I templi lo so che sono splendidi da quando ti conosco sono stata costretta a vederli una cinquantina di volte perciò te li puoi ficcare colonna per colonna nel posto che sai me ne vado per i fatti miei non so quando ritorno.
Il biglietto di Livia trasudava raggia. Montalbano incassò, però siccome di ritorno da Serradifalco gli era smorcata una fame lupigna, raprì il frigorifero: niente. Raprì il forno: niente. Il sadismo di Livia, che non voleva la cammarera mentre si trovava a Vigàta, s’era spinto fino alla pulizia più rigorosa, in giro non si vedeva manco una mollichella di pane. Tornò in macchina, arrivò all’osteria «San Calogero» che stavano abbassando le saracinesche.
«Per lei siamo sempre aperti, commissario». Per fame e per vendetta verso Livia, si fece una mangiata da chiamare il medico.
«C’è una frase che mi fa pensare» disse Montalbano.
«Quando dice che vuole fare una pazzia?».
Stavano seduti in salotto a pigliare il caffè, il commissario, il preside e la signora Angelina.
Montalbano teneva in mano la lettera della picciotta Moscato che aveva appena finito di rileggere a voce alta.
«No, signora, la pazzia sappiamo che poi l’ha fatta, me l’ha detto il signor Sorrentino che non aveva ragione di contarmi una cosa per un’altra. Pochi giorni avanti lo sbarco, dunque, Lisetta ha questa bella alzata d’ingegno di scapparsene da Serradifalco per venire qua, a Vigàta, per incontrarsi con la persona che ama».
«Ma come avrà fatto?» spiò angosciata la signora.
«Avrà domandato un passaggio a qualche automezzo militare, in quei giorni doveva esserci un via vai continuo d’italiani e tedeschi. Bella ragazza com’era, non avrà dovuto faticare» intervenne il preside che si era deciso a collaborare, arrendendosi di malavoglia al fatto che una volta tanto le fantasie della moglie avessero peso reale.
«E le bombe? E i mitragliamenti? Dio, che coraggio» fece la signora.
«Allora qual è la frase?» spiò impaziente il preside.
«Quando Lisetta scrive alla signora che lui le ha fatto sapere che, dopo tanto tempo che stavano a Vigàta, hanno ricevuto l’ordine di partire».
«Non capisco».
«Vede, signora, quella frase sta a dirci che lui si trovava a Vigàta da molto tempo e questo significa, implicitamente, che non era uno del paese. Secondo: fa sapere a Lisetta che stava per essere costretto, obbligato, a lasciare il paese. Terzo: adopera il plurale, e quindi chi deve abbandonare Vigàta non è lui soltanto, ma un gruppo di persone. Tutto questo mi porta a pensare a un militare. Mi sbaglierò, ma mi pare l’indicazione più logica».
«Logica» fece il preside.
«Mi dica, signora, quando fu che Lisetta le disse, per la prima volta, d’essersi innamorata, lo ricorda?».
«Sì, perché in questi giorni non ho fatto altro che sforzarmi a farmi tornare a mente ogni minuto particolare dei miei incontri con Lisetta. Fu sicuramente verso maggio o giugno del ’42. Mi sono rinfrescata la memoria con un vecchio diario che ho ritrovato».
«Ha buttato all’aria la casa» brontolò il marito.
«Bisognerebbe sapere quali presidii militari fissi c’erano qui tra l’inizio del ’42, e forse anche prima, e il luglio del ’43».
«E le pare facile?» fece il preside. «Io, per esempio, me ne ricordo una caterva, c’erano le batterie contraeree, quelle navali, c’era un treno armato di cannone che stava ammucciato dintra una galleria, c’erano i militari del quartiere, poi quelli dei bunker... I marinai no, quelli andavano e venivano. E una ricerca praticamente impossibile».
Si sconsolarono. Poi il preside si susì.
«Vado a telefonare a Burruano. Lui è rimasto sempre a Vigàta, prima, durante e dopo la guerra. Io, invece, a un certo momento sfollai».
La signora ripigliò a parlare.
«Sarà magari stata un’infatuazione, a quell’età non si sa distinguere, ma certamente si è trattato di una cosa seria, tanto seria a costo di farla scappare da casa, a costo di andare contro suo padre che era un carceriere, almeno così lei mi contava».
A Montalbano salì alle labbra una domanda, non voleva farla, ma l’istinto del cacciatore ebbe la meglio.
«Mi scusi se l’interrompo. Potrebbe specifica... insomma, saprebbe dirmi in che senso Lisetta adoperava questa parola, carceriere? Era gelosia sicula verso la figlia femmina? Ossessiva?».
La signora lo taliò per un attimo, abbassò gli occhi.
«Guardi, come le dissi, Lisetta era assai più matura di me, io ero ancora una bambina. Mi era proibito da mio padre di andare in casa dei Moscato, perciò ci vedevamo a scuola o in chiesa. Lì riuscivamo a stare qualche ora in pace. Parlavamo. E io sto adesso a pistiare e ripistiare quello che mi diceva o m’accennava. Credo di non avere capito, allora, parecchie cose...».
«Quali?».
«Per esempio, Lisetta, fino a un certo momento, chiamò suo padre "mio padre", da un certo giorno in poi lo chiamò sempre "quell’uomo". Questo può magari non significare niente. Un’altra volta mi disse: "quell’uomo finirà col farmi male, tanto male". Io allora pensai a un fatto di botte, di legnate, capisce? Ora mi sorge un dubbio terribile sul vero significato di quella frase».
Si fermò, bevve un sorso di tè, ripigliò.
«Coraggiosa, e assai, lo era. Nel ricovero, quando cadevano le bombe, e tremavamo e piangevamo di scanto, di paura, era lei che ci faceva coraggio, ci consolava. Ma per fare quello che ha fatto, di coraggio ne avrà avuto bisogno il doppio, sfidare il padre e andarsene sotto i mitragliamenti, arrivare qua e fare all’amore con uno che non era manco il suo zito ufficiale. A quel tempo eravamo diverse dalle diciassettenni d’oggi».
Il monologo della signora venne interrotto dal ritorno del preside, agitatissimo.
«Burruano non l’ho trovato, non era in casa. Venga, commissario, andiamo».
«A cercare il ragioniere?».
«No, no, m’è venuta un’idea. Se siamo fortunati, se ci ho inzertato, regalerò a San Calogero cinquantamila lire alla prossima festa».
San Calogero era un santo nero, adorato dalla gente del paese.
«Se lei ci ha inzertato, altre cinquanta ce le metto io» fece, pigliato dall’entusiasmo, Montalbano.
«Ma si può sapere dove andate?».
«Poi te lo dico» fece il preside.
«E mi lasciate in trìdici?» insisté la signora.
Il preside era già fuori della porta, frenetico. Montalbano s’inchinò.
«La terrò io al corrente di tutto».
«Ma come cavolo ho fatto a scordarmi della Pacinotti?» murmuriò il preside appena furono in strata.
«Chi è questa signora?» domandò Montalbano. Se l’era raffigurata cinquantenne, tracagnotta. Il preside non arrispunnì. Montalbano fece un’altra domanda.
«Pigliamo la macchina? Dobbiamo andare lontano?».
«Ca quale lontano? Quattro passi».
«Mi vuole spiegare chi è questa signora Pacinotti?».
«Ma pirchì la chiama signora? Era una nave-appoggio, serviva a riparare i guasti che si potevano produrre sulle navi da guerra. Si ancorò al porto verso la fine del ’40 e non si mosse più. Il suo equipaggio era composto da marinai che erano magari motoristi, carpentieri, elettricisti, idraulici... Erano tutti picciotti. Molti di loro, data la lunga permanenza, divennero di casa, finirono per essere come gente del paese. Si fecero le amicizie, si fecero magari le zite. Due si sono sposati con ragazze di qua. Uno è morto, si chiamava Tripcovich, l’altro è Marin, il proprietario dell’autofficina di piazza Garibaldi. Lo conosce?».
«È il mio meccanico» disse il commissario e amaramente pensò che ripigliava il suo viaggio nella memoria dei vecchi.
Un cinquantino in tuta lordissima, grasso e scorbutico, non salutò il commissario e aggredì il preside.
«Che viene a perdere tempo qua? Non è ancora pronta, glielo ho detto che c’era un lavoro lungo da fare».
«Non sono venuto per l’auto. C’è suo padre?».
«Certo che c’è! Dove vuole che vada? Sta qua a rompermi, a dire che non so lavorare, che i genii meccanici della famiglia sono lui e suo nipote».
Un ventino magari lui in tuta, che stava a taliare dentro un cofano, si sollevò e salutò con un sorriso i due. Montalbano e il preside traversarono l’officina, che in origine doveva essere stata un magazzino, e arrivarono a una specie di tramezzo fatto di tavole.
Dentro, darrè una scrivania, c’era Antonio Marin.
«Ho sentito tutto» disse. «E se l’artrite non m’avesse fottuto, saprei insegnargli l’arte, a quello lì».
«Siamo venuti per un’informazione».
«Mi dica, commissario».
«È meglio che parli il preside Burgio».
«Si ricorda quante persone dell’equipaggio della Pacinotti sono rimaste uccise o ferite oppure sono state dichiarate disperse per cause di guerra?».
«Noi siamo stati fortunati» disse il vecchio animandosi, evidentemente parlare di quel tempo eroico gli faceva piacere, in famiglia probabilmente gli dicevano di smetterla appena attaccava discorso sull’argomento. «Abbiamo avuto un morto per una scheggia di bomba, si chiamava Arturo Rebellato; un ferito, sempre per una scheggia, di nome faceva Silvio Destefano, e un disperso, Mario Cunich. Sa, eravamo molto uniti tra di noi, eravamo in gran maggioranza veneti, triestini...».
«Disperso in mare?» spiò il commissario.
«Mare? Quale mare? Noi siamo rimasti sempre attraccati. Praticamente eravamo un prolungamento della banchina».
«Perché allora è stato ritenuto disperso?».
«Perché la sera del sette luglio del ’43 non tornò a bordo. Nel pomeriggio c’era stato un violento bombardamento, lui era in libera uscita. Era di Monfalcone, Cunich, e aveva un amico del suo stesso paese, che era pure amico mio, Stefano Premuda. Bene, la mattina dopo Premuda costrinse tutto l’equipaggio a cercare Cunich. Per una giornata intera domandammo di lui casa per casa, niente. Andammo all’ospedale militare, a quello civile, andammo nel posto dove raccoglievano i morti trovati sotto le macerie... Niente. Anche gli ufficiali si unirono a noi, perché qualche tempo prima avevamo avuto un preavviso, una specie d’allerta, ci dicevano che nei giorni prossimi saremmo dovuti salpare... Non salpammo mai, arrivarono prima gli americani».
«Non può avere semplicemente disertato?».
«Cunich? Ma no! Ci credeva, lui, alla guerra. Era fascista. Un bravo ragazzo, ma fascista. E poi era cotto».
«Che significa?».
«Che era cotto, innamorato. Di una ragazza di qua. Come me, del resto. Diceva che appena finiva la guerra se la sposava».
«Non ne avete avuto più notizie?».
«Sa, quando sbarcarono gli americani, pensarono che una nave-appoggio come la nostra, che era un gioiello, gli tornava comoda. Ci tennero in servizio, in divisa italiana, ci diedero una fascia che portavamo al braccio a scanso d’equivoci. Cunich, per ripresentarsi, aveva tutto il tempo che voleva, ma non lo fece. Si è volatilizzato. Io sono rimasto in corrispondenza con Premuda, ogni tanto gli domandavo se Cunich s’era fatto vivo, se aveva avuto sue notizie... Niente di niente».
«Lei ha detto che sapeva che Cunich aveva qua la ragazza. Lei l’ha conosciuta?».
«Mai».
C’era ancora una cosa da domandare, ma Montalbano si fermò, con una taliàta cedette al preside il privilegio.
«Le disse almeno il nome?» spiò il preside accettando la proposta che Montalbano generosamente gli aveva fatto.
«Sa, Cunich era una persona molto riservata. Solo una volta mi disse che si chiamava Lisetta».
Che fu? Passò l’angelo e fermò il tempo? Montalbano e il preside s’immobilizzarono, poi il commissario portò una mano al fianco, gli era venuta una fitta violenta, il preside si mise una mano sul cuore e s’appoggiò a una vettura per non cadere. Marin si terrorizzò.
«Che ho detto? Dio mio, che ho detto?».
Appena fòra dall’officina, il preside si mise a fare voci d’allegria.
«Ci abbiamo inzertato!».
E accennò dei passi di danza. Due persone che lo conoscevano, e lo sapevano severo e pensoso, si fermarono ammammaloccute. Pigliatosi lo sfogo, il preside tornò serio.
«Guardi che abbiamo la promessa a San Calogero di cinquantamila lire a testa. Non se lo scordi».
«Non me lo scorderò».
«Lei lo conosce San Calogero?».
«Da quando sono a Vigàta, ogni anno ho visto la festa».
«Questo non significa conoscerlo. San Calogero è, come dire, uno che non la lascia passare liscia. Glielo dico nel suo interesse».
«Scherza?».
«Per niente. È un santo vendicativo, facile che gli salta la mosca al naso. Se uno gli promette una cosa, la deve mantenere. Se lei, per esempio, se la scampa da un incidente automobilistico e fa una promissa al santo e poi non la mantiene, può metterci la mano sul foco che le capita un altro incidente e come minimo ci rimette le gambe. Mi sono spiegato?».
«Perfettamente».
«Torniamo a casa, così lei racconta tutto a mia moglie».
«Io?».
«Sì, perché io la soddisfazione di dirle che aveva ragione non gliela voglio dare».
«Riassumendo» disse Montalbano «le cose possono essere andate così».
Gli piaceva quest’indagine in pantofole, in una casa d’altri tempi, davanti a una tazza di caffè.
«Il marinaio Mario Cunich, che a Vigàta è diventato quasi un paesano, s’innamora, ricambiato, di Lisetta Moscato. Come avranno fatto a incontrarsi, a parlarsi, lo sa solo Dio».
«Ci ho riflettuto a lungo» disse la signora. «Ci fu un certo periodo di tempo, mi pare tra il ’42 e il marzo, o aprile, del ’43 che Lisetta ebbe più libertà, perché il padre, per affari, era dovuto andare lontano da Vigàta. L’innamoramento, gli incontri clandestini dovettero certamente essersi resi possibili in quel periodo».
«S’innamorarono, questo è un fatto» ripigliò Montalbano. «Poi il ritorno del padre impedì loro di vedersi. Ci si mise magari di mezzo lo sfollamento. Quindi arrivò la notizia della prossima partenza di lui... Lisetta scappa, viene qua, s’incontra, non sappiamo dove, con Cunich. Il marinaio, per stare il più a lungo possibile con Lisetta, non si ripresenta a bordo. A un certo punto, mentre i due dormono, vengono ammazzati. E fin qui tutto regolare».
«Come regolare?» si stupì la signora.
«Mi scusi, volevo dire che fino a qui la ricostruzione fila. Ad ammazzarli può essere stato un innamorato respinto, lo stesso padre di Lisetta che li avrà sorpresi e si sarà sentito disonorato. Va a sapere».
«Come, va a sapere?» fece la signora. «Non l’interessa scoprire chi ha assassinato quei due poveri picciotti?».
Non se la sentì di risponderle che dell’assassino non gliene importava tanto, quello che l’intrigava era perché qualcuno, l’assassino stesso forse, si fosse dato carico di spostare i cadaveri nella grotta e d’allestire la messinscena della ciotola, del bùmmolo e del cane di terracotta.
Prima di tornarsene a casa passò da un negozio d’alimentari, s’accattò due etti di cacio col pepe e una scanata di pane di grano duro. Aveva fatto la provvista perché era sicuro che non avrebbe trovato Livia. Difatti non c’era, tutto era rimasto come quando era nisciùto per andare dai Burgio.
Non ebbe il tempo di posare il sacchetto sul tavolo, squillò il telefono, era il questore.
«Montalbano, le volevo dire che oggi m’ha telefonato il sottosegretario Licalzi. Voleva sapere perché non ho ancora inoltrato una richiesta di promozione per lei».
«Ma che cavolo vuole da me, quello?».
«Io mi sono permesso d’inventare una storia d’amore, misteriosa, ho detto, non detto, lasciato intendere... Quello ha abboccato, pare che sia un appassionato lettore di rotocalchi rosa. Però ha risolto la questione. M’ha detto di scrivere a lui per farle ottenere una consistente gratifica. La richiesta l’ho fatta e trasmessa. La vuole sentire?».
«Mi risparmi».
«Peccato, credo d’aver fatto un piccolo capolavoro».
Conzò la tavola, tagliò una consistente fetta di pane, risquillò il telefono. Non era Livia, come aveva sperato, ma Fazio.
«Dottore, ho travagliato tutta la santa jurnata per lei. Questo Stefano Moscato non era cosa da spartirci il pane ’nzèmmula».
«Mafioso?».
«Proprio proprio mafioso non credo. Un violento, questo sì. Diverse condanne per rissa, violenza, aggressione. Non mi paiono cose di mafia, un mafioso non si fa condannare per minchiate».
«A quando risale l’ultima condanna?».
«A11’81, pensi. Aveva un piede nella fossa e pigliò uno a seggiate spaccandogli la testa».
«Sai dirmi se ha passato in carcere qualche periodo tra il ’42 e il ’43?».
«E come no. Rissa e ferimento. Dal marzo ’42 al 21 aprile del ’43 se n’è stato a Palermo, al carcere dell’Ucciardone».
Le notizie che gli aveva dato Fazio resero assai più gustoso il cacio con il pepe che già di per sé non scherzava.