. E io lì, sereno, quasi a ridere

del giudice che mi incolpava di un atto per me così naturale:

massacrare uno stronzo che ha violato il ventre della donna che mi

ha generato. La signora mi guarda a bocca aperta. Signora, guardi

che lo possiamo dire in mille modi... Ma un conto è scherzare come

ha fatto Benigni quando è saltato sulla Carrà. Qui invece si

trattava

di mia madre. La signora se ne rende conto. Improvvisamente torna

seria. Silenzio. Allora cerco di sdrammatizzare.

"Come direbbe Pollo, a me Beautiful mi fa una pippa! "

Invece di scandalizzarsi lei ride, ormai è complice: "E poi?" mi

chiede curiosa della prossima puntata. E io continuo a parlare

senza

problemi, senza canone. Il mio racconto non ha prezzo. Le spiego

il perché dell'America, il voler andar via, nascosto in un corso

di

grafica, laggiù... "E siccome è facile incontrarsi anche in una

grande

città... meglio cambiarla del tutto. Solo nuove realtà, nuove

persone,

e soprattutto nessun ricordo. Un anno di chiacchiere difficili in

inglese,

aiutate dalla presenza di qualche italiano incontrato casualmente.

Tutto molto divertente, una realtà piena di colori, musica,

suoni, traffico, feste, novità. Tutto un gran rumore foderato di

silenzio.

Niente di quello che la gente ti diceva aveva a che fare con lei,

poteva richiamarla, ridarle vita. Babi. Giornate inutili per far

riposare

il mio cuore, il mio stomaco, la testa. Babi. Impossibilità totale

di tornare indietro, di essere in un attimo sotto casa sua, di

incontrarla

per strada. Babi. A New York non c'è pericolo... A New York

non c'è spazio per Battisti. "E se ritorni nella mente basta

pensare

che non ci sei che sto soffrendo inutilmente perché so, io lo so,

io so

che non tornerai. " Falsi accordi per cercare di evitare tutti i

posti che

conosce e frequenta anche lei, Babi. La signora sorride.

"La conosco anch'io quella canzone." Canticchia malamente

qualcosa.

"Sì, è proprio quella." Cerco di dare un taglio a quell'esibizione

da Corrida.

Ma mi salva l'aereo. Sta-tup. Un rumore secco, metallico. Un

movimento duro e un piccolo sussulto dell'aereo.

"Oddio e che è?" La signora si avventa sulla mia mano destra,

l'unica libera.

"È il carrello, non si preoccupi."

"Ma come non mi preoccupo! E fa tutto questo rumore? Sembra

che si è staccato..."

Poco lontano la hostess e gli altri membri dell'equipaggio

prendono

posto sulle poltrone libere e qualche strano posto laterale vicino

alle uscite. Cerco Eva, la trovo, ma non guarda più dalla mia

parte. La signora cerca di distrarsi da sola. Ci riesce. Molla la

mia

mano in cambio di un'ultima domanda.

"Perché è finita?"

"Perché Babi si è messa con un altro. "

"Ma come? La sua ragazza? Con tutto quello che mi ha raccontato?"


Quasi si diverte più lei ora a mettere il dito nella piaga.

L'aereo

e il suo atterraggio sono passati in second'ordine. E mi tempesta

di

domande fino all'ultimo anzi, presa dalla foga, è passata al tu. E

va

giù diretta. Da quando l'hai lasciata, hai più fatto l'amore con

un'altra

donna? E ancora giù in picchiata, come gli Stukas di quei cartoni

animati, Linus il barone rosso. Ci torneresti insieme? Pazienza

e le sue sparatorie. Perdonare è possibile? Ne hai parlato con

qualcuno? O la birra ha fatto effetto o è lei e le sue domande che

mi fanno girare la testa. O il dolore di quell'amore non ancora

dimenticato.

Non capisco più nulla. Sento solo il rullare del motore

dell'aereo e la turbina al contrario in fase di atterraggio. Ecco,

ho

un'idea, posso salvarmi da questo interrogatorio...

"Guardi le luci della pista. Non ce la possiamo fare" le dico

ridendo,

di nuovo padrone del gioco.

"Oddio, è vero, eccole..." Guarda dal finestrino spaventata

l'aereo

e le sue ali che quasi sfiorano terra e ondeggiano indecise. Con

un guizzo da vecchia pantera, mi afferra la mano destra al volo.

Guarda

di nuovo fuori. Ancora un ultimo istante, si butta con la testa

nella

poltrona, spinge con le gambe in avanti quasi volesse frenare lei

con i suoi piedi. Mi stampa le unghie nella carne della mano. Con

qualche morbido rimbalzo l'aereo tocca terra. Subito le turbine

dei

motori girano al contrario, quell'enorme massa di acciaio trema

impazzita

con tutte le sue poltrone, signora compresa. Ma lei non si dà

per vinta. Stringe gli occhi e trema prendendosela con la mia

mano.

"Il comandante informa che siamo arrivati a Roma Fiumicino.

La temperatura esterna..."

Un tentativo di applauso si alza dal fondo dell'aereo spegnendosi

quasi subito. Non è più di moda.

"Be', ce l'abbiamo fatta."

La signora sospira: "Grazie a Dio!".

"Magari ci incontreremo un'altra volta."

"Oh sì, mi ha fatto molto piacere parlare con te. Ma sono tutte

vere quelle cose che mi hai raccontato?"

"Come è vero che lei mi ha stretto la mano." Le mostro la destra

e il segno delle unghie.

"Oh, quanto mi dispiace."

"Non fa nulla."

"Dia qui."

"No, sul serio, è tutto a posto."

Qualche telefonino comincia a squillare. Sorrisi e tranquillità

del dopo atterraggio. Quasi tutti aprono le cappelliere sopra i

loro

posti e tirano giù pacchi di regali portati dall'America, più o

meno

qualcosa di inutile, pronti a mettersi in fila e guadagnare

l'uscita il

prima possibile. Dopo le ore immobili nell'aereo, dove si è

costretti

a fare un bilancio degli anni passati fino a quel momento, si

ritorna

alla fretta del non pensare, ai falsi pensieri, alla corsa verso

l'ultimo

traguardo.

"Arrivederci." "Grazie, buonasera." Hostess più o meno carine

salutano all'uscita dell'aereo. Eva, con fare professionale e un

sorriso stampato, saluta tutti, perfetta.

"Grazie delle birre. "

"Dovere." Mi sorride più naturale, forse.

"Se hai dei problemi..." le lascio un bigliettino.

Lo guarda perplessa: c'è il mio numero di Roma.

"È stato il mio esame al corso di grafica."

"È andato bene?"

"Erano tutti molto soddisfatti. Hanno trovato geniale dividerlo

in bianco e azzurro."

"Carino."

Se lo mette in tasca. Non ho rischiato a dirle che sono della

Lazio.

Poi scendo dalla scala.

Tiepido vento. Settembre. Tramonto, sono appena le otto e

mezzo. In perfetto orario. È bello camminare di nuovo dopo aver

volato per otto ore. Saliamo sul pulmino. Guardo la nostra

compagnia.

Qualche cinese, un robusto americano, un giovane che non

ha smesso di ascoltare uno di quei Samsung YP-T7X da 512 MB che

avevo visto anche a New York. Due amiche in vacanza che non

parlano

più, sature forse della lunga convivenza. Una coppia innamorata.

Ridono, si dicono sempre qualcosa di più o meno utile, si fanno

degli scherzi. Li invidio, o meglio, mi piace guardarli. La mia

compagna di viaggio, la signora cicciotta che ormai sa tutto della

mia vita, mi si avvicina. Mi guarda sorridendo come a dire: "Ce

l'abbiamo fatta, eh?". Annuisco. Quasi mi pento di averle

raccontato

tanto. Poi mi tranquillizzo. Non la vedrò mai più. Controllo

passaporti. Qualche cane lupo tenuto a bada passeggia nervosamente

su e giù cercando un po' di coca o d'erba. Cani a rota

insoddisfatti

ci guardano con gli occhi buoni, strafatti per tenersi in

allenamento. Un poliziotto apre distrattamente il mio passaporto.

Poi ci ripensa, gli sfugge una pagina, la recupera e guarda con

più

attenzione. I miei battiti accelerano un poco. Niente. Non gli

interesso.

Me lo rida, lo richiudo e lo metto nello zaino. Recupero il

mio bagaglio. Esco libero, di nuovo a Roma. Sono stato due anni

a New York e mi sembra di essere partito ieri. Cammino veloce

verso

l'uscita. Incrocio gente che trascina valigie, un tipo corre

affaticato

verso un aereo che forse perderà. Al di là delle transenne parenti

aspettano qualcuno che non arriva. Ragazze belle e ancora

abbronzate

d'estate sono in attesa del loro amore o quello che è stato.

Con le braccia conserte, passeggiando o ferme, con gli occhi

agitati o tranquilli, comunque aspettano. "Taxi, che le serve un

taxi?" Un finto tassinaro mi corre incontro fingendosi onesto: "Le

faccio un buon prezzo". Non rispondo. Capisce che non sono un

buon affare e lascia perdere. Mi guardo in giro. Una signora

bella,

elegante, con un vestito chiaro e dell'oro leggero al collo, tiene

tranquillo

il suo sguardo sulla mia rotta. È bella. Le sorrido. Lei accenna

a una risposta minima che però contiene tutto. Tradimento,

vorrei ma non posso, la sua voglia di libertà. Poi guarda altrove,

rinunciando.

, Continuo a guardarmi in giro. Niente. Che stupido. Ma

certo. Cosa mi aspettavo? Chi sto cercando? È per questo che sei

tornato? Allora non hai capito niente, non hai ancora capito

niente.

Mi viene da ridere sentendomi un cretino.

"Dovrebbe essere arrivato..."

Nascosta dietro una colonna, in silenzio ma con il cuore a mille,

parla sottovoce a se stessa. Forse per coprire il rumore del suo

cuore, che in realtà sta battendo a duemila. Poi prende coraggio.

Un respiro lungo e lentamente si affaccia. "Eccolo. Lo sapevo, lo

sapevo!" Quasi "salta" con i piedi per terra.

"Non ci posso credere... Step. Lo sapevo, lo sapevo, ero sicura

che tornava oggi. Non ci posso credere. Mamma mia, certo che è

dimagrito un sacco. Però sorride. Sì, mi sembra che stia bene.

Sarà

felice? Magari è stato bene fuori. Troppo. Ma che, sono cretina?

Mi

faccio prendere dalle gelosie. Ma che diritto ne ho poi?

Nessuno...

E allora? Mamma, come sto messa. Sul serio, sto troppo male,

troppo.

Cioè, io sono troppo felice. Troppo. È tornato. Non ci posso

credere. Oddio, sta guardando verso di me! "

Si nasconde subito di nuovo dietro la colonna. Un sospiro. Chiude

gli occhi stringendoli forte. Resta appoggiata con la testa al

freddo

marmo bianco, con le mani stese contro la colonna. Silenzio.

Respiro lungo. Fiuuuuu. Inspirare... Fiuuuuu. Espirare... Riapre

gli

occhi. Proprio in quel momento passa un turista che la guarda

perplesso.

Lei accenna un sorriso per cercare di fargli sembrare che

sia tutto normale. Ma non lo è. Non ci sono dubbi.

"Cavoli, mi ha visto, me lo sento. Oddio, Step mi ha visto, lo so.

"

Si riaffaccia. Nulla. Step è passato come se nulla fosse.

"Ma certo, che cretina. E poi, se anche fosse?"

Eccomi qui. Sono tornato. Roma. Fiumicino, per l'esattezza.

Cammino verso l'uscita. Attraverso le porte a vetri ed esco sulla

strada. Davanti ai taxi. Ma proprio in quel momento provo una

strana sensazione . Mi sembra che qualcuno mi stia osservando. Mi

giro di botto. Niente. Non c'è niente di peggio di chi si aspetta

qualcosa...

E non trova niente.

Capitolo 2.

Il tramonto dipinge d'arancio alcune nuvole sparse qua e là.

Una luna già pallida nel cielo si nasconde tra gli ultimi rami di

un

albero fronduto. Rumori stranamente lontani di un traffico un po'

nervoso. Da una finestra arrivano alcune note di una musica lenta

e piacevole, il suono di un pianoforte migliorato nel tempo.

Quello

stesso ragazzo, più grande, prepara i nuovi esami per la

specializzazione.

Poco più sotto, le linee bianche del campo da tennis risplendono

dritte sotto il pallore lunare e il fondo della piscina vuota

aspetta triste come ogni anno la prossima estate. Anche questa

volta è stata svuotata troppo presto da un portiere pignolo. Al

primo

piano del comprensorio, fra piante curate e linee alzate di una

serranda in legno, una ragazza ride.

"Daniela, ma hai finito di stare al telefono? Avete il cellulare,

vostro padre ve lo ricarica praticamente ogni giorno ! Perché

state

sempre a quello fisso di casa? "

"Ma che, non lo sai, mamma, che qui non prende? Prende solo

in salotto e lì ci siete sempre voi a sentire ! "

"Si dà il caso che noi viviamo in questa casa."

"Va bene, mamma. Sto con Giuli. Finisco di dirle una cosa e

attacco."

"Ma se l'hai vista tutta stamattina a scuola. Chissà che può

essere

successo da allora! Eh? Cosa dovrai mai raccontarle! "

Daniela copre con la mano la cornetta.

"Guarda che anche se fosse una cosa stupidissima, mi piacerebbe

che fossi io a decidere se la devo per forza far sapere a tutti

o no, va bene?"

Daniela si gira e dà le spalle a Raffaella pensando così di avere

in qualche modo ragione. La madre alza le spalle e si allontana.

Daniela

controlla con la coda dell'occhio di essere rimasta sola.


"Giuli hai sentito? Devo attaccare."

"Allora come rimaniamo?"

"Che ci vediamo lì."

"No... non intendevo questo!"

"Senti, io ho deciso." Daniela si guarda preoccupata in giro.

"Non è proprio questo il momento di parlarne al telefono con tutti

che girano per casa! "

"Ma Dani, è una cosa troppo importante! Non puoi deciderla

così... a tavolino!"

"Senti, ma non ne possiamo parlare direttamente alla festa?"

"Ok, come vuoi. Allora ci vediamo lì fra tre quarti d'ora. Ce

la fai?"

"No, facciamo almeno un'ora e un quarto!"

"Ok, ciao."

Dani riattacca il telefono. Guarda che Giuli a volte è

impossibile.

Ma che, non lo capisce quando si ha bisogno di quella mezz'ora

in più. Devo essere perfetta, bellissima. Capita raramente nella

vita di potersi preparare per una serata come questa. Anzi, ride

tra

sé, non capita mai. Di solito "quello" accade proprio quando meno

te lo aspetti. Poi va in camera sua indecisa per la prima volta su

cosa mettersi sotto. Si sente diversa, stranamente insicura. Poi

si

tranquillizza. È normale sentirsi così, non si può essere sicuri

su come

andrà la prima volta che si fa l'amore. Fa un respiro lungo. È

vero. L'unica cosa della quale sono sicura è che lo farò stasera e

con

lui. Raffaella la incrocia proprio in quel momento nel corridoio.

"Daniela, ma si può sapere a cosa stai pensando?"

"Ma niente mamma... cretinate."

"E allora se sono cretinate, pensa a cose più importanti! "

Per un attimo Daniela vorrebbe dirle tutto. La sua decisione

importante e soprattutto irrevocabile. Poi ci ripensa. Capisce che

sarebbe finita.

"Certo, mamma, hai ragione."

Tanto non vale la pena discutere con lei. Si sorridono. Poi

Raffaella

guarda il pendolo in salotto.

"Oh, non c'è niente da fare. Avevo chiesto a tuo padre di tornare

prima che dobbiamo andare dai Pentesti che abitano all'Olgiata.

Mai una volta che mi facesse felice..."

Capitolo 3.

"Stefano! " Dritto di fronte a me, al centro della strada, c'è mio

fratello. Sorrido. "Ciao Pa'." Mi fa piacere vederlo. Quasi mi

emoziono,

ma riesco a non farlo vedere più di tanto.

"Allora, come stai? Non sai quanto t'ho pensato."

Mi abbraccia forte. Mi stringe. Mi fa piacere. Per un attimo mi

ricordo l'ultimo Natale che abbiamo passato insieme. Prima che

partissi. E quella pasta che aveva preparato e che pensava che non

mi piacesse...

"Allora... Ti sei divertito giù in America, eh?"

Mi prende di mano una valigia. Naturalmente la più leggera.

"Sì, sono stato bene, giù in America. Ma perché giù?"

"Boh, è un modo di dire."

Mio fratello che conosce i modi di dire. Certo che sono proprio

cambiati i tempi. Mi guarda felice, sorride. È sereno. Mi vuole

bene sul serio. Ma non mi somiglia pe' niente. Mi fa pensare a

Johnny Stecchino.

"Be', che hai da ridere?"

"No, niente." Lo guardo meglio. Tutto tirato, camicia nuova,

perfetta, pantaloni leggeri sul marrone scuro, con risvolto in

fondo,

giacca a quadretti e finalmente...

"Ehi, Paolo, hai perso la cravatta?"

"Be', d'estate non me la metto. Ma perché, sto male?"

Non aspetta neanche la risposta.

"Ecco, siamo arrivati. Guarda che mi sono fatto..." Allarga il

braccio a mostrarmela in tutto quello che è, secondo lui, il suo

splendore: "Audi 4 ultimo modello. Ti piace?".

Come dire di no a tanto entusiasmo?

"Bella, niente male."

Spinge il pulsante che tiene in mano. L'allarme dopo due bip e

le doppie frecce scompare. Paolo apre il cofano: "Vieni, metti qua

le valigie".

Butto dietro le due sacche americane oltre a quella piccola che

ha già ordinatamente messo a posto lui: "Ehi, fai piano".

Mi fa venire subito in mente un'idea: "Che me la fai provare?".

Mi guarda. Il suo viso cambia espressione. Un tuffo al cuore.

Ma l'amore per suo fratello ha il sopravvento.

"Ma certo, tieni." Sorride con un piccolo sforzo e mi lancia le

chiavi con tutto il radiocomando. Pazzo. Mai amare un fratello

come

me. Soprattutto se ti chiede un'Audi 4 come quella. E nuova.

Mi metto alla guida. Profuma di nuovo, macchina impeccabile, solo

un po' stretta. Accendo il quadro e do il via al motore.

"Si guida bene."

"Pensa che è ancora in rodaggio..." Mi guarda preoccupato e si

mette la cintura. E io, forse per il fatto che sono tornato a

Roma,

che vorrei gridare, ma che ne so, che vorrei in qualche modo

liberarmi

di questi due anni di silenzio, della mia rabbia vissuta lontano,

parto all'improvviso dando gas. La Audi 4 sgomma, scodinzola,

si ribella, urla, le sue gomme strepitano sull'asfalto caldo.

Paolo

si attacca con tutte e due le mani alla maniglia vicino al

finestrino.

"Ecco, lo sapevo, lo sapevo! Ma come mai con te finisce sempre

così?"

"Ma che dici! Se la macchina l'ho appena presa! "

"Volevo dire che con te non si può mai stare tranquilli! "

"Ok..." Scalo, prendo la curva e gioco un po' con lo sterzo tanto

da accarezzare quasi il guardrail.

"Va bene adesso?"

Paolo si risistema sul sedile tirandosi giù la giacca.

"Niente da fare, con te non c'è mai un attimo di tranquillità."

"Ma dai, lo sai benissimo che stavo scherzando. Non stare lì a

preoccuparti, sono cambiato."

"Ancora? Ma quanto sei cambiato?"

"Questo non lo so, sono tornato a Roma per verificarlo."

Restiamo in silenzio.

"Si può fumare qui dentro?"

"Preferirei di no."

Mi metto la sigaretta in bocca e spingo il pulsante

dell'accendisigari.


"Ma che fai, l'accendi lo stesso?"

"È il preferirei che ti ha fregato."

"Vedi... Sei cambiato. E in peggio."

Sorrido e lo guardo. Gli voglio bene. E forse lui è cambiato sul

serio, mi sembra più maturo, più uomo. Do un tiro alla Marlboro

medium e faccio per passargliela.

No, grazie.'

Di risposta apre uno spiraglio del finestrino. Poi ritorna

allegro:

"Sai una cosa? Sto con una".

Mio fratello è più grande di me di sette anni. È incredibile, a

volte sembra un ragazzino, ha voglia di raccontarmi le cose che è

un piacere. Decido di dargli soddisfazione.

"E com'è, carina?"

"Carina? È bella! Alta, biondo chiaro, la devi conoscere. Si

chiama Fabiola, si occupa di arredamento, le piace andare solo in

certi posti, ha molto gusto..."

"Eh... Certo, certo, sicuro..."

"Ok, ok. La tua è una battuta scontata, anzi una 'sbattuta', ti

piace questa? La dice sempre lei! "

"Un po' equivoca, non ti pare? Deve stare attenta, quando la dice.

Comunque adesso ho capito perché vi trovate tanto bene insieme. "

"Be', comunque ci vado molto d'accordo."

Molto d'accordo. Ma che vorrà dire poi. L'accordo è qualcosa

che ha a che fare con la musica. O peggio coi contratti. L'amore

invece

è quando non respiri, quando è assurdo, quando ti manca,

quando è bello anche se è stonato, quando è follia... Quando solo

all'idea di vederla con un altro attraverseresti a morsi l'oceano.

"Be', se andate d'accordo, questo è l'importante. E poi..."

Cerco di chiudere alla meglio. "Fabiola è un bel nome."

Chiusura banale. Ma non ho trovato altro. Fondamentalmente

non me ne frega niente, ma se gli dicessi che il nome fa cagare,

per come è lui non sarebbe felice. Paolo ha bisogno dell'opinione

di tutti. La cazzata più grande che si può fare. Tutti chi, poi.

Neanche

i nostri sono stati tutti per noi.

Mi legge quasi nel pensiero: "Anche papà sta con una, sai?".

"Come posso saperlo se non me lo dice nessuno."

"Monica, una bella donna. Cinquant'anni, ma se li porta benissimo.

Gli ha rivoluzionato la casa. Ha levato un po' di antichità,

l'ha svecchiata."

"Anche a papà?"

Paolo ride come un pazzo: "Troppo forte questa".

Mio fratello e il suo entusiasmo deficiente. Ma prima era così?

Quando torni da un viaggio, tutto ti sembra un po' diverso.

"Vivono insieme, devi conoscerla."

Devi. Che vuol dire devi? Do un colpo secco al volante per

scansare uno che non ne vuole sapere di togliersi di mezzo. E

spostati!

Lampeggio, niente. Do gas, scalo. La macchina scatta sulla

destra per superarlo.

Paolo spinge con le gambe in avanti e si tiene al bracciolo tra

me e lui. Poi rientro a sinistra e lo tranquillizzo.

"Tutto a posto. In America non potevo mai farlo, ti controllano

al millimetro."

"E invece sei tornato apposta per sbizzarrirti con la mia

macchina,

vero?"

"Mamma come sta?"

"Bene."

"Che vuol dire bene?"

"E allora che vuol dire come sta?"

"Quanto la fai difficile. È tranquilla? Sta con qualcuno? Tu la

senti? Si vede e si sente con papà?"

Non riesco a fargli quell'ultima domanda: ha chiesto di me?

"Mi ha chiesto spesso di te." È l'unica alla quale risponde:

"Voleva

sapere se ti sentivo da New York, come andava il corso eccetera

eccetera".

"E tu?"

"E io le ho detto quel poco che sapevo. Che il corso andava bene,

che stranamente non avevi ancora fatto a botte con nessuno e

poi mi sono inventato un po' di cose."

"Tipo?"

"Che stavi da due mesi con una ragazza, italiana però. Se avessi

detto americana si sarebbe capito subito che era falso, non vi

sareste

capiti."

"Ah, ah. Avvisami quando si ride. Anche questa è una 'sbattuta'?"

"Poi gli ho detto che ti divertivi, la sera uscivi spesso, niente

droga però, ma un sacco di amici. Insomma, che non avevi

intenzione

di tornare e che comunque stavi bene. Come sono andato?"

"Più o meno."

"Cioè?"

"Sono stato con due americane e ci siamo capiti benissimo."

Non fa in tempo a ridere, scalo ed esco tagliando a destra. Giù

dalla tangenziale, in curva do gas, le ruote stridono, una

macchina

vecchia suona alle mie spalle, continuo la curva come se niente

fosse

ed entro sul raccordo. Paolo si risistema sul sedile. Si tira giù

la

giacca. Poi tenta di dire la sua.

"Non hai messo la freccia."

"Già." Guido per un po' in silenzio. Paolo guarda spesso fuori,

poi di nuovo verso di me cercando di attirare la mia attenzione.

Che ce?

"Com'è finita la storia del processo?"

"Sono stato graziato."

"Cioè?" mi guarda incuriosito. Mi giro e sostengo per un po'

il suo sguardo. Resta in silenzio. Mi guarda tranquillo. Sereno.

Non

credo che menta. Oppure è un attore formidabile. Paolo è un buon

fratello, ma tra i suoi ipotetici pregi non si rintraccia il

formidabile.

Riguardo la strada.

"Niente, sono stato graziato, punto e basta."

"Cioè, spiegami meglio."

"Tu che non sai di queste cose? Hai presente quei condoni per

le tasse o per l'edilizia che vengono fatti apposta quando si va a

qualche elezione? Ecco, questo è uno di quei casi lì, i reati come

il

mio vengono dimenticati e ci si ricorda invece di un presidente. "

Sorride.

"Sai, è un sacco di tempo che mi chiedo perché hai menato

quello che abitava di fronte a noi. "

"E sei riuscito a sopravvivere a questo incredibile

interrogativo?"

"Sì, ho avuto anche altro da fare."

"In America non dureresti un giorno. Non hai tempo per farti

domande."

"Ma siccome stavo a Roma tra un cappuccino e un aperitivo,

ci ho pensato. E sono arrivato anche a una conclusione."

"Che meraviglia! E cioè?"

"Che il nostro vicino infastidiva in qualche modo mamma,

apprezzamenti

pesanti e una battuta di troppo. Tu, non so come, lo

sei venuto a sapere e patapuff, l'hai mandato all'ospedale..."

Rimango in silenzio. Paolo mi fissa. Vorrei evitare il suo

sguardo.

"Però c'è una cosa che non capisco, che mi sfugge... Ma scusa,

mamma era al processo e non ha detto niente, non ha raccontato

cosa era successo, cosa le poteva aver detto quel tipo o insomma

perché tu avevi reagito così. Se solo avesse parlato, il giudice,

magari,

poteva capire."

Paolo. Cosa sa veramente Paolo. Lo guardo per un attimo, poi

ritorno a guardare la strada. Linee bianche per terra, una dopo

l'altra,

tranquille sotto la Audi 4. Una dopo l'altra, a volte leggermente

sbafate. Il rumore della strada. Batum, batum, la Audi 4, morbida,

si alza e si abbassa a ogni piccolo dosso. Le giunture dei pezzi

di

quella strada si sentono tutte, ma non danno fastidio. È giusto

dire

la verità? Far conoscere sotto una luce diversa una persona a

un'altra. Paolo ama mamma così com'è. La ama come crede che

sia. O come vuole credere che sia.

"Paolo, ma perché me lo chiedi?"


"Ma così, per sapere..."

"Non ti tornano i conti, vero?"

"Be' sì, insomma."

"E per un commercialista come te è un incubo."

Giovanni Ambrosini era il nome del nostro vicino, l'ho scoperto

solo al processo. Anzi no, il cognome prima. Quando ho suonato

alla sua porta era scritto sul campanello. E venuto ad aprire in

boxer.

Quando mi ha visto ha chiuso al volo la porta. Io ero entrato solo

per parlare. Per chiedergli educatamente di abbassare la musica.

Poi

un tuffo al cuore. Nello spiraglio della porta, incorniciato da

quello

stipite il suo volto. Quello sguardo che ci ha unito e diviso per

sempre.

Non lo dimenticherò mai. Nuda come non l'avevo mai vista, bella

come l'ho sempre amata... Mia mamma. Tra le lenzuola di un altro.

Non ricordo altro se non quella sigaretta che aveva in bocca. E

il suo sguardo. Come la voglia di consumare qualcos'altro dopo

lui,

quella sigaretta e infine... Me. Guarda, figlio mio... questa è la

realtà,

questa è la vita. Ancora mi bruciano le guance del cuore. E poi

Giovanni

Ambrosini. L'ho tirato fuori da casa sua, per i capelli. È finito

a terra. Gli ho fracassato due zigomi con un calcio dietro la

nuca. Si

è infilato tra la ringhiera delle scale, e ho continuato a

colpirlo con il

tacco sull'orecchio destro, sulla faccia, tra le costole, sulle

dita delle

mani, fino a spappolargliele. Su quelle mani che l'avevano

toccata.

E... Basta. Basta. Basta per favore. Non ce la faccio più. Quei

ricordi

che non ti abbandonano mai. Mai. Guardo Paolo. Un respiro lungo.


Calma. Più lungo. Calma e bugie.

"Mi dispiace, Paolo, ma a volte i conti non tornano. Quello lì mi

stava sul cazzo, tutto qua. Mamma non c'entra niente, figurati."

Sembra soddisfatto. Gli fa piacere sentire questa versione.

Guarda fuori dal finestrino.

"Ah, non ti ho detto una cosa."

Lo guardo preoccupato.

"Che cosa?"

"Ho cambiato casa. Sto sempre alla Farnesina, ma ho preso un

attico."

Finalmente una notizia tranquilla. "Bello?"

"Fortissimo. Lo devi vedere. Stanotte dormi da me tanto, no?

Il numero di telefono è rimasto lo stesso. Sono riuscito a farmelo

ridare da un amico alla Telecom."

Sorride soddisfatto di quel suo piccolo potere. Cavoli, non ci

avevo pensato! Meno male che ha mantenuto lo stesso numero. È

quello che ho messo sul mio biglietto da visita. Quello che ho

dato

alla hostess. A Eva, la gnocca. Sorrido tra me. Corso Francia,

Vigna

Stelluti, su verso piazza Giochi Delfici. Passo davanti via

Colajanni, la traversa che porta a piazza Jacini. Un motorino si

ferma

improvvisamente allo stop. Una ragazza. Oddio. Lei. Capelli biondo

cenere, lunghi, sotto il casco. Porta anche un cappellino con la

visiera. Ha l'i-pod azzurro e un giubbotto sul celeste proprio

come

i suoi occhi. Sì, sembra proprio lei... Rallento. Balla con la

testa

a tempo di musica e sorride. Mi fermo. Lei parte. La lascio

passare.

Gira allegra davanti alla nostra macchina. Mi dice grazie solo

con le labbra... Il mio cuore ora rallenta. No, non è lei. Ma un

ricordo mi assale. Come quando stai in acqua, in mare, di mattina

presto, fa freddo. Qualcuno ti chiama. Ti giri, lo saluti... Ma

quando

ti volti, per riprendere a camminare, arriva un'onda improvvisa.

E allora senza volerlo mi ritrovo lì, naufrago da qualche parte,

in qualche giorno di appena due anni fa. È notte. I suoi sono

fuori.

Mi ha telefonato. Mi ha detto di andarla a trovare. Salgo le

scale.

La porta è aperta. L'ha lasciata accostata. La apro lentamente.

"Babi... Ci sei? Babi..."

Non sento niente. Chiudo la porta. Cammino per il corridoio.

In punta di piedi verso le camere da letto. Una musica leggera

arriva

dalla camera dei suoi genitori. Strano, aveva detto che erano al

Circeo. Dalla porta semichiusa si intravede una luce fioca. Mi

avvicino.

Apro la porta. Vicino alla finestra improvvisamente appare lei.

Babi. Ha addosso i vestiti della madre, una camicetta di seta

leggera

color sabbia, trasparente e sbottonata. Sotto si intravede un

reggiseno

color crema. Poi una gonna lunga con dei disegni sul cachemire.

Ha i capelli tirati su tutti intrecciati. Sembra più grande, vuole

essere più grande. Sorride. Ha in mano un flûte pieno di

champagne.

Ora ne sta versando uno per me. Poggia la bottiglia dentro

un secchiello pieno di ghiaccio, posato sul comodino. Intorno ci

sono

delle candele e un profumo di rose selvagge che piano piano ci

avvolge. Poggia un piede su una sedia. La gonna apre il suo

spacco,

cade di lato, scoprendo uno stivaletto, e la sua gamba, coperta

da una calza leggera, in microrete color miele, autoreggente. Babi

mi aspetta con i due flûte in mano e i suoi occhi improvvisamente

cambiano. Come se fosse cresciuta all'improvviso.

"Prendimi, come se fossi lei... Lei che non ti vuole, lei che ogni

giorno mi sfinisce cercando di dividerci..." Mi passa il

bicchiere.

Lo bevo tutto di un sorso. È freddo, è buono, è perfetto. Poi le

do un bacio intenso come il desiderio che provo. Le nostre lingue

sanno di champagne, addormentate, perse, ubriache,

anestetizzate...

Improvvisamente si svegliano. Le passo la mano tra i capelli

e rimango prigioniero di ciocche strette, di capelli lavorati. Le

tengo

la testa così, persa tra le mie mani, mia, perdutamente mia...

mentre un suo bacio diventa più avido. Del tutto padrona nella

mia bocca, sembra che voglia entrarmi dentro, divorarmi, arrivare

al mio cuore. Ma che fai? Ferma. È già tuo. Poi Babi si stacca

e mi guarda. Sembra sul serio sua madre. E mi fa paura l'intensità

che avverto, che non avevo mai visto. Allora mi prende una mano,

si alza un po' la gonna di lato e me la infila. Poi mi guida su,

più su... lungo le gambe insieme a lei. Abbandona la testa

all'indietro.

A occhi chiusi. Un suo sorriso. Nascosto. Un suo sospiro,

forte e chiaro. La mia mano, la porta ancora più su. Senza fretta,

sulle sue mutandine. Eccole. Le sposta leggermente e mi perdo

con le dita nel suo piacere. Babi ora sospira più forte. Mi apre i

pantaloni e me li tira giù veloce, avida anche qui, come non mai.

E dolcemente lo trova. Si ferma. Mi guarda negli occhi. E sorride.

Mi lecca la bocca. Mi morde. Ha fame. Ha fame di me. Si appoggia,

mi spinge, tiene la sua fronte contro la mia, sorride, sospira,

comincia a muoversi con la mano su e giù, perdendosi affamata

nei miei occhi e io nei suoi... Poi si sfila le mutandine, mi

dà un ultimo bacio leggero e mi fa una carezza con la mano sotto

il mento. Si mette sul letto a quattro zampe, si scopre da dietro

alzandosi

la gonna. Se la poggia sulla schiena e si gira verso di me.

"Step, ti prego, prendimi con forza, come se io fossi mia madre,

fammi male... Ti prego, ti giuro, ne ho voglia."

E mi sembra incredibile. Ma lo faccio. Ubbidisco, e lei comincia

a urlare come non aveva mai fatto, e quasi svengo dal piacere,

dal desiderio, dall'assurdo di quella situazione, dall'amore di

ciò

che non credevo possibile. Sono ancora affannato di piacere nel

ricordo

e quasi mi manca il respiro...

"Ehi, Step!"

"Sì?"

Improvvisamente torno. È Paolo.

"Ma che succede? Ti sei fermato in mezzo alla strada."

"Eh?"

"Ma così mi sorprendi. Siamo diventati gentili? Non ti avevo

mai visto fare una cosa del genere: dare la precedenza a una

ragazza

che neanche ce l'ha! Incredibile. O l'America ti ha fatto

veramente

bene e sei cambiato sul serio. Oppure..."

"Oppure?"

"Oppure quella ragazza ti sembrava qualcun altro."

Si gira verso di me e mi guarda.

"Ehi... Non ti dimenticare che siamo fratelli."

"Appunto, è questo quello che mi preoccupa... È una 'sbattuta',

se non l'hai capita."

Paolo ride. Io riprendo a guidare cercando di nuovo il controllo.

Lo trovo. Poi un respiro lungo. Più lungo. E il dolore di sapere

che quell'alta marea non mi abbandonerà mai.

Capitolo 4.

La Z4 è una macchina meravigliosa. Darei non so cosa per farmela.

Claudio Gervasi è a Porta Pinciana, fermo davanti alla vetrina

della concessionaria BMW. La guarda come se fosse un bambino,

estasiato, desideroso, dispiaciuto perché non la può avere. Se

solo

Raffaella sapesse cosa sta desiderando, sarebbero dolori. Se poi

sapesse

tutto il resto, sarebbe morto. Preferisce non pensarci. Non

lo saprà mai. A questo punto visto che è arrivato fino lì, tanto

vale

entrare. Non c'è niente di male ad avere un desiderio. O anche

questo

rientra nel novero dei peccati sociali? Claudio cerca di

convincersi.

Tanto mica m'impegno in qualche modo... voglio solo sapere

anche quanto mi danno per un'ipotesi di permuta. Magari mi

calcolano bene la mia Mercedes 200. Certo che ne ha fatti di

chilometri.

Però l'ho tenuta così bene... Gira intorno alla macchina.


Tranne quella piccola strusciatura dovuta a Babi e a Daniela e

soprattutto

a come posteggiano la loro Vespa. Be', sentiamo cosa mi

dicono... Entra nel negozio. Gli si avvicina subito un giovane

commesso,

impeccabile, con una cravatta bella grossa, blu come il suo

completo dalla giacca misurata e i pantaloni perfetti a tubo, col

risvolto

che si accompagna morbido ai suoi mocassini scuri, semplici,

ma perfettamente lucidi. Proprio come quella macchina. Vista

da vicino sembra ancora più bella. Un celeste pallido e l'interno

un

po' più scuro, con le rifiniture di un beige leggero e della pelle

nera

che in maniera morbida riveste ogni punto, dal volante al cambio.

Irresistibile.

"Buonasera, posso aiutarla?"

"Sì, vorrei sapere quanto viene questa BMW. È la Z4, vero?"

"Certo, signore. Allora, full optional, chiavi in mano con l'ABS

completo e i cerchi naturalmente in lega... vediamo un po'...

Signore,

lei è fortunato, siamo in un periodo di promozione. Per lei,

sono 42.000 euro. Euro più, euro meno, s'intende."

Sicuramente più. Meno male che sono fortunato e che è il periodo

di promozione. Allora il commesso che lo vede leggermente

deluso gli sorride.

"Guardi che questa è stata la macchina di James Bond."

Claudio non crede ai propri occhi.

"Proprio questa?"

"Ma no, non questa!" Il commesso lo guarda cercando di capire

se lo sta prendendo in giro apposta. "Anche perché credo che

quella che hanno usato in quel film sia la Z3, la BMW della serie

precedente e, per essere precisi, sarà anche stata demolita o

messa

a qualche asta! Però questa è ancora più precisa, è stata usata

anche nel film Ocean's Twelve, o Eleven?, ora non mi ricordo bene.

Comunque l'hanno portata: George Clooney, Matt Damon,

Andy Garcia, Brad Pitt e ora... lei! "

Claudio abbozza un sorriso.

"Forse..."

Il commesso capisce che ha davanti a sé un indeciso cronico.

Non sa la verità. Ha davanti a sé un'ombra spietata, un ologramma

terribile, una proiezione a laser, Claudio avvolto dal pensiero

di sua moglie. Il ragazzo decide di riscaldare il possibile

cliente con

un po' di informazioni. Gira intorno alla macchina dando dati:

velocità,

consumo, prestazioni d'ogni tipo e naturalmente eventualità

d'ogni ipotesi di leasing.

"A proposito..." a questo ultimo dato Claudio acquista un po' di

speranza, "ma nel caso, voi prendete indietro una macchina, no?"

"Certo, come no! Anche se adesso, in questo momento, il mercato

dell'usato è un po' debole, signore."

Claudio non aveva dubbi.

"Gli può dare un'occhiata? Ce l'ho qui fuori."

"Certo, andiamo a vederla."

Claudio esce dal negozio accompagnato dal commesso.

"Eccola, è questa."

Mostra fiero la sua Mercedes 200 grigio scuro metallizzata. Il

ragazzo ora è attento, serio, minuzioso. La guarda toccandola ogni

tanto, controllando eventuali lavori di riparazione subdolamente

nascosti. Claudio cerca di rassicurarlo.

"Ho fatto sempre tutti i tagliandi, ho cambiato da poco anche

le gomme..."

Il commesso gira attorno alla macchina e guarda l'altra fiancata,

quella rovinata dalla Vespa. Claudio allora cerca di distrarlo.

"E ho fatto anche la revisione completa proprio l'altra

settimana."


Ma a un commesso come quello non sfugge nulla.

"Sì... però qui ha preso una bella botta, eh! "

"Eh, le mie figlie. Gliel'ho detto mille volte d'incollare la

Vespa

al muro, niente! "

Il commesso alza le spalle come a dire "E io che ci posso fare?

.

"Be', comunque andrà rimessa a posto. Il motore poi lo dobbiamo

controllare, eh? La vedrà il capo tecnico. Be', se non ci fossero

problemi io credo che il suo valore sia sui... 4.000, 4.500 euro."

"Ah..." Claudio rimane senza parole. Sperava almeno nel doppio.

"Ma è del'99."

"Veramente io pensavo del 2000, comunque il prezzo che le ho

detto glielo confermo, va bene?"


Va bene? Va bene sì! E ti credo che va bene. A voi dovrei dare

37.500 euro, euro più, euro meno. Ma Claudio decide di non

pensarci.

"Sì, bene... certo..."

"Allora la saluto. Noi per qualsiasi cosa siamo qui."

Il giovane commesso gli stringe con forza la mano, certo di averlo

più o meno convinto. Poi gli dà un bigliettino con tanto di

nominativo

e marchio BMW. Claudio lo guarda allontanarsi. Quando

ormai il commesso è dentro il negozio e non lo può più vedere,

Claudio strappa il biglietto e lo butta in un cestino lì vicino.

Ci manca

solo che Raffaella trovi questa traccia. Sale sulla sua Mercedes.

Poggia le mani sul volante. Cara, lo sai che io non ti tradirei

mai!

Poi prende il telefonino, si guarda intorno, e scrive un sms. Lo

invia

e naturalmente un secondo dopo lo cancella. Infine, come ultimo

gesto di grande libertà, si accende una Marlboro.

Capitolo 5.

"Ecco Step, è il 237. Aspetta che apro il cancello. Posteggia qui.

Il numero 6, è il mio." Paolo ne è fiero. Prendiamo le borse.

"L'ascensore

parte direttamente dal garage." È fiero anche di questo.

Arriviamo al quinto piano. Apre la porta come se fosse una

cassaforte.

Allarme, due serrature, porta blindata. Sopra c'è il suo nome.

Paolo Mancini, un bigliettino stampato su una piccola targa

bordata d'oro. Orribile, ma non glielo dico.

"Hai visto? Ho messo uno dei miei bigliettini nella targa. C'è

anche il numero di telefono. Buona idea, no? Ma perché ridi? Non

ti piace, vero?"

"Come no. Ma secondo te, perché dovrei dirti sempre bugie? Mi

piace sul serio, fidati." Sorride un po' più rilassato e mi fa

entrare.

"Ok, vieni, allora guarda, ecco..."

La casa non è male all'interno, parquet nuovo, colori chiari,

muri bianchi.

"Manca un po' d'arredamento ma pensa che l'ho fatta tutta rifare.

Guarda, ho messo dei dimer così le luci le puoi regolare quanto

vuoi, vedi?"

Ne prova una alzando e abbassando una luce. "Forte, no?"

"Fortissimo." Rimango all'entrata con le sacche in mano. Paolo

sorride felice della sua idea.

"Ti faccio vedere dove puoi stare."

Apre una camera in fondo al corridoio. "Dadan! "

Paolo rimane sulla porta con la faccia sorridente.

"Eh..." Ci deve essere qualche sorpresa. Entro.

"Ho recuperato la tua roba e te l'ho portata qui. Qualche

maglione,

le magliette, le felpe. E guarda qui..." Mi mostra un quadro

attaccato al muro.

"Era rimasta una tavola di Andrea Pazienza. Questa non l'hai

bruciata."


Mi ricorda, senza volerlo, quel Natale di due anni e mezzo fa.

Forse lo capisce e un po' se ne dispiace.

"Be', io vado in camera mia. Sistemati come ti pare."

Poggio la sacca sul letto, apro la zip e comincio a tirare fuori

la roba. Maglioni, giubbotti. Un track jacket Abercrombie. Jeans

scoloriti, marca Junya. Una felpa color sabbia Vintage 55. Camicie

ben piegate Brooks Brothers. Le metto dentro un armadio bianco.

Ha diversi cassetti. Apro anche l'altra valigia e li riempio

tutti.

In fondo alla sacca c'è un pacco incartato. Lo prendo e vado di

là. Paolo è in camera sua disteso sul letto con i piedi che

sbucano

fuori.

"Tieni" gli lancio il pacco sulla pancia. Lo prende come se fosse

un cazzotto e si piega in due accogliendo il pacco sul letto.

"Grazie, e perché?" Cerca sempre una spiegazione.

"È l'ultima moda americana."

Lo scarta e lo stende davanti ai suoi occhi. E un po' perplesso.

"È il giubbotto della Fire. Lì lo mettono quelli che sono

arrivati."

Ora che gliel'ho detto gli piace di più.

"Me lo provo ! " Se lo infila sopra la giacca e si guarda allo

specchio.

Cerco di non ridere.

"Cazzo, è forte! " Quell'espressione non è da lui. Gli è piaciuto

sul serio.

"Hai azzeccato pure la misura."

"Tienilo bene. Vale un pezzetto della tua casa."

"Sul serio costa così tanto?"

"Ehi, la tua camera però è più bella, più grande."


"Sì, lo so Step, ma..."

"Paolo... stavo scherzando."

Paolo tira un sospiro di sollievo.

"No, sul serio, comunque l'hai veramente messa su bene."

"Non sai quanto ci ho speso."

Ecco che risbuca fuori il commercialista. Me ne torno in camera.

Comincio a spogliarmi. Ho voglia di una doccia. Paolo entra

in camera, ha ancora il giubbotto addosso con il cartellino che

gli penzola dal collo e un pacchetto in mano. "Anch'io ho una

sorpresa

per te." Fa per lanciarmelo, ma poi ci ripensa e me lo passa

piano. "Non si può lanciare. È delicato."

Lo apro incuriosito. "È per il tuo compleanno." Riesce a

imbarazzarmi.

"Cioè veramente è per il compleanno che hai passato

in America. Abbiamo potuto farti solo una telefonata. "

"Sì, l'ho trovata in segreteria." Continuo a scartare il regalo.

Cerco di non pensare a quel giorno. Ma non ci riesco. 21 luglio...

Stare fuori apposta tutto il giorno per non aspettare inutilmente

davanti al telefono. Poi tornare a casa e vedere la segreteria

lampeggiare.

Un messaggio, due, tre, quattro. Quattro messaggi, quattro

telefonate ricevute. Quattro possibilità. Quattro speranze. Via

con la prima. "Pronto, ciao Stefano, sono papà... Auguri! Credevi

che me ne fossi dimenticato, eh?"

Mio padre. Deve sempre aggiungere un po' di umorismo a

quello che fa. Spingo il tasto e mando avanti. "Tanti auguri a te.

Tanti auguri a Step... " Mio fratello. Mio fratello che

addirittura mi

canta gli auguri per telefono. Che gaggio! Ne rimangono due. Un

altro messaggio, il penultimo. "Ciao Stefano..." No. E mia madre.

Lo ascolto in silenzio. La sua voce scorre morbida, lenta, piena

di

amore, un po' affaticata forse. Allora stringo gli occhi. E i

pugni.

E fermo quelle lacrime. E ci riesco. Oggi è il mio compleanno,

mamma. Voglio essere allegro, voglio ridere, voglio stare bene,

mamma... Sì, anche tu mi manchi. Sono tante le cose che mi

mancano...

Ma oggi ho voglia di non pensarci. Ti prego. "Ancora auguri,

Stefano, e mi raccomando, chiamami quando puoi. Un bacio."

Rimane così un ultimo messaggio. La luce verde lampeggia

silenziosa. La guardo in silenzio. Lentamente si accende e si

spegne.

Quella luce verde potrebbe essere il più bel regalo della mia

vita. La sua voce. L'idea di poterle mancare anch'io. Di poter in

un attimo tornare indietro, ad allora, di ricominciare... Sogno

ancora

per un attimo. Poi spingo il tasto. "Ciao mitico! Ma come

stai? Oh, che piacere assurdo sentire la tua voce, anche se solo

in

segreteria. Non sai quanto mi manchi... Da morire. Roma è vuota


senza di te. Ma mi hai riconosciuto, vero? Sono Pallina. Certo

ormai

la mia voce è un po' più da donna. Allora, ti devo raccontare

una marea di cose. Da dove cominciamo? Vediamo un po'... Tanto

me la posso prendere comoda, i miei stanno fuori, telefono da

casa e spendo che è una meraviglia visto che mi hanno pure fatto

arrabbiare. Così li punisco un po', va'..." Mi fa ridere, mi fa

piacere.

La ascolto con un sorriso. Ma non posso mentire, non a me

stesso. Non era questa la telefonata che aspettavo. Non è un

compleanno

senza la sua voce. Non mi sembra neanche di essere nato.

E invece ora, dopo più di due anni, sono di nuovo qui.

"Allora che ne dici, ti piace?"

Finisco di scartare e poi guardo la scatola.

"Oh, guarda che questo è l'ultimo modello: un Nokia fantastico."

"Un telefonino?"

"Forte, eh? Prende dappertutto. Pensa che l'ho avuto grazie a

un amico, perché ancora non si trova nei negozi. È un N70, ha

tutto

ed è pure piccolo. Entra nella tasca della giacca. " Se lo infila

per

farmi vedere quant'è vero quello che dice.

"Certo che ne hai di amici attivi, eh?"

"Et voilà, visto? E poi si apre così e si può escludere il suono e

vibra soltanto. Tieni." Nemmeno ha sentito la mia battuta. Aspetta

solo la mia reazione.

"Grazie" è l'unica cosa che riesco a dire. "Un telefonino mi

mancava proprio."

"Hai già il numero: 335 808080, facile no? Sempre il mio amico

della Telecom."

È ancora più soddisfatto. Mio fratello e i suoi amici. Ora ho un

numero. Sono bollato. Identificato. Raggiungibile. Forse.

"Bellissimo, ora però devo assolutamente fare una doccia."

Lancio il telefonino sul letto.

Paolo esce scuotendo la testa: "Capirai, durerà poco quel

telefonino

se lo lanci così".

Mio fratello. Non c'è niente da fare. Che noioso! Eppure siamo

tutti e due nati dallo stesso seme, quello di mio padre, almeno

spero. Accendo la radio lì sul comodino e la sintonizzo. Mentre mi

spoglio mi metto a ridere da solo. Mia madre che ha messo al mondo

Paolo con un altro. Sarebbe il massimo. Almeno avrei una

spiegazione.

Ma questo lo escludo. Erano altri tempi. Tempi d'amore.

Mi piace questo pezzo. Mi metto a canticchiare qualcosa.

Sono sotto casa di Paolo. Ho visto le luci che si accendevano.

So che questa è la nuova casa di suo fratello. Ecco, lo vedo. Step

passa davanti alla finestra. Quella deve essere la sua camera.

Ehi,

ma si sta spogliando. E sta canticchiando qualcosa. Mi metto gli

auricolari. Accendo la radio del mio telefonino. Cambio canale

fino

a quando non mi sembra di trovare quello che Step canticchia.

Guardo la stazione. Ram power 102.70. Uno lo vivi, uno lo ricordi.

Chissà cosa preferisce Step... Guardo l'ora. È tardi, devo tornare

a casa. I miei mi stanno aspettando di sicuro.

"Paolo, che hai un asciugamano?"

"Te li ho già messi in bagno. Guarda li trovi in ordine di colore,

quello azzurro più chiaro per il viso, quello più scuro per il

bidè

e infine un accappatoio blu dietro la porta. "

E certo, in confronto Furio è un pazzo sregolato.

"Ehi, Step, fatti un po' vedere?"

Compaio davanti alla porta.

"Mazza come stai bene. Sei dimagrito?"

"Sì. In America fanno un altro tipo di allenamento in palestra.

Moltissimo pugilato. Ai primi incontri ho capito quanto siamo

lenti

qui a Roma. "

"Sei definitissimo."

"E da quando in qua ti sei imparato 'sti termini?"

Mi lascio andare volutamente al mio ruvido romano.

"Mi sono iscritto in palestra."

"Non credo alle mie orecchie. Era ora! Ma come, mi facevi tutte

quelle storie. Ma che perdi tempo in palestra, che ti importa del

fisico e tutte... E alla fine che fai?"

"Mi ha convinto Fabiola."

"Ah, ecco. Vedi, Fabiola già mi piace."

"Ha detto che stavo seduto troppo e che un uomo deve decidere

chi è fisicamente a trentatré anni. "

"A trentatré anni?"

"Ha detto così."

"Allora avevi ancora due anni di libertà."

"Ho preferito non essere nella regola perfetta."

"E brava Fabiola." Vado in bagno. "E dove ti sei iscritto?"

"Alla Roman Sport Center." Silenzio. Ricompaio dalla porta.

"Anche questo l'ha deciso Fabiola?"

"No" sorride fiero, secondo lui, della sua scelta. "Io... be', la

verità è che anche lei era già iscritta là."

"Ah, ecco..." Me ne torno in bagno e chiudo la porta. Non ci

posso credere. Non c'è niente di peggio che andare in palestra con

la propria donna. Stai lì che pensi a lei anche sotto i pesi, che

controlli

chi le si avvicina, che cosa le dicono, quello magari negato che

invece fa finta di insegnarle il movimento giusto... e cosa fa lei

e come

risponde. Terribile. Le vedo ogni tanto quelle coppie. Un bacio

alla fine di ogni serie. E poi alla fine dell'allenamento la

domanda

d'obbligo: "Che facciamo stasera?".

Perché una coppia deve già avere il suo programma. E certo,

sennò che coppia è. Eh... Se invece sei uno "scoppiato" allora la

Roman è perfetta. Automaticamente il muscolo lavora doppio, deve

mettersi in mostra lui stesso per acchiappare. Le macchine e i

bilancieri fingono quasi di lavorare, silenziosi spettatori di

chissà

quanti amori calcolati. Eh sì, perché finita ogni serie ci si

guarda,

ci si spizza, un sorriso e poi vai con la chiacchiera inutile. Chi

sei,

dove sei stato ieri, che locale è stato aperto oggi, che progetti

hai

per la serata, cosa fai domani e quanti soldi hai. Insomma, se

vale

o no la pena di scoparti.

Apro l'acqua della doccia e mi ci infilo sotto. Acqua fredda.

Poggio le braccia contro il muro e spingo fino a cercare

inutilmente

di abbatterlo. Mi si gonfiano le spalle e l'acqua rimbalza

ora più tiepida. Poi porto la testa all'indietro, bocca

semiaperta...

E l'acqua cambia improvvisamente corso. Piccolo fiume impetuoso

che trova anse e nascondigli tra i miei occhi, tra il naso e la

bocca, tra i denti e la lingua. La sputo fuori dalla bocca,

respirando.

Mio fratello. Mio fratello che va alla Roman Sport Center.

Mio fratello con la sua Audi 4 nuova. Mio fratello con la sua

donna.

Mio fratello che si allena con lei e tra una risata e l'altra

decide

cosa fare per la serata. Ora è tutto chiaro. Lui è papà, senza

ombra di dubbio. Più cresce e più la fotocopia si definisce. Io

invece

rimango sbiadito in un angolo. Vorrei sapere chi si è fottuto

il mio toner. Esco dalla doccia. Mi infilo l'accappatoio e mi

asciugo i capelli con l'asciugamano azzurro proprio come vuole

lui. Mi friziono forte i capelli corti appena rasati e in un

attimo

sono asciutti. Mi lascio l'asciugamano poggiato sulla testa e vado

in camera. Paolo mi vede.

"È impressionante come somigli a mamma. Chiamala, la farai

felice."

"Sì, più tardi." Oggi non ho voglia di far felice nessuno.

Capitolo 6.

Dal fondo del corridoio, si sente il rumore delle chiavi che

girano

nella toppa della porta di casa. Raffaella si volta.

"Oh... ecco Claudio!"

La porta in fondo al corridoio si apre lentamente. E in tutta la

sua nuova bellezza invece entra Babi.

Raffaella le corre incontro.

"Ma che hai fatto!"

"Come che ho fatto?"

"Sì, hai fatto tardi e in più hai tagliato i capelli! "

"Oddio mamma, mi hai fatto prendere un colpo! Chissà che

pensavo! Sì, me li sono tagliati stamattina. Sto bene? Ha detto

Arturo,

che me li ha fatti, che così mi donano molto di più."

"Sì... ma avevamo impostato un po' tutto sui tuoi capelli lunghi!

"Mamma, ma sono solo scalati," Babi le sorride, "lo sapevo che

avresti detto così. Guarda..." Apre una piccola borsa di Furia e

tira

fuori tre polaroid. "Ecco, ho fatto apposta i provini. Allora? Non

sto meglio?"

Raffaella le guarda. Poi sorride contenta e soddisfatta della

figlia

e del suo nuovo taglio di capelli insieme a tutto il resto in

quelle

foto. Ma non vuole dargliela vinta. No, non vuole essere esclusa

da nessuna decisione, soprattutto per una cosa così importante.

"Sì, stai bene. Ma la scelta che avevamo fatto mi sembrava più

giusta... quella coi capelli lunghi."

"Ma dai, non fare la difficile! Mamma, vedrai che per allora

saranno

anche ricresciuti. Piuttosto, sono tornata prima perché stasera

abbiamo la cena da Mangili, giusto?"

"No, l'ho spostata alla settimana prossima."

"Ma mamma, scusa, allora potevi avvisarmi! Ho fatto presto

apposta perché dovevamo andare da lui! Fammi una telefonata,

no? Ho sempre il telefonino dietro! Mi chiami per le cose più

stupide

e poi non mi chiami per questo! "

"Non ti chiamo mai per cose stupide."

"Sì, lo so, ma ci tenevo un sacco a risolvere questo problema."

Babi sbuffa, si mette le mani sui fianchi. Quando perde la calma

torna proprio bambina. Ci manca solo che si metta a battere i

piedi.

"Babi, non fare così, dai, da Mangili ci andiamo la settimana

prossima..."

"Sì, ma subito! Io voglio essere sicura di questo Mangili, non

lo abbiamo mai provato. Non lo conosce nessuno."

"Ma se organizza pure le cene per il Vaticano."

"Sì, lo so, ma quelli non escono mai, non sono abituati a

mangiare!

Che ne sanno se è buono o no quello che gli passano lì in

convento?"

"Babi, non fare così. Vedrai che andrà tutto benissimo."

Raffaella cerca di tranquillizzarla.

"E una semplice cena..."

"Sì, ma è la mia cena e per me è importante! E uno si augura

che non sia l'ultima cena ma che, in questo caso, sia almeno

l'unica

cena!"

E così dicendo Babi se ne va, si chiude in camera sua e sbatte

la porta. Raffaella alza le spalle. È normale essere nervosi in

questa

situazione. Proprio in quel momento si apre la porta di casa ed

entra

Claudio.

"Amore, eccomi!"

"E meno male. Ma che hai fatto fino adesso?"

Claudio la bacia frettolosamente sulle labbra.

"Scusami, ho dovuto controllare delle pratiche in ufficio." Non

le può certo dire che invece ha controllato ogni possibile

optional, i

consumi e le fantastiche prestazioni della Z4. Non solo. Ha anche

fatto fare una valutazione praticamente irrisoria della sua

Mercedes.

"Cambiati la camicia e mettiti anche un'altra cravatta. Veloce.

Ti ho preparato tutto sul letto."

"Ma scusa, non dobbiamo andare a provare il catering del mio

amico Mangili? Che bisogno c'è che mi cambio?"

"Claudio, ma dove hai la testa? Ti ho chiamato apposta stamattina

in ufficio. Mi ero completamente dimenticata che stasera

dovevamo andare dai Pentesti. Mangili l'ho spostato alla settimana

prossima! Forza, preparati, che siamo già in ritardo."

Ah già, e vero.

Claudio va in camera e cerca di recuperare il tempo perduto.

Si spoglia veloce, si leva la giacca. Proprio in quel momento un

suono

insistente arriva dal telefonino. Claudio lo prende dalla tasca

della giacca. Ecco la risposta al suo messaggio. Lo legge,

sorride,

fa appena in tempo a cancellarlo quando entra Raffaella.

"Sbrigati, che cosa perdi tempo con quel telefonino. Chi era?"

"Sì, scusa, era Filippo Accado che mi aveva mandato un messaggio."


"Filippo? E da quando in qua vi scrivete messaggi?"

"Oh, per fare prima."

Claudio si leva la camicia e s'infila quella pulita, sbottonando

solo il colletto per fare più veloce, ma anche per nascondere il

viso.

"Niente, mi diceva che lunedì non si gioca a bridge, non so cos'è

successo."

"Meglio. Vuol dire che allora organizziamo per lunedì la prova

del catering da Mangili. Forza sbrigati, che t'aspetto in

salotto."

Claudio finisce d'infilarsi la camicia e s'accascia stravolto sul

letto.

Non se l'era mai vista così brutta. Ecco, è saltato pure il

bridge.

Be', è stata la prima cosa che m'è venuta in mente, a qualcosa

bisogna

pur rinunciare. Si mette la cravatta, alza il colletto della

camicia

e prepara il nodo. E se dai Pentesti ci fossero anche gli Accado?

Cazzo, a questo non c'avevo proprio pensato. E se Filippo, che è

un

coglione, non capisse al volo? Già gli sembra di sentire la sua

voce:

"Ma Claudio che dici? Io veramente non t'ho mandato nessun

messaggio".

E in quel momento vorrebbe non andare a quella festa. Si

stringe intorno al collo l'elegante cravatta blu scelta da

Raffaella. Poi

si guarda allo specchio. E per un attimo quella cravatta gli

sembra

una terribile corda da impiccato.

Capitolo 7.

Paolo è lì che guarda la tv mentre parla al telefono, steso sul

suo letto con le gambe che sporgono un po' fuori e il suo pollice

che saltella sul telecomando cercando qualcosa che lo interessi

più

di chi sta dall'altra parte del telefono.

"Ciao, io esco."

"Dove vai?"

Lo guardo per una volta senza sorridere: "A fare un giro".

Si pente di avermelo chiesto e cerca subito di recuperare.

"Il doppio delle chiavi lo trovi in cucina dentro l'armadio a

sinistra

prima della porta in un vasetto di cotto." La sua solita

precisione.

Poi spiega a chi sta dall'altra parte del telefono cosa sta

facendo, per chi e perché. Sono il fratello tornato dall'America.

Poi mi urla da lontano. "L'hai trovato?" Mi metto le chiavi in

tasca

e ripasso davanti a lui. "Trovato." Sorride. Sta per riprendere

a parlare quando copre d'improvviso la cornetta con la mano

sinistra,

poi teso come una corda: "Ma... Vuoi che ti presto la macchina?".

È preoccupatissimo nel dirlo, pentito nell'averlo proposto,

disperato all'idea di un mio sì. Lascio passare apposta qualche

secondo. E ne godo. D'altronde non gliel'avevo mica chiesta io.

"No, lascia perdere."

"Ah, ok, ok." Fa un sospiro. Ora è più rilassato. Poi cerca

comunque

in qualche modo di risolvere la mia vita. "Hai visto, Step?

Ho fatto portare la tua moto qui sotto in garage. "

"Sì, l'ho vista, grazie." Ma la mia vita non si risolve così

facilmente.

Prendo l'ascensore e scendo in garage. Sotto un telo grigio,

lì in fondo al cortile, vedo spuntare una ruota. La riconosco.

Leggermente consumata ma ancora viva, un po' di polvere e tanti

chilometri fatti. Con una mossa da torero sfilo via il telo.

Eccola.

L'Honda Custom VF 750 blu metallizzata. Accarezzo il serbatoio.

La mia mano dipinge un segno morbido nella polvere che

dorme su quel blu. Poi alzo la sella, attacco i cavi della

batteria, e

la richiudo. Ci monto sopra. Tiro fuori le chiavi dal giubbotto e

le

infilo lì sotto. Vicino al motore. Il portachiavi penzola leggero,

oscilla, rimbalza, toccando ogni tanto il freddo motore. Più su,

una

luce fioca colora di verde e rosso il dispositivo dell'accensione.

La

batteria è scarica. Provo per sfizio, ma sarà impossibile

accenderla.

Spingo il pulsante rosso con la mano destra. Vane speranze ora

confermate. Niente da fare. Devo spingere. Esco fuori dal garage

con la moto inclinata, poggiata al corpo, sulla mia destra, contro

le gambe. I quadricipiti si gonfiano. Uno dopo l'altro, passi

leggeri,

sempre più veloci. Il battito dei passi si alterna al rumore del

brecciolino, uno, due, tre, sempre più veloce. Esco dal cortile e

la

spingo per la strada. Ora più veloce. Ancora qualche passo. La

seconda

è già inserita. Tengo con la sinistra la frizione. Ecco, è il

momento.

Lascio andare la frizione. La moto frena quasi di colpo.

Ma io continuo a spingere, e lei borbotta. Tiro la frizione e la

lascio

di nuovo. E lei tossisce. Ora, ancora, con forza. Sto sudando.

Un'ultima spinta, me lo sento. E infatti si accende di botto. Fa

uno

scatto in avanti. Tiro la frizione e do gas con la destra. Il

motore

prende vita e ruggisce nella notte, sotto le case, nella strada

buia.

Ancora gas. Esce fumo vecchio dalle marmitte, grandi nuvole che

tossiscono di passato, di lungo riposo. Ancora gas. Ci monto sopra

e accendo le luci. Poi lascio andare la frizione e via nel vento

notturno. Sudato mi asciugo correndo via veloce per la Farnesina.

Passo sotto il cavalcavia. Affronto la curva scalando piegato,

senza frenare. Levo un po' di gas per ridarlo a metà curva e

stringere

di nuovo. La moto scodinzola. Do ancora gas e come un cane

ubbidiente lei corre via con me verso Ponte Milvio, dopo la

chiesa, il Parlotta, le mille pizze mangiate lì, il Gianfornaio

sulla

sinistra e quel fioraio lì vicino. Cazzo, quanti fiori mandati da

quel

fioraio, quello che fa più sconti di tutti. Tanti fiori, sempre

diversi,

sempre per la stessa lei. Non ci penso, non ci voglio pensare.

Pistola, il cocomeraio, è lì fuori che prova un telefonino. Due

clacsonate e mi guarda. Lo saluto ma non mi riconosce. Lo andrò a

trovare più tardi per ricordargli chi sono. Me ne frego, do gas, e

scivolo via nella notte. Cazzo... Che bella, Roma. Mi sei mancata.

Do ancora gas e giù per il Lungotevere. Dribblo le macchine.

Destra,

sinistra... Infine allargo portandomi veloce sul bordo della

strada. Sfioro i pini del Foro italico. Qualche mignotta sta

prendendo

posto accanto al suo fuocherello ancora spento. Gambe

grasse rotolano giù frenate solo da qualche gambaletto troppo

stretto. Una, finta o vera colta, legge un giornale. Ride con una

bocca sgangherata per qualche idiozia trovata tra quelle pagine.

Magari è una notizia triste e non l'ha capita. Un'altra e già

seduta

su una piccola sedia pieghevole, ha in mano le parole crociate e

con una penna le riempie veloce. O scrive a caso o sa veramente

quelle risposte. Do ancora gas e contemporaneamente scalo. Quinta,

quarta, terza, curva a gomito a destra. Freno poco più in là

davanti

al cineporto. Metto il cavalletto e scendo dalla moto. Gruppi

di ragazze ridono divertite fumando una sigaretta non viste da

qualche illuso genitore. Una bionda con i capelli corti e il

trucco

troppo pesante mi guarda, dà di gomito alla sua amica. Bruna,

occhi

nocciola, capelli a caschetto, seduta a gambe incrociate su un

SH 50 grigio petrolio. Quest'ultima mi guarda sbigottita e rimane

a bocca aperta. Mi tocco i capelli corti dietro la testa. Sono

abbronzato,

magro, sorrido, mi sento bene. Sono tranquillo. Ho voglia

di una birra fredda e di vedermi un film. Ho voglia di un'altra

cosa a essere sincero ma so di non poterla avere.

"Step, non ci posso credere!"

La bruna scende dall'SH 50 e mi corre incontro gridando come

una pazza. La guardo cercando di metterla a fuoco. Poi a un tratto

la riconosco: Pallina. Non ci credo... Pallina. Pallina, la donna

del mio amico, del mio migliore amico. Di Pollo, il compagno delle

prime sbornie, delle prime donne, di mille cazzate, di risate e

cazzotti, e lotte per terra, nella pioggia, nel fango, nelle

notti, nel

freddo, nel caldo, nelle vacanze della vita. E sigarette a mezzi e

centinaia

di litri di birra, sì, Pollo delle mille corse in moto e di

quell'ultima...


"Pallina." Mi salta al collo abbracciandomi con forza. E con

quella forza che mi ricorda proprio lui, il mio amico che non c'è

più. Cerco di non pensarci. La stringo forte, più forte, e respiro

tra

i suoi capelli, cercando di riprendere fiato, di ritornare al

presente,

alla vita. "Pallina." Si stacca e rimane a guardarmi con gli occhi

lucidi. Mi viene da ridere.

"Cazzo, ma sei diventata una strafiga!"

"Oh, ce l'hai fatta a capirlo!"

Ride divertita, ride e piange, al solito, pazza com'è, bella com'è

diventata.

E si asciuga con la mano il naso e tira su.

"E chi ti riconosceva! "

Gira davanti a me sorridendo, con amore negli occhi. Mi fa una

specie di sfilata.

"Allora come sto? Sono dimagrita eh, e il capello corto ti piace?

Che ne dici? Questo taglio lo conosci?"

"No assolutamente."

"Cazzo! Ma dai, questa è l'ultima moda! Ma come, proprio tu

che sei stato in America e non lo sai ! " Ride come una pazza.

"Sono fashion! L'ho copiato da 'Cosmopolitan' e 'Vogue'. Hai

presente Angelina Jolie e Cameron Diaz, ecco, le ho mischiate e

superate!"


È passato il momento difficile. Mi dà un cazzotto.

"Quanto mi sei mancato, Step." E mi abbraccia di nuovo.

"Anche tu."

"Ehi, pure tu stai una favola. Fatti vedere. Sei dimagrito. Questi

ci sono ancora?"

Mi tocca la maglietta e mi passa la mano sugli addominali.

"Eccome se ci sono... E più che mai! "

Mi fa il solletico.

"Ahia, ferma."

Ride.

"Mazza come stai messo. Vieni che ti presento. Questa è la mia

amica Giada."

"Ciao."

"Lui è Giorgio e lei Simona." Ci guardiamo facendo cenni di

saluto. Mi fermo per un attimo di troppo sul viso di Giada che

arrossisce

dando quell'ultimo tocco di fard alle sue guance già troppo

truccate. Pallina se ne accorge.

"Andiamo bene. Manco sei arrivato che già fai una strage."

Giada si gira facendo cadere i capelli sul viso. Si nasconde,

sorride,

gli occhi verdi spuntano tra le foglie chiare di un capello

divertito.

Alla Bambi. Pallina scuote la testa.

"Mah... Eccola lì... È andata. Andiamo anche noi, va'. Noi

entriamo

a farci una birra. Oh, caso mai dopo ci raggiungete, eh? Che

dobbiamo parlare dei tempi passati."

Non faccio in tempo a salutare, che Pallina mi trascina via:

"Cavoli,

ti devo raccontare mille cose. Oh, m'avessi scritto due righe,

una telefonata, una cartolina. Ma almeno il numero mio te lo

ricordi?".


Glielo dico perfettamente a memoria. Poi mi tradisco: "È lì che

cercavo sempre Pollo". Cazzo, vorrei non averlo detto. Per fortuna

siamo al cancello. Pallina mi salva. O non ha sentito o fa finta.

Saluta

un buttafuori mingherlino: "Ciao Andrea. Che, ci fai entrare?".

"Certo Pallina, stai sola con il tuo amico?"

"Sì, ma sai chi è lui?"

Andrea non risponde.

"Dai, è Step, ti ricordi, ti ho raccontato..."

"Come no." Sorride: "Cazzo, ma sono vere tutte le cose che ho

sentito su di te?".

"Riduci al sessanta per cento e qualcosa di buono c'è."

Pallina scuote la testa, mi tira per un braccio ed entra.

"E modesto." Pallina gli dà una pacca sulla spalla: "Grazie

Andrea".

La seguo divertito.

"Certo che sono proprio cambiati i tempi..."

"Perché?"

"Ma è così che li prendono i buttafuori adesso?"

Pallina guarda Andrea che ci segue con lo sguardo incerto. Forse

non è del tutto convinto che io sia quello Step di cui ha tanto

sentito parlare.

"Ma guarda, Step, che quello è uno preciso."

"Sì, preciso. Che vuol dire preciso? Ai bei tempi, prima di stare

su una porta ti facevano vedere i sorci verdi per capire se te la

cavavi o no. Sai che una volta al Green Time mi hanno detto di

consegnare

i soldi in una stanza in fondo... Sono entrato e mi sono

piombati addosso in tre." Comincio a raccontare. C'era anche

Pollo.

Stavolta però riesco a tenerlo fuori, a farlo stare tranquillo, al

suo posto, dovunque sia. Spero solo che stia ascoltando, e che si

diverta a questo ricordo.

"Insomma, col cavolo che mi hanno preso i soldi. Mi sono tolto

la cinghia al volo e pum ! In faccia a tutti e tre. A uno l'ho

preso

con la fibbia e gli ho spaccato uno zigomo. Gli altri due poca

roba.

Ma certe sganassate in faccia. E da quel giorno ho fatto quattro

mesi filati sulla porta del Green Time. 100 a sera. Era un sogno

e rimorchiavi che era una meraviglia."

"Pollo aveva un segno sulla faccia sotto lo zigomo sinistro. Mi

ha detto che era stata una cinghiata. "

Non le sfugge niente: "Forse sarà stato il padre".

Mi guarda e sorride. "Bugiardo. Non sei cambiato."

Ci sediamo a un tavolino di plastica con delle sedie bianche

e rimaniamo in silenzio. Mi giro a guardare intorno. Dietro di noi

c'è una specie di gommone gigante riparato alla meno peggio che

funziona da piscina. Persone di tutti i tipi schiamazzano e si

schizzano

là dentro. Uno dal bordo, urlando come un pazzo, raccoglie

le gambe e si lancia in mezzo a bomba. Schizza tutt'intorno.

Una signora grassa con un costume blu si copre i capelli come

può: "E santissima...". Impreca alzando le mani verso il ragazzo

che ride tra i suoi amici. La donna blatera qualcos'altro e

riprende

la sua passeggiata in quella piscina dall'acqua calda e schiumosa.

Il marito al bordo opposto, mezzo pelato e obeso, ride

guardandola.

Scuote la testa e fuma una sigaretta. Sicuramente sta anche

pisciando. Poi comincia a tossire. La sigaretta gli cade in acqua

e si spegne, gli dà una botta leggera con la mano spingendola più

in là nell'acqua dove un bambino nuota tentando un goffo stile

libero.

"Allora come stai?"

"Benissimo e tu?"

"Bene. Bene." Rimaniamo un po' in silenzio, imbarazzati per

quel tempo che non c'è più. Per fortuna, dalle casse distribuite

ovunque arrivano le note di una canzone, The lion sleeps tonight.

E chissà chi è adesso il leone tra noi. E, soprattutto, se dorme

davvero.

Un cameriere viene a prendere le ordinazioni.

"Aspetta, fammi indovinare. Una Corona con una fettina di limone."


Sorrido: "No, adesso Bud".

"Ma dai, anche a me piace un casino. Due Bud, grazie."

Chissà se l'ha detto sul serio.

"Sai, ti ho pensato spesso mentre stavi laggiù... A New York,

vero?"

"Sì." Mi fa ridere, non è cambiata, parla a raffica e a volte

tanto

per farlo. Mi ha pensato così spesso che non era neanche sicura

dov'ero. Cazzo Step, è Pallina. Lasciala stare. È la donna del tuo

amico Pollo. Non giudicare anche lei, non analizzare le sue parole

in continuazione. Dai, molla. Mi schiaffeggio il cervello: "Sì, a

New

York. E mi sono divertito un casino".

"Lo immagino. Hai fatto bene ad andartene. È stato tutto così

difficile qui." Arrivano le Bud. Le alziamo. Sappiamo a cosa

stiamo

per brindare.

"A lui..." Lo dico a bassa voce. E lei annuisce. Ha gli occhi

velati

d'amore, di ricordi, del passato. Ma qui è presente. E le Bud si

urtano con violenza. Poi la butto giù gelata che è una meraviglia.

Vorrei non staccarmi più, ma a metà freno e prendo fiato. Poggio

la Bud sul tavolo. "Buona." Cerco nel giubbotto. Pallina è più

veloce

di me. Tira fuori un pacchetto di Marlboro light dalla camicia

verde chiara con spalline militari e tasche con zip. Ne tira fuori

una

e mi passa il pacchetto. Ne prendo una e mi accorgo che non c'è

più la sigaretta girata. Quella del desiderio. Sogni finiti? Mi

prende

la tristezza. Richiudo il pacchetto e glielo do. Me la metto in

bocca. Poi lei mi allunga un accendino, anzi no, insiste per

accendere.

Ha le mani fredde, ma sorride. "Sai che da allora non sono

più stata con nessun uomo." Tiro una boccata e la mando giù,

piena,

pesante.

"Uomo? Ragazzo!" cerco di banalizzare.

"Va be', insomma, quello che è." Forse la Bud, la sigaretta, il

casino, tutto quello sporco intorno a noi. Ridiamo. E tutto

diventa

come un tempo, senza problemi. Ci raccontiamo di tutto, ricordi,

novità nostre, degli altri. Cazzate. Solite cazzate. Ma stiamo

bene.

Mi informa di fatti romani. "Eh dai, quella lì, te la ricordi, no?

Non sai che è diventata! "

"Bona?"

"'Na botte." Risate.

"Frullino, invece, è finito dentro di nuovo."

"No, giura!"

"Sì, ha fatto a botte col Papero perché s'era messo con la donna

sua e quello l'ha denunciato."

"Non ci posso credere, ma non c'è più religione."

"Telo giuro."

Ridiamo.

"I fratelli Bostini hanno aperto una pizzeria."

"Dove?"

"Al Flaminio."

"E com'è?"

"Buona, ci trovi un po' tutti ma anche un sacco di gente nuova.

È forte sai, e poi non spendi molto. Giovanni Smanella invece

non s'è preso ancora la maturità."

"No, non ci posso credere, ma che c'ha nel cervello?"

"Boh, pensa che quest'inverno mi veniva dietro."

"Ma dai... Che pezzo di merda! "

Riaffiorano i bei tempi. Pallina mi guarda preoccupata.

"Ma no, era una cosa carina. Eravamo diventati amici, mi faceva

compagnia. Mi parlava spesso di Pollo. "

"Pure!" Rimango in silenzio.

"Cazzo, Step," Pallina dà un lungo sorso alla birra, "ma non

sei cambiato di una virgola! "

Sto teso, ma poi lascio perdere. Ma sì, che mi frega. Non ha fatto

niente di male. In fondo la vita continua.

"Sono cambiato." Sorrido.

"Eh, meno male, allora si possono toccare anche altri argomenti?"

sorride e mi fa la faccia furba, indimenticabile. "Ahia..."

Si capisce che cambio faccia. "Ecco la nota dolente. Oh, te la sei

cercata. " Si scola l'ultimo sorso di birra, poi appare

completamente

donna: "Allora... l'hai più sentita? Quant'è che non la senti? Hai

provato a chiamarla da laggiù?".

È una macchinetta, sembra non fermarsi.

"Ehi calma, cazzo. Neanche fossi la pula che m'ha beccato!"

Cerco di non sembrare più di tanto toccato dal discorso. Ma non

so se ci riesco: "No, mai sentita".

"Più?"

''Più."

"Giura!"

"Giuro."

"Non ci credo."

"E che cavolo. Ma pensi che ti dico le bugie? Allora l'ho

sentita."


"No, no, va bene, ci credo. Io invece l'ho incontrata."

Poi fa una pausa. Lunga. Troppo lunga. Non dice niente. Lo fa

apposta. Mi guarda e sorride. Vuole che io dica qualcosa. Aspetta

ancora, troppo. Ma perché? Che palle. Che stronza. Non resisto.

"Allora dai, Pallina, forza. Sputa. Racconta."

"Sempre molto carina ma..."

"Ma?"

"Diversa. Non so come dire. Ecco, è cambiata."

"Be', su questo non avevo dubbi, tutti siamo cambiati."

"Sì, lo so... Ma lei... Lei è cambiata in un modo... Che ne so,

ecco,

in un modo diverso."

"Ma l'hai già detto! Ma che vuol dire 'sto modo diverso?"

"Senti, non lo so. È diversa e basta. È così, non so come dirlo.

O lo capisci o la devi vedere per capirlo. "

E grazie.

Poi non so come ma faccio la domanda. Mi viene normale. L'ho

pensata ma non volevo dirla. Eppure mi sfugge, mi esce così, senza

volerlo, che quasi non la dico io.

"Ma... era da sola?"

"Sì. E sai dove stava andando? A fare shopping."

Mi viene da ridere. La ricordo, la immagino e improvvisamente

la vedo. Babi. "Tu aspetta qui. Non ti muovere Step, non mi

sparire

come al solito. No, sul serio, non te ne andare che poi voglio il

tuo consiglio..." Mi lascia davanti alla vetrina. Entra, guarda,

sceglie,

poi mi chiama. "Guarda, ho deciso, prendo questo. Ti piace?"

Ma non mi dà il tempo di rispondere. Ci ripensa, cambia il

modello.


Ne prova un altro, le sta bene. Ora sembra di nuovo decisa. Fa

una specie di sfilata, poi mi guarda: "Allora?... Eh, che ne

dici?".

"Mi sembra che ti stia benissimo."

Si riguarda allo specchio. Ma trova qualcosa che non va, che

solo lei sa.

"Mi scusi ma voglio pensarci ancora un po' su."

Allora esce dal negozio e mi abbraccia.

"No, no, ho deciso di no. Viene troppo."

E si sente felice perché comunque ha deciso per il meglio. E alla

fine glielo regalavo io qualche giorno dopo. E lei rideva. Ed era

diventato un gioco. Un altro gioco. Babi, perché hai voluto

smettere

di giocare? Ma non faccio in tempo a trovare la risposta.

"Oh, ma lo sai che non sta più con quello?"

"No, non lo so. Come potrei saperlo poi? Te l'ho detto che non

l'ho più sentita. E che, c'ho gli informatori segreti?"

"Credo che non stia con nessuno." Lo dice apposta, sorridente,

pensa di farmi piacere. Non so cosa pensa o non lo voglio pensare:

"Be', Babi non mi interessa".

Fa la faccia incredula alla mia risposta. "Cosa?"

"Non mi interessa. Sul serio. D'altra parte qualcuno ha detto

che se ce la fai a New York, ce la puoi fare ovunque. E io credo

d'avercela

fatta."

"Ho capito. Non era qualcuno. Era Qualcosa è cambiato. Va

be', ti credo." Sorride e alza il sopracciglio. Mi bevo un altro

sorso

di birra.

"Guarda che non mi interessa veramente."

"Ma perché me lo ripeti, scusa."

Un telefonino comincia a squillare. Non è uno squillo normale.

Sembra una suoneria polifonica, ma bassa, distorta, brutta. Un

ragazzo seduto al tavolo vicino al nostro lo tira fuori dalla

tasca e

lo avvicina all'orecchio. Non è il suo. Continua a parlare con la

ragazza

seduta di fronte a lui, leggermente arrossito. Chissà quale

telefonata

poteva ricevere. La ragazza fa finta di niente. Il telefonino

continua a squillare. La suoneria insiste e diventa più alta. Un

uomo

grasso tira fuori un telefonino minuscolo dalla camicia e lo

guarda.

Non ci vede bene e se lo porta vicino all'orecchio. No, non è il

suo. Quasi lo butta sul tavolo. "Che palle 'sti telefonini."

"Io l'ho lasciato a casa," fa Pallina, "quindi non può essere il

mio. Qualche volta, quando non c'ho voglia, lo stacco, ma stasera

me lo sono proprio dimenticato." Lo squillo insiste.

"Guarda che mi sa che è il tuo." Finisco l'ultimo sorso di birra

che quasi mi va di traverso. Cazzo, è vero, non c'avevo pensato.

Lo tiro fuori dalla tasca. È lui. Ora suona più forte. La suoneria

deve

averla scelta Paolo. La gente mi guarda. Anche Pallina. Cerco

di giustificarmi. "Me l'ha regalato stasera Paolo." Pallina

annuisce.

"Pronto." E proprio il mio.

"Meno male, credevo fossi in discoteca. Ma non sentivi?" Una

bella voce di donna che alla fine si mette a ridere. "Ti starai

chiedendo

chi può avere il tuo telefonino. Tuo fratello mi ha spiegato

tutto.

Spero solo di essere stata io la prima a inaugurarlo. Sono Eva. "

Rimango per un attimo in silenzio. Eva? Ma certo... Eva, la

hostess. Eva che mi porta le birre, Eva che saltella su e giù per

l'aereo.

Eva la gnocca. Ecco quando serve un fratello. E un telefonino.

"Allora... Ci sei?"

"Come no."

"Hai capito chi sono o sei riuscito sul serio a dimenticarmi?"

"Come posso dimenticare..." Vorrei dire Eva la gnocca ma capisco

che non è il caso. "Eva. È che credevo che questo telefonino

non funzionasse. Non aveva ancora chiamato nessuno."

"Perché a quante hai già dato il tuo numero?"

Leggermente già gelosa. Rido: "A nessuna...".

"Dove sei?"

"Sono qui con una mia amica."

Silenzio dall'altra parte. "Qui dove?"

"Qui in giro..."

La cosa strana del telefonino è che sei dappertutto e da nessuna

parte.

"E com'è questa tua amica?"

"Una mia amica."

"La tua amica cosa dice che stai così a lungo al telefono?"

Pallina si guarda in giro e saluta degli amici che sono appena

entrati.

"Non dice. Te l'ho detto. E un'amica." La sento più sollevata.

"Senti, se ti va, ci incontriamo da qualche parte. Magari andiamo

a fare un giro."

"C'è un problema."

"La tua amica?"

"No, la mia moto. Sono in moto."

"Ah, allora sì che è un problema."

"Hai paura?"

"Non ho paura, dovrei averne?"

"No." Mi piace questa ragazza.

"Il problema è che non posso andarci. Ho il divieto

dell'assicurazione

di volo. "

Non so se crederle. Ma non è importante.

"E certo, se fai un volo in moto loro non pagano."

"Perché non vieni a trovarmi? Sono all'Hotel Villa Borghese."

Pallina mi guarda e fa un segno con la mano come a dire "Oh,

ma quanto dura 'sta telefonata?".

"E dopo usciamo in taxi? O non sei assicurata neanche per

quelli?"

Eva ride: "E dopo decidiamo".

Chiudo la telefonata.

"E meno male. Discussione con donna?"

"Sei diventata curiosa, eh?"

Mi alzo e prendo lo scontrino.

"Che fai, te ne vai?"

si, ma pago.

Pallina rimane un po' delusa: "Ci vediamo uno di questi giorni

o riparti subito?".

"No, resto."

"Dammi il numero, così ti rintraccio io."

"Non lo so a memoria."

Mi guarda con la sua faccia buffa. La piega da un lato. E mi

fissa.

È più carina, più donna. E le voglio bene. Ma non c'è niente da

fare. Non mi crede.

"Dai, allora ti faccio uno squillo io. Oppure telefona a casa, mi

trovi lì, sto da mio fratello, il numero è sempre lo stesso."

Si tranquillizza. Si alza e mi dà un bacio: "Ciao Step.

Bentornato".

E raggiunge gli amici.

Capitolo 8.

La moto si accende subito. La batteria si è ripresa senza

problemi.

Prima, seconda, terza. In un attimo sono sotto il cavalcavia

di corso Francia. Mi viene in mente una cosa e torno indietro. A

una come Eva forse può piacere. E soprattutto ne ho voglia io.

Cinque minuti dopo. Corso Francia, piazza Euclide, viale Parioli.

Una casba di ristoranti e macchine in doppia fila. Finti

posteggiatori

eleganti, probabili polacchi dall'italiano stentato. Una signora

più o meno negata tenta una manovra per posteggiare bene. Secondo

lei. In realtà ha bloccato un'intera curva. Ragazzi e ragazze

fuori dal Duke ostacolano il traffico. Svicolo veloce fra le

macchine,

evito un tentativo di curva a U e sono a piazza Ungheria. A

destra e poi dritto fino allo zoo. In fondo a sinistra e poi di

nuovo

a destra. Hotel Villa Borghese. Posteggio la moto e scendo con

la busta. "Buonasera." Cazzo, non ci avevo pensato. Non so il

cognome.

"Buonasera..." Ci riprovo. Chissà da dove può arrivarmi

l'ispirazione. Il portiere, un uomo sui sessant'anni dall'aria

pacioccona

e simpatica, decide di salvarmi.

"La signorina l'aspetta. Camera 202, secondo piano."

Vorrei chiedergli perché pensa che io vada proprio da lei. E se

volevo invece una stanza o qualcos'altro? Una semplice

informazione,

per esempio. Ma capisco che è meglio stare zitti. "Grazie."

Mi guarda andar via. Fa un mezzo sorriso, poi sospira. Fa su e giù

con la testa. Invidia per Eva o per quegli anni ormai passati, più

belli

perfino di lei. Salgo le scale. 202. Mi fermo e busso.

"È lo champagne?" chiede divertita venendo verso la porta.

"No, la birra."

Apre: "Ciao, entra". Mi bacia due volte sulla guancia. Cammina

tranquilla, leggermente altera ma più morbida di come passeggiava

sull'aereo. E un'altra cosa. Ha i capelli sciolti.

"A parte gli scherzi, vuoi qualcosa da bere? Me la faccio portare

da giù."

"Sì, te l'ho detto. Della birra."

"Quella è nel frigo." Mi indica un piccolo frigorifero nell'angolo

opposto al suo. Vado a prenderla. Quando mi giro è già seduta

sul divano. Ha le braccia aperte, poggiate sul bracciolo e sul

cuscino. Le gambe lasciate andare giù, con le ginocchia che si

stringono

vicine. "Sono stravolta. Ho fatto un giro per fare shopping

come mi avevi detto tu."

"E come è andata?"

"Bene. Ho comprato una camicia da notte e un completo molto

carino di un blu particolare, 'blu perso', così l'ho chiamato io.

Ti piace?"

"Molto."

Sorride, si tira su, sedendosi più dritta: "Vuoi vedere come mi

sta?".

Vivace, attenta, divertita. E mi sorride. Mi guarda in maniera

più intensa. Con una strana malizia. Per dimostrare qualcosa, la

sua

ipotetica eleganza o chissà cos'altro. È una sfida? L'accetto. "Ma

certo."

Prende una busta. Mi guarda, poi alza il sopracciglio e divertita

si allontana. Ma so che vuole sentirselo dire.

"Dove vai?"

"In bagno. Che pensavi?" E chiude dietro di lei la porta con

un ultimo sorriso della serie: "Ma tra poco sono qui, cosa credi".

Finisco la birra appena in tempo. Eccola. Eva.

"Come sto?" Ha la camicia da notte trasparente che le scivola

sul corpo come un'onda leggera, così leggera che mi sembra quasi

di sentire quel mare. È color blu polvere. Blu perso, come ha

detto

lei. Ha pettinato anche i capelli. Perfino il sorriso, non so, è

cambiato.


"Carina. Molto. Se questa è la camicia da notte... ora vorrei

vedere

il completo."

Ride. Poi cambia espressione e si avvicina con fare professionale.

È tornata hostess. "È lei che ha suonato? Cosa desidera?"

Non mi vengono battute. Me ne affiora una: "Come direbbe la

signora:

'Te, gnocca' ". Ma la trovo pessima. E l'abbandono. E faccio

bene.

Ma lei insiste.

È vicinissima al mio viso. E mi torna in mente per un attimo

quella canzone dei Nirvana, "If she ever comes down now...".

"Allora, cosa desideri?"

"Perdermi nel tuo blu perso."

E questa le piace. Eva ride. Me la dà buona. La battuta. Decide

di sì, di farmi perdere subito. Mi bacia. Meravigliosamente bene,

tranquilla, morbida, a lungo. Gioca con il mio labbro inferiore

succhiandomelo, lo tira leggermente a sé, alla sua bocca. Poi, a

un

tratto, lo lascia andare. Ne approfitto.

"Ti ho portato una cosa."

D'altronde non c'è fretta. Non è previsto l'atterraggio. Non

adesso. Mi stacco da lei e prendo la busta. Rimane sorpresa a

guardarmi.

Ha i capezzoli che affiorano tra le pieghe leggere della sua

camicia da notte. Ma non voglio perdermi ora tra quelle correnti.

Apro la busta sotto i suoi occhi.

"No, stupendo. Due fette di cocomero!"

"Le ho prese da un mio amico a Ponte Milvio. Era una vita che

non lo vedevo, me le ha regalate."

Gliene passo una.

"Ha i cocomeri più buoni di Roma." Dopo i tuoi, vorrei aggiungere.

Ma sarebbe peggio dell'altra. Addenta la fetta e subito

con un dito raccoglie un po' di succo che le scivola dalle labbra

e

succhia cercando di non perderne neanche una goccia. Rido. Sì.

Non c'è fretta. Addento la mia anch'io. È fresca, dolce, buona,

compatta,

non farinosa. Eva continua a mangiare. Le piace. Le divoriamo

guardandoci, sorridendo. Diventa quasi una gara. Le mezze

lune rosate alla fine ci rimangono in mano. Mentre con la bocca

continuiamo a masticare. Il succo ci scivola giù fino al mento.

Lei

poggia la sua fetta finita sul tavolo e, senza asciugarsi la

bocca, mi

bacia di nuovo.

"Ora sei tu il mio cocomero." Mi morde sul mento e mi dà una

leccata tutt'intorno alla bocca, frenata solo dalla mia barba

ancora

leggera. E lei decisa, affamata, divertita. Ancora più donna.

"Sai, ti ho desiderato in aereo e ti desidero adesso..."

Non so cosa risponderle. Mi fa strano sentirla parlare. Rimango

in silenzio mentre lei mi sorride. "È la prima volta che vado con

un passeggero."

Tranquillo tiro fuori il telefonino dalla tasca. Penso alla

suoneria

e lo spengo. Certo, visto come stanno andando le cose, è il più

bel regalo che Paolo mi potesse fare.

"Invece tu eri l'unica hostess che mi mancava."

Prova a darmi uno schiaffo. Le blocco al volo la mano e la bacio,

dolcemente. Si arrabbia, fa la finta imbronciata, sbuffa.

"Però sei anche il cocomero più buono che abbia mai assaggiato."


Scuote la testa divertita e si libera dalla presa. Si siede

davanti

a me con le gambe incrociate. Decisa, sfrontata, spavalda. Mi

infila

apposta la mano lì davanti. Lentamente, con dolcezza. Dove sa

lei. Dove so io. Mi guarda negli occhi, con sfida, senza pudore. E

io la guardo, senza cedere, sorridendo. Allora mi tira a sé, con

desiderio,

avida, aggrappandosi quasi alle mie spalle. E mi lascio andare,

così. Mi perdo in quell'ex blu perso, piacevolmente rapito

dalla dolcezza del tutto, cocomero compreso.

Capitolo 9.

Lontano. Sull'Aurelia, prima di Fregene, a Castel di Guido. Un

vecchio castello abbandonato è stato tirato a nuovo. Cinquanta

writer hanno passato due giorni a graffitarlo. Cinque americane

tirate

su con lampade d'ogni tipo, tanto da poterlo, in un attimo,

illuminare

a giorno. All'interno, tre consolle con duecento casse da

100 kw sparse lungo i saloni abbandonati, su, nelle rocche, nelle

stanze con gli antichi affreschi ormai scoloriti dal tempo e

perfino

nelle cantine. Cinquemila candele disseminate a caso tra il

giardino

e gli interni. E come se non bastasse, due camion con più di

duecento

materassi ancora coperti dal cellophane. Sì, perché non si sa

mai... E quel non si sa mai Alehandro Barberini non se lo lascia

certo

scappare. Questa è la sua serata. Per i suoi vent'anni il padre

gli

ha regalato una carta nera della Diners. E quale migliore

occasione

per inaugurarla se non questa? 200.000 euro, una strisciata et

voilà, il gioco è fatto. E Gianni Mengoni non si è certo lasciato

scappare

l'occasione di un evento come questo. È lui che ha preso in

mano la situazione. Ha ordinato più di mille bottiglie di alcolici

e

trecento di champagne, quarantacinque vasche gonfiabili piene di

ghiaccio eventi camerieri... d'altronde, perché andarci cauti?

Lui,

solo per l'organizzazione, si è fatto staccare un assegno da

30.000

euro. Già incassato. "Sai, con questi nobili un po' decaduti un

po'

no, non si sa mai" ha detto al povero Ernesto, che si è dovuto

occupare

sul serio di tutta l'organizzazione. Per Ernesto invece 1800

euro e una faticata che dura da più di un mese. Ma per lui quei

1800 sono una manna dal cielo. Vuole colpire al cuore la bella

Madda.

È un mese che trescano ma ancora non gliel'ha data. Stasera

sente di poter andare sul sicuro. Le ha comprato il giubbotto che

le piaceva tanto. 1000 euro suonati per della pelle rosa anticata

graffiata.

Ma contenta lei... contento pure lui. Il pacchetto l'ha nascosto

in macchina e quando tornerà a fine serata, all'alba... o quando

sarà, sarà... è già sicuro di quel suo sorriso. Di quel sorriso

che

l'ha tanto colpito, che l'ha convinto a prenderla come aiutante

anche

per questa serata. E per "soli" 500 euro. Insomma, se tutto va

bene, alla fine della serata Ernesto si metterà in tasca 300 euro

ma

avrà qualcosa in cambio che non ha prezzo. Certe felicità non

fanno

caso agli zeri.

"Dani, ma dov'eri finita? E un'ora che t'aspetto qua fuori."

"Lo so, ma abbiamo dovuto lasciare la macchina in fondo. Ha

sempre paura che gliela rigano."

"Ma perché, con chi sei venuta?"

"Come con chi? Te lo avevo detto, con Chicco Brandelli!"

"Non ci credo!"

"Guarda che quando io dico una cosa è quella."

"Ma ancora gira... Guarda che quello t'ha puntato solo per

vendicarsi

di tua sorella ! "

"Sentila. Ma quanto sei acida. Con me è carino invece. Ma poi

che ne vuoi sapere tu. Ma perché, scusa, Giovanni Franceschini,

quello che ha sempre fatto il filo a cosa... a quella della III A,

come

si chiama?"

"Cristina Gianetti."

"Eh. Non si è messo poi con la sorella più piccola, quando l'ha

conosciuta?"

"E grazie, la prima è una suora patentata, l'altra dicono che fa

dei numeri che in confronto Eva Henger è noiosa! "

"Be', a me Brandelli mi piace un casino e poi te l'ho già detto,

tra quattro giorni è il mio compleanno e ormai ho deciso."

"Ancora con questa storia? Guarda che non è che a diciott'anni

scadi! Tu ti sei fissata. Anche se la tua prima volta ce l'hai fra

due

anni, ma che ti frega?"

"Due anni? Ma che sei matta? E quando recupero? Ma come,

ora che ho preso coraggio, tu mi sfondi così? E poi scusa, tu

quando

l'hai fatto?"

"Sedici."

"Vedi e ti credo che parli come ti pare."

"Ma che c'entra, io con Luigi ci stavo già da due anni."

"Senti, non rompere. A me Chicco Brandelli mi piace un casino

e io stasera ho deciso che lo faccio con lui. Cavoli e fai l'amica

per una volta ! ! "

"Ma infatti, è proprio perché ti sono amica."

Dani si gira e lo vede da lontano.

"Dai basta, basta. Eccolo che arriva. Dai, adesso entriamo e

non ne parliamo più."

"Ciao Giuli." Chicco Brandelli la saluta con un bacio sulla

guancia. "Come stai bene, è una cifra che non ti vedevo. Stai

proprio

un fiore... Allora? Sono stato bravo a trovare i biglietti per

questa serata? Siete contente, bambole? Dai, andiamo dentro."

Chicco Brandelli prende per mano Daniela e va verso l'entrata.

Alle sue spalle Giuli incrocia lo sguardo di Daniela e fa il verso

a Brandelli mimandolo... "bambole". Poi fa una smorfia di schifo

come a dire "mamma, ma è terribile". Daniela da dietro, senza

farsi

vedere, prova a tirarle un calcio. Giuli si sposta ridendo. Chicco

tira di nuovo a sé Daniela.

"Ma che fate? Dai, state buone, state sempre a giocare. Adesso

entriamo." Si avvicina ai quattro buttafuori, dei tipi enormi, di

colore, dai capelli rasati e rigorosamente vestiti di nero. Il

tipo controlla

i biglietti. Poi annuisce vedendo che è tutto a posto. Sposta

una corda dorata facendoli passare. La piccola comitiva entra,

seguita

da altri ragazzi appena arrivati.

Capitolo 10.

Poco più tardi o forse molto più tardi. Quando ci si addormenta

su un letto non si sa più che ora è. Mi sveglio, è li accanto. I

capelli

sciolti le sprofondano tra le pieghe del cuscino, lì dove la sua

bocca

imbronciata cerca respiro. Mi comincio a vestire in silenzio.

Mentre

mi infilo la camicia Eva si sveglia. Allunga veloce la mano vicino

a lei.

Vede che non ci sono. Poi si gira. Sorride trovandomi ancora lì.

"Vai via?"

"Sì, devo andare a casa."

"Mi è piaciuto molto il cocomero."

"Anche a me."

"Sai qual è una cosa che mi è piaciuta moltissimo?"

Mi ricordo tutte quelle che abbiamo fatto e mi sembrano tutte

perfettamente belle. E poi perché sbilanciarsi?

"No, qual è?"

"Che non mi hai chiesto come sono stata."

Rimango zitto.

"Sai, è una cosa che tutti mi chiedono sempre e mi sembra così...

stupida, non so come dire."

Tutti. Tutti chi? vorrei dire. Ma non è poi così importante.

Quando

fai solo sesso non cerchi ragioni. È quando non fai solo quello

che cerchi tutto il resto.

"Non te l'ho chiesto perché so che sei stata bene."

"Cretino! " Me lo dice con troppo amore. Mi preoccupo. Si avvicina

e mi stringe le gambe, baciandomi subito dopo la schiena.

"Perché, come sei stata?"

"Benissimo."

"Hai visto?"

Lei rincara: "Di più".

"Lo so" e le do un bacio veloce sulle labbra, poi infilo la porta.

"Ti volevo dire che rimango ancora qualche giorno..."

Donna leggermente dispiaciuta.

"Per fare shopping?"

"Sì..." Sorride ancora un po' intontita di piacere. "Anche..."

Non le do il tempo di aggiungere altro.

"Chiamami, il mio numero ce l'hai" poi esco in fretta. Rallento

giù per le scale. Di nuovo solo. Mi infilo il giubbotto e tiro

fuori

una sigaretta dalla tasca. Faccio il punto della situazione. Sono

le tre e mezzo. Nella hall il portiere è cambiato. È uno più

giovane.

Sonnecchia appoggiato alla sedia. Esco per strada e accendo la

moto. Ho ancora addosso il profumo del cocomero e di tutto il

resto.

Peccato. Avrei voluto ringraziare il portiere che c'era prima.

Che ne so, lasciargli una mancia o ridere con lui, fumarmi una

sigaretta.

Magari gli avrei raccontato qualcosa, quelle solite cazzate

che si raccontano su quello che si è combinato. Chissà, nel

passato


l'avrà fatto anche lui con qualche amico. Non c'è niente di più

divertente che raccontare i dettagli a un amico. Soprattutto se

lei

non ha preso il nostro cuore. Non come allora. Lei. Di lei non ho

mai raccontato nulla a nessuno, nemmeno a Pollo. Ma è un attimo.

Niente, non c'è niente da fare. Quando fai solo del sesso, l'amore

di un tempo ti viene a cercare. Ti trova subito. Non bussa alla

porta.

Entra così, all'improvviso, maleducato e bello come solo lui può

essere. E in un attimo infatti sono di nuovo perso in quel colore,

nell'azzurro dei suoi occhi. Babi. Quel giorno.

"Dai muoviti, ma quanto ci metti."

Sabaudia. Lungomare. La moto è ferma sotto un pino, vicino

alle dune.

"Allora? Step, non ho capito. Ma tu lo vuoi o no il gelato?"

Sono piegato, sto chiudendo la moto con la catena.

"Ma come non hai capito, ma guarda che sei forte. Ti ho detto

di no, Babi, grazie no."

"Ma sì che lo vuoi, lo so."

Babi, dolce testarda.

"Ma allora scusa, perché me lo chiedi? Ma poi ti pare, Babi,

che se lo volessi non me lo prenderei? Non costa niente."

"Ecco, vedi come sei... Pensi subito al denaro, sei venale."

"Ma no, lo dicevo nel senso che il ghiacciolo costa poco. Che

ti frega Babi, uno lo prende lo stesso e al massimo lo butta. "

Babi si avvicina con due ghiaccioli in mano.

"E infatti ne ho presi due. Tieni, uno per me all'arancia e uno

per te alla menta. "

"Ma a me non mi piace per niente alla menta."

"Ma scusa prima non lo volevi per niente e ora ti lamenti pure

per il gusto! Ma guarda che sei forte. E poi comunque vedrai che

ti piacerà."

"Ma lo saprò o no se una cosa mi piace! "

"Adesso fai così perché ti sei impuntato. Dai, ti conosco bene."

Prima scarta il mio e comincia a leccarlo. Poi me lo passa dopo

averlo assaggiato.

"Uhmm... Il tuo è buonissimo."

"E allora prendi il mio! "

"No, ora mi va quello all'arancia."

E lecca il suo ghiacciolo, guardandomi, ridendo. E poi diventa

spinta, perché il ghiacciolo si scioglie velocemente e se lo mette

tutto

in bocca. E ride. E poi vuole assaggiare per forza di nuovo il

mio.

"Dai, dammi un po' del tuo" e lo dice apposta, ridendo, e si

struscia,

e siamo poggiati sulla moto, e allargo le gambe, e lei ci si

infila

dentro, e ci baciamo. I ghiaccioli cominciano a sciogliersi, lungo

il

palmo delle mani giù per il braccio. E ogni tanto andiamo con la

lingua

a raccogliere un po' d'arancia, un po' di menta. Sulle mani, tra

le dita, lungo i polsi, lungo l'avambraccio. Morbida. Dolce.

Sembra

una bambina. Ha un pareo lungo, celeste chiaro, coi disegni più

scuri.

Lo tiene avvolto in vita. Ha i sandali azzurri e sopra solo un due

pezzi, azzurro pure quello, e una collana lunga con delle

conchiglie

bianche, arrotondate, alcune più piccole, altre più grandi. Si

perdono

e ballano tra i suoi seni caldi. Mi bacia sul collo.

"Ahia! " Mi ha poggiato apposta il ghiacciolo sulla pancia.

"Piccolino mio, ahia..." Mi fa il verso. "Ma che, ti ho fatto

male?

Hai freddo?"

Irrigidisco i muscoli e lei si diverte ancora di più. Fa scivolare

il

ghiacciolo sui miei addominali, uno dopo l'altro. Ma io mi

vendico.

"Ahi."

"Ecco, tieni un po' di menta sui tuoi fianchi." E continuiamo

così, a pennellarci di arancia e menta sulla schiena, dietro il

collo,

sulla gamba e poi tra i suoi seni. Il ghiacciolo si spezza. Un

pezzo

s'infila dentro il bordo del costume.

"Ahia, ma che sei cretino, è gelato! "

"E certo che è gelato, è un ghiacciolo! "

E ridiamo. Persi in un bacio freddo sotto il sole caldo. E nelle

nostre bocche arancia e menta si trovano mentre noi naufraghiamo.


"Dai, Babi, vieni con me."

"Ma dove?"

"Vieni..."

Guardo a destra e a sinistra, poi attraverso la strada velocemente

tirandola via con me e lei corre, quasi inciampa, strappando

i sandali all'asfalto caldo. Lasciamo il mare, la strada, per

salire

su, tra le dune. E correre ancora verso l'interno. Poi, poco

lontani

da un campeggio di turisti stranieri, ci fermiamo. Lì, nascosti

tra la macchia bassa, tra il verde brullo, sulla sabbia quasi

rarefatta,

sotto un sole guardone, mi distendo sul suo pareo. Ora siamo

a terra. E lei viene su di me, senza il costume, mia. E con il

caldo, gocce di sudore scivolano giù, portate da rivoli di capelli

biondo cenere, perdendosi sulla sua pancia già abbronzata, più

giù, tra i suoi riccioli più scuri e ancora più giù, tra i miei...

E quel

dolce piacere, il nostro. Babi si muove su di me, su e giù,

lentamente.

Poi lascia andare indietro la testa, sorridendo verso il sole.

Felice di essere amata. Bella, in tutta quella luce. Menta.

Arancia.

Menta. Arancia. Menta... Aranciaaaaa...

Basta. Sono fuori. Dai ricordi. Dal passato. Ma sono anche fuori

di testa. Prima o poi le cose che hai lasciato indietro ti

raggiungono.

E le cose più stupide, quando sei innamorato, te le ricordi

come le più belle. Perché la loro semplicità non ha paragoni. E mi

viene da gridare. In questo silenzio che fa male. Basta. Lascia

stare.

Metti tutto di nuovo a posto. Ecco. Chiudi. Doppia mandata.

In fondo al cuore, lì dietro l'angolo. In quel giardino. Qualche

fiore,

un po' d'ombra e poi dolore. Mettili lì, ben nascosti, mi

raccomando,

dove non fanno male, dove nessuno li può vedere. Dove

tu non li puoi vedere. Ecco. Di nuovo sotterrati. Ora va meglio.

Molto meglio. E mi allontano dall'albergo. E guido piano. Via

Pinciana,

via Paisiello, dritto verso piazza Euclide. Non c'è nessuno in

giro. Una macchina della polizia è ferma davanti all'ambasciata.

Uno dorme. L'altro legge chissà cosa. Accelero. Supero il

semaforo,

poi giù per via Antonelli. Sento il vento fresco che mi accarezza.

Chiudo gli occhi per un attimo e mi sembra di volare. Un respiro

lungo. Bello. Il servizio della hostess poi è stato impeccabile.

Eva. Persa in quel "blu perso". Bella. Ha un corpo perfetto. E poi

mi piace una donna che non si vergogna del suo desiderio. Dolce.

Dolce come un cocomero. Anzi, di più. Imbocco corso Francia. È

notte fonda. Allungo sul cavalcavia. Ora fa quasi freddo. Alcuni

gabbiani si alzano in volo dal Tevere. Si affacciano sul ponte. È

come

se timidi salutassero. Poi si rituffano giù, verso il fiume. Fanno

dei versi leggeri, un richiamo, una richiesta. Piccoli gridi

soffocati,

quasi avessero paura di svegliare qualcuno. Scalo e giro su per

via

di Vigna Stelluti. Poi mi metto a ridere da solo. Eva... Che

strano.

Non so neanche il suo cognome.

Capitolo 11.

A Castel di Guido la festa impazza. All'interno la musica è

assordante.

Luci rosse, viola, blu. Delle cubiste ballano su balle di

fieno, completamente nude. Un culturista incatenato con un

cappuccio

in testa, dal corpo oliato coperto solo da un perizoma

grecoromano, finge di ringhiare, di staccarsi dalle catene del

muro per

cercare di prenderle. Dani e Giuli gridano divertite. Un cavaliere

e la sua donna nuda attraversano il salotto a cavallo. Su un

divano

abbandonati ragazzi e ragazze bevono, ridono, si baciano nascosti

dalla penombra, illuminati a tratti da un piccolo faro verde che

attraversa

le stanze seguendo la musica. Camerieri in perfetta giacca

bianca passano con vassoi servendo da bere a tutti alcolici al

top,

dal rum John Bally al gin Sequoia. Chicco ne prende al volo due e

se li scola. Poi balla sul posto alzando le braccia al cielo.

"Ma questo posto è stupendo! È l'inferno per soli ricchi, quindi

è solo per noi... Grande! " Poi prende Daniela e le fa fare un

giro

a tempo di musica, ride con lei, l'abbraccia e la bacia

delicatamente

sulle labbra. Poi la lascia andare così, con un piccolo volteggio

di danza più o meno azzeccato.

"Aspettate qui, bambole, che vado a prendervi qualcos'altro

da bere!"

Giuli lo guarda andare via, poi si gira verso Daniela e la fissa

in

silenzio.

"Dani... ma sei veramente decisa?"

"Non ce la posso fare..."

"Ah, ecco!"

"Ma no, mi piace un casino, è solo che mi devo lasciare andare,

e tu mi rendi tutto ancora più difficile."

"Io?"

"E chi sennò! Mi devo stonare. Solo che se bevo, poi mi sento

male."

"Dani guarda, ma quello non è Andrea Palombi?"

"Sì, è lui. Mamma! È una vita che non lo vedo! "

"Si è trasformato. Ma che gli hanno fatto? Gli hanno menato?"

"No, da quando ci siamo lasciati ha avuto un crollo."

"Totale! Ecco, con lui dovevi avere la tua prima volta, con uno

che almeno ti amava sul serio, ma quanto siete stati insieme?"

"Sei mesi."

"E in sei mesi non c'è stata occasione?"

"Ci sarà pure stata, ma se sto così vuol dire che alla fine non

c'è stata! Quindi... E comunque non è che sono cose che si possono

stabilire a tavolino ! "

"Ma che dici! Ma se stasera stai facendo tutto a tavolino! "

"Basta, mi stai intonando. Non ce la farò mai. Devo prendere

un'ecstasy! Ecco, quello mi ci vorrebbe."

"Sì, fichissimo. Io l'ho presa alla festa di Giada, quella sì che

t'aiuta"

"Che t'ha fatto?"

"Niente^ Stavo benissimo. C'era pure Giovanni e abbiamo fatto

l'amore. È stato bellissimo con lui."

"E ti credo, stavi sotto ecstasy."

"Ma che c'entra, io con Giovanni sto sempre benissimo! Mi sono

sempre trovata bene con lui da quel punto di vista, abbiamo una

grande intesa sessuale, che ti credi?"

"Certo, lui l'intesa sessuale ce l'ha con chiunque respiri! "

"Be', adesso l'acida sei tu, eh. Allora scusa potevi andare con

Giovanni direttamente invece di farti tanti problemi, no? ! "

"Basta, dai, non litighiamo. Ma dove la trovo?"

"Che cosa?"

"Giovanni?! Macché... un'ecstasy! Ma oh, ti sei rincoglionita?"

"Guarda, lì c'è una gangsta."

"Chi?"

"Una gangsta. Sei proprio out. Le gangste sono quelle toste,

quelle che hanno la roba. La vedi quella lì coi capelli a

treccine?

Dai cavoli! È lì vicino alla consolle? Ecco, lei c'ha di tutto.

L'ho vista

all'entrata. Hai capito qual è? Eccola là, l'hai vista?"

"Sì, ma sta vicino a Madda."

"A chi?"

"A Madda Federici. Quella che ha fatto a botte con mia sorella

due anni fa."

"Ma che ti frega. Ma tu poi che c'entri, scusa? E comunque

quelle lavorano insieme. Tu salutala e vedrai che non ci saranno

problemi. "

"Dici?"

"Vai."

Daniela prende coraggio e attraversa il salone. Madda da lontano

la vede arrivare. E la riconosce. Non le ha mai dimenticate.

Nessuna delle due. Si rivolge alla gangsta.

"Sophie, che t'è rimasto?"

"Un'ecstasy e uno scoop."

"Oh, vedi quella che arriva adesso?"

La gangsta guarda verso Daniela.

"Sì, embe'?"

"Be', se ti chiede qualcosa dalle comunque lo scoop."

"E quanto le chiedo?"


"Cazzi tuoi."

Daniela arriva. Si ferma davanti alle due. La gangsta alza il

mento

come a dire "cerchi qualcosa?". Daniela saluta per prima Madda.

"Ciao, come stai?"

Madda non risponde. Daniela continua.

"Scusa, volevo sapere se hai un'ecstasy."

"E io voglio sapere se hai i soldi" fa la gangsta.

"Quanto ti dovrei dare?"

"50 euro."

"Ok, tieni." Daniela li prende dalla tasca dei pantaloni e glieli

passa. La gangsta li fa sparire in un attimo nelle sue saccocce

davanti.

Poi tira fuori dal bracciale una pasticca bianca. Daniela la

prende e fa per andarsene.

"Ehi, ferma. " Madda la blocca. "Quella roba non la porti in giro.

La prendi ora e qui. Tieni" e le allunga la mezza bottiglia di

birra

che stava bevendo.

Daniela la guarda preoccupata.

"Ma non mi farà male con la birra?"

"Se sei venuta fino qua, non può che farti bene! "

Daniela s'infila la pasticca in bocca e dà un lungo sorso. Poi

torna giù e riprende fiato. Deglutisce e sorride.

"Fatto."

Madda la ferma.

"Fai vedere? Alza la lingua."

Daniela ubbidisce. Madda controlla per bene. Sì, ha preso sul

serio la pasticca.

"Ok, ciao e divertiti."

Daniela si allontana proprio mentre Chicco Brandelli ha raggiunto

Giuli con due bottiglie di champagne. Madda e Sophie restano

a guardarla.

"Capirai, quella va fuori di testa. Se non hai mai preso nulla,

uno scoop ti sfonda. Non ti ricordi neanche quello che hai fatto."

"Je sta bene. Così porta i miei saluti a sua sorella! "

"Mai mettersi contro di te, eh?"

"Mai. È solo questione di tempo."

"Be', Madda, io vado."

"E con l'ultima ecstasy che ci fai?"

"Me la frullo a casa. C'è Damiano che torna presto stasera. Almeno

facciamo un po' di sesso."

"Ok, godi sore'. Mi fai un ultimo piacere? Hai presente la

macchina

di Ernesto?"

"Sì, quella blu sfondata."

"Ecco, vieni che ti spiego cosa devi fare."

La musica sembra salire. Lo scoop sta facendo effetto. Dani

balla sfrenata davanti a Giuli.

"Come stai?"

Da sogno.

"E che effetto ti fa?"

"E che ne so? Non lo so. Non capisco più niente, so solo che

voglio scopare! Voglio scopare!"

Daniela salta come una pazza gridando, coperta a volte dal suono

della musica, a volte no. Proprio come quando finisce davanti

ad Andrea Palombi.

" Io voglio scopare ! " urla Daniela a squarciagola. Andrea le

sorride.

"Finalmente!" Le fa eco. "Anch'io!"

"Sì, ma io non con te! "

E Daniela continua a correre urlando, saltando di gioia, facendo

casino, persa tra le braccia che la toccano, bevendo bicchieri

che le passano davanti, ballando con sconosciuti, fino a trovare

quelle mani, quelle labbra, quel viso, quel sorriso... Ecco.

Cercavo

te. Mi piaci. Sei proprio bello. E lo vede biondo e poi bruno

e poi non lo vede più. E poi si trova in una camera e lo vede

spogliarsi.

E si vede spogliarsi. Il cellophane del materasso viene sfilato

via come la carta di un gelato, di un gelato da leccare. Ed è

quello che lei fa. Poi si perde distesa su quel materasso freddo.

Delle mani la prendono da sotto, le allargano le gambe. E piano

piano si sente accarezzare. Ahi, mi fa male... Fa male... Ma deve

far male? È così, pensa. Sì, è così. È bello anche perché fa male.

E

continua a vedere quello strano mare intorno a sé. E tutto

ondeggia.

E su e giù. E su e giù. Come quel corpo su di lei. E poi sorride.

E ride. E ha un'unica domanda. Ma domani mattina qualcuno

scriverà qualcosa sul muro per me? È così che funziona, no?

Una scritta d'amore solo per me... E sorride. Addormentandosi.

Non sapendo che non ci sarà nessuna scritta, di nessun genere. E

neanche un nome, se è per questo.

Più tardi. È l'alba.

"No, non ci posso credere!" Ernesto corre distrutto verso la

sua macchina blu.

"Mi hanno sfondato il finestrino! "

"Capirai," fa Madda salendo in macchina, "è già tutta sfondata! "

"No, ma non hai capito, m'hanno fregato un bellissimo regalo

che avevo preso per te! Non sai, avevo speso un sacco di soldi.

Era

quel giubbotto rosa, quello che ti piaceva tanto ! "

"Sì e tu hai scucito ben 1000 euro per me?! E cosa volevi mai

in cambio? Eh? A furbo! Domani ce credo. Portami a casa, va', che

sono stanca e ho sonno! "

"Te lo giuro, Madda! Te l'avevo preso."

"Sì sì, va bene. Senti, io devo andare a casa che domani mattina

parto presto."

"Per dove?"

"Firenze, starò fuori una settimana. Magari ci sentiamo quando

torno."

"A fare che?"

"Ma, per lavoro, altre serate, altre cose. Ma che, me stai a fa'

l'interrogatorio? Senti, oh, guarda che così mi stressi... mi stai

sempre

addosso, e mollami! "

E così Madda scende al volo e sale sulla prima macchina che

passa. È quella di Mengoni ed è ancora più felice di andare via

con

lui. Ernesto le corre dietro gridando.

"Dove vai? Aspetta!"

Madda sorride tra sé. Ma aspetta che? Il giubbotto rosa è già a

casa che m'aspetta. E senza dartela. Che serata. Da sogno! Ho pure

conciato per le feste la Gervasi piccola. È stato veramente un

sogno!

E Madda non sa, invece, a quale incubo ha dato vita.

Capitolo 12.

Dormiveglia. Sento i rumori di Paolo dalla cucina. Mio fratello.

Muove le cose cercando di non fare rumore, lo capisco da come

vengono poggiati i piatti sul tavolo e richiusi i cassetti. Mio

fratello

è una donna. Ha le stesse attenzioni che aveva mia madre. Mia

madre. Sono due anni che non la vedo, chissà come avrà adesso i

capelli. Li cambiava spesso nell'ultimo anno. Seguiva la moda, i

consigli delle amiche, una foto su un giornale. Non ho mai capito

perché una donna è sempre così fissata sui capelli. Mi viene in

mente

un film con Lino Ventura e Françoise Fabian, Una donna e una

canaglia. 1970. Lui finisce in prigione. Lei va a trovarlo. Buio.

Si

sentono solo le loro voci.

"Cosa c'è?... Perché mi guardi così?"

"Hai cambiato taglio di capelli."

"Non ti piaccio?"

"No, è che quando una donna cambia taglio di capelli vuol dire

anche che sta per cambiare uomo."

Sorrido. Mia madre ha visto molte volte quel film. Magari ha

preso sul serio quelle parole. Una cosa è sicura: ogni volta che

la

incontro non ha mai lo stesso taglio. Paolo compare sulla porta,

la

apre piano, attento a non farla cigolare: "Stefano, vieni a fare

colazione?".


Mi giro verso di lui: "Hai preparato roba buona?".

Rimane un momento perplesso: "Sì, credo di sì".

"Va bene, allora vengo." Non capisce mai quando scherzo. In

questo non ha preso da mia madre. Mi infilo una felpa e rimango

in mutande.

"Ammazza come sei dimagrito."

"Di nuovo... Già me lo hai detto."

"Dovrei trasferirmi anch'io per un anno in America. Si tocca

un rotolo della pancia prendendolo tra due dita: "Guarda qui".

"Il potere e la ricchezza regalano la pancia."

"Allora dovrei essere magrissimo. " Cerca di buttarla sullo

scherzo.

Anche in questo è diverso da mamma perché non gli riesce.

"A che pensi?"

"Che sei forte ad apparecchiare."

Si siede soddisfatto: "Be' sì, mi piace..." . Mi passa il caffè.

Io lo

prendo e a occhio ci aggiungo un po' di latte freddo, senza

neanche

provarlo, poi addento un grosso biscotto al cioccolato: "Buono".

"È cacao amaro. Li ho presi per te. A me non piacciono. Sono

troppo amari. Mamma te li prendeva sempre quando stavamo a casa

tutti insieme."

Rimango in silenzio a bere del caffellatte. Paolo mi guarda. Per

un attimo vorrebbe aggiungere qualche cosa. Ma ci ripensa e si

prepara

il suo cappuccino.

"Ah, ieri sera ti ha chiamato quella ragazza, Eva Simoni, ti ha

trovato sul telefonino?"

Eva. Ecco come si chiama: Simoni. Mio fratello sa pure il cognome.


"Sì, mi ha trovato."

"E l'hai vista?"

"Che sono tutte queste domande?"

"Sono curioso, aveva una bella voce."

"All'altezza del resto."

Finisco di bere il caffellatte: "Ciao Pa', ci vediamo".

"Beato te che stai così."

"Che vuol dire?"

Paolo si alza e comincia a mettere tutto a posto: "Dai, che stai

così, libero, te la diverti, fai quello che ti pare. Sei stato

fuori, sei

ancora sul sospeso, non definito".

"Sì, sono fortunato." Me ne vado. Gli dovrei dire troppe cose.

Gli dovrei spiegare in maniera gentile che ha detto un'ignobile,

grande, terribile cazzata. Che uno cerca la libertà solo quando si

sente prigioniero. Ma sono stanco. Ora non mi va, non mi va

proprio.

Entro in camera, guardo la sveglia sul comodino e riesco di

botto.

"Cazzo, ma tu mi hai svegliato e sono solo le nove?"

"Sì, fra poco devo stare in ufficio."

"Ma io no!"

"Sì, lo so, ma visto che devi andare da papà..." Mi guarda

perplesso.

"Ma... non te l'avevo detto?"

"No, non me l'avevi detto."

Continua a mantenere una certa sicurezza. Poi mi guarda col

dubbio di averlo fatto o meno. E veramente sicuro di avermelo

detto,

oppure è un grande attore.

"Be', comunque ti aspetta alle dieci. Ho fatto bene a svegliarti,

no?

"E certo, come no. Grazie Paolo."

"Figurati."

Niente. Ironia zero. Continua a mettere le tazze e la caffettiera

nel lavabo tutto ordinatamente nella vasca a destra, sempre e solo

in quella a destra.

Poi torna sull'argomento.

"Ehi, ma non mi chiedi perché papà ti vuole vedere alle dieci,

non sei curioso?"

"Be', se mi vuole vedere immagino che poi me lo dirà."

"E già, certo."

Vedo che è rimasto un po' male.

"Ok. Allora... Perché mi vuole vedere?"

Paolo smette di lavare le tazze e si gira verso di me asciugandosi

le mani su uno straccio. È entusiasta.

"Non dovrei dirtelo perché è una sorpresa."

Si accorge che mi sto incazzando.

"Però te lo dico perché mi fa piacere. Credo ti abbia trovato

un lavoro! Sei felice?"

"Moltissimo."

Però, sono migliorato. Riesco a fingere bene anche davanti a

una domanda così.

"Allora che ne dici?"

"Che se continuo a chiacchierare con te faccio tardi."

Vado a prepararmi.

Sei felice? La domanda più difficile. "Per essere felici," dice

Karen Büxen, "ci vuole coraggio." Sei felice... Una domanda così

poteva farla solo mio fratello.

Capitolo 13.

Dieci meno un minuto. Guardo il mio cognome scritto sul

campanello.

Ma è casa di mio padre. È scritto a penna in modo irregolare,

senza fantasia, senza calore, allegria neanche a parlarne. In

America non sarebbe passato. Ma cosa importa. Siamo a Roma, in

una piccola piazza a corso Trieste, vicino a un negozio che vende

roba di finta classe. La accatasta in vetrina al prezzo di 29,90

euro.

Come se un coglione qualsiasi non capisse che avere quella roba

da schifo equivale ai suoi 30 euro. Animo da commercianti, finti

furbi e un sorriso obbligato. Suono.

"Chi è?"

"Ciao papà, sono io."

"Sei puntuale. L'America ti ha cambiato." Ride.

Vorrei tornarmene a casa, ma ormai sono qui: "A che piano

stai?".

"Al secondo."

Secondo piano. Entro e mi chiudo il cancello alle spalle. Che

strano,

il secondo piano non mi è mai piaciuto. L'ho sempre considerato

una via di mezzo tra l'attico e il giardino, un posto al buio per

chi

sopravvive. Spingo il due. Il discorso vale anche per l'ascensore.

Un

tragitto corto a metà. Inutile per chi vuole fare un po' di sport,

scomodo

comunque per chi non ce la fa. Papà è sulla porta che mi aspetta:

"Ciao". È emozionato e mi stringe forte. Un po' a lungo, troppo

a lungo. Mi viene un piccolo nodo alla gola ma lo prendo a calci.

Non ci voglio pensare. Mi dà un cazzotto leggero sulle spalle:

"Allora...

come va?".

"Benissimo." I calci sono serviti. Parlo normalmente: "E tu?

Come stai?".

"Bene. Che te ne sembra di questa casetta? Mi sono spostato

da sei mesi ormai e mi ci trovo bene, l'ho arredata io."

Vorrei dire "e si vede", ma lascio stare. Non che me ne freghi

niente.

"Poi è comoda, non è tanto grande, sarà un'ottantina di metri

quadri, ma per me va benissimo, ci sto quasi sempre da solo."

Mi guarda. Crede o spera che quel "quasi sempre" porti da

qualche parte. Invece no. Se è per me... Giace lì, insabbiato.

Sorride

inutilmente, poi riprende: "Ho trovato quest'occasione e l'ho

presa, poi la sai una cosa? ho sempre pensato che un secondo piano

non mi piacesse invece è meglio, è più... coibentata".

Spero che non mi chieda cosa significhi. L'avrò sentito migliaia

di volte. È uno di quei termini che odio.

"E poi è più comoda, più tranquilla."

Troppi aggettivi sono quasi sempre per giustificare una scelta

sbagliata.

Mi ricorda una frase di Sacha Guitry: "Ci sono persone che

parlano,

parlano... finché non trovano qualcosa da dire".

"Sì, sono d'accordo con te." Magari lo fosse sulla citazione, ma

non può. L'ho solo pensata. Non gliela dirò.

Mi sorride.

"Allora?"

Lo guardo sconfortato. Allora? Cosa vuol dire la domanda

"allora?".

Mi ricordo che quando stavo in classe al liceo c'era Ciro

Monini, quello del primo banco, che diceva sempre: "Allora?

Allora?".

E Innamorato, quello dietro a lui, rispondeva sempre: "Allora?

Sessanta minuti!". E rideva. E la cosa terribile è che rideva

anche l'altro. Andavano avanti così quasi ogni giorno. Non so se

si

vedono ancora. Ma temo che facciano lo stesso gioco magari con

qualcun altro... Allora? Allora io voglio bene a mio padre. Cazzo,

sto male e scomodo in questa poltrona. Ma mi sforzo. "Non sai

quanto sono stato bene a New York, benissimo."

"C'era gente?" Lo guardo. "Dico, italiani." Per un attimo mi

ero preoccupato.

"Sì, molti, ma tutta gente diversa da quella che uno è abituato

a incontrare qui."

"In che senso diversa?"

"Ma, non lo so. Più intelligenti, più attenti. Dicono tutti meno

cazzate. Girano, parlano senza problemi, si raccontano..."

"Che vuol dire si raccontano?"

Se almeno fossimo a cena. A tavola perdonerei chiunque. Anche

i miei parenti. Chi l'ha detto? Ero al liceo e mi ha fatto ridere.

Forse Oscar Wilde. Non credo di farcela. Ma ci provo.

"Che non si nascondono. Affrontano la loro vita. E poi...

ammettono

le loro difficoltà. Non a caso hanno quasi tutti uno

psicanalista."


Mi guarda preoccupato: "Ma perché, tu ci sei andato?".

Mio padre, sempre la domanda sbagliata al momento giusto.

Lo tranquillizzo. "No papà, non ci sono andato." Vorrei aggiungere

"Ma forse avrei dovuto. Forse quello psicanalista americano

avrebbe capito i miei problemi italiani". O forse no. Vorrei

dirglielo, ma lascio stare. Non so quanto dureremo. Cerco di

semplificare.


"Io non sono americano. E noi italiani siamo troppo orgogliosi

per ammettere di aver bisogno di qualcuno. "

Rimane in silenzio. Si preoccupa. Mi dispiace. Allora cerco di


aiutarlo, di non fargli credere che abbia lui qualche colpa.

"E poi scusa che facevo, buttavo i miei soldi? Andare da uno

psicanalista e non capire quello che ti dice in inglese... allora

sì che

hai problemi di testa! " Ride.

"Ho preferito spenderli in un corso di lingue, almeno li ho

buttati,

ma senza sperare di stare meglio! "

Ride di nuovo. Ma mi sembra che si sforzi. Chissà cosa vorrebbe

che gli dicessi.

"Comunque, a volte non siamo capaci di raccontare i nostri

problemi neanche a noi stessi."

Diventa serio.

"Questo è vero."

"È la stessa ragione per la quale ho letto che sono sempre meno

quelli che in chiesa si confessano."

"Già..."

Non ne è convinto. "Ma dove l'hai letta?"

Come sospettavo. "Non me lo ricordo."

"Allora torniamo a noi."

Perché dove eravamo andati? Torniamo a noi... Che modo di

dire. Sto male. Sto scomodo. Mio padre. Mi sto innervosendo.

"Ti ha detto niente Paolo?"

"Di cosa?" Mentire al padre. Io non rientro in quell'articolo

sulla confessione. Non vado in chiesa. Non più. "No, non mi ha

detto niente."

"Be'..." Mi sorride superentusiasta. "Ti ho trovato un lavoro."

Cerco di fingere alla meglio: "Grazie". Sorrido. Dovrei fare

l'attore.


"Potrei sapere di che si tratta?"

"Ma certo. Che sciocco. Allora, ho pensato, visto che sei stato

a New York e hai fatto un corso di computer grafica e di

fotografia,

giusto?"

Andiamo bene. Non è sicuro neanche lui su cosa ha fatto suo

figlio a New York. E dire che la scuola la pagava proprio lui ogni

mese.

"Sì, giusto."


"Ecco, l'ideale era che ti trovassi qualcosa che ha a che fare con

quello che hai studiato. E l'ho trovato! Ti hanno preso in un

programma

televisivo come addetto alla computer grafie e alle immagini!"


Lo dice con un tono che sembra la traduzione italiana dell'oscar

americano: And the winner is... il vincitore è... sono io?

"Be', naturalmente sarai l'assistente, cioè la persona che segue

chi fa tutti i disegni grafici al computer e cura le varie

immagini,

credo."

Quindi non sono il vincitore. Solo un secondo classificato.

"Grazie papà, mi sembra un'ottima cosa."

"O qualcosa del genere, insomma, non so spiegarti."

Approssimativo come sempre. Impreciso. Vicino alla verità o

qualcosa del genere. Mio padre. Ma ha mai capito sul serio quello

che è successo con mamma? Credo di no. A volte mi domando cosa

c'è di lui in me. Mi immagino la scopata che mi ha generato. Lo

guardo, lui sopra la mamma. Mi viene da ridere. Se sapesse cosa

sto

pensando. Suona il citofono. "Ah, deve essere per me." Si alza

frettoloso,

leggermente imbarazzato. E certo, per chi può essere? Io non

abito più qui, come Alice. Papà ritorna ma non si siede. Rimane lì

in

piedi, muove le mani in modo nervoso: "Sai, non so come dire, ma

c'è una persona che vorrei farti conoscere. È strano dirlo al

proprio

figlio, ma diciamo che siamo fra uomini, no? È una donna". Ride

per

sdrammatizzare. Non voglio rendergliela difficile.

"Certo papà, che problema c'è... siamo tra uomini."

Resto in silenzio. Rimane lì in piedi a guardarmi. Non so che

dire.

Vedo che evita il mio sguardo. Suonano alla porta e va ad aprire.

"Ecco, lei è Monica."

E bella. Non tanto alta, troppo truccata. Ha un profumo forte,

un vestito di media eleganza, i capelli troppo bombati, sulle

labbra

troppa matita. Sorride, i denti non sono un granché. Non è poi

così bella. Mi alzo in piedi come mi ha insegnato mia madre e ci

stringiamo la mano.

"Piacere."

"Mi ha tanto parlato di te, sei tornato da poco vero?"

"Ieri."

"Come sei stato fuori?"

"Bene, molto bene."

Si siede tranquilla e accavalla le gambe. Gambe lunghe, molto

belle, scarpe leggermente consumate, un po' troppo. Dalle scarpe,

ho letto, si riconosce la vera eleganza di una persona. Leggo un

sacco

di cose ma non mi ricordo mai dove. Ah sì, era "Class",

sull'aereo.

Era un'intervista a un buttafuori. Diceva che dalle scarpe decide

sempre se far entrare una persona nel suo locale o no. Lei sarebbe

rimasta fuori.

"E quanto tempo sei stato a New York?"

"Due anni."

"Tanto" sorride guardando mio padre.

"Ma sono passati così, senza problemi."

Spero non faccia altre domande. Forse lo capisce. E si ferma.

Tira fuori dalla borsa un pacchetto di sigarette. Diana blu. Anche

su questo il buttafuori sarebbe rimasto indeciso. Poi se ne

accende

una con un Bic colorato e dopo aver dato la prima tirata si guarda

in giro. Lo fa solo per far capire, non cerca niente in realtà.

"Ecco, Monica" si precipita vicino a lei mio padre con un

portacenere

preso al volo da un comò lì dietro.

"Grazie" tenta di far cadere della cenere nel portacenere. Ma

è ancora troppo presto. Sulla sigaretta c'è stampata mezza sua

bocca

sotto forma di rossetto rosso, con tutte le sue zigrinature. Odio

il rossetto sulla sigaretta.

"Be', io vado, arrivederci."

"Ciao Stefano, mi ha fatto piacere conoscerti" sorride un po'

troppo. E mi segue mentre mi allontano.

"Aspetta, ti accompagno."

Vado con mio padre verso la porta.

"Ci conosciamo da qualche mese. Sai, in fondo sono quattro

anni che non uscivo con una donna." Ride. Ogni volta che deve far

passare qualcosa che gli sembra difficile, ride. Ma che cazzo

c'avrà

da ridere? E poi si giustifica troppo. Sembra sempre che cerchi di

convincere se stesso delle scelte che fa. Comunque non me ne frega

niente. Non vedo l'ora di farla finita.

"Sai, è simpatica..."

Mi racconta qualcosa di lei. Ma non lo sto a sentire. Vedo che

parla, parla, parla. Ma penso ad altro. Mi ricordo che ero piccolo

e mia madre scherzava con lui in camera da pranzo. Poi ha

cominciato

a correre e lui subito dietro nel corridoio, inseguendola

fino alla porta della camera da letto e io correvo dietro a papà e

gridavo:

"Sì, prendiamola, catturiamola!". Poi hanno lottato un po'

sulla porta. Mamma rideva e si voleva chiudere dentro e lui invece


cercava di entrare. Alla fine mamma ha lasciato andare la porta

ed è corsa verso il bagno. Ma lui l'ha raggiunta e l'ha buttata

sul

letto e papà rideva perché lei ha iniziato a fargli il solletico.

Ridevo

anch'io quel giorno. Poi è arrivato Paolo. Allora mamma e papà

ci hanno fatto uscire dalla stanza. Hanno detto che dovevano

parlare

ma ridevano mentre lo dicevano. Allora io e Paolo siamo andati

in camera nostra a giocare. Poi, un po' più tardi anche loro

due sono venuti da noi. Ma chiacchieravano piano, lenti, erano

come

morbidi in viso. Li ricordo con una luce diversa, come se fossero

luminosi. Perfino nei capelli, negli occhi, nel sorriso. E si sono

messi a giocare con noi e mamma mi abbracciava e rideva e mi

pettinava sempre i capelli. Me li mandava indietro, un po' con

forza,

per scoprire il viso. Mi dava fastidio ma glielo lasciavo fare.

Perché

le piaceva. E perché era la mia mamma.

"Scusa papà, ma devo proprio scappare..." Tronco chissà quale

discorso.

"Ma mi hai sentito? Hai capito allora? Alle due da Vanni. Ti

aspetta

il signor Romani per il programma." Stava parlando di questo.

"Sì, certo, ho capito. Il signor Romani alle due da Vanni. "

Sbuffo.

"Scusami, eh?"

Poi scendo veloce per le scale, non mi fermo a guardare indietro.

Poco dopo sono sulla moto. Ho fretta di allontanarmi. Ho voglia

di andare lontano. Cambio le marce e la velocità, non so perché,

mi piace più del solito.

Capitolo 14.

Babi, che fine hai fatto? Una bella canzone diceva che è facile

incontrarsi anche in una grande città. Sono giorni che giro. Non

volendo, la cerco. Mi ha preso in giro quella canzone. Non c'è

traccia

di lei. Senza accorgermene, mi ritrovo sotto casa sua. Fiore, il

portiere, non c'è. C'è la sbarra abbassata. Un nuovo negozio di

vestiti

lì vicino, dove prima c'era un'autorimessa. Perfino Lazzareschi

non c'è più. C'è un nuovo ristorante, Jacini. Elegante, tutto

bianco.

È come se qualcuno volesse quasi costringerci a migliorare. Ma

io resto così, come sono, con il mio giubbotto Levi's un po'

strappato

e la moto con le marmitte allentate.

"Ehi, ma tu non sei Step?"

Mi giro e non ci credo. E mo', chi è questa qua? Sono seduto

sulla moto davanti al giornalaio quando mi si avvicina questa

strana

"sgnappetta" castana chiara, con la faccia divertente, da

impunita,

le mani sui fianchi come se non avessi capito.

"Allora? Sei tu o no?"

"Ma tu chi sei?"

"Mi chiamo Martina, abito qui agli Stellari. Potresti rispondere?"

"Perché me lo chiedi?"

"E tu rispondi... che, hai paura?"

Mi fa quasi ridere, è forte. Avrà sì e no undici anni.

"Sì, sono io Step."

"Veramente sei Step? Non ci credo. Non ci credo. Non ci posso

credere... Non ci credo."

La guardo divertito. Sono io che non riesco a crederci.

"Allora?"

"Tu forse non ti ricordi di me, sarà stato due anni fa, ero sulle

scalette del comprensorio con due mie amiche e stavo mangiando

la pizza rossa e tu salivi di corsa e hai detto 'Mmmh, mi sembra

buona quella pizza' e io non ti ho risposto, ma ho pensato un

sacco

di cose, e te l'avrei fatta assaggiare! "

"Forse avevo fame..."

"No, ma questo non c'entra."

"Non ci sto capendo più niente."

"No, ti volevo dire che per me, anzi per noi, c'è una cosa

pazzesca

che tu hai fatto. Ne parliamo sempre con le mie amiche, ti

giuro, quella scritta sul ponte di corso Francia... Io e te... Tre

metri

sopra il cielo. Mamma, lo pensiamo sempre. Ma come ti è venuto

in mente? Cioè, ma veramente l'hai fatta tu?"

Non so cosa rispondere, ma non importa. Tanto non me ne dà

neanche il tempo.

"Cioè, per me quella è la scritta più bella del mondo. Quando

mamma mi accompagnava a scuola la guardavo. Ma poi lo sai che

qualcun altro ha fatto quella stessa scritta? Cioè, ti hanno

copiato!

C'è quella scritta anche in altri posti di Roma, ti giuro, è

pazzesco,

sta in un sacco di posti! E una mia amica quest'estate al mare mi

ha detto che l'ha vista anche nella sua città! "

"Veramente non volevo lanciare una moda."

Immagino per un attimo se ora passassero i miei amici, quelli

di un tempo e mi vedessero stare qui intrattenuto da questa specie

di "sgnappetta"... Eppure mi piace.

"Be', comunque è pazzesco, noi tutte sogniamo un ragazzo che

faccia una scritta così per noi. Ma mica è facile trovare un tipo

così! "

Mi guarda e sorride. Mi ha fatto un complimento secondo lei.

"Ecco, lo vedi quello lì..."

Mi indica, senza farsi vedere troppo, un ragazzino vicino

all'uscita

del comprensorio. È seduto sulla catena che va da un pilastro

all'altro. Si dondola dandosi una spinta con le sue grosse scarpe

da

ginnastica. Ha i capelli lunghi, una specie di codino con un

nastro

colorato alla fine, ed è un po' cicciotto.

"Si chiama Thomas, mi piace un casino e lo sa." Il tipo la vede.

Sorride da lontano. Alza il mento come per salutarla. Sembra

anche incuriosito che Martina parli con un ragazzo più grande.

"Sì, secondo me lo sa. Fa apposta il cretino con le mie amiche,

e mi dà un fastidio! Se becco chi gliel'ha detto... Ma fino a

quando

non sono sicura... Ma a quello lì quando gli verrebbe in mente

una scritta bella come la tua, eh?"

Guardo Martina e penso a tutto quello che ha ancora da vivere.

Alla bellezza del suo primo amore, di quello che sarà, di quello

che non pensi mai possa finire.

"Al massimo fa una scritta da deficiente per la sua squadra. E

poi la sai una cosa? Questa te la devo proprio raccontare. Una

volta

mio padre e mia madre, che stanno insieme da un sacco di tempo,

almeno da poco prima che nascessi io, be' un giorno stavano

litigando

come pazzi per casa, io stavo in camera mia e li sentivo

benissimo,

e mia madre a un certo punto ha detto a mio padre: 'Il tuo

non è amore, ti sei fatto due conti, hai visto che ero una brava

ragazza

e che potevo andar bene... ma l'amore non è questo, hai capito?

L'amore non è come fare i conti dall'alimentari. L'amore è quando

fai una cosa pazza, come quella scritta sul ponte. Io e te... Tre

metri

sopra il cielo. Ecco, quello è amore'. Così gli ha detto, hai

capito?

Bello, no? Eh? Che pensi Step, ha ragione mia madre, vero?"

"Quella scritta era per una ragazza."

"Oh lo so, come no, era per Babi. Abita qui agli Stellari, nella

palazzina D, la conosco e la vedo ogni tanto, Io so che era per

lei,

che ti credi, so tutto."

Inizia a infastidirmi. Cosa può sapere? Cosa sa? Non voglio

sapere.


"Be', grazie Martina, ora devo proprio andare."

"Lo dicevamo sempre noi amiche che lei era fortunatissima.

Una scritta così poi. Io un ragazzo che mi fa una scritta così non

lo

lascerei mai. Ti posso fare una domanda?"

Non mi dà il tempo di rispondere.

"Ma perché vi siete lasciati?"

Rimango per un po' in silenzio. Poi accendo la moto. È l'unica

cosa che posso fare.

"Non lo so. Se avessi la risposta ti giuro che te la darei."

Sembra dispiaciuta sul serio. Poi viene rapita di nuovo dalla sua

allegria.

"Be', comunque, se passi un'altra volta da queste parti magari

ci mangiamo insieme un pezzo di quella pizza rossa, eh?"

La guardo e le sorrido. Io e Martina, undici anni, che ci mangiamo

la pizza. I miei amici impazzirebbero. Ma non glielo dico.

Almeno lei, con la sua età, che si tenga stretta i suoi sogni.

"Certo, Martina, se passo di qua."

Capitolo 15.

Paolo non è tornato. Forse non torna per pranzo. La casa è

perfettamente

in ordine. Troppo in ordine. Preparo la sacca. Calzettoni,

maglietta, pantaloncini, una felpa e mutandine. Mutandine.

Pollo mi prendeva sempre in giro perché usavo i diminutivi per

ogni cosa. "Facciamo un giretto. Ti va un caffettino? Mi

andrebbero

due pennette..." Questa cosa deve avermela attaccata mia madre.

Gliel'ho detto una volta a Pollo. Lui si è messo a ridere. "Quanto

sei donna," mi diceva, "hai una donna dentro." E mia madre ha

riso quando gliel'ho raccontato. Chiudo la zip della borsa. Mi

manchi,

Pollo. Mi manca il mio migliore amico. E non posso far niente

per farlo tornare. Non posso incontrarlo. Prendo la sacca ed esco.

Affanculo, non voglio pensare. Mi guardo allo specchio mentre

l'ascensore

scende. Sì. Non voglio pensare. Mi metto a cantare una

canzone americana. Non mi ricordo le parole. Era l'unica che

sentivo

sempre a New York. Una vecchia di Bruce. Cazzo, cantare fa

bene. E io voglio star bene. Esco dall'ascensore con la sacca

sulle

spalle. Canticchio: "Needs a local hero, somebody with the right

style...". Sì, era qualcosa del genere. Ma non importa. Pollo non

c'è

più. Piccolo eroe. "Lookin' for a local hero, someone with the

right smile..." Vorrei tanto parlare un po' con lui ma non è

possibile.

Mia madre invece abita da qualche parte ma non ho voglia di

parlare con lei. Ci provo di nuovo... "Lookin' for a local hero."

Cazzo

non ho imparato niente di quella canzone.

Flex Appeal, la mia palestra, la nostra palestra. Nostra, dei

nostri

amici. Scendo dalla moto. Sono emozionato. Cosa sarà cambiato?

Ci saranno altre macchine? E poi chi incontrerò? Mi fermo

un attimo nella piazzetta prima dell'ingresso. Guardo nella

vetrata

appannata dalla fatica e dal sudore.

Delle ragazze ballano al ritmo di una canzone americana nella

sala grande. Tra loro ci sono solo due uomini che tentano

disperatamente

di andare a tempo con il bodywork di Jim. Così leggo

sul foglio attaccato all'entrata che indica la speciale lezione o

quel che deve essere. Indossano scarpe, body, tutine e top quasi

tutte di marca. Pare una sfilata. Arabesque, Capezio, Gamba,

Freddy, Magnum, Paul, Sansha, So Danca, Venice Beach, o Dimensione

Danza. Come se nascoste dietro un nome potessero ballare

meglio. Come cazzo fanno due uomini a non vergognarsi per

quel miserabile tentativo di ginnastica. In mezzo a tutte quelle

donne poi. Body stretti e colorati, trucchi perfetti, calzamaglie

nere, pantaloncini o tute aderenti... e poi, due uomini in

calzoncini.

Uno pelato, l'altro quasi. Hanno la maglietta larga che nasconde

la pancia. Saltano scoordinati, affannati, disperatamente

alla rincorsa del ritmo. Ma non lo trovano. Anzi, qualcuno deve

averglielo nascosto per bene fin dall'infanzia. Insomma, fanno

pena.

Vado oltre ed entro. In segreteria c'è un ragazzo mezzo tinto,

capello lungo, faccia abbronzata. Parla sommessamente al cellulare

con un'ipotetica donna. Mi vede e continua per un po' a

chiacchierare,

poi alza lo sguardo e si scusa con una certa "Fede" al telefono.


"Prego?"

"Vorrei fare la tessera. Tutto il mese."

"Sei già stato qui da noi?"

Mi guardo in giro, poi guardo lui.

"Ma non c'è Marco Tullio?"

"No. È fuori. Lo puoi trovare domani mattina."

"Ok, allora mi iscrivo domani, sono un suo amico."

"Come vuoi..."

Non gliene frega più di tanto, d'altronde i soldi non sono suoi.

Vado nello spogliatoio. Due ragazzi si stanno cambiando per

allenarsi.

Ridono e scherzano. Parlano del più e del meno e di una certa

ragazza. "Niente, siamo stati a cena alla Montecarlo, la pizzeria.

Oh, non sai... Ogni due minuti le squillava il cellulare. Era

l'uomo

che sta facendo il militare. E lei giù che gli raccontava

cazzate."

"Ma no, giura!"

"Te lo giuro."

Ascolto mentre mi cambio, ma già immagino come va a finire:

"E lei che diceva 'ma no, no, sto a cena con Dora. Dai, te la

ricordi

quella che c'ha il negozio, è una parrucchiera'...".

"Ma dai, e lui?"

"E lui che poteva fare? Le credeva. Alla fine siamo andati a casa

sua e mentre lei mi faceva un pompino, ha squillato di nuovo il

suo telefonino."


"No! E tu che hai fatto?"

"Io? Ho risposto, che dovevo fare?"

"E che gli hai detto?"

"Mi dispiace ma in questo momento non può proprio rispondere,

sta discutendo con Dora! "

"Ma dai! Troppo forte." E giù risate.

"Da allora Dora è il soprannome che ho dato al mio uccello.

Eccolo qui..." lo tira fuori e lo mostra all'amico. "Ciao Dora,

saluta

Mario!"

Ridono come pazzi mentre il tipo con "Dora" in mano saltella

a piedi nudi sul bagnato. Alla fine scivola e cade per terra.

L'altro

ride ancora di più mentre io vado ad allenarmi.

"Tienimi le chiavi, le metto qui." Infilo le chiavi con le quali

ho

chiuso l'armadietto in un portapenne sulla scrivania. Il tipo alla

segreteria

mi fa un cenno con la testa e continua a chiacchierare al

telefonino. Poi ci ripensa. Mette la mano sopra il telefonino e

decide

di dirmi qualcosa.

"Ehi capo, per oggi puoi allenarti, ma domani devi fare la

tessera.

"

Mi guarda soddisfatto con la faccia un po' da paraculo, un po'

da duro. Poi con un sorriso ebete torna a parlare. Si gira e mi dà

le

spalle. Si vanta. Ride. Sento le sue ultime parole: "Hai capito,

Fede?

È arrivato e crede di stare a casa sua".

Non fa in tempo a finire. Lo prendo per i capelli. A mano piena.

Quasi lo alzo dalla seggiola. Si mette sull'attenti con la testa

leggermente

piegata verso di me. I capelli tirati in gruppo fanno un

male cane. Lo so. Me lo ricordo. Ma ora sono i suoi.

"Chiudi il telefonino, coglione." Abbozza un "Ti richiamo eh,

scusami". E chiude.

"Allora, per prima cosa questa è casa mia. E poi..." gli tiro i

capelli

più forte. "Ahia, ahia mi fai male."

"Invece io voglio che senti bene: non chiamarmi mai più capo

in vita tua. Hai capito?"

Cerca di fare un sì con la testa ma accenna solo un piccolo

movimento.

Tiro più forte per esserne sicuro.

"Non ho sentito... Hai capito?"

"Ahia, ahia... Sì."

"Non ho sentito."

"Sì" quasi urla dal dolore. Ha le lacrime agli occhi. Mi fa anche

un po' pena. Lo lascio andare con una piccola spinta. Si accascia

sulla sedia. Si massaggia subito la testa.

"Come ti chiami?"

"Alessio."

"Ecco, sorridi," gli do due schiaffetti leggeri sulla guancia,

"ora

puoi richiamarla se ti va, dille pure che hai reagito, che mi hai

cacciato

dalla palestra, che mi hai menato, di' pure quello che ti pare,

ma... non te lo dimenticare. Non mi chiamare mai più capo."

Poi una voce alle mie spalle.

"Anche perché dovresti saperlo. Lui si chiama Step." Mi giro

sorpreso, anche leggermente in difesa. Non mi aspettavo di sentire

il mio nome. Non ho visto nessuno dei miei amici, nessuno che

possa sapere il mio nome. E invece c'è qualcuno. Lui. È magro,

anzi

magrissimo. Alto, braccia lunghe, capelli con un taglio comune,

sopracciglia un po' folte, unite al centro sopra un naso lungo che

sporge su delle labbra strette di una bocca larga. Forse è così

larga

perché sorride. Sembra un francese. Sicuro di sé, tranquillo, ha

le mani in tasca e lo sguardo divertito. Porta i pantaloni lunghi

della

tuta e una felpa sbrindellata sul rosso stinto. Sopra ha un

giubbotto

Levi's chiaro. Non so classificarlo.

"Non ti ricordi di me, vero?" No, non mi ricordo. "Guardami

bene, forse sono cresciuto." Lo guardo meglio. Ha un taglio sopra

la fronte, nascosta dai capelli, ma niente di grave. Si accorge

cosa

sto guardando. "È stato l'incidente in macchina, dai, sei anche

venuto

a trovarmi all'ospedale."

Cazzo come facevo a non ricordarmi!

"Guido Balestri! È una vita... Stavamo alle medie insieme."

"Sì e abbiamo fatto i due anni del liceo. Poi ho abbandonato."

"Sei stato bocciato? Non mi ricordo proprio tutto."

"No, ho seguito mio padre."

Ah, è vero. Come no! Balestri. Il padre è un grande non so che,

uno che sta sempre in mezzo a tutte quelle cose, società per

azioni

o roba del genere. Stava sempre in giro per il mondo.

"Allora... come stai?"

"Bene e tu?"

"Bene anch'io. Bello rivederti. Ho sentito tanto parlare di te,

Step, qui a Vigna Clara ormai sei un mito."

"Be', non direi proprio."

Rivolgo lo sguardo ad Alessio. Sta mettendo a posto dei fogli e

fa finta di non sentire. Non riesce a non toccarsi i capelli.

Guido

ride divertito.

"Che c'entra, sei un mito per chi conosce le nostre storie. Si

parla ancora di quelle risse mitiche... Mi ricordo di quando hai

fatto

a botte col Toscano dietro a Villa Flaminia nel boschetto."

"Eravamo dei ragazzini..."

Guido rimane un po' deluso.

"So che sei stato a New York."

"Sì, sono stato fuori due anni."

"Stasera ci vediamo. Siamo un po' di gente, andiamo a mangiare

una pizza. Perché non vieni anche tu?"

"Chi siete?"

"Un po' di gente del Villa Flaminia. Li ricordi senz'altro, dai...

Pardini, Blasco, Manetta, Zurli, Bardato, tutti loro. Insomma con

donna o senza. Dai vieni, cazzo, farà piacere a tutti rivederti.

Andiamo

a Bracciano all'Acqua delle donne."

"Mai stato."

"È un posto bellissimo, anzi se c'hai la donna portala. Posto

incantevole.

Una volta mangiato lì, dopo... è tutta una passeggiata...

e in discesa. Il dessert ti spetta di diritto... ma a casa sua."

Riesce a farmi ridere: "A che ora andate?".

"Verso le nove."

"Vengo a mangiare ma evito la passeggiata..."

"Cioè senza donna." Ride in maniera strana. Me lo ricordavo

più sveglio. Ha un dente davanti spezzato e non dava mai troppa

confidenza. Ora me lo ricordo meglio. Lo chiamavamo Scorza.

Era tutto un programma. Correva che era uno sfacelo. Quando

ci allenavamo a scuola nel campo da corsa del Villa Flaminia,

gareggiava

nell'ultimo gruppo. "I porcellini" li chiamava Cerrone,

il nostro prof di Educazione fisica. Anche il prof era strano

forte.

Mentre facevamo ginnastica si metteva a leggere il giornale

sportivo e per controllarci ci faceva due buchi al centro. Come se

noi non ce ne accorgessimo. Però sui tre porcellini era

imbattibile.

Arrivavano al traguardo in tre, lui, Biello e Innamorato, bianchi

cadaverici, con la lingua di fuori. "Porcellini da latte! "

gridava

il prof. "Vi dovremmo mettere allo spiedo e farvi rosolare." E

rideva come un pazzo. Ma questo a Balestri non glielo ricordo.

Forse è meglio di no. In fondo mi ha invitato a cena. Anzi ci

tiene

a ricordarmelo.

"Oh, allora alle nove all'Acqua delle donne, eh, con donna o

senza. "

"Va bene."

Mi saluta e scappa via. Che verrà a fare in palestra? Non ha un

chilo, non sale di peso, è magro come il mio ricordo più sbiadito.

Cazzi suoi. Però è simpatico.

Ecco. Lo sapevo! Lo sapevo che Step veniva ad allenarsi qui in

palestra. Ne ero sicura. Ed ero sicura che veniva proprio in

questa

palestra! Sono troppo forte. E lui è troppo conservatore. Troppo.

Spero che almeno in qualcosa cambi! ! ! Be', ora me ne vado. Non

mi ha visto. Io invece ho sentito quello che dovevo sentire.

Attacco con le prime macchine, mi scaldo veloce, ripetizioni a

raffica, per ammorbidire i muscoli. Carico poco, il minimo

indispensabile.

Vedo uscire una ragazza di fretta con un cappellino

arancione mezzo calato in testa. Certo che ce ne sono di persone

strane al mondo. Lì vicino due altre ragazze parlano fra loro e

ridono

di qualcosa. Racconti della serata prima o di quello che deve

ancora accadere. Una è leggermente truccata, porta i capelli corti

mesciati e se li tocca in continuazione. Ha un bel fisico e sta a

gambe

larghe perché sa di averlo. L'altra è più cicciotta e non tanto

alta,

capello alle spalle, più scuro del solito forse perché sporchi. Ha

le mani sui fianchi e una tuta grigia leggermente macchiata dalla

quale spunta fuori anche un po' di pancia.

"Lavorate! Qui in palestra si viene per lavorare..." Sorrido

mentre

passo. Quella bassa mi risponde facendo una specie di smorfia.

L'altra è più tranquilla: "Siamo in fase recupero".

"Da che?"

"Stress da pesi."

"Pensavo qualcosa di meglio."

"Quello più tardi..."

"Non ne dubito." Ora ridono tutte e due. In realtà sull'altra ho

qualche dubbio. Ma una donna qualcosa la spunta sempre. Non

c'è niente da fare, noi dovremmo essere più compatti, almeno in

certi casi. La guardo meglio. Dice qualcosa all'amica indicandomi

con lo sguardo. L'altra mi guarda. La vedo riflessa nello specchio

che sorride. È bella con i capelli corti, ha un seno piccolo

perfettamente

disegnato sotto il suo body. Le s'intravedono i capezzoli.

Lo sa ma non si copre. Sorrido e penso ai miei addominali. Faccio

subito una prima serie da cento. Quando ho finito le due ragazze

non ci sono più. Saranno andate a farsi la doccia. Chissà se le

riconosco

quando le incontro. È incredibile come una donna che

esce dagli spogliatoi può essere diversa da quella che hai visto

poco

prima sotto i pesi. Ma non c'è verso, migliorano tutte. Al massimo


te la potevi immaginare elegante e invece quella che t'esce la

vedi con degli stivali con le borchie d'oro o roba del genere. Ma

comunque diverse. Miracoli del trucco. Ecco perché la spuntano.

Seconda serie da cento. Guardo il soffitto senza fermarmi, uno

dopo

l'altro, con le mani dietro la testa, con i gomiti allineati,

tesi,

aperti. Uno dopo l'altro. Ancora più forte. Non ce la faccio più,

il

dolore inizia a sentirsi, penso a mio padre, alla sua nuova donna.

Continuo senza fermarmi. 88, 89, 90. Penso a mia madre. 91, 92.

Quant'è che non la vedo. 94, 95. Devo chiamarla, dovrei chiamarla.

98, 99, 100. Finito.

"Non ci posso credere, Step! " Mi giro, quasi non riesco a parlare

dal dolore agli addominali. Per un attimo mi ricordo il film di

Troisi quando lui, pur di vedere la donna che gli piace tanto,

corre

intorno al palazzo e quando la incontra non ha il fiato per

parlarle.

Troppo forte Troisi.

"Che ci fai? Aho, sei tornato... Mi avevano detto che eri fuori

a New York ! "

Ancora? Oh, non c'è niente da fare. Non sono proprio riuscito

a passare inosservato.

Finalmente mi sono ripreso e lui lo riconosco facilmente.

"Ciao Velista, come stai?"

"Ancora con questo soprannome. Lo sai che non mi ci chiama

più nessuno?"

"Vuol dire che sei cambiato?"

"Ma di che poi? Io non ho mai capito perché mi chiamavate

tutti il Velista, manco a dire che amo le barche, non ci so' quasi

mai

andato."

"Veramente non sai il significato del tuo soprannome?"

"No, ti giuro."

Lo guardo. Denti un po' larghi, come allora, una felpa sdrucita,

un paio di pantaloncini verdi chiari, i calzettoni calanti,

sbrindellati,

perfettamente in linea con un paio di Adidas stansmith ormai

decrepite. Il Velista.

"Allora?"

Mento. "Ti chiamavano Velista perché amavi tanto il mare."

"Ah, ecco ! Ora ho capito, quello è vero. Mi piace proprio tanto.

"

È soddisfatto ora, fiero del suo nome. Sembra quasi guardarsi allo

specchio, tanto l'ha rivalutato. In realtà non c'aveva mai una

lira,

veniva con noi solo per mangiare la pizza e scroccare. Per questo

tutti

dicevano che "andava a vela". Povero Velista. Una volta prese un

sacco di botte da una mignotta giù al bowling, vicino all'Amene

perché

dopo non so quale lavoretto, voleva pure lo sconto. Aveva solo

10 euro in tasca e aveva goduto per almeno 20.

"Oh, so' proprio felice di rivederti."

Mi guarda contento, lo sembra davvero.

"Hai già visto qualcuno?"

"No, sono arrivato ieri. Non ho visto nessuno qui in palestra."

"Ma sai, adesso s'allenano un po' da tutte le parti. Qualcuno

poi s'è messo a lavora', qualcun altro se ne è andato fuori

all'estero.

Oh ecco, guarda chi arriva."

Fuori dalla finestra si vede passare una borsa blu scuro sopra

le spalle di un uomo dai capelli corti.

"Non lo riconosco." Lo guardo meglio. Niente. Il Velista prova

a darmi una mano.

"Ma dai, è il Negro. Non te lo ricordi?"

"Ah, ho capito, sì, ma lo conoscevo solo di vista."

Il tipo entra e saluta il Velista: "Ciao Andre'. Che fai,

t'alleni?".

Il Velista incredulo mi indica fiero."Ma hai visto con chi sto?

È Step."

Il Negro mi fissa per un po'. Poi sorride. Ha la faccia simpatica,

uno zigomo un po' ammaccato, mi viene incontro: "Ma dai,

Step... Certo, come no. È una vita che non ci vediamo".

Ora lo riconosco. Porta i capelli corti. Prima li teneva sempre

un po' lunghi, oliati, stava fisso con un giubbotto blu

all'Euclide

di Vigna Stelluti.

"Non sapevo avessi questo soprannome. Il Negro. Mi ricordo

che ti chiami Antonio."

"Sì, dopo la storia di Tyson, dicono che ci somiglio."

Ha il collo un po' taurino, la pelle porosa e il naso un po'

ammaccato,

capelli corti alla Tyson. Ha gli occhi un po' a palla e il labbro

superiore più grosso del solito.

"Be', insomma mica ci somigli tanto."

"Ma no fisicamente! " Ride sguaiato e comincia per un po' a

tossire.

"Per la storia della rissa! Pure io so' andato a un concorso di

miss a Terracina e poi c'ho provato con una che stava a

partecipa'.

Hai capito? Per questo dicono che so' Tyson. 'Sta stronza, mi ha

invitato

su in camera, io volevo scopa' e lei pensava che je volessi

racconta'

le barzellette. S'è offesa pure e non ci voleva sta'. Ma io jo

fatto

capi' che il suo era solo un problema di capoccia. E da allora mi

chiamano il Negro." Ridono come pazzi lui e il Velista.

"No, sai, è uscita la storia su tutti i giornali di Borgo Latino,

giù

prima di Latina. Il Tyson della Pontina, un mito. Che poi alla

fine

c'avevo ragione io, a questa je pure piaciuto."

Il Velista ci mette il carico: "Mejo de Tyson" e continuano a

ridere

e a tossire.

"A proposito, so che sei stato in America, a New York, se non

sbaglio."

Si ricomincia.

"Sì, sono stato laggiù. C'ho passato due anni, ho fatto un corso

e sono tornato ieri. E ora c'ho voglia di allenarmi. " Cerco di

troncare.


"Oh, ti va di fare due tiri? Mi dicevano tutti che eri forte a

boxare."

Il Negro sorride della sua proposta. È sicuro di sé e continua:

"Be', magari è un sacco di tempo che non t'alleni, se non ti va

non

ti sta' a preoccupa'. È che tutti parlavano di 'sto mito, 'sto

mito, e

mo' che ce l'ho davanti...".

Il Negro ride divertito, troppo sicuro di sé. Deve essere uno

che s'allena tutti i giorni almeno un'oretta e mezza.

"Ma no, figurati. Mi va."

"Allora vado subito a cambiarmi."

Vedo una luce diversa nei suoi occhi, più svegli, acuti,

leggermente

socchiusi.

Il Velista rimane invece idiota come prima: "Aho, forte

'st'incontro.

C'ho una sete pazzesca, Negro. Che, te posso segna' un Gatorade

che oggi non c'ho una lira?".

Il Negro fa segno di sì con la testa e va dritto negli spogliatoi.

Il Velista va allegro verso il bar confermando così il suo

soprannome.

Io invece rimango solo. Alessio alla segreteria mi fissa. Sta

succhiando

un Chupa-Chups e mi guarda in maniera diversa da prima.

Abbassa gli occhi e si rimette a leggere un "Parioli Pocket" che

ha poggiato sul tavolo. Sfoglia due pagine, poi mi guarda di nuovo

e sorride. "Scusa, Step, per prima. Non ti conoscevo. Non sapevo

chi fossi."

"Perché, chi cazzo sono?"

Rimane per un attimo perplesso, cercando qualche risposta

nell'aria.

Ma non trova niente. Poi ci ripensa e prende coraggio.

"Be', sei uno che si conosce."

"Uno che si conosce..." Ci penso un attimo. "Sì, è un argomento

interessante. Bravo. Vedi a volte... Non lo avevo considerato."

Sorride felice, per niente cosciente del fatto che lo prendo per

il culo.

"Senti..."

"Dimmi, Step."

"Sai se c'è qualcosa per boxare?"

"Come no."

Esce da dietro la segreteria e si muove veloce verso una panca

all'ingresso. Alza i sedili. "Qui sotto c'è la roba di Marco

Tullio.

Lui non vuole mai che nessuno la usi. "

"Grazie."

Mi guarda con entusiasmo. Mi siedo sulla panca e comincio a

infilarmi i guantoni. Non lo guardo, ma sento i suoi occhi su di

me.

"Vuoi che te li stringo?"

Lo guardo per un attimo. "Ok."

Viene veloce verso di me. Prende i lacci con cura, li avvolge

intorno

ai guantoni, lo fa con precisione. Ora non ride, è serio. Si

morde leggermente le labbra mentre i capelli lunghi gli coprono

ogni tanto gli occhi. Con l'altra mano li butta all'indietro

mentre

continua a fare il suo lavoro. Lentamente, con cura, stringendo

con

precisione. "Fatto!" Sorride. Mi alzo in piedi. Sbatto i guanti

uno

contro l'altro.

"Vanno bene, no?"

Vuole essere sicuro di aver fatto un buon lavoro.

"Ottimi!"

Dallo spogliatoio femminile escono le due ragazze di prima.

Quella alta ha un paio di pantaloni neri stretti fino alle

caviglie, un

trucco leggero e un rossetto che rende le sue labbra tranquille e

accoglienti.

Una borsa a tracolla su una camicia bianca con piccoli

bottoni perlati, il tutto si intona con il suo passo elegante.

Quella

bassa invece ha una gonna scozzese a quadri blu e marrone troppo

corta per le sue gambe e due mocassini neri che rendono

ingiustizia

alla sua camicia celeste. Del trucco ha cercato in qualche

modo di miracolare il suo viso. Ma almeno per oggi quelli di

Lourdes

dovevano essere in vacanza. Si fermano alla segreteria. Alessio

fa il giro e dà loro le tessere.

Quella alta mi si avvicina: "Ciao, io mi chiamo Alice".

"Stefano." Allungo il guantone, come per darle la mano.

Lei lo stringe sorridendo: "Lei è la mia amica Antonella".

"Ciao."

"Che fai, combatti?"

Si, ci provo.

"Ti dispiace se restiamo a vedere un po' l'incontro?"

"Perché mi dovrebbe dispiacere. Be', se poi fate il tifo per me,

certo che non mi dispiace."

Ridono. "Va bene, puntiamo su di te. Che si vince?"

In quel momento esce il Negro. Ha un paio di calzoncini blu

morbidi e lunghi, quelli da vero pugile. Ha già infilato i

guantoni.

Ha qualche segno sulle braccia e due o tre tatuaggi di troppo. È

ben messo. Non me lo ricordavo così.

Alice mi si avvicina: "Ma combatti contro il Negro?".

Allora è conosciuto anche lui.

"Sì, perché?"

"Mi sa che abbiamo sbagliato a puntare su di te."

Mi guardano, sembrano realmente preoccupate.

Cerco di tranquillizzarle. "Va be', animo ragazze, al massimo

durerà poco."

Il Negro ci interrompe. "Allora... entriamo?"

Ha fretta.

"Come no. Vai avanti tu."

Entra nella sala dell'aerobica. Due ragazze stanno facendo un

po' di addominali su dei tappeti di gomma blu. Sbuffano vedendoci

entrare.

"Oh, non mi dite che ce ne dobbiamo andare."

Cerco di metterla sullo scherzo: "Be', a meno che non volete

combattere pure voi due".

Il Negro non ha il senso dello spirito: "Forza uscite". In un

attimo

sono fuori. "Tre round serrati, ti va?" Me lo dice con tono

eccessivamente

duro.

"Sì, mi va. Facciamo un buon allenamento."

"Facciamo un bell'incontro." Sorride in maniera antipatica.

"Ok, come vuoi tu." Alice è vicino alla finestra. "Ci prendi il

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