2 Così in terra come in cielo

Forse un giorno, con macchie di sangue fresco sulla mani e il cuore palpitante nell’impeto rinnovato della vita, avrebbe pensato di aver fatto un sogno, orrendo e perverso. Ma, prima, doveva valicare il ponte lucente sull’abisso, il mitico ponte di Heimdall. Per ora viveva dolorante, come al primo momento, quando la cosa stava ancora accadendo. Molteplici terrori avvolgevano Minner Burris.

Normalmente invulnerabile ai terrori, questa volta non aveva potuto. Era troppo. Le grandi sagome viscide intorno alla nave. Le manette d’oro. La cassetta dei ferri chirurgici aperta, pronta.

— … — aveva detto il mostro butterato di sinistra.

— … — aveva risposto l’essere dal lato opposto con un tono che pareva ossequioso.

E si erano messi all’opera per distruggere Minner Burris.

Adesso non era allora; ma Burris si portava dietro un carico di sofferenza e straniazione tali da ricordargli perennemente, da sveglio e nel sonno, ciò che gli era accaduto dietro il velario di tenebra, di là dal gelo fisso di Plutone.

Era tornato sulla Terra da tre settimane. Ora abitava una camera singola alle Torri Martlet, vivendo di una pensione governativa e sopravvivendo, bene o male, solo per la sua intima forza di recupero. Non era facile accettare la sorte di essere trasformato in un mostro, da mostri; ma Burris ci si provava.

Se almeno avesse sofferto in esso…

Dapprima, i medici che lo avevano esaminato fidavano di poter fare qualcosa, in merito a quei dolori. Bastava applicare la tecnologia medica moderna.

— …diminuire la ricettività sensoria…

— …dosi minimali di narcotici per inibire i tratti afferenti, e poi…

— …piccoli interventi chirurgici correttivi…

Ma le linee di comunicazione all’interno del corpo di Burris erano imbrogliate in modo inestricabile. Ciò che gli avessero fatto i chirurghi di un pianeta straniero non si sapeva; certo superava non solo le capacità, ma anche la comprensione della tecnologia medica moderna. Le comuni droghe analgesiche non facevano altro che intensificare le sensazioni di Burris. I suoi flussi nervosi seguivano tracciati straordinari; la sensazione era messa in parallelo, inibita, deviata. I medici non potevano rimediare al danno prodotto dagli stranieri. Infine Burris, sottraendosi a loro, era andato a nascondersi, affranto, menomato, trafitto, in un’oscura camera di quel colosso residenziale fatiscente.

Settant’anni prima, le Torri Martlet erano il nonplusultra, come abitazione: grattacieli alti un chilometro e mezzo, schierati in ranghi serrati sui pendii, una volta verdi, dei monti Adirondack, a una distanza da New York comoda per i pendolari. Settant’anni di vita, per l’edilizia moderna, sono tanti. Ora le Torri si sgretolavano, butterate dal tempo, trapassate dagli strali del deterioramento. Dagli appartamenti sontuosi dell’inizio erano stati ricavati dei formicai a un solo locale. Burris aveva pensato che rappresentassero un nascondiglio ideale. Qui poteva rintanarsi nella sua cella, come un polipo in un anfratto calcareo, e riposare, pensare, applicarsi all’arduo compito di venire a patti con ciò che era stato perpetrato ai danni del suo corpo indifeso.

Burris udiva rumori raspanti, che giungevano dai corridoi. Non indagava. Buccini o gamberetti, che, divenuti terrestri per misteriosa mutazione, si infiltravano nelle intercapedini dell’edificio? Millepiedi alla ricerca del dolce tepore dell’umo? Giocattoli dei bambini dallo sguardo spento? Burris rimaneva nella stanza. Pensava spesso di uscire, nottetempo, attraversare i corridoi dell’edificio, furtivo come un fantasma di se stesso, e camminare a gran passi nelle tenebre spaventando i rari passanti. Ma, da quando aveva preso in affitto, per procura, quella zona di calma nella tempesta, non aveva lasciato quelle quattro mura.

Stava coricato sul letto. Le pareti filtravano una debole luce verde. Togliere lo specchio, incorporato all’edificio, non si poteva; ma neutralizzarlo, sì. Burris aveva girato l’interruttore e adesso lo specchio era solo una macchia oblunga e opaca, di color marrone, sulla parete. Ogni tanto lo riattivava, e affrontava se stesso, per disciplina. Pensò: forse lo farò oggi.

Quando mi alzo dal letto.

Se mi alzo dal letto.

Perché alzarmi dal letto?

Aveva un aculeo incastrato all’interno del cervello, pinze che gli afferravano le viscere, chiodi invisibili conficcati nelle caviglie. Le palpebre erano come carta vetrata sui bulbi oculari. La sofferenza era una costante, stava già diventando una vecchia amica.

Come diceva il poeta? La “comunanza” del corpo…

Burris aprì gli occhi. Non si aprivano più, come gli occhi umani, verso l’alto e il basso. Ora le membrane che fungevano da palpebre scorrevano dal centro verso gli angoli. Perché? Perché, in generale, i chirurghi di un altro mondo gli avevano fatto tutte quelle cose? Ma questa, in particolare, pareva senza scopo. Le palpebre normali andavano bene, queste non miglioravano la funzione degli occhi: facevano solo da custodi, da intrusi, impedendo qualsiasi comunicazione significativa fra Burris e la specie umana. Con ogni battito di palpebre egli gridava la propria stranezza.

Burris mosse gli occhi. L’occhio umano si sposta con una serie di minuscoli scatti, che il cervello, astrattamente, fonde in una continuità. Gli occhi di Burris si spostavano come il dispositivo per panoramiche di una cinepresa, se mai fosse possibile un montaggio perfetto. Il loro movimento era uniforme e senza vacillamenti. Quel che Burris vedeva non aveva niente di bello. Le pareti, il soffitto basso, lo specchio neutralizzato, l’acquaio con l’eliminatore, il portello della conduttura dei cibi, tutti gli scialbi accessori di una stanza semplice e a poco prezzo, destinata all’autosufficienza. Da quando vi si era trasferito, la finestra era rimasta opacizzata. Egli non aveva idea dell’ora, del tempo che faceva, nemmeno della stagione; comunque, c’era entrato d’inverno e supponeva che fosse ancora inverno. L’illuminazione era scarsa. C’erano sprazzi di luce indiretta, in uno schema casuale. Burris attraversava in quel momento il periodo di bassa ricettività visiva. Per vari giorni consecutivi il mondo in piena luce gli appariva immerso in una morchia di tenebre, come se egli lo guardasse dal fondo di uno stagno torbido. Poi, con un frullo imprevedibile, avveniva l’inversione del ciclo, così che bastavano pochi fotoni ad accendergli nel cervello una luce abbagliante.

Ma ora, dalle tenebre, affiorò l’immagine del suo io svanito. Il Minner Burris ormai cancellato stava ritto a osservarlo, da un angolo smussato della stanza.

Dialogo con se stesso.

— Rieccoti, allucinazione schifosa!

— Non ti lascerò mai.

— È tutto quel che ho, vero? E allora accomodati. Un po’ di cognac? Accetta la mia modesta ospitalità. Siediti, siediti!

— Preferisco restare in piedi. Come te la passi, Minner?

— Maluccio. Per quel che t’importa!

— Mi sbaglio, o sento nella tua voce una sfumatura di autocommiserazione?

— E se fosse? E se fosse?

— Che voce riprovevole! Io non ti ho insegnato a parlare così.

Burris non poteva più sudare; ma su ognuno dei nuovi meati gli si condensava un vapore. Guardò fisso il suo io di un tempo, disse a voce bassa: — Sai che cosa mi auguro? Che ti prendano e ti facciano quel che hanno fatto a me. Poi capiresti.

— Minner, Minner! Me l’hanno già fatto. Ecce homo! Sei tu, steso lì, la prova vivente del fatto che io ci sono già passato.

— No. Lì, in piedi, dimostri il contrario. La tua faccia. Il tuo pancreas. Il tuo fegato e i tuoi occhi. Fa male, fa male. Fa male a me, non a te!

L’apparizione sorrise gentilmente. — Quando è che hai cominciato a compiangerti? È una novità, Minner.

Burris lo guardò torvo. — Forse hai ragione. — Fece scorrere di nuovo gli occhi sulla camera, da una parete all’altra. Mormorò: — Mi sorvegliano, questo è il guaio.

— Chi?

— Come posso saperlo? Occhi. Telecamere nelle pareti. Ho cercato inutilmente gli obiettivi. Due molecole di diametro, come potrei mai trovarli? E mi vedono.

— Allora, lascia che guardino. Non hai di che vergognarti. Non sei né bello né brutto. Non esistono termini di paragone, per te. Credo sia tempo che tu ricominci a uscire.

— Fai presto a dirlo, tu! — sbottò Burris. — Nessuno sbarra gli occhi, vedendoti.

— Tu, in questo istante, mi guardi con gli occhi sbarrati.

— Vero — ammise Burris. — Ma sai anche il perché.

Con uno sforzo consapevole provocò l’inizio del mutamento di fase. I suoi occhi si regolarono sulla luce della stanza. Non aveva più la retina; ma le piastre focali incastrate a contatto del cervello la sostituivano discretamente. Guardò il suo io di un tempo.

Alto, largo di spalle, ben piantato, con muscoli robusti e folti capelli color sabbia. Così era stato. Così era adesso. I chirurghi di un altro mondo avevano lasciato intatta la struttura sottostante. E cambiato tutto il resto.

Di fronte a lui, la sua immagine aveva un viso quasi altrettanto largo che alto, con zigomi pronunciati, orecchie piccole e occhi scuri, ben distanziati. Le labbra erano di quel tipo che si serra facilmente a formare una linea un po’ aggressiva. Un leggero spolverio di lentiggini era disseminato sulla pelle; quasi dappertutto era coperto di pelo dorato e fine. Dava, nel complesso, l’impressione del normale tipo virile: un uomo piuttosto forte, piuttosto intelligente, piuttosto abile, che in un gruppo poteva risaltare non in virtù di una dote vistosa ma di una costellazione di doti poco appariscenti. Il successo con le donne, presso gli altri uomini, nella sua professione, accompagnava quel genere di trionfale e semplice prestanza.

Ora, tutto ciò era scomparso.

Burris disse piano: — Senti, non è per commiserarmi. Se piagnucolo, prendimi a calci. Ma ti ricordi quando vedevamo un gobbo? O un uomo senza naso, una ragazza rattrappita con la testa incassata e le braccia corte? Anomalie, vittime? Ci chiedevamo che impressione si provasse, a essere mostruosi.

— Non sei mostruoso, Minner. Solo diverso.

— Va’ in malora, tu e la tua puzzolente semantica! Adesso sono una cosa che si guarda con occhi attoniti. Sono un mostro. Sono uscito di colpo dal tuo mondo per entrare in quello dei gobbi. Questi sanno perfettamente che non possono sfuggire a tutti quegli occhi. Hanno cessato di avere un’esistenza individuale, si confondono con la loro deformità.

— Inventi, Minner. Come puoi saperlo?

— Perché mi accade. Tutta la mia vita, ora, è raccolta intorno a ciò che mi è successo. Non ho altra esistenza. È il fatto centrale, unico. Come si fa a scindere il danzatore dalla sua danza? Io non posso. Se mai uscissi, sarei continuamente in mostra.

— Un gobbo ha tutta la vita per abituarsi, e dimentica la gobba. Per te, la tua faccenda è ancora una novità. Pazienza, Minner. Troverai un’intesa. Dimenticherai gli occhi che ti fissano.

— Tra quanto tempo? Tra quanto?

Ma l’apparizione era svanita. Burris perlustrò la stanza, producendo con sforzo vari spostamenti d’intensità visiva; ma era solo. Si alzò a sedere, sentendo una puntura di aghi sui nervi. Ogni suo movimento era accompagnato da un grappolo di disturbi fisici. Il suo corpo gli era sempre presente.

Scese dal letto, alzandosi in un solo movimento fluido. Questo corpo mi fa male, si disse, ma è efficiente. Devo arrivare ad amarlo.

Si fermò al centro della stanza.

L’autocommiserazione, pensò Burris, è la fine di tutto. Non devo rotolarmici. Devo trovare un’intesa. Adattarmi.

Uscire, fuori, nel mondo.

Ero forte, e non solo fisicamente. Tutta la mia forza, quella forza, se ne è forse andata?

Dentro di lui si innestavano e disinnestavano le serpentine. Infinitesimali valvole di sicurezza emettevano ormoni misteriosi. Le cavità del suo cuore eseguivano una danza complicata.

Qualcuno mi osserva, pensò Burris. E che osservi pure! Che si riempia la vista!

Con un colpo violento della mano, riattivò il contatto e si guardò nudo, nello specchio.

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