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Ci vollero venti minuti di elitassì dallo spazioporto all’area metropolitana. Maneggiando il denaro terrestre con disinvoltura, come se ci fosse abituato da sempre, Harris pagò il pilota, lasciandogli il quindici per cento esatto di mancia, e scese. Si era fatto condurre a un albergo nel cuore della città: lo Spaceways Hotel. Ce n’era uno in ogni città della galassia dotata di spazioporto; la catena era gestita dagli armatori spaziali e da una società a responsabilità limitata, per comodità dei viaggiatori che non avevano un alloggio sul pianeta di arrivo.

Harris firmò e gli fu assegnata una camera al 58° piano. Il terrestre di turno al bureau controllò i suoi documenti e, allungandogli la piastra di registrazione, disse: «A voi non dà noia l’altezza, vero, maggiore?»

«Per niente.»

Un ragazzo gli prese le valigie. Su Darruu sarebbe stata un’umiliazione portare i bagagli di un’altra persona, ma Harris si ripeté ancora una volta che quello non era Darruu. Quando fu nella sua stanza, diede al ragazzo una moneta da mezza unità; il lift si profuse in ringraziamenti, poi lo lasciò in pace.

Chiuse a chiave la porta. Per la prima volta dopo la sua partenza era veramente solo. Si avvicinò ai bagagli e praticò abilmente tutta una serie di pressioni e stiramenti che gli permisero di accedere alle parti nascoste. Come per miracolo, le valigie raddoppiarono di volume, mentre lui ne faceva scattare la serratura. Quello era il sistema ideale di riporre gli oggetti che si volevano nascondere ai funzionari della dogana.

Cominciò a disfare i bagagli.

La prima cosa che ne uscì fu un piccolo aggeggio che aderì perfettamente all’interno della porta della stanza, diventando praticamente invisibile. Era un dispositivo di disturbo per raggi-spia e garantiva l’indispensabile privacy.

Poi venne la volta di una pistola a raggio annientatore. Harris la fece scivolare nella tasca della giacca dopo averne controllato la carica.

C’erano anche parecchi libri, un fiasco di vino di Darruu e una foto dell’albero piantato nel giorno della sua nascita. Portandosi dietro tutte queste cose, non aveva aumentato i rischi che già correva. In realtà, possedeva oggetti assai più compromettenti.

Il comunicatore subspaziale, per esempio. O l’amplificatore a breve raggio che serviva a segnalare la sua presenza agli altri membri del gruppo segreto di Darruuesi stabilitosi sulla Terra.

Harris finì di disfare le valigie e le ridusse di nuovo al loro stato tridimensionale. Poi prese un piccolo bisturi dalla borsa degli attrezzi. Si sfilò rapidamente i calzoni e mise a nudo la zona desensibilizzata nella parte carnosa della coscia. Fissò per un attimo la rete di sottili fili d’argento che stava sotto la carne, e con tre soli giri di lame modificò la regolazione termostatica del suo corpo.

Rabbrividì, mentre il suo metabolismo si adattava al cambiamento. Poi, a poco a poco, cominciò a sentire caldo. Richiuse la ferita e ci applicò sopra del mastice speciale. Pochi minuti dopo era perfettamente rimarginata. Si rivestì.

Diede un’occhiata alla stanza. Venti metri quadrati, con un letto, una scrivania, un armadietto a muro e una toilette. C’era una piccola griglia per il condizionamento dell’aria montata nel soffitto. Le solite piastre emanavano una luce verdastra elettroluminescente. Sotto una finestra ovale, era sistemato un gruppo di comandi per la polarizzazione. C’erano anche un bagno e un lavabo molecolari. Insomma, non era la stanza più squallida, ma neanche la più elegante che avesse mai occupato. Cercando di adattarsi alla mentalità dei Terrestri, si disse che per venti unità alla settimana poteva andare.

Il calendario della stanza segnava le tre e mezzo pomeridiane del 22 maggio 2562. Lui doveva mettersi in contatto con la Centrale solo di lì a dieci giorni o più. Chiuse gli occhi e calcolò che sulla Terra sarebbe stata la prima settimana di giugno. Fino a quella data, avrebbe recitato la parte del terrestre in vacanza.

La chirurgia plastica aveva apportato alcune piccole modifiche al suo metabolismo, per dargli il gusto del cibo e delle bevande terrestri e per consentirgli di digerire i carboidrati che gli abitanti della Terra consumavano con tanta avidità. Non avevano trascurato proprio niente perché lui potesse impersonare alla perfezione il ruolo del maggiore Abner Harris. Gli avevano dato anche cinquantamila unità di denaro terrestre: gli sarebbero bastate per un bel po’.

Applicò con cura il dispositivo che serviva a tenere lontani gli eventuali «curiosi» mentre lui era assente. L’intruso che avesse cercato di entrare nella stanza furtivamente, avrebbe ricevuto una scarica di energia, non mortale, ma per niente piacevole. Controllò il portafoglio per essere certo di avere con sé il denaro e premette il congegno di apertura della porta scorrevole.

Questa si aprì silenziosamente, e lui uscì nel corridoio. In quello stesso istante qualcuno che arrivava in gran fretta gli finì contro, facendogli fare una giravolta. Un contatto morbido e piacevole.

Una donna!

La reazione immediata che gli si scatenò dentro fu di furore, ma Harris controllò l’istinto di colpire la sconosciuta prima che l’impulso si facesse irresistibile. Su Darruu, una donna che si permettesse di urtare un Servo dello Spirito poteva solo aspettarsi una buona dose di frustate.

Ma lì non erano su Darruu.

Ricordò una frase delle istruzioni ricevute durante l’addestramento: Vi sarà utile stabilire una relazione sentimentale sulla Terra, a scopo di mimetizzazione.

I chirurghi avevano alterato il suo metabolismo anche sotto quell’aspetto, mettendolo in grado di provare attrazione sessuale verso una ragazza terrestre. Ciò faceva parte della mimetizzazione. Nessuno si sarebbe mai aspettato che uno straniero sotto false spoglie s’imbarcasse in un’avventura romantica con un’abitante della Terra e la cosa sarebbe dunque servita a disorientare gli avversari.

«Scusate!» esclamarono Harris e la donna nello stesso istante.

Lui ricordò che le esclamazioni sfuggite contemporaneamente a due persone erano motivo d’ilarità, sulla Terra. Gliel’avevano detto durante l’addestramento. Rise. E anche lei rise.

«Credo proprio di non avervi visto» disse la ragazza. «Camminavo in fretta, senza guardare.»

«È stata colpa mia» insisté Harris. «I maschi terrestri sono ostinatamente cavallereschi» gli avevano detto. «Sono uscito con troppa furia. Scusatemi tanto.»

La guardò. Era alta, quasi quanto lui, con capelli biondi, morbidi e lucenti, la pelle rosea. Indossava un abito molto aderente, che lasciava scoperte le spalle e buona parte del petto. Harris la trovò attraente.

Ora so che i chirurghi mi hanno cambiato davvero pensò. Ha dei peli sul cranio e due enormi seni rigonfi, eppure mi sento attratto da una creatura simile!

«È colpa di tutt’e due» disse la ragazza. «La maggior parte degli scontri accade proprio così. Non parliamone più.» Gli scoccò un sorriso abbagliante e soggiunse: «Mi chiamo Beth Baldwin.»

«Maggiore Abner Harris.»

«Maggiore?»

«Corpi di Espansione Interstellare.»

«Oh! Appena arrivato sulla Terra?»

Lui annuì. «Sono qui in vacanza. La mia ultima missione è stata su Alpheratz quarto.» Rise e soggiunse: «Sentite, non è il caso di starsene qui nel corridoio a chiacchierare. Stavo scendendo per ordinare qualcosa da mettere sotto i denti. Siete disposta a farmi compagnia?»

Lei rimase perplessa un attimo, uno soltanto, poi s’illuminò.

«Dispostissima» rispose.

Presero l’ascensore e mangiarono nel ristorante al terzo piano dell’albergo, un posto completamente automatizzato con speciali nastri convogliatori che portavano il cibo a ciascun tavolo. Parte dell’addestramento ipnotico di Harris gli era stato impartito appunto per metterlo in grado di affrontare situazioni come quella. Infatti, senza fare una piega, ordinò un pranzo per due, completo di vini.

La ragazza non aveva l’aria timida. Gli disse che era impiegata su Rigel XII e che era arrivata il giorno prima, per un viaggio d’affari. Era sulla trentina, nubile, ed era nata sulla Terra, proprio come lui. Viveva nel sistema di Rigel da quattro anni.

«E adesso ditemi voi» concluse, allungando la mano per afferrare la brocca del vino.

Harris si strinse nelle spalle con diffidenza. «Temo proprio che non ci sia molto da raccontare. Sono ufficiale di carriera, un tipo piuttosto noioso, ho appena passato i quaranta e questo è il primo giorno che trascorro sulla Terra da dieci anni a questa parte.»

«Deve sembrarvi strano.»

«Infatti.»

«Quanto potete trattenervi?»

«Da sei a otto mesi. Posso chiederne di più, se voglio. Quando tornate su Rigel, voi?»

Lei gli rivolse uno strano sorriso. «Può darsi anche che non ci torni del tutto. Dipende se riuscirò a trovare quello che cerco sulla Terra.»

«E che cosa state cercando?»

Lei rise ancora, con civetteria. «Questo è affar mio» disse maliziosamente.

«Scusate.»

«Lasciate perdere le scuse. Beviamo un altro goccetto di vino.»

Quando Harris ebbe pagato il conto, lasciarono l’albergo e uscirono per fare una passeggiata. Le strade erano affollate. Un orologio in cima a un edificio lontano segnava le sette e qualche minuto.

Harris, ora che l’impianto di regolazione era a posto, aveva caldo. I cibi e i vini ai quali non era abituato gli davano una strana sensazione di nausea. E questo, nonostante avesse gustato il pasto.

La ragazza gli infilò una mano sotto braccio, stringendolo affettuosamente. Harris le sorrise.

«Ho paura che dovrò trascorrere una vacanza piuttosto solitaria» disse Harris.

«Anch’io. Si può essere spaventosamente soli, sopra un pianeta dove vivono venti miliardi di persone.»

«Specialmente quando si è diventati stranieri nel proprio mondo, dopo un’assenza di dieci anni» dichiarò lui con disinvoltura.

Continuarono a camminare. In mezzo alla strada, una compagnia di acrobati intratteneva i passanti, servendosi di dispositivi antigravità per rendere ancora più spettacolari le acrobazie. Harris rise e lanciò una moneta. Una ragazza abbronzata lo salutò dalla sommità della piramide umana.

Scendeva la notte. Harris pensò che era assurdo passeggiare così, con una ragazza terrestre e il ventre pieno di cibi terrestri. E di goderne, oltretutto.

Darruu sembrava incredibilmente lontano, ora. Millecento anni-luce dalla Terra. La sua stella si confondeva in una massa di punti luminosi dai confini indefiniti.

Però lui sapeva che era là. E ne provava nostalgia.

«Sembrate preoccupato» disse la ragazza, al suo fianco.

«È un mio vecchio difetto.»

Intanto pensava: Sono nato Servo dello Spirito, perciò mi hanno scelto per venire sulla Terra. Può darsi che a Darruu non tornerò mai più.

Il cielo imbruniva. Continuarono a camminare sopra un ponte dorato, sospeso con leggerezza su di un fiume buio dove brillavano miriadi di puntolini luminosi. Guardarono insieme l’acqua e le stelle che vi si specchiavano. Lei gli si avvicinò, e il tiepido contatto della sua figura gli fece stranamente piacere.

Millecento anni-luce da casa.

Perché sono qui?

Naturalmente sapeva la risposta. Un titanico conflitto andava addensandosi nell’Universo. Gli Indovini ritenevano che il cataclisma si sarebbe scatenato tra meno di due secoli. Darruu avrebbe affrontato il suo antico avversario, Medlin, e tutti i mondi dell’Universo si sarebbero schierati da una parte o dall’altra.

Lui era andato sulla Terra in qualità di ambasciatore. La Terra era una forza possente nella galassia. Tanto possente che si sarebbe rifiutata di recitare il ruolo che le avevano assegnato: quello di pedina tra Darruu e Medlin. Darruu voleva, aveva bisogno dell’aiuto terrestre nel prossimo conflitto. Ottenerlo, strappare questo consenso, era impresa estremamente importante e delicata.

Un gruppo di Darruuesi trapiantato sulla Terra e che influenzasse gradatamente l’opinione pubblica in favore di Darruu, mettendo in cattiva luce Medlin… Questo era il piano, e il maggiore Abner Harris, nato Aar Khiilom, era uno degli agenti scelti per attuarlo.

Camminarono per la città fino a tardi, poi tornarono sui loro passi verso l’albergo. Harris si sentiva sicuro di avere ormai avviato con la ragazza il tipo di relazione che probabilmente lo avrebbe messo al riparo da ogni sospetto sulle sue vere origini.

«Che si fa ora?» chiese.

«E se comprassimo una bottiglia di qualcosa e organizzassimo una festicciola nella vostra camera?» suggerì lei, con prontezza.

«La mia stanza è in un disordine spaventoso» disse Harris, pensando che là dentro c’erano troppe cose che non voleva farle vedere. «Perché non andiamo in camera vostra?»

«Va bene. Come volete.»

Si fermarono davanti a un autobar e lui introdusse alcuni pezzi da mezza unità in una macchina lucente fino a che suonò un campanello, e una bottiglia già avvolta nella carta scivolò sul vassoio pronto a riceverla. Harris se la ficcò sotto il braccio e s’inchinò scherzosamente alla ragazza. Continuarono per la loro strada.

Il segnale arrivò proprio mentre stavano entrando nell’atrio.

Raggiunse Harris sotto forma di un improvviso pizzicorino all’addome; l’amplificatore era stato inserito lì. Tre rapidi impulsi, rasp, rasp, rasp, che, dopo una breve pausa, si ripeterono.

Quel segnale aveva un solo significato: Situazione d’emergenza. Mettersi subito in contatto col nostro agente di collegamento. Emergenza!

La mano di lei gli strinse forte il braccio. «Vi sentite male? Siete così pallido!»

Con voce tesa lui rispose: «Forse sarebbe meglio rimandare di qualche minuto la nostra festicciola, Beth. Non… non sto molto bene.»

«Oh! Posso fare niente per voi?»

Lui scosse la testa. «È un malanno che mi sono preso su Alpheratz» rispose con voce rauca. Poi si voltò, le allungò la bottiglia incartata e soggiunse: «Tra pochi minuti andrà meglio. Voi andate in camera vostra e aspettatemi là.»

«Ma se non state bene, io dovrei…»

«No, Beth. Devo fare da me, senza che nessuno stia lì a guardare. Vi spiace?»

«Come volete» disse lei, perplessa.

«Grazie. Sarò da voi appena possibile.»

Salirono in ascensore fino al 58° piano dell’albergo e ognuno s’incamminò verso la propria camera.

Il segnale nell’addome di Harris continuava a ripetersi con tranquilla urgenza. Rasp, rasp, rasp. Rasp, rasp, rasp. Rasp, rasp, rasp.

Lui neutralizzò con un rapido impulso di energia il campo di forza sulla porta e aprì. Sgattaiolò dentro, in fretta, e subito azionò di nuovo il dispositivo di disturbo del raggio-spia. Gocce di sudore freddo cominciavano a imperlargli la fronte.

Rasp, rasp, rasp. Rasp, rasp, rasp.

Aprì l’armadio, prese il piccolo amplificatore a corto raggio e lo sintonizzò sulla frequenza del segnale d’emergenza. Immediatamente i segnali dentro di lui cessarono, mentre l’amplificatore a corto raggio intercettava la lunghezza d’onda.

Trascorsero momenti interminabili. L’amplificatore captò una voce che parlava nel codice riservato ai soli agenti darruuesi.

«Fatevi riconoscere.»

Harris si fece riconoscere secondo la regolare procedura. Poi continuò: «Sono arrivato oggi sulla Terra. Avevo ordine di non mettermi in contatto con voi per circa due settimane.»

«Lo so» rispose la voce, impaziente. «Si è verificata una situazione d’emergenza.»

«Di che si tratta?»

«Abbiamo scoperto che ci sono agenti di Medlin sulla Terra. Le procedure normali dovranno essere modificate. Dovete venire da me subito.»

E diede un indirizzo. Harris lo mandò a memoria e lo ripeté. Il collegamento fu troncato.

Venite subito da me. Gli ordini andavano interpretati alla lettera. Subito voleva dire adesso, non domani pomeriggio, come avrebbe fatto comodo a lui. L’incontro con la bionda terrestre doveva essere rimandato.

Agguantò la cornetta del citofono e chiese di parlare con la stanza di Beth. Un attimo dopo udì la sua voce.

«Pronto?»

«Beth, sono Abner Harris.»

«Come state? Tutto a posto? Vi sto aspettando.»

«Sto bene, adesso» rispose lui, esitante. «Ma, Beth… non so come spiegarvi… mi credete se vi dico che un mio amico mi ha telefonato in questo momento per dirmi che ha bisogno d’incontrarsi subito con me, in centro?»

«Adesso? Ma sono passate le undici!»

«Lo so. È un tipo strano. Ha orari particolari. Non posso fare a meno di andare.»

«Credevo che non ne aveste di amici, sulla Terra, maggiore Harris. Dicevate di sentirvi solo.» La voce era brusca, col sarcasmo tagliente della delusione.

«Non è proprio un amico» disse Harris, impacciato. «È un collega… del CEI.»

«Ecco… non sono abituata a farmi piantare in asso dagli uomini. Ma a quanto pare non ho possibilità di scelta, no?»

«Siate buona. Diamoci appuntamento per domattina, alla prima colazione.»

«Un cambio poco vantaggioso, ma farò di necessità virtù. A che ora?»

«Alle nove.»

«D’accordo. Arrivederci alle nove, maggiore Harris.»

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