Aviva passato la prima parte della jornata di vacanza della pasquetta in una pace di paradiso.
La sira avanti la televisione aviva comunicato all’urbi e all’orbo che la matinata del jorno appresso, vale a dire il lunedì dell’Angelo, sarebbe stata tutta da godersi: temperatura quasi estiva, nenti nuvole e manco un alito di vento. Nel doppopranzo, invece, era previsto qualichi annuvolamento, ma non c’era da farsi prioccupazione, cosa leggera, robba di passaggio.
Il che veniva a significare che Vigàta al completo, dai catanonni ai pronipoti, sarebbe scasata verso la campagna o verso il mare, abbondantemente munita di sfincioni, cuddrironi, arancini, pasta ’ncasciata, milanzani alla parmigiana, purciddratu, panareddri coll’ovo, cannoli, cassate e altre squisitezze da mangiare all’aperto, in quello che teoricamente era un picnic ma che praticamente finiva col rivelarsi una specie di cenone di capodanno.
Il che veniva sempre a significare che la spiaggia davanti alla so’ casa di Marinella sarebbe stata invasa da famiglie ululanti e musiche a tutto volume, impossibile pinsari a una tranquilla mangiata sulla verandina. Perciò, in previsione del virivirì, aviva telefonato alla trattoria di Enzo e si era messo d’accordo.
Alle nove della matina di pasquetta, la so’ machina fu l’unica che si dirigì verso il paisi, procedendo in senso inverso a un serpentone di automobili, motociclette, furgoni, biciclette che sdunava da Vigàta. Il commissariato, quanno ci arrivò, era semideserto. Mimì Augello era fora Vigàta con Beba, ma sarebbe tornato in sirata, Fazio a fare una scampagnata, persino Catarella aviva pigliato il fujuto verso spazi aperti.
Trasenno, avvertì il telefonista:
«Messineo, non mi passare telefonate.»
«E chi vuole che telefoni?» arrispunnì, saggiamente, l’altro.
Si era portato appresso dù libri, una raccolta di saggi e articoli di Borges e un romanzo di Daniel Chavarría ambientato a Cuba. Uno per la matinata e uno per il doppopranzo. Sì, ma con quale principiare? Risolse che, avendo la testa lucida e non appesantita ancora dalla digestione, certamente era meglio attaccare con Jorge Luis Borges che ti obbliga sempre e comunque all’esercizio dell’intelligenza. Si mise a leggere comodamente assittato sul divanetto che c’era in un angolo dell’ufficio.
Quanno taliò il ralogio, con incredulità si addunò che erano già passate tri ore abbunnanti. Mezzojorno e mezza. E come mai? Si fece capace che non era andato oltre alla pagina 71, lì si era intoppato a ragionare supra a una frase:
Il fatto stesso di percepire, di porre attenzione, è di tipo selettivo: ogni attenzione, ogni fissazione della nostra coscienza, comporta una deliberata omissione di ciò che non interessa.
Questo era vero, si disse, in linea generale. Ma nel suo caso particolare, di sbirro cioè, la selezione tra ciò che interessa e ciò che non interessa non doviva essiri contemporanea alla percezione, sarebbe stato un errore grave. La percezione di un fatto, in un’indagine, non può consistere in una scelta contestuale, dev’essere assolutamente oggettiva. Le scelte si fanno appresso, faticosamente e non per percezione, ma per ragionamenti, deduzioni, comparazioni, esclusioni. E non è detto che non comportino lo stesso il rischio dell’errore, anzi. Ma, in percentuale, la possibilità di errore è più bassa rispetto alla scelta dovuta a un’istintiva selezione percettiva. Però d’altra parte, a ben considerare, in cosa consisteva quello che Hammett chiamava “l’istinto della caccia” se non nella capacità di una fulminea selezione all’atto stesso della percezione?
Allora cosa avrebbe potuto scrivere e consigliare in un ideale Manuale del perfetto investigatore? Che forse la virtù stava nel mezzo, come al solito (e s’arraggiò con se stesso per la frase fatta che gli era venuta in testa). E cioè che la scelta percettiva bisognava tenerla in gran conto perché era la prima cosa da discutere fino alla sua negazione.
Compiaciuto per le vertiginose altezze filosofiche raggiunte, sentì che gli smorcava il pititto. Allora telefonò alla trattoria. Rispose un cammareri.
Voce sconosciuta, doviva trattarsi di un aiutante chiamato per l’occasione.
«Montalbano sono. Passami Enzo.»
In sottofondo, un tirribìlio di voci, vociate, risati, chianti di picciliddri, rumorate varie di bicchieri, piatti, posate.
«Dottore, c’inzirtò a non viniri qua» fece Enzo. «Un burdellu c’è. Non abbiamo più un posto. La robba so’ è pronta. Tra un quarto d’ora massimo ci la faccio portari.»
Dedicò il quarto d’ora d’aspittatina a sgombrare la scrivania da tutte le cose che c’erano di supra e a cummigliarne il piano con le pagine di un vecchio giornale. Con qualichi minuto di ritardo, s’appresentò un piciotteddro con dù sacchetti di plastica. Dintra c’erano tri capaci portavivande, uno con pasta, uno con il pisci e uno con l’antipasti, e inoltre una scanata di pane, mezza bottiglia di vino, mezza d’acqua minerale, posate e dù bicchiera. Il picciotteddro disse che sarebbe passato doppo un’orata a ritirare le cose lorde e sinni tornò a dare una mano in trattoria. Montavano se la scialò pigliandosela commoda. Quanno finì, i portavivande sparluccicavano come se erano nisciuti allura allura dalla fabbrica. Rimise quello che era restato dintra ai sacchetti, levò le pagine del giornale, rimise a posto la scrivania, niscì dalla cammara, consignò i sacchetti al piantone dicendogli che sarebbe passato un picciotto a ritirarli e l’avvertì:
«Vado a fare due passi.»
Il bar vicino al commissariato era aperto e vacante di clienti. Si pigliò un cafè e camminando per le strate lungo le quali non s’incontrava anima criata si dirigì al molo per la solita passiata fino a sutta il faro. S’assittò supra allo scoglio chiatto, si inchì una mano di pietruzze di pirciali e accomenzò a tirarle a una a una in acqua. Si addunò che da ponente arrancavano, velocissime, pisanti nuvole nivure d’acqua. Il tempo stava rapidamente cangiando.
Chissà che stava facendo Livia in quel momento. Aviva deciso di andarsene in gita a Marsiglia con alcune pirsone dell’ufficio so’ e aviva a longo insistito pirchì macari lui fosse della partita.
«Scusami Livia ma proprio non posso. è un periodo di grande lavoro.»
Era una farfantarìa, mai aviva avuto accussì picca da fare come in quei giorni. Ma non aviva gana di conoscere pirsone nuove, il piaciri di stare con Livia sarebbe stato annullato dal disagio di dover fare vita in comune, sia pure per tri jorni, con gente familiare a lei ma a lui perfettamente sconosciuta.
«La verità è che diventi vecchio» gli aviva detto Livia quanno si era deciso a confessarle che la vera ragione del suo rifiuto era propio quella.
Embè? Che minchia viniva a significari? Se uno addiventa vecchio pirchì non deve godersi macari i privilegi che ti dà la vicchiaia oltre a patirne i disagi? Era patrone o no di non voliri più fare nuove accanoscenze?
Principiò a tirare un vento maligno. Meglio tornarsene al commissariato. Trasuto nel so’ ufficio, s’assistimò meglio avvicinando una poltroncina al divano indovi si sarebbe stinnicchiato per metterci supra le gambe.
Ripigliò in mano il libro di Borges. Ma doppo una decina scarsa di minuti l’occhi principiarono a fargli pampineddra, resistette eroicamente ancora tanticchia nella lettura e appresso, come fu e come non fu, le palpebre gli calarono di colpo come saracinesche.
Un botto spavintoso l’arrisbigliò, lo fece saltare addritta scantato. Gesù, che stava capitando? Pirchì nella cammara c’era scuro? E allura si rese conto che si era scatenato un temporale, che l’acqua di cielo cadiva a catate, che fora c’era un bel gioco di foco di tuoni e fulmini. Altro che il leggero annuvolamento previsto dalla televisione! Ma quanto aviva dormito? Il ralogio segnava le quattro. Forse era meglio tornarsene a Marinella, sicuramente il temporale aviva sgombrato la spiaggia dai gitanti. Andò a raprire la porta dell’ufficio e stava infilandosi la giacchetta quando un grido altissimo alle so’ spalle l’aggelò.
«Miiiiiiiiiiiiii!»
Si voltò. Era Catarella che si reggeva con le dù mano allo stipite per non cadiri agginucchiuni.
«Dottori! Vossia qua era? Nenti mi disse quel cornuto di Messineo! Che fu, ah, dottori?»
Meglio non dirgli la verità, non l’avrebbe capita.
«Aspettavo due telefonate che sono arrivate. E ora torno a casa. Hai passato bene la pasquetta?»
«Sissi, dottori. Sono andato coi famigliari della famiglia sua di lei.»
«Sua di lei di chi, Catarè?»
«Sua di lei della me’ zita, dottori, che viene a dire so’ patre e so’ matre suoi di lei, so’ frate suo di lei, so’ soro la nica e so’ soro la granni, sue di lei, che venne col marito so’ di lei, cioè della soro granni, nella sua di lui campagna a Durrueli.»
«Sua di lui di chi, Catarè?»
«Del marito della soro granni della me’ zita, dottori. Capretto ’nfurnato mangiammo. Doppo il tempo cangiò e tornammo. Io servizio ripigliai.»
«Bene, ci vediamo domani.»
Come in matinata, s’arritrovò ad andare in senso inverso al serpentone di machine, motorini e furgoncini che tentava di rientrare a Vigàta. Il temporale lo stava mittendo di umore malo, non fece altro che santiare e fare gestacci e gettare gastìme contro gli automobilisti che si sentivano sperti e tentavano il sorpasso del serpentone invadendo la so’ corsia.
Arrivato a Marinella e affacciatosi alla verandina, l’umore malo gli si aggravò. Certo, sulla spiaggia non c’era più nisciuno, ma l’orda aviva lasciato appresso di sé sacchetti, bicchieri e piatti di plastica, bottiglie vacanti, lattine di birra, pezzi di cuddrirone, cacate di picciliddri, cartacce. A perdita d’occhio, non c’era un centimetro di rena che non era allordato. E la pioggia rendeva più evidente la lurdìa. “Il prossimo sdilluvio universale” pinsò “non sarà fatto d’acqua, ma di tutti i nostri rifiuti accumulati nei secoli. Moriremo assufficati dalla nostra stissa merda.” A quell’idea, accomenzò a sentire chiurito in tutto il corpo. Pigliò a grattarsi. Possibile che il solo pinsare alla lurdìa faciva addivintari lordi? Per il sì o per il no, andò a mettersi sutta alla doccia.
Quanno tornò a taliare dalla verandina, vitti che il temporale sinni era andato con la stissa velocità con la quale era arrivato. Il cielo stava tornando chiaro. Provò, verso quel temporale guastafeste, un irrazionale senso di simpatia, cosa del tutto insolita per lui che col malottempo non voliva propio manco spartirci il pane. Squillò il telefono. Fu tentato di non rispondere. E se era Livia che telefonava da Marsiglia?
«Pronto? Chi parla?»
«Sono Fazio, dottore.»
«Dove sei?»
«A Piano Torretta. La sto chiamando col telefonino.»
«E che ci fai a Piano Torretta?»
«Dottore, avevamo deciso di passare ’nzèmmula la pasquetta con Gallo, Galluzzo e le nostre famiglie. E siamo andati in contrada Sgombro.»
«Embè?»
«Doppo il tempo ha cominciato a cangiare e ci siamo messi in machina per tornare a Vigàta.»
«Che avevate mangiato?» spiò Montalbano.
Fazio stunò.
«Eh? Voli sapìri quello che abbiamo mangiato?»
«Mi pare importante, dato che vuoi farmi rapporto di come avete passato la jornata di festa.»
«Mi scusasse, dottore, ma le sto contando la cosa con ordine. All’altezza di Piano Torretta abbiamo visto che c’era confusione.»
«Che tipo di confusione?»
«Mah… fìmmine che chiangivano… òmini che currivano…»
«Che era successo?»
«È sparita una picciliddra di tri anni, dottore.»
«Come, sparita?»
«Dottore, non si trova più. La stiamo cercando. Gallo, Galluzzo e io ci siamo messi a capo di re gruppi di volontari… ma tra un due orate farà scuro e se non la troviamo a tempo bisognerà organizzare meglio le ricerche… Forse è meglio se lei fa un salto qua.»
«Arrivo.»
La strata per Montereale era traficata assà, stavolta macari lui faciva parte del serpentone del rientro. Passata una curva, si vitti perso. Davanti a lui c’erano bloccati un centinaro di veicoli. Fece appena a tempo a frenare che appresso a lui si fermò un pullman olandisi. Ora era imbottigliato e non potiva cataminarsi né avanti né narrè. Scinnì dall’auto santiando e non sapenno che fare. In quel momento, sparata in senso inverso e raprendosi un corridoio tra le dù file di machine, arrivò un’auto della stradale. Il poliziotto ch’era al volante lo riconobbe, frenò.
«Posso esserle utile, commissario?»
«Che succede?»
«Un TIR, che correva assai, a causa del fondo stradale bagnato ha sbandato e ha invaso la carreggiata opposta mentre arrivava una macchina con cinque persone a bordo. Due sono morte.»
«Ma i TIR possono circolare nei giorni di festa?»
«Sì, se hanno carichi deperibili.»
«L’autista del TIR dome sta?»
Il poliziotto lo taliò imparpagliato.
«È sotto shock, ma non si è fatto niente.»
«Meno male.»
Il poliziotto strammò ancora di più.
«Lo conosce?»
«Io? No. Ma trattatelo bene, mi raccomando. Sapete quanto il nostro ministro, quello che ci vuole far correre a 150 all’ora, ci tiene agli autisti dei TIR. Gli ha fatto macari lo sconto sulle multe.»
Aiutato dall’agente della stradale, potè nesciri faticosamente dalla fila, fare una curva perigliosa e tornare narrè per pigliare una strata alterativa che però era tanticchia più longa.
Fu accussì che venne a trovarsi a passare sutta alla collina chiamata Ciuccàfa in cima alla quale c’era la grandissima villa di don Balduccio Sinagra, dove era stato una volta, al tempo dell’indagine su una coppia di vecchietti scomparsa nel corso di una gita a Tindari. La grande famiglia mafiosa dei Sinagra si era disgregata, a quanto pareva c’era un solo superstite, un nipote di don Balduccio, Pino, detto “l’accordatore” sia per l’abilità diplomatica che sapiva tirare fora nei momenti sdilicati sia pirchì si contava che una volta aviva strangolato a uno con una corda di pianoforte, il quale Pino, però, da tempo si era trasferito in Canada o negli Stati Uniti. Tutti i beni (almeno accussì si diciva) dei Sinagra erano stati sequestrati. Orazio Guttadauro, storico avvocato della famiglia e ora eletto a furor di popolo in Parlamento tra le fila della maggioranza, era arrinisciuto però a salvare (almeno accussì si diciva) la villa di Ciuccàfa. Sul tetto della quale il commissario, sorpreso, vitti ora svettare una gigantesca antenna parabolica. Ma come? Se la villa era chiusa da anni! Chi era andato ad abitarci? Forse l’avivano affittata.
Piano Torretta era, inspiegabilmente, un pezzo di Svizzera che faciva a cazzotti col resto del paesaggio. Un grande pianoro verde d’erba e d’àrboli, di forma quasi circolare, delimitato da grossi cespugli di piante sarbaggie che lo proteggevano macari dalle strate che giravano torno torno. Per trasire dintra al pianoro c’erano tri varchi nella cintura formata dalle piante. Il commissario attraversò il primo varco che gli venne a tiro, fermò la machina, scinnì. Imparpagliato, s’addunò d’essiri solo. Non un’auto, non una pirsona. Nenti. Il verde del prato, già martoriato dalle rote delle automobili, ora era cummigliato dalla stissa ’ntifica massa di firiuti che c’era sulla rena di Marinella. Una fitinzìa. L’unico essere che si cataminava era un cane che circava tra i resti della gran mangiata collettiva. Pigliò il cellulare che si era portato appresso e fece il nummaro di Fazio.
«Dottore, lei è? Meno male, la stavo chiamando. Hanno trovato la picciliddra, ora ora.»
«Viva?»
«Sissi, dottore, ringrazianno a Dio.»
«È ferita?»
«Nonsi.»
«È stata…»
«Dottore, a mia mi pare solo scantata.»
«Dove sei?»
«Nella villa del dottore Riguccio. Lo sa dov’è?»
«Sì. I genitori sono lì?»
«Nonsi, dottore. Li abbiamo avvertiti, erano andati a cercare in un’altra direzione. Stanno arrivando.»
La villa del dottor Riguccio era a circa sei chilometri da Piano Torretta.
Con la machina, ci mettevi deci minuti. Un adulto a pedi ci avrebbe impiegato, pigliandosela commoda, un’orata scarsa. Ma una picciliddra di tri anni come aviva fatto a caminare per sei chilometri senza che manco una machina di passaggio la notasse sutta a quel sdilluvio? E soprattutto, come mai ci aviva impiegato accussì picca tempo?
Una decina di auto erano ferme davanti al cancello della villa che dava propio sulla strata. Fazio gli si fece incontro.
«I genitori sono appena arrivati.»
Dall’interno della villa provenivano risate e chianti. Doviva esserci un gran burdellu.
«Gallo e Galluzzo dove sono?»
«Li ho avvertiti che Laura, la bambina, era stata ritrovata e sono tornati a Vigàta. Macari me’ mogliere è andata con loro.»
«Vorrei vedere la picciliddra, ma non vorrei avere a che fare con questa folla festante.»
«Aspittasse un momento.»
Tornò doppo tanticchia con un signore sissantino, calvo, elegante: il dottor Riguccio. Con Montalbano s’accanoscevano già.
«Commissario, ho fatto mettere la bambina nella mia stanza da letto e ho permesso d’entrare solo ai genitori.»
«Ha avuto modo di visitarla?»
«Un’occhiata superficiale. Ma non credo abbia subìto violenze sessuali. Ha invece subìto, questo sì, un trauma molto forte. Non riesce a parlare, non riesce a piangere. Le ho dato un sedativo, a quest’ora starà dormendo.»
«Chi è stato a trovarla?» spiò Montalbano a Fazio.
Ma a rispondere fu invece il dottore.
«Nessuno l’ha trovata, commissario. Si è presentata, da sola, al cancello. Mia moglie l’ha vista, l’ha presa in braccio e l’ha portata dentro. Abbiamo pensato che si fosse smarrita, non sapevamo che la stavano cercando. Allora ho telefonato al vostro commissariato.»
«E Catarella, che mi sapeva da queste parti, mi ha avvertito al cellulare» concluse Fazio.
«Se lei vuole vedere la bambina, c’è una scala posteriore che porta direttamente al primo piano» disse il dottore. «Mi segua.»
Montalbano parse addivintato dubitoso.
«Se lei dice che dorme… Una domanda, dottore. Aveva evidenti segni di percosse?»
«Aveva la guancia sinistra molto gonfia e arrossata, forse può avere battuto contro…»
«Mi scusi, uno schiaffo violento avrebbe lo stesso effetto?»
«Beh, ora che mi ci fa pensare… sì.»
«Un’altra domada, la penultima. Per metterla a letto l’ha spogliata, vero?»
«Sì.»
«Le scarpette erano poco infangate, vero? Quasi per niente.»
«Ha ragione» fece il dottore. «Ora che ci penso…»
«E dato che c’è, pensi macari a questo: il vestitino, per caso, non era perfettamente asciutto?»
«Oddio!» sclamò il dottore. «Ora che ci penso… sì, era asciutto.»
«Grazie, dottore, mi è stato molto utile. Non la trattengo oltre. Fazio, vuoi dire al padre della bambina che desidero parlargli?»
Era a mità della sigaretta quanno Fazio tornò accompagnando un quarantino biunno, jeans e pullover una volta eleganti e ora addivintati vagnati e lordi, scarpe un tempo milionarie e ora arridotte a scarpe scarcagnate e infangate da barbone.
«Sono Fernando Belli, commissario.»
Montalbano l’inquatrò subito. Era un romano che si era maritato con una fìmmina di Vigàta. Da dù anni era addivintato il più forte commerciante di pesce all’ingrosso del paisi: proprietario di camion frigoriferi e omo d’iniziativa, in poco tempo si era pigliato il monopolio del mercato. Ma a Vigàta lo si vidiva raramente pirchì i so’ affari maggiori lui li faciva a Roma, dove abitava, e al commercio del pesce ci abbadava il fratello della mogliere. Aviva fama d’omo serio e onesto.
Era chiaramente ancora sconvolto per quello che era capitato. Trimava di nirbuso e di friddo. Montalbano ne ebbe pena.
«Signor Belli, pochi minuti soltanto e poi la lascio tornare alla sua bambina. Quando vi siete accorti della sua sparizione?»
«Mah… pochissimo tempo prima che si mettesse a piovere. Eravamo con tre macchine, i miei suceri, mio cognato e la famiglia di un amico. Abbiamo finito di caricare la roba per tornare a Vigàta quando ci siamo accorti che Laura, che avevamo visto giocare con la palla fino a cinque minuti prima, non era con noi. Abbiamo cominciato a chiamarla, a cercarla… Altre persone che non conosciamo si sono unite nelle ricerche… è stato terribile.»
«Capisco. Dove stavate?»
«Avevamo preparato il tavolo un po’ ai margini del Piano… vicino alle piante di cintura.»
«Lei ha idea di cosa sia successo?»
«Credo che Laura, forse inseguendo la palla, sia andata a finire oltre le piante, sulla strada, e non abbia saputo più come tornare indietro. Forse è stata raccolta da qualche automobilista che l’ha accompagnata fino alla prima casa che ha incontrato.»
Ah, la pinsava accussì il signor Belli? Ma se tra il Piano Torretta e la villa del dottore c’erano almeno una cinquantina di abitazioni! Però era meglio non insistere.
«Senta, signor Belli, domattina può passare dal commissariato? Una pura e semplice formalità, mi creda.»
E appena quello si fu allontanato:
«Fazio, fatti dare i vestiti della picciliddra e portali alla Scientifica. E fammi sapere vita morte e miracoli del signor Belli. A mia questa storia non mi quatra. Ci vediamo.»
«Dottor Montalbano? Sono Fernando Belli. Stamattina sarei dovuto passare da lei, come d’accordo, ma purtroppo non posso.»
«La bambina sta male?»
«No, la bambina sta relativamente bene.»
«È riuscita a dire qualcosa?»
«No, ma abbiamo chiamato una psicologa che sta cercando di guadagnarsi la confidenza di Laura. Sono io che ho la febbre alta. Credo si tratti di una naturale reazione allo spavento e a tutta la pioggia che ho preso ieri.»
«Guardi, facciamo così: se posso, e se lei si sente, vengo a casa sua nel pomeriggio, previa telefonata naturalmente, altrimenti rimandiamo tutto.»
«D’accordo.»
Nella cammara, mentre Montalbano riciviva la telefonata, c’erano macari Fazio e Mimì che era stato informato della facenna. Il commissario riferì ai due quello che gli era stato appena detto.
«Allora, che mi conti di Belli?» spiò appresso a Fazio.
Questi infilò una mano in sacchetta.
«Alt!» fece minaccioso Montalbano. «Che intenzioni hai? Di tirare fora un pizzino e farmi sapere il nome e il cognome dei nonni di Belli? Il soprannome del cugino primo? Dove va a farsi la varba?»
«Mi scusasse» fece avvilito Fazio.
«Quando andrai in pensione, giuro che faccio le umane e divine cose per farti travagliare all’ufficio anagrafe di Vigàta. Accussì ti puoi sfogare a volontà.»
«Mi scusasse» ripetè Fazio.
«Avanti. Dimmi l’essenziale.»
«Belli, sua mogliere che di nome fa Lina e la picciliddra sono arrivati a Vigàta da Roma da quattro giorni, per passare le feste di Pasqua con i genitori della signora Lina, i Mongiardino. Di cui sono ospiti. Fanno sempre accussì a Natale e a Pasqua.»
«Da quanto tempo sono sposati?»
«Da cinque anni.»
«Come si sono conosciuti?»
«Il fratello della signora Lina, Gerlando, e il Belli si erano conosciuti sotto le armi e avivano fatto amicizia. Ogni tanto Gerlando andava a trovarlo a Roma. Sette anni fa invece è venuto Belli a Vigàta. Ha conosciuto la sorella del suo amico e se ne è innamorato. Si sono maritati due anni dopo, qua a Vigàta.»
«Belli che fa a Roma?»
«Macari a Roma fa il grossista di pesce. è a capo di una società che gli ha lasciato il padre, ma che lui ha saputo ingrandire. Però ha altri interessi, pare che addirittura ogni tanto faccia il produttore di film, o almeno ci mette i soldi. Alla società di qua ci abbada il cognato Gerlando, però…»
«Però?»
«Pare che Belli non sia contento di come il cognato porta avanti le cose. Ogni tanto Belli viene a Vigàta per mezza giornata e sempre finisce a sciarriatina con Gerlando.»
«È maritato?»
«Gerlando? è un grandissimo fimminaro, dottore.»
«Non ti ho domandato se è un puttaniere, ti ho domandato se è maritato.»
«Sissi, maritato è.»
«E la ragione di queste sciarre tra i due cognati l’hai saputa?»
«Nonsi.»
«Quindi» intervenne Mimì «mi pare che si possa concludere che Belli è un uomo molto ricco.»
«Certo» assentì Fazio.
«Allora l’ipotesi di un rapimento della picciliddra a scopo di estorsione non è tanto campata in aria.»
«È talmente campata in aria» ribatté Montalbano «che vola nella stratosfera. Spiegami allora perché la bambina è stata rimessa in libertà.»
«Chi ti dice che è stata rimessa in libertà? Può essere scappata.»
«Ma figurati!»
«O i rapitori a un certo punto non se la sono più sentita.»
«Mimì, ma pirchì stamatina ti piace tanto dire minchiate? Quelli avivano già fatto trenta e vuoi che non facivano trentuno?»
«Macari può essere stato un pedofilo» suggerì Fazio.
«E pure lui, a un certo punto, non se l’è sentita di approfittarsi della picciliddra? Ma dài, Fazio! Un pedofilo avrebbe avuto a disposizione tutto il tempo che gli necessitava per fare i porci comodi so’! E non venite a tirarmi fora la storia che la picciliddra è stata rapita per essere rivenduta. Va bene che oggi come oggi i picciliddri sono merce pregiata, a Nuovajorca pare che li rubano negli ospedali, in Iran, doppo il terremoto, hanno razziato tutti i picciliddri rimasti senza famiglia per venderseli, in Brasile non ne parliamo…»
«Scusami, ma perché l’escludi tassativamente?» spiò Mimì.
«Perché chi ruba i bambini per farne mercato è peggio della merda. E la merda non ha ripensamenti. Non rimette in libertà una creatura doppo averla catturata. Se viene a trovarsi in difficoltà, l’ammazza. Ricordatevi che noi, proprio qua a Vigàta, ne abbiamo avuto un esempio col ragazzino extracomunitario che hanno scrafazzato con la macchina.»
«Io mi domando» ripigliò Mimì «perché è stata lasciata davanti alla villa del dottor Riguccio.»
«Non è questa là domanda, Mimì. La domanda è: perché chi ha pigliato la bambina se l’è tenuta due ore dintra alla so’ automobile?»
«Ma secondo vossia come sono andate le cose?» intervenne Fazio.
«A quanto ci ha detto Belli, avevano preparato la tavolata ai margini del pianoro, quindi vicinissima ai cespugli che lo contornano. Quando capiscono che sta arrivando il temporale, caricano di corsa le macchine e si accorgono che Laura, la quale giocava con la palla poco distante, non c’è più. Cominciano a cercarla pochi minuti prima che arrivi il temporale, ma non la trovano. Secondo me la picciliddra deve avere in qualche modo mandato la palla oltre i cespugli, sulla strada. Per riprenderla, trova un piccolo varco e lo passa. Ricupera la palla ma non ritrova la strada per tornare indietro. Si mette a piangere. A questo punto un tale, che sta risalendo nella sua auto o che si trova a passare o che se ne stava appostato aspettando l’occasione giusta, si piglia la picciliddra. Solo allora principia a piovere con violenza. Ricordiamoci che i vestiti di Laura erano asciutti. A proposito, li hai portati alla Scientifica?»
«Sissi. Sperano di farci sapere qualcosa già da domani.»
«L’uomo in macchina si allontana da Piano Torretta» continuò Montalbano. «Sa che sono cominciate le ricerche di Laura e restare nei paraggi è pericoloso. La picciliddra è terrorizzata, forse grida, e allora l’uomo la stordisce con uno schiaffo. Doppo si ferma e rimane sotto la pioggia per un’ora e mezza o due ore, senza scinniri dalla machina. Quando scampa, rimette in moto e libera Laura davanti a una villa dove vede gente. Vuole cioè che la picciliddra venga immediatamente notata. Altrimenti l’avrebbe abbandonata campagne campagne. E torno con la domanda: perché se l’è tenuta tutto questo tempo senza farle niente?»
«Forse si eccitava a taliarla accussì scantata, capace che stava a masturbarsi» azzardò Fazio arrussicando.
«Tu ti sei amminchiato col pedofilo. Hai scoperto una nuova varietà: il pedofilo timido. Ma siccome tutto è possibile, macari per questo ti ho fatto portare i vestiti alla Scientifica.»
«Scusatemi, e se la persona che ha pigliato a Laura era una fìmmina?» spiò Mimì.
Montalbano e Fazio lo taliarono imparpagliati.
«Spiegati meglio» disse il commissario.
«Fate conto che a vedere la bambina che piange sia una donna. Una donna sposata che non può avere figli. Vede la bambina smarrita, piangente. Il suo primo istinto è quello di accoglierla, di prenderla con sé. Se la porta in macchina e sta a guardarsela, combattuta tra la voglia di rapirla e quella di restituirla ai genitori. La sua maternità delusa…»
«Ma pirchì non te lo vai a pigliare in quel posto?» scattò Montalbano nauseato. «Ci stai contando una pellicola strappalacrime che manco Belli il pescivendolo se la sentirebbe di produrre! Ma lo sai che da quando ti sei maritato ti sei proprio guastato? Mi preoccupi seriamente, Mimì!»
«In che senso mi sarei guastato?»
«Ti sei guastato nel senso che ti sei migliorato.»
«Lo vedi che straparli?»
«No. Una volta parole come “maternità delusa” non ti sarebbero passate manco per l’anticamera del ciriveddro. Una volta, se una fìmmina fosse venuta a confidarti che non arrinisciva ad aviri figli, tu le avresti detto: “Vuole provare con me?”. Ora invece la consideri, la compatisci… Hai messo la testa a posto, sei diventato migliore. All’occhi di tutti. Non ai miei. Rischi la banalità, per questo dico che sei peggiorato.»
Senza dire né ai né bai, Mimì Augello si susì e niscì dalla cammara.
«Dottore, guardi ché se l’è pigliata» fece Fazio.
Montalbano lo taliò, suspirò, si susì, niscì. La porta dell’ufficio di Augello era chiusa. Tuppiò leggermente, nisciuno arrispose. Girò la maniglia, la porta si socchiuse, il commissario sporgi solo la testa. Mimì stava assittato, i gomiti sul tavolo, la testa tra le mano.
«Ti sei offiso?»
«No. Ma quello che mi hai detto è vero e mi ha fatto venire una botta di malinconia.»
Richiuì la porta, tornò nella so’ cammara. Fazio era ancora lì.
«Ah, senti, aieri, mentre venivo a Piano Torretta, per il traffico che c’era sono stato costretto a passare da Ciuccàfa. E sul tetto della villa dei Sinagra ho visto montata un’antenna parabolica.»
«Sul tetto della villa dei Sinagra?»
«Sul tetto della villa dei Sinagra.»
«Un’antenna parabolica?»
«Un’antenna parabolica. E finiscila di ripetere le mie parole, altrimenti il dialogo non va avanti.»
«Ma non è disabitata?»
«A quanto pare, no. Informati a chi l’hanno affittata. Fammelo sapere doppopranzo.»
«È importante?»
«Importante no, ma mi fa curiosità. Di una certa importanza invece è sapìri pirchì tra Belli e so’ cognato Gerlando ci sono continue sciarre.»
Alle quattro di doppopranzo telefonò a casa Mongiardino.
«Il commissario Montalbano sono. Vorrei parlare con…»
«Lo so, commissario. Mio genero Fernando, che si aspettava la sua telefonata, mi ha detto di dirle che ancora non se la sente, la febbre si mantiene alta. Le telefonerà domani mattina.»
«Avete chiamato un dottore?»
Montalbano percepì una leggera esitazione nella voce dell’omo anziano che gli stava rispondendo.
«Fernando non… non ha voluto.»
«Lei è il nonno di Laura?»
«Sì.»
«Come sta la bambina?»
«Meglio assai, ringraziando il Signore. Sta superando il trauma. Pensi che ha cominciato a parlare, a raccontare qualcosa. Solo alla psicologa, però.»
«E a voi la psicologa che ha riferito?»
«Non ha voluto dirci niente. Sostiene che il quadro è ancora confuso. Ma tempo tre, quattro giorni tutto le sarà più chiaro e allora ci dirà.»
Fazio s’arricampò in commissariato alle sette di sira, quando Montalbano ci aviva perso le spiranze di rivederlo.
«Dottore, è stata dura. In paisi nisciuno sapiva nenti di nenti. Un tale mi disse che aviva visto, cosa di quattro o cinco misi fa, dei muratori che travagliavano nella villa. Forse la stavano rimettendo a posto.»
«E così siamo rimasti col culo ’n terra?»
Fazio fece un surriseddru glorioso.
«Nonsi, dottore. Ho avuto una bella alzata d’ingegno. Mi sono domandato: se il dottore Montalbano ha visto sul tetto un’antenna parabolica, dove è stata accattata quest’antenna?»
«Ottima domanda.»
«Tra Vigàta e Montelusa ci stanno una quinnicina e passa di negozi che trattano l’articolo, a come risultava dall’elenco telefonico. Mi sono armato di santa pacienza e ho accomenzato a chiamare. Ho avuto fortuna pirchì alla settima telefonata mi hanno risposto che la parabola a Ciuccàfa l’avivano venduta e montata loro. La ditta si chiama Montelusa elettronica. Ho pigliato la macchina e ci sono andato.»
«Che ti hanno detto?»
«Sono stati gentilissimi. Ho dovuto aspettare un quarto d’ora che tornasse il tecnico e mi ci hanno fatto parlare. Mi ha detto che nella villa ha incontrato una persona giovane, elegante, che parlava siciliano, ma con accento miricano. Mi ha detto che pareva uno di quei personaggi italomiricani che si vedono nei film. Siccome per telefono avevano concordato il prezzo, il giovane ha consegnato al tecnico una busta con dintra un assegno che a sua volta il tecnico ha dato al proprietario. Allora sono andato a parlare col proprietario. Si chiama Volpini Ar…»
«Me ne fotto come si chiama. Vai avanti.»
«Il proprietario ha taliato un registro e mi ha detto che si trattava di un assegno della Banca di Trinacria.»
Era chiaro che Fazio aviva da rivelargli qualichi cosa di grosso e se la stava godendo.
«Di chi era la firma?»
«E questo è il bello, dottore mio.»
«Non fare lo stronzo. Di chi era?»
«Di Balduccio Sinagra.»
«Ma che dici?! Ed è stato regolarmente pagato?»
«Sissignore.»
«Ma com’è possibile?! Balduccio è morto e stramorto! Che minchiate mi stai contando?»
Fazio isò le mano in segno di resa.
«Dottore, questo mi dissero e questo le dico.»
«Ne voglio sapere di più, assolutamente.»
«Però deve portare pacienza.»
«Che significa?»
«Dottore, io avrei due strate per sbrogliare presto la facenna. La prima è andare al Comune e vidiri come stanno le cose nella famiglia Sinagra. Ma il giorno appresso tutto il paisi saprebbe che noi ci stiamo interessando di questa famiglia. E non mi pare cosa. L’altra è cercare di avere notizie da qualcuno della famiglia Cuffaro, i mafiosi nemici dei Sinagra. E manco questa mi pare cosa.»
«Allora che pensi di fare?»
«Non mi resta che firriare paisi paisi e fare le domande giuste alle pirsone giuste. Ma ci voli tempo.»
«Va bene. E sei riuscito a sapere il motivo delle sciamatine tra Belli e suo cognato Gerlando?»
Fazio s’impettì, s’assistimò meglio sulla seggia, sorrise trionfale.
«Dottore, ho un amico che travaglia proprio nella società di Belli. Si chiama Di Luca Ame…»
L’occhiatazza di Montalbano lo fermò.
«Quest’amico mi ha detto che la cosa è cògnita a tutti. è principiata un due anni fa, vale a dire un anno dopo che la società travagliava a pieno.»
«E cioè?»
«Belli, che era venuto qua per qualche giorno con la mogliere e la figlia, si addunò che i conti non quatravano. Ne parlò con suo cognato Gerlando e se ne ripartì per Roma. Passata una mesata, Gerlando, per telefono, disse a Belli che secondo lui il responsabile degli ammanchi era il dirigente amministrativo. E Belli gli mandò una lettera di licenziamento. Senonché il responsabile amministrativo, per tutta risposta, pigliò un aereo e andò a Roma da Belli. Carte alla mano, dimostrò che lui non ci trasiva per niente e che a pigliarsi i soldi era semmai Gerlando Mongiardino.»
«Ma se Gerlando faceva parte della società doveva guadagnare bene. Che bisogno aveva di fottere soldi?»
«Dottore mio, quello un fimminaro gigante è! E le fìmmine gli costano! Pare che fa regali sfondati, case, automobili… E pare che so’ mogliere è avarissima, controlla tutto quello che guadagna… Perciò il galantomo ha nicissità di aviri soldi extra, di sottobanco. Ecco spiegata la cosa.»
«Che ha fatto Belli?»
«È tornato qua e ha visto che il direttore amministrativo aveva ragione. Si è rimangiato il licenziamento con tante scuse e un aumento di stipendio.»
«E con il cognato come si è comportato?»
«Voleva denunziarlo. Ma ci si sono messi di mezzo mogliere, sòciro e sòcira. A farla breve, lo fa tenere sotto controllo dal direttore amministrativo. Ma, a malgrado di questo controllo, ogni tanto Gerlando arrinesci lo stesso a fottere dei soldi. Tant’è vero che giovedì passato, che Belli era appena arrivato, c’è stata una sciarriatina furibonda, peggio delle altre.»
«Dottori? Mi scusasse, ma qua c’è un signore e Monsignore che voli parlare con vossia di pirsona pirsonalmenti.»
Un alto prelato? E che potiva voliri?
«Fallo passare.»
Si susì, andò a raprire la porta e si trovò davanti a un sissantino roseo, grassottello, manuzze di conseguenza grassottelle, capelli sali e pipi lisci lisci, occhiali d’oro. Non era né in tonaca né in clergyman, ma si vidiva lontano un miglio che era un eminente omo di chiesa. A momenti torno torno a lui si sintiva sciàuro d’incenso.
«Si accomodi» disse Montalbano rispettoso, facendosi di lato.
Il Monsignore gli passò davanti a piccoli passi dignitosi, andò a pigliare posto sulla poltroncina che il commissario gli indicava. Montalbano s’assittò in quella di fronte, ma in pizzo in pizzo, in segno di rispetto.
«Mi dica.»
Il Monsignore isò in aria le manuzze grassottelle.
«Devo fare una premessa» disse riposando le manuzze sulla panza.
«La faccia.»
«Commissario, sono venuto qui solo perché mia moglie non mi dà pace.»
Sua moglie?! Un prelato maritato? E che era ’sta novità?
«Mi scusi, Monsignore, ma…»
Il prelato lo taliò imparpagliato.
«No, commissario, non Monsignore, ma Bonsignore. Mi chiamo Ernesto Bonsignore. Ho uno spaccio di sale e tabacchi a Gallotta.»
E figurati se Catarella c’inzirtava con un cognome! Montalbano, inanellando una litania di santioni dintra di sé, si susì di scatto. Bonsignore l’imito, sempre più imparpagliato.
«Sediamoci qua, stiamo più comodi.»
S’assittarono come d’uso, il commissario darrè la scrivania, Bonsignore supra a una delle dù seggie che c’erano davanti.
«Mi dica» ripetè Montalbano.
L’omo s’agitò sulla seggia tanticchia a disagio.
«Mi permette se principio facendole una domanda?»
«La faccia.»
«Per caso, loro hanno avuto segnalazione del rapimento di una bambina?»
Montalbano sentì che i suoi nervi di colpo s’attisavano. Decise di rispondere alla domanda con una domanda, bisognava andarci cauti.
«Perché me lo chiede?»
«Per una cosa che ci è capitata ieri. Eravamo andati a passare pasquetta a Sferrazzo, con altri amici. Nel primo dopopranzo, dato che si stava mettendo a piovere, abbiamo deciso di rientrare. Stavamo facendo la strada che corre intorno a Piano Torretta quando la macchina che mi precedeva ha segnalato che si spostava al centro della carreggiata per superare un’altra macchina ferma e con lo sportello posteriore aperto.»
Ma quant’era preciso, il finto Monsignore!
«Ho rallentato. E in quél momento dall’auto ferma è saltata fuori una bambina, molto piccola, che si è messa a correre verso di noi. Appariva terrorizzata. Immediatamente è sceso un uomo, che stava al posto di guida, il quale ha afferrato la piccola che si dibatteva e l’ha letteralmente scaraventata in macchina.»
«E lei che ha fatto?»
«Che dovevo fare? Sono ripartito, anche perché dietro di me si era formata una gran fila. Proprio mentre superavo la macchina con la bambina è cominciato quella specie di diluvio.»
«Mentre la superava, è riuscito a vedere che succedeva dentro a quella macchina?»
«Io non potevo guardare, dovevo stare attento alla strada, venivano tante macchine in senso inverso, ma mia moglie sì.»
«Che ha visto?»
«Ha visto l’uomo al volante voltato verso il sedile posteriore. Forse stava parlando alla piccola che però non era visibile. Probabilmente era sul fondo, tra i sedili anteriori e quello posteriore.»
«Perché sua moglie ha pensato a un possibile rapimento?»
«L’idea le è venuta a casa, la sera. Ripensando a quello che avevamo visto, ha cominciato a sostenere che quell’uomo non poteva essere il padre della bambina, la stava trattando troppo…»
«Troppo?»
«Duramente. Mia moglie però ha detto crudelmente.»
«Mi scusi, signor Bonsignore. Ma non poteva trattarsi dello sfogo naturale, della reazione eccessiva ma logica di un padre che vede la sua bambina cominciare a fare i capricci, scappare dall’auto e mettersi a correre in strada in mezzo a un traffico pericolosissimo?»
L’occhi di Bonsignore s’illuminarono:
«È precisamente quello che le ho detto e ripetuto! Ma non c’è stato verso di convincerla!»
Aviva una quantità di domande da subissare a Bonsignore, ma non voliva farlo quartiare, metterlo in sospetto.
«Rassicuri sua moglie, signor Bonsignore. Non ci risulta nessun rapimento. E non posso che ringraziarvi per la vostra sollecitudine. Ad ogni buon conto, mi lascia il suo indirizzo e il suo telefono?»
Si era fatta l’ora di tornarsene a Marinella. Ma prima di nesciri dal commissariato, andò nella cammara di Mimì Augello e lo trovò che stava scrivendo un rapporto su una misteriosa sparatoria che c’era stata dalle parti della Lanterna.
«Mimì, a proposito di quello che hai detto…»
«Dove? Quando? Perché?» fece Augello irritato, macari per lui scrivere rapporti era una tortura.
«Hai detto o no che il rapimento poteva essere stato provocato da una maternità delusa?»
«Ancora scassi i cabasisi con questa camurrìa?»
«Ti volevo semplicemente dire che, semmai, si tratta di un caso di paternità delusa.»
E gli riferì quello che gli aviva contato il tabaccaro Bonsignore.
«Interessante. Ti sei fatto descrivere l’omo? Devono averlo visto bene in faccia.»
«No.»
«A che si riferisce questo no? Non l’hanno visto bene o tu non gli hai spiato?»
«Non gli ho spiato.»
«Manco cos’era l’auto?»
«Manco.»
«Santa Madonna, si può sapìri pirchì?»
«Certo. Non voglio provocare scarmazzo, rumore. Se facevo una domanda in più, entro un’ora tutto il paisi avrebbe parlato di un tentativo di rapimento. Tanto i Bonsignore, marito e mogliere, non si scorderanno un particolare, di questa facenna ne discuteranno ancora per jorni e jorni. Se e quando ne avremo bisogno, andremo a interrogarli.»
«Però questo leva di mezzo ogni dubbio che si è trattato di un tentativo di rapimento.»
«Io non ne ho mai avuto il dubbio» fece il commissario, «ma non è questa certezza che ci farà fare un passo avanti. C’è un dato fondamentale che ci manca.»
«Quale?»
«Sarebbe importante sapere se era mirato.»
«Spiegati meglio.»
«Quell’omo ha rapito la picciliddra perché era la figlia di Belli o voleva pigliarsi una bambina qualisisiasi, la prima che gli veniva a tiro?»
«Saperlo cangerebbe le cose» commentò Mimì.
«Se voleva pigliarsi una picciliddra qualisisiasi» continuò Montalbano, «tutta la facenna è governata dal caso e ogni indagine addiventa difficile. Ma se voleva pigliarsi la figlia di Belli il rapimento non è più casuale e quindi il rapitore deve di necessità essere stato in possesso di alcune informazioni fondamentali per agire.»
«Fammi un esempio.»
«Per esempio, il rapitore doveva conoscere in anticipo che Belli e i Mongiardino sarebbero andati a fare la scampagnata di pasquetta a Piano Torretta. Quando l’hanno deciso? A chi l’hanno detto?»
«Scusami, ma se invece il rapitore si è appostato sotto casa e li ha seguiti fin da quando sono usciti?»
«Mimì, ma anche ammettendo la tua ipotesi, al rapitore per forza qualcuno glielo deve aver soffiato che Belli e i Mongiardino quella matina sarebbero comunque usciti per fare una gita. Non è obbligatorio per legge farsi la scampagnata di pasquetta!»
«Vero è.»
Calò silenzio, Montalbano principiò a considerare a Mimì con l’occhi mezzo chiusi. Augello, che aviva ripigliato a scrivere, intercettò la taliata e si mise subito a disagio.
«Che hai? Che vuoi? Fammi finire il rapporto.»
«Mimì, quanno correvi appresso a tutte le più belle fìmmine di Vigàta e dintorni, hai conosciuto la futura mogliere di Belli, la Mongiardino?»
«Lina? Sì, l’ho conosciuta. Ma solo superficialmente, le stavo ’ntipatico e non perdeva occasione per farmelo capire. Soddisfatto?»
«Piccato.»
«Piccato pirchì?»
«Se la conoscevi, potevi farle una telefonata e con la scusa di sapere come stava la picciliddra…»
«Ma con Beba sono amiche.»
«Davero?!»
«Sì, c’è una certa differenza d’età, ma so che sono amiche.»
«Allora stammi a sentire bene, Mimì. Stasera stessa Beba deve telefonare alla mogliere di Belli e dirle che ha appena saputo da te dello spavento che si è pigliata. Quindi deve portare il discorso su come e quando…»
«Quello che Beba deve arrinèsciri a sapìri l’ho capito benissimo» tagliò Augello piccato. «Non c’è bisogno che fai il maestro di scola.»
Mentre si sbafava un piatto di triglie fritte condite con aceto, cipuddra e origano, piatto che ogni tanto la cammarera Adelina gli faciva attrovare nel frigorifero, continuò a pinsari al rapimento della picciliddra.
A quanto arrisultava fino a quel momento, il rapitore, a parte la timpulata che le aviva dato per tenerla bona, non aviva fatto altro male alla picciliddra. Ma c’era di più. Si era preoccupato, al momento di lasciarla libera, che non le capitasse qualche dano e che andasse a finire in mano alle pirsone giuste. Gli sarebbe stato facile abbandonarla in campagna, ma non aviva voluto. Forse si scantava che la picciliddra potiva fare un malo incontro con qualichiduno più carogna di lui. Quindi probabilmente, mentre circava il loco bono indovi far scinniri Laura dalla machina, aviva visto a mano dritta, nella so’ stessa direzione di marcia, la villa del dottor Riguccio e allura aviva lasciato la picciliddra quasi davanti al cancello. Evitando accussì che Laura, un esserino di appena tri anni, per raggiungerlo dovesse traversare la strata traficatissima di machine, smarrita e scantata com’era, mentre già accomenzava a fare scuro, con un’alta probabilità di essere travolta. Pirchì tante precauzioni pigliate da uno che non si era fatto scrupolo a rapirla?
Dormì un sonno piombigno, s’arrisbigliò di umore bono, arrivò in ufficio disposto ad amare il prossimo almeno quanto se stesso. Non si era ancora manco assitato che s’appresentò Mimì.
«Beba ha potuto parlare con la mogliere di Belli?»
«Come no, tutto secondo i suoi ordini, capo.»
«Embè?»
«Dunque, la sera di Pasqua la situazione era che Belli aveva comunicato a Lina, la moglie, che non aveva nessuna intenzione di andare in gita il giorno appresso con la famiglia Mongiardino. Che Lina ci andasse pure, lui sarebbe rimasto a casa.»
«E perché?»
«Perché pare che nel dopopranzo c’era stata una discussione violenta con Gerlando.»
«Lina ha detto a Beba il motivo della discussione?»
«No. Ad ogni modo, Lina è riuscita, a tarda sera, a far cambiare idea al marito. Però c’è stata una modifica: invece di andare a Maria Sicula, come avevano nei giorni avanti stabilito, avrebbero fatto una gita a Piano Torretta.»
«Come mai?»
«È stata un’idea di Belli. Probabilmente perché essendo Piano Torretta assai più vicino a Vigàta, avrebbe trascorso meno ore col cognato. E così Lina, sempre la sera di domenica, ha telefonato al fratello e gli ha comunicato il cangiamento.»
«Ho capito. In conclusione, a sapere che il posto della scampagnata sarebbe stato Piano Torretta erano solo Belli e i Mongiardino.»
«Esattamente. Quindi il rapimento appare sempre meno mirato.»
«Tu dici?»
«Certo che lo dico. Stando così le cose, il rapitore, che si era informato a tempo macari da qualche cammarera dove Belli avrebbe passato la pasquetta, si sarebbe dovuto trovare a Marina Sicula. E se era a Marina Sicula, come ha fatto a sapere che Belli aveva cangiato idea e se ne era andato a Piano Torretta? Ad ogni modo, a casa Mongiardino c’è aria pesante. Non solo perché Belli e Gerlando sono sciarriati, ma macari perché Lina si è azzuffata col marito.»
«La ragione?»
«Dice che tutto è successo per colpa di lui. è stato lui a voler andare a Piano Torretta. Se andavano come stabilito a Marina Sicula, non sarebbe capitato niente e non si sarebbero pigliati quel gran scanto.»
«Ma che ragionamento!»
«Beh, sai come sono fatte le fìmmine.»
«Io non lo so, sei tu l’esperto. La picciliddra come sta?»
«Meglio assai. Si trova bene con la psicologa, che è un’amica. Macari Beba la conosce.»
«Il marito si è ripreso da quella specie d’influenza?» «E che è?»
«Non era in casa, Lina ha detto che aveva fatto un salto nell’ufficio della Vigamare.»
«E che è?»
«Il nome della sua ditta, un misto di Vigàta e di mare. Quindi deve stare meglio. Beba e Lina hanno stabilito d’incontrarsi domani pomeriggio.»
«Buono a sapersi.»
«Ma perché vuoi insistere, Salvo? La figlia di Belli ha avuto la disgrazia di trovarsi al posto sbagliato, ma se al posto suo c’era un’altra picciliddra le cose sarebbero andate allo stesso modo. Credimi.»
Passò la matinata a scriviri e a firmari carte e la bona disposizione verso il mondo e le criature che lo popolano doppo manco cinco minuti di quel travaglio gli era svaporata. Fu solo taliando il ralogio che vitti che si era fatta l’ora di andare a mangiare. Ma non erano rimasti d’accordo con Belli che sarebbe passato in matinata?
«Catarella!»
«Ai comandi, dottori!»
«Per caso ha telefonato il signor Belli?»
«Non m’arrisulta, dottori. Ma siccome che dovetti tanticchia assentuarmi per un bisogno di subitanea d’urgenza, aspittasse che lo addimando a Messineo il quale che fu lui…»
«Va bene, spicciati.»
Montalbano non ebbe il tempo di fare biz.
«Nonsi, dottori. Non gli arrisulta. Il signor Melli non tilifonò.»
Allora chiamò lui. Gli arrispose la voce del vecchio Mongiardino.
«Montalbano sono. Vorrei parlare col signor Belli.»
«Ah.»
Pausa. Quindi:
«Non c’è.»
«Ah» fece a sua volta il commissario. «Sa se passerà da me, come eravamo rimasti d’accordo?»
«Difficile.»
«Che significa?»
«È partito, commissario.»
Montalbano strammò. Che era successo?
«Quando?»
«Stamatina all’alba. Ha costretto Lina a fare i bagagli in nottata. Non ha voluto dare spiegazioni. Ha caricato la bambina che dormiva, povira picciliddra!»
«Com’è partito?»
«Con la sua macchina.»
«Sa dov’è diretto?»
«Se n’è tornato a Roma.»
«Suo figlio Gerlando lo sa?»
«Sì.»
«E lui che spiegazione ha dato di questa partenza?»
«Dice che non riesce a spiegarsela. Dice che forse è per una telefonata.»
«Che ha fatto suo genero?»
«No, lo chiamavano da Roma.»
Qualichi cosa che era andata storta nell’affari romani? Possibile, ma la facenna meritava d’essiri studiata meglio.
«Signor Mongiardino, le dispiace se nel pomeriggio, dopo le cinque, passo un momento da casa sua?»
«Perché dovrebbe dispiacermi?»
E accussì il signor Belli si era dato, come dicevano a Roma. E lui non potiva farci nenti. Quello era libero di andare e viniri come gli piaciva. Ma qual era il pirchì di quella scappatina improvisa? Era vera la chiamata da Roma? Mimì era ancora in ufficio. Gli riferì la fuga in Egitto della famiglia Belli. Macari Mimì si mostrò sorpreso assà.
«Ma se Lina e Beba avevano stabilito d’incontrarsi!»
«A mia» disse Montalbano «pare che sia arrivata l’ora di parlare con Gerlando Mongiardino che forse potrebbe dirci di più sulla telefonata ricevuta da Roma.»
«Che titolo abbiamo per parlargli?»
«Mimì, titoli ne possiamo trovare quanti ne vogliamo. Macari se non è stata fatta denunzia, un tentativo di rapimento c’è stato. E noi abbiamo il dovere di svolgere indagini. Ma ad ogni modo non ti preoccupare, con Gerlando parlerò io.»
Stava per nesciri dall’ufficio, ma ci ripinsò.
«Mimì, un’altra cosa. Voglio sapere nome, cognome, indirizzo e telefono della psicologa che si è occupata della picciliddra.»
Alle cinco del doppopranzo, mentre Montalbano stava a ragionare con Augello, s’appresentò Fazio.
«Dottore, porto carrico. So chi è che si firma Balduccio Sinagra.»
«Hai pigliato appunti? Date di nascita, di morte…»
«Certo.»
«Mani in alto» fece Montalbano raprendo un cascione della scrivania e tenendoci dintra una mano.
La voce del commissario era ferma e determinata. Tanto che persino Mimì lo taliò imparpagliato.
«Che fa, babbìa, dottore?»
«Ti ho detto mani in alto.»
Esitante, Fazio isò le mano.
«Bene. Dove hai gli appunti?»
«Nella sacchetta destra.»
«Infila lentamente la mano nella sacchetta, piglia il pizzino con gli appunti e posalo altrettanto lentamente sul tavolo. Se fai un movimento brusco ti sparo.»
Fazio eseguì. Montalbano pigliò con dù dita il pizzino e lo gettò nel cestino.
«Ora puoi parlare senza quelle minchiate di date che io odio e che tu ami.»
«Levami una curiosità» intervenne Mimì. «Ma con che gli sparavi a Fazio? Col dito?»
«Con questo» fece il commissario tirando fora un revorbaro dal cascione.
Era scassato, non potiva sparare, ma su chi non lo sapiva faciva un bell’effetto. Il sorriso dalla faccia di Mimì scomparse.
«Tu sei completamente pazzo» murmuriò.
«Posso sapere che hai scoperto?» spiò il commissario a Fazio che lo taliava intronato.
«Dunque» principiò quello ripigliandosi faticoso, «vossia se lo ricorda che don Balduccio ebbe un figlio, Pino intiso “l’accordatore”, che se ne andò negli Stati?»
«Non me lo ricordo, non ero qua, ma ad ogni modo ne ho inteso parlare.»
«Pino in America ebbe diversi figli. Uno, Antonio, era intiso “l’arabo”. Siccome che era pazzo, ogni tanto si mittiva a parlari una lingua che lui chiamava arabo ma che arabo non era e che nessuno capiva.»
«Va bene, vai avanti.»
«Antonio “l’arabo” ebbe tri figli, due fìmmine e un màscolo. Al màscolo mise il nome del catanonno, Balduccio.»
«Che sarebbe il signore che è arrivato a Vigàta?»
«Precisamente.»
«Che età ha?»
«Trentino è.»
«Sai quanto si fermerà a Vigàta?»
«Qualcuno m’ha detto che resterà a lungo, per questo ha fatto restaurare la villa.»
«Che ha in testa di venire a fare qua?» spiò quasi a se stesso Augello.
«Mimì» disse Montalbano, «hai mai visto in campagna che fanno le mosche? Volano, volano, e appena vedono una bella cacata ci si posano sopra. E da noi, oggi come oggi, ci sono tante belle, grosse cacate a disposizione. Si vede che la voce si è sparsa e le mosche si stanno precipitando, macari d’oltreoceano.»
«Se le cose stanno come dici» osservò pinsoso Mimì, «viene a dire che presto tornerà la stascione dei kalashnikov, delle ammazzatine.»
«Non credo, Mimì. I sistemi sono profondamente cangiati, macari se lo scopo finale è sempre quello. Ora preferiscono travagliare sott’acqua e con le amicizie giuste nei posti giusti. E per prima cosa, queste amicizie giuste vanno in giro a dire che la mafia non c’è più, è stata sconfitta, quindi si possono fare leggi meno severe, si può abolire il 41 bis… Ad ogni modo, di questo picciotto americano voglio sapìri di tutto e di più, come dicono alla televisione.»
I Mongiardino abitavano sulla strata principale di Vigàta, al secondo di una solida casa ottocentesca di quattro piani, ampia, costruita senza economia di spazio. Gli venne a raprire un omo ben vestito, anziano ma non vecchio, molto dignitoso.
«Si accomodi, commissario. Mi scusi se non la ricevo in salotto, ma è tutto in disordine e la donna oggi non è venuta. Andiamo nel mio studio.»
Tipica cammara da avvocato, pisanti librerie piene di volumi di leggi e sentenze. Sullo scrittoio c’era qualichi cosa che il commissario non capì di subito, gli parse una crozza di morto, di quelle che una volta i dottori tenevano nello studio medico. Venne fatto accomodare supra una poltrona di pelle nivura.
«Le posso offrire qualcosa?»
«Niente, grazie. Le confesso che questa partenza così improvvisa di suo genero mi ha meravigliato.»
«Macari io sono rimasto stupito. Avrebbero dovuto trattenersi ancora tre giorni. Vede quella?»
Indicò la cosa sullo scrittoio. Non era una crozza, ma una palla di gomma grezza.
«Avevo comprato un’altra palla a Laura e stavo cominciando a dipingerla. Perché quella che aveva a pasquetta e che si è persa durante il… quando l’hanno… insomma quella che non aveva più quando l’hanno ritrovata, l’avevo disegnata io. Ci avevo dipinto sopra la fata Zurlina e il mago Zurlone, due personaggi di una storia che mi ero inventato e che le piaceva…»
S’interruppe.
«Mi scusi un momento.»
Si susì, niscì, tornò doppo tanticchia asciugandosi la vucca con il fazzoletto. Evidentemente si era commosso ed era andato a rinfrancarsi con un bicchiere d’acqua.
«La sua signora è in casa?»
«Sì. Non sta tanto bene. Si è messa a letto. è rimasta addolorata per la partenza della nipotina. Voleva godersela in pace dopo lo spavento che avevamo avuto. E macari io avrei voluto… Lasciamo perdere.»
«Avvocato, voglio essere franco con lei. Che ci sia stato un tentativo di rapimento della bambina, è fuori discussione.»
Mongiardino aggiarniò visibilmente.
«Come fa a dirlo? Non può essersi trattato di…»
«Ci sono due testimoni» tagliò Montalbano. «Hanno visto un uomo che costringeva Laura a salire dentro a una macchina pochi momenti prima che cominciasse il temporale.»
«Dio mio!»
«Che lei sappia, suo genero ha nemici?»
La risposta arrivò immediata.
«No. Anzi, è benvoluto da tutti.»
«È ricco?»
«Questo sì. Se Laura, come lei dice, è stata rapita, può darsi che volevano ottenere un buon riscatto…»
«E allora perché l’hanno rilasciata quasi subito rinunziando ai soldi che avrebbero potuto ottenere?»
Mongiardino non seppe che rispondere, si pigliò la testa tra le mano.
«Perché suo figlio Gerlando e suo genero non vanno d’accordo?»
«L’ha saputo macari lei? Hanno avuto, e continuano ad avere, forti divergenze sulla conduzione della società.»
Era sincero, l’avvocato. Evidentemente questo gli avivano contato sia Belli che so’ figlio per non metterlo in agitazione, non gli avivano detto la virità e cioè che Gerlando infilava le mano nella cassa. La visita si stava rivelando tempo perso, l’avvocato Mongiardino non potiva essiri di nessun aiuto.
«Senta, il motivo per cui suo genero non voleva più partecipare alla scampagnata di pasquetta era perché aveva avuto una discussione piuttosto accesa con Gerlando?»
«Sì.»
«E non può essere che la ragione della partenza improvvisa di suo genero con tutta la famiglia sia un’altra discussione con Gerlando piuttosto che la fantomatica telefonata da Roma?»
Mongiardino allargò le braccia.
«Può darsi. Ma temo…»
«Sì?»
«… che quei due siano arrivati al punto di rottura.»
L’indomani matina, che era jornata accupusa e fridda, tirava un vento che tagliava la faccia, Montalbano venne convocato dal questore. Passando davanti alla piazza del Municipio di Montelusa, vitti una scena stramma. C’era un signore cinquantino, distinto, cappotto, fasciacollo, cappello, guanti, che teneva alto un cartello di compensato sul quale c’era scritto: “mafiosi e cornuti”. Davanti a lui un vigile piuttosto agitato gli stava dicendo qualichi cosa. I rari passanti tiravano di longo, non avivano gana di curiosità, faciva troppo friddo. Montalbano parcheggiò, scinnì, si avvicinò ai due. Fu allora che il commissario riconobbe l’omo col cartello, era il geometra Gaspare Farruggia che aviva una piccola impresa di costruzioni. Una pirsona perbene.
«Si sciolga! Non glielo ripeto più! Si sciolga!» stava intimando il vigile.
«Ma perché?»
«Perché trattasi di manifestazione non autorizzata! Si sciolga!»
«Non ce la faccio a sciogliermi da solo» fece calmo il geometra. «Con questa temperatura, casomai, solidifico.»
«Non faccia lo spiritoso!»
«Non lo sto facendo, si figuri se ne ho voglia, sto rischiando davvero d’essere sciolto nell’acido solforico da chi so io.»
Solo in quel momento il vigile riconobbe Montalbano.
«Commissario, questo signore qua…»
«Vai pure, vai. A lui ci penso io.»
«Buongiorno, dottor Montalbano» fece educatamente il solitario manifestante la cui faccia era addivintata rossoblu per il gelo.
Il commissario ci mise picca e nenti per convincerlo ad abbandonare momentaneamente la protesta e a rifocillarsi in un cafè vicino. S’assittarono a un tavolo. Mentre s’arricriava con un cappuccino bollente, l’omo gli spiegò che alcuni imprenditori onesti avivano addeciso di fare gruppo costituendo una piccola associazione antiracket. C’era una legge regionale che incoraggiava la formazione di queste associazioni con aiuti in denaro. Era macari un modo, aggiunse, di mettere in evidenza i nomi degli imprenditori che non avivano nenti da spartire con la mafia.
«Non basta più la certificazione antimafia?» spiò il commissario.
«Dottore mio, con la nuova legge l’importo dei lavori per il quale non c’è bisogno della certificazione è salito a 500.000 euro. Basterà perciò frazionare i subappalti in modo che ognuno non superi il mezzo milione di euro. Inoltre i subappalti ora sono possibili nella misura del cinquanta per cento dal trenta che erano, e il gioco è fatto. Macari chi porta scritto in fronte che è mafioso può ottenere il subappalto. Mi spiegai?»
«Perfettamente.»
«Insomma, volevamo mettere le mani avanti, far sapere che noi, certificazione o no, siamo diversi da tutti quei mafiosi pronti ad assaltare la casciaforte.»
«E che è successo?»
«È successo che siamo andati a Palermo. Nessuno sapeva dirci l’ufficio giusto. Una via crucis che durò tre giorni, ci mandavano da Ponzio a Pilato. Finalmente ci trovammo davanti a uno che ci disse che bisognava iscriversi all’apposto albo in dotazione nei municipi dei capoluoghi di provincia. Allora siamo rientrati a Montelusa e io, che sono il presidente di questa associazione, sono andato al Comune. Macari qua nessuno sapeva niente. Poi trovai un impiegato che mi spiegò che l’albo non c’era in quanto da Palermo non erano ancora arrivate le norme per la sua costituzione. Sono passati due mesi e ancora non arrivano. Una sullenne pigliata per il culo. Mentre spuntano come funghi nuove società che non trovano ostacoli burocratici, macari se tutti sanno che sono fatte da prestanome.»
«Ad esempio?»
«Non ha che l’imbarazzo della scelta. A Fiacca la famiglia Rosario ne ha costituite cinque, a Fela la famiglia De Rosa pure cinque, a Vigàta l’americano ce ne ha quattro, ma quello vuole allargarsi macari in altri campi, a Montelusa la famiglia…»
«Un momento. Chi è l’americano?»
«Non lo sa? Balduccio Sinagra junior. S’è precipitato apposta dagli Stati visto il vento che tirava qua! Qua è diventata una pacchia, dottore mio! Lo sa che al Ministero ora non si devono più comunicare relazioni dettagliate sullo stato dei lavori ma, cito testualmente, “note informative sintetiche con cadenza annuale”? Che gliene parti? E lo sa che…»
«Non voglio sapere altro» fece Montalbano susendosi e pagando.
Durante l’orata che fu a rapporto dal questore, a Montalbano parse che la seggia sulla quale stava assetato gli abbrusciasse, letteralmente, le natiche. Persino il questore lo notò.
«Montalbano, che ha da agitarsi tanto?»
«Un foruncolo, signor Questore.»
Appena tornato in commissariato, chiamò Fazio e Augello e contò loro quello che aveva saputo dal geometra.
«E non mi è parso che Farruggia raprisse la vucca solo per fare vento. Sapiva quello che diciva. Voglio conoscere i nomi delle società di Balduccio Sinagra junior, come sono costituite, dove hanno sede legale. Io non ci capisco di queste cose ma al tribunale o alla Camera di commercio queste società devono risultare.»
«Ci penso io» disse Fazio. «Non è cosa difficile. E caso mai vado a trovare questo geometra Farruggia e mi faccio aiutare da lui.»
«Mi spieghi il perché di questo interessamento?» spiò Mimì.
«Perché la cosa mi feti, mi puzza. Il nipote di un boss che ha fatto fortuna con gli appalti truccati torna dall’America e costituisce quattro società pronte a concorrere a gare d’appalto. Non ti pare strammo?»
«A mia no. Può darsi che faccia le cose in modo legale. Noi possiamo al massimo intervenire se sgarra.»
«Ma siccome a noi non ci costa niente avere queste informazioni… Accussì, se un giorno o l’altro quello sgarra, come dici tu, noi ci troviamo avvantaggiati. Senti, Mimì, hai nome e numero di telefono della psicologa che si è incontrata con la picciliddra?»
«Di che stiamo parlando?» spiò Augello strammato dall’improvviso cangiamento d’argomento.
«Te lo sei scordato il tentativo di rapimento della figlia di Belli?»
«Ah, sì, mi ha detto tutto Beba.»
«Puoi chiamare questa signora dicendole se passa da qua oggi doppopranzo? All’ora che fa più comodo a lei.»
«Dice che invece passi tu da lei nel doppopranzo e all’ora che ti fa più comodo» fece Mimì vedendo trasire Montalbano in ufficio doppo che questo era andato a farsi una gran mangiata di fragaglia alla trattoria di Enzo e aviva, di conseguenza, i riflessi tanticchia allintati.
«Chi dice che?»
«La psicologa. Olinda Mastro. Ti do l’indirizzo di Montelusa. Non m’è parsa una pirsona facile.»
«Sai che ti dico? Ci vado subito.»
Alla dottoressa Mastro, poco più che trentina, alta, soda, biunna, bella, l’apparizione di Montalbano davanti alla porta della so’ casa non fece per niente piaciri.
«Non poteva telefonare prima?»
«Ma il mio vice col quale ha parlato mi ha riferito che lei…»
«D’accordo. Ma una telefonata non avrebbe guastato.»
«Senta, se è occupata ripasso.»
«Ma no, dato che ormai è qua…»
Si fece di lato per lasciarlo passare. Come diceva Matteo Maria Boiardo? “Principio sì giolivo ben conduce.” Quindi, se il principio era stato così giolivo, figurarsi come sarebbe stato il seguito!
«Per di qua.»
L’appartamento era granni, luminoso a malgrado che la jornata non era felice. Lo fece accomodare sulla poltrona colorata di un salotto che pariva nisciuto da una rivista d’arredamento moderno, pochi mobili ma molto eleganti.
«Le dispiace se fumo?» spiò il commissario.
«Sì.»
«È meglio non perdere tempo. Sono venuto per parlare con lei di…»
«… di Laura, la bambina, lo so. Ma vorrei sapere cosa spera di ottenere da me. E comunque, devo disilluderla.»
«Non ci ha capito niente, vero? Del resto l’ho sempre pensato che queste storie di psicologia sono cose campate in aria.»
L’aviva fatto apposta a formulare la domanda in modo accussì sgarbato e a farla seguire da un commento offensivo. Era una provocazione e Olinda Mastro sicuramente ci sarebbe caduta con tutte le scarpe. Invece la psicologa restò tanticchia a taliarlo e alla fine un sorriso divertito la fece promuovere da bella a bellissima.
«Non attacca» disse.
Macari Montalbano sorrise.
«Le domando scusa.»
Quel sorriso reciproco fece di colpo cangiare l’atmosfera, era come se si fosse dissolta la barriera invisibile che fino a quel momento li aviva separati.
«La verità è che sono furiosa.»
«Perché?»
«Perché quando ero riuscita a guadagnarmi la fiducia totale di Laura, i suoi genitori hanno pensato di portarsela a Roma.»
«Lei lo trova strano?»
«Inspiegabile. E inoltre la piccola, quasi sicuramente, ritornerà a rinchiudersi in se stessa e il trauma subito le resterà dentro come un grumo non sciolto che…»
«Da chi l’ha saputo, che erano partiti?»
«Ho telefonato a Vigàta ai Mongiardino per dire a che ora sarei andata da loro e invece l’avvocato mi ha detto che erano dovuti partire. Se l’avessi saputo prima avrei cercato di convincere Lina, la madre, che è mia amica.»
«Che spiegazione le ha dato l’avvocato Mongiardino?»
«Che il genero è stato richiamato urgentemente a Roma per una faccenda che riguarda i suoi affari. Ma dico: che bisogno aveva di portarsi appresso tutta la famiglia? Poteva lasciare Laura con la madre dai nonni ancora per qualche giorno.»
«Quindi lei non è riuscita a sapere niente dalla bambina?»
«Qualcosa sì. Almeno credo.»
Restò tanticchia a taliare pinsosa il commissario, doppo s’addecise.
«Venga con me.»
Percorsero il corridoio fino alla prima entrata, Olinda Mastro raprì la porta e Montalbano s’attrovò in un cammarone il cui pavimento era letteralmente cummigliato di giocattoli d’ogni tipo, bambole, cavallucci a dondolo, casette di fate, orsacchiotti, trenini, modelli d’auto e d’aerei, pistole spaziali, centinaia di pennarelli e fogli di disegno. C’era macari un’autopompa dei pompieri con scale e fari: sempre, da picciliddro, ne aviva desiderata una accussì. Dovette tenersi a forza dall’accularsi e mettersi a giocare. La psicologa intanto aviva pigliato da un ripiano di ligno alcuni fogli di carta da disigno.
«Questi li ha fatti Laura. Fortunatamente ha una straordinaria capacità di disegno. Li avevo portati qua per poterli studiare meglio. Guardi.»
Montalbano taliò e non ci capì nenti di nenti. Rettangoli sbilenchi, linee spezzate, qualichi cosa che doviva essiri una machina, qualichi cosa che doviva essiri un omo, qualichi cosa che doviva essiri una palla colorata. Isò l’occhi interrogativo.
«Hanno un senso?»
«Certamente. Guardi anche lei questo foglio. Che rappresenta?»
«Dovrebbe essere un’automobile con dentro delle cose.»
«Giusto. è un’automobile. Questo segno qua avanti è l’uomo che ha rapito Laura, quest’altro segno indica la bambina sul sedile posteriore con la sua palla. Quella che il nonno le aveva dipinta. E quest’altro foglio?»
«Mi pare che rappresenti la bambina con la palla, l’omo e l’auto. Ma…»
«Dica» l’incoraggiò Olinda.
«Mi pare che la bambina e l’uomo ora siano fuori dall’auto.»
«Bravissimo. è così. E non vede altro?»
«Sinceramente, no.»
«Non vede che l’uomo, la bambina e l’auto si trovano tutti all’interno di un rettangolo?»
«È vero, sì. Ma che significa?»
«Significa che sono dentro a una stanza.»
«Una stanza?»
«Sì. E come si chiama la stanza che può contenere un’automobile?»
Montalbano si detti una manata sulla fronte.
«Cristo! Un garage!»
«C’è arrivato. Guardi quest’altro. Cronologicamente, viene prima di quello che ha appena visto.»
L’auto era addisignata ferma davanti a un rettangolo allato al quale ci stava l’omo. Il rettangolo era stato colorato in grigio con un pennarello. Stavolta il commissario non ebbe dubbio.
«Questa è la saracinesca del garage che l’uomo sta aprendo.»
«Visto com’è diventato bravo in poco tempo?» fece Olinda rimettendo i fogli a posto. «Lo vuole un caffè?»
«Sì.»
«Allora resti qua a giocare con quella macchina dei pompieri. Si vede che ne ha una voglia matta. La chiamo appena è pronto.»
E brava la psicologa! Se la scialò con la macchinetta che aviva macari una sirena che spirtusava le grecchie. Purtroppo venne chiamato in salotto.
«Senta, dottoressa…»
«Mi chiami Linda e io la chiamerò Salvo.»
«D’accordo. Non è riuscita a sapere dalla bambina cosa fece l’uomo quando erano dentro al garage?»
«No. Avevo appena cominciato ad affrontare questo argomento. Ma mi sono fatta un’idea.»
«Cioè?»
«Che non sia successo assolutamente niente. La bambina non ha subìto violenza, ha ricevuto solo una volta un ceffone, non so quando…»
«Posso dirglielo io.»
E le contò quello che gli aviva riferito Bonsignore.
«Quindi se Laura non avesse fatto quel tentativo di fuga, il rapitore non le avrebbe dato nemmeno quello schiaffo» concluse la psicologa.
«Secondo lei» spiò Montalbano, «perché la bambina è stata rapita?»
«Secondo me, non è stata rapita» disse quietamente Linda.
Montalbano springò come un cavallo dalla seggia.
«Ma che dice?!»
«Quello che penso. Lei ha chiesto la mia opinione o no? Se vogliamo metterci ad adoperare le parole giuste, la bambina è stata allontanata, ripeto allontanata, sia pure a forza, dai suoi familiari quel tanto che bastava per far credere a tutti che fosse stata rapita. è stata tenuta per qualche tempo dentro il garage di una casa nelle vicinanze. Lì ogni abitazione ha il garage, li conosco quei posti.»
Minchia! Quant’era intelligente quella fìmmina che in quel momento stava accavallando le lunghe gambe! Ecco spiegata la singolarità del cosiddetto rapimento: si trattava solo di tenere ammucciata la picciliddra per un certo periodo di tempo, quel tanto che abbastava a far pinsare a un sequestro. E l’ordine dato al rapitore evidentemente era stato quello non solo di non farle male in nessun modo, ma di evitare che altri potesse farglielo, intenzionalmente o no.
«Vorrei abbracciarla» scappò di dire a Montalbano dal profondo.
«Lo faccia» disse Linda susendosi addritta.
Naturalmente in commissariato non trovò Fazio, sicuramente a caccia delle società dell’americano. Gli tornò a mente che dalla Scientifica non si erano ancora fatti vivi con i risultati degli esami sui vestiti di Laura. Si era fatto pirsuaso, doppo le parole di Linda, che dalla Scientifica non avrebbero potuto dirgli nenti d’importante. Telefonò lo stisso, per il solo piaciri di rompere i cabasisi a Vanni Arquà.
«Arquà? Montalbano sono. Permettimi di compiacermi teco e con tutta la tua squadra per la solerzia e la prontezza con la quale avete fatto riscontro alla richiesta di questo commissariato. Sarà mia cura informare dettagliatamente il signor Questore.»
«Ma di cosa stai parlando?»
«Sto parlando dei vestiti di quella bambina che vi ho fatto avere…»
«Ah, quelli? Sì, gli esami li abbiamo fatti.»
«Posso avere l’intima soddisfazione di sapere perché non me li avete inviati?»
«Montalbano, per inviarteli dovevamo fare riferimento a qualcosa, no? Mica siamo un ufficio privato di analisi!»
«Mi stupisco, Arquà. Come mai nessuno ti ha messo al corrente?»
«Di che?»
«C’è stato il tentativo di rapimento di una bambina che è la nipote di un importante uomo politico.»
Abbassò di colpo la voce, la riduci a un soffio.
«La cosa è tenuta segretissima, si sospettano oscure trame, si parla addirittura di terrorismo… ecco perché ufficialmente non deve risultare niente.»
«Capisco, capisco» fece Arquà macari lui con la voce a soffio. «Vuoi sapere i risultati?»
«Sì, ma dimmeli per telefono, niente di scritto, per carità!»
«Aspetta un momento.»
«Dunque» ripigliò Arquà doppo tanticchia e con un tono ancora più cospirativo, «niente di rilevante, sul vestitino sono state rilevate tracce di sugo, di marmellata, di ricotta e di olio di macchina. Le mutandine erano sporche di pipì, deve essersela fatta addosso. Ah, sulla parte posteriore del vestitino c’erano tre capelli maschili, neri. E basta.»
«Teneteli da conto, questi tre capelli. Grazie, Arquà. E mi raccomando, silenzio assoluto.»
Povira picciliddra! Doviva aviri passato terribili momenti di scanto! E in quanto alle piccole macchie di olio di macchina, questo non faciva che confermare quanto gli aviva detto Linda: Laura era stata per un certo tempo dintra a un garage.
L’indomani a matino, doppo una decina di minuti ch’era arrivato in ufficio, squillò il telefono.
«Dottori? C’è qua il signori Bongiardino che voli parlari con vossia di pirsona pirsonalmenti.»
Catarella continuava a scangiare la m con la b e viceversa. Doviva trattarsi dell’avvocato Mongiardino.
«Fallo passare.»
Non era l’anziano avvocato, ma un quarantino che indossava vistita su misura e costosi, aviva baffetti ’ntipatici e un Rolex prezioso al polso.
Macari il sciàuro della colonia della quale si era imbevuto doviva costare assà. Per l’occasioni aviva indossato una faccia severa.
«Sono Gerlando Mongiardino.»
Il fimminaro, quello che infilava le mano nella cassa della società. Si era appresentato lui, levando al commissario il disturbo di andarlo a trovare.
Montalbano gli fici ’nzinga d’assittarsi, ma quello restò addritta.
«Grazie, vado via subito. Sono venuto solo per dirle che trovo scorretto il suo modo d’agire.»
«Quale modo?»
«Lei, pigliando a pretesto un ipotetico rapimento, per il quale non è stata sporta nessuna denunzia, badi bene, è andato a importunare mio padre con domande che niente hanno a che fare con la storia capitata casualmente a mia nipote Laura.»
«Che significa casualmente?»
«Che Laura si è persa mentre scoppiava il temporale, che qualcuno si è preso cura di lei, l’ha ospitata nella sua macchina e l’ha lasciata andare quando tutto è finito.»
«E perché questo pietoso qualcuno l’avrebbe pigliata a schiaffi?»
«Si riferisce al fatto che Laura aveva una guancia gonfia? Ma chi le dice che sia stato uno schiaffo?»
«Due testimoni.»
«Che hanno visto?»
Montalbano gli riferì paro paro il racconto dei Bonsignore. Gerlando Mongiardino, alla fine, sorrise.
«Ma commissario, ci rifletta! Se un tale cerca di salvare una bambina che si è perduta e questa bambina scappa dal suo salvatore rischiando di andare a finire sotto a una macchina, non può darsi che quel tale abbia per un momento perduto la pazienza? I signori Bonsignore hanno creduto che si trattava di un rapimento e quindi ogni cosa che hanno visto l’hanno inquadrata nell’ottica del sequestro. Ma le cose possono e devono essere viste da un’altra angolazione.»
E bravo Gerlando Mongiardino! La sua spiegazione correva come un binario.
«Lei ha mai letto Borges?» gli spiò Montalbano.
«Che è, un libro?» spiò a sua volta disgustato Mongiardino.
Ci sono pirsone accussì, alle quali la domanda se hanno letto un libro risulta più offensiva della domanda se sono stati amici intimi di Jack lo Squartatore.
«Mi scusi ma, premesso che sulla sparizione di Laura ho un’altra opinione, come posso portare avanti le indagini senza parlare coi familiari della bambina?»
«E che c’entrano col supposto rapimento di Laura le domande che lei ha fatto a papà sui miei rapporti con mio cognato Fernando?»
«Perché mi occorre un quadro complessivo della situazione. Anzi, dato che lei è qua, vuole dirmi la ragione di queste liti? Mi ero infatti ripromesso di venire alla Vigamare per parlarle.»
«Le nostre liti hanno sempre avuto un solo motivo: la conduzione della società della quale io e mio cognato siamo soci ognuno al cinquanta per cento. Tutto qua.»
Doviva trattarsi di una spiegazione combinata in famiglia per non perdere la faccia davanti al paisi, il quali paisi sapiva invece benissimo la scascione vera delle azzuffatine, vale a dire l’irresistibile attrazione che il pilo fimminino esercitava su Gerlando e che lo portava a mettersi in sacchetta i soldi della società e sgarrare malamente nei riguardi del cognato.
Valiva la pena di chiarire meglio l’argomento.
«Mi potrebbe accennare in che consiste la vostra disparità di vedute sulla conduzione?»
«Semplice: io voglio che la Vigamare si espanda sempre di più pigliandosi nuovi mercati e lui no, vuole che resti com’è.»
«Se lo spiega il perché suo cognato non voglia ampliare la società? è troppo prudente?»
Modo gentile per avanzare l’ipotesi che Belli non si fidava di Gerlando Mongiardino.
«Non si tratta di prudenza. Direi disinteresse. Fernando ha altri e assai più grandi affari a Roma, è un imprenditore capace di rischiare e molto.»
«E allora?»
«Commissario, voglio essere sincero. Fernando questa società a Vigàta l’ha costituita solo per fare un piacere a sua moglie, cioè a mia sorella, la quale voleva che io mi sistemassi, dato che non avevo un lavoro fisso. E inoltre mia sorella pensava che la società avrebbe dato motivo a suo marito di venire spesso a Vigàta, così lei avrebbe potuto avere più occasioni per vedere i genitori. Per Fernando, in conclusione, la Vigamare non conta niente, per me invece questa società è tutto.»
«Suo padre mi ha detto che teme che i vostri rapporti sono arrivati a un punto di rottura.»
«Tutto quello che si doveva rompere si è rotto.»
«In che senso?»
«Nel senso che mio cognato si è ritirato dalla società il giorno prima di partire per Roma. Siamo andati dal notaio quella stessa sera.»
Le cose perciò erano arrivate a quel punto di rottura che diceva l’avvocato Mongiardino. Doveva esserci stata una sciarra terribile tra Gerlando e Belli.
«E chi ha comprato la sua quota?»
«Io.»
Lui?! E con che aviva pagato? Con cìciri e fave? Con conchiglie? E se si era impegnato a pagare la quota a rate, come aviva fatto Belli a fidarsi ancora una volta di quel malaconnutta?
«Mi scusi, signor Mongiardino, la mia è una domanda che effettivamente non c’entra niente col rapimento e quindi lei è liberissimo di non rispondere, ma può dirmi quale modo avete concordato per il pagamento della quota?»
«Contanti.»
Montalbano fici una faccia accussì sbalorduta che Mongiardino si sentì in doviri di spiegare.
«Certo che non sono andato dal notaio con le valigie piene di soldi. Ho fatto un trasferimento di fondi dalla mia banca alla sua.»
Fondi? Di quali fondi parlava? Fondi di cafè? Fondi di pantaluna? Si fece però pirsuaso che Gerlando Mongiardino, con molta abilità, l’aviva portato ad andare a sbattiri contro un muro. Le banche non avrebbero mai tradito il segreto bancario e andare a parlare al notaro sarebbe stato come pretendere un colloquio con un catàfero.
«Ha altri soci?»
«No.»
Che altro c’era da dire?
«Congratulazioni e auguri» fece Montalbano su- sendosi.
«Grazie, commissario. E spero di avere chiarito…»
«Perfettamente.»
Si stringèro le mano sorridendo.
«Linda? Montalbano sono.»
«Ma che piacere! Dimmi.»
«Avrei bisogno di rivederti.»
«Stiamo già a questo punto?»
E ridacchiò. Montalbano arrussicò.
«Scu… scusami, Linda, ma mi sono comportato come un…»
«Lascia perdere. Dimmi.»
«Devo farti una domanda su una cosa che mi hai accennato e che mi è poi completamente passata di mente» fece Montalbano.
«Chiedi.»
«Tu lo sai dov’è stata ritrovata Laura?»
«Davanti al cancello della villa del dottor Riguccio.»
«Ecco, mi pare che mi hai detto che conosci quella zona, quella che da Piano Torretta va verso Gallotta.» «Sì.»
«Mi ci accompagneresti?»
«Certo. Quando?»
«Oggi pomeriggio, se puoi. Verso le cinque. Lasci la tua macchina davanti al commissariato e proseguiamo con la mia. Lo sai dov’è il commissariato di Vigàta?»
«No.»
«Ora te lo spiego.»
Principiò a parlare facendosi subito pirsuaso che non sarebbe stato in grado di indicare la strata a Linda. Non perché il commissariato fosse allocato all’interno di un labirinto, ma per una sua congenita incapacità topografica. In un posto sapiva arrivarci solo pirchì il corpo ce lo portava per i fatti suoi. Alla fine di deci minuti di una parlata piena di “alla seconda a sinistra, giri subito a destra” e di “alla terza a destra, giri alla seconda sempre a destra”, Montalbano s’arrese.
«Forse è meglio che quando arrivi a Vigàta, t’informi.»
«Porto carrico grosso» fece Fazio trasenno nell’ufficio di Montalbano che in quel momento stava a parlare con Augello.
«Assettati e conta.»
«Dottore, devo fare una premessa. Ho le sacchette piene di carte e mi necessita di consultarle ogni tanto. Posso farlo senza scanto di essere sparato?»
«Per questa sola e unica volta, sì.»
Come aviva fatto a infilarsi nelle sacchette tutti quei fogli che tirò fora e che alla fine formarono una pila sul tavolo del commissario? Appresso Fazio si schiarì la gola, s’appuiò con la schina alla spalliera. Era evidentemente orgoglioso del travaglio che aviva fatto. Finalmente s’addecise a raprire la vucca.
«Dunque: l’americano ha e non ha quattro società abilitate a concorrere agli appalti per opere pubbliche.»
«Non cominciamo a dire minchiate» fece irritato il commissario. «Che significa ha e non ha?»
«Ora vengo e mi spiego, dottore. Queste quattro società si trovavano da qualche tempo in una certa difficoltà, avevano avuto questioni per il pagamento dei contributi, alcuni loro cantieri erano stati chiusi per inosservanza delle norme antinfortunio, erano state multate per ritardi di consegna, cose accussì. Per riprgliare il travaglio avrebbero dovuto sanare le pendenze, mettersi in regola, ma i soldi fagliavano. A un certo momento, vale a dire meno di tre mesi passati, succede il miracolo. Le quattro società, delle quali vado a dirle i nomi…»
E principiò a sfogliare la pila che aviva davanti.
«Mi potresti risparmiare?» implorò Montalbano con un filo di voce.
«E vabbe’» concesse magnanimo Fazio. «Le quattro società trovano i soldi per mettersi in regola, ma…»
«Ma sono costrette a passare di mano» fece Augello.
«E questo è il bello!» disse Fazio. «Non passano di mano, non cangia quasi niente nell’assetto societario. L’amministratore delegato di prima resta al suo posto, il consiglio sostanzialmente lo stesso. Solo che tra i consiglieri d’amministrazione ora c’è macari Balduccio. E con lui compare sempre macari un altro nome. Ufficialmente, in queste società, Balduccio conta quanto il due di coppe.»
«Mentre ufficiosamente è diventato il proprietario delle quattro società e gli altri sono òmini di paglia o quasi» concluse il commissario.
«Esattamente. è lui, Balduccio, che ha tirato fora i soldi per regolarizzare le società e per accattarsele. Il ragioniere Farruggia, che in queste cose ha un odorato da cane cirneco, ha saputo per vie traverse da amici che ha nelle banche di questi movimenti di denaro da Balduccio alle casse delle quattro ditte.»
«Scusatemi» intervenne Mimì. «Fino a questo punto, non ci trovo niente d’irregolare. Se lui vuole comparire solo come uno dei consiglieri d’amministrazione, fatti suoi. La domanda invece è: come è che ha tutti questi soldi a disposizione? Li ha trovati qua o se li è fatti in America? Non potremmo domandare a…»
«Guardi, dottore» interruppe Fazio, «che della vita americana di Balduccio si sa abbastanza. Farruggia si è informato presso certa gente che sta a Nuovaiorca, a Broccolino e in altri posti, gente che con noi non aprirebbe mai bocca. Mi sono spiegato?»
«Sì. Vai avanti.»
«A carico di Balduccio junior non c’è niente, fatta eccezione di qualche cattiva frequentazione.»
«Cattiva in che senso?» spiò Montalbano.
«Mah, vecchi mafiosi amici del padre, boss in disarmo… Ma, nella sostanza, Balduccio è stato, fino al momento di venire a Vigàta, un brillante impiegato di banca.»
«Ma perché è venuto?» spiò stavolta Mimì.
«Ufficialmente, e siamo sempre qua, all’ufficiale e all’ufficioso, per tentare di ripigliarsi da un grave dolore. Ha perso la zita in un incidente automobilistico e ne ha patito molto. Così gli hanno consigliato di sbariarsi cangiando aria. E lui ha scelto la terra di suo padre e di suo nonno.»
«Che animo delicato e sensibile!» fece Montalbano.
«E ufficiosamente?» spiò Mimì che non mollava l’osso.
«Ufficiosamente è venuto, per conto delle sue cattive frequentazioni, a fare tutta una serie d’investimenti. Perché da noi il momento è quello giusto, mentre negli Stati ci sono troppi controlli macari per la faccenda del terrorismo.»
«Ma chi gli ha dato i soldi?» scattò Mimì. «Non credo che il suo stipendio di bancario, sia pure brillante…»
«Ufficialmente» l’interruppe Fazio «si tratta di un’eredità.»
«Lo zio d’America» disse Montalbano.
«Nonsi, dottore. In questo caso, il nonno di Sicilia. Don Balduccio senior, parlo sempre della versione ufficiale, avrebbe esportato capitali all’estero. Capitali che non è stato possibile sequestrare perchè nessuno ne era a conoscenza. Quando don Balduccio senior è morto, questi soldi sono passati a Balduccio junior. è chiaro? Ufficiosamente invece don Balduccio senior non aveva esportato niente di niente. Questi sono soldi sporchi, riciclati, che possono entrare da noi spacciandoli come rientro di capitale dall’estero. Messa così la cosa, noi non possiamo farci niente. Questi soldi, di chiunque siano, sono rientrati da noi legalmente, Balduccio junior ha pagato il due e mezzo per cento come vuole la legge e ora è completamente a posto.»
Calò pisante silenzio.
«Farruggia» ripigliò Fazio doppo tanticchia «mi ha macari accennato a una cosa che riguarda Belli. Pare che abbia…»
«… l’intenzione di vendere il suo cinquanta per cento al cognato» completò Montalbano.
«Sì. E lei come lo sa?»
«Lo so. Ma non si tratta d’intenzione, è cosa già fatta. Farruggia ti ha detto chi ha dato i soldi a Gerlando Mongiardino?»
«Secondo lui, darrè a tutta l’operazione ci starebbe sempre il nostro amico americano che ha una gran gana d’allargarsi.»
«Mi sa che dobbiamo principiare a contare i morti» disse Mimì. «I Cuffaro non se ne staranno calmi e tranquilli a vedere un Sinagra che arriva qua a fare quello che gli pare.»
Montalbano parse non dare peso alle parole di Mimì. Si rivolse invece a Fazio.
«Tu ci hai detto che nei nuovi consigli d’amministrazione, oltre al nome di Balduccio junior, ne compare sempre un altro.»
«Sissignore!» fece Fazio sorridendo con l’occhi sparluccicanti.
«Perché ti stai divertendo tanto?»
«Perché vossia è uno sbirro che non ce ne sono altri!»
«Grazie. Mi dici questo nome?»
«Calogero Infantino.»
«E chi è?»
«Calogero Infantino è un signore, incensurato, che fino a quando è arrivato l’americano aveva un negozio all’ingrosso e al minuto di elettrodomestici.»
«E dopo l’arrivo dell’americano?»
«Ha sempre mantenuto il negozio.»
«E allora che c’entra con l’americano?»
«Con l’americano non c’entra. Ma, vede, Calogero Infantino si è maritato con Angelina Cuffaro.»
«Minchia!» fece Mimì. «I Cuffaro e i Sinagra si sono appattati!»
«Proprio accussì» disse Fazio. «E a quanto mi risulta, l’accordo tra le due famiglie mafiose è stato voluto, come prima cosa, da Balduccio junior. Quindi, dottore, non ci saranno né raffiche di kalashnikov né morti da contare. I Sinagra e i Cuffaro andranno d’amore e d’accordo.»
«E noi che possiamo fare?» spiò Mimì.
«Noi possiamo fare come gli antichi» disse Montalbano.
Augello lo taliò imparpagliato.
«E che facevano gli antichi?»
«Si grattavano le panzè e si taliavano i bellichi.»
Andò alla trattoria, ma non aviva tanta gana di mangiare. Enzo se ne addunò e si preoccupò:
«Comu si senti, dutturi?»
«Bene, grazie.»
«E allura pirchì nun havi pititto?»
«Pirchì ogni tanto mi vennu troppi pinseri.»
«Mali, dutturi. Lu sapi? Ci sunno dù parti del corpo che non vonnu pinseri: la panza e l’autra ca vossia capisci.»
A malgrado non avesse nicissità digestive, si fece lo stisso la longa passiata sino al faro. Assittato supra al solito scoglio, gli tornò il pinsero che gli aviva fatto passare il pititto. E che non era un pinsero vero e proprio. Era qualichi cosa che non quatrava nel modo d’agire del rapitore di Laura, ma questa qualichi cosa non gli arrinisciva di precisarla, di metterla a foco.
Tornò in ufficio, accomenzò a firmare una muntagna di carte e a un certo momento il telefono squillò.
«Dottori? Venni una signora a dire che fora un mastro l’aspetta.»
Il delirio di Catarella peggiorava di giorno in giorno: Mastro era il cognome di Linda. Puntualissima.
«Come mai conosci il posto dove stiamo andando?»
Linda sorrise.
«Ci sono cresciuta. Mio padre si era comprato un pezzo di terra da quelle parti e si era fatto costruire una casetta. Poi, io avevo una quindicina d’anni, la vendette a sua sorella, zia Rita.»
«Allora i tuoi ricordi si fermano a quel periodo?»
«No. Io volevo molto bene a zia Rita e ogni domenica venivo a trovarla. Suo marito, zio Carlo, era uno che sapeva tutto di tutti.»
«Quindi i tuoi zii abitano ancora lì.»
«No. Zio Carlo, due anni fa, è stato trasferito a Cosenza, dove era nato, e ha venduto a sua volta.»
«Sai a chi?»
«Ai Carmona, gente che conosco.»
«Ora ti dico perché stiamo andando là.»
«Non ce n’è bisogno. L’ho capito.»
«Che hai capito?»
«Stiamo andando a cercare una casa, una villa o quello che è, che abbia anche un garage in muratura.»
Come gli caminava la testa, a quella bella picciotta! Montalbano la taliò ammirativo.
«Perché stai facendo questa strada? Così allunghiamo» fece Linda.
«Lo so. Ma voglio vedere una cosa. Un momento solo.»
Fermò, scinnì. Linda lo seguì. La villa dei Sinagra era in cima alla collina sotto la quale passava la strata, tutte le finestre erano raprute, davanti al cancello, quello che una volta era protetto da òmini armati, sostavano tri machine. Balduccio aviva ospiti, ma non si vidiva anima criata. I tempi erano cangiati, non c’era più bisogno di guardie del corpo, di squatre di sorveglianza, tutto alla luce del sole.
«Possiamo ripartire.»
«Da come guardavi quelle finestre» disse Linda «parevi Romeo sotto il balcone di Giulietta. Speravi che s’affacciasse?»
Montalbano non arrispunnì. Arrivato a Piano Torretta, il commissario vi trasì con la machina da uno dei varchi aperti nella recinzione d’arbusti.
«Tu lo sai dove i Mongiardino avevano preparato il loro tavolo?»
«Sì. Vai avanti ancora. Lo vedi laggiù quell’altro varco? Vi si erano messi proprio accanto.»
Montalbano proseguì e si fermò dove gli aviva detto Linda. Scinnero. Piano Torretta, quasi perfettamente circolare, era molto vasto e i Mongiardino erano andati a mettersi ai margini e per di più nelle vicinanze di un varco indovi certamente ci sarebbe stato trafico di auto.
«Non è stata una scelta felice» disse Linda.
«Bastava che si fossero messi un po’ più verso il centro e alla bambina non sarebbe potuto capitare niente» fece Montalbano. «La palla con la quale giocava non avrebbe mai potuto raggiungere la recinzione e superarla.»
«Già» fece asciutta Linda.
Rimontarono in machina, passarono attraverso il varco e si trovarono sulla strata che portava a Gallotta. C’era poco movimento.
«Come procediamo?» spiò Linda.
«Intanto apri il cruscotto, ci stanno una biro e un taccuino. Da qui alla villa del dottore ci sono circa sei chilometri. Tu devi scrivere a chi appartengono le abitazioni ai due lati della strada, se lo sai. Se non lo sai, segniamo il posto con un punto interrogativo. Naturalmente prenderemo in considerazione solo le abitazioni che hanno un garage in muratura.»
«Е se ci troviamo davanti a una casa che potrebbe avere un garage, ma non è a vista, che facciamo?»
«Fermiamo, scendiamo e ci diamo da fare. Macari se sarò obbligato a scavalcare qualche cancello.»
«Perché solo tu? Ho messo i pantaloni apposta.»
Di subito, tutta la facenna s’addimostrò assà più complicata. Anzitutto le case non erano tutte allineate lungo i due lati della strata, ma ce n’erano alcune in seconda fila. Di queste ultime s’arrinisciva a vidiri la facciata, ma la parte posteriore arrisultava ammucciata rispetto alla strata, abbisognava allora avvicinarsi il più possibile percorrendo stritti viottoli, controllare e tornare narrè. Un’imprevista perdita di tempo. Per di più alcune case erano recintate da muretti sui quali abbisognò acchianare per poter aviri un esauriente colpo d’occhio. Per fortuna non si vidiva gente, si trattava di case di vacanza, ancora non era arrivata la stascione e per di più quello era un jorno lavorativo. A un certo punto Montalbano disse:
«Per facilitarci il lavoro, tutte le case dovrebbero essere come quella lì.»
E ne indicò una a mano dritta, una vera costruzione di campagna, col suo garage, ricavato da quella che una volta era stata una stalla, in bella evidenza e inserrato da una saracinesca.
«Purtroppo» disse Linda «quella è proprio la casa che ti dicevo, dove sono cresciuta. Ora è dei… Accosta! Ferma!»
«Che c’è?» spiò il commissario ubbidendo automaticamente.
«Mi pare che c’è qualcuno» fece Linda scinnenno di corsa e chiamando a gran voce: «Signora Carmona!».
Sempre assittato al suo posto, il commissario vitti una signora anziana comparire da darrè la casa, isare le vrazza al cielo nel riconoscere Linda, correrle incontro, abbrazzarla. Le dù fìmmine parlarono tra loro tanticchia, doppo Linda si voltò verso la machina.
«Salvo! Vieni!»
Scinnì, le fìmmine erano trasute in casa, le seguì. S’attrovò in un salone rustico, confortevole. La signora Carmona era una sittantina che gli fece subito simpatia perché gli arricordò vagamente una sua vecchia amica, una maestra in pensione, Clementina Vasile-Cozzo. L’istisso modo di parlare, la stissa franchezza nelle parole e nei gesti. Umberto, il marito, era andato a Vigàta ma sarebbe tornato tra poco. Perché Linda non l’aspittava? Sarebbe stato felice di rivederla. Loro avivano definitivamente abbannunato il paisi e si erano trasferiti lì, indove c’era la paci dell’angeli.
Nelle vicinanze, macari altre famiglie avivano fatto l’istisso. E più ancora avrebbero seguito l’esempio, ma c’era il problema dell’acqua che abbisognava farsi arrivare con le autobotti. Mentre parlava, andò in cucina e tornò con un vassoio.
«Dovete assolutamente assaggiare questo parfè di mènnuli all’antica che ho fatto proprio oggi. Che siete venuti a fare da queste parti?»
Mentre si beava a sbafarsi una porzione di semifreddo che era veramente bono, Montalbano le arrispunnì che per una sua inchiesta, ma non disse quale, doviva fare una specie di censimento delle abitazioni di quella zona. E dato che Linda… La signora Cannona l’interruppe:
«Se venivate subito qua, risparmiavate un sacco di tempo. Mio marito questo censimento l’ha già fatto.»
«E perché?»
«Perché c’è forse la possibilità di ottenere l’allacciamento alla rete idrica. Ma bisogna contribuire alle spese e allora mio marito è andato porta a porta, per un mese intero, a spiare chi era disposto… Ma ecco la sua macchina!»
Il signor Michelangelo Carmona, che la mogliere chiamava Micò, non solo aviva travagliato a Vigàta come geometra comunale, ma era macari un tipo picinoso, preciso fino alla maniacalità. Mentre la signora Carmona nisciva a fare quattro passi con Linda, il geometra principiò a sgombrare il tavolo da tutto quello che ci stava supra, ma non dal vassoio con il parfè di mènnuli che Montalbano abilmente arriniscì a mantiniri a portata di mano. Finito che ebbe, niscì dalla cammara e tornò doppo tanticchia strascinando un’enorme valigia. Aiutato dal commissario, la isò sul tavolo, la raprì e accomenzò a tirare fora carte topografiche, estratti catastali, dichiarazioni giurate, atti di vendita, rogiti notarili, ricevute dell’ufficio del registro e altri fascicoli che in breve cummigliarono il piano del tavolo. Montalbano si mise il vassoio sulle gambe e intanto che Micò era assorto in una misteriosa cernita, pigliato il cucchiaro dal suo piattino che era stato posato provisoriamente supra una seggia allato, attaccò il parfè. Nel frattempo Micò, avendo attrovato i documenti che gli abbisognavano, stava nuovamente riempiendo la valigia, assistimata ’n terra aperta, con tutte le altre carte. A opra finita, stinnicchiò sul piano del tavolo, che a stento la contenne, una grande mappa a mano e pigliò a considerarla pinsosamente che pareva un comandante in capo che studiava il campo di battaglia. In una mano tiniva una para di fogli arrotolati.
«Per favore, commissario, venga vicino a me» fece tirando fora dal taschino della giacchetta una matita gialla.
A malincuore, Montalbano abbandonò il vassoio che però mise al posto delle sue chiappe.
«Questo che sto indicando con la matita è il settore che le interessa, vale a dire il tratto di strada da questo varco di Piano Torretta fino alla villa del dottor Riguccio. Sono cinque chilometri e novecentosettantadue metri. La mappa l’ho fatta io per fare le cose facili. Per comodità, ho segnato le abitazioni con un numero progressivo.»
«Magnifico» disse Montalbano, «ma come faccio a sapere i nomi dei proprietari?»
«Semplicissimo. In questi fogli qua» fece Micò agitando le carte che teneva nella mano «ci sono i nomi e gli indirizzi di tutti. A ogni numero della mappa corrisponde il nome del proprietario.»
«Splendido» disse Montalbano. «E se io volessi sapere quante di queste case hanno un garage in muratura, di quelli chiusi da una saracinesca?»
«Mi dia dieci minuti. Vuole che glielo scriva?»
«Se non le porta fastidio…»
Mentre Micò s’acculava davanti alla valigia rovistando tra le carte, Montalbano tornò alla seggia, levò il vassoio, s’assittò, si rimise il vassoio supra le gambe e ripigliò a mangiare. Micò emerse con in mano una specie di librone che riproduceva piante di case, pigliò macari lui una seggia e s’assittò. Taliava la mappa, taliava il librone, taliava le carte coi nomi e ogni tanto scriviva qualichi cosa su un foglio pulito. Sul vassoio oramà restavano solamente le ultime due cucchiarate di parfè. Per decenza, Montalbano ordinò a se stesso di non mangiarsele e per prudenza, non fidandosi del buon proposito, si susì e andò a posare il vassoio supra la credenza.
«Ecco fatto» disse Micò pruiendo il foglio che aviva scritto. «Qui ci sono i nomi, gli indirizzi e macari i numeri di telefono. Le case coi garage in muratura da queste parti sono scarse, da noi, col tempo che fa, mettono la macchina sotto un pergolato o la lasciano all’aperto. Le occorre altro?»
«Nient’altro, grazie. Lei per me è stato come una miniera d’oro, le sono veramente grato. Una domanda sola: questi dati sono recenti?»
«Li ho raccolti il mese passato. Mi dà una mano a rimettere in ordine tutto prima che torni mia moglie?»
E Montalbano ne approfittò per fare sparire le tracce della colpa, andò in cucina col vassoio e gettò nella munnizza i miseri resti del parfè.
Lasciarono la casa dei Carmona che già faciva scuro. La sirata era chiara e silenziosa, le foglie dell’àrboli non si parlavano tra di loro.
«Mi pare che sia andata bene» fece Linda.
«Già.»
«Micò ci ha risparmiato un sacco di lavoro.»
«Già.»
«Che hai?»
«Niente, riflettevo.»
Potiva dirle che il parfè non aviva nisciuna gana di farsi dissolvere dagli àciti nella panza e combatteva strenuamente?
«Vuoi che ti aiuti con quell’elenco che ti ha dato Micò?»
«Perché no?»
«Ma prima vorrei cenare. La passeggiata con la signora Carmona mi ha fatto venire appetito. Tu ne hai?»
«Beh…»
«Vedo che non sei entusiasta della proposta.»
«Ma no! D’accordo. Hai un posto dove andare?»
«Oltre Gallotta c’è una trattoria di campagna, Da Giugiù, ci sei mai stato?»
Non ne aviva mai sentito la nominata. S’apprioccupò.
«Sei sicura che si mangia bene?»
«Ci sono stata una quantità di volte. Stai tranquillo. Da qui ci metteremo una mezzoretta.»
Invece ci misero un’orata pirchì se la pigliarono commoda. Linda parlava del suo travaglio coi picciliddri e al commissario piaciva starla a sèntiri. Aviva una voce che cangiava colore.
«Vorrei stare leggera» fece Linda a Giugiù, un omo di non meno di centotrenta chili di stazza.
«Le cose lèggie se le piglia ’u ventu» sentenziò Giugiù.
«E vero» arrispunnì Linda ridendo. «A lei infatti non riuscirebbe a pigliarla manco un tornado.»
La conseguenza della breve scaramuccia fu: pecorino, aulive virdi e aulive nivure per antipasto, spaghetti al suco di porcu per primo, sasizza e costate di maiale per secunno. Con piacere, Montalbano notò che Linda non s’arrendeva davanti ai piatti, anzi ingaggiava battaglia coll’aiuto di un vino rosso che aviva la stissa violenza di un gallo da combattimento. Alla fine la picciotta disse:
«Lo vuoi provare il vero parfè di mandorla? Quello della signora Carmona era buono, ma quello che fanno qui…»
«Ti confesso una cosa. Il parfè non mi piace. Dai Carmona l’ho assaggiato per convenienza» mentì il commissario facendo la faccia contrariata. «Prenditelo tu, io ti sto a guardare.»
Ma non ce la fece manco a taliarlo, il parfè: ogni volta che l’occhi gli si posavano sopra, sintiva lo stomaco che bruntuliava sdignato e tanticchia di nausea che lo pigliava alla gola.
Sulla strata del ritorno, Linda disse:
«Dove andiamo a guardare le carte? Al commissariato o a casa tua a Marinella?»
Montalbano la taliò imparpagliato.
«Te l’ho detto io che abito a Marinella?»
«No, me l’ha detto Beba. Non lo sai che siamo amiche? Mi ha detto questo e altre cose.»
«Che altre cose?»
«Altre cose.»
Mentre Montalbano stava raprendo la porta di casa, Linda disse:
«Ci mettiamo a lavorare sulla verandina?»
«Sai macari che c’è una verandina?»
«Uffa!» fece Linda.
In linea teorica, la picciotta, a controllare i nomi della lista, che erano appena otto, avrebbe dovuto impiegarci massimo massimo una mezzorata.
Quanno s’assittarono sulla verandina non era manco mezzanotti, quanno Montalbano riaccompagnò Linda davanti al commissariato perché ripigliasse la sua machina, erano le cinco e mezzo del matino.
In conclusione, si corcò col proposito di farsi un due orate di sonno e invece s’arrisbigliò che erano le deci passate. Si fece una doccia presciosa, si radì lasciandosi mezza varba, si vistì di cursa e poco passate le unnici trasì in ufficio.
«Mandami Fazio» disse a Catarella.
Doppo tanticchia sentì tuppiare, ma invece di Fazio s’appresentò Mimì.
«Novità?» spiò Montalbano.
«Le solite cose. Due furti, una misteriosa sparatoria verso Piano Lanterna. E tu, novità?»
«E che novità vuoi che abbia io?»
«Mah!» fece Mimì taliandolo intensamente.
Trasì Fazio.
«Agli ordini, dottore. Come sta?»
Perché macari Fazio si mittiva a spiargli come stava, cosa che di solito non faciva mai?
«Bene. Perché me lo domandi?»
«Mah!» disse Fazio.
Mimì, va’ a sapìri pirchì, ridacchiò. Montalbano non gli dette conto. Tirò fora dalla sacchetta l’elenco dei nomi scritto da Micò e lo posò sul tavolo.
«Devo fare una premessa. Mi sono incontrato con la dottoressa Olinda Mastro, la psicologa di Laura, che mi è stata di grandissimo aiuto e non solo perché mi ha spiegato quello che le ha detto la picciliddra.»
«Non solo? E che altro aiuto t’ha dato?» spiò Mimì con la faccia ’nnuccenti di un angilo.
Macari stavolta Montalbano fece finta di nenti e contò ai due tutto, compresa la visita a casa Carmona.
«Ieri sera Linda, dato che in quella zona conosce praticamente tutti, ha esaminato con me questo elenco e…»
«Mi scusi, dottore, chi è Linda?» spiò Fazio.
«E la dottoressa Mastro, che si chiama Olinda ma che dagli amici si fa chiamare Linda» spiegò Mimì, carcando sulla parola “amici”, ma mantenendo sempre la faccia di un serafino.
«Ha esaminato questo elenco e ha cancellato cinque nomi» proseguì Montalbano non dando a vidiri la caldaia a vapore che gli cuturiava dintra e che potiva esplodere da un momento all’altro. «Si tratta di persone che mai e poi mai avrebbero a che fare con qualcosa d’illegale. Restano tre nomi: Bonito Gaspare, impiegato di banca, Arena Giacomo, trasportatore, e Zirretta Federico, impiegato. Oli… O… Li…»
«Oliolà» fece Mimì.
Montalbano, con una faticata enorme, arriniscì a non far esplodere la caldaia.
«Linda questi tre non li conosce. Dovremmo saperne di più.»
«Mi faccia vedere» fece Fazio allungando una mano.
Il commissario gli pruì l’elenco, Fazio lo taliò tanticchia e doppo disse:
«Questo Bonito Gaspare di anni cinquanta e abitante in via Cavour 32, è cassiere nella filiale che la Trinacria ha sul porto. Lo conosco da più di vent’anni e mi sento di garantire per lui. è l’onestà fatta pirsona.»
«Allora cancellalo» disse Montalbano. «E gli altri due?»
«Non li conosco. Ma rimedio subito» disse Fazio susendosi e mittendosi in sacchetta l’elenco.
Restati soli, Montalbano taliò a Mimì con ariata seria.
«Posso sapìri pirchì fai tanto lo spiritoso?»
«Pirchì io le cose che ci hai detto le sapevo già. Stamatina alle otto Linda ha fatto dettagliato rapporto telefonico a Beba.»
«E che le ha detto?»
«Beba non ha voluto aprire bocca, con me. Non c’è stato verso di farla parlare. Ma credo che Linda le abbia contato tutto quello che c’era da contare. è stata più di un’ora a telefonare e ogni tanto Beba rideva fino alle lagrime.»
«E che avevano tanto da ridere?» spiò Montalbano torvolo.
«Questo lo sanno Linda, Beba e tu. Quindi presumo che le ha detto macari cose che tu non ci hai riferito perché, a stretto rigor di termini, non riguardavano per niente l’indagine.»
E l’infame sorrise.
«Mimì, lo sai che ti dico, a stretto rigor di termini?» spiò Montalbano arraggiato.
«No.»
«Vaffanculo.»
C’era una petruzza nell’ingranaggio del suo ciriveddro che paralizzava il giro delle rote e delle rotelline. E fino a quando non la livava, quella pietruzza, non ci sarebbe stato verso di rimettere in moto il meccanismo. L’intoppo era il modo di procedere del sequestratore. Che cosa capitava nei rapimenti normali? Capitava che i sequestratori che dovivano aviri contatti con la pirsona sequestrata, provvedevano a infaccialarsi, ad ammucciarsi la faccia con un passamontagna o con una mascheratura qualisisiasi per non farsi arriconoscere dalla vittima che, una volta rilasciata doppo il riscatto, avrebbe potuto fornire agli inquirenti precisi identikit. E difatti, se durante un sequestro il prigioniero, o la prigioniera, vidiva, macari casualmente, la faccia di un carceriere, il suo destino era segnato. Sia pure con tante scuse, la pirsona viniva ammazzata. Da questa regola non si sgarrava.
E allora pirchì questa volta il rapitore di Laura non aviva pigliato nessuna precauzione e aviva agito a faccia scoperta? Pirchì Laura era una picciliddra di tri anni e le sarebbe stato difficile, se non impossibile, descrivere com’era fatto il rapitore? La ragione poteva macari essiri questa, ma comunque la facenna rappresentava un grosso azzardo. Tant’è vero che quanno aviva dovuto inseguire Laura, che era scappata dalla machina, l’omo era stato visto in faccia dai Bonsignore.
Però d’altra parte il sequestratore non avrebbe potuto agire se non a viso scoperto. In genere i rapimenti avvengono quanno c’è scuro e macari allora i rapitori fanno in modo di non essere riconosciuti. Qui, di necessità, tutto doviva avvenire alla luce del sole, macari se il sole era oscurato dalle nuvole. E perciò come faciva un omo ad aggirarsi in pieno jorno, in mezzo a una quantità di gente, indossando con grande disinvoltura un passamontagna? Era l’istisso che firriare con un cartello sul quale ci stava scritto: “Sto commettendo un sequestro”. Nenti, la picciliddra doviva essiri pigliata da uno che correva il rischio enorme di essiri arraccanosciuto da chiunque.
E allora: che cosa gli avivano detto o promisso a petto del rischio? Questo era il busillisi. Soldi? Ma non c’erano soldi che potivano compensare quel tipo d’azzardo. Garanzie? Di che?
E fu allora che gli tornò a mente quello che gli aviva detto Linda: non era un vero e proprio rapimento, ma un allontanamento momentaneo che doviva far nasciri l’idea di un sequestro. L’idea. La sensazione. L’impressione. Si figurò un dialogo immaginario (ma poi non tanto).
“Pensi un po’, commissario! La bambina si è persa, ma fortunatamente è stata raccolta da un pietoso automobilista, rimasto anonimo, che l’ha accompagnata in un posto sicuro. E noi che intanto ci disperavamo pensando a un rapimento!”
“Vogliono sporgere denunzia?”
“E perché? Per una sensazione? Per una impressione?”
Ecco che cosa avivano garantito al sequestratore: che non ci sarebbe stata nessuna denunzia, nessuna indagine, a patto che alla picciliddra non fosse capitato danno, pirchì, in caso di danno, macari casuale, nisciuno avrebbe potuto previdiri la reazione dei genitori. E infatti la denunzia non c’era stata pirchì non c’era motivo di farla. E l’indagine, che motivo aviva per essere fatta?
Ad ogni modo, la pietruzza era stata livata.
Stava per tornarsene a Marinella, col nirbuso di un doppopranzo perso in ufficio a sbrigare facenne senza importanza, quanno s’appresentò Fazio.
«Che mi sai dire su quei nomi?»
«Assai, dottore. E per non farla arraggiare, quello
che ho saputo l’ho imparato a memoria, accussì non ho bisogno di carte.»
«Bravo. Vedo che in vecchiaia migliori, come il vino bono.»
«Dottore, vossia s’intende di mangiare, ma sui vini è scarso. Non sempre la vicchiaia fa bene al vino. Dunque, principio da Zirretta Federico che è impiegato amministrativo alla Casa circondariale.»
«Al carcere?»
«Sissignore. Da trent’anni. Il Direttore mi ha detto che non solo è un impiegato esemplare, ma che ha macari promosso diverse iniziative nella Casa a favore dei carcerati. è un uomo molto buono.»
«Che stipendio ha?»
«Quella miseria che lo Stato passa a gente come noi.»
«Come ha fatto a trovare i soldi per farsi una casa a Piano Torretta?»
«Me lo sono spiato macari io. E ho avuto la risposta. La mogliere, che è di Ribera, ha avuto un’eredità dallo zio. Siccome non hanno figli, si sono fatti fabbricare la casa. Sintissi a mia, dottore, Zirretta è fuori discussione.»
Non aviva motivo di dubitare di quello che Fazio gli diciva.
«E l’altro?»
«Qui la facenna si fa più interessante. Arena Giacomo ha cinquant’anni. Maritato e divorziato. Macari lui nenti figli. Si definisce autotrasportatore, ma in realtà possiede solamente un camioncino col quale fa piccoli trasporti occasionali.»
«Ti pare interessante?»
«Mi lasci finire.»
«Ti piace fare come la maschiata, eh, Fazio?»
«Che viene a dire?»
«Che nei giochi di fuoco i botti più grossi sono alla fine.»
Fazio sorridì, compiaciuto.
«E che botto, dottore! Intanto, Arena Giacomo non è pulito. è stato condannato perché, senza porto d’armi, gli hanno trovato una pistola in sacchetta. Un’altra condanna l’ha avuta perché, guidando ’mbriaco, è andato a sbattere contro un’edicola distruggendola.»
«Tutto qua? Ancora non sento botti grossi.»
«È figlio di Arena Romualdo detto Rorò.»
«E chi è Rorò?»
«Non chi è, dottore, ma chi era. è stato ammazzato una ventina e passa di anni fa. Apparteneva alla famiglia Sinagra.»
Un mafioso sparato nel corso della guerra tra i Sinagra e i Cuffaro! Montalbano appizzò di subito le grecchie.
«Sentito finalmente il botto?» fece Fazio a rivincita.
«Come mai il figlio non si è vendicato?»
«In quel periodo era in Germania a travagliare come operaio in una fabbrica d’automobili. Tornò dopo un anno e venne arrestato per la storia della pistola. Si vede che l’intenzione di vendicarsi l’aveva. Ma quando è uscito dal càrzaro, le cose stavano rapidamente cangiando a sfavore dei Sinagra. E lui allora non si è cataminato.»
«Perché non aveva seguito le orme del padre?»
«Era stato Rorò a volerlo fora dal giro. Era molto affezionato al figlio.»
«Se, come mi hai detto, Giacomo Arena campa alla meno peggio, a maggior ragione vale spiarsi chi gli ha dato i soldi per accattarsi la casa di vacanza in campagna.»
«Dottore, si vede che vossia non ha taliato bene la lista che le fece il signor Carmona. è molto precisa. La casa appartiene tuttora al signor Di Gregorio, Arena l’ha pigliata in affitto. Ed è andato ad abitarci.»
«Da quando?»
«Da tre mesi. Ha fatto un contratto di un anno.»
«Vive lì da solo?»
«Sissi. Ogni tanto si fa tenere compagnia da qualche buttana.»
«Sai se Arena, oltre al camioncino, ha macari un’altra macchina?»
«Certo. Una Polo.»
Montalbano sinni stette tanticchia pinsiroso. Dop-po spiò:
«L’ipotesi che Giacomo Arena si sia messo a disposizione dell’americano ti pare cosa di vento?»
«Per niente, dottore. Solo che credo che le cose siano andate arriversa.»
«Cioè?»
«Che sia stato Balduccio junior a mettersi in contatto con i superstiti o i parenti degli appartenenti alla famiglia. A fare l’elenco gli avrà dato una mano macari l’onorevole avvocato Guttadauro che li conosce tutti, i morti e i vivi.»
«Comunque, di questo contatto tra l’americano e Giacomo Arena non abbiamo prove.»
«Non c’è stato tempo di cercarle» corresse Fazio.
«Sai che fai, Fazio, da questo momento?»
«Certo che lo so. Mi metto appresso a Giacomo Arena.»
«Sai fotografare?»
«M’arrangio.»
«Scattami qualche foto di Arena senza farti scoprire. Portati un aiuto, se vuoi. M’interessa in modo particolare che venga bene la faccia. Appena le hai fatte, le fai subito sviluppare e me le porti.»
«Dottore, ma non c’è di bisogno di mettersi a fare come a cinema, inseguimenti, fotografie… Sicuramente da qualche parte la trovo, una foto di Giacomo Arena.»
«Ma fammi il piacere! Mi vuoi dare ima fototessera o una foto d’archivio? Quelle sembrano fatte apposta per non far riconoscere le persone!»
Era appena arrivato a Marinella che squillò il telefono. Era Linda.
«Salvo, dato che un impegno che avevo è saltato, ho pensato che potevamo andare a cena.»
“Per farti fare ancora quattro belle risate con Beba?” pinsò subito, arraggiato.
«Mi dispiace, ma aspetto delle persone. Ci risentiamo. Ciao.»
Riattaccò. Il telefono squillò.
«Linda, ti ho detto che…»
«Chi è Linda?» fece la voce di Livia.
E bonanotti.
Nuttatazza ’nfami, un totale di otto lunghissime telefonate fatte a e ricevute da Boccadasse, Genova, fino a quanno la stanchizza e il sonno avivano avuto la meglio supra i due contendenti. S’arricampò in ufficio appresentandosi con un’ariata che non era cosa. Al solo vidirlo con quella faccia, manco Catarella ebbe il coraggio di andare oltre a un normale:
«Bongiorno, dottori», oltretutto pronunziato a mezza voce.
«Bongiorno la minchia» fu la funerea e minacciosa risposta.
Nisciuno osò disturbarlo per un due orate. Erano infatti da picca passate le unnici quanno sentì tuppiare discretamente. Era Fazio il quale doviva essere stato debitamente avvertito dell’umore nivuro del commissario pirchì, assittandosi, disse:
«Dottore, vuole scommettere che appena comincio a parlare le passa di colpo la botta di malo stare?»
«Scommettiamo. Come mai sei qua invece di stare appresso a Giacomo Arena?»
«Ci sono già stato appresso, dottore. Ho avuto una gran botta di culo, rispetto parlando.»
«Racconta.»
«Stamatina alle sei mi sono messo di postìa, con la mia auto, sulla strada di Piano Torretta. Mi sono portato ad Alfano, che è con noi da una settimana e nessuno lo conosce. Avevo macari la macchina fotografica. Bene, alle sette ci è passato davanti il camioncino di Arena che sulle fiancate tiene scritto “G. Arena – Traslochi-Trasporti”. Lui avanti e noi darrè. A mezza strafa si è fermato da un benzinaro e siccome c’era tanticchia di fila, è scinnuto. Allora a mia è venuta un’idea. Ho detto ad Alfano di andare a spiargli se poteva fargli un trasloco urgente. Mentre Alfano gli parlava, ho scattato una gran quantità di fotografie che sono già allo sviluppo. Alfano è tornato riferendomi che Arena gli aveva risposto che non faceva più trasporti o traslochi in quanto ora lavorava fisso alle dipendenze di una ditta. Quando ha fatto benzina, noi ci siamo andati appresso, così abbiamo visto dove è andato a fermarsi, proprio all’ingresso di un grande magazzino. è sceso ed entrato nel magazzino. Dopo un poco sono usciti fora due òmini che hanno principiato a caricare il camioncino di frigoriferi e scaldabagni. Finito il carico, Arena si è messo al volante ed è partito per le consegne.»
«Perché non l’hai seguito?»
«Perché non ce n’era più di bisogno. Le foto le avevo fatte e avevo macari saputo per chi Arena travagliava stabile, c’era scritto nell’insegna supra il magazzino.»
«Che c’era scritto?»
«Elettrodomestici Infantino.»
«Embè?»
«Dottore, se lo scordò? L’altra volta gliene parlai. Calogero Infantino è quel signore incensurato, commerciante di elettrodomestici, maritato con Angelina Cuffaro, che compare nei nuovi consigli d’amministrazione delle società rilevate da Balduccio junior.»
Montalbano lo taliò ammammaloccuto.
«Ma come? Arena ora si mette a travagliare con la famiglia Cuffaro, quelli che gli hanno ammazzato il padre?»
«Dottore, ma non lo disse lei stesso che i tempi sono cangiati? Ora si ragiona solo in termini di bisinissi.»
Inaspettatamente, Montalbano sorrise. Macari Fazio.
«Dottore, la vinsi la scommessa?»
«Sì.»
«Allora mi paghi un cafè che ne ho di bisogno.»
«Macari io» fece il commissario sbadigliando.
In tarda matinata, Montalbano addecise di riunire lo stato maggiore del commissariato che consisteva, oltre a lui, in Augello e Fazio.
«Le cose, per come la penso io, sono andate così» esordì. «Balduccio junior torna dall’America per riciclare legalmente denaro mafioso. Siccome appartiene alla nuova generazione, invece di dichiarare guerra ai Cuffaro si allea con loro stabilendo una certa divisione negli utili. Gli affari gli vanno bene perché agisce sott’acqua, impadronendosi di società che sono sull’orlo del fallimento. Ma quando vuole estendere il suo campo d’azione al mercato all’ingrosso del pesce, si trova di fronte a due difficoltà. La prima è che la società di Belli, la Vigamare, va benissimo e quindi i metodi devono essere diversi da quelli fino a quel momento usati, la seconda è che Fernando Belli è un uomo onesto che è difficile da piegare. Balduccio però non tarda a individuare la maglia lenta della Vigamare, vale a dire l’altro socio, il cognato di Belli, Gerlando Mongiardino. L’avvicina, o lo fa avvicinare, e gli prospetta i vantaggi che potrebbero venirgli se in qualche modo lui, Balduccio, riuscisse a infilarsi nella società. Evidentemente Gerlando Mongiardino ne parla al cognato, ma questi lo manda a farsi fottere. Da qui le liti che tutti conosciamo. Altro che diversità di opinioni sulla conduzione dell’azienda!»
«Scusami se t’interrompo» fece Mimì. «Ma che interesse ha Gerlando Mongiardino a cangiare socio e a mettersi con uno come Balduccio junior?»
«Non sappiamo quello che Balduccio junior gli ha promesso. O forse pensa che avrà maggiore libertà di movimento nel mettersi in sacchetta i soldi della società.»
«Scommettiamo che appena sgarra, Balduccio junior lo fa mangiari vivo dai pisci?» disse Fazio.
«Vado avanti» ripigliò Montalbano. «La partita è in situazione di stallo quando a Balduccio viene in mente un modo per forzare la mano a Belli. Il rapimento della figlia. Allora…»
«Un momento» interruppe Mimì. «Non mi torna.»
«Che cosa?»
«Questa storia del rapimento. è un metodo vecchio, un metodo mafioso all’antica. Tu stesso, Salvo, hai sostenuto che questi mafiosi nuovi sono dei colletti bianchi che usano altri mezzi di pressione e solo quando non possono farne a meno… Il rapimento non coincide col modus operandi di Balduccio junior.»
«Mimì, dato che ti butti sulla citazione dotta, voglio fare il sapiente macari io. Una volta ho letto un romanzo, mi pare che si chiamava Dimenticare Palermo, ma forse ha un altro titolo, faccio confusione. Ad ogni modo, questo romanzo conta la storia di un discendente di ima famiglia di mafiosi, come il nostro Balduccio junior, nato e cresciuto in America, che studia, diventa una persona colta e dai modi fini, entra a far parte della buona società e si marita con una ricca americana. Vanno a fare una vacanza a Palermo. Qui un atto d’ammirazione di un tale verso la moglie viene da lui interpretato male. Rapidamente, il rapporto tra il marito e quel tale diventa una sfida. E mano a mano che questa sfida si fa sempre più pericolosa, addirittura mortale, il marito perde progressivamente cultura, finezza, eleganza per acquistare astuzia, violenza, volontà omicida. Insomma, regredisce. Palermo lo fa tornare alle sue origini, alle sue radici. Bene, Balduccio junior si è trovato davanti a qualcuno che lo sfidava ed è rapidamente, e sia pure per poco, tornato alle origini. Ma questo breve viaggio all’indietro lo fotterà. Si tratta di sequestro di persona, e non conta che sia stato fatto a scopo di riscatto o per esercitare una forte pressione su qualcuno. Non conta nemmeno la durata del sequestro, che sia un’ora o un anno sempre sequestro è. E il sequestro di persona, a quanto mi risulta, ancora non è stato derubricato.»
«Mah!» fece dubitoso Mimì.
«Vedrai. Andiamo avanti. Balduccio junior convince Gerlando a segnalargli i movimenti di Belli e della sua famiglia quando verranno a Vigàta per la Pasqua. E gli spiega che si tratterà di un finto rapimento, alla picciliddra non verrà fatto alcun male. Male che invece sarà fatto in futuro a qualcuno dei familiari se Belli non aderirà alle sue richieste. Balduccio junior, per effettuare materialmente il sequestro, si rivolge al complice Calogero Infantino e questi passa l’incarico a Giacomo Arena che Balduccio junior ha messo a lavorare nel suo magazzino. Da tempo i Mongiardino con i Belli hanno deciso di trascorrere la pasquetta a Marina Sicula. E di questo Gerlando ha debitamente avvertito Balduccio junior. Senonché Belli non vuole più fare quella scampagnata, si convince solo domenica a tarda sera, ma desidera cangiare destinazione, andranno a Piano Torretta. Questa decisione, sempre a tarda sera, viene comunicata dalla sorella a Gerlando. Il quale è costretto ad avvertire Balduccio junior, che aveva fatto preparare il rapimento a Marina Sicula, del cangiamento di destinazione. Devono quindi in qualche modo improvvisare. Gerlando, arrivato per primo a Piano Torretta, dispone i tavoli in un punto strategico, a ridosso delle siepi e vicino a un varco. Informa col cellulare Balduccio dell’esatta posizione nella quale si ritroveranno a mangiare. Balduccio a sua volta trasmette l’informazione a Giacomo Arena. Questi arriva sul posto, del resto abita nelle vicinanze, e si mette ad aspettare l’occasione buona. Che finalmente si presenta quando la bambina perde la palla. La costringe a salire in macchina e la tiene prigioniera nel garage di casa sua, a poche decine di metri. Dopo due ore Laura viene ritrovata, ma Belli è persona troppo intelligente, ha capito quello che c’è sotto. Credo che abbia macari ricevuto un’esplicita telefonata di Balduccio junior. Sconvolto, sdegnato più che intimorito, cede la sua metà al cognato che oramai sa essere non solamente un ladro, ma macari un delinquente che non arretra manco davanti al rapimento di una picciliddra che oltretutto è la sua nipotina, e se ne torna a Roma. Deciso a non rimettere mai più piede a Vigàta.»
«Bella ricostruzione» fece Mimì. «Perfettamente plausibile. E più convincente del romanzo che ci hai contato. Ma dove stanno le prove? Che elementi abbiamo in mano? Chiacchiere e tabaccheri di ligno.»
Montalbano stava per arrispunnirgli, quanno tuppiarono alla porta.
«Avanti!»
Trasì l’agente Alfano. Aviva in mano una busta che pruì a Fazio.
«Le fotografie» disse.
E sinni niscì. Fazio raprì la busta. Le foto che aviva scattato ad Arena erano una vintina, ma due in particolare, indovi la faccia di Alfano arrisultava in primo piano, erano nitide, perfettamente definite.
«Eccole qua, le prove» fece Montalbano taliandole.
Da quello che gli aviva detto Fazio, la casa di Giacomo Arena distava un mezzo chilometro da quella dei Carmona. Quanno ci passò davanti, diretto a Gallotta, Montalbano rallentò. Più che una casa, era un piccolo casolare di campagna, malo tenuto, con pezzi d’intonaco caduti e le persiane che necessitavano da anni di una passata di colore. Il garage, con la saracinesca abbassata, era una costruzione rettangolare allocata allato al casolare. Evidentemente in origine doviva essere stata una stalla.
Accelerò, non vidiva l’ora d’arrivare a Gallotta.
La tabaccheria di Bonsignore era sulla piazza. Trasì e darrè al banco vitti un picciotto vintino, sicco da fari spavento, con l’occhi di pisci morto. Restò un attimo imparpagliato, s’aspittava di trovarvi il finto monsignore.
«Desidera?» spiò il picciotto.
«Veramente volevo parlare col signor Bonsignore.»
«Lo zio mi ha pregato di sostituirlo, oggi non è potuto venire.»
«Ma è qui a Gallotta?»
«Certo. Non è potuto venire perché deve dare adenzia alla zia che ha l’influenza.»
«Mi può indicare dove abita?»
«Scusi, ma lei chi è?»
«Il commissario Montalbano sono.»
L’occhi di pisci morto del picciotto parsero pigliare vita.
«Ci sono novità sul rapimento?»
Montalbano ammammalucchì.
«Quale rapimento?»
«Quello della picciliddra il giorno di pasquetta. Lo zio e la zia non fanno che parlarne a tutto il paisi.»
«Non c’è stato nessun rapimento. Ed è appunto per chiarire le cose che sono venuto qua. Mi spiega dove abita suo zio?»
«La porta appresso» fece il picciotto deluso.
Il signor Bonsignore indossava un’inopinata veste da cammara colore viola che gli dava un’ariata addirittura cardinalizia.
«Commissario, che piacere! Che bella sorpresa!»
«La sua signora come sta?»
«Meglio, meglio. La febbre le sta calando.»
Lo fece trasire in un salotto austero. Alle pareti, una Crocefissione d’autore ignoto che era meglio se restava ignoto per l’eternità, una Madonna con sette spade nel petto, una Natività con un Bambinello sproporzionato, assai più grande del bue e dell’asinelio messi ’nzèmmula.
«Le posso offrire un po’ di rosolio?»
Rosolio?! Esisteva ancora? Fu tentato d’accettare, ma poi temette di dover vivirisi un intruglio letale.
«No, grazie, non si scomodi. Mi trattengo solo pochi minuti.»
Tirò fora dalla sacchetta una delle due fotografie di Giacomo Arena e la pruì a Bonsignore. Il quale la pigliò e la taliò. Attentamente. Ma pariva più confuso che pirsuaso.
«E chi sarebbe questo signore?» s’addecise a spiare alla fine.
Montalbano, a quella domanda che non s’aspittava, si vitti perso.
«Ma come, non lo riconosce? è quell’uomo che, il giorno di pasquetta, lei ha visto con la bambina! La guardi meglio!»
Bonsignore si susì, andò vicino alla finestra indovi che c’era maggiore luce. Taliò e ritaliò la foto, avvicinandola e allontanandola.
«Ora che mi ci fa pensare, una certa somiglianza c’è. Ma non mi sento, in coscienza… Capisce, commissario, tutto è capitato accussì di velocità… Io stavo facendo manovra e perciò… Certo, ho visto tutta la scena, ma in quanto a dire che faccia aveva quell’uomo…»
Da dubbiosa, l’espressione di Bonsignore addivinto trionfale.
«Allora era vero, si trattava di un rapimento! Avevamo ragione!»
«Cosa glielo fa credere?»
«Il fatto stesso che lei è venuto qua con questa foto!»
«Ma no, l’eventuale riconoscimento mi è necessario per confermare un alibi di quest’uomo.»
E gli contò una storia inventata e accussì tortuosa che lui stisso ci si perse dintra. Dato che Bonsignore aviva dei dubbi, dirgli che si trattava di un riconoscimento a discarico forse gli avrebbe fatto calare gli scrupoli. Ma l’altro non si cataminò dalla sua posizione.
«Mi dispiace, commissario, ma non…»
«Perché non fa vedere la foto alla sua signora?» suggerì Montalbano ancora spiranzoso.
«È inutile. Clotilde ha visto tutto, certo, ma è molto miope. E in quel momento non portava occhiali.»
Montalbano si sentì come uno che, andato a riscuotere in banca un assegno di un milione di euro, si sente dire dal casciere che l’assegno è a vacante.
«Tutto qua?» fece il PM Carlentini.
«Perché, non le basta?» spiò Montalbano.
«Ci devo riflettere.»
Il PM Carlentini appoggiò la schina allo schinale del seggiolone di ligno intagliato e inserrò l’occhi. Doppo li raprì e si mise a taliare, senza cataminarsi di un millimetro, il muro che aviva di fronte.
“Forse è caduto in catalessi” pinsò Montalbano.
Non era caduto in catalessi. Pirchì sollevò il vrazzo mancino e si mise a osservare la manica della giacchetta soffiandoci supra leggermente. Quindi fece l’istisso col vrazzo dritto. Infine taliò Montalbano. La riflessione doviva essiri finita.
«No» disse.
«No che?» spiò il commissario che si sintiva arraggiare.
«Con quello che abbiamo in mano, non mi sento di firmare un decreto di perquisizione. Del resto, cosa spera di trovare in quel garage?»
«Non lo so» ammise il commissario.
«Lo vede?»
«Ma la partita è grossa, dottore! Ci permetterebbe di fermare sul nascere un traffico mafioso di vaste proporzioni che…»
«Me ne rendo conto benissimo. Ma proprio perché si tratta di un affare serio bisogna muoversi con estrema cautela e solo quando abbiamo in mano elementi concreti. Una nostra mossa avventata potrebbe mandare all’aria tutto.»
«D’accordo. Ma intanto io come faccio a…»
«Montalbano! Che mi sta dicendo? Ma se lei è famoso per i metodi, diciamo così, poco ortodossi!»
«Dutturi, che è? Stasira nun havi pitittu?»
Enzo taliava ammaravigliato il piatto dintra al quale ci stava spizzicata qua e là solo una delle tri magnifiche triglie. Le altre due erano intatte.
«Mi sento la bocca amara.»
Era la verità, il concretizzarsi di una metafora. Partita persa su tutta la linea, le foto di Arena le potiva gettare nel cesso, il PM, certo giustamente, non aviva voluto rischiare. E lui si sentiva impotente. Forse la vicchiaia avanzante gli faciva non solamente il passo più a tardo, ma macari il ciriveddro più a lento. In altri tempi, che gli parevano lontanissimi, una soluzione gli sarebbe sicuramente venuta in testa. Ora era invece solo una testa ventosa tra ventosi spazi. Di chi era quel verso? Non arriniscì ad arricordarselo. Ma di chiunque era, pittava splendidamente il suo stato attuale.
Il telefono sonò doppo manco cinco minuti ch’era arrivato a Marinella.
«Pronto? Chi parla?» spiò subito a scanso d’equivoci.
Era Linda.
«Hai cenato?»
«Sì.»
«Anch’io. Posso venire un pochino da te?»
«Guarda, Linda, domattina mi devo alzare prestissimo e…»
«Mi trattengo al massimo un’ora, lo giuro.»
«E va bene, vieni.»
Appena riattaccato, pinsò che la meglio era di telefonare subito a Livia.
«Che vuoi?»
Oddio, ma non le era ancora passata? A quanto gli pariva di ricordare, l’ultima telefonata della nottata passata era stata pacificatoria.
«Ce l’hai ancora con me?»
«Sì.»
«Ma se stanotte…»
«Ci ho ripensato.»
«No, senti, Livia, non fare così, ho bisogno di parlarti, vorrei un tuo consiglio.»
«Lo vuoi da me? Perché non lo domandi a quella Linda?»
Dintra di lui scattò una specie di molla, incontrollabile.
«Glielo domanderò appena arriva.»
«Sta venendo da te?»
«Sì, ma non per…»
S’addunò che stava parlando a vacante. Livia aviva riattaccato. Ma che minchiate faciva? Per farsi passare il nirbuso andò ad assittarsi nella verandina. Doppo tanticchia arrivò Linda. Le fece posto sulla panchina.
Lei attaccò subito.
«Mi dici a che punto sei con l’indagine?»
«A un punto morto.»
«Perché?»
Le contò tutto, come una specie di sfogo. Tutto, fino a Bonsignore che non se l’era sentita di racconoscere Giacomo Arena in fotografia, fino al PM che gli aviva negato la perquisizione.
«Ma scusami, Salvo, che speravi di trovare nel garage di Arena?»
«È la stessa domanda che mi ha fatto il PM. E ti rispondo come ho risposto a lui: non lo so.»
«Allora perché ti ostini?»
«Mi sento come un cane da caccia, il suo istinto e il suo fiuto l’avvertono che nelle vicinanze deve esserci qualcosa, ma non riesce a capire di cosa si tratta.»
Linda per un pezzo non parlò. Doppo disse:
«Tutto quello che la bambina indossava quando è stata rapita ce l’aveva ancora quando è apparsa al cancello della villa Riguccio. Questo lo so per certo.»
«Catenine? Anellini?»
«Non ne portava.»
«Aveva un fiocco nei capelli, un nastro?»
«No.»
Doppo tanticchia di silenzio, Linda fece una domanda che strammò Montalbano.
«Ti dispiace se accendo per un momento il televisore?»
«No. Ma che vuoi vedere?»
«Come va la Juve.»
«Sei tifosa?!»
«Sì. Tu no?»
«No. Fai pure.»
Linda si susì e di subito s’apparalizzò. Il commissario la taliò. La picciotta stava immobile, la vucca aperta, l’occhi sbarracati.
«Dio mio! La palla!» arriniscì finalmente a dire.
«Che palla?» fece Montalbano intronato.
«La palla di Laura. Ce l’aveva fino a quando è stata rapita. Ce l’aveva in macchina e nel garage. L’ha pure disegnata. Non ce l’aveva più invece quando è apparsa al cancello dei Riguccio!»
«Ne sei certa?»
«Certissima! Suo nonno gliene stava facendo un’altra!»
Prima di ricorrere ai metodi poco ortodossi, come li aviva chiamati il PM Carlentini, c’era un’altra strata da tentare, assolutamente ortodossa, anzi tradizionale per la sbirreria di tutto il mondo. In gergo, il saltafosso. Ma per rendere il saltafosso plausibile c’era di bisogno di un’attenta regìa, perché comunque di messinscena, di tiatro si trattava. Nel caso specifico, era fondamentale procurarsi prima di tutto un indispensabile oggetto di scena con una scusa qualisisiasi. Qualisisiasi va bene, ma in definitiva quale? La ricerca della scusa gli occupò i pinseri mentre si dirigeva da Marinella al commissariato. Aviva dormuto bene, tutta una tirata, si era arrisbigliato con la mente lùcita e frisca avendo chiaro quello che avrebbe dovuto fare. Il come farlo, restava ancora in una zona d’ùmmira.
La jornata era di una ducizza da lukum. A malgrado che aviva prescia, si godì il paesaggio andando a passo di formicola e facendo nesciri pazze le machine che erano darrè alla sua.
Appena trasuto in ufficio, s’appattò con Fazio.
«Pigliati una macchina di servizio, chiama Alfano e portatelo appresso.»
«Che dobbiamo fare?»
«Rintracciate Giacomo Arena e vi mettete a seguirlo.»
Fazio lo taliò dubitoso.
«Dottore, se me lo diceva aieri a sira sarebbe stato più facile. Ma ora come ora quello se ne starà in giro col camioncino a fare le consegne per conto della ditta Infantino e io come faccio a sapere…»
«Non c’è problema. Ti fai dire le consegne che Arena deve fare dallo stesso Infantino.»
Fazio strammò.
«Con una macchina di servizio?! Ma, dottore, Infantino sapi legge e scrivere! Vede stampato “Polizia’’ sull’auto, sente a mia che gli faccio domande e s’allarma!»
«È proprio quello che voglio. Metterlo in agitazione. Quando avrete avuto l’indicazione, seguite Arena e, appena siete in un posto che non ci sono né macchine né persone, lo fermate.»
«Con quale scusa?»
«Inizialmente, con una scusa banale, che ne so, il fanalino posteriore rotto, eccesso di velocità, fate voi. Ma dovete portare avanti la cosa con tale lintizza e strafottenza che Arena, esasperato, perda la pazienza. E allora l’ammanettate per resistenza. Chiaro?»
«Chiarissimo. E dopo?»
«Dopo lo porti qua e lo metti in sicurezza.»
«E il camioncino?»
«Mentre tu porti qua Arena, Alfano rimane lì di guardia. Appena hai messo Arena in sicurezza, ritorni sul posto. Quando sei lì, chiami col cellulare Infantino e gli spieghi dove si trova il suo camioncino. Non rispondere assolutamente alle sue domande. Aspettate fino a che non arriva qualcuno della ditta, consegnate il camioncino, e poi ve ne tornate qua.»
«Sicuramente verrà Infantino in persona. E se mi spia che fine ha fatto Arena?»
«Gli dici la verità, che è stato arrestato.»
«E se mi spia la ragione?»
«A quel punto diventi una tomba. Più evasivo sei e meglio è. Lascialo còcire a foco lento.»
Ora doviva recitare la parte più difficile. Indove sarebbe stato necessario contare farfantarìe a un galantomo che altra colpa non aviva se non di essere il patre di uno sdilinquente. Ma la scusa per farsi dare quello che era indispensabile al saltafosso ancora non l’aviva attrovata. Addecise d’affidarsi alla ventura e la ventura gli fu amica.
Alla tuppiata, gli venne a raprire, proprio come l’altra volta che c’era andato, l’avvocato Mongiardino. Tutti e due, appena si vittiro, s’imparpagliarono. Mongiardino sorpreso dalla visita non preavvisata, Montalbano pirchì l’omo che gli stava davanti non era più il ben vestito signore anziano dell’altra volta, ma un vecchio cadente e trasandato. Aviva la varba longa, l’occhi arrussicati e gonfi, come capita a chi ha chiangiuto a longo. Matre santa! Che gli era capitato?
Mongiardino lo fece trasire nello studio e, mentre il commissario s’assittava, egli, più che assittarsi a sua volta, crollò sulla poltrona.
«Mi dica, commissario.»
Una voce sfinita, che faceva le parole splàpite come doppo che si è cercato di cancellarle con una gomma. La cammara era scurosa pirchì le persiane erano chiuse, eppure per Mongiardino doviva esserci troppa luce, si tiniva le mano davanti all’occhi.
«La signora come sta?» fece Montalbano tanto per principiare.
«È stata ricoverata ieri pomeriggio in una clinica di Montelusa. Il cuore.»
Doviva trattarsi di cosa seria, se il marito era arridotto accussì. Le mano davanti all’occhi trimavano. Montalbano maledicì se stesso e il misteri che faciva, ma doviva insistere. E lo fece.
«Stamatina come stava? Ha notizie?»
«Non lo so. Più tardi, se ce la faccio, andrò a Mon- telusa.»
«Mi scusi, ma suo figlio Gerlando non…»
Il vecchio si levò lentamente le mano di davanti all’occhi che apparsero al commissario chini di lagrime.
«Gerlando Mongiardino…» principiò il vecchio con voce inaspettatamente forte e chiara, ma dovette fermarsi un istante, il respiro gli era venuto a mancare, «Gerlando Mongiardino non appartiene più alla nostra famiglia. Ieri sera è andato in clinica, ma mia moglie non l’ha voluto vedere. E mai più metterà piede in questa casa. E appena sento la sua voce, riattacco il telefono.»
Allura non era per la mogliere che il vecchio aviva chiangiuto! Vuoi vidiri che il pus era nisciuto fora dalla ferita infetta e tenuta fino a quel momento ammucciata? L’avvocato si susì, ma perse l’equilibrio. Di scatto, Montalbano satò addritta e lo sorresse.
«Voglio andare un momento di là.»
«L’accompagno?»
«No.»
Sapivano tutto! Sapivano la parte che Gerlando aviva avuto nel rapimento della picciliddra! S’avvicinò alla scrivania supra la quale c’era ancora la palla oramà tutta pittata, la fata Zurlina e il mago Zurlone splendevano di colori. E sempre supra la scrivania, il commissario vitti una busta voluminosa, che era stata rapruta. La girò per vidiri se c’era il mittente.
C’era: Lina Belli. Ora era tutto chiaro. Lina evidentemente aviva saputo la virità dal marito e l’aviva fatta sapìri a sua volta ai genitori. E quella busta era scoppiata in casa Mongiardino come una di quelle buste esplosive che degli imbecilli pericolosi ogni tanto, nel nostro bel paisi, spediscono a qualcuno senza un pirchì o un pircomo, facendo un danno terribile. Alla signora era partito il cuore, all’avvocato era caduta di supra una valanga di anni. E questo era quello che si vidiva. Quello che era capitato dintra a loro, e non si vidiva, doviva essere stato ancora più devastante. Può un commissario sentirsi acchianare dintra un’ondata d’odio per il colpevole?
Tornò l’avvocato, pariva tanticchia più rinfrancato.
«Lei è venuto qua e non mi ha fatto nessuna domanda» disse. «Ma devo avvertirla. Se mi chiede cose che riguardano Gerlando Mongiardino io le risponderò che non mi interessano i fatti degli estranei.»
«Dopo quello che lei ha detto, non ho più bisogno di farle domande.»
La voce dell’avvocato ora parse venire da un abisso di sofferenza. A Montalbano arriniscì quasi insopportabile.
«Ha capito tutto?» spiò.
«Sì.»
«Lei ha avuto ragione fin dal principio. Ma io non potevo pensare che si potesse arrivare a tanta bassezza, a tanta… iniquità.»
Iniquità. Parola oramà poco adoperata, ma precisa, perfetta.
«Lei» continuò il vecchio «pensa di riuscire a fargliela pagare? Glielo domando non per me, ma per quelle due ore terribili che ha fatto patire a una bambina innocente.»
«Sì, posso riuscirci se lei mi aiuta. Ma questo significa che lei e sua moglie dovrete affrontare momenti peggiori, capisce? L’arresto di suo… di Gerlando, il processo…»
«Per noi, non può più esserci momento peggiore di quando abbiamo saputo. Che devo fare?»
«Mi dovrebbe dare la palla che ha dipinto per sua nipote.»
Il vecchio parse strammato, ma non fece domande.
«Gliela posso solo prestare. Perché la voglio spedire a Roma, a Laura.»
Si susì per pigliarla. Montalbano si susì macari lui e disse, per la seconda volta in quell’indagine:
«Signor Mongiardino, mi permette d’abbracciarla?»
«Dutturi, se a vossia non ci piaci più come cuciniamo qua, è patronissimo di cangiare trattoria!» fece Enzo offiso.
Montalbano aviva lasciato nel piatto una pasta al nivuro di siccia che ci mancava solo la parola.
«Scusami, sono nirbuso.»
Lo era al punto tali che si sentiva la vucca dello stomaco tanto stritta che non ci trasiva manco una spingula. E se il saltafosso, ovverossia lo sfonnapedi, il trainello, non funzionava alla perfezione? Se chi doviva pigliare per vera quella che era solamente un’accurata verosimiglianza, si addunava invece dell’inganno da un particolare trascurato, da un dettaglio sottovalutato e si tirava narrè all’ultimo minuto?
«Dutturi, il secunno non se lo mangia? Taliasse che per vossia ho messo di lato certe spigole che…»
«No, Enzo, non ce la faccio.»
Stava per susirisi e nesciri dalla trattoria, pirchì il nirbuso era arrivato a un livello tale che accomenzavano a dargli tanticchia di nausea i pur meravigliosi sciàuri che vinivano dalla cucina, quanno vitti trasire a Fazio. Scattò addritta.
«Allora?»
Prima delle parole, lo tranquillizzò il surriseddro di Fazio.
«Tutto fatto, dottore. Venivo ad avvertirla.»
«Hai mangiato?»
«Un panino. Ma non si preoccupi.»
La trattoria era stipata di clienti, la maggior parte stava a taliare loro due, pigliata di curiosità.
«Parliamone fuori.»
Niscèro. Il nirbuso di Montalbano era tanticchia, ma solo tanticchia, calato. Il difficile doviva ancora viniri.
«Com’è andata?»
«Dottore, abbiamo dovuto stargli appresso e aspittare che principiasse a fare una strata poco frequentata, verso il campo di calcio. Aviva il fanalino posteriore destro scassato, non c’è stato bisogno d’inventarci nenti. E non c’è stato manco bisogno di tirarla a longo per farlo incazzare, si è subito incazzato lui da se stesso.»
«E perché?»
«Ha riconosciuto Alfano. Gli ha spiato: “Ma tu non sei quello che voliva fare il trasloco? Allora mi state appresso, sbirri di merda!”. E in un vidiri e svidiri ha tentato di dargli un pugno. Senonché Alfano è stato più lesto e con un cazzotto gli ha scugnato il naso. Madonna, quanto sangue gli nisciva! Si è allordato tutto, cammisa, pantaloni… L’abbiamo ammanettato e l’ho portato al commissariato. Dopo sono tornato narrè, dove c’era il camioncino con Alfano e ho telefonato al magazzino. Mi ha risposto proprio Infantino. Ho solo detto: “Polizia. Venga a prendere il camioncino di Arena in via Moro. C’è ancora roba sua”. E ho chiuso.»
«È venuto Infantino?»
«Nonsi, dottore. Forse non si è fidato della telefonata, forse ha pensato che non era stata la polizia a chiamarlo. Passata una mezzorata, è arrivata una machina con due a bordo. Quando gli stavo dando le chiavi del camioncino, uno di loro mi fa: “Ma Arena, dov’è?”. E io gli ho solo detto: “L’abbiamo arrestato”. E basta.»
«Bene. Ora, appena arriviamo in commissariato, tu telefona a quell’amico che hai alla Vigamare e fatti dire se Gerlandò Mongiardino è lì. Se c’è, quando te lo dico io, accompagnato da Alfano e sempre con la macchina di servizio, vai alla Vigamare e mi porti in ufficio a Mongiardino.»
«Lo devo arrestare?»
«No. Ma devi fare scarmazzo, rumorata. Trattalo male. E se ti giura che al momento non può seguirti e che passerà più tardi, rispondigli che il commissario lo vuole vedere immediatamente e che perciò non faccia storie e salga in auto.»
«E dopo?»
«Dopo viene la parte più delicata. Tutto deve avvenire al momento giusto, al minuto secondo, in perfetto sincronismo.»
«Ma cosa, dottore?»
«Ora te lo spiego.»
Accompagnato da Fazio, Gerlando Mongiardino s’appresentò in ufficio che erano da picca passate le quattro di doppopranzo. Elegantissimo, tutto allicchittato, era avvolto da una nuvola di acqua di colonia, pariva addirittura preceduto da un turibolo invisibile che spargiva sciàuro. Ma era fora dalla grazia di Dio.
«Commissario! Non capisco!» fece furioso.
«Cosa?»
«Se lei aveva necessità di vedermi, bastava una telefonata e arrivavo! Invece mi ha fatto trattare dai suoi uomini come un delinquente! E davanti ai miei dipendenti!»
Montalbano taliò a Fazio con un’ariata di maraviglia.
«Ma sei impazzito? Chi ti ha ordinato di trattare il signor Mongiardino come un delinquente, io?!»
«No» disse Fazio. «E poi io i delinquenti li tratto in un altro modo.»
E ghignò. Pariva veramente il poliziotto tinto delle pillicole miricane, quello che piglia a lignate e a càvuci nei cabasisi. Montalbano fece un gesto di rassegnazione e taliò a Gerlando, come a dire: “Lo vede con che brutta gente m’attocca di travagliare?”.
«La prego di voler accogliere le mie scuse, signor Mongiardino.»
E, doppo, arrivolto a Fazio:
«Tu, Fazio, vattene. E chiudi la porta.»
Fazio niscì rivolgendo un’ultima taliata torvola a Mongiardino.
«Si accomodi.»
«Commissario» disse quello dando un’occhiata al Rolex, «non ho tempo. Non è una scusa, mi creda. Ho un appuntamento tra mezzora a Montelusa. è un appuntamento che non… mi capisca… non vorrei proprio perdere.»
«D’affari?»
«No. Di tutt’altro genere» disse Mongiardino.
E fece un misero surriseddru allusivo. Ma era nirbuso assà, si era assittato in pizzo in pizzo alla seggia, batteva in continuazione un pedi ’n terra. Probabilmente, e Montalbano ci spirava, l’avivano avvertito dell’arresto inspiegabile di Arena. E non sapiva da che parte gli sarebbe arrivata la botta.
«Una fìmmina?» spiò Montalbano, complice.
«Eh!» fece Gerlando. «Una piccola distrazione ogni tanto, lei è uomo e mi capisce, non…»
«Come no? La capisco benissimo. Ma io non le ruberò manco dieci minuti, glielo assicuro!»
L’altro s’assistimò meglio sulla seggia, ma di malavoglia.
«Perché ha voluto vedermi?»
«Perché c’è qualche novità sul presunto rapimento di sua nipote.»
«Ancora quella storia?! Ma se le ho detto che non credo che si sia trattato di un rapimento!»
«E infatti io ho detto “presunto”.»
«E allora?!»
«Lei conosce un tale che si chiama Giacomo Arena?»
La stoccata fu accussì improvisa che Gerlando non fece a tempo a quartiarsi. Istintivamente il suo busto fece uno scarto, come a scansarsi dal colpo.
«Chi… chi…» balbettò.
«Giacomo Arena. Un autotrasportatore.»
«Arena?»
Faciva finta di tentare d’arricordarsi, ma era un pessimo attore. Ora aviva il labbro superiore sudatizzo.
«Ah sì, Arena, ha lavorato tempo fa da noi, come autista. Poi si è licenziato e si è messo in proprio.»
Era una novità per Montalbano. Che gli facilitava però di molto le cose.
«Dunque vi conoscete?»
«Sì, ma…»
E tutto restò sospiso. Mongiardino non spiegò che viniva a significare quel ma, il commissario non spiò altro per un pezzo.
Doppo Montalbano si calò lentissimamente di scianco, allungò una mano verso il cestino della carta straccia, scostò un foglio di giornale che lo cummigliava, tirò fora la palla che l’avvocato gli aviva imprestato, la posò sul tavolino. Ma non disse ancora nenti.
Mongiardino taliava affatato la palla, ora aviva macari la fronte sudata. Alla fine s’addecise lui a spiare, malamente fingendo maraviglia:
«Ma quella non è?…»
«Sì, è la palla con la quale stava giocando sua nipote quando è stata rapita. L’abbiamo trovata.»
«Dove?!»
Non era stata una domanda, ma un grido vero e proprio. Montalbano pigliò tempo. Che minchia faciva Fazio? Si era addrummisciuto? Finalmente tuppiarono.
«Avanti.»
La porta si raprì completamente. Nel corridoio, perfettamente inquadrati dintra al vano della porta, ci stavano Alfano e Fazio che tenevano in mezzo a Giacomo Arena, ammanettato. Arena, con la cammisa e la giacchetta macchiate di sangue, il naso gonfio e bluastro, pariva allura allura nisciuto da una cammara di tortura. Faciva veramente imprissioni. Mongiardino lo taliò e aggiarniò talmente che il commissario si scantò che gli pigliava un sintòmo.
«Posso procedere, dottore?» spiò Fazio.
«Procedi.»
Tempismo perfetto. Fazio richiuì la porta. Ora Mongiardino aviva le mano che gli trimavano.
«Lei mi stava domandando dove abbiamo trovato la palla di sua nipote» ripigliò il commissario. «L’abbiamo trovata nel garage della casa che Arena ha affittato vicino a Piano Torretta. Se mi consente, non adopererò più l’aggettivo “presunto” premesso alla parola rapimento. Perché il ritrovamento della palla dimostra inequivocabilmente che il rapimento c’è stato. E inoltre i due testimoni, mi pare di avergliene parlato l’altra volta, hanno riconosciuto Arena attraverso delle foto che gli ho fatto scattare.»
Fece un sorriso storto che scantò Gerlando.
«Naturalmente, si tratta di foto fatte prima che Fazio riducesse Arena come lei lo ha appena visto.»
«Ma… ma… che c’entro io… con Arena?»
Oramà era una pezza di pedi. Aviva un sudore che feteva d’agro, e che aviva spirciato la nuvola di profumo.
«Questo è il problema» disse Montalbano. «Arena, messo diciamo così alle strette da Fazio, ha fatto alcuni nomi.»
«Qua… quali?»
«La servo subito. Balduccio Sinagra junior, Calogero Infantino e…»
«E?…»
«E il tuo, pezzo di merda.»
Il passaggio improviso dal lei al tu fu per Mongiardino come un primo colpo di scupetta che lo ferì a morte, il “pezzo di merda” rappresentò invece il colpo di grazia. Ma quello che dovette veramente atterrirlo fu il lampo d’odio che intravitti nell’occhi del commissario. Odio vero, autentico, che non faciva parte della recita. Di subito capì che era perso, da quella cammara non aviva più la possibilità di nesciri come un omo libero. Le lagrime gli principiarono a colare da sole, tanto che sul momento non se ne addunò, doppo invece si mise a singhiozzare senza vrigogna, senza dignità.
«Io… io non… non volevo… è stato Balduccio a… è stato lui che…»
«Il resto me lo conti davanti al PM» disse Montalbano.
Il saltafosso era arrinisciuto meglio di quanto ci aviva spirato. Ma avrebbe preferito marturiare ancora tanticchia quell’autentica merda che aviva davanti. Sollevò la cornetta.
«Mandami Fazio.»
«No, per carità, Fazio no!» urlò Mongiardino satando addritta e impiccicandosi con le spalle contro una parete. «No! Le botte no!»
Lo scanto lo faciva cimiare. E principiò a pisciarsi d’incoddro.
«Non mi toccare!» fece dispirato, con le vrazza sti- se in avanti, quanno vitti trasire a Fazio.
«Manco con i guanti» disse Fazio.
E subito appresso vennero le jornate delle grandi sodisfazioni e della grandissima camurrìa.
La prima sodisfazioni fu quanno Fernando Belli, chiamato da Roma, confermò al PM tutto quello che aviva pinsato Montalbano, aggiungendo che Balduccio junior stisso era nisciuto allo scoperto con una telefonata tipo: “Hai visto che potiva capitare a tua figlia?”.
La secunna sodisfazioni fu quanno sbracarono, nell’ordine, Giacomo Arena e Calogero Infantino. Confessarono e il commissario li arrestò.
La terza sodisfazioni fu quanno mise le manette a Balduccio Sinagra junior che, per l’occasione, si mise a santiare in miricano.
La quarta sodisfazioni fu quanno la Guardia di Finanza addecise di dare una taliata alle società di Balduccio junior.
La quinta sodisfazioni fu quanno, durante la perquisizione nel garage di Giacomo Arena, di darrè a una pila di copertoni venne fora la palla di Laura, quella con la quale stava giocando al momento del sequestro. E Montalbano fece restituire l’altra palla, quella che gli era servita per il saltafosso, all’avvocato Mongiardino. Fece restituire pirchì gli fagliò il coraggio di andarci lui stisso e quindi di trovarisi faccia faccia con lo sconfinato dolore di quel poviro vecchio.
La camurrìa invece fu una sola e, appunto, grandissima: l’enorme quantità di rapporti che dovette compilare e le centinara di firme che dovette mettiri, in calce, di lato, di traverso, di supra, di sutta.
A un certo punto, dispirato, si spiò se avrebbe mai più avuto la gana di fare altri arresti in futuro, a petto di tanta burocrazia.
Era un vinniridì sira quanno pigliò l’aereo per Genova. Per telefono, non sarebbe mai arrinisciuto a spiegarsi con Livia. L’unica era andarci a parlare di persona. O meglio, di pirsona pirsonalmente.