La prima indagine di Montalbano

uno

Della sua prossima promozione a commissario, a Montalbano ne venne fatta una specie di predizione, per strate del tutto traverse, esattamente dù misi avanti della comunicazione ufficiale con tanto di timbro.

In ogni ufficio statale che si rispetta infatti la predizione (o previsione, se meglio vi piace) del futuro, più o meno prossimo, di ogni componente di quell’ufficio – e degli uffici limitrofi – è esercizio quotidiano, banale, ovvio; non c’è bisogno, presempio, di taliare le viscere di un armalo squartato o di stare a vidiri la direzione di volo degli storni come facivano gli antichi. E non c’è manco nicissità di ricorrere alla lettura dei fondi di cafè, come si usa fare in tempi più moderni. E dire che di cafè, in quegli uffici, ogni jorno se ne beve un mare. No, per una predizione (o previsione, se meglio vi piace) basta meno di mezza parola, un accenno di taliata, un murmurio a vucca chiusa, un avvio d’isata di sopracciglio. E queste predizioni (o previsioni, se ecc.) non riguardano solo le facenne delle carriere dei burocrati, trasferimenti, promozioni, richiami, note di merito o di demerito, ma spisso e vulanteri ne investono la vita privata.

«Massimo massimo tra una simanata la mogliere del collega Falcuccio gli metterà le corna col perito Stracuzzi» dice a voce bassa il ragionere Piscopo al geometra Dalli Cardillo taliando l’ignaro collega Falcuccio che sta andando al retrè.

«Davero?» fa tanticchia strammato il geometra.

«La mano sul foco.»

«E come fa a saperlo?»

«Si lasci prigare» dice il ragioniere Piscopo con un mezzo sorriso mentre cala la testa supra una spalla e posa la mano dritta sul cori.

«Ma lei l’ha mai vista la signora Falcuccio?»

«No, io mai. Pirchì mi fa questa domanda?»

«Pirchì io la conosco.»

«Embè?»

«Vede, ragioniere, è grassa, pilosa e mezza nana.»

«E che viene a dire? Forse che le fìmmine grasse, pilose e mezze nane non ci hanno macari loro quella cosa in mezzo alle gambe?»

E il bello è che, passati sette jorna da quella conversazione, la signora Falcuccio puntualmente si viene a trovare a rantuliare di piaciri (“Maria! Morta su gnu!”) nell’ampio letto vidovile del perito Stracuzzi.

E se questo capita in ogni ufficio normale, figurarsi quale altissima percentuale di riuscita hanno le predizioni (o previsioni, se ecc.) nei commissariati e nelle questure, dove tutto il pirsonale, senza distinzione gerarchica, viene appositamente allenato, istruito a cogliere il minimo indizio, il più leggero cangiamento del vento, e a trarne le dovute conseguenze.

La notizia della promozione a Montalbano non lo pigliò alla sprovista, era un atto dovuto, come appunto si diceva in quegli uffici, lui il suo periodo di apprendistato come vicecommissario l’aveva abbondantemente superato a Mascalippa, sperso paisi degli Erei, agli ordini del commissario Libero Sanfilippo. Ma la cosa che preoccupava Montalbano era indovi che l’avrebbero mandato, la cosidetta destinazione. Che è parola, destinazione, vicina assà a un’altra parola, destino. Perché promozione veniva macari a significare trasferimento. E quindi cangiamento di casa, di abitudini, di amicizie: un destino tutto da scoprire. Francamente di Mascalippa e dintorni lui si era abbuttato, non degli abitanti che non erano né peju né megliu di altri, con la giusta percentuale di sdilinquenti e di pirsone perbene, di cretini e d’intelligenti, no, sinceramente non ne poteva più del paesaggio. Intendiamoci bene, se c’era una Sicilia che gli faciva piaciri a taliarla era proprio quella Sicilia fatta di terra arsa e riarsa, gialla e marrò, indovi tanticchia di virdi testardo arrisaltava sparato come una cannonata, indovi i dadi bianchi delle casuzze in bilico sulle colline pariva dovissiro sciddricare abbascio a una passata più forte di vento, indovi persino alle lucertole e alle serpi alla controra gli veniva a fagliare la gana d’infrattarsi dintra a una macchia di saggina o d’ammucciarsi sutta a una petra, rassegnate inerti al loro destino, quale che era. E soprattutto gli piaceva taliare i letti di quelli che una volta erano stati fiumi e torrenti, almeno accussì si ostinavano a chiamarli i cartelli stratali, Ipsas, Salsetto, Kokalos, mentre adesso non erano altro che una fila di pietre bianche calcinate, di giammarite ’mpruvolazzate. Taliare il paesaggio gli piaciva, certo: ma camparci dintra, viverci jornata appresso jornata, era cosa da nesciri pazzi. Pirchì lui era omo di mare. A Mascalippa, certe matine all’alba, raprenno la finestra e tiranno un respiro funnuto, inveci di aviri i polmoni inchiuti, se li sintiva svacantati, l’aria gli viniva a mancare come doppo una lunga apnea. Di sicuro l’aria di prima matina di Mascalippa era bona, spiciali, sapiva di paglia e d’erba, sapiva di campagna aperta, ma a lui non bastava, anzi rischiava d’assufficarlo. Aviva bisogno d’aria di mari, aviva bisogno di gudìrsi il sciàuro delle alghe, aviva bisogno di liccarisi le labbra e sentirle tanticchia salate. Aviva nicissità di farisi lunghe passiate di prima matina a ripa di mare, con le onde di risacca che gli vinivano a carizzare i pedi. Una destinazione a un paisi di montagna come Mascalippa era peju di una cunnanna a deci anni di galera.

Quella istissa matina nella quale un tale che non ci trasiva pi nenti con questure e commissariati, ma che era uno statale (cioè a dire il direttore del locale ufficio postale), gli aviva vaticinato il trasferimento, Montalbano venne chiamato dal suo capo, il commissario Libero Sanfilippo. Il quale era uno sbirro vero, di quelli che si addunavano a prima botta se la pirsona che avivano davanti diciva la verità o sparava farfantarìe. E già all’epoca, vale a dire nel 1985, apparteneva a una razza in via d’estinzione. Come i medici che una volta avivano il cosiddetto occhio clinico e diagnosticavano la malatia del paziente solo a taliarlo e che oggi invece se prima non hanno tra le mani decine e decine di analisi fatte da machine all’avanguardia tecnologica non riescono a capirci un’amata minchia, manco di una semplici e tradizionali ’nfruenza. Anni appresso, quanno a Montalbano capitava di ripercorrere con la testa ai primi anni so’ di carriera, al primo posto ci assistimava Libero Sanfilippo che, con l’ariata di non volergli insignare nenti, gli aviva inveci insignato tante cose. In prìmisi, come raggiungere l’equilibrio interiore a petto di un fatto grave e sconvolgente.

«Se ti lasci pigliare da qualisisiasi reazione, sgomento, orrore, indignazione, pietà, sei completamente fottuto» gli ripeteva Sanfilippo a ogni occasione. Ma questo insegnamento Montalbano non seppe seguirlo che solo in parte, pirchì certe volte veniva sopraffatto, a malgrado di ogni resistenza, dai sentimenti e dalle emozioni.

In secùndisi, gli aviva spiegato come si coltivava quell’occhio clinico che il suo vice gli invidiava assà. Ma macari di questo secondo insegnamento Montalbano pigliò quel tanto che poteva: evidentemente quel tipo di taliata a raggi X come Superman era in gran parte dono di natura.

Il lato negativo del commissario Sanfilippo – almeno agli occhi del suo vice ex sissantottino – era la sua totale, cieca divozione a ogni Ordine meritevole della O maiuscola. L’Ordine costituito. L’Ordine pubblico. L’Ordine sociale. Nei primi tempi di Mascalippa Montalbano si spiò strammato come mai un galantomo bastevolmente colto avesse una tale ferrea fiducia in un concetto astratto che appena ti trovavi a trasportarlo nella realtà assumeva la sgradevole forma di un manganello e di un paro di manette. La risposta l’ebbe un giorno che per caso gli capitò tra le mano la carta d’identità del suo superiore. Il suo nome completo faceva Libero Pensiero Sanfilippo. Madonna santa! Ma Libero Pensiero, Volontà, Libertà, Palingenesi, Vindice erano i nomi tipici che una volta gli anarchici davano a figli e figlie! Sicuramente il padre del commissario era stato un anarchico e il figlio, per polemica, non solo si era fatto sbirro, ma gli era macari venuta la fissa dell’Ordine, in un tentativo estremo d’annullare l’eredità genetica paterna.

«Buongiorno, dottore.»

«Buongiorno. Chiuda la porta e s’accomodi. Fumi pure, se vuole. Ma mi raccomando la cenere.»

Già. Pirchì oltre all’Ordine con la O maiuscola, Sanfilippo amava macari l’ordine con la minuscola. Se tanticchia di cìnniri cadiva fora dal posacìnniri, Sanfilippo si agitava sulla seggia, si stracangiava in faccia, ci pativa.

«Come va il caso Amoruso-Lonardo? Procede?» attaccò il commissario.

Montalbano strammò. Quali caso? Filippo Amoruso, pinsionato sittantino, rifacendo il limmito del suo orto, l’aveva leggermente spostato mangiandosi deci centimetri scarsi del confinante orto di Pasquale Lonardo, pinsionato ottantino. Il quale, addunatosi del fatto, aviva sostenuto, in presenza di terzi, di essersi più volte carnalmente congiunto con la defunta madre dell’Amoruso, nota all’urbi e all’orbo come grannissima troia. Al che l’Amoruso, senza dire ai né bai, aveva infilato nella panza del Lonardo deci centimetri di serramanico, non calcolando però che il Lonardo in quel preciso momento teneva in mano uno zappone col quale, prima di stramazzari ’n terra, gli aviva spaccato la testa. Ora stavano tutti e dù allo spitali, denunziati per rissa e tentato omicidio. La domanda del commissario, nella sua totale inutilità, viniva a rappresentare una sola cosa: che Sanfilippo stava pigliando alla larga il discorso che aviva in mente di fargli. Montalbano s’inquartò a difisa.

«Procede» disse.

«Bene, bene.»

Calò silenzio. Montalbano spostò la natica mancina di qualichi centilimetro in avanti e accavallò le gambe. Non si sentiva a suo agio. C’era nell’aria qualichi cosa che gli dava nirbuso. Sanfilippo intanto aviva cavato dalla sacchetta dei pantaloni il fazzoletto e lo passava sul piano della scrivania per farlo sbrilluccicare di più.

«Ieri pomeriggio, come lei saprà, sono stato a Enna. Il signor Questore voleva parlarmi» disse tutto ’nzèmmula.

Montalbano scavallò le gambe e non sciatò.

«Mi ha comunicato la promozione a vicequestore e il trasferimento a Palermo.»

Montalbano si sentì la vucca arsa.

«Congratulazioni» arriniscì ad articolare.

E l’aviva chiamato solo per contargli una cosa che da una misata sapivano macari porci e cani? Il commissario si levò l’occhiali, taliò le lenti controluce, l’inforcò nuovamente.

«Grazie. Mi ha detto che tra due mesi al massimo anche lei avrà la promozione. Ne aveva sentito dire qualcosa?»

«Fì» esalò Montalbano.

La littra esse non la potè formulare, la lingua gli si era come indurita, era tutto tiso e pronto a scattare come una corda d’arco.

«Il signor Questore mi ha domandato se non era una buona idea che lei pigliasse il mio posto.»

«Qua?!»

«Certo. Qua a Mascalippa. E dove sennò?»

«Mamamama…» fece Montalbano.

E non si capì se invocava la mamà o se si era impuntato sul ma. Se l’aspittava! Dal momento che era trasuto nella cammara del commissario s’aspittava la malanova! Che era puntualmente arrivata. In un vidiri e svidiri vitti passari davanti ai so’ occhi il paesaggio di Mascalippa e dintorni. Splendido, certo, ma per lui non era propio cosa. Per buon peso, vitti macari quattro vacche che pascolavano erba stenta. Ebbe un frisone di friddo, come un attacco di malaria.

«Io gli ho risposto che non ero d’accordo» fece Sanfilippo che lo taliava con un surriseddro.

Ma quel grandissimo cornuto del suo superiore voliva fargli viniri un sintòmo, un infarto? Voleva vidirlo stramazzare boccheggiante dalla seggia? A malgrado si trovasse a un passo da una crisi di nerbi, l’istinto polemico di Montalbano ebbe la meglio.

«Mi spiega perché secondo lei non è una buona idea che io faccia il commissario a Mascalippa?»

«Perché lei è assolutamente incompatibile con l’ambiente.»

Fici una pausa, accentuò il surriseddru.

«Più precisamente: è l’ambiente che non è compatibile con lei.»

Che gran sbirro che era Sanfilippo!

«Quando se ne è accorto? Io non ho fatto nulla per…»

«No, lei faceva, eccome faceva! Non parlava, non diceva niente, questo sì. Ma per fare, faceva! Dopo una quindicina di giorni che lei era stato mandato qua, avevo capito tutto.»

«Ma che ho fatto, santo Iddio?»

«Le porto un solo esempio. Si ricorda quella volta che andammo a interrogare i contadini di Montestellario e accettammo di mangiare con una famiglia di pecorari?»

«Sì» disse Montalbano a denti stritti.

«Prepararono il tavolo all’aperto. Era una giornata splendida, le cime erano ancora innevate. Ricorda?»

«Sì.»

«Lei stava a testa bassa, non voleva guardare il paesaggio. Le misero davanti la ricotta fresca. E lei mormorò che non aveva appetito. Allora il capofamiglia disse che quel giorno si vedeva il lago e indicò un punto in basso. Io guardai. Un gioiello che brillava al sole. La invitai ad ammirare quella meraviglia. Lei obbedì, ma subito chiuse gli occhi e impallidì. Non toccò cibo. E quell’altra volta che…»

«Basta, per carità.»

Il commissario se la stava scialando a jocari con lui a gatto e surci. Tant’è vero che non gli aviva detto nenti di come era andato a finire l’incontro col questore. Ancora scosso dal ricordo di quella jornata da incubo passata a Montestellario, venne pigliato dal sospetto che Sanfilippo non aviva ancora trovato il coraggio di dirgli la verità. E cioè che il questore era rimasto amminchiato nell’idea so’: Montalbano avrebbe fatto il commissario a Mascalippa.

«E il signor Questore?…» azzardò.

«Il signor Questore cosa?»

«Che ha risposto alla sua osservazione?»

«Che ci avrebbe pensato. Ma se vuole sentire il mio parere…»

«Certo che lo voglio sentire!»

«Secondo me, si è convinto. Lascerà che la trasferiscano dove decideranno i nostri capi.»


Quale sarebbe stata l’inappellabile decisione dei Capi, dei Numi Superni, delle Divinità che, come tutte le divinità che si rispettano, avevano sede a Roma? Quest’assillante domanda non gli fece gustare come meritava il maialino da latte che il trattore Santino gli aveva già gloriosamente annunziato il giorno avanti.

«Lei oggi non mi ha dato satisfazioni» fece, tanticchia offiso, Santino che l’aviva visto mangiari senza gana.

Montalbano allargò le vrazza in un gesto di rassegnazione:

«Scusami, Santi, ma non mi sento bono.»

Niscì dalla trattoria e si trovò di colpo perso a brancolare nel nulla. Quanno era trasuto per mangiari c’era il sole, tempo un’orata abbondante era calata una neglia fitta e accuposa. Mascalippa era fatta accussì.

Si diresse verso casa col cori stritto, scansando all’ultimo secondo scontri frontali con altre ùmmire umane. Scuro di jorno e scuro dintra di lui. E mentre caminava pigliò una decisione che sapiva ferma, indiscutibile: se per caso l’assignavano a un paisi tipo Mascalippa, avrebbe presentato le dimissioni. E si sarebbe messo a fare l’avvocato, o l’aiuto avvocato, o il custode di uno studio d’avvocato purché in un posto di mare.

Aviva affittato un quartino di dù cammare, bagno e cucina propio in centro al paisi, in modo che, affacciandosi, colline e montagnole non se ne vidissero pi nenti. Non c’era riscaldamento e a malgrado delle quattro stufe elettriche sempre addrumate certe sirate di ’nvernu l’unica era di andarsene a corcari e, incuponato, tenere fora dalle coperte un vrazzo solo a reggere un libro. Leggiri e ragionare supra a quello che aviva leggiuto gli era sempri piaciuto, per questo le dù cammare traboccavano di libri. Era capace di attaccarne uno alla sira e finirlo all’alba, senza interruzione. E fortunatamente non c’era piricolo che lo vinissero a chiamari di notte per qualichi fatto di sangue. Va’ a sapìri pirchì, le ammazzatine, le sparatorie, le azzuffatine violente capitavano sempre di jorno. E non c’era praticamente da fare indagini, erano tutti delitti senza mistero: Tizio aviva sparato a Filano per una facenna d’interessi e aviva confessato; Caio aviva accoltellato a Martino per una facenna di corna e aviva confessato. Se voliva impegnare il ciriveddro, Montalbano era costretto a risolvere i rebus della “Settimana Enigmistica”: ad ogni modo, i so’ anni a Mascalippa, allato a uno come a Sanfilippo, non erano stati tempo perso, anzi.

Quel jorno però la prospettiva di passare la sirata corcato a leggiri o a taliare qualiche minchiata televisiva non gli parse cosa sopportabile. A quell’ora sicuramente Mery era tornata a la so’ casa dalla scola indovi insegnava latino. Si erano canosciuti all’università negli anni della contestazione, erano coetanei, per la verità lei era più nica di quattro mesi. Subito, a prima vista, si erano fatti sangue e presto dalla simpatia erano passati a una specie di amicizia amorosa assolutamente libera: quanno avivano voglia l’uno dell’altra si telefonavano e s’incontravano. Doppo si persero di vista. A metà degli anni Sittanta Montalbano vinni a sapìri che Mery si era maritata e che il matrimonio era durato meno di un anno. L’incontrò per caso a Catania, in via Etnea, nella sua prima simana di servizio a Mascalippa. Dispirato, aviva pigliato la machina e doppo un’orata era arrivato a Catania con l’intenzioni di vidiri una pellicola di prima visione: quelle che proiettavano nell’unico cinema di Mascalippa risalivano minimo minimo a tri anni avanti. E lì, din tra al cinema, mentre faciva la fila per il biglietto, si era sentito chiamare. Era lei, Mery, che stava niscenno dalla sala. Se prima era una bella prorompente ragazza, ora la maturità e l’esperienza l’avevano fatta diventare di una bellezza raccolta, come segreta. Era andata a finire che Montalbano non aviva visto la pellicola, era andato a casa di Mery che viveva sola e che non aviva ’ntinzione di maritarsi mai più. Quell’unica esperienza matrimoniale le era bastata e superchiata. Montalbano passò la nottata con lei e all’indomani matina alle sei ripigliò la strata per Mascalippa. Da allora diventò una specie d’abitudine, almeno due volte a simana Montalbano andava a Catania.

«Ciao, Mery. Salvo sono.»

«Ciao. La sai una cosa?»

«No.»

«Stavo per chiamarti io.»

Montalbano avvilì: vuoi vidiri che Mery voliva fargli sapìri che quella sera era impegnata e non avrebbero potuto vidirisi?

«Perché?»

«Volevo domandarti se potevi venire un po’ prima del solito, così possiamo andare a cena assieme. Ieri sera un collega mi ha portata in un ristorante che…»

«Alle sette e mezzo sarò a casa tua, va bene?» tagliò Montalbano quasi cantando per la cuntintizza.


Il ristorante, con scarsa fantasia, si chiamava Il Delfino. Ma la fantasia che fagliava nell’insegna abbondava invece nella cucina: gli antipasti, tutti rigorosamente di pesce, erano una decina e uno più celestiale dell’altro. I polipetti alla strascinasale si squagliavano prima di toccare il palato. E che dire della cernia cucinata in una salsetta angelica della quale Montalbano non arriniscì a identificare tutti i componenti? E poi c’era Mery che in quanto a mangiare era gagliarda quasi quanto lui. E se mentre mangi con gusto non hai allato a tia una pirsona che mangia con pari gusto allora il piaciri del mangiare è come offuscato, diminuito. Non parlavano. Ogni tanto si taliavano occhi nell’occhi e si sorridevano. Alla fine, doppo la frutta, le luci del locale prima s’abbassarono e doppo s’astutarono. Qualichiduno dei clienti protestò. Ma dalla porta della cucina trasì un cammareri che ammuttava un carrello supra il quale c’era una torta con una candelina addrumata e un secchiello con una bottiglia di sciampagna. Strammato, Montalbano vitti che il cammareri si firmava al loro tavolo. Tornarono le luci e tutti i clienti applaudirono mentre qualcuno diciva a voce alta:

«Auguri! Auguri!»

Sicuramente era il compleanno di Mery. E lui se n’era completamente scordato. Che vastaso che era! Che testa persa! Però non c’era nenti da fari: non arrinisciva a tenere a menti nessuna data.

«Pepepe… perdonami, non ricordavo che oggi era… era il tuo…» fece vrigognoso pigliandole una mano.

«Il mio cosa?» spiò divertita Mery con l’occhi sparluccicanti.

«Non è il tuo comleanno?»

«Il mio? Oggi è il tuo compleano!» fece Mery scoppiando a ridere senza potersi tenere.

Montalbano la taliò ammammaloccuto. Vero era!

Appena a casa, Mery raprì l’armuar e ne tirò fora un pacco confezionato in quel modo che i commercianti chiamano “da regalo” e che è un tripudio di nastri colorati, di fiocchi e di cattivo gusto.

«Con tanti auguri.»

Montalbano lo scartò. Il regalo di Mery consisteva in un maglione pisanti, da montagna, molto elegante.

«Ti servirà per i tuoi inverni a Mascalippa.»

Appena finito di dire la frase s’addunò che Salvo aviva fatto una faccia stramma.

«Che c’è?»

E Montalbano le disse della promozione e del colloquio col commissario.

«… e perciò non so dove mi manderanno» concluse.

Mery se ne restò silenziosa. Poi taliò il ralogio, erano le deci e mezza, si susì di scatto dalla poltrona.

«Scusami, devo fare una telefonata.»

Andò nella cammara da letto e chiuì la porta per non farsi sèntiri. Montalbano ebbe una leggera fitta di gelosia. Ma del resto non poteva pretendere che Mery non avesse una storia so’ con qualichi altro omo. Doppo tanticchia si sentì chiamare. Quanno trasi nella cammara da letto, Mery si era già corcata e l’aspittava.

Più tardi, mentre sinni stavano abbrazzati, Mery gli disse all’orecchio:

«Ho telefonato a zio Giovanni.»

Montalbano stunò.

«E chi è?»

«Il fratello minore di mamma. Mi adora. è uno importante al Ministero dal quale dipendi. Gli ho domandato d’informarsi sulla tua destinazione. Ho fatto male?…»

«No» disse Montalbano baciandola.


Mery gli telefonò in ufficio alle sei di doppopranzo del giorno appresso. Disse una sola parola.

«Vigàta.»

E riattaccò.

due

A pronunziare quelle tre sillabe, Vi-gà-ta, dunque era stato, nell’alto dell’Olimpo romano, nell’Empireo dei Palazzi del Potere, non un divinatore qualisisiasi, ma un Nume supremo, un Dio di quella religione che si chiamava Burocrazia, uno di quelli la cui parola tracciava un destino irrevocabile. Che, debitamente supplicato, aveva dato un responso chiaro e priciso, meglio assà di quelli della Sibilla cumana o della Pizia o del dio Apollo a Delfi, in quanto i responsi della Sibilla o della Pizia o del dio Apollo abbisognavano sempre dell’interpretazione dei sacerdoti e quasi mai le diverse interpretazioni combaciavano tra loro. “Ibis redibis non morieris in bello” faciva la Sibilla al soldato che stava per partire per la guerra. E ti saluto e sono. Ma era necessario mettere una virgola o prima o doppo di quel non pirchì il soldato sapesse se ci lasciava la pelle in battaglia o se se la scapolava. E indovi andava la virgola era compito dei sacerdoti che davano la loro interpretazione a secondo dell’abbondanza dell’offerta. Qui non c’era nenti da interpretare. Vigàta aviva detto il Nume e Vigàta sarebbe stata.

Montalbano, arricivuta la telefonata di Mery, non ce la fece a restarsene assittato darrè la scrivania del so’ ufficio. Murmuriando una frase incomprensibile al piantone, sinni niscì e si mise a passiare strati strati. Doviva tenersi a fatica, mentre caminava, dal mettersi a ballari il boogie-woogie, che in quel momento era il ritmo col quale il sangue so’ girava. Maria, che bello! Vigàta! Cercò di riportarsela alla memoria e per prima cosa gli venne di rappresentarsi una specie di cartolina postale che mostrava il porto con tre moli e, a mano dritta, la sagoma massiccia di una grossa torre. Poi s’arricordò del corso principale a metà del quale c’era un grande cafè che aviva macari una sala con dù bigliardi. Ci trasiva, in quella sala, per accompagnare so’ patre che ogni tanto si faciva una partita. E mentre so’ patre jocava lui si sbafava un enorme pezzo triangolare di gelato, in genere un “pezzo duro” – accussì lo chiamavano – di cioccolato e panna. O di cassata. Lì facivano gelati che non ne aviva più trovato d’eguali. Ne risentì il sapore tra lingua e palato. E col sapore il nome del cafè gli tornò nitido: Castiglione. Vai a sapìri se esistiva ancora e se faciva sempre gli stessi gelati impareggiabili. Appresso davanti all’occhi gli lampeggiarono dù colori accecanti come la luce di un flash: giallo e azzurro. Il giallo della rina finissima e l’azzurro dell’acqua di mari. Senza addunarisinni era arrivato a una specie di belvedere dal quale s’ammirava un’ampia vallata e le cime dei monti. Certo, non si trattava delle Dolomiti, ma sempre cime di montagna erano. E per lui erano più che bastevoli a farlo precipitare nella malinconia più accuposa, in una sensazione d’esilio insostenibile. Stavolta ce la fece a taliare il paesaggio, e persino tanticchia a goderselo, confortato però dalla certezza che presto non l’avrebbe più visto.

La sira telefonò a Mery per ringraziarla.

«L’ho fatto nel mio interesse» disse Mery.

«Quale interesse? Non capisco.»

«Se ti trasferivano ad Abbiategrasso o a Casalpusterlengo sarebbe stato impossibile vederci. Mentre da Vigàta a Catania ci vogliono poci più di due ori. Ho guardata la carta.»

Montalbano non seppe che dire, commosso.

«Credevi che ti mollavo tanto facilmente?» continuò Mery.

Risero.

«Uno di questi giorni ci voglio fare un salto, a Vigàta. Voglio vedere se è rimasta come me la ricordo. Naturalmente non dirò a nessuno che…»

S’interruppe. Un serpente di ghiaccio gli passò velocissimo lungo la spina dorsale, lo paralizzò.

«Salvo, che c’è? Sei ancora in linea?»

«Sì. No, è che mi è venuto un pensiero…»

«Quale?»

Montalbano esitò, temeva di portare offisa a Mery. Ma il dubbio fu più forte di qualisisiasi convenienza.

«Mery, ci possiamo fidare dello zio Giovanni? Siamo assolutamente certi che…»

All’altro capo del filo risonò una risata.

«Me l’aspettavo!»

«Che t’aspettavi?»

«Che prima o poi mi avresti fatto questa domanda. Lo zio mi ha detto che la tua destinazione è già stabilita, già scritta. Puoi stare tranquillo. Anzi, facciamo una cosa. Quando decidi di andare a Vigàta, avvertimi con un po’ d’anticipo. Così mi faccio dare un giorno di permesso e ci andiamo insieme. Ci vediamo domani?»

«Naturalmente.»

«Naturalmente cosa? Che andiamo a Vigàta insieme o che ci vediamo domani?»

«Tutt’e due le cose.»

Ma seppe subito d’avere detto una farfantarìa. O almeno, una mezza farfantarìa. L’indomani sera sarebbe certamente partito per Catania a passari la sirata con Mery, ma a Vigàta era deciso ad andarci da solo. La presenza di lei l’avrebbe certamente distratto. Per la virità, il primo verbo che gle venne a mente non fu “distrarre”, ma “disturbare”. E di quel verbo se ne era tanticchia vrigognato.


Vigàta era suppergiù come si era stampata nella so’ mimoria, c’era qualichi costruzione nova sul Piano Lanterna, si trattava di orrendi grattacieli nani di una quinnicina o vintina di piani, mentre erano del tutto scomparse le casuzze a ridosso della collina di marna ammassate l’una sull’altra e l’una allato all’altra a formare un intrico di vicoli pulsanti di vita. Erano perlopiù catoj, vale a dire abitazioni fatte di una sola cammara che di jorno pigliavano aria solamente dalla porta d’ingresso di nicissità tenuta aperta. E accussì, mentre passavi per quei vicoli, potevi assistere a un parto, a una sciarriatina familiare, a un parrino che dava l’Estrema unzione a un moribondo, ai preparativi per un matrimonio o per un funerale. Tutto a vista. E tutto in una babele di voci, di lamenti, di risate, di prighere, di biastemie, d’insulti. Spiò a un passante come mai fossero sparite le casuzze e quello gli arrispunnì che se le era portate via, a mare, qualichi anno avanti, uno spavintoso alluvione.

S’era scordato, invece, dell’odore del porto. Un misto d’acqua di mare ferma, di alghe marcite, di cordame infraciduto, di catrame cotto al sole, di nafta, di sarde. Ogni elemento che componeva quell’odore, pigliato a sé, forse non costituiva un gradito omaggio all’odorato, ma l’insieme finiva col formare un sciàuro gradevolissimo, misterioso e inconfondibile. S’assittò supra una bitta. Non si addrumò manco la sigaretta per evitare che quel sciàuro ritrovato venisse inquinato dall’odore del tabacco. E sinni stette accussì a longo, a taliare i gabbiani, fino a quanno un brontolio alla vucca dello stomaco non gli fece presente che era arrivata l’oro di mangiari. L’aria di mare gli aviva fatto smorcare il pititto.

Tornò al corso, che si chiamava via Roma, e subito vitti un’insegna sulla quale ci stava scritto “Trattoria San Calogero”. Raccomandandosi al Signuruzzu, trasì. Tutti i tavoli erano vacanti, di certo non era l’orario giusto, troppo presto.

«Si può mangiari?» spiò a un cammareri coi capelli bianchi che, sentendolo trasire, era nisciuto dalla cucina e lo taliava.

«Non c’è bisognu di pirmissu» arrispunnì asciutto l’altro.

S’assittò, arraggiato con se stesso per la domanda cretina.

«Abbiamo antipasto di mare, spaghetti al nivuro di siccia, o alle vongole o ai ricci di mare.»

«Gli spaghetti ai ricci di mare bisogna saperli fare» fece dubitativo Montalbano.

«La laurea in ricci di mare mi pigliai» fece il cammareri.

Montalbano avrebbe voluto mangiarisi la lingua a muzzicuna. Dù a zero.

Dù frasi ’mbecilli so’ e dù risposte intelligenti.

«E per secondo?»

«Pisci.»

«Che tipo di pisci?»

«Quello che vuole lei.»

«E com’è cucinato?»

«A secunno del pisci che sceglie.»

Megliu cucirisi la vucca.

«Mi porti quello che vuole.»

Capì d’aviri pigliato la decisione giusta. Quanno niscì dalla trattoria s’era mangiato tre antipasti, un piatto di spaghetti ai ricci di mare bastevole per quattro pirsone e sei triglie di scoglio fritte al millimetro, eppure si sentiva lèggio lèggio, pervaso da un benessere tale da stampargli un sorriso ebete sulla faccia. Si fece assolutamente pirsuaso che, una volta a Vigàta, quello sarebbe stato il suo ristorante d’elezione.

Si erano fatte le tri di doppopranzo. Per un’orata tambasiò paisi paisi, doppo decisi di farisi una lunga passiata al molo di livanti. Se la fece, un pedi leva e l’altro metti. Il silenzio era rotto solo dalla risacca tra i frangiflutti, dai versi dei gabbiani e, ogni tanto, dal borbottio del diesel di un motopeschereccio che provava il motore. Proprio sotto al faro c’era uno scoglio piatto. S’assittò. La jornata era di una chiarezza che quasi faciva male, ogni tanto arrivava un refolo. Appresso si susì, era venuto il momento di mettersi in machina e tornari a Mascalippa. A metà del molo si fermò di colpo. Davanti agli occhi gli era comparsa un’immagine: una specie di collina di una bianchezza accecante che dall’alto scinniva a gradoni fino a infilarsi nel mare. Cos’era? Dov’era? La Scala dei Turchi, ecco cos’era! E doveva trovarsi da quelle parti.

Arrivò sparato al cafè Castiglione che stava sempre al solito posto, l’aviva controllato in precedenza.

«Mi sa dire come si fa ad arrivare alla Scala dei Turchi?»

«Certo.»

Il cammareri gli spiegò la strata.

«Mi porti un pezzo durò di là, ai bigliardi.»

«Che gusto?»

«Cassata.»

Trasì nella seconda cammara. Dù giocatori stavano facendosi una partita, assistiti da dù amici. S’assittò a un tavolino, si mangiò lentamente la cassata gustandosi cucchiarata appresso cucchiarata. Tutto ’nzèmmula scoppiò una discussione tra i dù giocatori. Intervennero gli amici.

«Facciamo giudicare al signore» disse uno.

E un altro, volgendosi a Montalbano:

«Lei sa giocare a bigliardo?»

«No» fece Montalbano ’mpacciato.

Lo taliarono sdignusi e ripigliarono a discutere. Montalbano finì il gelato di cassata, pagò alla cassa, niscì, pigliò la machina che aviva lasciata poco distante e partì verso la Scala dei Turchi.

Seguendo le istruzioni del cammareri, a un certo punto girò a mancina, fece qualche metro di strata asfaltata in discesa e si fermò. La strafa non proseguiva, abbisognava caminare sulla rina. Si levò le scarpe e le quasette che lasciò in machina, la chiuì, si rimboccò l’orlo dei pantaloni e raggiunse la ripa del mare. L’acqua era frisca, ma non fridda. Passato un promontorio, la Scala dei Turchi gli apparse ’mprovisa.

Se l’arricordava assai più imponenti, quanno si è nichi tutto ci appare più granni della realtà. Ma anche accussì ridimensionata conservava la sua sorprendente billizza. Il profilo della parte più alta della collina di marna candida s’incideva contro l’azzurro del cielo terso, senza una nuvola, ed era incoronato da siepi di un verde intenso. Nella parte più bassa, la punta formata dagli ultimi gradoni che sprofondavano nel blu chiaro del mare, pigliata in pieno dal sole, si tingeva, sbrilluccicando, di sfumature che tiravano al rosa carrico. Invece la zona più arretrata del costone poggiava tutta sul giallo della rina. Montalbano si sentì sturduto dall’eccesso dei colori, vere e proprie grida, tanto che dovette per un attimo inserrare l’occhi e tapparsi le orecchie con le mano. C’era ancora un centinaro di metri per arrivare alla base della collina, ma preferì ammirarla a distanza: si scantava di venirsi a trovare nella reale irrealtà di un quadro, di una pittura, d’addivintare lui stesso una macchia – certamente stonata – di colore.

S’assittò sulla sabbia asciutta, affatato. E accussì stette, fumandosi una sigaretta appresso all’altra, perso a taliare le variazioni della tinteggiatura del sole, via via che andava calando, sui gradoni più bassi della Scala dei Turchi. Si susì al tramonto e pigliò la decisione di tornare di notte a Mascalippa, valiva la pena di farsi un’altra mangiata alla trattoria San Calogero. Rifece la strata verso la machina a lento e ogni tanto si voltava a taliare, non aviva gana di lasciare quel posto. Guidò verso Vigàta a deci chilometri orari, cummigliato da insulti e male parole dagli automobilisti che dovevano sorpassarlo sulla strata stritta. Non reagì mai, era nelle condizioni di spirito che se qualichiduno gli dava una timpulata, avrebbe offerto l’altra guancia. Alle porte del paisi si fermò da un tabaccaro e si rifornì di sigarette per il viaggio di ritorno. Doppo andò a un distributore di benzina, fece il pieno e il controllo delle gomme e dell’olio. Taliò il ralogio, doviva ancora perdiri una mezzorata. Parcheggiò la machina e, a pedi, tornò al porto. Ora attraccato alla banchina c’era un grosso traghetto.

Una filata d’automobili e di camion aspittava d’ac- chianarvi.

«Dove va?» spiò a uno che passava.

«È il postali pi Lampedusa.»

Finalmenti si fici un’ura decenti. E difatti, quanno trasì nella trattoria, tri tavolini erano già occupati. Il cammareri ora aviva un aiutante più picciotto. S’avvicinò a Montalbano con un surriseddru.

«La servo io comu a mezzujornu?»

«Sì.»

Il cammareri si calò verso di lui.

«Ci piaci la Scala dei Turchi?»

Montalbano lo taliò imparpagliato.

«Chi le ha detto che…»

«Le cose qua si sanno.»

E capace che sapivano già che era uno sbirro!

Una simanata appresso, mentre stavano ancora corcati, Mery sinni niscì con una domanda.

«Ci sei andato poi a Vigàta?»

«No» mentì Montalbano.

«Perché?»

«Non ho avuto tempo.»

«Non hai curiosità di vedere com’è? M’hai detto che ci sei stato da ragazzo, ma non è la stessa cosa.»

Bih, che camurrìa! Se non pigliava una subitanea decisione quella storia va’ a sapìri quanto sarebbe durata.

«Ci andiamo domenica prossima, va bene?»

Si misero d’accordo che Mery sarebbe partita con la sua machina e l’avrebbe aspittato al bar che c’era al bivio per Caltanissetta. Lì, al posteggio, Mery avrebbe lasciato la sua auto e avrebbero proseguito con quella di Montalbano.

E accussì gli toccava di tornare a Vigàta facendo finta di non esserci stato qualche jornata avanti.


Montalbano scarrozzò Mery prima al porto e doppo alla Scala dei Turchi.

La picciotta restò ingiarmata. Ma siccome che era fìmmina, vale a dire appartenente a quelle creature che sanno coniugare le cime più aeree della poesia con le più ruvide concretezze, a un certo momento taliò Montalbano che a sua volta non arrinisciva a staccari l’occhi da tutta quella billizza e disse, in dialetto:

«Pititto mi vinni.»

E questo era il busillisi shakespeariano che Montalbano doviva affrontare. Andare alla trattoria San Calogero, a rischio d’essere riconosciuto dal cammareri, o sperimentari un nuovo ristorante con buona probabilità di mangiare malissimo?

All’idea di farisi la strata del ritorno con lo stomaco cunsumato da un pasto che avrebbero arrefutato macari i cani, non ebbe più dubbio. Tornato in paisi, fece in modo che, come per caso, lui e Mery si venissero a trovare sotto all’insegna della trattoria cògnita.

«Vogliamo provare qua?»

Appena trasuto, cercò d’incontrare, arriniscendoci, l’occhi del cammareri.

Abbastò che si taliassero per un attimo.

“Tu non mi hai mai conosciuto” dissero l’occhi di Montalbano.

“Io non ti ho mai conosciuto” arrisposero l’occhi del cammareri.


Doppo aviri mangiato in modo celestiale, Montalbano portò Mery da Castiglione, le consigliò di pigliarisi un pezzo duro.

Finito il gelato, Mery disse che aviva bisogno di andare in bagno.

«Ti aspetto fuori» disse Montalbano.

Niscì sul marciapedi. Il corso era praticamente deserto. Davanti a lui c’era il palazzo del municipio con il suo piccolo colonnato. Appujato a una colonna, un vigile urbano parlava a dù cani randagi. Da mano manca, arrivava lenta una machina. Tutto ’nzèmmula spuntò a gran velocità un’auto sportiva. Proprio davanti a Montalbano, l’auto sportiva sbandò leggermente e strisciò, superandola, contro la machina che andava lenta. I due guidatori fermarono e scinnero. Quello che portava la machina lenta era un signore anziano, con l’occhiali. L’altro era un giovinastro alto e baffuto. Mentre il signore anziano si calava a vidiri il danno della so’ vettura, il giovinastro gli posò una mano sulla spalla e appena l’anziano si raddrizzò a taliarlo, quello gli mollò un gran cazzotto in piena faccia. La cosa fu fulminea. Mentre l’anziano cadiva ‘n terra, dall’auto sportiva scinnì un omo grosso, con una voglia sulla faccia, che affirrò il giovinastro e lo fece trasire a forza nella machina che un attimo doppo partì sgommando.

Montalbano raggiunse l’anziano che aviva la faccia ’nsanguliata e non arrinisciva manco a parlari. Oltre che dal naso, il sangue gli nisciva macari dalla vucca. Il vigile arrivava intanto a pedi lento. Montalbano fece assittare l’aggredito al posto del passeggero, chiaramente non era in condizione di guidare.

«L’accompagni al pronto soccorso» disse al vigile.

Il vigile pariva fare movimenti al rallentatore.

«Ricorda il numero di targa dell’altra macchina?» gli spiò Montalbano.

«Sì» disse il vigile cavando dalla sacchetta una biro e un blocchetto.

Si appuntò il numero. Montalbano, che a sua volta l’aviva memorizzato, si addunò che era scritto sbagliato.

«Guardi che le ultime due cifre non sono giuste. Io le ho viste bene. Non sono 58 ma 63.»

Il vigile corresse il numero di targa di malagrazia e ingranò la marcia.

«Aspetti. Non vuole le mie generalità?» spiò.

«E perché?»

«Come perché? Sono un testimone.»

«Va bene, va bene. Se ci tiene.»

Scrisse il nome, il cognome e l’indirizzo di Montalbano come se fossero cose offensive. Doppo chiuse il libretto, taliò malamente Montalbano e partì senza manco salutare.

Quanno macari Mery apparse sul marciapedi, il vigile stava mettendo in moto la machina dell’anziano per accompagnarlo allo spitali.

«Mi sono data una rinfrescata» disse Mery che non si era addunata di nenti. «Vogliamo andare?»


Passò una misata e mezza senza che foglia si cataminasse. Dalle Superne Sfere non arrivavano messaggi né di promozione né di trasferimento. Montalbano accominciò a fissarsi che si era trattato di una babbiata, che qualichiduno l’avissi voluto sconcicare. E il suo carttere divenne malo, dava càvuci mataforici a dritta e a mancina, come un cavaddro assugliato dalle mosche cavalline.

«Cerca di ragionare» cercava di calmarlo Mery che era diventata il bersaglio principale degli sfoghi dell’amico so’, «ma perché avrebbero dovuto farti uno scherzo simile?»

«E che ne so io? Forse il perché lo sai tu e tuo zio Giovanni!»

E finiva immancabilmente a sciarriatina.

Poi, una bella matina, il commissario Sanfilippo lo chiamò nella so’ cammara e, con un sorriso che gli spaccava la faccia, gli consegnò finalmente il responso del concilio degli Dei. Commissario a Vigàta.

La faccia di Montalbano prima addivintò giarna, poi passò al rosso peperone e quindi cominciò a virare in verde. Sanfilippo si scantò che a quello gli viniva un sintòmo.

«Montalbano, si sente male? Si segga!»

Inchì un bicchiere dalla bottiglia di minerale che sempre teneva sul tavolo e gliela pruì.

«Beva!»

Montalbano obbedì. A causa di quella reazione, Sanfilippo si fece errato concetto.

«Che c’è? Non le va Vigàta? Io la conosco, sa? è una deliziosa cittadina, vedrà che ci si troverà benissimo.»


Nella deliziosa cittadina – come l’aviva definita il commissario – Montalbano ci tornò quattro jorna appresso. E questa volta in forma ufficiale, per presentarsi al collega Locascio che doviva sostituire. Il commissariato era allocato in una costruzione decente, una casetta a tri piani che si trovava propio all’inizio del corso per chi veniva dalla strata di Montereale e alla fine per chi invece arrivava dalla sfrata di Montelusa, il capoluogo indovi ci stavano Prefettura, Questura e Tribunale. Locascio, che abitava al terzo piano nell’alloggio di servizio con la mogliere, gli disse subito che, prima di lasciarlo, avrebbe fatto ripulire l’appartamento.

«Perché?»

«Come perché? Tu non hai intenzione d’usare l’alloggio di servizio?»

«Io no.»

Locascio equivocò.

«Ci tieni a non essere controllato, eh? Beato te che la notte puoi avere traffico!» fece, dandogli una gomitata in un fianco.

Il jorno del passaggio delle consegne, Locascio gli presentò, uno a uno, tutti gli omini del commissariato. C’era un ispettore tanticchia più granni d’età che a Montalbano fece subito simpatia, si chiamava Fazio.

L’appartamento indovi andare ad abitare l’avrebbe circato con calma.

Intanto pigliò un bungalow in un albergo che c’era a dù chilometri fora paisi. I libri e le scarse cose di sua proprietà l’aviva fatto mettiri in un magazzino a Mascalippa e là potevano aspittare.

tre

Il secondo jorno ch’era arrivato a Vigàta pigliò la machina e andò a Montelusa per prisintarsi al questore che di nome faciva Alabìso. Di lui i divinatori predicevano che, al primo movimento deciso dal Ministero, avrebbe avuto il foglio di via: a longo era stato capo della squatra politica (che c’era sempre macari se ogni tanto le davano un nome diverso) e oramà sapiva troppe cose. Il carrico da undici era inoltre rappresentato dal suo carattere certo non flessibile e lontanissimo dai compromessi. Insomma ci sono uomini di qualità che, messi in certi posti, risultano inadatti proprio per le loro qualità all’occhi di gente che qualità non ne ha, ma in compenso fa politica. E Alabìso era oramà considerato un inadatto pirchì non taliava in faccia a nisciuno.

Il questore l’arricivitte subito, gli pruì la mano, lo fece assittare. Ma era come distratto, ogni tanto s’imparpagliava mentre parlava e taliava fisso Montabano. Tutto ’nzèmmula sbottò:

«Mi levi una curiosità. Ma noi ci siamo conosciuti?»

«Sì» disse Montalbano.

«Ah, ecco! Mi pareva proprio d’averla già vista! Ci siamo incontrati per servizio?»

«In un certo senso, sì.»

«E quando è stato?»

«All’incirca diciassette anni fa.»

Il questore lo taliò strammato.

«Ma a quell’epoca lei era un ragazzino!»

«Non precisamente. Avevo diciotto anni.»

Il questore visibilmente s’inquartò. Cominciava ad aviri qualichi sospetto.

«Nel ’68?» azzardò.

«Sì.»

«A Palermo?»

«Sì.»

«Io allora ero commissario.»

«E io studente universitario.»

Si taliarono in silenzio.

«Che le ho fatto?» spiò il questore.

«Mi ha dato un calcio nel sedere. Così forte che mi ha spaccato il fondo dei pantaloni.»

«Ah. E lei?»

«Sono riuscito a darle un cazzotto.»

«L’ho arrestata?»

«Non ce l’ha fatta. Abbiamo avuto una breve colluttazione, ma io sono riuscito a scappare.»

E qui il questore disse una cosa incredibile, a voce tanto vascia che Montalbano pinsò di non aviri capito bene.

«Bei tempi!» sospirò.

A mettersi a ridere per primo fu Montalbano, il questore lo seguì immediatamente. S’arritrovarono abbrazzati in mezzo alla cammara.

Doppo parlarono seriamente. Soprattutto della guerra tra la famiglia Cuffaro e la famiglia Sinagra per il controllo del territorio, guerra che faciva almeno dù morti l’anno per parte. Secondo il questore, le dù famiglie avivano ognuna un santo in paradiso.

«Quale paradiso, mi scusi?»

«Un paradiso parlamentare.»

«E sono due onorevoli di partiti diversi?»

«No, dello stesso partito di maggioranza e della stessa corrente. Vede, Montalbano, si tratta di una mia idea. Ma è difficilissima da comprovare.»

“Ed è per questa tua idea che ti vogliono fottere” pinsò Montalbano.

«Forse è campata in aria. Chissà» continuò il questore. «Ma ci sono certe coincidenze che… forse varrebbe la pena.»

«Mi scusi, ma ne ha parlato con il mio predecessore?»

«No.»

Senza spiegazioni.

«E perché invece ne parla con me?»

«Il commissario Sanfilippo è un mio fraterno amico. Mi ha detto di lei quello che c’era da dire.»


Ogni matina che dall’albergo si partiva per il commissariato, doviva percorrere in machina, doppo una serie di curve, un rettifilo parallelo alla spiaggia, lunghissima e profonda. Era una zona che si chiamava Marinella. Costruite propio sulla rena c’erano in tutto tre o quattro villette, assai distanti l’una dall’altra. Niente di pretenzioso: nessuna aviva un piano rialzato, si sviluppavano solo in orizzontale, le cammare dovivano allinearsi l’una appresso all’altra. E tutte con le immancabili gigantesche tanghe sul tetto per la raccolta dell’acqua. In dù di esse le tanghe erano poste invece ai margini di una sorta di terrazzo che faciva da tetto e da solario e al quale si arrivava attraverso una scala esterna in muratura. Ogni villetta aviva inoltre, sul davanti, un piccolo terrazzino indovi la sira si poteva macari mangiare taliando il mare. Ogni volta che ci passava davanti, ci lassava il cori: se arrinisciva a trasire in una di quelle villette, non ne sarebbe nisciuto mai più. Maria, che sogno! Susirisi la matina presto e caminare a ripa di mare! E macari, se il tempo si isava, farisi una longa nuotata!


Montalbano odiava i saloni di barbiere. Quando era costretto ad andarci pirchì i capelli gli arrivavano sulle spalle, quella era una jornata d’umore nivuro.

«Dove posso farmi tagliare i capelli?» spiò a Fazio una matina col tono di chi domanda dov’è il più vicino ufficio di pompe funebri.

«Il meglio per lei è il salone di Totò Nicotra.»

«Che significa il meglio per me? Intendiamoci bene, Fazio. Io non metterò mai piede in un salone tutto specchi e dorature, in una cosa di lusso, io cerco…»

«… un salone discreto, un poco all’antica» concluse Fazio.

«Esatto» confermò Montalbano taliandolo tanticchia ammirato.

«E perciò le dissi Totò Nicotra.»

Quel Fazio era uno sbirro vero: gli abbastava picca e nenti per conoscere il dintra e il fora d’una pirsona.

Quanno arrivò al salone di Nicotra, non c’erano clienti. Il varbèri era un ultrasissantino mutànghero, tanticchia ammalanconuto. Fino a metà del taglio, non raprì vucca. Doppo s’addecise a spiare:

«Come si trova a Vigàta, commissario?»

Oramà l’accanoscevano tutti. E accussì, parlanno parlanno, vinni a sapìri che uno dei villini di Marinella era vacante in quanto il figlio di Nicotra, Pippino, si era maritato a Novaiorca con una miricana che gli aviva macari procurato un travaglio bono.

«Ma verrà d’estate a passare qua le vacanze!»

«Nonsi. Mi ha già fatto sapìri che la ’stati la passa a Miami. E ti saluto, figlio! E io la fici imbiancari e puliziare ammàtula!»

«Beh, può sempre andarci lei.»

«A Miami?!»

«No, dicevo nel villino.»

«A mia non mi piaci l’aria di mari. Me’ moglieri è di Vicari, la conosce?»

«Sì, è alta.»

«Ecco, me’ mogliere tiene una casuzza là. Ogni tanto ci andiamo.»

Montalbano si sentì acchianari in cori la spiranza. Inserrò l’occhi e si ittò cavaddro e carretto:

«Suo figlio sarebbe disposto ad affittarmela per tutto l’anno?»

«Che ci trase me’ figlio? Le chiavi mi dette e mi disse di farinni quello che io voliva.»


«Mery, la sai la novità? Ho trovato casa!»

«In paese?»

«No, un poco fuori. Una villetta di tre camere, cucina e bagno. Sulla spiaggia di Marinella, a pochi metri dal mare. Ha un solario e una verandina sul davanti dove la sera si può cenare. Una meraviglia.»

«Ci abiti già?»

«No, da dopodomani. Ho telefonato a Mascalippa perché mi mandino le mie cose.»

«Ho voglia di vederti.»

«Anch’io.»

«Senti, sabato prossimo potrei venire a Vigàta nel pomeriggio. E tornare a Catania domenica sera. Che ne dici? Vuoi ospitarmi?»


Il giorno appresso era giovedì. Una bella jornata che lo fece allegro. Trasenno nella so’ cammara al commissariato, vitti sul tavolo una specie di cartolina intestata “Tribunale di Montelusa” e a lui indirizzata. La data era di quinnici jorna avanti. Ci aviva impiegato quinnici jorna a percorrere i sei chilometri che c’erano tra Vigàta e Montelusa. Lo convocavano per il lunedì che veniva, alle ore nove. L’alligria gli passò di colpo, non gli piaciva aviri a chi fari con giudici e avvocati. Che minchia volivano da lui? Nella cartolina non c’era scritto nenti, salvo la sezione indovi doviva appresentarsi, la terza.

«Fazio!»

«Ai comandi, dottore.»

Gli pruì la convocazione del tribunale. Fazio la liggì e doppo taliò interrogativo il commissario.

«Puoi vedere di cosa si tratta?»

«Certamente.»

Si ripresentò doppo un dù orate.

«Dottore, lei prima di pigliare servizio qua si trovò a passare da queste parti, non è così?»

«Sì» ammise Montalbano.

«E fu presente a una sciarra tra automobilisti?»

Vero era! Se ne era completamente scordato!

«Sì.»

«La chiamano a testimoniare.»

«Bih, chi camurrìa!»

«Dottore, si vede che lei è un bravo cittadino. E i bravi cittadini che testimoniano in genere vanno incontro a camurrìe. Almeno dalle nostre parti.»

Che per caso Fazio lo stava piglianno per il culo?

«Allora sarebbe meglio non testimoniare?»

«Dottore, che domande mi fa? Se devo parlare da poliziotto, testimoniare è un dovere. Se devo parlare da semplice cittadino, dico che è sempre una gran camurrìa.»

Fece una pausa.

«E certe volte una camurrìa tira l’altra, come le cirase.»

«Ma guarda che si tratta di una stronzata! Per un incidente banale, un prepotente ha rotto il naso a un…»

Fazio isò una mano a interromperlo.

«La facenna la conosco perché me l’ha contata il vigile.»

«Quello che ha preso la targa?»

«Sissignore. Mi ha detto che lui aveva pigliato il numero sbagliato e lei ha fatto correggere.»

«Embè?»

«Se non era per lei, che era la seconda volta che veniva a Vigàta e che tutti sapevano che era un commissario, quel numero sbagliato era stato scritto giusto.»

Montalbano lo taliò ’ntronato.

«Ma che minchia dici?»

«Dottore, il vigile dice che era giusto che quel numero venisse scritto sbagliato.»

Montalbano si sentì pigliare dal nirbuso.

«Fazio, tu mi stai facendo un discorso a trasi e nesci. Puoi parlare chiaro, per favore?»

Fazio arrispunnì con una domanda.

«Posso chiudere la porta?»

«Chiudila» assentì Montalbano imparpagliato.

Fazio chiuì la porta e s’assittò supra una delle dù seggie che c’erano davanti alla scrivania.

«Mentre accompagnava l’anziano al pronto soccorso, il vigile ha tentato di persuaderlo a non presentare denunzia. Ma l’anziano, che abita a Caltanissetta, si è incaponito.»

«Scusami, Fazio. Ma questo vigile è un frate francescano? Uno che vuole la pace universale?»

«Vuole la pace, questo sì, ma non la pace eterna.»

«Fazio, noi due ci conosciamo poco. Ma se entro tre minuti non mi hai spiegato tutto chiaramente io ti piglio per le spalle e ti butto fuori da questo ufficio. E fai rapporto a chi vuoi tu, al sindacato, al questore, al papa!»

Con calma, Fazio infilò una mano in sacchetta, cavò fora un pizzino piegato in quattro, lo spiegò, l’allisciò, liggì.

«Cusumano Giuseppe di Salvatore e di Cuffaro Maria, nato a Vigàta il 18 ottobre del…»

Montalbano l’interruppe.

«Chi è?»

«Quello che ha dato il cazzotto.»

«E che me ne fotte delle sue generalità?»

«Dottore, la madre, Cuffaro Maria, è la sorella minore di don Lillino Cuffaro e Giuseppe è il nipotino prediletto del nonno, don Sisìno Cuffaro. Mi spiegai?»

«Perfettamente.»

Ora capiva tutto. Il vigile si scantava a mettersi contro il rampollo di una famiglia mafiosa come quella dei Cuffaro e per questo a bella posta aveva trascritto sbagliato il numero di targa. Accussì l’aggressore non si sarebbe mai potuto identificare.

«Va bene, grazie, puoi andare» disse asciutto a Fazio.


Il venerdì a matino fece la valigia, per la verità erano tri e piuttosto granni, le mise in machina, pagò il conto e sinni partì per la so’ casa di Marinella. Non gli pariva vero. La sira avanti il varbèri Nicotra gli aviva consegnato le chiavi e lui non aviva resistito e ci era passato prima di tornare a dormiri, per l’ultima volta, in albergo. La villetta era ammobigliata in modo decenti, non c’erano mobili pisanti da gattopardi o da emirati arabi, anzi tutto era di un certo gusto. Il telefono era stato già allacciato, si vede che avivano avuto un occhio di riguardo pirchì era un commissario. In cucina il frigorifero, vacante, funzionava. La bombola del gas era nova. Alla verandina, capiente abbastanza per una panchina, dù seggie e un tavolino, si accedeva direttamente da una porta finestra nella cammara di mangiari. Tri gradini collegavano la verandina alla spiaggia. Montalbano s’assittò sulla panchina e stette un’orata a godersi l’aria di mari. Si sarebbe volentieri addrummisciuto accussì.

Lassate le valigie, si rimise in machina e andò in commissariato per avvertire Fazio che aviva da fare e che sarebbe tornato nella tarda matinata. In un negozio accattò linzola, fodere di cuscini, asciucamani, tovaglie e tovaglioli; in un supermercato fece incetta di pignate, tagani, taganeddri, posate, piatti, bicchieri e tutto quello che poteva servire. In più s’accattò qualichi cosa di mangiari da tenere in frigo. Quanno si diresse novamenti a Marinella, la so’ machina pariva quella di un venditore ambulante. Scarricò tutta la roba e si addunò che mancavano ancora una quantità di cose. Allura si fici un altro viaggio. Arrivò in commissariato che era passato mezzojorno.

«Ci sono novità?» spiò a Fazio che, in attesa dell’arrivo di un vicecommissario, ne aviva provisoriamente il compito.

«Nessuna. Ah, ha telefonato due volte l’onorevole Torrisi, da Roma. La cercava.»

«E chi è questo onorevole Torrisi?»

«Dottore, è uno degli onorevoli eletti qua.»

«Quanti sono questi onorevoli?»

«In provincia tanti, ma quelli che hanno raccolto più voti a Vigàta sono due, Torrisi e Vannicò.»

«Sono di due partiti diversi?»

«Nonsi, dottore. Sono tutti e due della stessa parrocchia, democristiani.»

Sgradevolmente, gli tornarono in testa le parole dette dal questore nel loro unico incontro.

«Ha detto che voleva?»

«No, dottore.»


Passò la sirata e parte della nottata a dare una sistemata alla casa, spostando macari qualche mobile. Prima di tornare a Marinella era andato a mangiari alla trattoria San Calogero come oramà regolarmente faciva. Al principio del suo travaglio casalingo si era sintuto perfettamente in forze, ma quanno andò a corcarsi aviva le gambe e la schina spezzate. Dormì un sonno di chiummo, pisante e denso. S’arrisbigliò poco appresso l’alba, si priparò la napoletana, se ne bevve mezza, si mise in costume da bagno, raprì la porta finestra, andò sulla verandina. Quasi quasi gli venne da chiàngiri: per misi e misi, a Mascalippa, aviva sognato una vista simile. E ora se la poteva godiri a volontà! Scinnì sulla spiaggia, si mise a caminare a ripa di mari.

L’acqua era fridda, non era cosa ancora di farisi il bagno. Ma s’arricreò il corpo e lo spirito. Finalmenti s’addecisi di tornare alla villetta e di pripararisi per la jornata.

Arrivò in commissariato tanticchia tardo, prima di nesciri dalla villetta aviva fatto una specie di ricognizione generale e si era scritta una nota di quello che ancora abbisognava. Doppo era passato da un falignami, indicatogli naturalmente da Fazio, e aviva pigliato con lui un appuntamento per farisi cummigliare una parete intera da scaffalature per i libri che sarebbero arrivati da Mascalippa e per quelli che aviva ’ntinzione d’accattare.

Stava assittato darrè la so’ scrivania da un’orata, quanno Fazio s’appresentò dicenno che c’era l’onorevole Torrisi.

«Passamelo» disse Montalbano sollevando il ricevitore del telefono.

«No, dottore. è di là. Dice che è arrivato iersera da Roma.»

Allora ci si era messo di bona gana, l’onorevole, per scassargli i cabasisi!

Non c’erano vie di fuga, l’unica era nesciri dalla finestra a pianoterra. Per un attimo fu tentato, doppo si disse che non era dignitoso. E po’ pirchì tutta questa ’ntipatia se manco ancora lo conosceva a l’onorevole e non sapiva quello che voliva da lui?

«E va bene, fallo passare.»

L’onorevole era un cinquantino corto e grasso, trasandato, un faccione atteggiato al sorriso che non arrinisciva ad ammucciare la taliata gelida e sirpintina dell’occhi. Montalbano si susì e gli andò incontro.

«Carissimo! Carissimo!» fece l’onorevole agguantandogli la mano e agitandogli il vrazzo su e giù con tanta forza che il commissario pinsò di restare con la spalla slogata vita natural durante.

Lo fece assittare in una delle dù poltrone di una specie di salottino che c’era in un angolo della cammara.

«Prende qualcosa?»

«Niente! Niente! Non posso pigliare niente per ancora due mesi: ho fatto un fioretto alla Madonna. Sono passato solo per conoscerla e scambiare qualche parola con lei. Sa, qua a Vigàta ho raccolto una larga messe di voti e sento come mio dovere morale…»

«Anche l’onorevole Vannicò è andato bene da queste parti» l’interruppe Montalbano carognescamente, facendo però una faccia di fissa nato e inguaribile.

L’atmosfera cangiò, parse che sul soffitto si formasse una lastra di ghiaccio.

«Beh, sì, anche Vannicò…» ammise a mezza vuci Torrisi.

E po’ improvvisamente preoccupato:

«L’ha già conosciuto?»

«Non ho avuto ancora il piacere.»

Torrisi parse più sollevato.

«Sa, commissario, io mi occupo molto dei problemi, del disagio dei giovani d’oggi. E devo constatare con dispiacere, con rammarico, che anche qua a Vigàta le cose non vanno al riguardo tanto bene. Sa cosa manca?»

«No. Che manca?» spiò il commissario con la faccia di chi aspetta una rivelazione che gli cangi la vita.

«Questo» fece l’onorevole toccandosi con la punta dell’indice il lobo dell’orecchia destra.

Montalbano strammò. Che veniva a dire? Che bisognava diventare froci per capire il disagio giovanile?

«Mi scusi, onorevole, ma mi sfugge quello che manca.»

«L’orecchio, carissimo. Noi non ascoltiamo, non porgiamo orecchio alle voci dei giovani. Per esempio, siamo portati a giudicarli affrettatamente e irrevocabilmente per qualche gesto magari sbagliato che compiono…»

Fiat lux e la luce fu! In un lampo, Montalbano capì lo scopo della visita dell’onorevole, indovi voleva andare a parare.

«E questo è un errore» disse facendo un’ariata severa mentre dintra di sé se la scialava.

«Un gravissimo errore!» rincarò l’onorevole cascandoci vistuto com’era. «Vedo che lei, commissario, è uno che capisce! Certamente è stato il Signore a mandarla qua!»

L’onorevole parlò per una mezzorata, tenendosi sempre sulle generali. Ma ’u sucu del suo sottodiscorso fu: nella testimonianza che farai in tribunale, cerca di non calcare troppo la mano. Cerca di capire il disagio di un giovane macari quanno è ricco, macari quanno appartiene a una famiglia potente, macari quanno spacca la faccia a un vecchio. La famiglia Cuffaro aviva mandato il suo ambasciatore plenipotenziario. Si vede che l’altro onorevole, Vannicò, era il plenipotenziario della famiglia Sinagra. Il questore aviva visto giusto.


L’umore malo che gli era vinuto per la visita dell’onorevole gli passò alle quattro di doppopranzo, quanno arrivò Mery. La quale purtroppo domenica sira sinni dovette tornare a Catania, ma aviva avuto bastevole tempo per arrizzittare la villetta e l’animo (e il corpo) del commissario.

quattro

Naturalmente l’umore malo gli tornò lunedì matina, appena arrisbigliatosi, all’idea di dovirisi prisintari in tribunale. Una volta aviva canusciuto una pirsona che faciva il sovrintendente alle antichità: ebbene, questa pirsona pativa un male scògnito, vale a dire che i musei gli facivano scanto, da solo non ci arrinisciva a stari, la vista di una statua greca o romana a momenti lo faciva sveniri. Lui non arrivava a tanto, ma aviri a chi fari con judici e avvocati era cosa che gli faciva viniri il nirbuso. Manco la passiata a ripa di mari lo sbariò.

A Montelusa ci andò con la so’ machina e per dù ragioni. La prima era che s’apprisentava in tribunale non come commissario ma come privato cittadino e quindi farisi accompagnare dalla machina di servizio era un abuso. La seconda era che l’autista del commissariato addetto alla guida della machina, quanno ci acchianava lui, era un agente simpatico, che di nome faciva Gallo, ma che caminava su ogni strata, macari sulla più spersa trazzera di campagna, come se s’attrovasse sulla pista d’Indianapolis.

Nel tribunale di Montelusa non aviva mai avuto occasione d’andarci. Era un palazzone di quattro piani, sgraziato ed enorme, dintra al quale si trasiva da un grande portone. Superato il portone, c’era una specie di breve corridoio dal soffitto altissimo, affollato di pirsone vocianti che pariva un mercato. A mano manca ci stava il posto di guardia dei carrabinera, a mano dritta una cammara piuttosto nica supra la quale c’era scritto “Ufficio informazioni”. Qui, a fare confuse domande e a ricevere altrettanto confuse risposte dall’unico impiegato c’erano cinco omini prima di lui. Montalbano aspittò il turno so’ e po’ mostrò la convocazione all’addetto. Quello la pigliò, la taliò, consultò un registro, taliò nuovamente la cartolina, riconsultò il registro, isò l’occhi sul commissario, e finalmente disse:

«Dovrebbe essere al terzo piano, aula cinque.»

Pirchì quel “dovrebbe”? Forse in quel tribunale si tenevano udienze mobili, macari su pattini a rotelle? Oppure perché l’impiegato era pirsuaso che niente fosse certo nella vita?

E fu allora, niscenno dall’ufficio informazioni, che la vitti per la prima volta. Una sidicina, un’adolescente che portava un vistito di cotonina da quattro soldi e in mano tiniva una grossa borsa a sacco consunta dall’uso.

Stava appuiata al muro allato al posto di guardia dei carrabinera. E non si poteva non taliarla per i grandissimi occhi nivuri, sbarracati e fissi sul nulla, e per il contrasto tra il viso ancora quasi da picciliddra e le forme del corpo già aggressive e piene. Non si cataminava, pariva una statua. Il corridoio d’ingresso portava a un vasto cortile-giardino molto curato. Ma come si faciva ad arrivare al terzo piano? Montalbano vitti un gruppo di pirsone sul lato manco e si avvicinò. C’era un ascensore. Ma allato, scritto a pennarello su un foglio di carta impiccicato al muro ci stava un avvertimento: “L’ascensore è riservato ai signori giudici e avvocati”. Montalbano si spiò quanti fossero giudici e avvocati tra la quarantina di pirsone che aspittavano l’arrivo dell’ascensore. E quanti gli sperti che fingevano giudici e avvocati. Decise d’iscriversi alla seconda categoria. Ma l’ascensore non arrivava e la gente cominciò a murmuriare. Doppo, un tale s’affacciò da una finestra del secondo piano.

«L’ascensuri si ruppi.»

Santianno, lamentiannosi, gastimiando, tutti si diressero verso un’alta arcata attraverso la quale si vidiva l’inizio di una scala larga e commoda. Il commissario se la fece fino al terzo piano. La porta dell’aula cinque era aperta e dintra non c’era nisciuno. Montalbano taliò il ralogio, erano già le novi e deci. Possibile che tutti erano in ritardo? Gli venne un sospetto e cioè che l’addetto alle informazioni aviva ragione ad essere dubitoso e che l’udienza forse si stava tenendo in un’altra aula. Il corridoio era affollatissimo, le porte si raprivano e si chiuivano in continuazioni, arrivavano folate d’eloquenza avvocatisca. Passato un quarto d’ora s’addecise di spiare a uno che passava ammuttando un carrello sovraccarico di faldoni e carpette.

«Scusi, mi sa dire…»

E gli pruì la cartolina. L’altro la taliò, la restituì a Montalbano e ripigliò a caminare.

«Non ha visto l’avviso?» spiò.

«No. Dove?» fece il commissario andandogli appresso a passettini.

«Nella bacheca. L’udienza è rimandata.»

«A quando?»

«A domani. Forse.»

In quel palazzo regnavano evidentemente non ferree certezze. Scinnì le scale, rifece la fila all’ufficio informazioni.

«Non lo sapeva che l’udienza all’aula cinque è stata rinviata?»

«Ah, sì? E a quando?» s’informò l’addetto all’ufficio informazioni.

E la rivitti per la seconda volta. Era passata circa un’orata e la picciotta era esattamente nella stessa posizione di prima. Doviva aspittare qualichiduno, certo, ma quell’immobilità era quasi innaturale, mittiva a disagio. Per un momento Montalbano fu tentato di avvicinarla e di spiarle se aviva bisogno di qualichi cosa. Ma ci ripensò e niscì dal tribunale.


Appena arrivato in commissariato l’avvisarono che avivano telefonato da Mascalippa che il camioncino con le casse della robba sarebbe arrivato a Marinella alle cinque e mezza del doppopranzo. Naturalmente fece in modo di essere a Marinella alle cinque e un quarto, ma il camioncino portò dù ore di ritardo, arrivò che già scurava. Per di più l’autista si era fatto male a un vrazzo e quindi non era in condizione di scarricare le casse. Santianno come un turco, Montalbano se le incollò una appresso l’altra e alla fine s’arritrovò con una spalla slogata e una fitta d’ernia bilaterale. In compenso, l’autista pretese diecimila lire di mancia, non si sa bene a che titolo, forse come risarcimento morale per essere stato impossibilitato allo scarrico. Montalbano raprì solo una cascia, quella che conteneva il televisore. Nell’appartamento c’era già la presa dell’antenna ch’era installata sul tetto-solario, la collegò e addrumò, sintonizzandosi sul primo canale. Niente, pagliuzze bianche e una rumorata di friggitoria. Cercò gli altri canali, variava solo la quantità di pagliuzze e certe volte la friggitoria addivintava risacca o altoforno. Allora acchianò sul tetto-solario e si addunò che l’antenna era stata spostata, forse da qualche colpo di vento. Faticanno, arriniscì a girarla tanticchia. Quindi scinnì di cursa a taliare il televisore: ora le pagliuzze si erano cangiate in ectoplasmi, fantasmi in una friggitoria. Facendo zapping disperatamente, finalmente vitti chiara la faccia di uno speaker. Parlava arabo. Astutò la televisione e si andò ad assittare sulla verandina per farsi passare il nirbuso. Doppo decise di mangiare qualcosa, il pane scongelato l’infilò in forno per quadiarlo, e doppo si mangiò una scatola di tonno di Favignana con oglio e limone.

Pinsò che doviva assolutamente trovare qualichi fìmmina per tenere in ordine la casa, puliziare la biancheria e fargli da mangiare. Ora che aviva casa, non potiva arrangiare sempre da solo. Corcatosi, scoprì che non aviva nenti da leggere. Tutti i so’ libra stavano in due casse ancora chiuse, le più pesanti. Si susì, raprì la prima cassa e, naturalmente, non trovò quello che circava, il romanzo giallo di un francisi che si chiamava Magnan, intitolato Il sangue degli Atridi. L’aviva già liggiuto, ma gli piaciva per come era scritto. Raprì macari la seconda cassa. Il libro era propio in furino in funno. Taliò la copertina e lo posò in cima all’ultima pila: gli era pigliata una gran botta di sonno.


Arrivò tanticchia in ritardo, le nove e deci, pirchì non era arrinisciuto a trovare un posto per parcheggiare. Lei era lì, lo stisso vistito di cotonina, la stissa borsa, lo stisso sguardo sperso nei grandi occhi nivuri. Esattamente indovi l’aviva già vista dù volte, né un centimetro in più a dritta né un centimetro in meno a manca. Come uno di quelli che addimannano la limosina, che si scelgono un luogo d’elezione e lì stanno fino a quanno morino o qualichiduno non li porta in un ricovero. ’Stati o ’nvernu li vedi sempre lì. E macari lei addimannava qualichi cosa, la limosina no, questo era evidente, ma che cosa? Sulla porta dell’ascensore ci stava impiccicato un foglio a pennarello: “rotto”. Acchianò i tre piani e quanno trasì nell’aula nummaro cinco, che era una cammara chiuttosto nica, la trovò china di gente. Nisciuno gli spiò chi era e che veniva a fare.

S’assittò nell’ultima fila, allato a un tipo rosso di capelli che aviva in mano un quaterno e una pinna biro e che ogni tanto pigliava appunti.

«È da molto che è incominciato?» gli spiò.

«Il sipario si è alzato da dieci minuti. Sta recitando l’accusa.»

Che modo retorico d’esprimersi! Sipario! Recitare! Eppure, dall’aspetto, l’omo pariva un tipo concreto e asciutto.

«Scusi, perché ha detto che il sipario si è alzato? Non siamo a teatro.»

«Non lo siamo? Ma questo è tutto un teatro! Da dove viene lei, dalla luna?»

«Montalbano mi chiamo. Sono il nuovo commissario di Vigàta.»

«Piacere. Mi chiamo Zito e sono un giornalista. Ascolti l’accusa, la prego, e poi mi dirà se è teatro o no.»

Doppo una decina di minuti che quel signore con la toga parlava, al commissario venne un dubbio.

«Ma lei è sicuro che sia il Pubblico ministero?»

«Che le dicevo?» fece, trionfante, il giornalista Zito.

L’accusa aviva parlato preciso ’ntifico come se era la difesa. Aviva sostenuto che l’aggressione da parte di Cusumano Giuseppe c’era stata, è vero, ma bisognava considerare il particolare stato emotivo del giovane e il fatto che l’aggredito, il signor Melluso Gaspare, scendendo dalla macchina, aveva dato del cornuto al Cusumano. Domandò il minimo della pena e una caterva di attenuanti. A questo punto venne chiamata la guardia comunale.

Ma come si svolgeva quel processo? Quale ordine seguiva? La guardia disse di non avere visto praticamente niente perché era intento a parlare con dù cani randagi che gli facivano simpatia. Si era addunato della cosa quanno il Melluso era caduto a terra. Aviva pigliato il numero di targa della macchina che poi era risultata di proprietà del Cusumano e quindi aviva accompagnato al pronto soccorso il Melluso. A domanda del difensore, che altri non era che l’onorevole Torrisi, ammise di aver sentito distintamente la parola “cornuto” aleggiare da quelle parti, ma in coscienza non era in grado di dire da chi era stata detta. Con sua somma sorpresa, Montalbano si sentì chiamare. Finito il rituale delle generalità e dell’assicurazione di dire la verità, s’assittò ma, prima che potesse raprire vucca, si sentì rivolgere una domanda dall’onorevole Torrisi.

«Lei naturalmente ha udito il Melluso dare del cornuto al Cusumano?»

«No.»

«No? Come no? Ma se quella parola l’ha udita la guardia comunale che si trovava assai più distante da lei!»

«La guardia l’ha sentita è io no.»

«Ha l’udito debole, dottor Montalbano? Ha sofferto di otite da piccolo?»

Il commissario non arrispunnì e venne immediatamente licenziato. Poteva andarsene, ma volle ascutare l’arringa dell’onorevole. E fece bene, pirchì ebbe la rivelazione del “particolare stato emotivo” del picciotto. Dunque, tri anni avanti il Cusumano si era maritato con l’amata zita Lo Cascio Mariannina. Ebbene, alla nisciuta della chiesa, propio sul sagrato, era stato ammanettato da dù carrabinera per una cunnanna passata in giudicato. Insomma, quel fatale jorno della sciarra col Melluso, il Cusumano era appena nisciuto dal carcere e stava letteralmente volando tra le braccia della sua sposina per consumare quel matrimonio che fino ad allora era stato solo “rato”. Al sentirsi dare del cornuto, il giovane, che ancora non aveva colto il fiore che la Lo Cascio Mariannina aveva solo a lui dedicato…

E qui Montalbano, che non ne poteva più, e si tratteneva a malappena dal mettersi a vummitare, salutò il giornalista Zito e sinni niscì. Tanto, era sicuro che Cusumano se la sarebbe scapolata e che era grasso che colava se al suo posto non andava in càrzaro Melluso.

All’imbocco del corridoio che portava all’uscita, si bloccò. La picciotta si era spostata di dù passi in avanti e parlava con un quarantino sicco e capelluto, vistuto alla sanfasò, con un cravattino di quelli che usano solo certi avvocati. Il quarantino scosse la testa facendo ’nzinga di no e si diresse verso il giardino. La picciotta tornò al solito posto, alla solita immobilità. Montalbano le passò davanti, si trovò fora dal palazzo. Era inutile farsi domande, spirciarsi la testa sul pirchì e sul pircome, certamente quella picciotta non avrebbe avuto più modo d’incontrarla. E quindi tanto valiva scordarsela.

Ammàtula tentò di far partire la machina per tornarsene a Vigàta. Provò e riprovò, ma non ci fu verso. Che fare? Chiamare il commissariato e farsi veniri a pigliari? No, la facenna per la quali s’attrovava a Montelusa era facenna privata. S’arricordò che sulla strata del tribunale aviva visto un’autofficina. Ci andò a pedi e spiegò al capofficina la situazione. Questi fu gentile assà e fece accompagnare il commissario da un meccanico. Esaminato il motore, il meccanico diagnosticò un guasto al circuito elettrico. Nel tardo pomeriggio, e non prima, poteva passare dall’officina e ripigliarsela riparata. Montalbano gli consegnò le chiavi.

«C’è un autobus per Vigàta?»

«Sì. Parte dal piazzale della stazione.»

Si fece una lunga caminata, fortunatamente tutta in discesa, per il corso e, arrivato al piazzale, dal tabellone degli orari apprese che un autobus era già partito, il prossimo ci sarebbe stato un’orata appresso.

Tambasiò lungo un viale alberato dal quale si vidiva nella sua interezza la Valle dei templi e, in fondo, la linea del mare. Tutt’altra cosa dei paesaggi quasi svizzeri di Mascalippa! Quanno tornò nel piazzale della stazione vitti che c’era un autobus fermo, su una fiancata la scritta: “Montelusa-Vigàta”.

Le portiere erano aperte. Acchianò da quella di davanti e sul primo gradino, dal quale si potiva vidiri l’interno, si fermò. A fermarlo non fu il fatto che l’autobus fosse vacante ad eccezione di una passeggera, ma che quella passeggera era propio la picciotta del tribunale.

Si era assittata in uno dei dù posti darrè all’autista, quello più vicino al finestrino, ma non taliava fora, taliava fisso davanti a sé e manco parse addunarsi della presenza di un passeggero che stava fermo sulla scaletta. Infatti Montalbano si stava spiando se non era il caso di ricorrere a una provocazione per cangiare in effettiva presenza la presenza-assenza della picciotta, vale a dire andare ad assittarsi nel sedile allato a lei, quando nell’autobus c’erano quarantanove posti liberi.

Ma che motivo aviva per agire accussì? Che faciva quella di malo? Nenti, faciva. E allura?

Acchianò e si andò ad assittare in uno dei dù posti ch’erano sulla stessa linea di quelli darrè all’autista: macari se di profilo, potivà continuare a vidiri la faccia della picciotta. Immobile, lei tiniva la borsa, appuiata sulle ginocchia, con le dù mano.

L’autista andò a pigliare posto, addrumò il motore. E proprio in quel momento si sentì un vocìo:

«Ferma! Ferma!»

Una quarantina e passa di giappunisi, tutti con gli occhiali, tutti sorridenti, tutti con la machina fotografica a tracolla, preceduti da un’affannata guida, andarono all’arrembaggio dell’autobus e occuparono tutti i posti vacanti.

Però nessun giappunisi s’assittò né allato a Montalbano né allato alla picciotta. L’autobus partì.

Alla prima firmata non ci furono scinnute e non ci furono acchianate. I giappunisi si contendevano i finestrini per scattare le foto in una guerra senza esclusione di colpi fatta con le armi di una cortesia letale. Alla secunna firmata, l’autista dovette isarisi dal suo sedile per aiutare una coppia di quasi centenari ad acchianare.

«Lei si segga qua» intimò l’autista a Montalbano indicandogli il posto allato alla picciotta.

Il commissario obbedì e i dù vecchi poterono accussì assittarsi l’uno vicino all’altra e compatirsi a vicenda.

La picciotta non si era spostata pi nenti, Montalbano, nel pigliare posto, dovette di necessità sfiorarle la gamba, ma lei non reagì al contatto, semplicemente la lasciò dov’era. Impacciato, il commissario orientò il suo corpo verso il corridoio centrale.

Con la coda dell’occhio le taliò le minne sode che s’alzavano e s’abbassavano sutta al vestitino di cotone al ritmo del respiro, e su quel movimento sintonizzò l’udito. Era un trucco che gli aviva insegnato il commissario Sanfilippo: arrinèsciri a percepire un rumore accordando l’udito alla vista. E infatti, lentamente, supra al parlottìo dei giappunisi, supra al rumore del motore, cominciò a percepire sempre più nitido il respiro di lei. Che era lungo e regolare, quasi una sciatata da sonno. Ma come accordare quel respiro alla domanda disperata, sì, disperata, che si leggeva nei so’ occhi? Le mano che tenevano ferma la borsa avevano dita lunghe, affusolate, eleganti, ma erano di pelle martoriata da travagli pisanti di campagna; le unghie qua e là spezzate avivano ancora tracce di smalto rosso. Era evidente che la picciotta da qualichi tempo si trascurava. E un’altra cosa notò il commissario, un’altra contraddizione all’apparente compostezza di lei: il pollice della mano dritta ogni tanto si mettteva a trimare senza che la picciotta se ne rendesse conto.

Alla firmata dei templi la comitiva giappunisa rumorosamente scinnì. Il commissario avrebbe potuto cangiare di posto, mettersi più commodo, ma non si cataminò. Passato di picca il cartello stratale che indicava il comincio del territorio di Vigàta, la picciotta si susì addritta.

Stava tanticchia curva per non sbattere con la testa contro la reticella portabagagli. Evidentemente doviva scinniri, ma restò a taliare Montalbano senza domandargli primisso, senza raprire vucca. Il commissario ebbe la sensazione che la picciotta lo taliasse non come un omo, ma come un oggetto, un indefinito ostacolo. Ma indovi aviva la testa?

«Vuole passare?»

La picciotta non disse né sì né no. Allura Montalbano si susì e si spostò nel corridoio per farle spazio. Lei arrivò all’altizza dei gradini e lì si fermò, una mano a tenere la borsa, l’altra a reggersi alla sbarra metallica che correva davanti ai dù posti indovi stava assittata la coppia d’anziani.

Fatti pochi metri, l’autista fermò, azionò la porta automatica, la picciotta scinnì.

«Un momento!» fece Montalbano a voce accussì acuta che l’autista si voltò a taliarlo sorpreso. «Non chiuda, devo scendere.»

La decisione l’aviva pigliata improvisa. Ma che minchiata stava facenno? Pirchì si era accussì fissato? Si taliò torno torno, era alla periferia vecchia di Vigàta indovi non sorgevano palazzi novi o grattacieli nani, c’erano solo case sdirrupate o che ancora si reggevano addritta sostenute da travi, case abitate da gente che campava poveramente non col porto o con traffici cittadini, ma coltivando ancora la campagna stenta del retroterra del paisi.

La picciotta era davanti a lui. Caminava con lintizza, quasi che non aviva gana di tornare. Ora tiniva la testa vascia, pariva che taliasse attentamente la terra sulla quale posava i pedi. Ma la vidiva la terra che taliava? Che cosa vidivano realmenti l’occhi so’?

La picciotta svoltò a mano dritta, imboccando una specie di vicolo che di notti doviva essere una scenografia ideale per una pellicola di fantasimi. Da un lato una fila di magazzini senza porte, i tetti sfondati; dall’altro una serie di casuzze disabitate e agonizzanti. Non passava, letteralmente, manco un cane.

“Ma che sto a fare qua?” si spiò il commissario come arrisbigliandosi da un sogno tinto.

E fece per tornare. Propio in quel momento però la picciotta variò, parse perdere l’equilibrio, lasciò cadi- ri la borsetta, fu costretta ad appuiarsi al muro di una casa. In prima, il commissario non seppe che fare. Ma subito doppo gli parse chiaro che la picciotta doviva aviri avuto un giramento di testa o qualichi cosa di simile, non aviva né truppicato né era inciampata contro una petra. Comunque era bisognevole d’aiuto e il suo intervento ora era più che giustificato. Le si avvicinò.

«Si sente male?»

L’urlo altissimo che fece la picciotta a sèntiri la so’ vuci fu accussì improviso e lacerante che Montalbano, pigliato alla sprovista, fece un salto narrè, scantato. La picciotta non l’aviva sintuto arrivare e le sue parole l’avevano riportata di colpo alla realtà. Ora taliava Montalbano con l’occhi sbarracati e lo vidiva per quello che era, un omo, uno sconosciuto che le aviva appena detto qualichi cosa.

«Si sente male?» ripeté il commissario.

La picciotta non arrispunnì. Principiò a calarsi in avanti, come al ralletatore, il vrazzo stiso, la mano aperta a ripigliare la borsa da terra.

Montalbano fu più lesto di lei, affirrò la borsa per primo. La so’ ’ntinzioni era quella di fari un gesto di cortesia, perciò strammò alla reazione della picciotta che, stavolta usando le dù mano, cercò di strappargliela via.

Istintivamente, Montalbano la trattenne con forza. La picciotta incrociò i so’ occhi ed egli vi liggì una disperazione addirittura sarbaggia. Per tanticchia stettiro a fari un assurdo, ridicolo tira e molla senza parole. Po’, com’era prevedibile, la cucitura laterale della borsa si spaccò e tutto quello che c’era dintra cadì ’n terra. Un oggetto assà pisante colpì il dito grosso del pedi mancino del commissario che calò la testa a taliare. Intravide un grosso revorbaro, ma la picciotta, che era addivintata velocissima nei movimenti, arrivò prima a pigliarlo. Montalbano le agguantò il polso, glielo turcì, ma il revorbaro restò saldo in mano alla picciotta. Allura il commissario, con tutto il piso del corpo, la spinse contro il muro, ve la impiccicò, in modo che la mano con il revorbaro e la so’ mano che le teneva il polso si venissero a trovare strette tra il muro e la schina della fìmmina. La picciotta reagì con la mano libera, graffiando la faccia di Montalbano. Il commissario arriniscì a pigliarle macari questa per il polso e la tenne alta forzandola contro il muro. Ansimavano tutti e dù come amanti che facivano l’amuri, Montalbano con la parte vascia del corpo tra le gambe divaricate della picciotta premeva forte il ventre di lei, il petto di lei, e l’odore tanticchia asprigno del suo sudore non era pi nenti spiacevole, macari in quella situazione. Che pareva senza vie d’uscita. Tutto ’nzèmmula il commissario sentì alle sue spalle una rumorata di freni e una vuci che gridava:

«Fermati, porcu! Polizia! Lascia la picciotta!»

E si rese conto che quel poliziotto credeva di stare assistendo a una violenza carnale, a uno stupro. Era un equivoco più che giustificato.Voltò appena la testa e riconobbe uno dei so’ omini, l’agente Galluzzo. Ma- cari Galluzzo l’arriconobbe e si pietrificò.

«Co… co… co…» balbettò.

Voliva dire commissario e invece faciva il verso della gallina.

«Aiutami, è armata!» ansimò Montalbano.

Galluzzo era omo di pronte decisioni. Senza dire ai né bai, mollò un cazzotto sul mento della picciotta. La quale chiuì l’occhi e sciddricò, sbinuta, lungo il muro. Montalbano la scostò con dilicatizza, ma fece fatica a impadronirsi del revorbaro. Le dita della picciotta s’arrefutavano di lassare l’arma.

cinque

La carta d’identità, caduta ’n terra con le altre cose ch’erano nella borsa, dichiarava senza possibilità di dubbio che Rosanna Monaco, di Gerlando e di Marullo Concetta, abitante in Vigàta, via Fornace 37, era da appena qualichi misi maggiorenne. La carta era nova nova, segno che la picciotta se l’era fatta nesciri quanno era arrivata alla maggiore età. Di fronte alla liggi quindi pienamente responsabile delle so’ azioni. Stava assittata sulla seggia davanti alla scrivania del commissario, la testa calata a taliare il pavimento, le vrazza a pinnuluni, e da dù ore non c’era verso di farle raprire vucca.

«Mi dici di chi è il revolver?»

«Ce l’avevi per difesa?»

«Da chi volevi difenderti?»

«Ce l’avevi per sparare a qualcuno?»

«A chi volevi sparare?»

«Perché t’appostavi all’ingresso del tribunale?»

«Aspettavi qualcuno?»

Nenti. Doppo la forza, l’agilità, la sviltizza ritrovate all’improvviso durante quella silenziosa colluttazione che a Montalbano, a tratti, era parsa un intenso rapporto amoroso, ora era tornata a quella specie di tormentata impassibilità che aviva suscitato la curiosità del commissario fin dalla prima volta che l’aviva veduta. Sì, lo sapiva benissimo Montalbano che “tormentata impassibilità” era un ossimoro cretino, ma non trovava altre parole per definire quello che gli faciva veniri in mente l’atteggiamento di Rosanna.

S’arrisolse, non potivano andare avanti in questo modo.

«Mettila in sicurezza» ordinò a Galluzzo ch’era alla machina da scrivere per il verbale e che era arrini- sciuto a battere solo la data. «E portale qualcosa da mangiare e da bere.»

E doppo, isando la vuci:

«Io vado a parlare coi suoi genitori.»

L’aviva fatto apposta a dire apertamente la so’ ’ntinzioni, ma la picciotta manco parse avirlo sintuto. Prima di lasciare il commissariato, si fece spiegare da Fazio dov’era la via Fornace, gli disse di fare alcune cose, niscì, si mise in machina e partì.

La via era la secunna a dritta doppo quella dov’era successa la facenna del revorbaro. Non era asfaltata, s’appresentava già come una trazzera. Il nummaro 37 era una casa a un piano con allato un magazzino tanticchia più granni di un canile, però era meno sdirrupata delle altre. La porta della casa non era chiusa, via via che s’avvicinava Montalbano sentiva uno scomposto vociare. Dalla soglia gli parse di trovarsi davanti a qualichi cosa di mezzo tra l’asilo infantile e la scola elementari. Là dintra c’erano una mezza dozzina di picciliddri, andavano da un anno ai sette.

Una fìmmina d’età indefinibile, che tiniva in vrazzo un neonato, era ai fornelli di una cucina a legna. Non si vidiva un telefono, non si vidiva un frigorifero, non si vidiva un televisore. Ma non si trattava di povertà, pirchì i picciliddri erano vistuti boni e dal soffitto pinnivano caci e salami, doviva trattarsi d’arretratezza, di una mentalità che si trincerava nell’ignoranza.

«Chi voli?» spiò la fìmmina.

«Montalbano sono, commissario di pubblica sicurezza. C’è suo marito?»

«Chi voli da me’ maritu?»

«C’è o non c’è?»

«Nonsi, non c’è. è ’n campagna a travagliari, cu i figli granni.»

«E quando torna?»

«Stasira, alla scurata.»

«Lei è la signora Concetta Marullo?»

«Sissignura.»

«Ha una figlia di nome Rosanna?»

«Ho chista disgrazia.»

«Senta, abbiamo fermato sua figlia perché…»

«Minni futtu.»

«Non ho capito.»

«E iu ci l’arripetu: minni futtu. Pi mia putiti arristarla, ’ncarzararla, marinarla alla furca…»

«Abita qua con voi?»

«Nonsi, tri anni narrè la ittai fora di casa.»

«Perché?»

«Pirchì è una svrigugnata.»

«Perché dice che è una svergognata? Che ha fatto?»

«Chiddru ca fici, fici.»

«E sa dove abita adesso?»

«Ccà allatu. Me’ maritu, c’havi ’u cori bonu, ci desi ’u purcili pi durmiricci. E iddra ci si trova beni, pirchì ’u purcili è la vera casa so’.»

«Potrei vederlo?»

«‘U purcili? Certu. La porta unn’è chiusa.»

«Senta, sa se sua figlia ha motivi di rancore verso qualcuno?»

«Chi minchia nni sacciu, iu? Ci dissi ca sunnu anni ca nun la praticu. Nun sacciu nenti.»

«Un’ultima domanda: suo marito possiede un’arma?»

«Chi arma?»

«Un revolver.»

«Babbìa? Me’ maritu havi sulu un cuteddru pi tagliarisi ’u pani.»

«Appena torna, dica a suo marito di venire in commissariato.»

«Vidissi ca torna tardo e stanco.»

«Mi dispiace, l’aspetterò.»

Niscì con un principio di malo di testa, tutto il dialogo si era svolto a voce alta per sovrastare il bordello che faciva l’asilo infantile.

Il porcile, Rosanna l’aviva ripulito bene e qualichiduno aviva dato una passata di bianco alla pareti. A stento ci capevano una brandina, un tavolinetto, dù seggie. A taliarla da un’altra prospettiva, potiva macari essiri la cella di un convento di francescani. La cucina consisteva in un fornello a mattoni traforati. Per lavarsi, Rosanna adoperava una bacinella posata sul tavolino, l’acqua la pigliava da un pozzo poco distante che Montalbano aviva intravisto. Uno spago teso da una parete all’altra faciva da armuar: c’erano appinnuti dù vistita e un cappotto rivoltato. La biancheria era supra una seggia. Tutto di un’estrema povertà, ma pulitissimo. Non una foto, non un giornale, non un libro. Cercò, invano e a lungo, una littra, un pizzino, qualichi cosa di scritto.

Tornò in commissariato più confuso che pirsuaso.

«Ho fatto quello che mi ha domandato» disse Fazio appena lo vitti trasire, seguendolo in ufficio. «Embè?»

«Dunque» fece Fazio tirando fora dalla sacchetta un pezzo di carta sul quale di tanto in tanto gettava una taliata, «il padre, Monaco Gerlando, fu Giacomo e fu La Stella Elvira, nato a Vigàta il…»

«Scusami, Fazio» l’interruppe Montalbano, «ma perché mi conti queste cose?»

«Quali cose?» spiò imparpagliato Fazio.

«Paternità, maternità… che me ne fotte? Io ti avevo domandato di vedere se il padre di Rosanna è incensurato e che dicono di lui in paese. Punto e basta.»

«È incensurato» rispunnì sostenuto Fazio rimettendosi in sacchetta il pezzo di carta, «e in paese, quei pochi che l’hanno conosciuto, dicono che è una brava persona.»

«Ha altri figli grandi?»

Fazio fece per ritirare fora il pezzo di carta, ma venne fulminato da un’occhiatazza del commissario.

«Due. Giacomo di anni ventuno e Filippo di anni venti. Lavorano con lui in campagna. Macari loro sono nominati per bravi picciotti.»

«Insomma, l’unica che ha dirazzato pare sia Rosanna.»

E gli contò che la madre la giudicava una svrigugnata e che la facivano dormiri in un ex porcile.

«Comunque stasera passa da qui suo padre e cercheremo di saperne di più. Sai se ha mangiato?»

«Galluzzo le ha accattato un panino. Non l’ha toccato. E non ha manco bevuto una goccia d’acqua.»

«Prima o poi» disse Montalbano «crollerà e si deciderà a mangiare e a bere. E quindi a parlare.»

«A proposito del revolver…» principiò Fazio.

«Hai scoperto qualcosa?»

«Dottore, c’era picca da scoprire. è una Cobra, un’arma che non sgherza. Miricana. Non solo, ma la matricola è stata abrasa.»

«Insomma, mi stai dicendo che è un’arma da delinquenti.»

«Esatto, dottore.»

«E quindi qualcuno l’ha data a Rosanna perché sparasse a qualcuno.»

«Esatto, dottore.»

«Ma chi è questo qualcuno?»

«Boh.»

«E a chi doveva sparare?»

«Boh.»

«Fazio, dovresti cercare di sapere tutto quello che è possibile sapere su questa picciotta.»

«Non sarà facile, dottore. A quanto ho capito, si tratta di una famiglia isolata dal resto del paisi. Non hanno amicizie, solo conoscenti.»

«Tu provaci lo stesso. Ah, un’altra cosa. Manda qualcuno dei nostri a dire alla madre della picciotta che faccia avere un po’ di biancheria di ricambio a sua figlia. La dia al marito quando viene qua.»

Andò a taliare dallo spioncino della cammara di sicurezza. Rosanna stava addritta, la fronti appuiata al muro. Il panino era intatto, il bicchieri d’acqua macari. Era un problema. Chiamò Galluzzo.

«Senti, ti ha domandato di andare a gabinetto?»

«No, dottore. Sono stato io a domandarglielo e lei non mi ha neppure risposto. Dottore, secondo mia…»

«Secondo te?»

«Secondo mia sta facendo i capricci.»

«I capricci?»

«Sissi, dottore. Il corpo è quello di una fìmmina fatta, sulla carta è maggiorenne, ma deve avere la testa di una picciliddra.»

«Una ritardata?»

«Nonsi, dottore. Una picciliddra. è arrabbiata perché lei le ha impedito di fare quello che aveva in mente.»

A Montalbano balenò un’idea assolutamente da pazzo.

«Fammi entrare nella sicurezza. Poi apri la porta del gabinetto e la tieni aperta.»

Trasì nella cella. Lei stava sempre con la fronti appuiata al muro. Le si mise allato e urlò con tutto il sciato dei so’ polmoni che parse uno di quei sergenti dei marines che si vidino nelle pellicole miricane:

«Al gabinetto! Subito!»

Rosanna sussultò, si voltò atterrita. Il commissario le mollò uno scppellotto darrè il cozzo. La picciotta si portò una mano alla nuca, indovi era stata colpita mentre l’occhi le si riempivano di lagrime. Teneva un avambraccio davanti alla faccia, come se si aspittasse altre botte. Galluzzo aviva visto giusto: una picciliddra. Il commissario però non si lasciò commuovere:

«Al gabinetto!»

Intanto mezzo commissariato si era precipitato a vidiri che stava succedendo.

«Che fu? Chi è?»

«Via! Via tutti!» urlò Montalbano sentendosi le vene del collo a livello di esplosione imminente. «E tu cammina!»

Come una sonnambula la picciotta si mosse, varcò la soglia della cammara.

«Di qua» fece pronto Galluzzo.

Rosanna trasì nel gabinetto, chiuì la porta. Il commissario, che non c’era mai trasuto, taliò interrogativo Galluzzo.

«Non c’è pericolo» disse l’agente. «Non si può bloccare dall’interno.»

Doppo tanticchia sentirono lo sciacquone, la porta si rapì, Rosanna passò davanti a loro come se non ci fossero, trasì nella cammara di sicurezza, si rimise faccia a muro. Faccia a muro. Una punizione. Rosanna si autopuniva.

«Beh, meno male che c’è riuscito» commentò Galluzzo.

«Gallù, non è che io posso mettermi a fare tutto questo mutupèrio ogni volta che quella deve andare al cesso!» fece arraggiato Montalbano.


Aviva sparpagliato supra il tavolo tutto quello che c’era dintra alla borsetta di Rosanna e sinni stava a taliarlo. Un borsellino di finta pelle che conteneva, più volte ripiegato, un biglietto da diecimila, e po’ tri biglietti da mille, cinco monete da cinquecento lire, quattro da cento, una da cinquanta.

Ma dintra al borsellino c’era una cosa che non aviva nenti a chi fari coi soldi: un pezzettino, deci centimetri sì e no, di elastico rosa. Forse un campione da mostrare al merciaio.

Rosanna conservava i biglietti di andata e ritorno dell’autobus Vigàta-Montelusa. Ce n’erano sei, e questo viniva a significare che minimo minimo per sei volte la picciotta si era appostata all’ingresso del tribunale.

La carta d’identità. Una bottiglietta, vacante, di smalto per le unghie: tracce di liquido rappreso ancora restavano all’interno del coperchio.

E una cosa stramma: una busta supra la quale non c’era nenti di scritto, serviva a contenere lo scheletro di una rosa i cui petali erano tutti caduti. Però, a pinsarci bono, quella rosa non aviva nenti di strammo, era dintra a una busta ma avrebbe potuto benissimo trovarsi, rinsecchita, tra le pagine di un libro, dove la mettevano la maggior parte delle persone. Solo che Rosanna, non avendo libra, quella rosa, certamente ricordo di un incontro sentimentale, se l’era infilata in una busta. E se la portava sempre appresso. In conclusione, niente che fosse fuori posto in una borsa di fìmmina. Ma a Montalbano, per un attimo, e solo per un attimo, venne in testa una particolarità, qualcosa che faceva meno ovvii quegli oggetti. Non arriniscì però a capire che cosa l’aviva illuminato per la durata di un lampo.

Gliene nacque disagio e nirbuso.

Stava raccogliendo le cose di Rosanna per infilarle in un cascione, quanno apparse il centralinista.

«Mi scusi se la disturbo, ma c’è un signore che dice di essere suo padre.»

«Va bene, passamelo.»

«È qui di persona.»

Suo padre?! Di, colpo, con un senso di vrigogna, s’arricordò che non gli aviva scritto per dirgli della promozione e del trasferimento.

«Fallo entrare.»

S’abbrazzarono al centro della cammara con tanticchia di commozione e tanticchia d’imbarazzo. So’ patre era come al solito vistuto elegante ed elegante era macari il modo col quale si muoveva. Tutto il contrario di lui, spisso trasandato. Non si vidivano da almeno quattro misi.

«Come hai fatto a trovarmi?»

«Ho letto in un giornale un articolo dove ti davano una specie di benvenuto a Vigàta. E così, dato che dovevo passare di qua, ho deciso di farti un saluto. Scappo subito.»

«Ti posso offrire qualcosa?»

«No, niente, grazie.»

«Come stai, papà?»

«Non mi lamento. Tra qualche anno vado in pensione.»

«Che pensi di fare, dopo?»

«Mi metto in società con uno che ha una piccola azienda che produce vino.»

«E che facevi da queste parti?»

«Stamatina sono stato a trovare tua madre, a far puliziare la tomba. Oggi è l’anniversario, te lo sei scordato?»

Sì, se l’era scordato. Di sua madre aviva solo un ricordo di colore, come un fascio di spiche di grano maturo.

«Che ricordi di tua madre?»

Montalbano esitò un attimo.

«Il colore dei capelli.»

«Era un colore bellissimo. E nient’altro?»

«Niente di niente.»

«Meno male.»

Montalbano strammò.

«Che vuoi dire?»

Stavolta a esitare fu il padre.

«Ci sono state, tra me e tua madre… incomprensioni, discussioni, litigi… Tutta colpa mia. Tua madre non me la meritavo.»

Montalbano si sentiva imbarazzato. Con so’ patre non c’era mai stata confidenza.

«Mi piacivanu assà i fìmmini.»

Il commissario non seppe che dire.

«Ti stai occupando di qualcosa d’importante?» spiò so’ patre con l’evidente ‘ntinzioni di dare una svolta al discorso.

Il commissario gliene fu grato.

«No, niente d’importante. Però mi sta capitando un caso curioso…»

E gli contò il fatto di Rosanna, insistendo soprattutto sull’indecifrabilità della picciotta.

«Posso vederla?»

Quella richiesta Montalbano propio non se l’aspittava.

«Ma sai, papà, non so se sia consentito… va bene, vieni.»

Lo precedette, taliò per primo dallo spioncino. La picciotta stava addritta con le spalle al muro, aviva l’occhi propio verso la porta. Il commissario lasciò il posto a so’ patre. Questi taliò a lungo, doppo si voltò e disse:

«Per me si è fatto tardi, mi accompagni alla macchina?»

Montalbano l’accompagnò. S’abbrazzarono di slancio, non più impacciati.

«Torna presto, papà.»

«Sì. Ah, Salvù, una cosa: non ti fidare.»

«Di chi?»

«Di quella picciotta. Non ti fidare.»

Lo vitti partiri mentre lo pigliava a tradimento una gran botta di malinconia.


Gerlando Monaco, il patre, s’appresentò in commissariato che già era sira, un sacchetto di plastica in mano che conteneva il cangio di biancheria di Rosanna. Macari a lui non si arrinisciva a dargli un’età, era intortato dal travaglio, arrisucato, cotto come un maduni dalla fornaci, ma, contrariamente alla mogliere, pariva nirbuso e prioccupato.

«Pirchì l’arristastivu, ah?» fu la sua prima domanda.

«Aveva un revolver.»

Gerlando Monaco aggiarniò, variò, gli mancò il sciato, circò con una mano una seggia sulla quale cadì pesantemente.

«Madonna biniditta! Ruvina di la me’ casa è ’sta figlia! Un revorbaro! E cu ci lu desi?»

«È quello che vorremmo sapere. Lei ha qualche idea?»

«Idea?! Iu?!»

Certamente era sincero nel suo sbalordimento.

«Senta, mi spiega perché fate dormire vostra figlia in un porcile?»

Gerlando Monaco s’inquartò, fece una faccia tra umiliata e offisa, calò l’occhi ’n terra.

«Chisti sunnu cosi di famiglia che non v’arriguardanu» murmuriò.

«Talìami» fece fermo il commissario. «Se tu non mi dici subito quello che voglio, tu stanotti tinni vai a tiniri compagnia a to’ figlia.»

«Va beni. Me’ mugliere nun la volli cchiù casa casa.»

«Perché?»

«Si era fatta mettiri prena.»

«Incinta? A quindici anni? E chi è stato?»

«Nun lu sacciu. E mancu me’ mogliere lu sapi. Me’ mogliere l’ammazzò di botti, ma iddra nun ci lu volli diri cu era statu.»

«E voi non avete avuto qualche sospetto?»

«Dutturi miu, iu mi susu la matina cu lu scuru e tornu cu lu scuru, me’ mogliere è sempri appressu a li figli cchiù nichi, iddra, Rosanna, da quanno aviva deci anni si misi a fari la criata…»

«Quindi non è mai andata a scuola?»

«Mai. Nun sapi liggiri e scriviri.»

«Qual è il nome della famiglia dove vostra figlia è a servizio?»

«Ca quali nomu e nomu! Cento famigli ha cangiato! E tri anni passati, quannu si fici mettiri prena, la famiglia indovi che faciva la criata erano dù vecchi.»

«Come campa Rosanna?»

«Continua a fari la criata quannu capita. Speci di ’stati quannu vennu i furasteri.»

«Chi tiene il figlio, o la figlia, di Rosanna?»

Gerlando Monaco lo taliò strammato.

«Quali figliu?»

«Non mi hai appena detto che Rosanna era incinta?»

«Ah. Me’ mogliere la purtò da una fìmmina ca faciva la mammana. Però ci vinni la cosa… la comu si chiama, quannu unu perdi sangu.»

«Emorragia.»

«Sissi. Parsi ca stava murennu. E forsi era megliu si muriva.»

«Perché l’avete fatta abortire?»

«Dutturi miu, ragiunassi. Nun abbastava ’na buttana pi figlia, macari un bastardu pi niputi?»


Quanno Gerlando Monaco niscì dalla cammara, Montalbano non ce la fece a susirisi. Provava un duluri sordo alla vucca dello stomaco, come se una mano gli affirrava i vudeddra e glieli turciniava. Serva appena decina, analfabeta, probabilmente violentata a quinnici anni, incinta, vastuniata, fatta abortire maldestramente, portata in punto di morte dalla scanna patita, nuovamente serva obbligata a campare in un ex porcile. Persino la cammara di sicurezza le doviva parere una stanza da grande albergo. Allura, la domanda è chista: può passare per la testa a un commissario la gana di liberare la picciotta, ridarle il revorbaro e dirle di sparare a chi voleva sparare?

sei

Non potiva stare una jornata intera senza mangiari solo pirchì il problema di Rosanna l’assillava. Alla trattoria San Calogero, per primo, si sbafò una quinnicina di antipasti di mare diversi. Non avrebbe voluto, ma erano talmente leggeri e squisiti che pariva che s’infilavano nella vucca senza darlo a vidiri. Come si faciva a resistere, soprattutto se uno a mezzojorno non aviva agliuttuto nenti? E qui ebbe un’alzata d’ingegno. Fece ‘nzinga a Calogero d’avvicinarsi.

«Senti, Calù. Ora a me porti una bella spigola. Ma intanto mi fai priparare tri triglie alla livornese. Il suco dev’essere abbondante e profumatissimo. Mi raccomando. Me li fai avere in commissariato una mezzorata dopo che sono nisciuto da qua. Mandami pure tanticchia di pane e una bottiglia di minerale. Coltello, forchetta, bicchiere, piatto, tutto di plastica.»

«Mai Signuri.»

«Pirchì?»

«Le triglie alla livornese dintra a un piatto di plastica perdino sapore.»


Arrivato nel commissariato semideserto, andò a taliare Rosanna dallo spioncino. Stava assittata sul paglione, le mano sulle ginocchia. Però l’occhi avivano perso la fissità, ora la picciotta pariva tanticchia più rilassata. Il panino era ancora intatto. L’acqua nel bicchiere era impercettibilmente calata, forse si era vagnata le labbra che doviva aviri, più che asciutte, arse.

Quanno arrivò il piatto con le triglie, il commissario lo fece lasciare sul tavolo dell’ufficio so’. Dal piantone si fece dare le chiavi della cammara di sicurezza, pigliò una seggia, raprì la porta, mise la seggia proprio davanti alla picciotta, niscì lasciando la porta aperta. Quella non si era cataminata.

Tornò con il piatto delle triglie e lo posò sulla seggia. Niscì e tornò con il sacchetto di plastica che gettò sul paglione:

«Tuo padre ti ha portato la biancheria di ricambio.»

Niscì e tornò con un’altra seggia che assistimò allato alla prima. Ora nella cammara di sicurezza c’era un leggero sciàuro di triglie alla livornese. Niscì e tornò doppo tanticchia con l’acqua, il pane e le posate. Il sciàuro si era fatto intenso, una vera provocazione. Montalbano s’assittò sulla seggia e si mise a taliare la picciotta. Poi accominciò a puliziare le triglie, mettendo le teste e le resche nel piatto ch’era servito da coperchio.

«Mangia» disse alla fine.

La picciotta non si mosse. Allura il commissario pigliò un pezzetto di triglia con la forchetta e delicatamente l’appoggiò sulle labbra chiuse di Rosanna.

«Ti civo io?»

Ti civo. Ti cibo. Come si fa con i picciliddri nichi, macari accompagnando il gesto con una cantilena.

«Ora Rosanna ch’è una brava figlia si mangia tutta chista beddra triglia.»

Ma come minchia gli erano venute in testa quelle parole? Fortunatamente nelle vicinanze non c’era nisciuno dei so’ òmini, altrimenti avrebbero pinsato ch’era nisciuto pazzo.

Le labbra della picciotta si raprirono quel tanto che abbastava. Maccicò, agliuttì. Montalbano le appoggiò sulle labbra nuovamente richiuse un pezzetto di pane assuppato di suco.

«Ora Rosanna si mangia lu pani accussì ci passa la fami.»

Versi ignobili, se ne vrigognò, ma non era un poeta e comunque servirono allo scopo. La picciotta maccicò il pani e l’agliuttì.

«Acqua» disse.

Il commissario le inchì un bicchiere di plastica, glielo pruì.

«Te la senti di mangiare da sola?»

«Sì.»

Montalbano le fece una leggera carizza sui capelli e niscì, lascianno ancora la porta aperta.

Aviva avuto l’idea giusta! La picciotta aviva ripigliato contatto con la vita. E prima o poi, usando tanta pacienza e tanta dilicatizza, si sarebbe addecisa a contare cosa voliva fare con il revorbaro e soprattutto chi glielo aviva dato. Lassò passari una mezzorata e doppo tornò nella cammara di sicurezza. Rosanna si era mangiata tutto, il piatto pariva appena lavato.

«Usa il sacchetto.»

La picciotta svacantò il sacchetto dalla biancheria, c’infilò dintra i piatti e le posate. Tenne fora la bottiglia, ch’era mezza, e un bicchiere.

«Mettici dintra puro il panino.»

«Pozzu iri ‘o gabinettu?»

«Vacci.»

Montalbano pigliò il sacchetto, niscì dal commissariato, andò a gettarlo in un cassonetto poco distante. Perse ancora tempo a fumarisi una sicaretta nella notti sirena. Trovò Rosanna di nuovo compostamente assittata sul paglione. Doviva essersi fatta una gran puliziata, sciàurava di sapone. Si era macari lavata la biancheria, l’aviva stisa sulla spalliera di una delle dù seggie. Ora aviva una taliata stramma, quasi maliziusa. Montalbano s’assittò sulla seggia.

«Rosanna è un bellissimo nome.»

«Sulu ’a prima parti.»

«Ti piace solo la prima parte del tuo nome? Rosa? Perché è un fiore?»

Si ricordò della rosa spennata messa dintra a una busta e tenuta nella borsa.

«Nonsi. Pirchì è un colori.»

«Ti piacciono i colori?»

«Sissi.»

«Perché?»

«Nun lu sacciu pirchì. I culura mi fanno arricordari le cose.»

Decise di cangiari argomento, forsi era arrivato il momento giusto.

«Mi vuoi dire dove pigliasti il revorbaro?»

La picciotta di colpo si chiuse. Isò le ginocchia all’attizza del mento, serrò le gambe tra le vrazza. L’occhi le tornarono fissi sul nulla. Montalbano capì d’aviri perso. Perso in parte, pirchì un primo contatto era arrinisciuto a stabilirlo.

«Buonanotte.»

Lei non ricambiò. Montalbano pigliò la seggia libera e la portò fora. Appressò chiuì la porta a chiave, facenno apposta una gran rumorata.

Taliò dallo spioncino ed ebbe una sorpresa: dall’occhi di Rosanna calavano grosse gocce di chianto. Un pianto silenzioso, senza singhiozzi, e perciò tanto più dispirato.


Stette sulla verandina un’orata, a fumarisi una sicaretta appresso l’altra, il pinsero fisso a Rosanna. Stava per andarsi a corcare, quanno squillò il telefono. Era Mery.

«Che ne dici se venerdì vengo a trovarti?»

«Mannaggia! Sono convocato a Palermo!»

La farfantarìa gli era vinuta da sé, prima che il ciriveddro potesse impedirglielo. Il fatto era che voleva dedicarsi interamente, senza distrazioni, a Rosanna. Mery parse delusa. Montalbano la conortò dicendole che forse, nella simana che veniva, potiva fare una scappata a Catania. Dormì malo, arramazzandosi.

La matina appresso aviva appena chiuso la doccia che, per la prima volta nella so’ vita, gli capitò una cosa stramma. Ebbe l’impressione che qualichiduno, ammucciato, gli aviva fatto una fotografia col flash. Un lampo. E propio mentre stava pinsando a una frase precisa della picciotta: “I culura mi fanno arricordari le cose”, venne pigliato da una specie di frevi. Nudo com’era, andò al telefono. Erano le sette del matino.

«Montalbano sono.»

«Che fu, commissario?»

La voci di Fazio era prioccupata.

«Hai qualche conoscenza al tribunale di Monte- lusa?»

«Sì.»

«Appena apre devi trovarti lì. Voglio l’elenco di tutti i giudici e di tutti quelli della procura. Subito. Solo nome e cognome. Tanto del penale quanto del civile. Come prima botta.»

«E come seconda?»

«Se ho sbagliato, domani ci torni e ti fai dare l’elenco di tutti quelli che travagliano al tribunale, macari solo per puliziare i cessi.»

E si mise a perdiri tempo casa casa. Apposta. Non ce l’avrebbe fatta ad aspittare in commissariato Fazio che gli portava l’elenco. Verso le nove e mezza s’arrisolvì a telefonare.

«Sì, commissario. Fazio è arrivato da poco.»

Si precipitò.


Lo trovò, il nome. Emanuele Rosato, giudice del tribunale civile. Raprì il cascione, pigliò tre cose ch’erano state dintra alla borsa di Rosanna e se le mise in sacchetta. Doppo chiamò Fazio.

«Fatti dare la chiave della sicurezza e vieni con me.»

La picciotta era assittata al solito. Pariva tranquilla e arriposata. Lo stare ’ncarzarata evidentemente le faceva bene. Li taliò prima senza curiosità, ma dovette subito intuire dalla faccia del commissario che c’era qualiche novità. Allura fu pigliata da una visibile tensione. Montalbano cavò dalla sacchetta la bottiglietta di smalto rosa e la gettò sul paglione. Appresso il pezzetto di elastico rosa. Appresso ancora la rosa rinsecchita. Fazio non ci stava capenno nenti e taliava ora il commissario ora la picciotta.

«I culura mi fanno arricordari le cose» disse Montalbano.

Rosanna era tisa come un arco.

«Non ti bastava la prima parte del tuo nome per ricordarti che dovevi ammazzare il giudice Rosato?»

Piglianno i dù omini di sorpresa, la picciotta scattò. Montalbano intuì la so’ ’ntinzione e s’arriparò la faccia con le mano. Ma cadì a panza all’aria con Rosanna supra di lui. E mentre Fazio cercava di levargliela di dosso afferrandola per le spalle, il commissario a quella furia scatinata si beava, come si bea la terra arsa sutta un violento acquazzone, perché ci aviva ’nzirtato in pieno.


Siccome sarebbe stato tempo perso spiare a Rosanna pirchì ce l’aviva a morte col giudice Rosato, Montalbano addecise all’istante di andarlo a trovare a Montelusa. Arrivò al tribunale, fece la solita fila e quanno fu di fronte all’addetto alle informazioni gli spiò:

«Scusi, mi sa dire dove posso trovare il giudice Rosato?»

«E a me lo viene a domandare?» fu la strabiliante risposta.

Montalbano si sentì pigliato di immediato nirbuso.

«Vuole fare lo spiritoso? Sono…»

«Non voglio fare lo spiritoso e non m’importa di sapere chi è lei. Il giudice Rosato mi pare che è del civile, o no?»

«Sì.»

«E allora lo vada a domandare al tribunale civile.»

«Non è qua?»

«Non è qua.»

«E dov’è?»

«Alla vecchia caserma.»

Capace che se gli spiava dov’era allocata la vecchia caserma e quello gli arrispunniva ancora con quel tono strafottente finiva a schifìo, a timpulate.

Niscì e vitti un vigile. La vecchia caserma era vicina alla stazione. Ci andò a pedi. Attraverso l’enorme portone trasivano e niscivano centinara di pirsone, pariva una stazione della metropolitana ’nglisa. Possibile che la mità di quella gente aviva fatto causa all’altra mità? La spiega il commissario l’ebbi liggenno le targhe sparluccicanti ai dù lati del portone: Tribunale civile, Corpo forestale dello Stato, Società Dante Alighieri, Ufficio Tributi comunali, Leva territoriale, Liceo Giosuè Carducci, Opera Pia Francesco Rondolino, Amministrazione beni archeologici, Ufficio protesti e un misteriosissimo Rimborsi. Chi rimborsava a chi? E pirchì? Trasì disperando di potersi mai incontrare col giudice Rosato. Invece vitti subito un cartello che diceva che il tribunale, pigliando la scala A, era al secunno piano. Al primo che incontrò, ancora sulle scale, spiò dove poteva trovare il giudice.

«Seconda porta a destra.»

Si fece largo tra la folla a spintoni e si affacciò alla seconda porta di destra ch’era aperta. Si vitti perso. Una volta doviva essere stato il refettorio della caserma o una sala di va’ a sapìri quali esercitazione. Gigantesca. A ogni quattro-cinco passi c’era un tavolino cummigliato di carte e contornato da pirsone ululanti, non si capiva bene se avvocati, querelanti o dannati di un girone dantesco. I giudici non si vidivano, stavano darrè le carte, massimo massimo di loro sporgiva mezza testa. A decine ce n’erano, di tavolini accussì. Che fare? Montalbano s’addiresse a passo militare, dato che era in una caserma, verso quello più vicino e intimò, a vuci alta per farisi sèntiri supra a quel vocìo da mercato del pesce:

«Fermi! Polizia!»

Era l’unica. Tutti s’apparalizzarono taliandolo e diventando di colpo una specie di gruppo statuario iperrealista che si potiva intitolare “Al tribunale civile”.

«Voglio sapere dov’è il giudice Rosato!»

«Sono qua» fece una voci praticamente in mezzo alle so’ gambe.

Aviva avuto un colpo di fortuna.

«Desidera?» spiò il giudice invisibile darrè alle carte.

«Il commissario Montalbano sono. Vorrei parlarle.»

«Ora?»

«Se possibile.»

«L’udienza è rimandata a data da destinarsi» fece la voci del giudice.

Si levò un coro di biastemie, ingiurie, santioni, preghiere.

«Otto anni che andiamo avanti accussì!»

«Chista nun è giustizia!»

Ma il giudice fu irremovibile, avvocati e clienti si allontanarono fora dalla grazia di Dio.

Il giudice, che si era susuto a mezzo, si riassittò e di conseguenza scomparse definitivamente alla vista di Montalbano.

«Dica pure.»

«Senta, signor giudice, non mi va di parlare a dei faldoni. Non possiamo andare altrove?»

«E dove?»

«Magari in un bar vicino.»

«Sono tutti pieni d’avvocati. Aspetti. M’è venuta un’idea.»

Montalbano vitti le mani del giudice agguantare carpette, cartelle, faldoni, pacchi di carte tenuti con lo spago e assistimare il tutto sul tavolino in modo da formare una specie di barricata, di trincea.

«Pigli una sedia e venga qui dietro con me.»

Il commissario eseguì. In effetti, nisciuno si sarebbe potuto addunare dei dù òmini ammucciati. Le loro ginocchia si toccavano. Il giudice Rosato deluse Montalbano. Strata facenno egli si era costruito una storia nella quale il giudice Rosato (alto, magro, elegante, tanticchia di bianco alle tempie, fumatore dal lungo bocchino, un seduttore da fotoromanzo) aviva tre anni avanti approfittato della serva Rosanna mettendola prena e questa aviva addeciso di vendicarsi. Già, ma pirchì aspittare tri anni? Il vero giudice Rosato, non quello della fantasia commissariesca, era un ultrasissantino trasandato, nico di statura, totalmente calvo e con occhiali spessi dù dita. Montalbano pinsò che, per sparagnare tempo, l’unica era ricorrere alla tecnica dell’ariete, dello sfondamento.

«Abbiamo fermato una ragazza che la cercava per ammazzarla.»

«Matre santa! A mia?!»

Il giudice satò dalla seggia provocando una piccola ma rumorosa frana di faldoni dalla parte ovest della trincea. Di colpo si era assamarato di sudore. Tremanno si levò l’occhiali appanati. Voliva fare domande, ma non ci arrinisciva. La vucca gli trimava. Non era un eroe adatto a stare in quella trincea, il giudice Rosato.

«Lei ha figli maschi?» spiò il commissario.

Potiva essere una soluzione.

«No. Due fe… femmine. Mi… milena sta a So… Sondrio, fa l’avvocato. Giu… giuliana invece è pe… pediatra a Torino.»

«Da quanto tempo è al tribunale civile di Monte- lusa?»

«Praticamente da sempre.»

«Dove vive?»

«A Vigàta. Mi muovo con la mia auto.»

«Una tale Rosanna Monaco è mai stata cameriera in casa sua?»

«Mai» fece prontamente il giudice.

«Come fa a escluderlo senza averci…»

«Non abbiamo mai avuto cameriere. Mia moglie le detesta senza motivo.»

Il giudice si era tanticchia rinfrancato, tanto da permettersi una domanda.

«Questa… Rosanna Monaco è la ragazza che mi vuole ammazzare?»

«Sì.»

«Ma ha detto il motivo, Gesù santo?»

«No.»

«Ma… mi conosce?»

«Non credo l’abbia mai vista.»

«Allora deve averglielo detto qualcuno!»

«Lo penso anch’io.»

«Ma chi?»

E il giudice Rosato principiò una litania, una specie di riassunto della so’ esistenza.

«Non ho mai avuto una lite, una discussione, come uomo mi piace andare d’accordo con tutti, mia moglie è una santa donna a parte qualche piccola fissazione, le mie figlie mi amano, i miei generi mi rispettano, come giudice ho sempre trattato piccole cause civili, ho cercato d’usare equità e buon senso, non ho mai mandato qualcuno in galera, sto per andare in pensione dopo una vita di lavoro… e ora qualcuno, non so perché, mi vuole morto…»

Montalbano lo lasciò che chiangiva, disolato.


«Dottore» disse Fazio doppo che il commissario gli contò della so’ parlata col giudice, «ci sono novità. La prima è che la picciotta, quanno lei se ne è andato, siccome che si era sfogata, si calmò. E alla mia domanda perché ce l’avesse tanto col giudice Rosato, mi rispose che il giudice era un omo tinto che aveva mandato in carcere a uno.»

«Rosato non ha mandato in carcere nessuno.»

«Lo so, dottore, me l’ha appena detto. Ma a Rosanna qualcuno glielo ha lasciato credere.»

«Lo stesso che le ha dato il revolver.»

Fazio sturcì il muso.

«E questo è il busillis, dottore.»

«Spiegati.»

«Mentre lei si trovava a Montelusa, hanno telefonato dalla Questura. L’esperto balistico dice con assoluta sicurezza che l’arma che gli abbiamo mandato, cioè il revolver di Rosanna, non può sparare. All’apparenza è micidiale, nella sostanza è un ferrovecchio.»

«Rosanna però non lo sapeva.»

«Ma, secondo mia, chi le ha dato l’arma invece lo sapeva. Si ricordi che la matricola è limata.»

«Fammi capire, Fazio. Io piglio una picciotta, la convinco ad ammazzare a uno che non ci trase nenti, uno a caso, e le metto in mano un revolver che non spara?»

«Lei pensa che sia stata la stessa persona a commissionarle l’omicidio e a darle l’arma?»

«Ammettiamolo per un momento. Perché lo faccio? Per divertirmi alle spalle di Rosanna? Non è possibile, è uno scherzo troppo pericoloso. Per fare scarmazzo? Molto rumore per nulla? E a chi avrebbe giovato? Una cosa però è certa: che per capirci qualcosa abbiamo bisogno di sapere chi è la persona che sta dietro alla picciotta. Assolutamente. Se stamatina ti ha detto qualcosa, vedi di saperne di più. Io non mi farò vedere, ma tu valla a trovare, dàlle confidenza, parlale.»

«Dottore, lo sa che è Rosanna? Una gatta. Una di quelle che tu stai a grattarle la testa, lei fa ronron e tutto ’nzèmmula, senza una ragione, ti graccia la mano.»

«Non posso che farti gli auguri. E bisogna fare presto. Il tempo passa e noi non possiamo tenere in stato di fermo la picciotta oltre quanto stabilisce la legge. O la liberiamo o informiamo il procuratore.»


Verso le cinco di doppopranzo ricevette una telefonata che non s’aspettava.

«Dottor Montalbano? Sono il giudice Emanuele Rosato.»

«Giudice, come sta?»

«Come vuole che stia? Mi sento pigliato dai turchi. Ad ogni modo, le volevo dire che io tengo un quaderno dove scrivo i procedimenti da me fatti e il loro esito. Sono andato a riguardarmelo e ci ho messo un po’ di tempo. Credo di avere scoperto qualcosa. Il cognome di quella ragazza è Monaco, vero?»

«Sì.»

«Il padre si chiama Gerlando?»

«Sì.»

«Abita a Vigàta in via Fornace 37?»

«Sì.»

Il giudice tirò un sospiro longo.

«Non ci capisco un cazzo» murmuriò.

S’addunnò d’aviri ditto una parolazza e principiò a domandare scusa. Doppo s’addecise a dire quello che aviva scoperto.

«Un tale Tamburello Filippo che possedeva un pezzo di terra confinante con quello di Monaco Gerlando, nel rifare un muro a secco lo spostò in avanti di qualche centimetro, poca cosa, ma sa come sono questi contadini. Dopo litigi interminabili, il Monaco gli fece causa. E la sa una cosa? Io risolsi la faccenda in favore di Monaco Gerlando. E allora mi spiega perché la di lui figlia ha manifestato l’intenzione d’ammazzarmi?»

«Senta, giudice, questa sentenza favorevole a Gerlando Monaco a quando risale?»

«A più di quattro anni fa.»


La sira, mentre che stava a taliare la televisione, gli capitò di vidiri la faccia di quel giornalista che aviva accanosciuto in tribunale, Zito. Diciva cose sensate e intelligenti. L’emittente si chiamava Retelibera. E allura gli venne in testa di spiargli una mano d’aiuto. Non ci perse tempo. Cercò il numero e, appena finì il notiziario, chiamò.

«Il commissario Montalbano sono. Vorrei parlare col giornalista Nicolò Zito.»

Glielo passarono subito.

«Noi ci siamo conosciuti in tribunale, commissario» fece Zito. «Posso esserle utile?»

«Sì» disse Montalbano.»

sette

L’indomani a matino, ch’era una jornata da catalogo, si susì presto, si fece una lunghissima passiata a ripa di mare, si lavò, si vistì e alle otto era già in commissariato.

«Come ha passato la nottata Rosanna?» spiò a Galluzzo.

«In compagnia, dottore.»

«Che significa in compagnia? Ha dormito con qualcuno?»

«Ha chiacchiariato, dottore. Con Fazio. Ora lei dorme in sicurezza e Fazio nella cammara con le brandine. Fazio ha lasciato detto che vuole essere svegliato appena lei arriva.»

«Lascialo dormire. Te lo dirò io, quando svegliarlo.»

Il giornalista Nicolò Zito s’appresentò puntuale alle otto e mezza. Montalbano gli contò la facenna di Rosanna e Zito, ch’era un cavaddro di razza, fiutò la notizia.

«Che posso fare per lei, commissario?»

Montalbano gli pruì la carta d’identità della picciotta.

«Lei dovrebbe… possiamo darci di tu?»

«Felicissimo.»

«Dovresti far ingrandire questa foto e in giornata, in un tuo notiziario, mandarla in onda.»

«E che dico?»

«Dovresti dire che sarebbe opportuno che le famiglie presso le quali Rosanna Monaco ha lavorato negli ultimi quattro anni si facessero vive con noi per informazioni. Aggiungi che saremo estremamente grati ed estremamente riservati.»

«Bene. Spero di servirti col notiziario di mezzogiorno.»

Nisciuto Zito, disse a un agente di andare ad arrisbigliare a Fazio. Il quale s’apprecipitò senza manco essersi pittinato.

«Dottore, la cosa è complicata.»

Fazio pareva turbato, non sapiva come principiare.

«Guarda, Fazio, dimmi subito quello che non sai come dirmi: questa è la meglio strata.»

«Dottore, stamatina alle sett’albe, doppo una nottata passata a chiacchiariare, Rosanna è scoppiata a piangere dicendo che non ce la faceva più.»

«Scusami, solo per la precisione: perché sei rimasto con lei?»

«Mi faciva pena.»

«Va bene, vai avanti.»

«Ha avuto una specie di crisi di nerbi. è persino svenuta. E a un certo punto mi ha fatto il nome di chi le ha ordinato d’ammazzare il giudice Rosato dandole macari l’arma.»

«E chi è?»

«Il suo amante, dottore. Cusumano Giuseppe.»

«E chi è?» arripitì Montalbano intordonuto.

«Comu cu è? Dottore, ma se lei ha testimoniato sull’incidente!»

Di colpo ricordò. Il giovinastro che aviva dato un pugno in faccia all’automobilista anziano! L’adorato niputeddro di don Sisìno Cuffaro.

Ora sì che abbisognava cataminarsi coi pedi di chiummo!

«Che facciamo, dottore?»

«Tu cosa avresti fatto se Rosanna ti avesse detto un nome qualunque e non quello del nipote di un mafioso del calibro di don Sisìno Cuffaro?»

«Sarei andato a prenderlo discretamente, l’avrei portato qua e gli avrei fatto qualche domanda.»

«Perciò perché perdi tempo? Vallo a cercare. Aspetta. Pensi che sia il caso che vada a parlare con la picciotta?»

«Boh, faccia lei.»


Non era assolutamente detto che Rosanna sarebbe stata ben disposta verso di lui come lo era stata con Fazio. Però ora, col nome di Cusumano di mezzo, le cose cangiavano, Montalbano non poteva permettersi il minimo sbaglio. Niscì dal commissariato, andò in un negozieddro, accattò un vistito di fìmmina di cotonina, se lo fece ’ncartare, tornò in commissariato, trasì nella cammara di sicurezza.

«Buongiorno.»

«Buongiorno.»

Aviva risposto, era nisciuta fora dalla mutangherìa. Bon signo! Il commissario la trovò di una billizza intensa, l’occhi ora erano vivi vivi, le labbra rosso foco senza bisogno di rossetto. Montalbano gettò sul paglione il pacchetto.

«È per te.»

Lei tentò di sciogliere il nodo del nastrino, non ci arriniscì, lo tagliò con un colpo solo dei denti aguzzi, bianchissimi, quasi da animale sarbaggio.

Scartò e vitti il vestito. I so’ movimenti, prima quasi febbrili, divintarono lenti lenti. Pigliò il vistito, si susì, se lo fece aderire al corpo. Il commissario ebbe un moto d’orgoglio: aviva perfettamente ’nzirtato le misure.

«Te lo vuoi mettere? Io esco.»

Non aviva accanosciuto una fìmmina capace di non mettersi subito una cosa arrigalata, da un paro d’orecchini a un paro di mutanne.

«Sì.»

Quanno tornò lei era addritta in mezzo alla cammara e si allisciava il vistito sui fianchi. Vidirlo, corrergli incontro, abbracciarlo gettandogli le vrazza al collo fu tutt’uno.

“Fa propio come una picciliddra” pinsò per un attimo il commissario.

Per un attimo, perché subito sentì il bacino di lei premere, aderire, ruotare leggerissimamente, mentre la stretta attorno al suo collo si faceva più forte e la guancia di Rosanna si poggiava sulla sua.

“E chista non è cosa da picciliddra” constatò Montalbano sciogliendosi a malincuore dall’abbraccio.

Aviva accominciato a capire, era stato bastevole quel piccolo contatto fisico che valiva più di un discorso di mille parole. Lei era tornata ad assittarsi sul paglione, calata un poco in avanti controllava l’orlo della gonna.

«Ti devo fare qualche domanda.»

«La facissi.»

«Quand’è stato che Cusumano… tu come lo chiami?»

«Pinu.»

«Quand’è stato che Pino ti ha detto di ammazzare il giudice Rosato?»

«Me lo scrisse una quinnicina di jorna prima di nesciri dal càrzaro.»

«Sei andata qualche volta di persona a trovarlo in carcere?»

«Una sola vota. Prima no, non mi facivano trasire pirchì ero minorenne. Ma Pinu mi mannava però i bi- gliettini.»

«Ma se non sai leggere!»

«Veru è. Ma chi mi portava i bigliettini mi li liggiva.»

«Dove sono questi bigliettini?»

«Pinu voliva che iu l’abbrusciassi. E iu l’abbrusciava.»

«Il revolver quando te l’ha dato?»

«Mi lu fici aviri da quella pirsona stissa ca mi portava i bigliettini.»

«Dopo che Pino è uscito dal carcere vi siete incontrati?»

«Ancora no.»

«E perché?»

«Pirchì prima aviva a ammazzari a ’u judici.»

«Ma scusami: se ammazzavi il giudice, tu a Pino non l’avresti più visto.»

«E pirchì?»

«Perché ti avrebbero arrestata. E per un omicidio lo sai quanti anni di galera sono?»

Lei rise, di gola, gettando la testa narrè.

«A mia non m’arristavano. C’erano dù omini di Pinu pronti a purtarimi fora da ’u tribunali appena ca iu sparava.»

«Vuoi dire che mentre tu sparavi due uomini di Cusumano avrebbero fatto un’azione diversiva che ti avrebbe permesso di scappare?»

«Sissi, una cosa accussì.»

«Sai che cosa?»

Rosanna ebbe una leggerissima esitazione.

«Ittavanu ’na bumma.»

Niente male, una bomba tra la folla come diversivo.

«E naturalmente tu a questi uomini non li conosci.»

«Nonsi.»

Montalbano ristò per un attimo pinsoso.

«Chi fici? S’ingiarmò?» spiò la picciotta.

Ci aviva pigliato gusto a rispunniri alle domande.

«No» disse il commissario. «Non mi sono ingiarmato. Riflettevo. Ammettiamo che tutto che quello che hai contato a Fazio e a me sia vero…»

Lei di colpo si susì addritta, tisa, le mano stritte a pugno lungo i scianchi.

«Veru è! Veru!»

«Calmati. Volevo sapere perché ti sei decisa a dirci tutto, a tirare in mezzo il tuo amante.»

«È un mancatore di parola.»

«Spiegati.»

«M’aviva dittu che se i sbirri mi pigliavano prima di sparari, iu nun mi faciva mancu una jornata di càrzaro, nisciva subitu. E inveci…»

«E invece si è scordato di te.»

Lei nun arrispunnì, l’occhi le si fecero nivuri nivuri.

«È troppo pigliato» disse Montalbano.

Lei diresse la vampa nivura dei so’ occhi nell’occhi del commissario. Ma non raprì vucca.

«Troppo pigliato a godirisi la mogliere frisca frisca che per tre anni non si è potuta godiri.»

Rosanna tiniva i pugna accussì sfritti ch’erano addivintati bianchi.

«E a tia ti ha levato dai cabasisi con questa minchiata dell’ammazzatina del judice Rosato.»

La picciotta era oramà arrivata al punto di rottura. Ancora una mezza parola e qualichi cosa sarebbe certamente capitata.

«E la prova che ti voleva pigliare pi fissa è nel fatto che il revorbaro che ti ha fatto aviri non potiva sparari, era scassato.»

La vitti espirare, anzi la sentì, pirchì lei tirando fora l’aria fece una rumorata stramma, precisa ’ntifica a quanno si riceve un cazzotto nella panza. Non lo sapiva che il revorbaro non avrebbe mai funzionato. E la cosa che doviva capitare capitò, ma non quella che s’aspittava il commissario. Rosanna si susì, si calò in avanti, agguantò l’orlo della gonna, si sfilò il vestito dalla testa, lo ittò ai pedi di Montalbano, restò, bellissima, una lama di luce, in mutandine e rggiseno.

«Ripigliati ’u vistitu. Da tia nun voglio nenti.»

E cominciò ad andargli contro. A lento. Montalbano letteralmente scappò verso la porta, niscì, la chiuì alle so’ spalle. Una volta, in un circo, aviva visto fare accussì a un domatore con una tigre che si era arribillata.


Poco prima che sonasse mezzojorno, s’arricampò Fazio.

«Dottore, notizia sicura. Cusumano Giuseppe è fuori paese. Torna o stasera tardi o domani a matino presto. Non dubiti che prima o poi l’agguanto e glielo porto.»

«Non ne dubito. Ho bisogno che sia fatto un controllo, ma non per via burocratica. Altrimenti perdiamo minimo minimo un mese.»

«Se posso.»

«Si tratta di sapere se è vera una cosa che mi ha detto la picciotta. E cioè che una simanata avanti che Cusumano fosse rimesso in libertà, lei è andata a trovarlo in carcere a Montelusa.»

«Dottore, se ci è andata dovrebbe risultare dal registro. Vado a fare una telefonata.»

Doppo manco deci minuti era nuovamente davanti al commissario.

«Tra un’ora me lo dicono.»

«Senti, abbiamo un televisore?»

«In commissariato? No. Ma il bar qua vicino ce l’ha. Ce lo facciamo accendere, se vuole.»

«Andiamo a pigliarci un cafè.»

Nel bar non c’era proprio nisciuno. Fazio, ch’era di casa come del resto tutti gli òmini del commissariato, disse al banchista d’addrumare la televisione e di sintonizzarla su Retelibera. Il notiziario era in corso.

Cose solite: due rapine in banche della provincia, una casa di campagna abbrusciata, un catàfero sconosciuto dintra a un pozzo. Doppo ci fu un’intervista a un sottosegretario che arriniscì a parlare per deci minuti senza che si capisse di che stava a parlare. Doppo ancora spuntò la faccia di Rosanna Monaco e Fazio, che non sapiva nenti, a momenti faciva cadiri il cafè dalla tazzina. Fuori campo, Nicolò Zito ripitì diligentemente quello che gli aviva detto il commissario e cioè che qualche appartenente alle famiglie che nell’ultimi quattro anni avevano avuto come cammarera eccetera eccetera.

«Bella pensata» commentò Fazio. «Ma lei crede che si presenterà qualcuno?»

«Ne sono certo. Quelli che non hanno niente da nascondere, lo faranno. Per farci vedere quanto sono rispettosi della legge. Quelli invece che hanno il carbone bagnato, fingeranno di non avere saputo del nostro invito. Ma noi riusciremo a sapere lo stesso i nomi di chi non si è voluto fare vivo. Con tanticchia di fortuna.»

Prima di andare a mangiare, istruì bono l’agente addetto al centralino: se qualichiduno telefonava per la picciotta, doviva essere invitato a venire in commissariato dalle quattro di doppopranzo in poi. Se invece qualichiduno era impidito, che lasciasse il nummaro telefonico.


Con la vucca che ancora sapiva di mare – le triglie erano un miracolo di frischizza – si fece una lunga passiata al molo, fino ad arrivare sutta al faro.

Aviva la sensazione fastiddiosa di stare sbagliando tutto, ma non arrinisciva a capire indovi stava l’errore. O forse l’errore stava propio nel suo modo di portare avanti l’indagine: si sentiva come chi si mette a fare il morto sull’acqua di mare e avverte che una leggera corrente lo sta trasportando. E allora, inerte, a quella corrente s’abbandona.


Quanno mise pedi in commissariato, Fazio non c’era. In compenso il centralinista l’informò che avivano telefonato cinco pirsone a proposito di Monaco Rosanna. Di questi cinco, quattro sarebbero venuti in ufficio dalle quattro a intervalli di mezzora l’uno dall’altro. Il quinto invece, il signor Trupiano Francesco, era impidito dalla ’nfruenza, non se la sintiva di nesciri di casa, il signor commissario, se voliva, potiva passare da lui a qualisisiasi ora. Dato che per il primo appuntamento mancava quasi un’orata e dato che il signor Trupiano abitava vicino, Montalbano s’addecise ad andarlo a trovare. Gli venne a raprire il signor Trupiano di pirsona, un vecchio sicco sicco, con la coppola in testa, i guanti di lana e una mantellina sulle spalle.

«Trasisse, trasisse.»

E così dicenno scappò come un lepro verso un’altra cammara.

«Le correnti! Chiuisse la porta! Le correnti!»

Faceva voci come se stava per essere travolto dalle correnti del Golfo, quelle che si studiano a scuola. Montalbano chiuì e lo seguì in un salotto con mobili nivuri e pisanti. Pulito però. Il signor Trupiano era corso ad assittarsi su una pultruna allocata davanti a un televisore e si era messo una coperta sulle gambe. Vicino ai so’ pedi c’era un braceri addrumato che fumiava. Il commissario accominciò a sudare, sperò quasi che quello non avesse da dirgli una minchia.

«Lei può dirmi qualcosa a proposito di questa Rosanna Monaco?»

«Lei chi voli sapìri?»

«Tutto quello che può dirmi.»

«E chi ci pozzo diri iu?»

«Io non so quello che può dirmi, signor Trupiano. Provo a farle qualche domanda, va bene?»

«Va bene, ma iu ci traso di straforo.»

«Non ho capito.»

«Lei voli sapìri da chi Rosanna fece la criata da quattr’anni a questa parte, è accussì?»

«Esattamente.»

«Quindi io ci traso per i primi cinco misi di ’sti quattr’anni.»

«Rosanna ha lavorato da lei solo cinque mesi quattr’anni fa?»

«Nonsi, Rosanna ha travagliato da noi un anno e cinco mesi. Ma quell’anno lei non me lo deve contare, masannò l’anni che v’interessano addiventano cinco. è ragionato?»

«Lei che faceva, il ragioniere, signor Trupiano?»

«Il ralogiaio.»

E accussì si spiegava la precisioni dell’omo.

«Va bene, parliamo solo di quei cinque mesi che rientrano nei quattro anni. Com’era Rosanna?»

«Graziusa.»

«Non voglio sapere com’era fisicamente, ma di carattere.»

«Chi fici, morsi?»

«Chi?»

«Rosanna.»

«No, è vivissima.»

«E allura lei pirchì dici era, era?»

«Mi vuole rispondere, per favore?»

«Bono. Caratteri bono. Travagliava. Non era rispu- stera. Me’ mogliere, bonarma, non si potiva lamintari.»

«Lei è vedovo?»

«Da dù anni.»

«Che orario faceva Rosanna?»

«Viniva all’otto di matina e sinni iva alle sé di sira.»

«Quindi, in sostanza, un’ottima ragazzina.»

«Pi un annu e quattru misi.»

Montalbano, che si stava appiannicando per il cavudo che gli viniva a vidiri Trupiano cummigliato a quella manera, o forse per un principio d’avvilinamento per le esalazioni del braceri, a prima botta non rilevò che il conto non tornava.

«Grazie» disse facenno per susirisi.

Ma si bloccò, le chiappe a mezz’aria.

«Come ha detto, scusi?»

«Dissi ca fu una brava picciotteddra pi un anno e quattro misi.»

«E nell’ultimo mese, invece?» spiò il commissario appizzando le grecchie e assittandosi nuovamente.

«Nell’ultimo misi inveci cangiò.»

«In che senso?»

«Nel senso che addivintò nirbusa, rispustera, la matina arrivava tardo ed era senza gana di travagliari. Doppu, un jorno, nun vinni cchiù. Passatu qualichi tempu, s’apprisintò so’ matre ca vuliva sapìri cosi di so’ figlia, ma iu nun ci dissi nenti.»

«Perché non le disse niente?»

«Pirchì era vastasa e vucciulera.»

«Può dire a me quello che non disse alla madre di Rosanna?»

«Certu. Le tilifonate furono.»

«Telefonate che faceva lei?»

«Iu?»

«Non lei, Rosanna.»

«Nonsi, la picciutteddra non ne faciva, l’arriciviva. Ogni jornu, verso le cinco e mezza, cioè una mezzorata prima che Rosanna finiva di travagliare, la chiamavano al telefono. E iddra s’apprecipitava a rispunniri comu si aviva il foco, rispettu parlanno, ’n culu.»

«Lei perciò non ebbe occasione di sapere chi era che…»

«Vidisse, qualiche vota Rosanna non fici a tempu e allura arrispunnii iu o me’ mogliere. Era la voci di un picciotto, sempri lo stissu.»

«Non disse mai il suo nome?»

«Lo diciva sempri. Diciva: “Sono Pinu…”.»

«Cusumano!» gridò il commissario mentre sentiva scoppiare dintra di sé una specie di marcia trionfale tipo Aida.

Il signor Trupiano fici un sàvuto dalla pultruna, si scantò.

«Matre santa! Che fu? Pirchì fa vuci?»

«Niente, niente» disse Montalbano. «Si calmi.»

«Si calmassi vossia» fece irritato il vecchio.

«Dunque telefonava questo Pinu Cusumano…»

«Ca quali Cusumano e Cusumano! Amminchiò cu Cusumano! Pinu Dibetta si chiamava!»

Rapidamente, la grande orchestra che sonava dintra al commissario cangiò repertorio e principiò un requiem.

«Sicuro sicuro?»

«Ca certu ca sugnu sicuru! Sugnu quasi ottantino ma la testa ancora mi funziona!»

«Un’ultima domanda, signor Trupiano. Lei possiede armi?»

«Bianche o da foco?»

La precisione del ralogiaio.

«Da fuoco.»

«Un fucili di caccia. Prima mi piaciva, la caccia.»


«Il signor Corso, il primo della lista, è arrivato da una diecina di minuti» l’avvertì il piantone.

«C’è Fazio?»

«Ancora non s’è visto.»

«Chiamami Gallo.»

Gallo s’appresentò di cursa.

«Tu sei di Vigàta, vero?»

«Sì.»

«Lo conosci un certo Pino Dibetta?»

Gallo sorrise.

«Certo.»

«Perché sorridi?»

«Perché è amico di mio fratello piccolo. Ce l’ho casa casa. Travagliano tutti e due alla Montecatini.»

«Allora senti: digli che tra un due ore vorrei vederlo. E ora fate entrare il signor Corso.»

otto

Il signor Corso aviva una putìa di generi alimentari. Rosanna, a quanto gli riferiva la mogliere, datosi che lui dava ’u culu nel nigozio dalla matina alla sira, era una brava picciotta. Le aviva sempre pagato i contributi. No, la mogliere gli aviva ditto che nisciuno chiamava Rosanna al telefono. La picciotta non se ne era andata di testa so’, era stata la mogliere a dirle di non venire più in quanto c’era una loro nipote che aviva di bisogno e loro avivano addeciso d’aiutarla pigliannola pi cammarera. No, alla nipote non davano paga, sulamenti mangiari e dormiri. Nossignore, non teneva armi in casa. Potiva sapìri pirchì addimannavano ’nformazioni sulla picciotta? Ah, no? Bongiorno e grazii lo stisso.

La signora Pimpigallo Concetta nata Currò, sittantina e vidova del ragioniere Arturo, ex contabile del Consorzio ortofrutticolo, s’apprisintò accompagnata dalla figlia Sarina, cinquantina, nubile e apparentemente muta dato che non raprì mai vucca. Dichiarò che su Rosanna non aviva proprio nenti da diri. A passarisi ’na mano sulla cuscienza, qualichi vota arrivava tanticchia in ritardo, ma cosa di picca, massimo cinco minuti. Lei glielo faciva notare ammostrandole il ralogio a pendolo del salotto – «un ralogio sguizzero, commissario miu, che accussì non ne fabbricano cchiù, spacca il secunno!» – e le livava i cinco minuti dalla paga. Pirchì Rosanna se ne era andata? La picciotta contò che aviva incontrata al mircato quella gran cajorda della signora Siracusa, la quali le aviva proposto di andare al servizio so’ pagannola di cchiù. Tutto qua. Pirchì la signora Siracusa era una gran cajorda? Il signor commissario non l’aviva ancora accanosciuta? No? Quanno l’accanosciva era pregato di dare un colpo di telefono alla vidova Pimpigallo e allura ne potivano parlari. No, per Rosanna non tilifonava nisciuno. Armi?! In casa?! ’Nzamà, Signuri! Potivano sapìri pi quali motivo la polizia… No? Pacienza.

Il signor Nicolosi Giacomo era un quarantino nirbuso e grevio. Dichiarò che datosi che travagliava in Germania, lui alla picciotta non aviva avuto scascione d’accanoscerla pirsonalmenti. La picciotta era stata a servizio otto misi durante i quali lui non aviva potuto mettere pedi in Italia, so’ mogliere l’aviva voluta pirchì in casa tiniva dù figli nichi e i soceri sittantini. So’ mogliere gli aviva ditto di rifiriri che Rosanna Monaco aviva sempri travagliato beni e sirmi era voluta andare di volontà so’. Non avivano armi in casa. Pirchì era vinuto lui in commissariato invece della signora che ne sapiva cchiù assai di lui? Pirchì mai e po’ mai avribbi pirmisso che la so’ signura s’apprisintava in un commissariato come a una buttanazza qualisisiasi.

La signora Filippazzo Concita monologò controcorrente.

«Che Rosanna era una gran bagascia iu me ne addunai subito. Ho l’occhio finu, iu. Nonsi, le facenne di casa, puliziari, lavari ’n terra, fari ’a cucina, stirari, nenti da diri. Ma bagascia era. In prìmisi, la duminica non andava in chiesa e mancu si faciva la Comunioni. In secùndisi, bastava vidiri comu si faciva taliare da me’ maritu e da me’ figliu. Certu, eranu iddri a taliarla, ma iddra, Rosanna, si faciva taliari. Una vota, signor commissario, trasii in cucina ca me’ maritu si era fattu fari un cafè. La sapi una cosa? Me’ maritu con una manu tiniva la tazzina, mentri cu l’autra accarizzava ’u culu della picciotta. Nonsi, iu nun fici burdellu, me’ maritu è fattu accussì, accarizzarebbi macari ’u culu a una triglia. Ma la facenna qualichi misi appresso addivintò gravi. Iu haiu un figliu, Gasparinu, che all’èbica tiniva diciottanni. Una vota ca Rosanna stava rifacennu ’u lettu nella cammara di Gasparinu, iu vitti alla picciotta calata avanti e darrè me’ figliu ca ci accarizzava ’u culu. Ora iu m’addumannu e dicu: la picciotta aviva ‘u culu fattu di miele ca tutte le mano ci ristavano supra ’mpiccicate? Doppu stu fattu la ittai fora di casa a ’sta gran bagascia. Nonsi, mentri stava cu nuautri nisciuno le tilifonò. Armi?! Ca quali!»

«Perché ha domandato se avevano armi in casa?» spiò Fazio che era arrivato un momento prima che il signor Nicolosi principiasse la sua deposizione e si era fermato fino alla fine.

«Rosanna mi ha detto che l’arma gliela ha fatta avere Cusumano attraverso un tale del quale lei non conosce il nome. E se le cose non sono andate così? Se è stata lei a rubare l’arma da una casa dove stava a servizio? E poi l’ha detto a Pino per dimostrare la sua disponibilità? Sostanzialmente non cangia niente, ma la posizione di lei si aggraverebbe.»

«Si sono presentati tutti?»

«Manca una famiglia.»

«Mi spiega come ha fatto a saperlo?»

«Mettendo in fila le date. Rosanna, in questi ultimi quattro anni, ha travagliato, nell’ordine, da Trupiano, Filippazzo, Nicolosi, Corso e Pimpigallo. Tra l’una e l’altra di queste famiglie ci sono piccoli intervalli di tempo, il più lungo è tra Trupiano e Filippazzo. E si spiega con l’aborto e le sue conseguenze. Mancano gli ultimi undici mesi, non sono coperti. Ma la signora Pimpigallo ha dichiarato che Rosanna le aveva detto che sarebbe andata a servizio dalla signora Siracusa perché le offriva di più. Però nessuno dei Siracusa si è presentato. Tu ne sai qualcosa?»

«Nonsi, dottore. Ma posso informarmi.»

«Fallo subito. Dove sei stato tutto il doppopranzo?»

«A mia questa cosa che Pinu Cusumano non si trova mi feti, mi puzza. Ho domandato. Sono riuscito ad avere la conferma che veramente non è in paese. Più di questo non so. Ah, dottore, quasi quasi me lo scordavo. Dal carcere di Montelusa hanno confermato che Rosanna è andata a trovare Cusumano tre giorni avanti che venisse rimesso in libertà.»

«Ma non c’è bisogno di una domanda scritta?»

«Certo, e lei l’aviva fatta un misi prima.»

«Ma se non sa scrivere! Come l’ha firmata?»

«Un tale ha firmato per garanzia.»

«E come si chiama questo tale?»

«Firma illeggibile, dottò.»

Nisciuto Fazio, doppo tanticchia trasì Gallo.

«Dottore, le ho portato Pino Dibetta. Devo assistere macari io?»

«Se vuoi.»

«Preferisco di no. è troppo amico, non voglio ’mbarazzarlo.»

Pino Dibetta era poco più che vintino. Un picciotto chiuttosto àvuto, elegante di natura so’ e tanticchia prioccupato d’essere stato convocato in commissariato.

«A disposizione» disse ubbidendo all’invito di Montalbano ad assittarsi.

«Senti» attaccò Montalbano, «tu ne sai niente di…»

«No, niente» fece pronto l’altro.

E si muzzicò le labbra, si era addunato di aviri fatto una fissarìa. Continuò, per giustificarsi:

«Io con la storia delle gomme tagliate alla macchina del caporeparto non ci traso propio nenti.»

«Ma io me ne sto catafottenno della macchina del caporeparto!»

«Davero?»

«Davvero.»

«E allura pirchì mi fece chiamare?»

«Per una storia vecchia di qualche anno. Che riguarda a tia e a una picciotta che si chiama Rosanna Monaco.»

«Che successe?»

«No, sono io a domandarti che successe.»

«Commissario, io l’accanuscii al mercato, allura aiutavo a un me’ ziu che aviva un bancu di frutta e virdura. Mi piaci. E io pure, a iddra. Mi disse che travagliava presso una famiglia… ora non m’arricordo…»

«Trupiano.»

«Ecco, sì. Mi dette ’u telefono ch’aviva ’mparato a memoria, non sapiva né leggiri né scriviri. E accussì io accomenzai a chiamarla.»

«E quando aveva finito di lavorare vi vedevate.»

«Sissi.»

«Dove andavate?»

«Campagne campagne. Ma potevamo stare picca, lei voliva tornare presto a la casa.»

«Che capitò tra di voi?»

«In che senso?»

«Nel senso che hai capito benissimo.»

«Cose di picciotti, vasati, tuccate… nenti di cchiù.»

«Lei non voleva?»

Pino Dibetta arrussicò.

«Commissario, Rosanna manco aviva quinnici anni però era fìmmina fatta, una beddra fìmmina, ma…»

«Ma?»

«Aviva la testa… ragiunava come una picciliddra di cinco anni. Io mi scantava delle conseguenze, capace che si metteva a contare a tutti che noi due avivamo fatto la cosa…»

«E l’hai lasciata.»

«Nonsi, commissario, iu non la voliva lassari.»

«E allora?»

«Una notti mentri iu stava tornanno a la me’ casa, venni pigliato a tradimento da dù che non potei arraccanosciri, erano ’nfaccialati. Mi infilarono la testa dintra a un sacco e mi fracassarono a lignati. Mi rumpero tri costoli e dù denti. Taliasse ccà, ’sta cicatrice sulla fronte: sette punti mi dettero. Prima di lassarmi ’n terra, uno mi disse: “E scordati a Rosanna Monaco”.»

«E tu?»

«Quanno fui in condizione di nesciri nuovamenti, telefonai al nummaro dei Trupiano. Ma qualcuno m’arrispunnì che Rosanna non travagliava più da loro e non sapivano dirmi indovi era andata. Iu a Rosanna la rivitti pi caso un setti misi appresso. Ma era stracangiata, sicca sicca…»

«Chi pensi sia stato ad aggredirti?»

«In prima, pinsai che erano i dù frati di Rosanna. Ma po’ mi spiai che motivo avivano… e non c’era manco bisogno di presentarsi ’nfaccialati per non farsi arraccanoscere… e pinsai macari ca i dù frati non erano cosa di fari accussì… potivano parlarmi se avivano qualichi cosa in contrario.»

«Allora, se non erano stati i due fratelli, secondo te chi erano?»

«Mah!»

«Può essere che Rosanna, mentre usciva con te, avesse qualche altro uomo? Macari un amante, un signore maritato che…»

«Rosanna vergine era. Iu, supra a cu fu ca m’ammazzò di botti, le nottate ci persi. Ma non conclusi nenti.»

Non c’era altro da dire. Il commissario si susì, il picciotto macari. Montalbano gli pruì la mano, l’altro fece lo stesso. Ma quando le dù mano si strinsero, il commissario non lassò la presa.

«Sei stato tu a tagliare le gomme al caporeparto, vero?»

L’altro lo taliò. Si sorrisero.


«Dottore» disse Fazio con la faccia prioccupata, «a proposito della picciotta, forse bisogna pigliare una decisione.»

«Perché?»

«Come, perché? Questo a momenti sequestro di persona è! Nessuno, il giudice, il questore, sa che noi la teniamo in commissariato.»

«Nessuno verrà a richiederla.»

«Con tutto il rispetto, dottore, questa non è una buona ragione.»

«Secondo te cosa bisogna fare?»

«Dottore, ce l’aveva nella borsa il revolver, sì o no? Ci ha detto che aveva intenzione d’ammazzare un giudice, sì o no? Sì. E allura? Procediamo secondo le regole e…»

«… e non incastreremo mai Cusumano. Anzi, gli facciamo un favore perché gli leviamo Rosanna dai cabasisi. Non c’è un punto di contatto tra loro due. Cusumano è stato bravissimo.»

«E la visita che c’è stata in carcere?»

«Tu lo sai cosa si sono detti?»

«No.»

«Qualsiasi cosa dica Rosanna di quel colloquio, Cusumano la smentirà. E non c’è verso di dimostrare il contrario. Insomma, Fazio: ho bisogno di avere la picciotta sotto controllo ancora per qualche giorno.»

«Dottore, stassi attento, la carriera si gioca.»

«Lo so. E per questo ho fatto una pinsata. Tu sei maritato, vero?»

«Sissi.»

«Non ti occorre una cammarera in casa? Lo pago io.»

Fazio ammammalucchì.

«Ma non la devi fare nesciri. Nessuno deve saperlo. Portatela ora stesso.»


Gli avivano ditto che dalle parti di Racalmuto c’era un ristorante quasi ammucciato in una parte scògnita, ma indovi si mangiava seguendo le regole del Signuruzzu, e gli avivano macari spiegato come arrivarci. Non arricordava però il nome del buon samaritano. S’addecise. Si mise in machina e partì. Da Vigàta a Racalmuto c’erano un tri quarti d’ora di strata, pigliando la via che passava sutta ai templi e che andava verso Caltanissetta. Ma il commissario ci misi un’orata e mezza quasi pirchì per dù volte sbagliò la strata che portava al ristorante. Che si chiamava Da Peppino ed era in un loco completamente perso tra àrboli di mandorle. Era un gran cammarone con una decina e passa di tavoli quasi tutti occupati. Il commissario sciglì un tavolino vicino all’ingresso.

Mentre si stava sbafanno il primo, cavatuna al suco di maiali condito con pecorino, dù òmini, ch’erano assittati poco distanti, pagarono, si susero e niscèro. Quanno gli passarono davanti, a Montalbano parse d’arraccanoscerne uno, quello più grasso. L’occhio di sbirro è fatto accussì: fotografa e incasella nel ciriveddro. Ma quella volta al commissario non venne in testa altro se non che era uno che aviva viduto da qualiche parte. Per secunno, mangiò sasizza alla brace. Ma quello che lo fece insallanire furono i biscotti del posto, semplici, leggerissimi e ricoperti di zucchero. I taralli. Sinni mangiò tanti da provare vrigogna. Po’ niscì e si rimise in machina diretto a Vigàta. La notti era scurosa. Prima d’immettersi dal viottolo sterrato sulla statale si fermò pirchì c’era trafico. A un certo momento vitti un varco stritto e ripartì di scatto, accelerado. In quel priciso momento sintì una specie di botto e subito appresso la machina sbandò, mittendosi a firriari su se stessa.

Montalbano si vitti perso, alluciato dai fari delle machine che venivano in senso inverso e subito appresso da quelle che andavano nello stisso senso so’. Testa coda. Completamente assammarato di sudore, isò le vrazza lassando fari alla machina quello che aviva in testa di fari, mentri davanti e darrè di lui si scatinava un tirribìlio di frenate, clacsonate, vociate, urla, biastemie. Alla machina ci vinni voglia di girare a sinistra e andò a infilarsi in un fosso allato alla strata. Fine della corsa. A Montalbano i taralli erano acchianati dalla panza fino alla gola e ora sinni stavano lì, in attesa di ricalarsene o di essiri vummitati fora. Dù o tri pirsone corsero verso la machina, aprirono lo sportello.

«Si è fatto male?»

«Maria, che scanto nni fici pigliari!»

«Ma chi fu, ah?»

«Grazie, grazie» fece il commissario. «Dev’essere scoppiata una gomma.»

Approfittò della cortesia di un tale che con mogliere e cinco rumorosissimi picciliddri dirigeva verso Vigàta. In commissariato, fece telefonare a Fazio e a Gallo perché venissero immediatamente. Con la macchina di servizio guidata da Gallo tornò sul posto dell’incidente. Fazio si calò, osservò una rota alla luce di una torcia.

«Secunno mia le hanno sparato» fece nivuro in faccia.

«Macari secunno mia» disse Montalbano.

«Chi lo sapeva che andava a mangiare a Racaliriuto?»

«Nessuno.»

Cangiarono la ruota, trainarono la machina for a dal fosso e se ne tornarono a Vigàta. Taliarono il copertone spaccato. Non ci fu bisogno di studiarlo a longo. Un proiettile 7,65 l’arrecuperarono subito. E mentri Fazio travagliava al recupero, al commissario tornò a mente il ristorante. E principiò nella so’ testa una specie di cinematografo, la proiezione di una pillicola. La scena rappresentava il cammarone. Era un piano-sequenza. I clienti che mangiavano. Il patrone che portava una buttiglia di vino. Lui aviva appena finito d’ordinari il primo e mentri il cammareri s’allontanava verso la cucina, da un tavolino indovi stavano assittate dù pirsone si susì il più grasso, andò al telefono ch’era impiccicato al muro, infilò un gettone, fici un nummaro, parlò picca e a voci vascia, ridì, riattaccò, tornò ad assittarsi. Dissolvenza incrociata, la scena torna la stissa, ma il patrone è assente, il cammareri sta portanno quattro piatti, manca una coppia giovane che prima era assittata al tavolo vicino alla porta della cucina. Lui sta finenno i cavatuna, i dù omini si susino e si avviano alla porta, passandogli davanti. E qui lui nota l’omo grasso, gli pari d’averlo già visto. La camera zuma sulla so’ faccia, mette in evidenza una voglia bluastra dal naso all’orecchia. Ora la scena cangia di colpo. La piazza di Vigàta davanti al municipio. Un vigile parla a due cani. Arriva una machina lentissima che viene superata da una potente auto sportiva. Le due auto si strisciano, si fermano. Scende un vecchio dalla machina lenta, dall’altra un giovinastro che gli dà un cazzotto. Dall’auto sportiva nesci un omo grasso, afferra il giovinastro, lo trascina alla so’ auto. La camera zuma nuovamente sulla so’ faccia: una voglia bluastra gli parte dal naso e gli arriva all’orecchia. Luce in sala e luce nella testa del commissario.

«Senti, Fazio, tu lo conosci a uno grasso con una voglia in faccia che dev’essere qualcuno del giro di Pino Cusumano?»

«E come no, dottore! Nini Brucculeri, un pregiudicato, una specie di omo di fiducia.»

«Lo sai dove abita?»

«Qua a Vigàta.»

«Bene. Pigliati gli uomini che ti servono e portamelo. Deve avere con sé un’arma. è importante, sequestrala.»

«Dottore, le faccio notare che non abbiamo nessun mandato.»

«Me ne stracatafotto. Se lo battiamo sul tempo, resterà accussì sorpreso d’essere stato identificato in un biz che sbracherà.»

«Ma perché Brucculeri avrebbe voluto ammazzarla?»

«Ti sbagli, non voleva ammazzarmi. Voleva darmi un avvertimento. è stato un caso. Io sono entrato nel ristorante dove c’era già lui. Allora ha telefonato a Cusumano per informarlo. E quello gli avrà detto di farmi pigliare un bello scanto.»

«Sì, ma qual è lo scopo di Cusumano?»

«Scusami, Fazio, ma tu non lo stai cercando? Avrà saputo del nostro interesse e ha messo le mani avanti.»

«Ma è sicuro, dottore? Perché io mi sono mosso con quatela, ho spiato sì, ma alle persone che ritenevo…»

«Credimi, non c’è altra spiegazione. Rifletti. Cusumano a quest’ora sicuramente sa che abbiamo fermato Rosanna. Sei d’accordo?»

«Sissi.»

«Poi tu te ne vai in giro a domandare di Cusumano. E questo che significa? Significa che Rosanna ha parlato, ci ha detto che Cusumano voleva che lei ammazzasse il giudice Rosato. E quindi corre ai ripari. è come se mi avesse mandato una lettera: “Stai attento alle tue prossime mosse”. La sai una cosa?»

«Nonsi.»

«Cusumano sarà nipote e figlio di mafiosi, mafioso lui stesso, ma è soprattutto una gran testa di minchia.»


La voglia sulla faccia di Nini Brucculeri ora tirava al verde. L’omo grasso trimava di raggia contenuta.

«Pozzu sapìri pirchì vegnu arrisbigliatu alli quattru del matinu e purtatu ccà comu unu sdilinquente? A me’ mogliere un colpo ci pigliò.»

«Perché lo sei, un delinquente» disse Fazio che gli stava allato.

Montalbano, assittato darrè la scrivania, isò una mano in segno di pace.

Aviva addeciso di mettersi tanticchia a garrusiare, certe volte gli capitava davanti a pirsone tracotanti.

«Signor Brucculeri, volevo da lei due semplicissime informazioni. La prima è questa: lei stasera ha cenato al ristorante Da Peppino a Racalmuto?»

«Sissignura. Che è, reato?»

«No. Tant’è vero che ci ho cenato anch’io.»

«Ah, c’era macari lei?»

L’intonazione sonò falsa. Pessimo guitto, Nini Brucculeri.

«Sì. Ecco, le volevo domandare che cosa mangiò per primo.»

Brucculeri tutto s’aspittava, meno quella domanda. Per un attimo perse la memoria. Possibile che veniva fermato e portato al commissariato alle quattro del matino solo per dare risposta a una minchiata simile?

«Ca… cavatuna cu ’u sucu di porcu.»

«Pure io. La domanda è questa: c’era troppo sale sì o no?»

Brucculeri principiò a sudari. Che viniva a diri quella farsa? Ma po’ era una farsa o era un trainello? Meglio tenersi sulle generali.

«A mia parse giusta.»

«Va bene. La ringrazio. La seconda è questa: lei è interista o milanista?»

Brucculeri si vitti perso. “Fora” pinsò, “fora, chisto è un vero trainello, se rispondo in un modo o nell’altro sugnu cunsumato.”

«Non m’interessa ’u palluni.»

«Bene. Lei ha recentemente sparato?»

«No. Sì. No no. Sì sì.»

«L’arma ce l’aveva?» spiò Montalbano a Fazio.

«Sissi. Una Beretta 7,65. E dal caricatore manca un colpo.»

«Ah» fece Montalbano, neutro.

Taliò Brucculeri e spiò:

«Lei naturalmente ha il porto d’armi?»

«No.»

Il sudore all’omo grasso oramà gli vagnava le scarpe.

«Ah» fece Montalbano tanto neutro che parse la Svizzera.

«Il proiettile che abbiamo recuperato dalla ruota ce l’hai tu, vero?»

«Sissi» arrispunnì Fazio.

«Stamatina mandi pistola e proiettile a Montelusa, alla Scientifica.»

«Nun mi staiu sintenno bono» fece Brucculeri.

«A questo qui lo metto in cammara di sicurezza?» spiò Fazio.

«Eh» fece ovvio Montalbano.

nove

Fazio tornò doppo aviri inserrato a Brucculeri. Aviva la faccia scurosa e Montalbano se ne addunò.

«Che hai?»

«Dottore, che ’ntinzioni ha con Brucculeri? A regola di liggi, stamatina stissa dovrebbe trovarsi davanti al magistrato, essere accusato di tentato omicidio e tutto il resto e scegliersi l’avvocato. Ma, da quel poco che la conosco a lei, mi sono fatto un concetto.»

«E cioè?»

«Che vuole tenerselo in cammara di sicurezza senza dirlo a nessuno.»

«Come senza dirlo a nessuno? A quest’ora la moglie di Brucculeri ha avvertito chi doveva avvertire. Non ci resta che aspettare.»

«Ma cosa, dottore?»

«La mossa che faranno.»

«Guardi, dottore, l’avverto che a casa mia non ho bisogno macari di un maggiordomo.»

Montalbano sorrise e Fazio addecise di rinunziare. Cangiò argomento.

«Ah, dottore. Mentre lei era andato aieri a sira a mangiare, mi sono informato della famiglia Siracusa.»

Fece per nesciri dall’ufficio.

«Dove vai?»

«Vado a pigliare il pizzino dove ho scritto tutto.»

«Tu questo complesso dell’anagrafe te lo devi levare. Resta qui e dimmi quello che ti ricordi.»

Fazio si rassegnò, deluso.

«Dunque. Lui si chiama Siracusa Antonio fu, mi pare…»

«Ti dissi di lasciar perdere paternità, maternità e minchiate simili.»

«Scusasse, ma mi viene. Comunque, questo Siracusa è un quarantino di Palermo e si trova a Vigàta da due anni perché è un chimico della Montedison. So’ mogliere, trentacinchina, si chiama Enza e pare sia una gran bella fìmmina. Non hanno figli. Lui ha denunziato qua la sua collezione.»

«Ah, sì? E che colleziona?»

«Pistole e revolver. Ne ha una quarantina.»

«All’anima! Li hai convocati?»

«Nonsi, dottore. Sono partiti tutti e due.»

«Quando? Lo sai?»

«Sissi. Ho parlato con la vicina. I Siracusa abitano in una villetta che ha solo due appartamenti sullo stesso pianerottolo. La vicina, che è una sissantina sparlittera, si chiama Bufano, mi disse che sono partiti di furia, almeno lei ebbe quest’impressione, aieri doppopranzo, con la loro machina.»

«Interessante. Il signor o più probabilmente la signora Siracusa sentono in televisione che noi siamo interessati alla loro cameriera e invece di presentarsi se ne scappano. Descrivimi esattamente dov’è questa villetta. Doppo ci andiamo a fare qualche ora di sonno.»


Alle otto e mezza del matino, frisco come se non avesse dormito solamente qualche orata, vistuto come un figurino, cercò sull’elenco il nummaro dello stabilimento Montedison, lo fece, si qualificò, disse che voliva parlari col direttore.

«Commissario, sono Franzinetti, mi dica.»

«Lei è il direttore?»

«No, ancora non è arrivato, ma se posso esserle utile io…»

«Lei chi è, scusi?»

«Il capo del personale.»

«Allora posso domandare a lei. Avevo bisogno di parlare col dottor Antonio Siracusa per una formalità, ma mi dicono che è partito. è andato in ferie?»

«Ma no! Ieri è tornato a casa per il pranzo, poco dopo però ci ha chiamato per comunicarci che gli avevano appena telefonato per dirgli della morte di uno zio al quale era legatissimo. E così è dovuto partire per qualche giorno.»

«Sa quando torna?»

«No.»

«Sa dove è andato?»

«No, mi dispiace.»

Insomma, era chiaro che i Siracusa avivano il cravuni vagnato. Un carbone tanto bagnato da costringerli a tenersi lontano da Vigàta per qualche giorno, in attesa che la mareggiata si calmasse. Non restava che andare a parlare con la vicina.

La villetta era fatta che sutta ci stavano due garage e due patii e supra dù appartamenti con terrazza. Teoricamente da quelle terrazze si potiva vidiri il mare, ma abbisognava distruggere il palazzone a deci piani che le avivano costruito davanti, dall’altro lato della strata. Il giardinetto che si vidiva dal cancello in ferro battuto era ben tenuto. Nel citofono c’erano dù nomi: Siracusa e Bufano. Sonò a quest’ultimo.

«Chi è?» fece una voci arragatata di fìmmina anziana.

«Il dottor Pecorilla sono.»

«E che vuole?»

«Veramente, signora, non volevo parlare con lei, ma con la signora Enza Siracusa. Però suono e non risponde nessuno.»

«Partiti sono.»

«Oh, mannaggia!»

Montalbano intuì la battaglia che si stava svolgendo nell’animo della signora Bufano, tra la curiosità e l’occasione di sparlari da una parte e lo scanto di raprire la porta a uno sconosciuto.

«Apetti un momento» disse la voce arragatata.

Si sentì tramestiare, doppo la porta finestra si raprì e sulla terrazza a mano dritta apparse una fìmmina anziana con in mano un binocolo che puntò sul commissario. Questi si lasciò taliare, aviva un aspetto più che rassicurante, persino la cravatta era a colori smorti. La fìmmina rientrò e doppo tanticchia Montalbano sentì lo scatto del cancello che si rapriva. Percorse il vialetto, ammuttò il portone d’entrata, si trovò davanti a una scala che portava a un pianerottolo bastevolmente granni. A mano manca c’era la porta inserrata dell’appartamento dei Siracusa, a mano dritta quella della signora Bufano. Aperta. Montalbano mise la testa dintra.

«C’è permesso?»

«Avanti, avanti. Da questa parte.»

Il commissario, guidato dalla voci, arrivò a un salotto del quale la signora Bufano stava raprenno la finestra.

«Le posso offrire qualcosa?»

«Non si disturbi, grazie.»

«Perché cercava la signora Siracusa, dottor?…»

«Pecorilla. Sono un medico delle Assicurazioni Trinacria. Dovevo visitare la signora per la stipula di una polizza e mi aveva dato appuntamento per questa mattina. E io sono venuto apposta da Palermo.»

«Quanto mi dispiace!» disse la signora Bufano allegrissima.

«Questo non è un modo di procedere serio» fece Montalbano mostrandosi siddriato. «Non depone certo a favore della serietà della signora Siracusa. Lei la conosce?»

«E come no!» fece la signora Bufano.

«Siete amiche?»

«Ma quanno mai! Bongiorno e bonasira! Però haju occhi pi vidiri e orecchi pi sintiri. Mi capì?»

«Perfettamente. Lei ha detto che sono partiti. Quando, lo sa?»

«Aieri doppopranzo verso le due. Hanno caricato due valigione sulla loro macchina.»

«Lei quindi non è in grado di dirmi…»

«Niente di niente. Però… è una ’mpressione… mi parse che scappavano.»

«Complimenti» fece ruffiano Montalbano. «Lei dev’essere un’acuta osservatrice.»

«Eh!» sclamò la signora Bufano facendo ruotare la mano dritta a significare che lei arrinisciva a vidiri ogni cosa di questo munno e qualichi cosa macari di quell’altro.

«Lei ha detto che ha occhi per vedere e orecchie per sentire. Ha visto e sentito per caso qualcosa di anormale? Sa, le assicurazioni…»

«Dottore mio, le porto un esempio. Il mese passato il marito dovette andare a Roma per una simana, me lo disse lui che dà più cunfidenza. Ebbene, tutte le notti la signora arricivette. Dù òmini diversi, una notti unu e l’autra notti l’autru.»

«Ma lei come fece a…»

«Io sentivo lo scatto del cancello, no? Allora mi susiva dal letto e… venga con me.»

Lo guidò all’ingresso. Allato alla porta c’era una finestra che dava luce all’anticammara. La signora Bufano la socchiuse.

«Io venivo qua e taliavo la pirsona che trasiva in casa Siracusa.»

In quel momento Montalbano pinsò che sarebbe stato onesto da parte sua chiamare al telefono la signora Pimpigallo Concetta e darle ragione per quanto riguardava la cajordaggine della signora Enza Siracusa.

Tornarono in salotto.

«E lui, il marito, com’è?» spiò il commissario.

«Peggio di lei, se si tratta di fìmmine.»

Montalbano ora aviva prescia d’irisinni, gli era vinuta un’idea pazza. Salutò la signora, la ringraziò, niscì sul pianerottolo, taliò quello che l’interessava. Allato alla porta dei Siracusa c’era una finestra identica a quella della signora Bufano. Gli parse non perfettamente chiusa, solo accostata. Doviva assolutamente provarci. Scinnì la scala, raprì il portone e fece finta di richiuderlo sbattendolo, in modo che la signora Bufano sentisse la rumorata. Doppo lo raprì di nuovo e l’accostò delicatamente. Percorse il vialetto, raprì il cancello e lo riaccostò come aviva fatto col portone. A taliarlo superficialmente pariva chiuso. Dirigendosi verso la machina, vitti con la coda dell’occhio la signora Bufano che sinni trasiva dal terrazzo e chiudeva la porta finestra. Mise in moto, arrivò alla strata appresso, frenò, parcheggiò, scinnì, tornò narrè verso il villino. Il cancello di ferro battuto non cigolò. La porta non fece rumorata. Accomenzò ad acchianare i scaluna della scala a pedi lèggio quanno esplose qualichi cosa che stava a mezzo tra una bumma e una truniata. Montalbano atterrì. Po’, lentamente, accapì che quella grannissima rumorata era musica. La signora Bufano stava a sintirisi, al massimo del volume, una canzuna che faciva: “Andiamo a mietere il grano, il grano, il grano…”. Quanto durava una canzuna? Tri minuti? Tri minuti e mezzo? Acchianò di cursa i restanti graduna, spingì il vetro della finestra di casa Siracusa, la finestra si raprì, Montalbano s’afferrò saldamente con le due mano sul bordo inferiore, spiccò un salto che avrebbe dovuto essere atletico, le vrazza però non lo ressero, ricadì sul pianerottolo santianno. Al terzo tentativo arriniscì a mettere il culo sul bordo inferiore, la parte superiore del corpo so’ piegata narrè con la testa e il busto dintra all’ingresso, le gambe ancora fora nel pianerottolo. Si girò sul culo, arriniscì a firriare su se stesso, ma mentri lo faciva i cabasisi gli restarono stringiuti dalle mutanne, sopportò il duluri, si mise a cavalcioni sulla finestra. Il più era fatto. Portò dintra l’altra gamba, si lassò cadiri e chiuì la finestra come prima mentre finivano di rimbombare le ultime note della canzuna. Subito appresso ne partì un’altra, attutita, che faciva: “Amore amor portami tante rose”.

Appena i so’ dù pedi toccarono il pavimento dell’appartamento dei Siracusa, Montalbano sentì una specie di scossa elettrica che gli acchianava lungo le gambe, s’arrampicava sulla spina dorsale, gli arrivava al ciriveddro. E capì che i rabdomanti, quanno sintivano la vena d’acqua a centinara di metri sutta terra, dovivano provare l’istissa cosa. Lì, gli diciva il corpo so’, c’era la minerà d’oro, l’acqua, la travatura. Caminò come un sonnambulo, taliando appena le dù cammare da letto, quella padronale e quella degli ospiti, i dù bagni, la cucina, la cammara di mangiari, il salotto, una specie di spogliatoio attrezzato per lo sviluppo e la stampa di fotografie e arrivò finalmente indovi le gambe lo portavano: nello studio, o quello che era, del dottore in chimica Antonio Siracusa. Passando, si era addunato che l’appartamento pariva svaligiato dai ladri, armuar aperti, vistita ittati ’n terra, casciuna rapruti a mità, disordine dovunque. Ma erano il chiaro signo di una fuga improvvisa, lo sapiva. Nello studio del dottor Siracusa inveci non c’era una cosa fora posto. Una granni scrivania, quattro seggie, una parete a scaffalature aperte colme di bottiglie, buttigliuna, burnìe piene di polveri di diverso colore. Addossato a una parete una specie di armuar alto e stritto, lucido e pulito, chiuso a chiave. In un angolo c’era un classificatore metallico, mezzo aperto, pieno di schede. Montalbano s’assittò alla scrivania, supra c’erano un lume da tavolo, una machina fotografica dintra la so’ custodia, molte carte a mancina sulle quali comparivano formule chimiche. A dritta ci stavano inveci solo tri o quattro fogli. Una domanda per l’allacciamento di un’altra linea telefonica, una cartella clinica d’esame del sangue, una littra del commendator Papuccio, patrone della villetta, che diceva non essere sua competenza l’aggiustamento del tetto che faciva acqua e, ultimo, un modulo. Un modulo che fece letteralmente satare Montalbano dalla seggia. Era la brutta copia di una domanda per la visita a un carzarato. Il carzarato era Cusumano Giuseppe e la richiedente era Monaco Rosanna. Dunque a fare la domanda per conto dell’analfabeta Rosanna, e a mettere la firma di garanzia, era stato il dottor Siracusa.

Ma questo ancora non abbastava a giustificare la scappatina. Doviva di necessità esserci dell’altro. Il commissario raprì il cassetto a dritta della scrivania: formule, corrispondenza con la Montedison, il permesso rilasciato dalla Questura di Palermo di mantenere armi in casa in qualità di collezionista, un altro foglio uguale ma intestato “Questura di Montelusa”, l’elenco delle armi possedute che il commissario mise a parte supra il tavolino. Il cassetto a mancina era inveci chiuso. Il commissario lo scassinò con un tagliacarte. La prima cosa che vitti fu una chiavi. La pigliò, si susì, andò all’armuar: la chiavi girò, era quella giusta, ma Montalbano non raprì le ante, sinni tornò alla scrivania. Nel cascione c’erano due grosse buste telate, una china fino a scoppiare, l’altra con poca roba dintra, tanto da pariri vacante. Raprì la prima, la capovolose e il piano dello scrittoio si cummigliò letteralmente di fotografie. Tutte a colori. Tutte dello stesso formato. Tutte dello stesso soggetto: fìmmine nude. Dai quinnici ai cinquanta, variamente stinnicchiate sullo stesso letto in disordine. Non collezionava solo armi, il dottor Siracusa. Evidentemente aviva l’abitudine d’immortalare post coitum ogni so’ imprisa. E po’ andava a sviluppari e a stampari nel laboratorio privato. A taci maci, senza occhi indiscreti. Portandosi appresso una foto, il commissario si susì e andò nella cammara matrimoniale: il letto era lo stesso delle fotografie. Coppia apertissima, i Siracusa. Probabilmente, mentre il dottore impignava il letto matrimoniale, la so’ signura tiniva occupato quello della cammara degli ospiti. Tornò nello studio, rimise le foto nella prima busta, pigliò in mano l’altra, la capovolse. Conteneva tri fotografie. Dello stesso soggetto delle altre: una fìmmina nuda cha s’ammostrava prima a panza all’aria, doppo a panza sutta, e appresso ancora a gambe spalancate. La fìmmina era una picciotta che il commissario accanosceva: Rosanna. Ma una relazione tra patrone e criata non bastava a giustificare la scappatina. La facenna doviva essiri assà cchiù complicata. Il commissario s’infilò in sacchetta la foto di Rosanna a panza all’aria, rimise le altre foto nella busta e la busta nel cassetto. Pigliò l’elenco delle armi e raprì l’armuar. Il mobile, costruito su misura, era all’interno interamente ricoperto di villuto blu chiaro. Solo pistole e revorberi d’ogni tipo, dimensione ed èbica. Nenti carabine. Nenti fucili. Erano disposti su quattro file di deci, tre nell’interno dell’anta mancina, quattro sulla parete di fondo, altri tre all’interno dell’anta di dritta. Ogni arma era tenuta appisa con tri chiova dalla capocchia di plastica dorata. Una vera e propia esposizione. Quaranta erano e quaranta erano stati dichiarati. Non mancava un’arma. Nell’armuar c’era ancora spazio per un’altra quarantina di armi corte. Nella parte vascia dell’armuar ci stava un cascione che il commissario raprì. Non c’erano munizioni di nessun tipo, solo fondine, scovolini, olii speciali. Richiuse il cascione e l’armuar e stava per mettere in ordine la scrivania quanno qualichi cosa lo disturbò, qualichi cosa che si riferiva all’armuar delle armi. Tornò a raprire le ante e raprì macari il cascione. Allura si addunò che tra il piano di base dell’armuar e il cascione c’era troppa distanza, almeno un vinticinco centimetri. Lì doveva sicuramente esserci un cassetto segreto. Ma dov’era ammucciato il sistema per raprirlo? Dalla persiana filtrava bastevole luce. Pigliò una seggia, s’assittò davanti all’armuar spalancato, si addrumò una sicaretta. A forza di taliare, l’occhi accomenzarono a fargli pupi pupi. E se si trattava semplicemente di un errore nella costruzione? No, impossibile. E tutto ’nzèmmula capì d’aviri risolto il busillisi. Ogni arma era tenuta orizzontale da tri chiova, pirchì l’ultima della parete di fondo invece ne aviva quattro? Si susì, col dito indice premette le prime tre capocchie dorate. Non capitò nenti. Alla quarta si sintì una specie di clic e un cassetto piatto, ammucciato tra il piano di fondo e la parte superiore del cascione, propio indovi Montalbano aviva intuito, scattò in avanti. Il commissario lo finì di raprire. C’erano una pistola e un revorbaro tenuti fermi col sistema dei chiova perché non si cataminassero quanno il cassetto veniva aperto o richiuso. Allato alle dù armi ci stavano tri chiova, sistimati come se dovessero tenere ferma un’altra arma che però non c’era. Ne restava l’impronta sul velluto. Montalbano pigliò la pistola, miricana, dall’ariata micidiale. Solo l’ariata, pirchì si addunò subito che era stata resa inservibile, la molla del percussore era allentata. Lo stesso lavoretto che era stato fatto sul revorbaro di Rosana. E macari la pistola aviva il numero di matricola abraso. La rimise a posto. Inoltre c’erano tre scatole di cartucce. Una era aperta e ne mancavano sei.

Rimise in ordine tutto. Andò nell’ingresso. La signora Bufano si stava facenno ’ntrunari la testa con “Guarda come dondolo, guarda come dondolo, con il twist”. C’era uno sgabello provvidenziale, lo mise sutta alla finestra, raprì, acchianò, satò, richiuì, scinnì, niscì. Olè!! Ecco a voi il commissario Salvo Montalbano: per gli amici, l’acrobata.


La prima cosa che il centralinista gli disse fu che fin dalla matinata aviva pigliato a telefonari l’onorevole Torrisi. Aviva urgenti, anzi urgentissima nicissità di parlargli.

«Quando ritelefona, passamelo.»

Fazio s’appresentò subito doppo.

«Com’è andata con Rosanna?»

«Bene, dottore. Con me’ mogliere pare che va d’accordo. Però mi ha spiato almeno almeno quattro volte quand’è che ci decidiamo ad arrestare a Pino Cusumano. è ossessionata, spasima per vederlo in galera. Che strammo, eh, dottore?»

«Che c’è di strano?»

«Ma come, dottore? Questa picciotta prima è disposta ad ammazzare a uno solo per fare piaciri al so’ innamorato e doppo qualichi jorno lo vuole vedere marcire in galera?»

«Si sente tradita, ci ha detto che Cusumano l’avrebbe tirata fora dai lacci, invece ce l’ha lasciata.»

«Mah. La sapi una cosa? A mia piuttosto mi veni in testa l’òpira.»

«La donna è mobile qual piuma al vento?»

«Ecco, questa, dottore.»

Senza dire ai né bai Montalbano infilò una mano in sacchetta, tirò fora la foto di Rosanna nuda a panza all’aria e la pruì a Fazio. Il quale la pigliò, la tagliò, la lasciò cadiri sul tavolo come se era una cosa vilinosa.

«Matre santa!»

S’assittò ammammaloccuto.

«Come l’ha avuta, dottore?»

«Me la sono pigliata. Ce ne erano altre due, ho scelto questa che è la più presentabile.»

«E da dove la pigliò?»

«Ho perquisito la casa del dottor Siracusa.»

«Come fece a trasire?»

«Da una finestra.»

«Come un latro, dottore?»

«Come un latro, Fazio.»

«Allora sbaglia, perquisire non è il verbo giusto.»

Fazio s’asciucò il sudore dalla fronte con un fazzolettone a scacchi.

«Dottore, io ce lo dico spassionatamente: un jorno o l’altro lei va a finiri in galera. E capace che devo essere io a metterle le manette. Lei ha corso un grosso pericolo, lo sa?»

«Lo so, ma ne valeva la pena.»

Fazio, da sbirro nasciuto e pasciuto, appizzò le grecchie.

«Mi dicisse.»

E il commissario gli contò tutto.

«Che ne pensi?» spiò alla fine.

«Dottore, prima una domanda. Perché Siracusa teneva ammucciate armi proibite?»

«Fa parte della mentalità di certi collezionisti. Vedi, quelle armi sicuramente erano appartenute alla mala, macari erano servite per qualche omicidio. Lui le aveva accattate a caro prezzo. E ogni volta che rapriva il cassetto segreto provava come un brivido di piaciri. E allora che ne pensi di queste novità?»

«Dottore, che ne devo pensare? Siracusa, che non regge davanti a una fìmmina, perde la testa per Rosanna. Si vanta delle armi, capace che gliele fa vidiri e le spiega come funzionano. Rosanna si corca con lui, ma accomenza a pretendere delle cose. Come, ad esempio, che Siracusa scriva la domanda per il colloquio in carcere con Cusumano. E quello lo fa. E gli domanda pure il revorbaro.»

«No. Il revorbaro non glielo ha domandato. Se l’è pigliato e non si è fatta più vedere in casa Siracusa. Quando è apparso il nostro annunzio su Retelibera, Siracusa è andato a controllare, ha visto che mancava un suo revorbaro, ha capito, e non ci voleva molto, che glielo aveva fottuto Rosanna e se ne è scappato, pigliato dal panico.»

«Poi Rosanna è andata al colloquio con Pino e gli ha detto che era in possesso di un’arma» disse Fazio. «Ma perché ci ha contato che il revorbaro glielo aveva consegnato l’omo stesso che le dava i bigliettini?»

Montalbano stava per rispondere quando squillò il telefono.

«Le passo l’onorevole Torrisi» fece il centralinista.

Prima di rispondere, il commissario disse a Fazio:

«È l’onorevole Torrisi. Che ti dicevo? Chi doveva sapere del fermo di Brucculeri l’ha saputo e ora tenta di metterci una pezza a colori. Si rendono conto benissimo che Cusumano ha fatto una minchiata sullenne.»

«Montalbano sono» fece sollevando il ricevitore.

«Commissario carissimo! Sono veramente lieto di poterla risentire, mi creda!»

«Mi dica pure, onorevole.»

«Sono appena arrivato da Roma, mi trovo all’aeroporto. Massimo tra un’ora e mezza sarò a Vigàta. Troppo tardi per andare a pranzo assieme?»

«Veramente ho già un impegno.»

«Facciamo a cena?»

«Spiacente, ma mi arriva un amico.»

Manco doppo un misi a digiunu supra un’isola deserta avrebbe mangiato un tozzo di pani con quell’omo.

«Allora passo da lei verso le cinque del dopopranzo?»

«Se vuole, vengo io nel suo studio.»

Calò silenzio. Il commissario capì quello che passava per la testa dell’altro: Torrisi si stava tirando il paro e lo sparo. Per la sua dignità di onorevole, era più giusto che Montalbano veniva a trovarlo. Ma che avrebbe pinsato la gente? Se inveci andava lui al commissariato potiva sempre dire che aviva voluto informarsi sulla situazione dell’ordine pubblico. Montalbano se la stava godendo pinsando all’imbarazzo dell’onorevole. Addecise di metterci il carrico da undici.

«D’altra parte si tratta di una chiacchierata amichevole, no?»

L’altro esitò ancora un attimo, doppo concluse:

«La ringrazio per la sua squisita cortesia, commissario. Ma mi è più comodo venire io.»

«D’accordo, onorevole, come vuole. A più tardi.»

Riattaccò.

«Ci sarebbero delle carte da firmare» disse Fazio.

«Firmale, chi te lo proibisce?»

«Ma dottore, è lei che le deve firmare!»

«Ah, sì? Allora sappi una cosa. Accussì andremo d’accordo. Tu me lo devi dire almeno almeno ventiquattrore prima.»

«Che cosa dottore?»

«Che ci sono carte da firmare. Mi abituo lentamente all’idea, capisci? Se me lo dici tutto ’nzèmmula, è un trauma.»

dieci

Per antipasto un purpu nico, morbidissimo, a strascinasale, seguito da tanticchia di frittura di nunnato, per primo pasta al nivuro di siccia, per secunno dù sarachi, di considerevoli stazza, arrustuti. Urgeva una passiata digestivo-meditativa al molo. La principiò d’umore allegro. L’onorevole avvocato Torrisi si era precipitato da Roma richiamato in servizio dalla famiglia Cuffaro, allarmata soprattutto dalla stronzaggine dell’adorato rampollo Pino, e alle cinco perciò ci sarebbe stato da scialarsela. Ma quanno s’assittò sullo scoglio chiatto che c’era sutta al faro, lentamente l’umore gli cangiò. Forse fu per il sottofondo regolare e monotono dello sciacquettìo tra gli scogli, ma il fatto è che gli tornò quella sensazione disagevole d’essiri un pupu in mano a un puparo. D’essiri uno che cridiva di caminare con le so’ gambe, liberamente, senza sapìri che c’erano fili invisibili che lo strascinavano avanti. “Pupi siamo…” Chi l’aviva scritto? Ah, Pirandello. A proposito, doviva accattare l’ultimo libro di Borges. Misteriosamente, il nome dello scrittore, una volta trasutogli in testa, non volle più nesciri. “Borges, Borges” continuò a ripetere. E tutto ’nzèmmula gli tornò alla memoria una mezza pagina, o meno ancora, dell’argentino liggiuta tempo avanti. Borges contava la trama di un romanzo giallo indovi tutto nasceva dall’incontro assolutamente casuale, in treno, tra due giocatori di scacchi che prima non si erano mai accanosciuti. I dù giocatori organizzavano un delitto, lo portavano a compimento quasi con pedanteria, arriniscivano a non essere sospettati. Borges scriveva insomma un soggetto plausibilissimo, logicamente concatenato, senza una crepa. Solo che alla fine lo scrittore metteva un post scriptum, una domanda, questa: e se l’incontro in treno tra i due giocatori non era stato casuale? Ecco, nell’indagine che stava facenno, una domanda accussì non gli era manco passata per il ciriveddro. Quelle poche righe di Borges erano una grannissima lezione sul modo di fare un’inchiesta. E perciò macari in questo caso abbisognava farsi una domanda in grado di rimettere tutto suttasupra, tutto in discussione. Per esempio: pirchì Cusumano voliva far ammazzare il giudice Rosato? Il quale, mischino, aviva telefonato già un paro di volte per sapìri a che punto era la facenna. Fu un lampo, rapidissimo. Capì che propio il giudice Rosato era il punto debole di tutta la storia. O meglio, il punto che lui non aviva capito. O meglio ancora, il punto che lui subito aviva dato per accettato. Tirò un respiro funnuto, di colpo l’aria di mare gli trasì nel ciriveddro, glielo puliziò da ogni pruvulazzo, filìnia, lurdìa. Ora, con la testa sbarazzata e lùcita, putiva accomenzare a ragionare giusto.


Mancava un quarto d’ura alle quattro quanno si susì dallo scoglio e tornò di cursa in paisi. Sapiva indovi abitava Fazio che sicuramenti era già in commissariato. Lo doviva avvertire? Sarebbe stata perdita di tempo, gli avrebbe contato tutto doppo. Fazio stava nella parte alta del paisi, in un orrendo palazzone di costruzione recente. Sonò al citofono. Gli arrispunnì una voci di fìmmina.

«Montalbano sono.»

«In ufficio, lo so. Ma io devo parlare con… la sua amica.»

«Ho capito. Quarto piano.»

Quarantina, simpatica, la signora l’aspittava sulla porta.

«Trasisse, trasisse.»

Lo guidò in una cammara ch’era a un tempo di mangiari e di riciviri.

«Rosanna, appena ha sentito ch’era lei, è andata a cangiarsi.»

«Come si è comportata?»

«Benissimo. è una brava picciotta. Che si è persa darrè a un fitenti.»

Trasì Rosanna, tanticchia impacciata, si fermò sulla porta.

«Bongiornu.»

Si era messa il vestito che le aveva arrigalato il commissario.

«Vieni avanti. Ti devo parlare. Assettati.»

Rosanna ubbidì. La signora Fazio inveci si susì.

«Lo piglia un cafè?»

«Grazie, no.»

«Io vado di là. Se ha bisogno, mi chiama.»

La picciotta appariva tisissima, una corda allungata al massimo, le labbra tirate tendevano a scoprirle gengive e denti. Quelle poche ore in casa Fazio non le avivano evidentemente giovato.

«Me la portò la bona notizia?» fu la sua prima domanda.

«Quale?»

«L’aviti arristatu a Cusumanu?»

Non era più Pinu, ora lo chiamava col cognome.

«Questione di ore. L’arresteremo, è sicuro, ma non per la ragione che ci hai detto tu.»

«E che vi dissi iu?»

«Chi ti voleva far ammazzare il giudice Rosato.»

«Pirchì, secunnu vossia unn’è veru?»

«No, non è vero. Cusumano quel nome non te l’ha mai fatto. Te lo sei ricordato perché l’avevi sentito nominare anni avanti casa casa, dato che il giudice si era occupato di una causa che tuo padre aveva fatto a un vicino. Una causa, tra l’altro, vinta da tuo padre. E per non scordartelo, come si chiamava, ti sei riempita la borsa di cose che te lo facevano ricordare. Vedi, Rosanna, se Pino veramente ti avesse fatto il nome del giudice, tu, innamorata come ci hai detto d’essere stata di Cusumano, non l’avresti mai dimenticato, si sarebbe impresso a caratteri di fuoco nella tua testa, non avresti avuto bisogno di ricorrere alla rosa o al pezzo di elastico.»

«E a cu vulìa ammazzari, allura?»

«A Pino Cusumano.»

Sentì un quasi impercettibile clang, il rumore di qualichi cosa che si spezzava o si distendeva di scatto, forse una molla della poltrona sulla quali la picciotta stava assittata, pirchì era impossibile, assolutamenti impossibile che quello scatto veniva dall’interno del corpo di Rosanna, dal fascio dei so’ nerbi tirati allo spasimo. Montalbano continuò.

«Ma quello ha trovato il modo di non farsi vedere da te quando andava in tribunale. Era scantato. Perché tu sei andata a trovarlo in carcere, grazie a quell’imbecille del dottor Siracusa, e gli hai detto che l’avresti ammazzato. Lì hai fatto un errore grosso.»

«Non fu errori.»

Montalbano non aviva gana di mettersi a fari discussioni. Proseguì.

«Errore perché Cusumano si è impressionato, ha capito che la tua intenzione era vera. Solo che se gli sparavi il revolver non avrebbe funzionato. E questo non potevi saperlo. Però, siccome sei una picciotta intelligente, hai previsto che il tuo proposito andasse a vacante, e allora ti sei inventata la storia che Cusumano voleva da te una prova d’amore e cioè l’uccisione del giudice Rosato. Quella che hai contato a me. Quindi, se ciò che avevi in mente si realizzava, il destino di Cusumano era comunque segnato: o moriva per mano tua o andava in galera per istigazione all’omicidio. Solo che le cose sono andate diversamente. E ora parla tu.»

Rosanna, prima di putiri articolare parola, raprì e chiuì la vucca dù o tri volte.

«Mi spiega pirchì ce l’avrei a morte con Cusumano?»

«Pirchì è stato lui a violentarti.»

Rosanna gridò e scattò. Montalbano non ce la fici a susirisi. Solo che la picciotta stavolta non aviva ’ntinzione di fargli male. Stava agginucchiuni, tenendogli stritte le gambe, la testa sulle ginocchia del commissario e si dunduliava avanti e narrè, si lamentiava. Una vestia ferita. La signora Fazio apparse, aviva sintuto il grido. Montalbano disse, solo con le labbra:

«Acqua.»

La signora tornò con un vuccali e un bicchieri e sinni niscì subito. Lentamente il commissario posò una mano sui capelli di Rosanna e accomenzò a carizzarglieli a lèggio. Doppo il lamintìo si trasformò in chianto, un chianto non dispirato, ma come liberatorio. Solo allura il commissario le spiò se vuliva tanticchia d’acqua. Rosanna fece ’nzinga di sì con la testa. Ma le mano le trimavano troppo, arriniscì a vivìri quanno Montalbano le tenne il bicchiere all’altizza della vucca, come a una picciliddra.

«Sùsiti.»

Ma Rosanna scosse la testa, voliva ristari accussì, forse senza taliare a Montalbano nell’occhi. S’affruntava di quello che avrebbe dovuto contare?

«Non fu pi chiddru ca mi fici Cusumano.»

Il commissario si sentì per un attimo perso. Vuoi vidiri che aviva sbagliato tutto, che i so’ ragionamenti l’avrebbero salutato allegramenti andandosene a buttane?

«E pirchì allura?»

«Ma pi chiddru ca mi fici fari.»

Che viniva a significari quella frase? Per quello che Cusumano l’aviva obbligata a fari mentri la tiniva sequestrata? O per quello che era stata costretta a subire da altri col consenso di Cusumano? Preferì non fare domande, aspittari.

«Mi pigliaru ’na sira, doppu ca mi aviva vistu cu ’n picciottu ca ci nisciva ’nzèmmula e si chiamava…»

«Pino Dibetta.»

La picciotta, sorpresa, isò per un attimo la testa, lo taliò, la riabbassò.

«… arrivò ‘na machina, scinnì unu, era Cusumano, m’affirrò un vrazzo, me lo turcì, mi fici acchianari, la machina partì, era guidata da un omo grassu cu ’na macchia supra a facci…»

«Ninì Brucculeri» disse il commissario. «Per tua conoscenza, l’ho arrestato. Ha tentato d’ammazzarmi aieri a sira. Continua.»

«… mi purtaru in una casa ’n campagna, po’ Brucculeri sinni ì e Cusumano a forza di cazzotti ’nna panza e ’nna facci mi fici spugliari, si misi nudu e fici i commodi so’ tutta la sira, tutta la notti e ’u matinu appressu. Po’, versu mezzujornu, arrivò Brucculeri. Cusumano ci dissi ca iu era a so’ disposizioni, si rimisi i vistita e sinni ì. E Brucculeri fu peju di Cusumano. La matina appressu, all’arba, sinni ì macari iddru, prima mi dissi ca si parlavu, si dicivu chiddru ca mi era capitatu m’ammazzavano, doppu mi detti un gran cazzotto ca io sbinni. Quannu m’arrisbigliavu era sula. Mi lavavu ca c’era un puzzu e turnai a la casa. Ci misi tri uri a arrivari, ’un putìa caminari. E mentri turnava a la casa giurai d’ammazzari a Cusumanu non pirchì m’aviva strupata, ma pirchì m’aviva arrigalata comu a una pupa di pezza. Però quattro jorna appressu, mentri si stava maritannu…»

«… l’hanno arrestato e condannato a tre anni.»

«Sissi. E iu sempri a pinsari a comu ammazzarlu. Nun mi putiva nesciri da ’a testa, lo devi ammazzari, lo devi ammazzari quannu metti pedi fora dal càrzaro. Notti e jorna l’istissu pinsero, sempri. Sì, ma comu? Mi stava dispirannu, passavanu l’anni, chiddru stava pi nesciri e iu ancora nenti. Po’, un jornu…»

«Incontri al mercato la signora Siracusa che ti fa una proposta. Tu accetti e vai a lavorare da lei. Così conosci suo marito.»

«Sissi. Un fimminaro. Si vulìa approfittari, iu in prima ci dissi di no. Po’, pi vantarisi, mi fici vidiri l’armi.»

«Macari quelle proibite, nel cassetto segreto.»

«Sissi. E allura iu fici chiddru ca vulìa.»

«Il revolver te l’ha dato lui?»

«Nonsi. Iddru sulu la dumanna per il càrzaro mi scrisse. Ca non fu errori, comu dici vossia. Iu, al colloquio, nenti ci dissi. Iddru parlò.»

«Che ti disse?»

«Mi dissi: “Che hai, spinnu d’assaggiari ancora la me’ minchia? Appena nesciu dal càrzaro ti servu”. E si misi a ridiri, ma era scanta tu.»

«E allora perché ci sei andata?»

«Ma comu, vossia ha caputu tuttu e chistu nun l’ha caputu? Ci andai pirchì si iu nun l’arrinisciva a ammazzari, chiddra visita in càrzaro mi sirviva pi putiri diri che fu in quella scascione che lui mi disse d’ammazzari al giudice. La carta parlava.»

«Geniale. Vai avanti.»

«Siccomu intantu Siracusa aviva pigliatu cunfidenza cu mia, mi spiegò indovi tiniva ammucciata la chiavi del casciuni dello scrittoio. Accusì iu ci arrubbai il ravorbaro e lo carricai, me l’aviva spiegato iddru comu si faciva, sempri pi vantarisi.»

Non c’era altro da dire. Montalbano si calò in avanti, pigliò la picciotta per le vrazza, la fece susiri susendosi lui stesso. Rosanna teneva ancora la testa vascia.

«Talìami.»

Lei lo taliò. Stranamente l’occhi della picciotta parivano meno nivuri e meno funnuti. Prima erano un pozzo scuroso e limaccioso, in fondo al quale t’immaginavi che strisciavano macari serpenti vilinosi. Ora si potivano fissare senza disagio. O almeno, col disagio di cadiricci piacevolmente dintra.

«Noi due dobbiamo fare un patto. Io spero di tirarti fora da questa storia, senza nessuna accusa. Te ne andrai libera mentre ti assicuro che Cusumano si farà qualche anno di galera. Ma tu devi essere pronta a testimoniare che Cusumano ti ha violentata. Cercherò di evitartelo, credimi, ma devo sapere se sei d’accordo.»

Rosanna, inaspettatamente, l’abbrazzò, lo strinse. Aderì a lui con tutto il corpo. Montalbano sprufunnò nel calore so’, nel so’ sciàuro di fìmmina. Che bello che era sintirisi annigari in quel corpo! Senza che ci mittisse volontà, le so’ vrazza ricambiarono l’abbraccio. Stettero tanticchia accussì, in silenzio, a parlari era solo il sciato dell’uno verso l’altra.

«Fazzu tuttu chiddru ca tu vò» dissero po’ le labbra di Rosanna all’altizza della so’ grecchia dritta.

A Montalbano venne in mente una giaculatoria – si chiamava accussì? – che gli avivano insignato in collegio dai parrini, quannu c’era stato:


Sant’Antonio, sant’Antonio,

ca vincisti lu dimonio,

fammi duro comu un lignu

quannu veni lu Malignu.


Non sapiva con cirtizza se il Malignu aviva pigliatu le forme della picciotta, ma duru comu un lignu sicuramenti principiava a esserlo, però in un senso non previsto dalla giaculatoria. L’unica era chiamari aiuto.

«Signora Fazio!» sclamò, con una voci da gallinaccio.

Di subito, Rosanna lo lassò.


S’arricampò in commissariato che erano quasi le cinco. Fazio trasì nel so’ ufficio come una palla allazzata.

«Me’ mogliere mi telefonò che lei…»

«Sì. Ho parlato a lungo con Rosanna che finalmente si è decisa a dirmi la verità. Ci ha pigliato per il naso, quella picciotta, e ci ha portato dove voleva lei.»

Pinsò per un attimo a so’ patre che appena l’aviva vista l’aviva pittata: non ti fidari di ’sta fìmmina.

«Ma oggi doppopranzo» proseguì «ho fatto la pinsata giusta e lei non ha più potuto negare. Anzi.»

Fazio frimiva pi sapìri.

«Ti faccio solo un accenno perché non abbiamo tempo.»

Alla fine della parlata del commissario, Fazio era giarno e strammato. Aviva molte cose da diri, ma fici la dumanna che più l’interessava.

«Siamo sicuri che Rosanna rispetterà l’impegno pigliato con lei di testimoniare contro Cusumano per la violenza?»

«Me l’ha giurato.»

Montalbano niscì dal commissariato, si piazzò davanti alla porta. Immediatamente vitti arrivari la machina con autista dell’onorevoli Torrisi. S’apprecipitò a raprirgli lo sportello, un sorriso di cuntintizza che gli tagliava la facci.

«Onorevole! Che felicità rivederla!»

Scinnenno, Torrisi lo taliò tanticchia perplesso di tanta felicità. Politico era, e certamente accanosciva la natura dell’òmini. Ma stavolta non arriniscì a capire se Montalbano faciva tiatro a faciva supra ’u seriu. Non replicò, meglio vidiri come la facenna si sviluppava. Il commissario inveci continuò la sceneggiata.

«Ma perché si è voluto disturbare, onorevole? Sinceramente, sarei volentieri venuto io da lei!»

E, una volta dintra, a voci alta, a tutti e a nisciuno:

«Non passatemi telefonate! Non voglio essere disturbato! Sono con l’onorevole!»

Però fu solo quanno Montalbano volle cedergli il posto so’ darrè la scrivania, e non ci fu verso di fargli cangiari idea, che Torrisi si persuase definitivamente che il commissario era pirsona non solo avvicinabile, ma macari accattabile. E poteva darsi a poco prezzo. Perciò decise di non perdere troppo tempo. Con quell’omo forsi non valeva la pena di consumare sciato.

«Sono venuto a parlarle a proposito di una faccenda sgradevole che però credo possa essere risolta con un poco di buona volontà.»

«Buona volontà da parte di chi?»

«Da parte di tutti» arrispunnì Torrisi ecumenico con un largo gesto del vrazzo dritto a comprendere il mondo intero.

«Allora mi dica, onorevole.»

«Vengo al dunque. Mi è stato riferito che l’altra sera i suoi uomini hanno fatto irruzione in casa di un tale Antonio, meglio noto come Ninì, Brucculeri. La sua abitazione è stata perquisita, vi è stata rinvenuta un’arma, l’uomo è stato portato qua in commissariato. Tutto questo, a quanto mi risulta, senza nessuna autorizzazione, senza nessun mandato.»

«Vero è. Ma vede, si tratta di un pregiudicato che…»

«Anche un pregiudicato ha i suoi diritti. Un pregiudicato è una creatura umana come tutte le altre, può aver commesso sì degli errori, ma questo non autorizza nessuno, e tanto meno lei, a trattarlo come un essere marchiato a vita e privo di dignità e diritti. Mi sono spiegato?»

«Perfettamente» fece il commissario chiaramenti imbarazzato, turciniannosi le mano. «Lei ha un’idea di come si possa venire fuori da questo ginepraio dovuto alla mia… alla mia inesperienza?»

Montalbano si congratulò con se stesso. Ginepraio! Ma da dove minchia gli era vinuta fora quella parola? Macari Torrisi si congratulò con se stesso, si era fatto pirsuaso d’aviri in pugno il commissario.

«Vedo con piacere che lei è un uomo estremamente ragionevole. Dato che la perquisizione, il sequestro dell’arma e il fermo di Brucculeri non risultano da nessuna parte, non c’è niente di scritto, lei può rimetterlo tranquillamente in libertà. Così facendo, potrà godere della tangibile, ripeto tangibile, gratitudine di persone che qui contano. Del resto, lei già sembra rendersi conto che ha agito non come prescrive la legge.»

«Sì, me ne faccio carico, lei ha perfettamente ragione, ma ho un dubbio che lei come avvocato mi potrebbe risolvere.»

«Dica pure.»

«Spararmi, come ha fatto l’altra sera Brucculeri, è da considerarsi tentato omicidio o semplice avvertimento?»

L’onorevole scoti la testa, ma sorridendo.

«Che parole grosse! Tentato omicidio! Via! Lei era in macchina e stava…»

«Fermo qua, onorevole. Chi glielo ha detto che io ero in macchina? Forse l’altro uomo che era con Brucculeri e mangiava con lui al ristorante?»

Torrisi s’imparpagliò. Il sorriso spiri. Vuoi vidiri che quel cornuto, con tutta la sua apparente disponibilità, l’aviva fatto cadiri in un trainello?

«Macchina o non macchina, si tratta di un dettaglio irrilevante.»

«Vero è.»

Montalbano si susì dalla seggia, andò alla finestra, si mise a taliare fora.

«Beh?» fece doppo tanticchia l’onorevole.

«Stavo pensando a come fare per aggiustare le cose. Lei ha detto che non ci sono carte scritte, ma non è così.»

«E che c’è di scritto?»

«Ho fatto mandare l’arma sequestrata a Brucculeri e il proiettile tolto dal copertone a Montelusa, alla Questura. C’era una richiesta scritta col nome e cognome del proprietario dell’arma.»

«Questa non ci voleva» commentò Torrisi.

«Una soluzione ci sarebbe. Voi potreste convincere Brucculeri ad assumersi la responsabilità. Lei potrà difenderlo dicendo che aveva bevuto, che non era in sé, che ha voluto farmi uno scherzo pesante… E così la cosa si ferma lì e non va oltre.»

L’occhi dell’onorevoli si ficiro di colpo dù fissure stritte stritte. Le so’ grecchie addivintarono appizzate come quelle dei gatti quanno sentono una liggera rumorata.

«Perché, potrebbe andare oltre?»

Imbarazzato, il commissario, che stava sempre addotta vicino alla finestra, si taliò la punta delle scarpe.

«Eh sì.»

«Si spieghi.»

«Lei lo sapeva che il telefono del ristorante di Racalmuto, per un’altra faccenda, era stato messo sotto controllo da qualche mese?»

Aviva sparato, all’urbigna, una farfantarìa colossale, solo in quel momento gli era venuta in testa, ma Torrisi, sconvolto, abboccò.

«Minchia!»

E satò addritta dalla seggia, congestionato, a un passo dal farisi viniri un sintomo.

«Quindi» proseguì Montalbano, «l’ordine di spararmi che Pino Cusumano ha dato a Ninì Brucculeri quando questi gli ha telefonato segnalando la mia presenza nella trattoria è stato…»

«… registrato!» fece, assufficato, in piena botta d’asma, l’onorevole.

«A questo giovane, che è troppo impulsivo» disse con fare comprensivo il commissario, «suo padre e suo nonno dovrebbero starci attenti. Finirà col fare qualche guaio. Macari riparabile, ma sempre disdicevole e vergognoso per una famiglia come i Cuffaro. Come quello di tre anni fa con una picciotta minorenne che violentò.»

Un’improvvisa revorbarata nella cammara avrebbe avuto meno effetto.

«Che ha fatto?!» spiò, slacciandosi cravatta e colletto, il peperone rosso e viola che una volta era stato l’onorevole Torrisi.

«Non lo sapeva?»

«Non… non lo sapevamo!»

Aveva usato il plurale. Manco la famiglia quindi era a canoscenza della bella alzata d’ingegno dell’amato Pino.

«La ragazza ha aspettato di diventare maggiorenne per parlarne» continuò Montalbano. «L’altro giorno si è presentata qua e mi ha raccontato di essere stata rapita, sequestrata, massacrata di botte e violentata ripetutamente da Pino Cusumano. Proprio tre giorni prima che questi andasse a sposarsi.»

«È ancora perseguibile?» arriniscì a spiare Torrisi.

«Avvocato, le faglia la dottrina? Certo che è ancora perseguibile, e perseguibile d’ufficio, trattandosi di una minorenne all’epoca del fatto.»

«Ha sporto regolare denunzia?»

«Ancora no. Dipende da me. Sto cercando di evitare che la famiglia Cuffaro venga esposta alla gogna. Il membro si una famiglia tanto onorato e rispettata che si comporta come un piccolo delinquente qualsiasi! C’è da perderci la faccia per sempre! E i nemici della famiglia, che sono tanti, ci bagneranno il pane. E ho macari pensato alla povera signora…»

«Quale signora?» fece Torrisi completamente intordonuto.

«Quale signora, onorevole? La signora, la moglie di Cusumano! Quella che per tre anni non poté godere delle gioie del talamo coniugale perché le avevano arrestato il marito sul sagrato della chiesa. Lo disse lei al processo nel quale ero testimone, se lo ricorda? Lei sostenne che Cusumano correva con la sua auto perché, appena scarcerato, a casa l’aspettava la sposina con la quale non era riuscito ancora a consumare…»

«Sì, mi ricordo» tagliò Torrisi.

«Ecco! Mi sono detto che se quella povera donna veniva a sapere che suo marito, appena tre giorni avanti al matrimonio, aveva deciso di festeggiare l’addio al celibato violentando una quindicenne… capace che non si rassegnava, capace che se ne andava da casa, capace che faceva uno scandalo… La fine di una famiglia! Ma come?! Ma come?!» concluse interrogativo portandosi le dù mano a cacòcciola sulla fronte.

La parte dell’omo indignato e stupito gli arriniscì benissimo.

«Ma come cosa?» fece l’onorevole.

«Non capisce, avvocato? Ora vengo e mi spiego. Quando la ragazza mi venne a contare della violenza subìta, io incaricai un mio uomo perché, con molta discrezione, cercasse Cusumano e mi ci facesse parlare. Volevo sentire la sua versione dei fatti, capisce? E per tutta risposta, per ringrazio del mio deferente modo d’agire, Cusumano ordina a Brucculeri di spararmi? E perchè? Che modo di fare è questo? Si spiega solo col fatto che Cusumano ha perso la testa appena ha capito che indagavo sulla violenza. Se la faccenda della violenza veniva a galla, Cusumano temeva di più la reazione della sua famiglia che quella della legge. Voleva il mio silenzio. Non c’è altra spiegazione. E questo gesto inconsulto dimostra quanto Cusumano sia inaffidabile, addirittura un irresponsabile. Forse, per la famiglia, è meglio che stia in galera senza combinare altri danni.»

«Va bene, va bene. Cosa intende fare?» spiò Torrisi di colpo cangiato.

Ora il modo d’agire del commissario gli era addivintato chiaro, quello era ’ntinzionato a futtiri a Pino, non c’erano santi. E lui dintra a quel tiatro fatto dal commissario c’era caduto come un piro.

«Io?!» disse Montalbano. «Io non intendo fare niente. Posso, al massimo, permettervi di scegliere. Non faccio il cumulo, mi spiego, onorevole? O il tentato omicidio o la violenza carnale. O l’una cosa o l’altra. Ed è già tanto. Dovete decidere voi.»

Taliò il ralogio, erano le sei. Continuò:

«Ma comunicatemi la vostra decisione entro le otto e mezza di stasera. Lei, giustamente, mi ha fatto notare che io ho agito non seguendo le regole. Quindi capirà e giustificherà la mia fretta di rimettermi in carreggiata. Però, attenzione. Patti chiari. Se Cusumano, autoaccusandosi del tentato omicidio, lo fa in modo da offrire troppi spunti alla difesa, cioè a lei, io tiro fuori la denunzia della violenza.»

L’onorevole avvocato Torrisi isò un vrazzo.

«Mi dica.»

«Se dell’indagine sulla violenza carnale non ne verrà fatto cenno, quale motivo avrebbe avuto allora Cusumano per ordinare a Brucculeri di spararle?»

«Onorevole, è faccenda che non mi riguarda. Il motivo se l’inventerà lei. Un motivo grosso e pesante, perchè io voglio vedere Cusumano…»

«… in galera» concluse Torrisi.

Non c’era più niente da dire. Montalbano raprì la finestra.

«Faccio cangiare l’aria. Arrivederla, onorevole. è stato veramente un grande piacere.»

E ciò dicendo, il commissario gli indirizzò un ampio, apparentemente cordialissimo sorriso. L’onorevole Torrisi si susì, non salutò, dovette raprirsi da solo la porta pirchì Montalbano non si cataminò da indovi s’attrovava.

La telefonata dell’onorevole avvocato Torrisi arrivò alle otto e venticinque. Macari Fazio, che oramà sapiva tutto, era nella cammara del commissario ad aspittari.

«Dottor Montalbano? La informo che Pino Cusumano è pronto a dichiarare di avere ordinato a Brucculeri quello che lei sa.»

«Benissimo. Che venga subito in commissariato.»

«Ecco, c’è un contrattempo. Il povero ragazzo è disgraziatamente caduto da una scala.»

«Si è fatto male?»

«Pare un paio di costole rotte, il setto nasale fratturato, non riesce a muovere una gamba… Abbiamo dovuto chiamare un’ambulanza.»

«Dov’è stato ricoverato?»

«A Montelusa, al Santo Spirito.»

Riattaccarono contemporaneamente. Montalbano si rivolse a Fazio.

«Hai capito? I Cuffaro hanno massacrato a lignati il loro amato nipote e figlio. Confesserà il tentato omicidio nei miei riguardi. è ricoverato allo spitale Santo Spirito. Telefona tu alla Questura di Montelusa e conta la facenna. A Pino Cusumano ci penseranno loro.»

«E vossia dove va?»

«Mi è smorcato il pititto, vado a mangiare. Ah, una cosa: quando torni a casa devi dire a Rosanna che ho mantenuto la promessa. Pino andrà in galera e lei non avrà bisogno di testimoniare. Salutamela.»

«Lo farò» disse Fazio, asciutto.

«Che c’è? Qualcosa che non va?»

«Che ne facciamo del revolver di Rosanna?»

«Lo rubrichiamo come rinvenuto per strada.»

«E al giudice Rosato, quando telefonerà, che gli contiamo?»

«Che Rosanna è risultata essere una mitomane, una pazza incapace d’intendere e di volere.»

«E come ci comportiamo col dottor Siracusa?»

«Sicuramente tra qualche giorno tornerà tranquillizzato. Allora tu gli vai in casa per controllare le armi. E, come per caso, scopri il cascione segreto. Ti dirò tutto a tempo debito. Accussì passa i so’ guai.»

La faccia di Fazio s’allungò di più.

«Perciò tutto è a posto.»

«Sì.»

«Ma mittennosi in sacchetta tutte le regole, dottore.»

«Me l’ha detto macari l’onorevole Torrisi, sei in buona compagnia.»

«Dottore, se lei mi vuole offendere, questo viene a significare una sola cosa: che lei sa benissimo di aviri il carboni vagnato.»

«Se ti vuoi sfogare, sfogati.»

«Dottore, abbiamo agito come nelle pellicole miricane, quelle con lo sceriffo che fa come minchia gli pare pirchì la liggi da quelle parti ognuno se la fa da sé. Mentre da noi ci sono regole che…»

«Lo so benissimo che ci sono le regole! Ma lo sai come sono, le tue regole? Sono come il maglione di lana che mi fece zia Cuncittina.»

Fazio lo taliò, completamente perso.

«Il magliuni?!»

«Sissignore. Quanno avivo una quinnicina d’anni me’ zia Cuncittina mi fece un magliuni di lana. Ma siccome non sapiva usari i ferri, il magliuni aviva ora maglie larghe che parivano pirtusa ora maglie troppo stritte, e aviva un vrazzo più corto e uno più longo. E io, per farmelo stare giusto, doviva da una parte tirarlo e dall’altra allintarlo, ora stringerlo e ora allargarlo. E lo sai pirchì potiva farlo? Pirchì il magliuni si prestava, era di lana, non era di ferro. Mi capisti?»

«Perfettamente. Perciò accussì la pensa vossia?»

«Accussì la penso.»


Verso le deci e mezza da Marinella chiamò a Mery. Si misero d’accordo che Montalbano sarebbe andato a trovarla il sabato che veniva. Al momento di salutarla, gli venne di fare una pinsata.

«Ah, senti una cosa. Avrei bisogno di sistemare una ragazza diciottenne…»

«Sistemare in che senso?»

«Mah, come cameriera, come guardiana di non so che cosa, come baby sitter… è pulita, bella, il che non guasta, è abituata a guadagnarsi il pane sin da quando era bambina, tutti quelli coi quali ha lavorato me ne hanno detto bene.»

«Dici sul serio?»

«Sul serio.»

«Non ha nessuno a Vigàta?»

«Nessuno.»

«E come mai?»

«Ti conto la sua storia quando vengo.»

«Quindi sarebbe disposta a dormire dai suoi datori di lavoro?»

«Sì.»

«Gesù, che bello! C’è mia madre che si sta disperando… proprio un’ora fa mi ha telefonato che non ce la fa più… Senti, sabato, quando vieni, potresti portarla con te?»


Niscì sulla verandina. Notti dolcissima, gran lustro di luna e il mare che risaccava a lèggio. Sulla spiaggia non si vidiva anima viva. Si spogliò e andò di cursa a farisi una natata.

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