CAPITOLO 2

All’interno di una finestra quadrata, nel muro bianco, c’è il cielo luminoso e nudo. Al centro del cielo c’è il sole.

Ci sono undici bambini piccoli nella stanza, quasi tutti stipati a coppie, o a tre per volta, dietro la ringhiera di lettini imbottiti, e scivolanti pian piano, tra movimenti ed elocuzioni, nel riposo del sonno. I due più vecchi sono ancora in libertà: uno grasso e attivo, intento a smontare un gioco di costruzioni, e uno magro e nodoso, seduto nel quadrato di luce gialla proveniente dalla finestra, con lo sguardo fisso nel sole e sul viso un’espressione sciocca e tranquilla.

Nell’anticamera, la governante (una donna con un occhio solo e dai capelli grigi) parla con un uomo alto, dall’aria mesta, sulla trentina. — La madre ha ricevuto un incarico ad Abbenay — dice l’uomo. — Ma preferisce che lui resti qui.

— Dobbiamo tenerlo nel nido a giornata piena, allora, Palat?

— Sì. Io tornerò ad abitare in un dormitorio.

— Non preoccuparti, qui ci conosce tutti! Ma certo la Divisione Lavoro ti manderà presto a raggiungere Rulag? Visto che siete compagni, ed ingegneri entrambi? …

— Sì, ma lei è… Ecco, l’hanno chiamata loro, vedi, dall’Istituto Centrale d’Ingegneria. Io non sono bravo come lei. A Rulag è stato assegnato un lavoro molto importante.

La governante annuì col capo, e sospirò. — Ma anche così! … — incominciò con energia, poi non aggiunse altro.

Lo sguardo del padre era puntato sul bambino magro, il quale non aveva ancora notato la sua presenza, dato che si interessava solamente della luce. Il bambino grasso, in quel momento, si stava avvicinando a lui con rapidità, anche se con un’andatura piuttosto raggomitolata, causata da un pannolino bagnato e tendente a scivolare via. Si avvicinò spinto dalla noia o per socievolezza, ma una volta giunto nel quadrato di luce scoprì che laggiù era caldo. Si sedette a terra pesantemente accanto al bambino magro, e lo spinse nell’ombra.

L’espressione vacua e rapita del bambino magro lasciò immediatamente il posto a una smorfia di rabbia. Spinse il bambino grasso, strillando: — Via!

La governante fu immediatamente sul luogo del dissenso. Raddrizzò il bambino grasso. — Shev, non devi spingere gli altri.

Il bambino magro si drizzò in piedi. Il suo viso era illuminato dal sole e distorto dalla rabbia. Il pannolino minacciava di cadere. — Mio! — esclamò con voce acuta, penetrante. — Mio, sole!

— No, non è tuo — disse la donna senza un occhio, con la pacatezza di chi enuncia una profonda certezza. — Non c’è niente di tuo. Ogni cosa è da usare. Da dividere con gli altri. Se non sei disposto a dividerla, non puoi neppure usarla. — E prese con mani delicate e inesorabili il bambino magro e lo trasportò via lontano dal quadrato di luce solare.

Il bambino grasso rimase lì seduto, con lo sguardo assorto, indifferente. Quello magro si agitò tutto, strillò: — Mio, sole! — e scoppiò in lacrime di rabbia.

Il padre lo prese in braccio. — Su, basta, Shev — disse. — Su, sai bene che non puoi avere le cose. Cosa c’è, che non va? — La sua voce era bassa, e tremava come se anch’egli non fosse molto lontano dal pianto. Il bambino sottile, lungo, leggero fra le sue braccia piangeva con passione.

— C’è qualcuno che non riesce a non prendersela, tutto qui — disse la donna senza un occhio, fissandoli con simpatia.

— Ora lo porto al domicilio per una visita. La madre parte questa sera, capisci.

— Fai pure. Spero che vi diano presto un incarico comune — disse la governante, sollevando il bambino grasso e ponendoselo sull’anca come un sacco di grano. Aveva un’espressione melanconica sul viso e batteva le palpebre dell’occhio buono. — Ciao ciao, Shev, cuoricino mio. Domani, sentimi bene, domani giocheremo a fare il carrettino.

Ma il bambino non l’aveva ancora perdonata. Singhiozzò, stretto al collo del padre, e nascose la faccia nell’oscurità del suo sole perduto.


L’Orchestra aveva bisogno di tutte le panche, quel mattino, per le prove, e il gruppo di danza era occupato a ballare nella stanza più grande del centro d’apprendimento, cosicché i bambini che lavoravano al Parlare e Ascoltare sedevano in cerchio sul pavimento di pomice del laboratorio. Il primo volontario, un bambino allampanato di otto anni, con mani e piedi lunghi, si alzò. Stava in piedi molto dritto, da bambino in buona salute; il suo viso velato di una leggera peluria era pallido, all’inizio, ma presto divenne rosso, mentre aspettava che gli altri bambini gli dessero ascolto. — Parla, Shevek — disse il direttore del gruppo.

— Be’, avevo un’idea.

— Più forte — disse il direttore, che era un uomo di corporatura massiccia, di poco più di vent’anni.

Il bambino sorrise con imbarazzo. — Be’, vedi, pensavo: diciamo, ad esempio, che tu getti una pietra contro qualcosa. Contro un albero. Tu la getti, e la pietra viaggia nell’aria e colpisce l’albero. Giusto? Ma invece non può farlo. Perché… posso avere la lavagna? Ecco, questo sei tu che getti la pietra, e questo è l’albero — tracciò dei segni sulla lavagna, — ecco, questo dovrebbe essere l’albero, e qui la pietra, a metà strada tra i due. — I ragazzi ridacchiarono di fronte al suo disegno di una pianta di holum, ed egli sorrise. — Per passare da te all’albero, la pietra deve trovarsi a metà strada tra te e l’albero, vero? E poi deve trovarsi a metà tra la metà e l’albero. E poi a metà tra e l’albero. Non importa dov’è arrivata: c’è sempre un punto, che però in realtà è un tempo, posto a metà strada tra l’ultimo punto dove l’abbiamo messa e l’albero…

— Ti pare che sia tanto interessante? — lo interruppe il direttore.

— Ma perché non può raggiungere l’albero? — chiese una bambina di dieci anni.

— Perché deve sempre andare fino a metà della strada che deve ancora fare — disse Shevek, — e le rimane sempre da fare metà della strada già fatta… capisci?

— Diciamo allora che hai tirato male la pietra — disse il direttore, con un sorriso tirato.

— Non ha importanza come la tiri. La pietra non può raggiungere l’albero.

— Chi ti ha dato questa idea?

— Nessuno. L’ho vista da me. Ma credo di poter anche dire come fa la pietra a colpire davvero…

— Basta così.

Alcuni degli altri bambini stavano parlando fra loro, ma tacquero immediatamente, come se fossero diventati tutti muti. Il ragazzino con la lavagna rimase immobile, nel silenzio. Pareva impaurito, e aveva aggrottato la fronte.

— Parlare è dividere… un’arte cooperativa. Tu non dividi; tu egoizzi, e basta.

Le sottili, vigorose armonie dell’orchestra echeggiarono nella sala.

— Tu non l’hai vista da te, l’idea non è stata spontanea. Ho letto qualcosa di molto simile in un libro.

Shevek fissò il direttore ad occhi spalancati. — Che libro? Ne abbiamo uno qui?

Il direttore si alzò in piedi. Era alto quasi il doppio e pesante quasi il triplo del suo oppositore, e gli si leggeva in faccia che provava un’antipatia intensissima per il bambino; ma nella sua posizione non c’era minaccia di violenza fisica: solamente un’asserzione di autorità, che era uscita indebolita dalla reazione irritata alla strana domanda del bambino. — No! E smetti di egoizzare! — Poi riprese, con il suo tono melodioso di pedante: — Questo genere di cosa è in realtà direttamente contrario a ciò che cerchiamo di ottenere in un gruppo di Parlare e Ascoltare. La parola è una funzione con andata e ritorno. Shevek non è ancora pronto a capirlo, mentre invece gli altri di voi lo sono già, e così la sua presenza è un elemento di disgregazione per il gruppo. Lo capisci anche tu, vero, Shevek? Ti consiglio di trovare un altro gruppo che lavori al tuo livello.

Nessuno altro parlò. Il silenzio e la musica forte e sottile continuarono mentre il ragazzo consegnava la lavagna e usciva dal circolo. Uscì in corridoio e vi restò. Il gruppo da lui lasciato cominciò, sotto la guida del direttore, una storia di gruppo, raccontata a turno. Shevek ascoltò le loro voci sommesse e il proprio cuore che ancora batteva a precipizio. Aveva nelle orecchie una nota ronzante, che non veniva dall’orchestra, ma che era il suono che sorge quando ci si trattiene dal piangere; aveva già notato varie volte, in passato, lo stesso suono ronzante. Non gli piaceva ascoltarlo, e non voleva pensare alla pietra e all’albero, cosicché volse la propria mente al Quadrato. Era composto di numeri, e i numeri erano sempre spassionati e solidi; quando si sentiva in difetto, egli poteva volgersi a quelli, poiché essi non avevano difetti. Aveva visto il Quadrato nella propria mente qualche tempo prima: un disegno nello spazio, simile ai disegni che la musica faceva nel tempo: un quadrato dei primi nove numeri interi, con 5 nel centro. In qualunque modo sommavi le righe, il risultato era sempre uno, tutte le diseguaglianze si pareggiavano; era piacevole da osservare. Se soltanto avesse potuto organizzare un gruppo che amasse parlare di cose come quella; ma soltanto un paio di ragazzi e ragazze più adulti amavano farlo, ed erano occupati. E che dire del libro di cui il direttore aveva parlato? Era un libro di numeri? Avrebbe mostrato come fa la pietra a raggiungere l’albero? Egli era stato uno sciocco a raccontare la celia della pietra e dell’albero, nessuno si era accorto che era una celia, il direttore aveva ragione. La testa gli faceva male. Volse lo sguardo interiormente, verso le configurazioni calme.

Se un libro fosse stato scritto completamente con numeri, sarebbe stato vero. Sarebbe stato giusto. Nulla detto a parole usciva perfettamente pareggiato, mai. Le cose dette a parole si ingarbugliavano e cozzavano tra loro, invece di rimanere dritte e di incastrarsi bene le une nelle altre. Ma al di sotto delle parole, al centro, come al centro del Quadrato, tutto si pareggiava. Ogni cosa poteva cambiare, eppure nulla si sarebbe perduto. Se vedevi i numeri potevi vederlo: l’equilibrio, lo schema armonioso. Vedevi le fondamenta del mondo. Ed esse erano solide.

Shevek aveva imparato ad attendere. E in questo era molto bravo: un vero esperto. Aveva imparato inizialmente quest’arte aspettando che sua madre Rulag ritornasse, anche se la cosa era successa così tanto tempo prima che egli non la ricordava più; poi aveva approfondito l’arte aspettando il proprio turno, aspettando di dividere, aspettando la propria parte. All’età di otto anni chiedeva perché, e come, e cosa succederebbe se, ma raramente chiedeva quando.

Attese fino a quando giunse il padre per portarlo con sé in visita domiciliare. Fu una lunga attesa: sei decadi. Palat aveva preso un breve incarico di manutenzione all’Impianto Recupero Acque di Monte Tamburo, e alla fine dell’incarico contava di prendersi una decade ai bagni di Malennin, dove intendeva nuotare, riposarsi e copulare con una donna chiamata Pipar. Aveva spiegato tutto questo al figlio. Shevek si fidava di lui, ed egli non deludeva questa fiducia. Alla fine dei sessanta giorni, Palat apparve al dormitorio dei bambini di Piano Grande: un uomo alto e sottile, con lo sguardo più melanconico che mai. Copulare non era in realtà ciò che voleva. Rulag lo era. Quando vide il ragazzo, sorrise, e la sua fronte si increspò con dolore.

Ciascuno prese piacere dalla compagnia dell’altro.

— Palat, hai mai visto un libro con tutti numeri?

— Cosa vuoi dire, di matematica?

— Forse sì.

— Come questo?

Palat prese dalla tasca un libro. Era piccolo, fatto per stare in tasca, e come quasi tutti i libri era rilegato in verde, con il Cerchio della Vita impresso sulla copertina. Era stampato fitto, in caratteri piccoli e con margini esigui, poiché la carta è una sostanza che richiede molte piante di holum e molta fatica umana per la propria produzione, come il dispensatore del centro di apprendimento faceva sempre notare a chi impiastricciava un foglio e andava a farsene dare un altro. Palat porse a Shevek il libro aperto. Le due pagine erano una serie di colonne di numeri. Eccoli lì, proprio come li aveva immaginati. Nelle sue mani ricevette il pegno dell’eterna giustizia. Tavole dei Logaritmi, Base 10 e 12, diceva il titolo sulla copertina, al di sopra del Cerchio della Vita.

Il bambino studiò la prima pagina per un certo tempo. — A che cosa servono? — chiese, poiché evidentemente quelle configurazioni di numeri non erano presentate esclusivamente per la loro bellezza. L’ingegnere, seduto su un duro pagliericcio accanto a lui, nella stanza comune del domicilio, fredda e scarsamente illuminata, cominciò a spiegargli i logaritmi. Due vecchi, dall’altra parte della stanza, ridacchiavano, occupati a giocare a «Punto più Alto». Entrò una coppia di adolescenti, che chiese se la camera singola era libera per quella notte e che poi vi si recò. La pioggia colpì con rumore sordo il tetto metallico del domicilio a un solo piano, e poi si fermò. La pioggia non durava mai a lungo. Palat prese il proprio regolo calcolatore e ne mostrò a Shevek il funzionamento; in cambio Shevek gli mostrò il Quadrato e il principio della sua disposizione. Era già molto tardi quando compresero che si era fatto tardi. Fecero di corsa la strada, attraverso l’oscurità fangosa, meravigliosamente profumata di pioggia, fino al dormitorio dei bambini, e si presero la rituale sgridata del sorvegliante notturno. Si baciarono frettolosamente, entrambi scossi dal riso, e Shevek corse nella grande camerata, e poi alla finestra, da cui poté vedere il padre che ripercorreva in senso inverso l’unica strada di Piano Grande, nell’oscurità umida e blu.

Il bambino andò a letto con le gambe ancora sporche di fango, e sognò. Sognò di percorrere una strada, in mezzo a una landa spoglia. Molto avanti a sé, attraverso la strada, scorse una linea. Quando vi si avvicinò, vide che era un muro. Si stendeva da un orizzonte all’altro, e attraversava tutta la landa spoglia. Era denso, scuro, e molto alto. La strada giungeva fino ai suoi piedi, e veniva arrestata.

Egli doveva andare avanti, e non poteva. Il muro lo fermava. Una dolorosa, rabbiosa paura sorse in lui. Doveva andare avanti, altrimenti non sarebbe mai riuscito a ritornare a casa. Ma davanti a lui s’innalzava il muro. Non c’era modo di passare.

Picchiò le mani contro la superficie levigata e urlò. La voce gli uscì priva di parole, gracchiante. Spaventato dal suono della propria voce, si rannicchiò a terra e allora udì un’altra voce che diceva: «Guarda». Era la voce di suo padre. Gli pareva che anche sua madre Rulag fosse presente, ma non la vide (non aveva ricordo del suo viso). Gli pareva che la madre e Palat fossero entrambi nell’oscurità sotto il muro, chini sulle quattro zampe, più massicci degli esseri umani e con forma diversa. Indicavano qualcosa, gli mostravano qualcosa sul terreno, sulla polvere aspra da cui non cresceva nulla. E là c’era una pietra. Era scura come il muro, ma su di essa, o nel suo interno, c’era un numero; un 5, egli pensò in un primo istante, poi lo prese per un 1, e infine comprese che cosa fosse: il numero primario, che era insieme l’unità e la pluralità. «Ecco la pietra angolare» disse una voce a lui caramente familiare, e Shevek venne trapassato dalla gioia. Non c’era alcun muro nelle ombre, ed egli si accorse di essere tornato, di essere a casa.

In seguito non riuscì a ricordare i particolari del sogno, ma non dimenticò mai quell’accesso di penetrante gioia. Non aveva mai conosciuto nulla di simile; così certa era la prova della sua permanenza, come basta un’occhiata sola a una luce che brilla incessantemente, che non pensò mai a quella gioia come a qualcosa d’irreale, anche se l’aveva sperimentata unicamente nel sogno. Solo che, per quanto fosse sicuramente laggiù, egli non poté più riacquistarla, né col desiderio né con un atto di volontà. Riuscì solamente a ricordarla, da sveglio. Quando sognò nuovamente il muro, come a volte gli occorse, il sogno era greve, privo di sbocco.


Avevano trovato l’idea di «prigione» in alcuni episodi della Vita di Odo, letta in quel periodo da tutti coloro che avevano scelto di lavorare alla Storia. Il libro aveva molti punti oscuri, e a Piano Grande nessuno conosceva abbastanza la storia per poterli spiegare; ma una volta giunti agli anni di Odo nel Forte di Drio, il concetto di «prigione» si chiarì da sé. Un insegnante itinerante di storia giunse alla cittadina e spiegò ulteriormente l’argomento, con la riluttanza provata da ogni adulto di onesti sentimenti che debba spiegare ai giovani un’oscenità. Sì, disse, una prigione era il luogo dove uno Stato metteva chi disobbediva alle sue Leggi. Ma perché quelle persone non se ne andavano? Non potevano, le porte erano chiuse a chiave. Chiuse a chiave? Sì, come le porte di un furgone in moto, per non farti cadere giù, sciocco! Ma che cosa facevano, standosene in una stanza tutto il giorno? Niente; non avevano niente da fare. Avete visto le illustrazioni di Odo nella cella della prigione di Drio, no? Quell’immagine di sfida paziente, la testa grigia china, i pugni stretti, immobile fra le tenebre incombenti. A volte i prigionieri venivano condannati a lavorare. Condannati? Be’, significa che un giudice, una persona che ha ricevuto il potere dalla Legge, ordinava loro di compiere qualche tipo di lavoro fisico. Ordinava loro? e se non volevano farlo? Ebbene, li costringevano; se non lavoravano, venivano battuti. Un brivido percorse l’uditorio, composto di ragazzi di undici, dodici anni: nessuno di loro era mai stato percosso, né aveva mai visto percuotere alcuno, eccetto che in qualche occasione in cui esplodeva improvvisamente la collera, e sempre a livello personale.

Tirin formulò la domanda che ciascuno aveva in mente: — Vuoi dire che molte persone ne picchiavano una sola?

— Sì.

— E perché gli altri non le fermavano?

— Le guardie erano armate, i prigionieri no — rispose l’insegnante. Parlava in tono violento, come chi è costretto a dire cose detestabili, e ne prova imbarazzo.

Il fascino discreto della perversione fece convergere Tirin, Shevek e altri tre ragazzi. Le ragazze erano state eliminate dalla loro compagine, anche se nessuno di loro ne avrebbe saputo dire il motivo. Tirin aveva trovato una prigione ideale, nei sotterranei dell’ala ovest del centro d’apprendimento. Era un recesso grande a sufficienza per ospitare una persona sola, seduta o distesa, ed era formato da tre pareti di cemento delle fondazioni e dalla parte inferiore della soletta del pavimento sovrastante; dato che le fondazioni costituivano un’unica struttura cementizia, pavimento e pareti formavano un blocco solo; una grossa lastra della pietra usata per i rivestimenti poteva chiudere completamente l’accesso. Ma occorreva sbarrare la porta. Provando, scoprirono che due cavalletti, incuneati fra la lastra e la parete dirimpetto, la tenevano chiusa con una sicurezza insormontabile. Nessuno dall’interno sarebbe riuscito ad aprire quella porta.

— E la luce?

— Niente luce — affermò Tirin. Parlava con autorevolezza, in casi come questo, poiché la sua immaginazione lo calava direttamente nella situazione. Usava sempre le informazioni che aveva, certo, ma non erano le informazioni, ora, a dargli la certezza. — Nel Forte di Drio mettevano i prigionieri a sedere al buio. Per anni interi.

— L’aria, però — osservò Shevek. — Quella porta chiude la cella come una camera stagna, quasi. Bisogna fare un buco.

— Occorrono ore per forare quella pietra. E poi, chi vuoi che resti chiuso in quella scatola talmente a lungo da finire l’aria!

Coro di volontari e di proteste.

Tirin rivolse agli altri uno sguardo di derisione. — Siete pazzi, tutti voi. Chi può desiderare di venire chiuso realmente in un posto come quello? E a che scopo? — L’idea di fare la prigione era sua, ma a lui bastava l’idea; non comprendeva che per molte persone non è sufficiente immaginare: devono entrare nella cella, cercare di aprire le porte inespugnabili.

— Voglio sapere cosa si prova — disse Kadagv, un ragazzo dodicenne, dalle spalle ampie e dalla personalità seria, dominatrice.

— Usa la testa, allora! — schermì Tirin, ma gli altri diedero ragione a Kadagv. Shevek andò a prendere un trapano in laboratorio, e praticarono un foro di due centimetri di diametro, all’altezza del naso. Occorse quasi un’ora per fare il foro, come Tirin aveva predetto.

— Quanto tempo vuoi rimanere dentro, Kadagv? Un’ora?

— Senti — rispose, — se sono io il prigioniero, allora non posso deciderlo. Io non sono libero. Spetta a voi decidere quando farmi uscire.

— Questo è giusto — disse Shevek, un po’ infastidito da una simile logica.

— Non puoi rimanere molto, Kadagv. Voglio il mio turno anch’io! — fece il più giovane di loro, Gibesh. Ma il prigioniero non si degnò di rispondere, ed entrò nella cella. La porta venne rizzata e spinta a posto con un tonfo, poi vennero collocati i due cavalletti; i quattro carcerieri vi picchiarono sopra con entusiasmo per farli andare a posto. Poi tutti si affollarono attorno al foro di aerazione per vedere il prigioniero, ma poiché l’unica luce della cella proveniva dal foro, non riuscirono a vedere nulla.

— Non succhiate tutta l’aria di quel povero scemo.

— Soffiamone un po’ dentro.

— Sì, a scorregge!

— Quanto gli diamo?

— Un’ora.

— Tre minuti.

— Cinque anni!

— Tra quattro ore spengono le luci. Dovrebbe bastare.

— Ma anch’io voglio il mio turno!

— Va bene. Vuol dire che starai dentro tutta la notte.

— Be’, intendevo dire domani…

Quattro ore più tardi, spinsero via i cavalletti e liberarono Kadagv. Emerse con lo stesso dominio della situazione mostrato nell’entrare, e disse di avere fame e che si trattava di una cosa da nulla; si era limitato a dormire per la massima parte del tempo.

— Saresti disposto a ripetere l’esperienza? — lo sfidò Tirin.

— Certo.

— No, io voglio il secondo turno…

— Taci, Gibesh. Allora, Kadagv? Saresti disposto a rientrare subito dentro, senza sapere quando ti faremo uscire?

— Certo.

— Senza cibo?

— No, ai prigionieri davano da mangiare — si intromise Shevek. — Ed è questa la parte più strana di tutta la cosa.

Kadagv sollevò le spalle. La sua aria di alterigia e di superiorità era insopportabile.

— Sentite — disse Shevek ai due ragazzi più giovani, — andate in cucina a prendere qualche avanzo, e prendete anche una bottiglia, o qualcosa di simile, piena d’acqua. — Si rivolse nuovamente verso Kadagv: — Ti daremo un mucchio di roba, in modo che tu possa rimanere in quel buco finché ti pare.

— Finché pare a voi — lo corresse Kadagv.

— D’accordo. Entra dentro! — La sicurezza ostentata da Kadagv aveva fatto affiorare la vena beffarda, commediante, di Tirin. — Sei un prigioniero. Tu non rimbecchi nessuno, capito? E adesso girati dall’altra parte. Porta le mani alla nuca.

— E per quale motivo?

— Rinunci?

Kadagv lo fissò con aria torva.

— Tu non puoi chiedere il motivo. Perché se lo fai, noi ti possiamo picchiare, e tu devi limitarti a prenderle, e nessuno può venire ad aiutarti. Perché ti possiamo dare calci nelle balle finché vogliamo, e tu non puoi restituircene neppure uno. Perché non sei lìbero. Allora, hai ancora intenzione di andare fino in fondo?

— Certo. Colpiscimi.

Tirin, Shevek e il prigioniero, fermi uno di fronte all’altro, formavano uno strano gruppo di figure immobili: la lampada nel mezzo, e intorno a loro l’oscurità e i massicci muri di fondazione dell’edificio.

Tirin gli rivolse un sorriso arrogante, esagerato. — Non venirmi a insegnare il mio lavoro, tu, bieco profittatore. Zitto, e fila dentro! — Mentre Kadagv si voltava per obbedire, lo spinse nella schiena con il braccio teso, sbattendolo in fondo alla cella. Emise una esclamazione soffocata di sorpresa o di dolore, e si sedette a terra, succhiandosi un dito ammaccato o graffiato. Shevek e Tirin non dicevano nulla. Immobili, col viso privo di espressione, erano immersi nel loro ruolo di guardie. Ormai non stavano più recitando una parte: la parte aveva preso il sopravvento e dominava sulle loro azioni. I ragazzi più giovani tornarono con un po’ di pane di holum, un melone, una bottiglia d’acqua. Al loro arrivo stavano ancora parlando, ma il curioso silenzio della cella si impadronì anche di loro. Cibo e acqua vennero cacciati dentro, la porta venne rizzata e fermata con i cavalletti. Kadagv rimase solo, nel buio. Gli altri si raccolsero attorno alla lampada. — E dove piscia? — bisbigliò Gibesh.

— A letto — rispose Tirin, con chiarezza ironica.

— E se deve andare al cesso? — continuò Gibesh, mettendosi a ridere piano.

— Che c’è, che fa ridere, nel cesso?

— Pensavo… se non vede… nel buio… come fa… — Gibesh non riuscì a terminare la descrizione della buffa scena da lui immaginata. Tutti cominciarono a ridere senza bisogno di spiegazione: risero forte, fino a rimanere senza fiato. Ciascuno di loro era cosciente del fatto che il ragazzo chiuso nella cella poteva udire le loro risa.

Era già passata l’ora in cui le luci del dormitorio dei ragazzi venivano spente, e molti adulti dormivano già, anche se qualche luce era ancora accesa, nei domicili. La strada era vuota. I ragazzi la percorsero disordinatamente, vociando e ridendo tra loro: li rendeva sfrenati il piacere di condividere un segreto, di disturbare gli altri, di sommare una malvagità in cima a un’altra. Destarono una buona metà dei ragazzi del dormitorio mettendosi a giocare ad acchiapparsi per i passaggi e in mezzo ai letti. Nessun adulto interferì; dopo poco, il clamore si spense da solo.

Tirin e Shevek rimasero a sedere a lungo, occupati a bisbigliare tra loro, sul letto di Tirin. Alla fine decisero che Kadagv se l’era voluto e che sarebbe rimasto due intere notti in prigione.

Il loro gruppo si riformò nel pomeriggio, al laboratorio del recupero legno, e il caposquadra chiese dove fosse Kadagv. Shevek lanciò un’occhiata a Tirin. Si sentiva astuto, provava un senso di potenza nell’evitare di rispondere. Ma quando Tirin rispose senza esitazioni che forse si era unito a un altro gruppo per quel giorno, la menzogna sconvolse Shevek. Il senso di una potenza segreta si trasformò d’improvviso in una sensazione di disagio; gli prudevano le gambe, gli bruciavano le orecchie. Quando il caposquadra gli rivolgeva la parola, Shevek sobbalzava per l’allarme, o la paura, o un altro sentimento affine a questi; un sentimento ch’egli non aveva mai provato, simile all’imbarazzo ma assai peggiore: interiore e abietto. Continuò a pensare a Kadagv, anche mentre riempiva di mastice i fori dei chiodi nelle tavolette di compensato, e le levigava con la carta a vetro fino a renderle perfettamente lisce. Ogni volta che guardava nell’interno della propria mente vi scorgeva Kadagv. Era un’esperienza odiosa.

Gibesh, che era rimasto di guardia, si recò da Tirin e Shevek alla fine del pasto serale. Pareva a disagio. — Mi sembra di avere sentito parlare Kadagv, là dentro. Aveva una voce strana.

Pausa. — Lo facciamo uscire — disse Shevek.

Tirin lo guardò. — Su, via, Shevek — disse, — non piagnucolare. Non diventare altruista! Lascia che finisca il suo tempo, concedigli il rispetto di se stesso: arrivare alla fine del periodo stabilito.

— Altruista un corno. Si tratta del rispetto di me stesso — disse Shevek, e si avviò verso il centro di apprendimento. Tirin lo conosceva; non perse a tempo a discutere con lui, ma lo seguì. I due undicenni si accodarono. Strisciando sotto l’edificio, raggiunsero la cella. Shevek sbatté via un cavalletto, Tirin l’altro. La porta della prigione cadde al suolo con un tonfo sordo.

Kadagv era disteso a terra, rannicchiato su un fianco. Si mise a sedere, poi, molto lentamente, si alzò e venne fuori. Stava più curvo del necessario, sotto il soffitto basso, e batté più volte le palpebre alla luce della lampada, ma non pareva diverso da sempre. Il fetore che uscì insieme con lui fu incredibile. Aveva sofferto, per qualche motivo, di diarrea. La cella era tutta lorda, e macchie gialle di materia escrementizia gli sporcavano la camicia. Quando la luce della lampada gliele mostrò, cercò di nasconderle con la mano. Nessuno disse molto.

Una volta strisciati all’esterno dell’edificio, lungo la strada del dormitorio, Kadagv chiese: — Quanto è stato?

— Circa trenta ore, se contiamo le prime quattro.

— Abbastanza lungo — disse Kadagv, senza convinzione.

Dopo averlo accompagnato alle docce perché si ripulisse, Shevek dovette correre alla latrina. Laggiù si piegò su una tazza, e vomitò. I conati non vollero smettere prima di un quarto d’ora. Era tremante ed esausto quando ebbero fine. Si recò nella stanza comune del dormitorio, lesse un po’ di fisica e andò a letto presto. Nessuno dei cinque ragazzi tornò mai più alla prigione sotto il centro di apprendimento. Nessuno di loro parlò mai dell’accaduto, ad eccezione di Gibesh, che una volta se ne vantò con alcuni ragazzi e ragazze più grandi. Ma questi non capirono, ed egli finì col lasciar cadere l’argomento.


La Luna era già alta al di sopra dell’Istituto Regionale Settentrionale per le Scienze Nobili e Materiali. Quattro ragazzi di quindici e sedici anni, seduti sulla cima di una collinetta, in mezzo a macchie contorte di holum cespugliosi, guardavano in basso verso l’Istituto Regionale, e in alto verso la Luna.

— Strano — disse Tirin. — Non ho mai pensato…

Commenti degli altri tre sulla verità di queste parole.

— Non ho mai pensato — riprese Tirin, senza scomporsi, — al fatto che forse ci sono delle persone sedute su una collinetta, lassù, su Urras, che guardano verso Anarres, verso di noi, e dicono: «Guarda, c’è la Luna». La nostra terra è la loro Luna; la nostra Luna è la loro terra.

— Dove starà, dunque, la Verità? — declamò Bedap.

— Nella collina dove ciascuno ha la ventura di sedere — disse Tirin.

Continuarono tutti a fissare il turchese brillante, velato, sospeso su di loro: non era perfettamente rotondo, il giorno aveva passato la pienezza. La calotta polare settentrionale era accecante. — È chiaro, là nel nord — disse Shevek. — C’è sole. E quella sporgenza lassù, di colore marrone, è l’A-Io.

— Sono tutte sdraiate nude a prendere il sole — disse Kvetur, — con un gioiello nell’ombelico e senza neppure un pelo.

Silenzio.

Erano saliti sulla collina per rimanere tra maschi. La presenza di femmine risultava opprimente per tutti. Pareva loro che negli ultimi tempi il mondo si fosse riempito di ragazze. Dovunque posassero gli occhi, svegli o addormentati, vedevano ragazze. Tutti avevano provato a copulare con le ragazze; alcuni, disperati, avevano anche cercato di non copulare con le ragazze; la cosa non faceva differenza. Le ragazze c’erano lo stesso.

Tre giorni prima, in un corso di Storia di Movimento Odoniano, tutti avevano assistito alla stessa lezione visiva, e l’immagine dei gioielli iridescenti nella cavità levigata degli addomi femminili oliati e abbronzati, si era ripresentata a ciascuno di loro, privatamente.

Avevano anche visto i cadaveri di bambini, pelosi come loro, ammucchiati come rottami di metallo, rigidi e rugginosi, su una spiaggia, e uomini che versavano petrolio sui bambini e davano fuoco. «Una carestia nella Provincia di Bachifoil della Nazione di Thu — aveva detto la voce del commentatore. — I corpi di bambini morti di inedia e di malattia sono bruciati sulle spiagge. Sulla spiaggia di Tius, ad alcune centinaia di chilometri di distanza, nella nazione di A-Io (e lì arrivavano i gioielli nell’ombelico), donne riservate per l’uso sessuale di appartenenti maschili alla classe abbiente (venivano usate le parole iotiche, dato che in pravico non esistevano gli equivalenti di nessuna delle due), sdraiate sulla sabbia tutto il giorno, finché non viene servito loro il pranzo da appartenenti alla classe non abbiente.» Primi piani del pranzo: bocche delicate che mangiano e sorridono, mani lisce che prendono manicaretti glassati da piatti d’argento. Poi brusco ritorno al volto cieco e torvo di un bambino morto: la bocca aperta, vuota, nera, secca. «A fianco a fianco» aveva detto la voce tranquilla.

Ma l’immagine che si era innalzata come bolla iridescente nel cervello dei ragazzi era stata uguale per tutti.

— Quanto hanno, quei film? — disse Tirin. — Sono di prima dell’Insediamento, o sono di oggi? Non ce lo dicono mai.

— Che importa? — disse Kvetur. — Vivevano così, su Urras, prima della Rivoluzione Odoniana. Tutti gli Odoniani se ne andarono e vennero qui su Anarres. Perciò, probabilmente, non è cambiato nulla… continuano a fare così, lassù. — Indicò la grande Luna verdazzurra.

— Come possiamo dirlo?

— Spiegati meglio, Tirin — chiese Shevek.

— Se quelle immagini hanno un secolo e mezzo, le cose potrebbero essere molto diverse, su Urras, oggi. Non dico che lo siano, ma, se lo fossero, come potremmo saperlo? Noi non andiamo su Urras, non parliamo con loro; non ci sono comunicazioni. In verità non abbiamo idea di come sia la vita, oggi, su Urras.

— La gente del CDP lo sa. Parlano con gli urrasiani dei mercantili che scendono al Porto di Anarres. Si tengono informati. Ed è necessario che lo siano, in modo da poter mantenere gli scambi con Urras, e anche per sapere con esattezza l’entità della minaccia che rappresentano per noi. — Bedap parlava con ragionevolezza, ma la risposta di Tirin fu brusca: — Allora, forse il CDP è informato, ma noi no.

— Informato! — esclamò Kvetur. — Sento parlare di Urras fin da quando ero al nido d’infanzia! E vorrei evitare di vedere altre fotografie di città urrasiane piene di sporcizia e di corpi urrasiani pieni di grasso!

— Appunto — disse Tirin, con il brio di chi sta seguendo un processo logico. — Tutto il materiale su Urras disponibile per gli studenti è sempre uguale. Disgustoso, immorale, escrementale. Ma ascoltate. Se stavano tanto male quando i Primi Coloni partirono, come hanno fatto ad andare avanti per un altro secolo e mezzo? Se erano così malati, perché non sono morti? Perché la loro società proprietaristica non si è sfasciata? Che cosa temiamo tanto, noi?

— L’infezione — disse Bedap.

— Siamo così deboli da non poter sopportare una piccola esposizione? E poi, non possono essere tutti malati. Indipendentemente da quel che è la loro società, alcuni di loro devono essere delle brave persone. La gente, qui da noi, varia molto; perché non dovrebbero variare anche loro? Siamo tutti dei perfetti Odoniani, noialtri? Guardate quel moccolone di Pesus!

— Ma in un organismo malato, anche le cellule sane sono condannate — disse Bedap.

— Oh, si può provare qualsiasi cosa, usando l’Analogia; e tu lo sai. E poi, come facciamo, noi, effettivamente, a sapere che la loro società è malata?

Bedap si rosicchiò l’unghia del pollice. — Tu stai ora affermando che il CDP e l’organizzazione di distribuzione sussidi didattici ci mentono a proposito di Urras.

— No; ho detto semplicemente che sappiamo soltanto ciò che ci viene detto. E sai che cosa ci viene detto? — Il volto scuro, dal naso camuso, di Tirin, ora chiaro sotto la luce chiara e azzurrognola della Luna, si volse verso di loro. — Kvetur l’ha nominato un attimo fa. Ha afferrato il messaggio. Voi l’avete udito: detestate Urras, odiate Urras, abbiate paura di Urras.

— E perché no? — domandò Kvetur. — Guarda come hanno trattato noi Odoniani!

— Ci hanno dato la loro Luna, no?

— Sì, per impedirci di sfasciare la loro società di profittatori e di instaurare lassù la società della giustizia. E non appena si sono sbarazzati di noi, ci scommetterei, si sono messi ad organizzare governi ed eserciti più in fretta che mai, dato che non c’era più nessuno a fermarli. Se noi aprissimo loro il Porto, credi che verrebbero come amici e fratelli? Un miliardo di loro e venti milioni di noi? Ci spazzerebbero via tutti, oppure ci renderebbero, com’è quella parola, schiavi, a lavorare nelle miniere per loro.

— Va bene. Sono d’accordo sul fatto che sia saggio, probabilmente, avere paura di Urras. Ma perché odiare? L’odio non è funzionale; perché ce lo insegnano? O forse la spiegazione è che se sapessimo com’era in realtà Urras, essa ci piacerebbe… qualche sua parte… a una parte di noi? Che la cosa che il CDP intende evitare non sia, semplicemente, che alcuni di loro vengano qui, ma che alcuni di noi desiderino di andare lassù?

— Andare su Urras? — disse Shevek, stupito.

Discutevano perché amavano le discussioni, amavano la rapida corsa della mente libera lungo i sentieri delle possibilità, amavano mettere in dubbio ciò che non veniva mai messo in dubbio. Erano intelligenti, le loro menti erano già disciplinate alla chiarezza della scienza, e avevano sedici anni. Ma a questo punto il piacere della discussione cessava per Shevek, come già era cessato per Kvetur. Si sentiva a disagio. — Chi vuoi che desideri andare su Urras? — domandò. — E a che scopo?

— Per scoprire com’è fatto un altro mondo. Per vedere che cos’è un «cavallo»!

— Infantile — disse Kvetur. — C’è vita anche su alcuni altri sistemi solari — e indicò con la mano il cielo illuminato dalla Luna, — così ci dicono. E allora? Noi abbiamo avuto la fortuna di nascere qui!

— Se fossimo migliori di ogni altra società umana — disse Tirin, — allora dovremmo aiutarla. Ma questo ci è proibito.

— Proibito? Parola non organica. Chi lo probisce? Stai esternalizzando la funzione integrativa stessa — disse Shevek, piegandosi in avanti e parlando con passione. — L’ordine non sono «ordini». Noi non lasciamo Anarres perché noi siamo Anarres. Dato che tu sei Tirin, non puoi lasciare la pelle di Tirin. Forse ti piacerebbe cercare di essere qualcun altro, per vedere cosa si prova; ma tu non puoi farlo. E allora, forse ti viene impedito con la forza? E noi, siamo tenuti qui con la forza? Quale forza… quali leggi, governi, polizia? Nessuno. Semplicemente la nostra natura di Odoniani. È la tua natura quella di essere Tirin, ed è la mia natura quella di essere Shevek, e nostra comune natura è quella di essere Odoniani, responsabili l’uno all’altro. E questa responsabilità è la nostra libertà. Evitarla, sarebbe perdere la nostra libertà. A te, piacerebbe davvero vivere in una società nella quale tu non avessi alcuna responsabilità e alcuna libertà, alcuna scelta, soltanto la falsa opzione dell’obbedienza alla legge, o la disobbedienza seguita poi dalla punizione? Vorresti davvero andare a vivere in una prigione?

— Oh, diavolo, no. E lasciami parlare! Il guaio, con te, Shevek, è che non dici niente fino a quando non ti sei messo da parte un vagone di argomentazioni maledettamente pesanti, e a quel punto le scarichi addosso tutte assieme, senza poi curarti del povero corpo lacero e contuso che giace sotto il mucchio…

Shevek raddrizzò la schiena, vendicato.

Ma Bedap, che era un ragazzo di corporatura massiccia, dalla mascella quadrata, continuò a rosicchiarsi l’unghia e disse: — Comunque, le parole di Tirin restano vere. Sarebbe bello essere sicuri di sapere tutta la verità su Urras.

— Chi credi che ci stia mentendo? — domandò Shevek. Placidamente, Bedap incontrò il suo sguardo. — Chi, fratello? Chi altri, se non noi stessi?

Il pianeta gemello continuò a illuminarli, sereno e brillante: un bellissimo esempio dell’improbabilità del reale.


L’imboschimento del Litorale Temeniano Occidentale era una delle grandi opere del quindicesimo decennio dell’Insediamento di Anarres: vi furono impiegate quasi diciottomila persone per un periodo di due anni.

Sebbene le lunghe spiagge del Sudest fossero fertili, e mantenessero varie comunità di pescatori e di agricoltori, il terreno arabile consisteva solamente in una piccola striscia a fianco del mare. Verso l’interno e verso ovest, per tutta la pianura del Sudovest, la zona era disabitata, ad eccezione di alcune città minerarie isolate. Era la regione chiamata la Polvere.

Nella precedente èra geologica, la Polvere era stata un’immensa foresta di holum, l’onnipresente, dominante genere vegetale di Anarres. Il clima attuale era più caldo e più secco. Millenni di siccità avevano ucciso gli alberi e prosciugato il suolo fino a ridurlo a una polvere grigia e sottile che adesso si innalzava ad ogni soffio di vento, formando montagnole altrettanto pure di linea e altrettanto spoglie quanto ogni duna di sabbia. Gli anarresiani speravano di ridare fertilità a quel terreno mobile piantando nuovamente la foresta. Questo, pensava Shevek, in accordo con il principio di Riversibilità Causale, ignorato dalla scuola Sequenziale della fisica attualmente in auge su Anarres, ma pur sempre un elemento tacito, intimo, del pensiero Odoniano. A Shevek sarebbe piaciuto scrivere un articolo sulla relazione tra le idee di Odo e quelle della fisica temporale, in particolare l’influsso della Riversibilità Causale nel modo in cui Odo aveva trattato il problema delle finalità e dei mezzi. Ma a diciott’anni le sue conoscenze non erano sufficienti a permettergli di scrivere un articolo simile, e non lo sarebbero mai state se non si fosse affrettato a tornare alla fisica e ad andarsene via da quella maledetta Polvere.

La notte, nei campi del Progetto, tutti tossivano. Il giorno tossivano meno; avevano troppo da fare, per tossire. La polvere era il loro nemico, le particelle fini e asciutte che intasavano gola e polmoni; il loro nemico e la loro cura, la loro speranza. Un tempo quella polvere era stata all’ombra degli alberi, ricca e scura. Alla fine del loro lungo lavoro, forse lo sarebbe stata di nuovo.


Ella fa nascere la foglia verde dalla pietra,

Dal cuore di roccia la chiara acqua corrente.


Gimar canticchiava sempre un motivo, ed ora, nel caldo del tramonto, mentre tornavano al campo per la pianura, ne cantò le parole a voce alta.

— Chi? — chiese Shevek. — Chi è che fa nascere la foglia?

Gimar sorrise. Il suo viso largo e liscio era sporco e incrostato di polvere, i suoi capelli erano pieni di polvere, ed aveva un forte e simpatico odore di sudore.

— Sono nata negli Altipiani del Sud — rispose. — Dove ci sono le miniere. È un canto dei minatori.

— Minatori?

— Non lo sai? Gente che era già su Anarres quando sono giunti i Coloni. Alcuni di loro sono rimasti e sono entrati nella solidarietà. Cercatori d’oro e di stagno. Conservano ancora qualche loro festa e qualche loro canto. Il tadde era un minatore, me la cantava sempre quando ero piccola.

— Be’, allora, chi è la donna della canzone?

— Non lo so: so solo che la canzone dice così. Ma non si tratta della cosa che facciamo qui, ora? Far nascere dalla pietra le foglie verdi!

— Sembra qualcosa di religioso.

— Tu e le tue parole da sapiente! Si tratta solo di una canzone. Oh, come vorrei essere all’altro campo per farmi una nuotata. Puzzo!

— Anch’io puzzo.

— Puzziamo tutti.

— Nella solidarietà…

Ma il campo distava quindici chilometri dalle rive del Temeniano, e c’era solo la polvere in cui nuotare.

Nel campo c’era un uomo il cui nome, pronunciato, assomigliava a quello di Shevek: Shevet. Quando veniva chiamato uno dei due, rispondeva l’altro. Shevek sentiva una sorta di affinità con lui: una relazione più stretta di quella della fratellanza comune, a causa di questa somiglianza accidentale. Un paio di volte si era accorto che Shevet lo adocchiava. Ma non si erano ancora mai parlati.

Le prime decadi di Shevek al progetto di imboschimento erano passate nella stanchezza e il risentimento muto. La gente che aveva eletto di lavorare in campi di centrale utilità come la fisica non avrebbe dovuto venire chiamata a far parte di questi progetti, con leve speciali! Non era immorale fare un lavoro che non dava gioia a chi lo faceva? Quel lavoro andava fatto, certo, ma c’era un mucchio di persone a cui non piacevano mai gli incarichi che ricevavano, e queste persone cambiavano continuamente occupazione; loro, avrebbero dovuto offrirsi come volontari. Qualsiasi stupido avrebbe potuto fare quel lavoro. Anzi, molti stupidi sarebbero stati capaci di farlo meglio di lui. Egli era orgoglioso della propria forza, e si era sempre offerto volontario per i «lavori pesanti» quando giungeva il decimo giorno, dei servizi a rotazione; ma qui si trattava di farli un giorno dopo l’altro, otto ore al giorno, in mezzo alla povere e al caldo. Per tutta la giornata non pensava che alla sera, al momento in cui avrebbe potuto starsene da solo a pensare, e nell’istante in cui metteva piede nella tenda dormitorio, dopo il pasto serale, la testa gli ciondolava ed egli dormiva come un sasso fino all’alba, e neppure un pensiero gli si formulava nella mente.

Trovò i propri compagni di lavoro stupidi e villani; perfino quelli più giovani di lui lo trattavano come un bambino. Indispettito e risentito, traeva piacere soltanto dallo scrivere agli amici Tirin e Rovab con un codice che avevano inventato all’Istituto: una serie di parole equivalenti ai simboli caratteristici della fisica temporale. Scritte per disteso, queste parole parevano avere senso come messaggio ma in verità non avevano alcun significato, salvo quello della equazione o della formula filosofica che dovevano mascherare. Le equazioni di Shevek e di Rovab erano genuine. Le lettere di Tirin erano molto divertenti e avrebbero convinto chiunque del fatto che si riferissero ad emozioni e ad eventi reali, ma la fisica in esse contenuta era perlomeno dubbia. Shevek continuò a inviare spesso questi rompicapi, dopo essersi accorto che poteva studiarseli mentalmente mentre scavava buchi nella roccia con una pala ammaccata in mezzo a una tempesta di sabbia. Tirin gli rispose varie volte, Rovab soltanto una. Rovab era una ragazza fredda, ed egli lo sapeva già. Ma nessuno degli altri, all’Istituto, sapeva quanto fosse disperato Shevek. Nessuno di loro era stato incaricato, proprio mentre incominciava a svolgere una ricerca indipendente, presso un maledetto progetto per piantare alberi. La loro funzione centrale non veniva sprecata. Essi lavoravano: facevano ciò che desideravano fare. Egli non agiva. Egli veniva agito.

E tuttavia era strano l’orgoglio che provavi verso ciò che avevi fatto in quel modo — tutti insieme — la soddisfazione che ti dava. E alcuni dei compagni di lavoro erano delle persone veramente straordinarie. Gimar, per sempio. Dapprima la bellezza muscolosa della ragazza l’aveva messo un po’ in soggezione, ma adesso egli era abbastanza forte da provare desiderio di lei.

— Vieni con me questa notte, Gimar.

— Oh, no — rispose lei, e lo guardò con tanta sorpresa che egli le disse, con la dignità del dolore: — Credevo che fossimo amici.

— E lo siamo.

— Allora…

— Ho un compagno. È rimasto a casa.

— Avresti potuto dirmelo — disse Shevek, arrossendo.

— Be’, non ho pensato che avrei dovuto farlo. Mi spiace, Shevek. — Lo fissò con aria così addolorata che egli fece, con qualche speranza: — E non credi che…

— Non. Non puoi mandare avanti un’unione in questo modo, un po’ per il tuo compagno e un po’ per gli altri.

— Il prendere un compagno per tutta la vita, secondo me, è fondamentalmente in contrasto con l’etica Odoniana — disse Shevek, secco e pedante.

— Sciocchezze — disse Gimar, con la sua voce pacata. — Possedere è sbagliato; dividere è giusto. E che cosa puoi meglio dividere che la tua intera personalità, la tua intera vita, ogni notte e ogni giorno?

Egli si sedette con le mani tra i ginocchi, la testa china: un bambino lungo, magro, sconsolato, non terminato. — Io non ce la farei — disse, dopo un poco.

— Tu?

— Io non ho mai conosciuto veramente nessuno. Hai visto come non ti ho capito. Sono tagliato fuori. Non posso entrare. Non lo potrò mai. Sarebbe sciocco per me pensare a un’unione. Questo genere di cose è per… per gli esseri umani…

Con timidezza che non era ritrosia sessuale, ma l’esitazione del rispetto, Gimar gli posò la mano sulla spalla. Non lo rassicurò. Non gli disse che era come tutti gli altri. Gli disse: — Non conoscerò mai più una persona come te, Shevek. Non ti dimenticherò mai.

Tuttavia, un rifiuto è sempre un rifiuto. Nonostante tutta la gentilezza di Gimar, Shevek si allontanò da lei con l’animo dolente, incollerito.

Il clima era molto caldo. Non c’era frescura se non nell’ora che precedeva l’alba.

L’uomo chiamato Shevet si recò da Shevek una sera, dopo il pasto. Era un tizio massiccio, piacente, di trent’anni. — Sono stufo di venire confuso con te — disse. — Fatti chiamare in qualche altra maniera.

Quella rozza aggressività avrebbe messo nell’imbarazzo Shevek, tempo prima. Ora egli, semplicemente, rispose per le rime. — Cambia tu il tuo nome, se non ti va — gli disse.

— Tu sei uno di quei piccoli profittatori che vanno a scuola per non sporcarsi le mani — disse l’uomo. — Ho sempre desiderato togliere un po’ di merda di dosso, a uno di voi.

— Non darmi del profittatore! — esclamò Shevek; ma non era una battaglia a parole. Shevet gli assestò un pugno che lo fece piegare in due. Shevek riuscì a restituirgli qualche colpo, poiché aveva le braccia lunghe e più grinta di quel che si fosse aspettato l’avversario: ma era in svantaggio. Varie persone si fermarono a guardare, videro che era un combattimento onesto ma non particolarmente interessante, e proseguirono per la loro strada. Essi non erano né offesi né richiamati dalla semplice violenza. Shevek non aveva chiesto aiuto, e dunque la cosa riguardava soltanto lui. Quando rinvenne era disteso sulla propria schiena, nella terra grigia, in mezzo a due tende.

Gli rimasero un ronzio nell’orecchio destro per un paio di giorni, e una spaccatura al labbro che richiese molto tempo per rimarginarsi, a causa della polvere che irritava le ferite. Egli e Shevet non si parlarono più. Lo vide da lontano, ad altri bivacchi da campo, privo di animosità. Shevet gli aveva dato ciò che aveva da dargli, ed egli aveva accettato il dono, anche se per molto tempo non gli accadde di valutarlo o di considerarne la natura. Quando lo fece, era indistinguibile da un altro dono, da un’altra tappa della sua crescita. Una ragazza, che si era unita recentemente alla sua squadra di lavoro, giunse a lui come era giunto Shevet, nell’oscurità, mentre lasciava il bivacco, e il suo labbro non era ancora guarito… Non poté mai ricordare cosa la ragazza avesse detto; l’aveva provocato; anche questa volta egli rispose semplicemente. Uscirono nella pianura, quella notte, e laggiù lei gli diede la libertà della carne. Questo fu il suo dono, ed egli l’accettò. Come tutti i bambini di Anarres, egli aveva avuto liberamente esperienze sessuali con bambine e bambini, ma tutti loro erano piccoli; non era mai andato più in là del piacere in cui credeva consistesse tutta la cosa. Beshun, esperta in delizie, lo condusse nel cuore della sessualità, dove non esiste né rancore né inettitudine, dove i due corpi che lottano per unirsi cancellano il momento, nella loro lotta, superano la personalità e il tempo.

Era tutto facile, adesso, così facile, e bello, nella polvere tiepida, alla luce delle stelle. I giorni erano lunghi, caldi, e luminosi, e la polvere aveva l’odore del corpo di Beshun.

Ora lavorava in una squadra di piantatori. I camion erano giunti dal Nordest pieni di minuscoli alberi: migliaia di piantine da collocare a dimora, nate nelle Montagne Verdi, dove pioveva fino a mille millimetri l’anno, nella cintura delle piogge. Ed essi piantarono i piccoli alberi nella polvere.

Quando ebbero terminato, le cinquanta squadre che avevano lavorato nel secondo anno del progetto si allontanarono sui camion scoperti, e mentre se ne andavano si guardarono alle spalle. Videro cosa avevano fatto. C’era una spolverata di verde, molto debole, sul pallore delle curve e delle terrazze del deserto. Sulla terra morta si stendeva, assai leggermente, un velo di vita. Essi salutarono, cantarono, urlarono da un camion all’altro. Negli occhi di Shevek brillarono delle lacrime. Pensò: Ella fa nascere la foglia verde dalla pietra… Gimar era stata inviata nuovamente agli Altipiani del Sud, molto tempo prima. — Che cos’è che ti fa fare queste smorfie? — gli chiese Beshun, stringendosi a lui sul camion che sobbalzava e passando la mano avanti e indietro sul suo braccio duro, imbiancato dalla polvere.


— Le donne — disse Vopek, nello scalo dei camion, a Stagno del Sudovest. — Le donne pensano che tu sia di loro proprietà. Nessuna donna può essere realmente un’Odoniana.

— E Odo stessa? …

— Teoria. E niente vita sessuale dopo l’uccisione di Asieo, vero? Comunque ci possono essere sempre delle eccezioni. Ma per la maggior parte delle donne, l’unica relazione con un uomo è avere. Avere o essere avuta.

— E tu credi che siano differenti dagli uomini, in questo?

— Non lo credo: lo so. Ciò che vuole un uomo, è la libertà. Ciò che vuole una donna, è la proprietà. Ti può lasciar andare soltanto se può barattarti con qualcosa d’altro. Tutte le donne sono proprietariste.

— Be’, è una gran brutta cosa da dire su metà della razza umana — disse Shevek, chiedendosi se l’uomo avesse ragione. Beshun aveva pianto fino a star male quando egli era stato incaricato di nuovo al Nordovest; aveva gridato e pianto, e aveva cercato di fargli dire che non poteva vivere senza di lei; aveva ripetuto che non poteva vivere senza di lui e che dovevano diventare compagni. Compagni, come se lei fosse stata capace di rimanere sei mesi di fila con lo stesso uomo!

La lingua parlata da Shevek, l’unica che conosceva, non aveva termini possessivi per l’atto sessuale. In pravico non aveva senso per un uomo dire che aveva «avuto» o «posseduto» una donna. La parola più vicina come significato a «fottere», e provvista anch’essa di un uso secondario come ingiuria, era un termine preciso: significava violentare. Il verbo solitamente usato, e che richiedeva un soggetto plurale, si può tradurre soltanto con un termine neutro come copulare. Significa qualcosa fatto da due persone, e non fatto, o avuto, da una persona sola. Questa cornice di parole non poteva contenere la totalità dell’esperienza, esattamente come ogni altra cornice, e Shevek avvertiva l’esistenza di un’area non compresa in essa, anche se non era perfettamente certo della natura di tale area. Certo egli aveva sentito di avere Beshun, di possederla, in alcune di quelle notti stellate, nella Polvere. Ed ella aveva sentito di possedere lui. Ma entrambi si erano sbagliati; anche Beshun, nonostante la sua sentimentalità, lo sapeva; alla fine gli aveva dato, sorridendo, il bacio dell’addio, e l’aveva lasciato andare. Lei non lo aveva avuto. Il corpo stesso di lui, nel suo primo scoppio di passione sessuale adulta, lo aveva posseduto, certo… e aveva posseduto lei. Ma la cosa era conclusa. Era successa. Non sarebbe mai più accaduto (egli pensava, a diciott’anni, seduto con un amico di viaggio nello scalo dei camion di Stagno a mezzanotte, davanti a un bicchiere di succo di frutta dolce e sciropposo, in attesa di trovare un passaggio su un convoglio diretto a nord), non sarebbe mai più potuto accadere. Molte cose sarebbero ancora successe, ma egli non si sarebbe fatto cogliere fuori guardia una seconda volta, stendere a terra, sconfiggere. La sconfitta, la resa, avevano le loro estasi. Forse Beshun non avrebbe mai cercato una gioia esterna ad esse. E perché avrebbe dovuto farlo? Era stata lei, nella sua libertà, a liberare lui.

— Sai, non sono d’accordo — disse a Vopek, un uomo dal viso affilato, che faceva il chimico agricolo ed era diretto ad Abbenay. — Io penso che siano soprattutto gli uomini, coloro che devono imparare ad essere anarchici. Le donne invece non devono impararlo.

Vopek scosse il capo. — Si tratta dei figli — disse. — Avere bambini. Le rende proprietariste. Non vogliono rinunciare. — Sospirò. — Un contatto e via, fratello, questa è la regola. Non lasciarti mai prendere in proprietà.

Shevek sorrise e sorbì il succo di frutta. — No di certo — disse.


Era una gioia ritornare all’Istituto Regionale, rivedere le basse alture ricoperte a macchie da cespugli di holum dalle foglie color del bronzo, gli orti, i domicili, i dormitori, le officine, le aule, i laboratori tra cui era vissuto da quando aveva tredici anni. Per lui, il ritorno avrebbe avuto sempre la stessa importanza del viaggio di partenza. Andare via non gli era sufficiente: gli bastava soltanto a metà, ed egli doveva tornare indietro. Forse, in questa tendenza, si adombrava già la natura dell’immensa esplorazione ch’egli avrebbe compiuto in direzione dei margini del comprensibile. Probabilmente non si sarebbe mai avviato lungo quell’impresa pluriennale se non avesse avuto la fonda certezza che fosse possibile il ritorno, anche se egli stesso non fosse dovuto ritornare: che in realtà nella natura stessa del viaggio, come in una circumnavigazione del globo, era implicito il ritorno. Non scenderai due volte allo stesso fiume, né potrai tornare nuovamente a casa. Ed egli lo sapeva: anzi, era questa la base della sua visione del mondo. Eppure, da una simile accettazione della transitorietà, egli aveva sviluppato la sua vasta teoria, in cui ciò che è più mutabile veniva mostrato essere più pieno di eternità, e in cui la tua relazione con il fiume, e la relazione del fiume con te, e con se stesso, risulta essere insieme più complessa e più rassicurante di una mera mancanza di identità. Tu puoi davvero tornare a casa, così afferma la Teoria Temporale Generale, purché tu comprenda che «casa» è un luogo in cui non sei mai stato.

Egli era lieto, dunque, di tornare al luogo che, entro i termini in cui egli ne aveva avuta, o desiderato, una, si avvicinava maggiormente a una casa. Ma trovò i suoi amici, laggiù, alquanto privi di esperienza. Egli era maturato molto, nell’anno precedente. Alcune delle ragazze si erano tenute alla pari con lui, o l’avevano superato: erano diventate donne. Egli si limitò, comunque, ad avere contatti estremamente cauti e formali con le ragazze, poiché non cercava, ora come ora, un’altra dose di sesso; aveva altro da fare. Notò che anche le ragazze più brillanti, come ad esempio Rovab, si comportavano in modo altrettanto cauto; nei laboratori, nelle squadre di lavoro e nelle stanze comuni del dormitorio si comportavano come buone amiche, ma niente di più. Le ragazze intendevano completare il loro addestramento e cominciare le ricerche o trovare un incarico di loro piacimento prima di avere figli; non si sentivano più soddisfatte dalle sperimentazioni sessuali dell’adolescenza. Desideravano una relazione matura, non una relazione sterile; ma non ora, non ancora.

Queste ragazze erano buone colleghe, amichevoli e indipendenti. I ragazzi dell’età di Shevek, invece, parevano essersi fermati al limitare di una fanciullezza che diventava un po’ lisa e arida. Erano iper-intellettuali. Non parevano intenzionati a dedicarsi né al lavoro né al sesso. A sentir parlare Tirin, pareva che fosse stato lui a inventare la copulazione, ma tutte le sue relazioni erano con ragazze di quindici o sedici anni; si ritraeva da quelle della sua età. Bedap, che non era mai stato molto attivo dal punto di vista sessuale, accettava l’omaggio di un ragazzo più giovane, che nutriva un’infatuazione idealistico-omosessuale nei suoi riguardi, e tanto gli bastava. Pareva non prendere nulla sul serio, era divenuto ironico e misterioso. Shevek si sentì isolato dalla sua amicizia. Nessuna amicizia resisté: anche Tirin era troppo egocentrico, e negli ultimi tempi troppo capriccioso, per ricostituire l’antico sodalizio… se Shevek avesse avuto l’intenzione di ricostituirlo. Ma, in realtà, Shevek non ne aveva l’intenzione. Diede il benvenuto all’isolamento, con tutto il cuore. Non pensò mai che il riserbo incontrato in Bedap e Tirin potesse essere una reazione; che il suo carattere, gentile ma ormai già eccezionalmente ermetico, potesse creare intorno a sé un suo proprio ambiente circostante: un ambiente che richiedeva o una grande forza, o una grande devozione, per farsi sopportare. In verità, l’unica cosa notata da Shevek fu ch’egli, finalmente, aveva tempo per lavorare.

Giù nel Sudest, dopo essersi assuefatto alla continua fatica fisica, e dopo avere smesso di sprecare il cervello sulle lettere in codice e di sprecare lo sperma in polluzioni notturne, gli erano cominciate a venire delle idee. E adesso era libero di lavorare su di esse, per vedere se contenevano qualcosa d’importante.

Il fisico anziano dell’Istituto si chiamava Mitis, ed era una donna. Ella non dirigeva in quel momento i corsi di fisica, poiché tutti i lavori amministrativi rotavano anno per anno tra i venti incaricati permanenti, ma lavorava già da vent’anni laggiù, e tra tutti aveva la miglior mente. C’era sempre una sorta di spazio psicologico vuoto intorno a Mitis, come l’assenza di folla intorno alla cima di una montagna. La mancanza di ogni tipo di accentuazione dell’autorità, e di ogni tipo di misure per farla rispettare, rendevano evidente l’autorità quando ci si trovava davvero alla sua presenza. Ci sono persone in cui l’autorità è innata; certi imperatori hanno davvero i vestiti nuovi.

— Ho inviato il tuo articolo sulla Frequenza Relativa a Sabul, ad Abbenay — disse a Shevek nel suo modo brusco e amichevole. — Ti interessa la risposta?

Spinse sul piano del tavolo un pezzo stracciato di carta; evidentemente si trattava di un angolo di un foglio più grande. Sopra, in minuscole lettere tracciate a penna, c’era un’equazione:

ts / 2 (R) = 0

Shevek si appoggiò alla superficie del tavolo con le mani e osservò il pezzo di carta, con lo sguardo fisso. Aveva gli occhi chiari, e la luce proveniente dalla finestra li colmava in modo da farli parere trasparenti come l’acqua. Aveva diciannove anni. Mitis ne aveva cinquantacinque. E ora lo osservava con compassione e ammirazione.

— Ecco cosa mancava — disse lui. La sua mano incontrò una matita sulla tavola. Cominciò a scrivere sul frammento di carta. Mentre scriveva, il suo volto pallido, inargentato di peluria corta e sottile, divenne rosso.

Mitis aggirò silenziosamente il tavolo per andarsi a sedere. Aveva disturbi circolatori alle gambe, e non poteva stare in piedi a lungo. Quel movimento disturbò Shevek. Egli alzò gli occhi, con un’espressione di fastidio nello sguardo.

— Posso finirlo in un giorno o due — disse.

— Sabul desidera vedere i risultati, quando avrai finito.

Ci fu una pausa. Il colore di Shevek tornò normale, ed egli ridivenne consapevole della presenza di Mitis, ch’egli amava molto. — Perché hai mandato a Sabul quel mio articolo? — le chiese. — Con quel buco dentro! — Sorrise; il piacere di avere colmato il buco logico del ragionamento lo rendeva raggiante.

— Pensavo che potesse trovare il punto dove ti sbagliavi. Io non c’ero riuscita. E inoltre, volevo fargli vedere cosa stai facendo… Ti chiederà di andare laggiù ad Abbenay, sai.

Il giovanotto non rispose.

— Tu, vuoi andare?

— Non ancora.

— Così pareva anche a me. Ma devi andare. Per i libri, per le menti che potrai trovare laggiù. Non sprecherai la tua intelligenza in un deserto! — Mitis parlò con passione. — È tuo dovere cercare il meglio, Shevek. Non permettere mai a un falso egalitarismo di danneggiarti. Lavorerai con Sabul, è bravo, ti farà lavorare sodo. Ma dovrai essere libero di trovare il filone che desideri seguire. Resta qui ancora una stagione, poi vai. E fai attenzione, ad Abbenay. Mantieniti libero. Ogni centro comporta potere. Tu stai per recarti nel centro di tutto. Io non conosco bene Sabul; non posso dire nulla contro di lui, ma tieni in mente soprattutto una cosa: sarai un uomo suo.

Le forme singolari dei pronomi e aggettivi possessivi erano usate, in pravico, soprattutto come forme enfatiche: l’uso colloquiale le evitava. Un bambino piccolo poteva dire «la mia mamma», ma presto imparava a dire «la madre». Per dire: «Questo è il mio e quello è il tuo», in pravico si diceva: «lo uso questo, tu usi quello.» Le parole di Mitis: «Sarai un uomo suo» avevano un suono strano. Shevek la fissò sorpreso.

— Hai un lavoro da fare — disse Mitis. Aveva gli occhi scuri: ora lampeggiarono, come per l’ira. — Fallo! — Poi uscì dalla stanza, poiché un gruppo la attendeva in laboratorio. Confuso, Shevek abbassò gli occhi sul frammento di carta. Pensò che Mitis intendesse dirgli di fare in fretta a correggere le equazioni. Soltanto molto tempo più tardi comprese cosa avesse inteso dirgli in realtà.


La notte precedente la sua partenza per Abbenay, gli altri studenti organizzarono una festa in suo onore. Le festicciole erano frequenti, bastava il minimo pretesto, ma Shevek fu sorpreso nel vedere con quanta energia gli altri la organizzarono, e si chiese perché fosse una così bella festa. Poiché gli altri non lo influenzavano, egli non si era mai accorto di avere influenza su di loro; non aveva idea del fatto che gli altri lo amassero.

Molti di loro dovevano avere risparmiato sulle proprie razioni quotidiane, in vista della festa, per giorni e giorni. C’erano incredibili quantità di cibo. L’ordinazione di pasticceria era così grande che il fornaio del refettorio aveva dato libero corso alla propria fantasia e aveva prodotto raffinatezze inedite: cialde speziate, piccoli quadrati dal gusto pizzicante, per accompagnare il pesce affumicato, frittelle dolci, unte e appetitose. C’erano succhi di frutta, frutta conservata della regione del Mare Kerano, minuscoli gamberetti, montagnole di patatine fritte, dolci. L’abbondanza e la ricchezza del cibo era intossicante. Tutti erano molto allegri, e alcuni finirono con lo star male.

Ci furono imitazioni e altri intrattenimenti, alcuni preparati, altri improvvisati. Tirin si mise addosso tutta una raccolta di stracci, tolti dal secchio della riciclazione, e prese a girare in mezzo a loro come l’Urrasiano Povero, il Mendicante: una delle parole iotiche che tutti avevano imparato studiando storia. — Datemi del denaro - gemeva, agitando la mano sotto il loro naso. — Denaro! Denaro! Perché non mi date del denaro? Non ne avete? Bugiardi! Sporchi proprietaristi! Profittatori! Guardate tutto quel cibo: come l’avete preso, se dite di non avere denaro? — Infine si mise in vendita. — Ombratemi, ombratemi, per solo un po’ di denaro — si mise a ripetere in tono suadente.

— Non si dice ombrare, si dice comprare — lo corresse Rovab.

— Ombratemi, compratemi, chi se ne frega, guardate che corpo affascinante, non lo desiderate? — ripeteva Tirin, agitando i fianchi magri, e battendo le palpebre. Alla fine venne ucciso pubblicamente con un coltello per il pesce e riapparve vestito normalmente. Tra di loro c’erano bravi suonatori d’arpa e cantanti, e ci fu molta musica e danza, ma ancora di più ci furono parole. Parlavano tutti come se l’indomani dovessero diventare muti.

Con il proseguire della notte i giovani amanti si allontanarono per copulare, nelle stanze singole; altri, colti dal sonno, si recarono nei dormitori; infine rimase soltanto un piccolo gruppo, fra i bicchieri vuoti, le lische di pesce e le briciole di pane: tutta pulizia da fare prima del mattino. Ma al mattino mancavano ancora varie ore. Parlarono. E mentre parlavano mangiucchiavano questo e quello. C’erano Bedap e Tirin e Shevek, un paio di altri ragazzi, tre ragazze. Parlarono della rappresentazione spaziale del tempo sotto forma di ritmo, e della connessione delle antiche teorie delle Armonie Numeriche con la moderna fisica temporale. Parlarono dello stile preferibile per nuotare sulle lunghe distanze. Parlarono del fatto se la loro fanciullezza fosse stata felice. Parlarono sulla natura della felicità.

— La sofferenza è un malinteso — disse Shevek, piegato in avanti, con gli occhi chiari spalancati. Era ancora magro, con grandi mani, orecchie sporgenti, giunture nodose, ma nel pieno della salute e delle forze, da giovane adulto, era assai bello. I capelli, color sabbia come quelli degli altri, erano fini e dritti: li portava alla loro piena lunghezza e li teneva discosti dalla fronte con un nastro. Di tutti i presenti, soltanto uno portava un’acconciatura diversa: una ragazza dagli zigomi alti e dal naso largo; si era tagliata i capelli neri in modo da formare una calotta lucente intorno al capo. Questa ragazza fissava ora Shevek con uno sguardo serio e fermo. Le sue labbra erano unte per avere mangiato le frittelle, e sul mento c’era una briciola.

— Essa esiste — diceva Shevek, allargando le mani. — È reale. Io posso chiamarla un malinteso, ma non posso pretendere che non esista, o che una volta o l’altra non esisterà più. La sofferenza è la condizione a cui viviamo. E quando arriva, la riconosciamo. La riconosciamo come la verità. E, certamente, è giusto curare le malattie, prevenire la fame e l’ingiustizia, come fa l’organismo sociale. Ma nessuna società può cambiare la natura dell’esistenza. Non possiamo prevenire la sofferenza. Questo dolore qui e quel dolore là, certo, ma non il Dolore. Una società può alleviare soltanto la sofferenza sociale, la sofferenza innecessaria. Ma rimane il resto. La radice, la realtà. Tutti noi qui presenti conosceremo il dolore per cinquant’anni. E alla fine moriremo. Questa è la condizione a cui siamo nati. E io ho paura della vita! Ci sono dei momenti in cui io… ne ho molta paura. E la felicità sembra banale. E tuttavia mi chiedo se non sia tutto un malinteso: questo rincorrere la felicità, questa paura del dolore… Se invece di averne paura e di fuggirlo, si potesse… attraversarlo, portarsi al di là. Al di là di esso c’è qualcosa. È la nostra personalità, che soffre; e c’è un punto nel quale la personalità individuale, il «sé»… cessa. Non so come dirlo. Ma credo che la realtà… la verità che riconosco nella sofferenza e che dimentico nel benessere e nella felicità… credo che la realtà del dolore non sia un dolore. Se riuscite a superarlo. Se potete sopportarlo fino in fondo.

— La realtà della nostra vita sta nell’amore, nella solidarietà — disse la ragazza alta, dagli occhi dolci. — L’amore è la vera condizione della vita umana.

Bedap scosse il capo. — No. Shevek ha ragione — disse. — L’amore è semplicemente uno dei modi per superare il dolore, e come tale può fallire, può non avere successo. Ma il dolore non fallisce mai. Dunque, non abbiamo molta scelta sul fatto di sopportarlo o no! Lo sopportiamo, volenti o nolenti.

La ragazza dai capelli corti scosse il capo con veemenza. — No, non lo sopportiamo! Uno su cento, uno su mille compie l’intero tragitto, arriva dall’altra parte. Gli altri continuano a pretendere di essere felici, oppure, semplicemente, si rifugiano nell’ottusità. Noi soffriamo, sì, ma non abbastanza. E dunque soffriamo per niente.

— Che cosa dovremmo fare? — disse Tirin. — Batterci in testa col martello per un’ora al giorno, in modo da essere certi di soffrire abbastanza?

— State creando un culto del dolore — disse un altro. — Le mete Odoniane sono sempre positive, mai negative. La sofferenza non è funzionale, salvo che come avviso per l’organismo, contro un pericolo. Ma psicologicamente e socialmente è soltanto distruttiva.

— E allora, da che cosa sarebbe stata motivata, Odo, se non da un’eccezionale sensibilità nei riguardi della sofferenza… la sua e quella di altri? — obiettò Bedap.

— Ma tutto il principio della mutua assistenza è inteso per prevenire la sofferenza!

Shevek era seduto sul tavolo; le sue lunghe gambe dondolavano fuori del bordo, il suo viso aveva un’espressione attenta e pacata. — Avete mai visto morire qualcuno? — domandò agli altri. Molti di loro avevano già assistito alla morte, vuoi in domicilio, vuoi in servizio volontario presso un ospedale. Tutti, meno uno, avevano aiutato una volta o l’altra a seppellire i morti.

— C’era un uomo, quando ero in un campo nel Sudest. È stata la prima volta in cui ho visto qualcosa di simile. C’era qualche difetto nel motore dell’aereo: si è schiantato nel decollo e ha preso fuoco. Quando l’hanno estratto dai rottami, quell’uomo era tutto ustionato. È sopravvissuto per circa due ore. Non lo si sarebbe potuto salvare in alcun caso; non c’era ragione perché sopravvivesse tanto a lungo, nessuna giustificazione per quelle due ore. Noi aspettavamo un altro aereo con gli anestetici, dalla costa. Io rimasi con quell’uomo, insieme con due delle ragazze. Eravamo laggiù, avevamo fatto il carico dell’aeroplano. Non c’erano dottori. Non si poteva fare nulla per quell’uomo, eccetto che stare lì, stare con lui. Era traumatizzato, ma per la maggior parte del tempo conservò la conoscenza. Aveva dolori spaventosi, soprattutto nelle mani. Non credo che sapesse che il resto del suo corpo era completamente ustionato, sentiva soprattutto il dolore alle mani. Non si poteva toccarlo per confortarlo, pelle e carne venivano via al minimo tocco, e lui gridava. Non si poteva fare nulla per lui. Non c’era assistenza che gli si potesse dare. Forse sapeva che eravamo accanto a lui, non so. Ma il fatto che gli fossimo accanto, non gli servì assolutamente a nulla. Non si poteva fare nulla per lui. E fu allora che compresi… vedete… compresi che non puoi fare nulla per nessuno. Non possiamo salvarci mutuamente. O salvare noi stessi.

— E cosa ti rimane, allora? Isolamento e disperazione. Tu neghi la fratellanza, Shevek! — gridò la ragazza alta.

— No… no, niente affatto. Io cerco di esprimere quella che, secondo me, è in realtà la fratellanza. Essa comincia… essa comincia nella condivisione del dolore.

— E dove finirebbe?

— Non lo so. Ancora non lo so.

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