Jack Finney Un mondo di ombre

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Caro figlio, solo un messaggio veloce per dirti che se tu e Jan siete sicuri di volere una vecchia casa vittoriana, penso che potrebbe andarvi anche molto peggio: quelle case hanno un fascino che manca completamente alla gretta architettura dei nostri giorni. Io stesso ho vissuto in una costruzione vittoriana durante il mio periodo a San Francisco, e ti scrivo soprattutto per dirti che se nel corso delle vostre spedizioni in cerca di una casa doveste trovarvi dalle parti di un posta che si chiama Buena Vista Hill, ti chiederei di vedere se quella casa esiste ancora e di farmi sapere. Era nell’ultimo isolato all’estremità sud di Divisadero Street, al numero 114, ed era un bell’edificio a due piani (io avevo l’appartamento a pianterreno), vecchio, col tetto a due falde su timpano, un bovindo, e una vista sulla città e sulla Baia da lasciare senza fiato. Ho ricordi carissimi di quella casa, e se riuscissi a trovarne una come quella sono certo che tu e Jan sareste felici lì… Per essere felici, molte volte è solo questione di decidere di esserlo. Non aggiungo altro!

Qui non ci sono grandi novità. Il solito febbraio schifoso di Chicago, anche se ultimamente non ha fatto troppo freddo. Sabato scorso…


Ero quasi in cima a una scaletta alta un paio di metri, e i miei capelli sfioravano il soffitto. Stavo aprendo e chiudendo ritmicamente le mani intorpidite. Le mie dita producevano un piccolo pop smorzato quando toccavano le palme. Portai le mani alle orecchie e restai in ascolto. Poi sollevai un piede per volta e ruotai la caviglia. Jan, inginocchiata ai piedi della scala, infilava manciate di brandelli bagnati di carta da parati in un cartone di Tide. Al rumore delle mie dita guardò su. Le dissi: — Sto eseguendo una danza. Di gioia. Perché mi diverto tanto. Che razza di ore sono?

— Le undici e dieci. — Jan indossava calzoni blu di cotone e un maglione nero a girocollo. Ha lunghi capelli scuri, quel giorno fermati da un nastro, e una carnagione chiara; e in quel momento, senza trucco, con la luce del sole che entrava dalle finestre nude del soggiorno vuoto, sembrava pallida.

— Le undici e dieci, e abbiamo cominciato alle otto e mezzo. Già quasi tre ore. Splendido. Delizioso. Figlio di puttana. Impiegheremo tutto il giorno, fino a quando sarà ora di correre all’aeroporto. E probabilmente anche tutto il prossimo weekend.

— Credevo che con quell’aggeggio la carta venisse via subito. — Annuì in direzione dell’apparecchio per togliere la tappezzeria, una scatoletta quadrata con un manico. Dal lato anteriore, perforato, si alzava una nebbia di vapore molto umido. Un tubicino di plastica andava dalla scatola a un serbatoio cromato sul pavimento, collegato a una presa elettrica.

— Se lo pensavi, la tua visuale della vita è marcia. Al di fuori degli spot pubblicitari televisivi, non c’è niente che si possa sbucciare senza fare fatica. — Raccolsi la scatola sparavapore, la appoggiai alla parete appena sotto il soffitto, e cominciai a farla andare in su e in giù come se stessi stirando la tappezzeria. Vedere la carta che diventava scura sotto il vapore era abbastanza divertente, ma per le mie braccia era una faticaccia. Vedevo briciole di carta che si stavano asciugando sulla mia faccia e sapevo di averne altre sui capelli. Li tengo pettinati all’indietro, però sono un po’ ribelli e lunghi come quelli di tanta altra gente. Io mi chiamo Nick Cheyney, fra parentesi, e ho trent’anni; Jan ne ha ventisette. Sono piuttosto alto, magro; il mio viso è stato descritto come “amabile”, e porto occhiali con la montatura di metallo. Quel giorno sfoggiavo calzoni da lavoro color marrone e molto sporchi, una logora camicia a strisce col colletto liso e un taglio a una spalla, e scarpe di tela in pessime condizioni, di una sporcizia da record mondiale, su piedi nudi.

Jan si alzò e andò in cucina, col cartone pieno appoggiato a un fianco. Tornò col cartone vuoto e due tazzone da caffè che teneva per i manici nella mano libera. Fu costretta a lasciare aperta la porta dell’ingresso, e il nostro cane, Al, un basset hound tricolore (il che significa marrone-bianco-e-nero, non rosso-bianco-e-blu), zampettò dentro. Mentre Jan attraversava la stanza diretta al sedile sotto la finestra, Al sedette su fogli umidi e arricciati di carta da parati per godersi le attività, e io non lo tradii. Gli strizzai l’occhio, e lui aprì la bocca in un sorriso, con la lingua che penzolava fuori. Adesso stavo lavorando col raschietto. La carta si raggrinziva in strisce a forma di bandierina che restavano appese inerti, oppure cascavano sul pavimento. Jan si accomodò sul sedile sotto il bovindo, mise le tazze sul davanzale, si girò e vide Al, che le sorrise cordialmente.

— Fuori! — Jan puntò l’indice. — Lo sai che non devi entrare qui! Seminerai la carta per tutta la casa! — Lui la scrutò con molta attenzione, chiedendosi se facesse sul serio. — Fuori! In cucina! Oppure esci a giocare. È una bella giornata. — Al si tirò su, guardò me in cerca d’aiuto.

— Dice che stai violando i suoi diritti civili.

— Oggi non ne ha. Adesso vai!

Al uscì a malincuore. Jan lo seguì fino alla porta. — Sporgi denuncia alla Protezione Animali, Al! — strillai. — Io testimonierò. — Usando entrambe le mani, passai il raschietto avanti e indietro fino a ripulire tutta intera la zona umida. — Ci siamo. Il primo assaggio dello strato numero tre. — La carta appena apparsa era decorata da una griglia marrone con rampicanti verde scuro. Scesi dalla scala, raggiunsi il bovindo e presi la mia tazza di caffè. — Allora? In che periodo la collochi? Primo Orribile? Tardo Atroce? — Sorseggiando il caffè, restammo a fissare la parete.

— Non so esattamente. Gli anni Trenta?

— Dio. Niente di più? Se dobbiamo togliere strato dopo strato fino ad arrivare al 1882 o quello che è, quando avremo finito questa stanza sarà più larga di mezzo metro quadrato. E noi saremo agli anni del tramonto.

— Lo so, però è interessante. Vedere in mezzo a quali cose ha vissuto altra gente. E saranno quasi tutti morti da un bel po’, suppongo. Sai una cosa? Senti, non metterti a prendermi in giro, perché lo so che è ovvio, però…

— Se solo quelle carte da parati potessero parlare?

— Sì.

— Probabilmente sarebbero di una noia micidiale. Starebbero a borbottare dei bei vecchi tempi. Se conosco queste pareti, e credimi, le conosco, non chiuderebbero mai il becco.

— Con te in giro, non riuscirebbero a spiccicare parola. Oh, vorrei tanto sapere chi ha vissuto qui, Nick! Quale donna ha scelto la carta coi rampicanti? Non è brutta. Che aspetto aveva? E chi si è sdraiato su un divano in questa stanza, a contare quante volte si ripete il disegno? Vorrei ci fosse un modo per saperlo. — Jan sorseggiò il suo caffè.

— Un modo c’è, per quelli di noi dotati di una certa sensitività. — Chiusi gli occhi. — Era una cicciona. Con occhietti cattivi da maialino. Nuda come un verme, coi suoi osceni tatuaggi che si contorcevano alla luce delle lampade a gas, ha ucciso il marito proprio in questa stanza.

— Potrebbe avere dato il via a una tradizione. Vediamo com’è lo strato successivo.

— No. Tu vuoi barare. Bisogna togliere uno strato per intero, in tutta la stanza, prima di poter guardare l’altro. Lo stesso principio, rispettato da tutti gli uomini, ignorato da tutte le donne, che vale per le scatole di cioccolatini. Bisogna finire lo strato superiore prima di…

— Oh, e dai. Di’ di sì alla vita. — Jan mise sul davanzale la sua tazza.

— Okay. — Bevvi un altro paio di sorsi di caffè, poi mi arrampicai sulla scala e cominciai a inumidire la carta che avevo appena messo a nudo. Passai lentamente il vaporizzatore avanti e indietro finché le parti bianche del disegno non furono quasi più distinguibili dal verde delle foglie. Un angolo di carta si staccò e si arricciò per un paio di centimetri sotto il suo stesso peso. Misi giù la scatola, afferrai l’angolo, lo abbassai dolcemente, e poco per volta apparve una decorazione rosa e verde: rose e foglie su uno sfondo bianco. — Okay, questo cos’è? Coloniale? Elisabettiano? Chaucheriano?

— Non so, Nick. Non sono un’esperta. Ho solo letto un po’ sull’argomento. Forse è degli anni Venti. Direi i Ven…

Jan si interruppe perché io, continuando ad abbassare con molta lentezza la carta umida, avevo improvvisamente messo a nudo tre piccoli archi distanti diversi centimetri l’uno dall’altro. Ognuno era alto due o tre centimetri, e di un rosso molto più brillante di tutto il resto del disegno. Tirai giù la tappezzeria fino al fondo della zona umida. La carta si strappò nelle mie mani, e io la buttai a terra, poi passai il pollice sulla sommità degli archi rossi. Il rosso si spalmò sul muro. Io guardai il mio pollice, poi Jan. — Rossetto.

— Be’, togline ancora un po’. Vediamo cos’è.

Direttamente sotto lo strato che avevo appena esposto, inumidii un’altra striscia alta una trentina di centimetri, l’altezza della scatola. Lì la carta a rampicanti era ancora coperta dallo strato precedente, ma io mi diedi da fare sino a inzuppare di vapore entrambi gli strati. Cominciai a toglierli, lavorando di raschietto fra parete e carta umida, e riuscii a sbucciarli tutti e due. — Due strati in un colpo. Gli dèi dormono. — Jan non rispose. Immobile, restò a scrutare ciò che stava gradualmente apparendo: una lettera M alta trenta centimetri, scritta con mano aggraziata a rossetto sulla carta a rose. — M per mostro? Malumore? Merde?

— Nick, vai avanti!

Sporgendomi dalla scala sulla destra, reggendo con entrambe le mani il peso del vaporizzatore, inumidii un doppio strato di carta a fianco della lettera M, spingendomi sin dove riuscii ad arrivare. Di nuovo, con l’aiuto del raschietto, riuscii a togliere entrambi gli strati, e la M rossa era l’iniziale di un Marion lungo un metro, scritto con un rossetto brillante sotto l’alto, vecchio soffitto.

Adesso nessuno dei due parlava più. Scesi dalla scala e ci guardammo, sorridendo eccitati. Aiutato da Jan, spostai la scala sul pavimento in legno, verso destra, e risalii. E dopo che ebbi tolto un altro po’ di centimetri di carta da parati, Jan e io leggemmo Marion Marsh, un nome e cognome lunghi un metro e ottanta e alti trenta centimetri, un po’ sbilenchi. Appena sotto la h di Marsh la cappa del caminetto sporgeva dalla parete. La carta si fermava all’inizio dei mattoni. Io scesi per spostare la scala a sinistra. — È un testamento! Scritto su una parete! E noi siamo gli eredi. Le prime persone che lo abbiano scoperto. Ha lasciato un milione…

— Nick, stai zitto e spicciati. O morirò.

Lavorando in fretta, togliendo la carta a strisce alte un metro e larghe trenta centimetri, feci apparire una seconda riga di testo centrata sotto la prima: ha vissuto qui, diceva. La riga sotto era quasi al centro della parete, a portata di mano di Jan, e mentre io passavo in su e in giù il vaporizzatore lei lavorava di raschietto, al colmo dell’eccitazione. 14, c’era scritto, seguito da giugno, e mentre il vaporizzatore grattava contro i mattoni sporgenti del camino, Jan toglieva la carta mettendo a nudo un 1, poi un 9, poi l’intera data, 1926. La riga sotto, con le mani di Jan che seguivano la scatola tanto da vicino che il vapore si raccolse sulle sue dita, diceva Leggete. E l’ultima riga, appena sopra il battiscopa (ci inginocchiammo fianco a fianco, con le dita che volavano nell’ansia del lavoro) diceva e piangete!

Accoccolati sui talloni, guardammo su. Da soffitto a pavimento, l’immensa scritta rossa copriva metà di una parete alta quasi tre metri e trenta, con un’estensione in orizzontale di almeno tre metri e sessanta. Jan lesse ad alta voce le due frasi: — Marion Marsh ha vissuto qui, 14 giugno 1926. Leggete e piangete! — Mi strinse il braccio. — Io piangerò se non scopriremo chi era! Nick, devo sapere. Devo assolutamente sapere.

— Già. — Annuii, e mi alzai, continuando a fissare l’enorme scritta. — Anch’io darei qualcosa per sapere, certo. Forse papà sa qualcosa. Glielo chiederemo stasera. Ma guarda. Ci devono essere voluti un paio di rossetti.

— Come minimo. — Jan si tirò su. — È una grafia molto elegante. Dà la sensazione di una persona interessante.

— Scommetto che lo era, sì. Be’, cosa facciamo prima di togliere la carta? Una foto, magari? Ho il rullino nella macchina fotografica.

— Oh, no. Lasciamola! Per la festa di inaugurazione della casa, per lo meno. Sarà un meraviglioso argomento di conversazione.

— Argomento di conversazione. — Cominciai a trascinare la scala sull’altro lato del caminetto. — A volte mi chiedo come sia davvero la conversazione quando la gente ha a disposizione argomenti concreti. “Ehi, quel secchiello per il ghiaccio è sul serio il teschio di tua suocera?” “Sì, l’ho fatto con le mie mani. Appena prima che lei morisse.” “Be’, mi venisse un colpo.” Fine della conversazione. “Non dirmi che quella riproduzione a grandezza naturale del Gabinetto di Guerra di Lincoln è tutta fatta di piume!” “Sicuro come l’inferno. Ci sono voluti tre picchi muratori solo per le sopracciglia di Stanton.” “Ma non mi dire!” Fine della conversazione. E di questa cosa si parlerà anche meno, ragazza. Cosa c’è da dire? È molto probabile che nel mondo intero nessuno sappia più chi fosse Marion Marsh. Quella scritta è probabilmente tutto ciò che resta di lei. E non riusciremo mai a scoprire qualcosa di più.

Ma lo scoprimmo. Per il resto della giornata, a parte un pranzo di quindici minuti in cucina a base di panini (Al, da quell’anima dolce che è, fece gentilmente fuori le mie briciole), continuammo a sbucciare carta, nell’attesa di veder apparire altre scritte. Non ne apparvero, e alle quattro e mezzo del pomeriggio l’intera stanza era riportata allo strato della carta a rose su tutte e quattro le pareti e sulla sporgenza del bovindo. Di nuovo, ci mettemmo a guardare la parete a sinistra del caminetto: Marion Marsh ha vissuto qui, 14 giugno 1926. Leggete e piangete! leggemmo un’altra volta. Poi mi cambiai d’abito per il viaggio all’aeroporto.

Erano i primi di marzo, ma era stata una giornata assolata, dopo una settimana di pioggia quasi ininterrotta. Sopra la camicia sportiva indossavo solo un maglioncino leggero, senza maniche. L’auto era parcheggiata a lato del marciapiede di fronte alla casa, col freno a mano tirato; eravamo su una collina. Quell’automobile è la cosa migliore che io possegga: una spider Packard vecchia di quarantasei anni che ho comperato prima di sposarmi, rimessa in sesto solo a metà. Il lavoro l’ho finito io. Carrozzeria grigia e ruote con cerchioni blu mare… Andava che era una meraviglia, e la usavamo sempre; era la nostra unica automobile. Quel giorno la capote di stoffa nera era abbassata; la vernice era chiazzata di sporcizia dopo la pioggia. Salii sul predellino, scavalcai la portiera, più alta del tettuccio di certe cosiddette automobili del giorno d’oggi, e mi lasciai cadere sul sedile in pelle nera. Poi guardai le nostre finestre.

Jan era al bovindo. Alzò un braccio per salutare, un po’ fiaccamente, a spalle mosce. Èra stanca, ovviamente, e doveva scopare in soggiorno, preparare la cena, e, il lavoro più grosso in assoluto, vestirsi per la serata. Jan è una ragazza timida; si trova a suo agio solo con amici di vecchia data, fidati. E anche se aveva già conosciuto mio padre, che le era piaciuto, non lo vedeva da quasi quattro anni. I suoi nervi si calmano un po’ quando è convinta di avere il suo migliore aspetto, quindi sapevo che scegliere cosa mettersi non sarebbe stata una cosa semplice o veloce.

Mentre scendevo la collina Divisadero mi sentivo piuttosto bene. Ero ancora eccitato per la scritta sulla parete; soddisfatto del lavoro della giornata; e mi faceva molto piacere l’idea di rivedere mio padre. Le cose in generale andavano bene, pensai. Jan e io eravamo sposati da sei anni, e per quanto fossimo felici, di tanto in tanto avevamo i nostri problemi; quale coppia non ne ha, dopo un po’? Però adesso avevamo il nostro appartamento nuovo, il migliore che avessimo mai avuto. Il lavoro da fare era ancora molto, compresa l’installazione di nuovi arredi per il bagno: il padrone di casa li avrebbe pagati se avessi provveduto io a installarli. Ma fare cose del genere, persino togliere vecchia tappezzeria, mi piaceva, e piaceva anche a Jan. In quei giorni ci sentivamo sempre occupati e pieni di progetti, una bella sensazione. A volte penso che quasi tutti abbiano bisogno di un nuovo inizio, di tanto in tanto.

L’aeroporto è sempre affollato, ma a quell’ora e di quella stagione la situazione non era delle peggiori, e l’aereo era in orario. Eravamo di ritorno a casa per le sei e trenta, e lungo strada continuammo a chiacchierare per raccontarci le ultime novità. Non ce n’erano molte: papà e io ci tenevamo in contatto con una lettera ogni due settimane o giù di lì, e ogni tanto ci telefonavamo di sera. Andiamo piuttosto d’accordo, mio padre e io; mia madre è morta.

Quando svoltammo nel nostro isolato, era il tramonto a livello del terreno, ma in cielo restava ancora parecchia luce. Vedevamo la città, bianca pastello, distesa sotto la collina; ogni edificio risaltava nitido nell’aria lavata dalla pioggia. Un inizio di nebbia stava calando sulla Baia, e le luci arancio del Bay Bridge erano accese. Un bel momento per arrivare.

Mio padre scese, senza cappello, con la cravatta ancora a cavallo di una spalla dopo il viaggio a capote abbassata, e restò a guardare la casa mentre prendevo la sua valigia dal bagagliaio. Le finestre del soggiorno erano buie, ma mi parve di scorgere la macchia confusa del viso di Jan. Vedere quanto mio padre e io ci somigliamo risveglia sempre il suo interesse, e ancora una volta avrebbe fatto un paragone: stessa altezza, e lui magro come me. Papà è calvo, e la sua faccia ha una trentina d’anni più della mia, però è la stessa faccia, e io sono Nick junior. È un uomo intelligente, e negli occhi ha lo sguardo del tipo spiritoso. Quando chiusi il bagagliaio, dopo avere preso la valigia, e mi girai a guardarlo, lui annuì in direzione della casa. — È bello rivederla. — Poi scosse la testa. — E strano.

La casa, come tutte le altre su quel lato della strada, sorge su un crinale. C’è una lunga scalinata in cemento prima ancora di raggiungere i gradini in legno del portico. A metà della scalinata, l’imposta della finestra di mezzo sbatté e Jan si sporse a urlare un saluto. Papà sorrise e sventolò le mani. Sul portico, fui lieto di mettere giù per un attimo la valigia. Ci fermammo a guardare la città e la Baia, che adesso stava scomparendo molto in fretta sotto la nebbia. — L’ultima volta che mi sono trovato qui — disse papà — si poteva ancora vedere qualche veliero all’ancora. — Si girò a guardare le finestre dell’appartamento a pianterreno, al nostro fianco, ma le tendine erano tirate: ci viveva gente, e lui non poté dare un’occhiata al suo vecchio appartamento.

Jan, elegante in un completo arancio, ci aspettava in cima alla scala interna con Al, che cominciò ad abbaiare non appena si aprì la porta d’ingresso a pianterreno. Lo zittii minacciando di consegnarlo ai vivisezionisti, e lui mi guardò con aria molto attenta, rizzando le orecchie, chiedendosi se i “vivisezionisti” fossero generi commestibili. Papà gli parlò, e Al riconobbe un amico, e lo disse con la coda; aveva solo voluto chiarire a chi appartenesse quella casa, nel caso lo sconosciuto in arrivo avesse qualche dubbio. Quando fummo a metà della scala, Jan corse giù d’impulso a dare il benvenuto a papà. Si sentiva timida (la vidi arrossire), ma i suoi occhi erano eccitati. Papà mette la gente a proprio agio; è una vita che lo vedo verificarsi. Passò un braccio attorno alla vita di Jan, la baciò, la salutò, e salì con lei il resto dei gradini. Io allungai il braccio e diedi un pizzicotto a mia moglie. A papà Jan piace molto, veramente, ed ero certo che adesso lei si sentisse benissimo. — Proprio non vedo l’ora di chiedertelo! — la sentii dire. — Sai… — Jan si girò sul pianerottolo, mi vide agitare una mano (Non dirglielo adesso!), e si interruppe.

— So cosa? — Papà sorrise a Jan, poi si chinò ad accarezzare Al.

— Se la casa non è cambiata. Che effetto ti fa tornarci?

— Mi sembra di averla lasciata il mese scorso. Potrà anche parere idiota venire fin qui in aereo per una sola sera, soltanto per rivederla. Ma ne vale la pena, credimi. Soprattutto adesso che ci vivete voi due. È incredibile che siate qui.

Avevo appoggiato la valigia di papà sotto la rastrelliera per cappelli dell’ingresso. Superai i due e mi infilai in soggiorno. Jan stava dicendo: — L’abbiamo vista e ce ne siamo innamorati immediatamente. E quando abbiamo saputo che l’appartamento al primo piano era vuoto… — Scrollò le spalle, sorrise.

— Vieni qui — urlai. — Goditi il panorama prima che accenda le luci. — Loro entrarono e raggiunsero il bovindo. I lampioni esterni illuminavano debolmente la stanza, e potevamo vedere la città, adesso piena di luci, distesa davanti a noi, dall’orizzonte frastagliato delle montagne giù fino alle rive della Baia. Nick senior e Jan erano alla finestra; io stavo alle loro spalle. — I mobili resteranno nello scantinato finché non avremo rimesso in ordine la stanza — dissi in tono indifferente, e Jan mi scoccò un’occhiata: aveva intuito la falsa casualità di una frase studiata in anticipo. — Stiamo ancora togliendo la vecchia tappezzeria. Un lavoraccio infernale. — Fissando quel panorama smisurato, paragonandolo, immagino, a ciò che era un tempo, mio padre non rispose, e io mi spostai all’interruttore accanto alla porta. Esitai per un attimo. Fissando la sua schiena, mi chiesi se fosse il caso di farlo. Poi accesi il lampadario, e papà e Jan si voltarono, strizzando le palpebre nel nuovo bagliore. — E guarda cosa abbiamo scoperto stamattina — dissi distrattamente, e la testa di papà si girò a seguire il mio gesto.

— Oh, mio Dio — disse sottovoce lui, fissando l’enorme scritta rossa sulla parete.

Quando parlai, avevo la gola stretta. Per un’istante ero tornato ragazzo, e avevo paura di essermi spinto troppo in là con mio padre. — La conoscevi, papà?

Passarono un secondo o due, poi lui si voltò di scatto verso la finestra, girandoci le spalle. — Se la conoscevo — ripeté, in tono piatto. — Se conoscevo Marion Marsh. Oh, sì. Oh, sì, certo. — Si voltò di nuovo verso l’interno della stanza, scrutò la scritta sulla parete. Poi si avvicinò al muro, alzò le mani come se volesse toccare quelle parole, ma non lo fece. Si fermò davanti alla scritta, restò immobile per un momento, poi senza voltarsi a guardarci disse:

— Quando ha scritto quello ero qui con lei, in questa stanza. — Scosse la testa, colmo di meraviglia. — Avevo vent’anni. — Si chiuse nel silenzio per un altro momento. — Lo sapete come ha fatto a scrivere le righe più alte? — Si girò a guardarci. Adesso sorrideva. — Camminando sulla spalliera del divano. Coi tacchi alti. Sapeva che io avevo paura che cadesse. Ero pronto ad afferrarla se fosse scivolata, e invece c’è mancato poco che lei si mettesse a fare i salti mortali. Probabilmente era sbronza per tre quarti, ma forse no. Con lei era sempre difficile capirlo. Pensavi che fosse ubriaca, e non lo era. Poi pensavi che fosse sobria, ed era piena d’alcol. — Si girò a guardare di nuovo la parete, scuotendo lentamente la testa per meraviglia e stupore. — Ed è ancora qui. Ancora qui. Non posso crederci.

Jan disse: — Devo andare in cucina. Ho delle cose sul fuoco. Venite anche voi? Tutti e due. Non voglio perdermi una sola parola.

La cucina era tanto ampia da contenere un grosso tavolo rotondo di legno, adesso coperto da una tovaglia di lino con una decorazione a scacchi blu e bianchi, e apparecchiato per tre con la porcellana fine e i bicchieri azzurri. Attorno al tavolo, quattro sedie in legno vecchio stile; Jan le aveva smaltate a colori diversi, e le assicelle degli schienali erano di tutti e quattro i colori. C’era una vecchia stufa economica a gas, con lo sportello del forno, bianco, decorato dalla scritta WIDGEWOOD a lettere blu. Il lavandino era vecchio, con un gocciolatoio in legno pieno di crepe; dovevo sistemarlo. Il frigorifero era nuovo, come i due piani di lavoro coperti in formica, coi credenzini sotto; su un lato si apriva la porta della grande dispensa. Jan era davanti al fornello, con un grosso cucchiaio di legno in una mano, un cocktail nell’altra. Il grembiule era più lungo della gonna; Jan ha un paio di gambe molto, molto belle che mi interessano ancora enormemente. Avevo messo Al nel cortile sul retro con la sua cena. Papà e io eravamo a tavola, appoggiati agli schienali delle sedie, e sorseggiavamo i nostri drink.

— Perché lo ha scritto? — stava dicendo lui a Jan. — Non so. Un’azione impulsiva. Come faceva sempre tutto. All’improvviso, aveva deciso di trasferirsi a Hollywood. Era apparsa in due o tre film. Nel primo, in una scena di massa che non era nemmeno sopravvissuta al montaggio. Ma dopo il secondo e il terzo, pensava di poter avere una carriera nel cinema. — Papà scrollò le spalle. — E magari avrebbe anche potuto averla. Era un’attrice. A quell’epoca, questa città era piena di teatri, e io l’ho vista parecchie volte. Al vecchio Alcazar. — Annuì una volta o due. — Era brava, come no. — Bevve un sorso del suo drink.

— Forse non dovrei chiedertelo — disse Jan, e si zittì, rossa in viso.

Papà sorrise. — E forse io non dovrei risponderti. — Alzò il bicchiere alla luce. — Ma tra i due drink robusti, il piacere di essere qui e lo shock di avere rivisto sulla parete quello che ha scritto Marion, ti risponderò. La risposta è che pensavo di esserlo. Innamorato di lei. Era questo che intendevi, giusto? — Jan annuì, ancora più rossa in volto di prima, e con un gesto nervoso scostò i capelli da una spalla. — Be’, pensavo di essere innamorato, e lo pensava anche lei. A dire il vero, avevamo parlato di matrimonio. — Papà si girò a sorridermi. — Se ci fossimo sposati, tu non esisteresti, esatto? E ti starebbe bene, dopo lo scherzo che mi hai fatto in soggiorno.

— Oh, esisterei lo stesso — dissi. — Non avresti potuto tenermi fuori dalla tua vita. Però probabilmente somiglierei un po’ di più a Jean Harlow. Almeno, è l’idea che mi sono fatto di Marion Marsh. — Come tanta gente, i vecchi film mi interessano molto; li colleziono, nel mio piccolo. Quindi quella storia mi affascinava.

— No, non era nemmeno particolarmente bella. Piuttosto carina, direi, ma non ne sono sicuro. È che quando stavi con lei non ci pensavi proprio, alla bellezza. Aveva un anno più di me. — Jan aveva cominciato a versare roba nei piatti di portata, e papà e io ci alzammo per aiutarla a metterli in tavola.

Cominciammo a mangiare. Jan mi disse di accendere la caffettiera elettrica, che stava sul bordo del tavolo, e io obbedii. Poi versai il vino; papà lo assaggiò e mi sorrise, annuì per esprimere il suo apprezzamento, poi assaggiò il cibo e fece i complimenti a Jan. E fatte tutte queste cose, Jan si protese sul tavolo verso papà, e con la franchezza di una persona timida che è momentaneamente riuscita a vincere la timidezza chiese: — Perché? Perché non lo hai fatto? Perché non l’hai sposata?

— Non ero pronto a rinunciare a tutto, fare le valigie, e trasferirmi con lei a Hollywood. — La faccia di papà si coprì di rossore: il vecchio litigio era tornato in vita. — Io cosa avrei fatto, là? Non interessavo al mondo del cinema. Nessuno si sarebbe mai interessato a me, a Hollywood. Sarebbe stato assurdo. Allora come oggi. — Aveva la fronte corrugata. Mi scoccò un’occhiata nervosa, prese il bicchiere e bevve il vino. — E naturalmente sono felice di non averlo fatto. Molto felice — mi disse in tono severo, come se io stessi pensando di negare la sua affermazione. — Non avrei mai conosciuto tua madre. — Si mise a tagliare la carne, con gli occhi puntati sul piatto. — Abbiamo litigato. Capivo il suo punto di vista, anche se non volevo che lei partisse. Nel secondo film aveva avuto una piccola parte che le aveva procurato una certa attenzione. Ancora prima che il film uscisse, ottenne una parte piuttosto buona nel terzo. Fino ad allora, aveva continuato a lavorare qui. Era qui che guadagnava e aveva una vera carriera. Andava a Hollywood per un paio di giorni di riprese, al massimo, e poi tornava. Però quella era una parte più grossa, più lunga. Doveva fermarsi là, e all’improvviso decise che il cinema sarebbe stato la sua carriera. Tornò un weekend a prendermi su. Ma io non volevo partire. Dopo un po’, lei si mise a piangere. Poi cominciò a coprirmi di maledizioni, e, credetemi, quella era una cosa che sapeva fare benissimo. Poi si alzò di scatto, corse alle finestre… — Papà alzò gli occhi. Sorrideva. — E spalancò quella centrale. In teoria, io avrei dovuto temere che potesse buttarsi. Ma la conoscevo troppo bene. Era l’ultima persona al mondo capace di fare una cosa del genere. Restai seduto a guardarla, sorridendo. Così lei si inginocchiò sul sedile del bovindo, si sporse in fuori, e guardò la città, come se fosse stata quella la sua unica intenzione. Era una bella giornata, fresca e assolata, ricordo. Il tipo di giornata di San Francisco che dovremmo esportare a Chicago. E lei disse di amare il panorama. Di amare San Francisco. Di amare questo appartamento. E me. Ma per la miseria, sarebbe andata a Hollywood! Io non le risposi. Lei tirò dentro la testa, si voltò, e mi fissò per un minuto. «Un giorno andrai a vantarti in giro di avermi conosciuta, bastardo!» disse. E aveva ragione, no? Poi strillò: «E questa casa sarà celebre perché sarà la casa nella quale ho vissuto io…». Era arrivata all’eccitazione totale in una frazione di secondo. Tipico di Marion. Saltò giù dal sedile, corse nella stanza, e si arrampicò sullo schienale del divano. Continuava a cercare di punirmi mettendo in pericolo la sua incolumità, chiaro? E, immagino, voleva anche dimostrare a se stessa che io tenevo ancora a lei. Be’, ci tenevo. E questa volta io saltai su e corsi al divano, perché avrebbe potuto cadere con un niente. Poi cominciò a camminare sullo schienale, scrivendo sulla parete col rossetto. Portava una gonna corta, e sapeva che io ero sotto a guardarla. — Papà sorrideva, con lo sguardo puntato sul nulla, la forchetta immobile nella mano. — “Marion Marsh ha vissuto qui”, scrisse, poi si girò a guardarmi. Poi… era proprio svitata… disse, o meglio mormorò: «Prendimi, Nick», e senza aggiungere altro, si buttò giù all’indietro.

Papà guardò Jan, poi me, continuando a sorridere. — Be’, la presi al volo. Mi sono quasi rotto la schiena, però l’ho presa. Adesso ho settantanove anni, e la cosa potrebbe suonare strana alle vostre giovani orecchie, ma ricordo ancora esattamente e precisamente in che modo quella ragazza balorda cadde, diritta fra le mie braccia. Figliolo, non voglio mancare di rispetto alla memoria di tua madre. Mi sorrise, tutta dolcezza e allegria, alzò la testa per baciarmi, poi saltò a terra e disse: «Scosta quello scemo di divano dalla parete, scemo», solo che non usò esattamente questi termini. Poi scrisse il resto di quello che avete visto.

Io lo stavo fissando in preda alla meraviglia. Quello era un quadro del tutto inedito su un padre che all’epoca aveva una decina d’anni meno di me. — Se fosse rimasta a San Francisco, l’avresti sposata, vero? — chiesi. Ma non era proprio una domanda.

— Non so. Come potrei dirlo? Non avevo ancora conosciuto tua madre. Non voglio discuterne. — Papà restò zitto per un attimo, poi aggiunse: — Però credo di poter dire che Marion Marsh avrebbe risvegliato lo spirito competitivo in molte donne.

Jan disse: — Oh, sono deliziata, affascinata all’idea che abbia vissuto qui. Qui in casa nostra. Sono così contenta che tu ci abbia raccontato queste cose! — Spinse indietro la sedia e saltò su. — Devo andare a dare un’altra occhiata alla sua parete. — Jan passò in soggiorno con la tazza del caffè, e mio padre e io la seguimmo con le nostre tazze.

In soggiorno, sorseggiammo il caffè sotto la luce forte del lampadario, fissando di nuovo l’imponente messaggio scritto col rossetto che ci giungeva dal passato. La mia voce rimbombò nella stanza vuota. — Non l’avevo mai sentita nominare. Ha fatto fortuna a Hollywood?

— Non c’è mai tornata. — Papà bevve un sorso, poi ci guardò. — In quasi ogni libro o film sugli anni Venti c’è una scena obbligatoria: una manciata di persone che corrono su una strada di campagna su un’auto scoperta, sventolando bottiglie, cantando, urlando, ubriachi marci. Be’, succedeva sul serio. L’ho fatto anch’io. E fu questo che fece Marion la sera prima di tornare a Hollywood. Io non ero della compagnia. Era furibonda con me, e non mi invitò. L’automobile si rovesciò. Ci furono diversi feriti, e lei restò uccisa. — Jan sussultò, emise un gemito involontario di protesta. Io corrugai la fronte. — Successe a Marin County. Su una stradina secondaria dalle parti di Ross. Dovettero girare di nuovo un paio delle scene del film in cui lavorava lei. Con un’altra attrice che allora era sconosciuta, ma che si chiamava Joan Crawford. Marion non arrivò mai a vedere il suo secondo film. Uscì nelle sale un mese dopo la sua morte.

Jan lasciò passare un attimo, poi disse dolcemente: — Però tu l’hai visto.

— Ma certo. Si intitolava Ragazze focose. — Papà le sorrise. — Mi spiace, ma il titolo era quello. L’ho visto più di una volta, te lo posso assicurare, e mi sono sentito male come mai in vita mia. Perché quando l’ho visto ho capito che Marion aveva ragione. Ho avuto la certezza che avesse davanti a sé una vera carriera, forse una grande carriera. Non era particolarmente bella, però possedeva più vitalità e più… puro magnetismo animale, immagino si possa chiamare, di chiunque io abbia mai conosciuto. Quando lei era in una stanza, in qualunque posto, te ne rendevi conto. E non solo io. Tutti quanti. E quando usciva da una stanza, ti accorgevi anche di quello, come se si fossero abbassate le luci. Be’, nel film si capiva benissimo. A parte una brevissima apparizione nel finale, talmente veloce che non conta nemmeno, lei recita in una sola scena. Un party. La vedi chiacchierare con un gruppo di ammiratori. Tutto qui. Durava solo mezzo minuto, forse meno. Però le aveva procurato una parte nel film successivo, la parte che alla fine venne assegnata a Joan Crawford e che diede il via alla sua carriera. Ho pensato spesso che sarebbe dovuta essere la carriera di Marion. Perché lei aveva lo stesso fascino diretto, personale, lo stesso potere sugli spettatori che solo una manciata di star veramente grandi hanno avuto. Le attrici che non dimentichi mai, come la Garbo, la Crawford, Bette Davis. Sì, aveva una grande carriera davanti a sé. — Bevendo un altro sorso di caffè, papà guardò di nuovo la parete. — Leggete e piangete! — mormorò, e annuì. — Quel giorno aveva ragione su tutto, no?

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