Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,
Zululand, Sudafrica,
ore 05.45
Khamisi Taylor era in piedi di fronte alla scrivania del capo guardacaccia. Rigido e impettito, aspettava che il sovrintendente Gerald Kellog finisse di leggere il suo rapporto preliminare sulla tragedia del giorno precedente.
L’unico suono era il cigolio di un ventilatore a pala che rimestava lentamente l’aria.
Khamisi indossava vestiti presi in prestito: pantaloni troppo lunghi, una camicia troppo stretta. Ma almeno erano asciutti. Dopo aver trascorso tutto il giorno e la notte nello stagno tiepido, immerso fino alle spalle in quella pozza fangosa, con le braccia doloranti per aver tenuto puntato il fucile tutto il tempo, apprezzava quei vestiti caldi e la terra sotto i piedi. Apprezzava anche la luce del giorno. Dalla finestra sul retro dell’ufficio, l’alba dipingeva vagamente il cielo di rosa. Il mondo riemergeva dall’oscurità.
E lui era sopravvissuto.
Era vivo, ma non aveva ancora del tutto accettato quella realtà.
Le urla dell’ukufa gli echeggiavano ancora nella testa.
Gerald Kellog si lisciava distrattamente i folti baffi ramati, mentre continuava a leggere. Il sole del mattino luccicava sulla sua testa pelata, conferendole una lucentezza rosea e untuosa. Finalmente alzò lo sguardo, fissando Khamisi da sopra un paio di occhialini da lettura, due mezze lune sulla punta del naso.
«E questo è il rapporto che lei vorrebbe che io archiviassi, signor Taylor?» Il sovrintendente fece scorrere un dito lungo una riga del foglio giallo. «‘Un grande predatore sconosciuto’: è tutto quello che è in grado di dire sull’animale che ha ucciso e trascinato via la dottoressa Fairfield?»
«Signore, non l’ho potuto guardare bene. Era grosso e aveva il pelo bianco, come ho riferito.»
«Una leonessa, forse», propose Kellog.
«No, signore, non era una leonessa.»
«Come fa a esserne così sicuro? Non ha appena detto che non l’ha visto?»
«Sissignore. Quel che intendevo dire, signore… è che ciò che ho visto non corrispondeva a nessun predatore conosciuto del Lowveld.»
«E allora cos’era?»
Khamisi restò zitto. Non era così sciocco da citare l’ukufa. Alla luce del giorno, sussurrare storie di mostri avrebbe provocato soltanto derisione.
«Perciò una qualche creatura ha attaccato e trascinato via la dottoressa Fairfield, una bestia che lei non ha visto abbastanza chiaramente per poterla identificare.»
Khamisi annuì lentamente.
«Tuttavia lei è scappato e si è nascosto nello stagno. Secondo lei, che idea dà, questo rapporto, del nostro servizio? Uno dei nostri guardacaccia lascia che una donna di sessant’anni venga uccisa, mentre lui scappa a nascondersi con la coda tra le gambe, senza nemmeno sapere che cosa li ha attaccati.»
«Signore, questa non è una giusta…»
«Giusta?» tuonò il sovrintendente, gridando abbastanza da essere sentito nella stanza accanto, dove per l’emergenza era stato convocato l’intero staff. «È giusto che io debba chiamare i familiari della dottoressa Fairfield per informarli che la loro madre o nonna è stata aggredita e divorata mentre uno dei miei guardacaccia, uno dei miei guardacaccia armati, scappava a nascondersi?»
«Non c’era nulla che io potessi fare.»
«Tranne che salvare quella pellaccia…»
Khamisi sentì la parola omessa di proposito: salvare quella pellaccia nera.
Gerald Kellog non aveva assunto Khamisi con entusiasmo. La famiglia del sovrintendente era legata all’ex governo afrikander e lui aveva fatto carriera grazie a quelle conoscenze e a quei legami. Apparteneva ancora al vecchio country club Oldavi, esclusivamente bianco, il quale, anche dopo la fine dell’apartheid, era un importante centro di potere. Sebbene fossero state approvate nuove leggi, abbattute barriere e fossero stati costituiti sindacati, gli affari erano ancora affari in Sudafrica. I De Beers erano ancora proprietari delle miniere di diamanti e i Waalenberg possedevano quasi tutto il resto.
I cambiamenti sarebbero stati lenti.
Il posto di lavoro di Khamisi era un piccolo passo, una porta che lui voleva tenere aperta per la generazione successiva. Perciò mantenne la calma. «Sono sicuro che quando gli investigatori esamineranno il sito giustificheranno la mia linea di condotta.»
«Ah, davvero, signor Taylor? Ho mandato una dozzina di uomini, un’ora dopo che l’elicottero di soccorso l’aveva trovata a sguazzare nel fango, dopo la mezzanotte. Hanno fatto rapporto quindici minuti fa. Hanno trovato la carcassa del rinoceronte, ridotta quasi a uno scheletro da sciacalli e iene. Neanche una traccia del cucciolo che lei ha citato. E, soprattutto, neanche una traccia della dottoressa Fairfield.»
Khamisi scosse la testa, cercando una via d’uscita da quelle accuse. Ripensò alla lunga veglia nello stagno. Il giorno sembrava non finire mai, ma la notte era stata anche peggio. Dopo il tramonto, Khamisi si era aspettato di essere attaccato. Invece aveva sentito l’uggiolio delle iene e i latrati degli sciacalli che si riversavano nella valle, accompagnati da ringhi e guaiti dei vari spazzini che si contendevano i resti.
La presenza dei saprofagi aveva quasi indotto Khamisi a pensare di raggiungere la Jeep senza troppi rischi. Se erano ritornati le solite iene e i soliti sciacalli, forse l’ukufa se n’era andato.
Ma poi Khamisi non si era mosso.
Aveva ancora fresca nella memoria l’imboscata che aveva colto di sorpresa la dottoressa Fairfield.
«Sicuramente c’erano altre tracce», disse al sovrintendente.
«C’erano.»
Khamisi s’illuminò. Se c’era una prova…
«Erano tracce di leonesse», proseguì Kellog. «Due femmine adulte, proprio come dicevo prima.»
«Leonesse?»
«Sì. Credo che abbiamo qualche fotografia di quelle strane creature, da qualche parte. Forse è meglio che se le studi, così in futuro le saprà identificare. Con tutto il tempo libero che avrà…»
«Signore?»
«Lei è sospeso.»
Khamisi non poté nascondere lo stupore. Sapeva che se fosse capitato a un altro guardacaccia — a un qualsiasi guardacaccia bianco — ci sarebbe stata maggiore indulgenza, maggiore fiducia. Ma non per uno che aveva la pelle della tribù. Sapeva che era inutile discutere, avrebbe soltanto peggiorato le cose.
«Senza retribuzione, signor Taylor. Finché non sarà completata un’indagine approfondita.»
Un’indagine approfondita. Khamisi sapeva come sarebbe andata a finire.
«E la polizia locale mi ha chiesto di riferirle che non deve lasciare la zona. Bisogna chiarire anche le eventuali responsabilità penali.»
Khamisi chiuse gli occhi. Anche se il sole stava sorgendo, l’incubo non voleva saperne di terminare.
Dieci minuti dopo, Gerald Kellog era ancora seduto alla sua scrivania, da solo. Si passò una mano sudata sulla testa, come se lustrasse una mela. Le labbra, serrate in un’espressione arcigna, si rifiutavano di distendersi. La notte era stata interminabile, aveva dovuto spegnere un incendio dopo l’altro; e c’erano ancora mille dettagli da gestire: parlare coi media, occuparsi della famiglia della biologa, compresa la compagna della dottoressa Fairfield.
Kellog scosse la testa pensando a quella questione. La dottoressa Paula Kane sarebbe stata l’osso più duro della giornata seguente. Sapeva che il rapporto tra le due donne non si limitava al lavoro di ricerca. Era stata Paula Kane a insistere per fare uscire l’elicottero, quella notte, quando la dottoressa Fairfield non era tornata dall’escursione.
Svegliato nel mezzo della notte, Kellog l’aveva invitata a mantenere la calma. A tirarlo giù dal letto fu l’informazione sul luogo in cui la dottoressa Fairfield si era diretta, assieme a uno dei suoi guardacaccia: il confine nordoccidentale del parco, non lontano dalla riserva privata dei Waalenberg.
Una ricerca in quei paraggi richiedeva la sua immediata supervisione.
Era stata una notte frenetica, che aveva richiesto interventi rapidi e coordinamento, ma era quasi finita.
C’era soltanto un ultimo dettaglio di cui occuparsi.
Kellog sollevò la cornetta e compose il numero privato. Aspettò di prendere la linea, picchiettando una penna su un taccuino.
«Riferisca», fu la risposta laconica a collegamento avvenuto.
«Ho appena concluso il colloquio.»
«E?»
«Non ha visto nulla… nulla di chiaro.»
«Che cosa significa?»
«Sostiene di avere intravisto qualcosa. Nulla che potesse identificare.»
Seguì un lungo silenzio.
Kellog diventò nervoso. «Il suo rapporto sarà modificato. Si è trattato di leonesse, sarà questa la conclusione. Ne abbatteremo qualcuna, tanto per andare sul sicuro, e la questione sarà chiusa tra un giorno o due. Nel frattempo l’ho sospeso.»
«Molto bene. Lei sa che cosa deve fare.»
Kellog protestò. «È stato sospeso, non oserà agitare le acque. L’ho spaventato per bene. Non penso…»
«Esatto, non pensi. Ha ricevuto i suoi ordini. Lo faccia sembrare un incidente.»
La linea fu interrotta.
La stanza era un forno, a dispetto del ronzio dell’aria condizionata e delle pigre rotazioni del ventilatore. Niente poteva davvero contrastare il calore cocente della savana, con l’avanzare della giornata.
Ma non era per la temperatura che la fronte di Kellog era imperlata di sudore.
Ha ricevuto i suoi ordini.
E sapeva bene che non era il caso di disobbedire.
Guardò il taccuino, sulla scrivania. Parlando al telefono aveva fatto qualche scarabocchio distrattamente, segno di quanto lo mettesse a disagio l’uomo all’altro capo della linea.
Kellog si affrettò a cancellarlo con la penna, strappò il foglio e lo fece a brandelli. Nessuna prova. Mai. Era la regola. E lui aveva i suoi ordini.
Lo faccia sembrare un incidente.
In volo sulla Germania,
ore 04.50
«Atterreremo tra un’ora», disse Monk. «Forse dovresti provare a fare un altro sonnellino.»
Gray si stiracchiò. Il cupo ronzio del jet Challenger 600 l’aveva cullato sino a farlo addormentare, ma la sua mente ritornava agli eventi della giornata, cercando di ricomporre il puzzle. Aveva la Bibbia di Darwin aperta davanti a sé. «Come sta Fiona?»
Con un cenno del capo, Monk indicò il divano in fondo. Fiona era distesa, con una coperta addosso. «È crollata, finalmente. C’è voluto qualche analgesico per metterla fuori gioco. Quella ragazzina non chiude mai la bocca.»
Non aveva smesso di parlare da quando erano arrivati all’aeroporto di Copenhagen. Gray aveva avvertito Monk per telefono e lui aveva organizzato un’auto privata per portarli rapidamente e senza pericolo all’aeroplano che faceva rifornimento. Logan aveva risolto tutte le questioni diplomatiche e di visti.
Tuttavia Gray aveva ripreso a respirare regolarmente soltanto quando il Challenger si era staccato dal suolo e aveva preso quota.
«La sua ferita?»
Monk scrollò le spalle e sprofondò nella poltrona di fronte. «Un graffio. Okay, un graffio brutto e profondo. Le farà un male cane nei prossimi giorni. Ma, con un po’ di antisettico, un cicatrizzante liquido e un buon bendaggio, sarà in gran forma entro un paio di giorni. Pronta per rapinare un altro po’ di gente.»
Monk si tastò la giacca, assicurandosi di avere ancora il portafogli.
«L’ha rubato soltanto per darti il buongiorno», disse Gray, celando un sorriso stanco. Grette Neal gliel’aveva spiegato il giorno prima. Dio, era passato soltanto un giorno?
Mentre Monk si occupava di Fiona, Gray aveva fatto rapporto a Logan. Il direttore ad interim non era felice di sentire le sue avventure dopo l’asta… un’asta alla quale gli era stato vietato di partecipare. Ma il danno era fatto. Per fortuna aveva ancora la chiave USB con le foto di tutti i partecipanti, compresa la coppia dai capelli biondo platino. Aveva inviato tutto quanto a Logan, faxandogli anche alcune pagine della Bibbia e dei suoi appunti. Gli aveva mandato inoltre il disegno del tatuaggio a forma di quadrifoglio che aveva visto sulla mano degli aggressori, di quella specie di squadriglia di sconosciuti assassini biondi.
Logan e Kat si sarebbero dati da fare per scoprire chi ci fosse dietro. Logan aveva già avviato indagini presso le autorità di Copenhagen. Non erano stati riferiti decessi al lunapark. A quanto sembrava, il corpo dell’assassino che avevano agganciato con l’ala dell’anatroccolo era scomparso. Perciò la loro fuga da Tivoli non aveva lasciato strascichi fra la gente strattonata, a parte qualche contusione e qualche graffio. Nessun ferito grave, tranne il carro della parata.
Gray guardò Monk che controllava le tasche dei jeans. «C’è ancora, l’anello?»
«Non c’era bisogno di rubare anche quello.»
Gray doveva riconoscere la destrezza di Fiona. «Allora, vuoi dirmi qualcosa di quel cofanetto per anelli?»
«Ti volevo fare una sorpresa…»
«Monk, non sapevo che mi volessi così bene.»
«Ma piantala! Intendevo che te lo volevo dire io, senza che la signorina Copperfield decidesse di tirarlo fuori dal cilindro.»
Gray si appoggiò allo schienale, guardando in faccia Monk, con le braccia conserte. «Perciò hai intenzione di chiederglielo. Non so… La signora Kat Kokkalis. Non acconsentirà mai.»
«Non credo neanche io. Questo dannato coso l’ho comprato due mesi fa. Non ho mai trovato il momento buono per chiederglielo.»
«Vuoi dire che non hai mai trovato il coraggio.»
«Be’, forse anche quello.»
Gray si sporse in avanti e diede un buffetto sul ginocchio dell’amico. «Ti ama, Monk. Smettila di preoccuparti.»
Lui sorrise come un ragazzino. Non gli donava molto, ma Gray riconobbe dallo sguardo di Monk quanto erano profondi i suoi sentimenti… accompagnati da una punta di paura. Monk si sfregò il punto in cui la protesi della mano si congiungeva col moncherino del polso. Nonostante la spavalderia che ostentava, era stato scosso profondamente dalla mutilazione dell’anno precedente. L’attenzione di Kat aveva contribuito alla sua guarigione molto più degli sforzi dei medici. Ma gli restava una vena profonda di insicurezza.
Monk aprì il cofanetto di velluto e guardò l’anello di fidanzamento da tre carati. «Forse avrei dovuto comprare un diamante più grande, soprattutto adesso.»
«Che vuoi dire?»
Monk lo guardò. Aveva una nuova espressione sul viso: una traballante speranza era il modo migliore di descriverla. «Kat è incinta.»
Gray si drizzò sul sedile, sorpreso. «Cosa? Come?»
«Penso che tu sappia come», rispose Monk.
«Cristo! Congratulazioni», farfugliò, mentre si riprendeva gradualmente. L’ultima frase suonò più come una domanda: «Voglio dire… lo tenete, il bambino».
Monk inarcò un sopracciglio.
«Naturalmente», disse Gray, scuotendo la testa per la sua stupidità.
«È ancora presto», replicò Monk. «Kat vuole che non lo sappia nessuno, ma ha detto che a te potevo dirlo.»
Gray annuì, dandosi tempo per assimilare la notizia. Cercò di immaginarsi Monk padre e fu sorpreso di quanto fosse facile. «Mio Dio, è fantastico.»
Monk chiuse il cofanetto. «E tu?»
Gray lo guardò perplesso. «Io cosa?»
«Tu e Sara. Che ha detto quando le hai raccontato delle tue avventure a Tivoli?»
La fronte di Gray si corrugò.
Monk sgranò gli occhi. «Gray…»
«Cosa?»
«Non l’hai ancora chiamata, vero?»
«Non pensavo…»
«È nei carabinieri. Perciò sai benissimo che verrebbe a sapere di qualsiasi potenziale attentato terroristico a Copenhagen. Soprattutto se c’era un pazzoide che urlava ‘bomba’ in un parco affollato e se ne andava in giro in un carro da parata. Non potrà fare a meno di pensare che ci sia in mezzo proprio tu.»
Monk aveva ragione. Avrebbe dovuto chiamarla subito.
«Grayson Pierce, che cosa devo fare con te?» Monk scosse la testa tristemente. «Quando lascerai in pace quella ragazza?»
«Di che stai parlando?»
«Sono felice che tu e Sara vi siate trovati, ma dove avete intenzione di andare?»
Gray s’innervosì. «Non che siano affari tuoi, ma era quello che avevamo intenzione di discutere, prima che scoppiasse l’inferno.»
«L’hai scampata.»
«Sai una cosa? Il fatto di avere in tasca da due mesi un anello di fidanzamento non ti fa diventare improvvisamente un esperto di relazioni.»
Monk alzò le mani. «Va bene, come non detto… Stavo soltanto dicendo…»
Gray non aveva intenzione di fargliela passare liscia. «Che cosa?»
«Tu non vuoi davvero una relazione.»
Quell’attacco frontale lo lasciò di stucco. «Di che cosa stai parlando? Sara e io ci siamo fatti in quattro per far funzionare questa cosa. Io amo Sara, lo sai bene.»
«Lo so. Non ho mai detto il contrario. È solo che tu non vuoi avere una vera relazione con lei.» Monk contò fino a tre con le dita: «Significa moglie, mutuo e figli».
Gray si limitò a scuotere la testa.
«Quello che stai facendo con Sara è goderti un primo appuntamento prolungato.»
Gray cercò di ribattere in qualche modo, ma Monk era andato troppo vicino al bersaglio. Gli venne in mente la goffaggine che doveva superare ogni volta che lui e Sara si rivedevano, quella barriera da sormontare prima di poter ristabilire un’intimità più profonda. Come a un primo appuntamento.
«Da quanto tempo ti conosco?» chiese Monk.
Gray cancellò la domanda con la mano.
«E in tutto questo tempo quante storie serie hai avuto?» Monk formò un grande zero con la mano. «E guarda chi vai a pescare per la tua prima relazione seria.»
«Sara è meravigliosa.»
«È vero. E trovo fantastico che tu ti stia finalmente aprendo. Ma, ragazzi, quando si dice mettere in piedi barriere invalicabili!»
«Quali barriere?»
«Che ne dici dell’oceano Atlantico, tanto per cominciare? Quello che sta tra te e una vera relazione.» Monk agitò tre dita davanti a lui.
Moglie, mutuo, figli.
«Non sei pronto», proseguì Monk. «Avresti dovuto vedere la tua faccia quando ho detto che Kat è incinta. Ti è venuta la cacarella, anche se il bambino è mio.»
Gray aveva il cuore in gola. Si accorse di respirare affannosamente. Come se si fosse preso un pugno nello stomaco.
Monk sospirò. «Hai qualche problemino, amico mio. Forse hai qualcosa da risolvere coi tuoi vecchi. Non so.»
Gray fu salvato dal suono dell’interfono.
«Siamo a circa trenta minuti dalla destinazione», riferì il pilota. «Tra poco cominceremo la discesa.»
Gray guardò fuori dal finestrino. Il sole stava sorgendo. «Provo a fare un altro pisolino. Finché non atterriamo.»
«Buona idea.»
Gray si voltò verso Monk. Aprì la bocca per rispondere in qualche modo alle sue parole, ma alla fine si limitò a dire la verità. «Io amo davvero Sara.»
Monk reclinò lo schienale della poltrona e si mise su un fianco con un grugnito. «Lo so. Per questo è così difficile.»
Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,
ore 05.45
Khamisi Taylor sorseggiava il tè nel piccolo salotto. Per quanto fosse un’ottima infusione, addolcita col miele, non ne sentì neanche il sapore.
«E non c’è nessuna possibilità che Marcia sia ancora viva?» chiese Paula Kane.
Khamisi scosse la testa. Non cercava di eludere quella realtà. Non era il motivo per cui era andato lì, dopo la lavata di capo da parte del sovrintendente. Avrebbe voluto ritirarsi nella sua casetta ai margini della riserva, dove c’era una schiera di costruzioni basse, affittate ai guardacaccia. Si chiedeva per quanto ancora sarebbe potuto rimanere ad abitare lì, se la sospensione si trasformava in licenziamento.
Ma non era tornato direttamente a casa. Aveva attraversato in auto metà del parco, fino a un altro complesso di alloggi temporanei, una piccola enclave in cui risiedevano i ricercatori.
Khamisi era stato molte volte in quella casa coloniale bianca a due piani, coi suoi giganteschi e ombrosi alberi di acacia, col minuscolo giardino e col piccolo cortile in cui gironzolava qualche pollo. Sembrava che le due inquiline non rimanessero mai senza sovvenzioni. L’ultima volta che Khamisi ci era andato, era stato per festeggiare il decimo anniversario della permanenza delle due donne al parco. Ormai erano diventate un’istituzione, nella comunità scientifica di Hluhluwe-Umfolozi, un po’ come i cinque grandi animali da trofeo.
Ma ora ne rimaneva soltanto una.
La dottoressa Paula Kane era seduta su un divanetto, di fronte a Khamisi e al tavolino che li divideva. Aveva le lacrime agli occhi, ma le guance ancora asciutte. «Va bene», disse, mentre il suo sguardo vagava verso una parete piena di foto, panorama di una vita felice. Khamisi sapeva che le due donne erano assieme da quando avevano frequentato l’università di Oxford, molti anni prima. «Ormai non ci speravo più.»
Era una donna minuta, coi capelli brizzolati, tagliati pari all’altezza delle spalle. Sebbene fosse prossima ai sessanta, mostrava dieci anni di meno. Aveva sempre conservato una bellezza adamantina e una grande sicurezza, che non si lasciava mimetizzare neanche dal trucco. Quella mattina, però, sembrava appassita, sembrava l’ombra di se stessa, come se avesse perso qualcosa di vitale. Probabilmente aveva dormito vestita, con quei pantaloni kaki e quella camicetta bianca.
Khamisi non aveva parole per alleviare il dolore scolpito in ogni parte del corpo della donna, soltanto la sua partecipazione. «Mi dispiace.»
Paula lo guardò. «So che hai fatto tutto il possibile. Ho sentito le voci che cominciano a girare. Una donna bianca muore, ma il nero sopravvive. A certi elementi di qui non andrà giù.»
Khamisi sapeva che la donna si riferiva al capo guardacaccia. Paula e Marcia si erano scontrate molte volte con quell’uomo. Lei conosceva i legami e le affiliazioni del sovrintendente come tutti gli altri. Forse l’apartheid era stato eliminato nelle città e nelle township, ma nella savana il mito del Grande Cacciatore Bianco continuava a regnare supremo.
«Tu non sei responsabile della morte di Marcia», proseguì Paula, leggendogli qualcosa in viso.
Lui distolse lo sguardo. Apprezzava la sua comprensione, ma le accuse del sovrintendente avevano rintuzzato un senso di colpa già latente. Razionalmente sapeva di aver fatto tutto il possibile per proteggere la dottoressa Fairfield. Ma lui ne era uscito vivo, e lei no. Quelli erano i fatti.
Khamisi si alzò. Non voleva disturbare oltre. Era andato lì per rendere i suoi omaggi e per dire di persona alla dottoressa Kane che cosa era accaduto. «Ora devo andare.»
Paula si alzò e lo accompagnò alla porta a zanzariera. Lo fermò con una mano, prima che uscisse. «Secondo te, che cosa è stato?»
Lui si voltò verso di lei.
«Che cosa l’ha uccisa?» insistette Paula.
Khamisi guardò fuori: c’era troppa luce per parlare di mostri. In più, gli era stato vietato di riferire particolari della faccenda. C’era in ballo il suo lavoro.
Guardò Paula e le disse la verità. «Non è stata una leonessa.»
«E allora che cosa?»
«Lo scoprirò.»
Spinse la porta e scese i gradini. Il suo piccolo pick-up arrugginito era parcheggiato sotto il sole. Lo raggiunse, salì nell’abitacolo rovente e prese la strada di casa.
Per la centesima volta, rivisse il terrore della giornata precedente. Sentiva a fatica il rombo del motore, sovrastato dall’eco delle urla dell’ukufa nella sua testa. Non era una leonessa. Non ci avrebbe mai creduto.
Raggiunse gli alloggi destinati allo staff del parco, una schiera di costruzioni improvvisate su palafitte senza aria condizionata. Sollevando una nuvola di polvere rossa, parcheggiò di fronte al cancello di casa sua.
Esausto, aveva intenzione di riposare per qualche ora. Poi sarebbe andato in cerca della verità.
Sapeva già dove cominciare le indagini.
Ma l’avrebbe fatto più tardi.
Mentre si avvicinava alla recinzione del cortile davanti alla casa, notò che il cancello era socchiuso. Si assicurava sempre di chiuderlo col paletto, quando usciva, ogni mattina. D’altra parte, dopo l’annuncio della loro scomparsa, la notte precedente, era possibile che qualcuno fosse andato a cercarlo a casa.
Ma i sensi di Khamisi erano ancora in allerta, fin dal momento in cui aveva sentito quel primo urlo nella giungla. Dubitava persino che quella condizione potesse mai cambiare.
S’infilò nel cortile. Notò che la porta d’ingresso sembrava chiusa e vide la posta che sporgeva dalla cassetta delle lettere: non era stata toccata. Salì i gradini, uno alla volta.
Avrebbe voluto avere un pugnale o una pistola.
Sentì uno scricchiolio. Non proveniva dai gradini sotto i suoi piedi, ma dalle tavole del pavimento, dentro la casa.
I suoi sensi gli dicevano di fuggire.
No. Stavolta no.
Raggiunse il portico, si mise a lato della porta e controllò il catenaccio.
Non era chiuso a chiave.
Lo sganciò e spinse la porta. Sentì scricchiolare il pavimento un’altra volta, in fondo alla casa.
«Chi è?»
Himalaya,
ore 08.25
«Vieni a vedere.»
Painter si svegliò di soprassalto, subito vigile. Un dolore lancinante lo pugnalava tra gli occhi. Scivolò giù dal letto, già vestito. Non si era reso conto di essersi addormentato. Lui e Lisa erano ritornati in camera qualche ora prima, scortati dalle guardie. Anna doveva sbrigare qualche faccenda e procurare alcune cose che Painter aveva richiesto.
«Quanto ho dormito?» chiese, sentendo svanire lentamente il mal di testa.
«Scusa, non sapevo che dormissi.» Lisa era seduta a gambe incrociate di fronte al focolare, accanto a un tavolino con fogli di carta sparsi sopra. «Non può essere più di quindici, venti minuti. Volevo che tu vedessi questo.»
Painter si alzò. La stanza vacillò per un istante, poi si riassestò. Per niente bene. Raggiunse Lisa e si lasciò cadere accanto a lei.
Notò la macchina fotografica appoggiata sui fogli.
Lisa aveva chiesto che le fosse restituita la sua Nikon, come primo atto di cooperazione da parte dei loro carcerieri. Fece scivolare un foglio di carta verso di lui. «Guarda.»
Ci aveva disegnato una serie di simboli: erano le rune che Lama Khemsar aveva scarabocchiato sulla parete. Lisa doveva averle copiate dalla foto digitale. Painter vide che sotto ogni simbolo era scritta una lettera corrispondente.
«Era un semplice codice a sostituzione. Ogni runa rappresenta una lettera dell’alfabeto. È bastato fare qualche tentativo.»
«Schwarze Sonne», lesse lui ad alta voce.
«Sole Nero. Il nome del progetto nazista.»
«Perciò Lama Khemsar ne era al corrente.» Painter scosse la testa. «Il vecchio buddista aveva i suoi contatti, da queste parti.»
«Ed evidentemente ne è rimasto traumatizzato.» Lisa prese il foglietto. «La follia deve avere risvegliato antiche ferite.»
«O forse il Lama ha cooperato sin dall’inizio e il monastero era una sorta di avamposto di guardia del castello.»
«Se è andata così, guarda quanto gli è valsa, la cooperazione», commentò Lisa con un tono pungente. «È forse indicativo della ricompensa che otterremo noi?»
«Non abbiamo scelta. È l’unico modo per restare in vita: essere necessari.»
«E poi? Quando non saremo più necessari?»
Painter non volle alimentare nessuna illusione. «Ci uccideranno. Cooperando guadagneremo soltanto un po’ di tempo.»
Painter notò che Lisa non cercava di sfuggire alla realtà, anzi sembrava che ne traesse forza. Drizzò le spalle, mostrandosi risoluta. «Allora, che cosa facciamo per prima cosa?»
«Riconosciamo il primo passo di ogni conflitto.»
«E cioè?»
«Conosci il tuo nemico.»
«Penso di sapere già troppo di Anna e della sua ciurma.»
«No, parlavo di scoprire chi c’è dietro l’esplosione della notte scorsa. Il sabotatore, o chiunque l’abbia ingaggiato. Sta succedendo qualcosa, qui. Quei primi atti di sabotaggio, le manomissioni dei controlli di sicurezza della Campana, le prime malattie… avevano lo scopo di incuriosirci. Di sollevare un po’ di fumo e attirarci qui, con quelle voci di strane malattie.»
«Ma perché fare una cosa del genere?»
«Per assicurarsi che il gruppo di Anna fosse scoperto e smantellato. Non trovi strano che la Campana, il fulcro di questa tecnologia, sia stata distrutta soltanto dopo il nostro arrivo? Che cosa può far pensare, questo?»
«Che, se da una parte volevano che il progetto di Anna fosse smantellato, dall’altra non volevano che il fulcro della tecnologia cadesse nelle mani di qualcun altro.»
Painter annuì. «E forse qualcosa di ancora più terribile. Potrebbe essere tutto un diversivo, un trucco da prestigiatore: tu guarda qui, che intanto io, di nascosto, faccio il mio trucco da un’altra parte. Ma chi è il misterioso illusionista dietro le quinte? Qual è il suo scopo, il suo intento? È questo che dobbiamo scoprire.»
«E le apparecchiature elettroniche che hai chiesto ad Anna?»
«Forse ci aiuteranno a scovare la talpa. Se riusciamo a incastrare il sabotatore, scopriremo chi tira davvero le fila di tutto quanto.»
Un colpo alla porta li fece trasalire.
Painter si alzò, mentre la sbarra veniva sfilata e la porta si spalancava.
Entrò Anna, con Gunther al fianco. L’uomo si era ripulito dall’ultima volta che Painter l’aveva visto. Il fatto che nessun’altra guardia li seguisse nella stanza era un chiaro segno di quanto fosse pericoloso quel bestione. Non aveva nemmeno un’arma.
«Ho pensato che forse vi andava di fare colazione con noi», disse Anna. «Quando avremo finito, probabilmente le apparecchiature che ha richiesto saranno già arrivate.»
«Tutte quante? Da dove?»
«Katmandu. Abbiamo un eliporto nascosto sull’altro versante della montagna.»
«Davvero? E non siete mai stati scoperti?»
Anna scrollò le spalle. «È semplicemente una questione di coordinare i nostri voli con le dozzine di giri turistici e di squadre di alpinisti che escono ogni giorno. Il pilota dovrebbe essere di ritorno entro un’ora.»
Painter annuì. Aveva intenzione di usare al meglio quell’ora, raccogliendo informazioni. Per ogni problema c’era una soluzione. O almeno così sperava.
Uscirono dalla stanza. I corridoi erano affollati: evidentemente si era sparsa la voce. Tutti sembravano indaffarati e arrabbiati oppure li guardavano di traverso, come se Painter e Lisa fossero in qualche modo responsabili del sabotaggio. Ma nessuno si avvicinava troppo. Il passo pesante di Gunther apriva loro un varco. Il carceriere era diventato il loro protettore.
Finalmente raggiunsero lo studio di Anna.
Un lungo tavolo era stato apparecchiato davanti al fuoco, con una gran quantità di vassoi pieni di cibo: salsicce, pane nero, stufati fumanti, porridge, formaggi stagionati, un assortimento di frutti di bosco, prugne e meloni.
«Aspettiamo qualcuno?» chiese Painter.
«Un costante apporto di combustibile è fondamentale nei climi freddi, sia per la casa, sia per il cuore», rispose Anna, da brava tedesca.
Si misero a tavola e condivisero il cibo, come una grande famiglia felice.
«Se c’è qualche speranza di trovare una cura, dovremo sapere di più della Campana», disse Lisa. «La sua storia, come funziona…»
Anna, che si era incupita durante il tragitto fin lì, s’illuminò. Esiste forse un ricercatore cui non piaccia parlare delle proprie scoperte? «È cominciato come esperimento per un generatore di energia: un nuovo motore. La Campana ha preso il nome dal suo contenitore esterno: un involucro di ceramica a forma di campana, appunto, grande come un fusto da quattrocento litri e rivestito di piombo. All’interno c’erano due cilindri di metallo, l’uno dentro l’altro, che giravano in direzioni opposte.» Anna riprodusse il movimento con le mani. «A lubrificare il tutto e a riempire la Campana c’era un metallo liquido simile a mercurio: lo Xerum 525.»
«È la sostanza che ha detto di non poter riprodurre», puntualizzò Painter.
«Esatto. Ci abbiamo provato per decenni, cercando di ricostruire a ritroso la composizione del metallo liquido, ma presenta alcuni aspetti che è impossibile esaminare. Sappiamo che contiene perossidi di torio e di berillio, ma non molto altro. L’unica cosa che sappiamo per certo è che lo Xerum 525 era un sottoprodotto della ricerca nazista sull’energia del punto zero. È stato ottenuto in un altro laboratorio, distrutto subito dopo la guerra.»
«E voi non avete scoperto un modo per produrne dell’altro?» chiese Painter.
Anna scosse la testa.
«Ma che cosa faceva la Campana, esattamente?» chiese Lisa.
«Come dicevo prima, era semplicemente un esperimento. Molto probabilmente l’ennesimo tentativo di attingere all’infinita energia del punto zero. Ma, a un certo punto, i ricercatori nazisti hanno notato effetti strani quando la mettevano in funzione. La Campana emetteva una debole luminescenza. Andavano in corto circuito apparecchiature elettriche in un raggio di distanza enorme. Sono stati segnalati anche alcuni decessi. Durante una serie di esperimenti successivi, il dispositivo è stato affinato ed è stata costruita una schermatura. Sono stati eseguiti esperimenti in una miniera abbandonata, a grande profondità. Non si sono verificate altre morti, ma gli abitanti dei villaggi a un chilometro di distanza dalla miniera hanno riferito insonnia, vertigini e crampi muscolari. La Campana emanava qualcosa e l’interesse aumentava.»
«Era ritenuta una potenziale arma?» ipotizzò Painter.
«Non saprei. Gran parte degli archivi è stata distrutta dal responsabile della ricerca. Ma sappiamo che la squadra originaria ha esposto ogni genere di forma biologica alla Campana: felci, muffe, uova, carne, latte; e un’intera gamma di specie animali, invertebrate e vertebrate: scarafaggi, lumache, camaleonti, rospi e, naturalmente, topi.»
«E il vertice della catena alimentare?» chiese Painter. «Esseri umani?»
«Temo di sì. L’etica spesso è la prima vittima del progresso.»
«E che cosa è successo durante quegli esperimenti?» chiese Lisa, che aveva smesso di mangiare, non per repulsione, ma per il grande interesse che l’argomento suscitava in lei.
Anna intuì che avevano qualcosa in comune e rivolse l’attenzione a Lisa. «Ancora una volta gli effetti erano inspiegabili. Nelle piante la clorofilla scompariva, facendole diventare bianche. Nel giro di poche ore si decomponevano, riducendosi a una poltiglia viscida. Negli animali, il sangue gelava nelle vene e nei tessuti si formava una sostanza cristallina, che distruggeva le cellule dall’interno.»
«Vediamo se indovino», intervenne Painter. «Soltanto gli scarafaggi rimanevano indenni.»
Lisa lo guardò di traverso, poi si rivolse di nuovo ad Anna: «Avete qualche idea di che cosa causasse quegli effetti?»
«Possiamo solo fare congetture. Tuttora, riteniamo che la Campana, girando, crei un forte vortice elettromagnetico. Lo Xerum 525, un sottoprodotto delle ricerche precedenti sull’energia del punto zero, quando è esposto a questo vortice genera un’aura di strane energie quantiche.»
Painter mise assieme i pezzi mentalmente. «Perciò lo Xerum 525 è il combustibile e la Campana è il motore.»
Anna fece un cenno d’assenso.
«E la Campana diventa una specie di impastatrice», brontolò una nuova voce.
Tutti si voltarono a guardare Gunther, che stava masticando della salsiccia. Era la prima volta che mostrava un qualche interesse alla conversazione.
«Una descrizione grezza, ma corretta», convenne Anna. «Immaginate la natura onnipresente del punto zero come impasto per torte. Quando gira, la Campana è come la pala di un’impastatrice che ci s’immerge e provoca un risucchio dell’energia quantica verso l’esterno, verso la nostra esistenza, schizzando tutt’attorno strane particelle subatomiche di ogni genere. I primi esperimenti erano tentativi di manipolare la velocità di questa impastatrice, per poter controllare quegli schizzi.»
«Per fare meno pasticci, insomma.»
«E anche per alleviare gli effetti collaterali degenerativi. Hanno avuto successo: gli effetti avversi sono diminuiti e qualcosa di straordinario ha preso il loro posto.»
Painter capì che stavano arrivando al nocciolo della questione.
Arma si chinò verso di loro. «Al posto della degenerazione dei tessuti biologici, gli scienziati nazisti hanno cominciato a notare miglioramenti: crescita accelerata nelle muffe, gigantismo nelle felci, riflessi più rapidi nei rospi e intelligenza maggiore nei ratti. Data la loro coerenza, i risultati non potevano essere attribuiti soltanto a mutazioni casuali. E sembrava che negli animali di ordine più elevato i vantaggi dell’esposizione fossero maggiori.»
«Perciò sono passati agli esperimenti sugli esseri umani», aggiunse Painter.
«Mantenga una prospettiva storica, signor Crowe. I nazisti erano convinti che avrebbero dato origine a una razza superiore e d’un tratto si sono ritrovati davanti uno strumento per farlo entro una sola generazione. L’etica non presentava vantaggi. C’era un imperativo maggiore.»
«Creare una razza che potesse dominare il mondo.»
«Così credevano i nazisti. A quello scopo, hanno dedicato molti sforzi per far progredire le ricerche sulla Campana, ma il tempo a loro disposizione terminò. La Germania capitolò. Tuttavia la Campana è stata evacuata, così da poter proseguire la ricerca in segreto. Era la grande speranza del Terzo Reich: l’opportunità, per la razza ariana, di rinascere, di risorgere e dominare il mondo.»
«E Himmler ha scelto questo luogo», disse Painter. «Nel bel mezzo dell’Himalaya. Che follia…» Scosse la testa.
«Molte volte è più la follia che il genio a far avanzare il mondo. Chi, se non i folli, si spingerebbe tanto in là, puntando all’impossibile e, così facendo, provando che è possibile?»
«E a volte inventando semplicemente i più efficienti strumenti di genocidio.»
Anna sospirò.
Lisa riportò la discussione sul tema originario. «Che ne è stato degli studi sugli esseri umani?»
«Negli adulti gli effetti erano ancora nocivi, specialmente alle regolazioni più alte. Ma la ricerca non si è fermata lì: quando i feti venivano esposti mentre erano ancora nell’utero, tra i neonati esposti uno su sei mostrava notevoli miglioramenti: alterazioni del gene della miostatina generavano bambini con muscoli più sviluppati. Altri vantaggi erano una vista più acuta, una migliore coordinazione tra mano e occhio e uno straordinario quoziente intellettivo.»
«Superbambini», commentò Painter.
«Purtroppo quei bambini raramente superavano i due anni», proseguì Anna. «Ben presto cominciavano a degenerare: diventavano pallidi, i tessuti si cristallizzavano, le dita delle mani e dei piedi diventavano necrotiche e si staccavano.»
«Interessante», commentò Lisa. «Sembra che siano gli stessi effetti collaterali della prima serie di test.»
Painter le lanciò un’occhiata. Aveva davvero detto interessante? Lisa fissava Anna con uno sguardo affascinato. Come faceva a mantenere un atteggiamento esclusivamente clinico? Poi notò che il ginocchio sinistro di Lisa si muoveva nervosamente su e giù sotto il tavolo. Vi posò una mano per fermarlo. Lei tremò quando lui la toccò, ma mantenne un’espressione impassibile. Painter capì che quell’interessamento era simulato. Lisa stava reprimendo tutto l’orrore e la rabbia. Si mostrava conciliante con Anna per consentire a lui di fare qualche domanda utile a ottenere le risposte di cui avevano bisogno. Come in un interrogatorio, si erano divisi i ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo.
Painter le diede una stretta al ginocchio, riconoscente per i suoi sforzi.
Lisa proseguì la messa in scena. «Ha detto che un bambino su sei mostrava questi miglioramenti di breve durata. E gli altri cinque?»
«Nascevano morti o con mutazioni letali. Oppure morivano le madri.»
«E chi erano tutte queste madri?» chiese Painter, esprimendo lo sdegno di entrambi. «Non volontarie, presumo.»
«Non esprima giudizi troppo duri, signor Crowe. Conosce il livello di mortalità infantile nel suo Paese? È peggiore di quello di alcuni Paesi del Terzo Mondo. Qual è il vantaggio che recano quelle morti?»
Oh, per amor di Dio, non poteva dire sul serio! Era un paragone ridicolo.
«I nazisti avevano un loro imperativo», proseguì Anna. «Quantomeno erano coerenti.»
Painter cercò le parole adatte per maledirla, ma la rabbia gli bloccò la lingua.
Fu Lisa a intervenire, stringendo forte la mano che lui aveva appoggiato sul suo ginocchio. «Presumo che questi scienziati abbiano cercato modi per affinare la Campana, eliminando gli effetti collaterali.»
«Naturalmente, ma alla fine della guerra non c’erano ancora molti progressi. C’è soltanto un caso aneddotico di pieno successo. Un bambino ritenuto perfetto. Prima di lui, tutti i bambini nati sotto la Campana presentavano leggere imperfezioni: perdita di pigmentazione in alcune aree del corpo, asimmetria degli organi, occhi di colore diverso.» Anna lanciò uno sguardo fugace a Gunther. «Ma quel bambino sembrava senza difetti. Anche una rudimentale analisi del suo genoma confermò che era impeccabile. Ma la tecnica impiegata per raggiungere quei risultati è sconosciuta: il responsabile della ricerca ha eseguito quell’ultimo esperimento in segreto. Quando mio nonno è andato a prelevare la Campana, lui si è opposto e ha distrutto tutti i suoi appunti personali di laboratorio. Il bambino è morto poco tempo dopo.»
«Per gli effetti collaterali?»
«No, la figlia del responsabile si è affogata assieme al bambino.»
«Perché?»
Anna scosse il capo. «Mio nonno rifiutava di parlarne. Come dicevo, è un caso aneddotico.»
«Come si chiamava quel ricercatore?» chiese Painter.
«Non ricordo, ma posso andare a verificarlo, se vuole.»
Painter scrollò le spalle. Se solo avesse potuto accedere ai computer della Sigma… Intuiva che dietro la storia del nonno di Anna si nascondeva qualcos’altro.
«E dopo l’evacuazione?» chiese Lisa. «La ricerca è continuata qui?»
«Sì. Per quanto isolati, abbiamo continuato a tenerci aggiornati sui progressi ottenuti nella comunità scientifica. Dopo la guerra, gli scienziati nazisti si erano dispersi e molti erano impegnati in progetti segretissimi in ogni parte del mondo: Europa, Unione Sovietica, Sud America, Stati Uniti. Erano le nostre orecchie e i nostri occhi all’estero, ci fornivano informazioni selezionate. Alcuni credevano ancora nella causa, altri erano ricattati per il loro passato.»
«Insomma, vi siete tenuti aggiornati.»
«Nei due decenni successivi sono stati compiuti grandi passi avanti. Sono nati superbambini che sono vissuti più a lungo. Sono stati istruiti come principi, qui. Hanno avuto il titolo di Ritter des Sonnenkönigs, Cavalieri del Re-Sole, in quanto nati dal progetto Sole Nero.»
«Molto wagneriano», commentò Painter, in tono derisorio.
«Forse. A mio nonno piacevano le tradizioni. Ma le devo dire che tutti i soggetti sperimentali qui al Granitschloß erano volontari.»
«Sì, ma è stata una scelta morale oppure semplicemente non c’erano ebrei a portata di mano, sull’Himalaya?»
Anna non degnò il suo commento di una risposta e proseguì: «Se da una parte i progressi erano assodati, dall’altra i Sonnenkönige continuavano a essere afflitti da problemi degenerativi. I primi sintomi si presentavano ancora attorno ai due anni, ma in forma più lieve. Dalla degenerazione acuta si era passati a una forma cronica. Alla maggiore longevità, però, si è associato un nuovo sintomo: il deterioramento mentale, cioè paranoia acuta, schizofrenia e psicosi».
«Questi ultimi sintomi ricordano quanto è avvenuto ai monaci, al monastero», commentò Lisa.
«Dipende tutto dal grado dell’esposizione e dall’età», spiegò Anna. «I bambini esposti nell’utero a un livello controllato di radiazioni quantiche presentavano miglioramenti, seguiti da una degenerazione cronica per tutta la vita. Mentre gli adulti, come Painter e me, esposti a dosi moderate di radiazioni incontrollate sono colpiti da una forma più acuta della stessa degenerazione, un declino più rapido. I monaci, invece, esposti a un livello elevato di radiazioni, sono passati immediatamente allo stato di degenerazione mentale.»
«E i Sonnenkönige?» chiese Painter.
«Come nel nostro caso, non c’era cura per la loro malattia. In effetti, mentre noi possiamo sperare di avere un aiuto dalla Campana, i Sonnenkönige sono immuni: sembra che, essendovi stati esposti in tenera età, siano resistenti a qualsiasi altra manipolazione da parte della Campana, in meglio o in peggio.»
«Perciò quando sono impazziti…» Painter s’immaginò orde di superuomini impazziti che devastavano il castello.
«Una tale condizione era una minaccia per la nostra sicurezza. I test su soggetti umani sono stati interrotti.»
Painter non riuscì a nascondere la sorpresa. «Avete abbandonato la ricerca?»
«Non esattamente. I test su soggetti umani erano già uno strumento inefficiente per la sperimentazione. Ci voleva troppo tempo per valutare i risultati. Sono stati impiegati nuovi modelli: razze modificate di topi, tessuti fetali in vitro, cellule staminali. Grazie alla mappatura del genoma umano, i test del DNA sono diventati un metodo più rapido per valutare i progressi. Abbiamo accelerato i tempi. Ho il sospetto che, se riavviassimo il progetto Sonnenkönige oggi, otterremmo risultati nettamente migliori.»
«Allora perché non ci avete riprovato?»
Anna scrollò le spalle. «Continuiamo a riscontrare demenza nei nostri topi, il che è preoccupante; ma, soprattutto, abbiamo abbandonato gli studi sugli esseri umani perché nell’ultimo decennio i nostri interessi hanno assunto una natura più clinica. Non ci consideriamo più i precursori di una razza superiore. Crediamo che il nostro lavoro possa apportare benefici all’umanità nel suo complesso, una volta perfezionato.»
«Allora perché non uscite allo scoperto, adesso?»
«Per essere vincolati dalle leggi delle nazioni e degli ignoranti? La scienza non è un processo democratico. I limiti morali non farebbero che rallentare di dieci volte i nostri progressi, il che non è accettabile.»
Painter dovette trattenersi. Sembrava che qualche atteggiamento nazista continuasse a fiorire, da quelle parti.
«Che ne è stato dei Sonnenkönige?» chiese Lisa.
«È una storia tragica. Molti sono morti per patologie degenerative, ma ancora di più hanno dovuto subire l’eutanasia, quando le loro menti cominciavano a deteriorarsi. Alcuni, però, sono sopravvissuti. Per esempio Klaus, che avete conosciuto.»
Painter ripensò al guardiano gigante e ricordò l’arto e il volto semiparalizzati dell’uomo, segni della degenerazione. Poi guardò Gunther. L’uomo sostenne il suo sguardo con espressione imperscrutabile. Un occhio blu, l’altro completamente bianco. Un altro Sonnenkönig.
«Gunther è l’ultimo a essere nato qui.»
Anna indicò la propria spalla e fece un cenno all’uomo.
Lui corrugò la fronte, ma poi si arrotolò la manica sino a mostrare la parte superiore del braccio, svelando un tatuaggio nero.
«Il simbolo dei Sonnenkönige», commentò Anna. «Un marchio di orgoglio, dovere e qualità.»
Gunther abbassò la manica.
Painter ritornò con la mente al viaggio della notte precedente sullo slittino, al commento sprezzante diretto a Gunther da una delle guardie. Com’era quella parola? Leprakönig, re lebbroso. Evidentemente era rimasto ben poco rispetto per gli ex Cavalieri del Re-Sole. Quel bestione era l’ultimo della categoria, e stava lentamente degenerando sino all’oblio. Chi l’avrebbe ricordato?
Lo sguardo di Anna si soffermò su Gunther, prima di rivolgersi nuovamente a loro.
Forse almeno una persona l’avrebbe pianto.
Lisa prese di nuovo la parola, continuando a tenere la mano di Painter. «Deve ancora chiarire una cosa. La Campana, come fa a causare queste mutazioni? Lei ha detto che erano troppo coerenti per essere casuali.»
«Esatto. Le nostre ricerche non si sono limitate agli effetti della Campana: gran parte dei nostri studi si è concentrata su come funziona.»
«Avete fatto molti progressi in questo senso?» chiese Painter.
«Naturalmente. Di fatto, siamo ormai certi di capire i principi essenziali del suo funzionamento.»
Painter batté le palpebre per la sorpresa. «Davvero?»
Anna inarcò un sopracciglio. «Pensavo che fosse ovvio.» Guardò alternativamente Painter e Lisa. «La Campana controlla l’evoluzione.»
Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,
ore 05.45
«Chi è?» ripeté Khamisi, fermo sulla soglia di casa. C’era qualcuno nascosto in camera da letto.
O forse era un animale. Le scimmie s’intrufolavano sempre nelle case, a volte anche animali più grossi.
Comunque lui non aveva nessuna intenzione di entrare. Si sforzava di vedere qualcosa, ma le tende erano tutte tirate. Dopo il viaggio in auto sotto il sole abbagliante, la penombra della casa era paragonabile all’oscurità della giungla.
Sempre fermo sulla veranda, Khamisi allungò la mano attraverso la porta, in cerca dell’interruttore. A tentoni, lo trovò e lo fece scattare. Si accese un’unica lampada, illuminando l’ingresso e il cucinino. Ma quella luce non lo aiutava in nessun modo a scoprire chi o cosa l’aspettasse nella stanza da letto.
Sentì altri rumori provenire da laggiù.
«Chi…»
Una dolorosa puntura al collo troncò le sue parole. Spaventato, si lanciò in avanti, mentre con una mano cercava di colpire ciò che l’aveva morso. Sentì qualcosa di piumato sotto le dita, conficcato nel collo. Lo estrasse e lo fissò incredulo per un istante.
Era una piccola freccia, di quelle che usava anche lui per sedare i grossi animali.
Ma era diversa.
Gli cadde dalle mani.
Quell’istante fu sufficiente alla tossina per raggiungere il suo cervello. Il mondo si rovesciò. Khamisi si sforzò di mantenere l’equilibrio, invano.
L’assito del pavimento cominciò a precipitare verso la sua faccia.
Riuscì a trattenersi leggermente, ma l’impatto fu comunque forte. Vide un diluvio di puntini di luce in un’oscurità crescente. La testa si adagiò al suolo. Da quell’angolazione, vide un pezzo di corda sul pavimento. Cercò di mettere a fuoco. Non è una corda.
Era un serpente. Lungo tre metri.
Lo riconobbe immediatamente.
Mamba nero.
Era morto, tagliato a metà. Lì accanto c’era un machete. Il suo machete.
Sentì gli arti intorpiditi e freddi, mentre gli appariva evidente l’amara verità.
La freccia avvelenata.
Non era come quelle che usava lui: aveva due punte, come i denti di un serpente.
Il suo sguardo si bloccò sul rettile morto.
Una messa in scena: morto avvelenato per un morso di serpente.
Dalla camera da letto arrivò un altro scricchiolio di tavole. Gli restava a malapena la forza per voltarsi in quella direzione. Sulla porta c’era una sagoma scura, illuminata dalla lampada, che lo studiava, impassibile.
No.
Non aveva senso.
Perché?
Non avrebbe mai saputo la risposta.
L’oscurità lo avvolse, portandoselo via.
Paderborn, Germania,
ore 06.54
«Tu resti qui», disse Gray. Era in piedi in mezzo alla cabina del Challenger, coi pugni sui fianchi, e non si muoveva.
«Stronzate», ribatté Fiona. A un passo di distanza, difendeva la sua posizione.
Monk era appoggiato al portello aperto, con le braccia conserte, divertito.
«Non ti ho ancora detto l’indirizzo», argomentò Fiona. «Puoi passare un mese intero a setacciare la città porta a porta, oppure io vengo con te e ti ci porto. A te la scelta, amico.»
Gray avvampò. Perché non le aveva estorto l’indirizzo quando era ancora debole e vulnerabile? Scosse la testa. Debole e vulnerabile erano parole che non si addicevano a Fiona.
«Allora, che hai deciso?»
«A quanto pare, avremo una compagna», disse Monk.
Gray non voleva saperne di cedere. Forse poteva spaventarla, ricordandole il rischio che aveva corso a Copenhagen. «E la tua ferita?»
«La mia ferita cosa? Sono come nuova. Quella benda liquida mi ha rattoppato per bene.»
«Può anche nuotarci», intervenne Monk. «È impermeabile.»
Gray lo fulminò con lo sguardo. «Non è questo il punto.»
«E allora qual è il punto?» lo incalzò Fiona.
Gray si voltò di nuovo verso di lei. Non voleva più essere responsabile di quella ragazzina e di certo non aveva il tempo di farle da babysitter.
«Ha paura che tu ti faccia male di nuovo», disse Monk con un’alzata di spalle.
Gray sospirò. «Fiona, dicci l’indirizzo e facciamola finita.»
«Quando saremo sull’auto», rispose lei. «Allora te lo dirò. Non ho intenzione di rimanere rinchiusa qui dentro.»
«Il tempo passa», disse Monk. «E a quanto pare rischiamo una bella doccia.»
Il cielo era blu e luminoso, ma a nord si stavano addensando le nuvole. Era in arrivo un temporale.
«E sia.» Gray fece cenno al compagno di uscire. Perlomeno avrebbe tenuto d’occhio Fiona.
Il trio scese la scaletta dell’aereo. Le formalità doganali erano già sistemate e c’era una BMW presa a noleggio che li aspettava. Monk aveva in spalla uno zaino nero, Gray ne aveva uno identico. Guardò Fiona. Ne aveva uno anche lei. Dove…
«Ce n’era uno in più», gli spiegò Monk. «Non ti preoccupare. Non ci sono pistole o granate nel suo. Almeno non credo.»
Gray scosse la testa e proseguì diretto al parcheggio. Oltre allo zaino nero, avevano anche vestiti simili: jeans neri, scarpe da ginnastica, maglioni. Alta moda da turisti. Perlomeno Fiona aveva personalizzato i suoi vestiti con qualche spilla. Una in particolare catturò la sua attenzione. Diceva: GLI SCONOSCIUTI HANNO LE CARAMELLE MIGLIORI.
Entrando nel parcheggio, Gray controllò per l’ennesima volta le sue armi. Tastò la Glock da 9mm nella fondina sotto il maglione e il manico di un pugnale al carbonio, che portava in un fodero al polso sinistro. Nello zaino aveva armamenti aggiuntivi: granate, pacchetti di esplosivo C4, munizioni extra. Non aveva intenzione di farsi trovare impreparato un’altra volta.
Finalmente raggiunsero il loro mezzo: una BMW 525i, color blu notte. Fiona si diresse decisa verso il lato del conducente.
Gray la bloccò. «Divertente.»
Monk fece il giro dall’altra parte e gridò: «Un fucile!»
Fiona si abbassò, guardandosi attorno.
Gray la tranquilizzò e la condusse alla portiera posteriore. «Stava solo prenotando il sedile davanti.»
Fiona guardò di traverso Monk. «Mezza sega.»
«Scusa. Non essere così nervosa, ragazza.»
Salirono tutti e tre sulla berlina. Gray accese il motore e guardò Fiona, alle sue spalle. «Be’? Dove si va?»
Monk aveva già pronta una cartina.
Fiona si sporse verso il sedile anteriore e con un dito tracciò un percorso sulla mappa. «Fuori città, venti chilometri a sud-ovest. Dobbiamo andare al villaggio di Büren, nella valle di Alme.»
«A quale indirizzo?»
Fiona si riappoggiò allo schienale. «Divertente», disse, facendo il verso a Gray.
Lui la guardò nello specchietto retrovisore. Fiona aveva un’espressione disgustata per l’ennesimo, goffo tentativo di estorcerle quell’informazione.
Be’, che c’era di male? Ci aveva provato.
Lei gli fece cenno di partire.
Non avendo altra scelta, Gray obbedì.
All’altra estremità del parcheggio, c’erano due persone sedute su un roadster Mercedes bianco. L’uomo abbassò il binocolo e indossò un paio di occhiali da sole italiani. Fece un cenno alla sorella gemella accanto a lui, che sussurrò qualcosa in un telefono satellitare.
Con l’altra mano teneva quella di lui, che le massaggiava il tatuaggio col pollice.
Lei gli strinse le dita.
Guardando in basso, l’uomo vide che la sorella aveva un’unghia mangiucchiata, ridotta a una scheggia frastagliata. Era un’imperfezione evidente quanto un naso rotto.
Lei notò il suo sguardo e cercò di nascondere l’unghia, imbarazzata.
Non c’era morivo di vergognarsi. Lui capiva la costernazione e la sofferenza che l’avevano indotta a farlo: avevano perso Hans, uno dei loro fratelli maggiori, la notte prima.
Ucciso dal conducente dell’automobile che era appena partita.
La rabbia gli obnubilava la vista, mentre guardava la BMW uscire dal parcheggio. Il trasmettitore satellitare che avevano piazzato gli avrebbe permesso di seguire quel veicolo.
«Capito», disse sua sorella al telefono. «Come previsto, hanno seguito la traccia del libro fin qui. Indubbiamente sono diretti alla tenuta Hirszfeld, a Büren. Lasceremo il jet sotto sorveglianza. È tutto pronto.»
Mentre ascoltava, guardò suo fratello.
«Certo», disse, rivolta sia alla persona al telefono sia al fratello. «Non falliremo. La Bibbia di Darwin sarà nostra.»
L’uomo annuì convinto. Sfilò la mano da quella della sorella, girò la chiave e accese il motore.
«Ciao, nonno», concluse lei. Mentre riponeva il telefono, allungò una mano e scostò un’unica ciocca dei capelli biondi di lui che era finita fuori posto. La riaggiustò con le dita, poi la lisciò.
Perfetto.
Sempre perfetto.
Lui le baciò la punta delle dita mentre lei ritraeva la mano.
Amore e una promessa.
Avrebbero avuto la loro vendetta.
Il lutto poteva attendere.
La Mercedes bianco polare si mise in movimento. La caccia era aperta.
Himalaya,
ore 11.08
La punta della saldatrice s’infiammò di rosso cremisi. Painter stabilizzò l’attrezzo: gli tremava la mano, ma non era la paura. Il dolore martellante dietro l’occhio destro non cessava. Aveva preso una manciata di Tylenol, oltre a due pastiglie di fenobarbital, un anticonvulsivo. Nessuno di quei farmaci poteva scongiurare la debilitazione e la follia incombenti, ma, secondo Anna, gli avrebbero consentito qualche ora di funzionalità in più.
Quanto tempo gli rimaneva? Meno di tre giorni, a essere ottimisti.
Si sforzò di reprimere quella preoccupazione. Angoscia e disperazione potevano risultare invalidanti quanto la malattia. Come diceva suo nonno, con quei suoi modi da saggio indiano Pequot, torcersi le mani serve solo a impedire di rimboccarsi le maniche.
Prendendolo in parola, Painter si concentrò sul connettore che stava saldando a un filo di messa a terra scoperto. C’erano cavi che percorrevano tutto il sotterraneo del castello, collegati alle varie antenne esterne, compresa quella parabolica per la trasmissione al satellite, nascosta da qualche parte, vicino alla sommità della montagna.
Quando ebbe finito, Painter si tirò indietro e attese che la nuova saldatura si raffreddasse. Era seduto a un banco di lavoro, con una gamma di attrezzi e componenti ben allineati, come un chirurgo. La sua area di lavoro era fiancheggiata da due laptop aperti, entrambi forniti da Gunther. L’uomo che aveva massacrato i monaci e assassinato Ang Gelu. Painter sentiva ancora montargli dentro una furia infinita ogni volta che era vicino a lui.
Come in quel momento.
Il bestione era di guardia accanto a lui e sorvegliava ogni sua mossa. Erano soli in un locale per la manutenzione. Painter prese in considerazione la possibilità di ficcargli la saldatrice in un occhio. E poi? Erano a chilometri di distanza dalla civiltà e sulla sua testa pendeva una sentenza di morte. La cooperazione era l’unico mezzo di cui disponevano per sopravvivere. A quello scopo, Lisa era rimasta con Anna, nel suo studio, continuando le indagini su una possibile cura.
Painter e Gunther seguivano un altro approccio: scoprire il sabotatore.
Secondo Gunther, la bomba che aveva distrutto la Campana era stata innescata a mano. E, poiché nessuno se n’era andato dopo l’esplosione, probabilmente il sabotatore era ancora nel castello. Catturandolo, forse sarebbero riusciti ad avere altre informazioni.
Perciò avevano messo in circolazione alcune voci, come esca.
Dovevano soltanto piazzare la trappola.
Un laptop era collegato ai sistemi di comunicazione del castello. Painter ci si era inserito utilizzando le password fornitegli da Gunther e aveva inviato una serie di pacchetti di codici compressi, che avevano lo scopo di monitorare tutte le comunicazioni in uscita dal sistema. Se il sabotatore avesse cercato di comunicare col mondo esterno, sarebbe stato scoperto, rivelando anche la sua posizione. Ma Painter non si aspettava che fosse così maldestro: quella persona era sopravvissuta operando in segreto molto a lungo, il che presupponeva una notevole astuzia e un mezzo di comunicazione indipendente dalla rete principale del castello.
Per quel motivo Painter aveva costruito qualcosa di nuovo.
Il sabotatore doveva essersi procurato un telefono satellitare portatile, per comunicare in segreto coi suoi superiori. Ma un telefono di quel tipo doveva essere utilizzato in un’area senza ostacoli frapposti tra l’antenna e il satellite in orbita geostazionaria. Purtroppo c’erano innumerevoli nicchie, finestre e botole di servizio che si prestavano allo scopo, troppe per poterle sorvegliare senza destare sospetti. Perciò ci voleva un’alternativa.
Painter controllò l’amplificatore di segnale che aveva collegato al filo di messa a terra. Era un dispositivo che aveva progettato lui stesso, alla Sigma. Prima di diventarne il direttore, le sua specialità erano la sorveglianza e la microingegneria. Giocava in casa.
L’amplificatore collegava il filo di messa a terra al secondo laptop.
«Dovrebbe essere pronto», disse Painter, mentre la sua emicrania cominciava finalmente a diminuire.
«Vediamo se funziona.»
Painter accese l’alimentazione a batteria, impostò l’ampiezza del segnale e regolò la velocità degli impulsi. Il laptop avrebbe fatto il resto, monitorando eventuali trasmissioni. Era quantomeno rudimentale e non consentiva di ascoltare il contenuto delle comunicazioni: poteva soltanto individuare la posizione del segnale di una trasmissione illecita, con un margine d’errore di trenta metri. Probabilmente sarebbe stato sufficiente.
Painter ultimò le regolazioni dell’apparecchiatura. «Tutto a posto. Adesso non ci resta che aspettare che il bastardo faccia una chiamata.»
Gunther annuì.
«Sempre che abbocchi», aggiunse Painter.
Mezz’ora prima, avevano sparso la voce che una scorta di Xerum 525 era sopravvissuta all’esplosione, chiusa in un caveau segreto rivestito di piombo. Era una speranza per tutta la popolazione del castello: se c’era ancora un po’ dell’insostituibile sostanza, forse si poteva fabbricare una nuova Campana. Anna aveva persino ordinato ai ricercatori di assemblarne una nuova con pezzi di ricambio. Se non la cura per quella malattia progressiva, la Campana offriva quantomeno un po’ di tempo in più. A tutti loro.
In ogni caso, lo scopo di quello stratagemma non era fomentare la speranza. La notizia doveva raggiungere il sabotatore, che si sarebbe convinto che il suo piano era fallito. Quindi avrebbe dovuto fare una chiamata, per chiedere istruzioni ai suoi superiori.
E, a quel punto, Painter sarebbe stato pronto. Si voltò verso Gunther. «Come ci si sente a essere un superuomo? Un Cavaliere del Re-Sole?»
Gunther scrollò le spalle. La sua parlantina non sembrava andare oltre grugniti, occhiatacce e qualche risposta monosillabica.
«Voglio dire, ti senti superiore? Più forte, più veloce, capace di scavalcare edifici con un balzo?»
Gunther si limitò a fissarlo.
Painter sospirò, provando un altro approccio per farlo parlare, per creare un qualche tipo di comunicazione. «Che cosa significa Leprakönig? Ho sentito qualcuno usare quella parola, vedendoti.»
Painter sapeva dannatamente bene che cosa significava, ma ebbe la reazione che voleva. Gunther distolse lo sguardo, ma lui notò il lampo nei suoi occhi. Il silenzio si protrasse. Painter non era sicuro che l’uomo avrebbe parlato.
«Re lebbroso», borbottò infine Gunther.
A quel punto toccava a Painter restare in silenzio. Lasciò che il peso di quelle parole gravasse sulla stanza.
Alla fine Gunther cedette. «Quando si cerca la perfezione, nessuno vuole assistere ai fallimenti. Se la follia non s’impadronisce di noi, la malattia è orribile a vedersi. Meglio essere chiusi da qualche parte, nascosti alla vista di tutti.»
«In esilio, come lebbrosi.»
Painter cercò di immaginare come ci si potesse sentire a crescere così, ultimo dei Sonnenkönige, sapendo fin da giovani di avere il destino segnato. Un tempo una riverita dinastia di principi, poi una dinastia di invalidi, evitati da tutti.
«Eppure tu continui a dare una mano, qui», commentò Painter. «Sei ancora in servizio.»
«È per questo che sono nato. So qual è il mio dovere.»
Painter si chiese se era una cosa che era stata inculcata a tutti quanti in una specie di addestramento oppure trasmessa geneticamente. Ma intuiva pure che c’era di più. Che cosa, però? «Perché ti dovrebbe importare di ciò che succederà a tutti noi?»
«Credo nel lavoro che facciamo. Le mie sofferenze risparmieranno ad altri di subire lo stesso destino.»
«E la ricerca di una cura, in questo momento? Non ha nulla a che vedere col prolungamento della tua vita.»
Ci fu un lampo negli occhi di Gunther. «Ich bin nicht krank.»
«In che senso non sei malato?»
«I Sonnenkönige sono nati sotto la Campana», rispose Gunther, stizzito.
D’un tratto Painter capì. Si ricordò quanto aveva detto Anna dei superuomini del castello: erano resistenti a qualsiasi altra manipolazione tramite la Campana, in meglio o in peggio. «Tu sei immune.»
Gunther distolse lo sguardo.
Painter rifletté sulle implicazioni di quella situazione. Non era l’autoconservazione che spingeva Gunther a dare una mano.
E allora cosa?
Improvvisamente Painter ricordò il modo in cui Anna aveva guardato Gunther, a tavola. Con caloroso affetto. L’uomo non l’aveva scoraggiata. Evidentemente aveva un’altra ragione per continuare a cooperare, nonostante la mancanza di rispetto da parte degli altri.
«Tu ami Anna», pensò Painter ad alta voce.
«Certo», ribatté lui brusco. «È mia sorella.»
Rintanata nello studio di Anna, Lisa era in piedi accanto a un visore a parete. Normalmente, quel tipo di apparecchio serviva a illuminare le radiografie dei pazienti, ma Lisa ci aveva inserito due fogli di acetato che riportavano alcune righe nere. Erano mappe di cromosomi prelevate dalla documentazione sulle mutazioni causate dalla Campana, immagini del DNA fetale prima e dopo l’esposizione, ottenute mediante amniocentesi. I cromosomi trasformati dalla Campana erano cerchiati e accanto c’erano annotazioni in tedesco.
Anna le aveva tradotte e poi era andata a prendere altri libri.
Accanto al visore, Lisa scorse con un dito le mutazioni, alla ricerca di uno schema comune. Aveva esaminato diversi casi, ma sembrava che non ci fosse nessun criterio.
Senza una risposta, ritornò al tavolo da pranzo, sul quale erano ammassati libri e voluminosi fascicoli di dati scientifici: la ricostruzione di decenni di sperimentazioni su esseri umani.
Il fuoco del camino crepitava dietro di lei. Dovette trattenere l’impulso di gettare alle fiamme tutti quei documenti. Ma probabilmente non l’avrebbe fatto neanche se Anna non fosse mai tornata. Lisa era andata in Nepal per studiare gli effetti fisiologici delle altitudini elevate. Sebbene fosse un medico, aveva la vocazione della ricercatrice.
Come Anna.
No, non esattamente come Anna.
Scostò una monografia intitolata Teratogenesi nel blastoderma embrionico. La ricerca era legata ai mostruosi aborti prodotti dall’esposizione alle radiazioni della Campana. Ciò che le strisce nere sull’acetato delineavano con distacco clinico, era rivelato nei dettagli più orribili dalle fotografie del libro: embrioni privi di arti, feti ciclopici, bambini idrocefali nati morti.
No, Lisa decisamente non era come Anna.
Sentì la rabbia montarle nel petto.
Anna scese rumorosamente dalla scala di ferro che conduceva al secondo livello della biblioteca, con un’altra pila di libri sottobraccio. I tedeschi non si stavano risparmiando. E perché avrebbero dovuto? Era loro interesse scoprire una cura per la patologia quantica. Anna credeva che fosse uno sforzo vano, certa com’era che tutte le possibilità fossero già state esplorate nei decenni precedenti, ma non c’era voluto molto per persuaderla a cooperare.
Lisa aveva notato che le mani della donna presentavano un tremore appena percettibile. Anna si sfregava le mani di continuo, cercando di nasconderlo. Gli altri abitanti del castello manifestavano più apertamente la sofferenza. Fin dal mattino, nell’aria c’era una tensione palpabile. Lisa aveva assistito a qualche acceso scontro verbale e a una vera e propria zuffa. Aveva anche sentito di due suicidi avvenuti nelle ultime ore. Scomparsa la Campana e, con essa, la speranza di una cura, stava andando tutto quanto a pezzi. E se la follia avesse preso il sopravvento prima che lei e Painter potessero trovare una soluzione?
Mise da parte quel pensiero. Non avrebbe ceduto. Qualunque fosse il motivo di quella cooperazione, Lisa intendeva sfruttarlo a proprio vantaggio.
Fece un cenno ad Anna che si avvicinava. «Okay, penso di essermi fatta un’idea generale della situazione, da profana. Ma una cosa cui lei ha accennato prima mi tormenta.»
Lasciando cadere i libri sul tavolo, Anna si mise a sedere. «E cioè?»
«Ha detto che la Campana controlla l’evoluzione.» Lisa indicò i libri e i manoscritti sul tavolo con un ampio gesto del braccio. «Ma ciò che vedo qui è soltanto una radiazione mutagena che avete collegato a un programma di eugenetica: costruire un essere umano migliore tramite la manipolazione genetica. Quando lei ha usato il termine ‘evoluzione’, è stato soltanto per eccesso di enfasi?»
Anna scosse la testa, senza offendersi. «Lei come definisce l’evoluzione, dottoressa Cummings?»
«Nel consueto senso darwiniano del termine, direi.»
«E cioè?»
Lisa si mostrò perplessa. «Un graduale processo di mutazioni biologiche, in cui un organismo unicellulare si è diffuso e si è diversificato fino a raggiungere l’attuale gamma di organismi viventi.»
«E Dio non ha un ruolo in tutto ciò?»
Lisa fu sorpresa di quella domanda. «Come vuole il creazionismo?»
Anna scrollò le spalle, continuando a fissarla. «O un disegno intelligente.»
«Non dirà sul serio? Fra un attimo tirerà fuori che l’evoluzione è soltanto una teoria.»
«Non sia sciocca. Non sono un’incompetente, che per teoria intende ‘intuizione’ o ‘congettura’. Nulla, nella scienza, arriva a essere una teoria senza una vasta base di fatti e ipotesi verificate.»
«Perciò lei accetta la teoria dell’evoluzione di Darwin?»
«Certamente, senza il minimo dubbio. Trova conferma in tutte le discipline scientifiche.»
«Allora perché stava parlando di…»
«Una cosa non esclude necessariamente l’altra.»
Lisa inarcò un sopracciglio. «Disegno intelligente ed evoluzione?»
Anna fece un cenno d’assenso. «Ma facciamo un passo indietro, così non mi fraintende. Mettiamo da parte innanzitutto i vaneggiamenti dei ‘creazionisti della terra piatta’, che mettono in dubbio persino che il mondo sia una sfera, o quelli che interpretano la Bibbia alla lettera e credono che il pianeta abbia al massimo diecimila anni. Passiamo direttamente alle argomentazioni principali dei sostenitori del disegno intelligente.»
Lisa scosse la testa: una ex nazista che faceva propaganda pseudoscientifica… Che cosa stava succedendo?
Anna si schiarì la voce. «Certo, sono la prima a sostenere che quasi tutte le argomentazioni addotte a sostegno del disegno intelligente sono fallaci: fraintendono la seconda legge della termodinamica, costruiscono modelli statistici che non sono a prova di errore, travisano le datazioni radiometriche dei minerali… Nulla di valido, ma tutto questo fumo è comunque fuorviante.»
Lisa annuì: quello era uno dei motivi principali per cui la preoccupavano le pressioni volte a introdurre, nelle lezioni di biologia delle scuole superiori, quella pseudoscienza accanto alla teoria dell’evoluzione. Era un pantano pluridisciplinare difficile da vagliare anche per un ricercatore universitario, figuriamoci per un liceale.
Anna, però, non aveva ancora concluso la sua argomentazione. «Detto ciò, esiste una questione sollevata dai sostenitori del disegno intelligente che merita di essere presa in considerazione.»
«E cioè?»
«La casualità delle mutazioni. Il puro caso non avrebbe potuto produrre così tante mutazioni vantaggiose nel tempo. Quante malformazioni alla nascita hanno prodotto cambiamenti vantaggiosi, che lei sappia?»
Lisa aveva già sentito quell’argomentazione: l’evoluzione delle specie è stata troppo rapida per essere frutto di un puro caso. Non ci cascava. «L’evoluzione non è dovuta solo al caso. La selezione naturale, o pressione ambientale, elimina le mutazioni nocive e consente soltanto agli organismi più efficienti di trasmettere i propri geni.»
«La sopravvivenza del più forte?»
«O di quelli forti a sufficienza. Le mutazioni non devono essere necessariamente perfette, purché siano abbastanza positive da procurare un vantaggio. E, nell’arco lunghissimo di centinaia di milioni di anni, questi piccoli vantaggi o mutazioni si accumulano, fino a produrre la varietà che conosciamo oggi.»
«Centinaia di milioni di anni? Certo, è un intervallo di tempo molto lungo, ma è abbastanza per l’intera gamma delle mutazioni evolutive? E che dire di quegli improvvisi slanci evolutivi, durante i quali avvennero grandi mutamenti in breve tempo?»
«Presumo che si riferisca all’esplosione cambriana, giusto?» chiese Lisa. Era uno dei capisaldi dei sostenitori del disegno intelligente. Durato quindici milioni di anni, il periodo Cambriano era relativamente breve, ma in quell’arco di tempo c’era stata una sorta di esplosione di nuove forme di vita: spugne, chiocciole, meduse e trilobiti. Sembrava che fosse avvenuta tutto d’un tratto, con un ritmo troppo rapido, secondo gli antievoluzionisti.
«Nein. C’è un’abbondanza di prove fossili a testimoniare che quell’improvvisa comparsa di invertebrati non fu poi così improvvisa. Nel Precambriano c’erano spugne in abbondanza e metazoi simili a vermi. Anche la diversità delle forme di quel periodo può essere giustificata dalla comparsa nel codice genetico dei geni Hox.»
«I geni Hox?»
«Una serie di quattro-sei geni di controllo è comparsa nel codice genetico appena prima del periodo Cambriano. Si è scoperto che erano una sorta di interruttori di controllo per lo sviluppo embrionale; definivano l’alto e il basso, la destra e la sinistra, insomma la forma corporea di base. I moscerini della frutta, le rane, gli esseri umani hanno tutti esattamente gli stessi geni Hox. Si può ritagliare un gene Hox da un moscerino e inserirlo nel DNA di una rana e funzionerà senza problemi. Poiché questi geni sono gli interruttori di comando fondamentali per lo sviluppo embrionale, basta una loro minuscola variazione per creare forme corporee completamente nuove.»
Sebbene non sapesse dove stessero andando a parare, Lisa si sorprese delle approfondite conoscenze di Anna in quell’ambito. Erano paragonabili alle sue. Se Anna fosse stata una collega, incontrata a una conferenza, forse a Lisa sarebbe piaciuta quella discussione. In effetti, doveva continuamente ricordare a se stessa con chi stava parlando.
«Perciò l’emergere dei geni Hox prima del periodo Cambriano potrebbe spiegare quella drammatica esplosione di forme di vita diverse. Tuttavia i geni Hox non spiegano altri momenti di evoluzione rapida, quasi intenzionale.»
«Per esempio?»
«Per esempio la farfalla punteggiata delle betulle, o Biston betularia. Conosce quella storia?»
Anna stava citando uno dei capisaldi di quella teoria. La farfalla punteggiata viveva sulle betulle e aveva le ali bianche screziate, per mimetizzarsi con la corteccia di quegli alberi ed evitare di essere mangiata dagli uccelli. Ma, quando, nella regione di Manchester, la fuliggine di una centrale a carbone cominciò a fare annerire gli alberi, le farfalle si ritrovarono vulnerabili, facili prede per gli uccelli. In poche generazioni, però, il colore predominante della popolazione di Biston betularia divenne il nero, per mimetizzarsi sui tronchi coperti di fuliggine.
«Se le mutazioni fossero casuali», argomentò Anna, «sembra una fortuna straordinaria che il nero sia comparso proprio in quel momento. Se era un evento puramente casuale, dov’erano allora le farfalle rosse, quelle verdi, quelle viola? O quelle a due teste?»
Lisa dovette trattenersi dallo strabuzzare gli occhi. «Potrei rispondere che anche le farfalle degli altri colori sono state mangiate e che quelle a due teste si sono estinte. Ma lei fraintende l’esempio: la variazione del colore di quelle farfalle non è stato l’effetto di una mutazione. Quella specie aveva già un gene nero. In ogni generazione nascevano alcune farfalle nere, ma venivano mangiate quasi tutte, quindi la popolazione si manteneva prevalentemente bianca. Quando però gli alberi si sono anneriti, le poche farfalle nere sono risultate avvantaggiate e sono diventate prevalenti nella popolazione della specie. Questo era il senso dell’esempio: l’ambiente può influenzare una popolazione. Ma non si è trattato di un caso di mutazione. Il gene nero era già presente.»
Anna stava sorridendo.
Lisa si rese conto che la donna aveva messo alla prova le sue conoscenze. Si drizzò sulla sedia, irritata e, contemporaneamente, ancora più affascinata.
«Molto bene», disse Anna. «Allora mi permetta di citarle un evento più recente, verificatosi in un ambiente controllato, in laboratorio. Un ricercatore ha prodotto una varietà di batteri E. coli che non erano in grado di digerire il lattosio. Poi ne ha sparsa una florida popolazione su una piastra di coltura, in cui l’unica fonte di cibo era il lattosio. Che cosa sarebbe dovuto accadere, secondo la scienza?»
Lisa scrollò le spalle. «Incapaci di digerire il lattosio, i batteri sarebbero morti di fame.»
«Ed è esattamente ciò che è successo al novantotto percento di quei batteri, ma il due percento ha continuato a prosperare. Quei batteri avevano spontaneamente mutato un gene, per digerire il lattosio. In una sola generazione. Io lo trovo sconcertante. Va contro ogni ipotesi di casualità. Con tutti i geni presenti nel DNA di un E. coli e la rarità della mutazione, perché il due percento di quella popolazione ha mutato l’unico gene necessario per sopravvivere? È un evento inspiegabile alla luce della casualità.»
Lisa doveva ammettere che era strano. «Forse c’è stata una contaminazione in laboratorio.»
«L’esperimento è stato ripetuto, con risultati analoghi.»
Lisa non era ancora convinta.
«Vedo il dubbio nei suoi occhi. Perciò andiamo a cercare altrove un esempio di come sia impossibile che le mutazioni genetiche siano casuali.»
«E cioè dove?»
«Ritorniamo all’inizio della vita, al brodo primordiale, dove il motore dell’evoluzione si è acceso per la prima volta.»
Lisa ricordò che Anna aveva già accennato in precedenza che la storia della Campana risaliva all’origine della vita. Era lì che voleva andare a parare? Lisa aprì bene le orecchie, pronta a sentire che piega avrebbe preso la discussione.
«Riportiamo indietro le lancette dell’orologio», disse Anna, «a un momento precedente alla comparsa della prima cellula. Ricordi il principio di Darwin: ciò che esiste ha necessariamente avuto origine a partire da una forma più semplice, meno complessa. Perciò che cosa c’era prima degli organismi unicellulari? Fino a che punto possiamo ridurre la vita e chiamarla ancora vita? Il DNA è vivo? E un cromosoma? E una proteina o un enzima? Qual è la linea di demarcazione tra la chimica e la vita?»
«Okay, questa è davvero una domanda intrigante», ammise Lisa.
«Allora gliene farò un’altra. In che modo la vita ha compiuto il salto da un brodo chimico primordiale alla prima cellula?»
Lisa conosceva la risposta. «L’atmosfera della Terra ai primordi era piena di idrogeno, metano e acqua. Aggiungendo qualche scarica di energia, per esempio un fulmine, quei gas possono formare semplici composti organici. Questi ultimi, cuocendo nel proverbiale brodo primordiale, hanno formato una molecola in grado di replicarsi.»
«Il che è stato provato in laboratorio», confermò Anna. «Una provetta piena di gas ha prodotto un impasto di aminoacidi, i mattoni delle proteine.»
«E così è cominciata la vita.»
«Ah, lei è impaziente, corre troppo», la punzecchiò Anna. «Per il momento abbiamo soltanto aminoacidi, mattoni. Come passiamo da qualche aminoacido a quella prima proteina in grado di replicarsi completamente?»
«Basta mescolare una quantità sufficiente di aminoacidi e alla fine si concateneranno nella combinazione giusta.»
«Per caso?»
Lisa annuì.
«È così che arriviamo alla radice del problema, dottoressa Cummings. Posso convenire con lei che l’evoluzione di Darwin ha svolto un ruolo significativo dopo la formazione della prima proteina in grado di autoreplicarsi. Ma sa quanti aminoacidi devono concatenarsi per formare quella prima proteina capace di replicarsi?»
«No.»
«Un minimo di trentadue. Tanti ne ha la più piccola proteina in grado di replicarsi. Le probabilità che questa proteina si formi per caso sono astronomicamente esigue: dieci alla quarantunesima.»
Lisa scrollò le spalle di fronte a quella cifra. Nonostante la sua avversione per quella donna, cominciava a nutrire un riluttante rispetto nei suoi confronti.
«Mettiamo queste probabilità in prospettiva», proseguì Anna. «Se prendessimo tutte le proteine presenti in tutte le foreste pluviali del mondo e le dissolvessimo tutte in un brodo di aminoacidi, sarebbe comunque ampiamente improbabile che si formasse una catena di trentadue aminoacidi. In effetti, ci vorrebbe una quantità cinquemila volte superiore per formare una di quelle catene. Cinquemila foreste pluviali. Quindi, come passiamo da una poltiglia di aminoacidi a quel primo moltiplicatore, il primo pezzo di vita?»
Lisa scosse la testa.
Anna incrociò le braccia, soddisfatta. «C’è un vuoto evoluzionistico che anche Darwin fa fatica a colmare.»
«Tuttavia», ribatté Lisa, rifiutandosi di cedere, «colmare quel vuoto mettendo in mezzo Dio non è scienza. Il fatto che non abbiamo ancora una risposta per colmare quel vuoto non significa che ci sia una causa soprannaturale.»
«Non sto dicendo che è soprannaturale. E poi, chi dice che io non ho una risposta per colmare quel vuoto?»
Lisa la guardò a bocca aperta. «Quale risposta?»
«Una cosa che abbiamo scoperto decenni fa, grazie ai nostri studi sulla Campana. Una cosa che altri ricercatori stanno cominciando a esplorare seriamente soltanto adesso.»
«E che cos’è?» Lisa si accorse di avere cambiato posizione sulla sedia, rinunciando a qualsiasi tentativo di nascondere il suo interesse per tutto ciò che aveva a che fare con la Campana.
«La chiamiamo evoluzione quantica.»
«Che cosa c’entrano i quanti con l’evoluzione?»
«Non solo questo nuovo campo dell’evoluzione quantica rappresenta il sostegno più forte alla tesi del disegno intelligente, ma risponde anche alla domanda fondamentale: chi è l’artefice.»
«Sta scherzando… E chi sarebbe? Dio?»
«Nein.» Anna la guardò dritto negli occhi. «Noi.»
Prima che la donna potesse proseguire nelle sue spiegazioni, da una vecchia radio appesa alla parete proruppe una raffica di crepitìi elettrostatici, dai quali emerse una voce familiare.
Era Gunther. «Abbiamo una traccia del sabotatore. Siamo pronti a intervenire.»
Büren, Germania,
ore 07.37
Gray sorpassò un vecchio autocarro col pianale carico di fieno. Inserì la quinta e imboccò a tutta velocità l’ultimo tornante. Giunto in cima alla collina, dominava la vallata di fronte a lui.
«La valle di Alme», disse Monk, aggrappandosi alla maniglia sopra la portiera.
Gray rallentò, scalando le marce.
Monk lo guardava in cagnesco. «Vedo che Sara ti ha dato lezioni di guida all’italiana.»
«Quando sei a Roma…»
«Ma noi non siamo a Roma.»
Evidentemente no. Di fronte a loro si estendeva un’ampia valle fluviale, una grande conca verde coperta di prati, foreste e campi coltivati. Un tipico villaggio tedesco da cartolina era accoccolato in mezzo alla pianura, con le case di pietra incastonate in mezzo a strade anguste e tortuose.
Ma tutti gli sguardi erano fissi sul castello abbarbicato sulla cresta della collina, all’altra estremità della valle. Circondato dalla foresta, dominava la cittadina dall’alto, con le sue torri protese verso il cielo e le bandiere che sventolavano in cima. Per quanto massiccio e imponente, come molte delle strutture fortificate lungo il fiume Reno, il castello aveva inoltre un che di fiabesco, evocava immagini di principesse incantate e cavalieri su stalloni bianchi.
«Se Dracula fosse stato gay, quel castello avrebbe fatto proprio al caso suo», commentò Monk.
Gray capì cosa intendeva. Quel posto aveva qualcosa di vagamente sinistro, ma forse era soltanto il cielo minaccioso a nord. Ci voleva una buona dose di fortuna per arrivare al villaggio prima del temporale. «Dove andiamo, adesso?»
Dal sedile posteriore si sentì un suono di carta spiegazzata. Fiona stava guardando la cartina che aveva sequestrato a Monk, assumendo il ruolo di navigatore, dato che ancora non aveva rivelato la destinazione finale. Si sporse in avanti e indicò il fiume. «Devi attraversare quel ponte.»
«Sei sicura?»
«Sì, sono sicura, so leggere una cartina.»
Gray si addentrò nella valle, evitando una lunga fila di ciclisti abbigliati con una variopinta gamma di maglie da corridori. Spinse la BMW lungo la strada tortuosa che conduceva al fondovalle ed entrò nel villaggio.
Sembrava uscito da un altro secolo. C’erano vasi colmi di tulipani sui davanzali e tutte le case avevano tetti spioventi con timpani altissimi. Dalla strada principale si dipartivano vie acciottolate. Passarono per una piazza con caffè e birrerie all’aperto tutt’attorno e un palco d’orchestra al centro, dove, Gray ne era certo, un’orchestrina polk suonava ogni sera.
Poi attraversarono il ponte e ben presto si ritrovarono fra campi e piccole fattorie.
«A sinistra!» esclamò Fiona.
Gray dovette frenare di colpo e infilare la BMW in una curva stretta. «La prossima volta avvertimi con un po’ di anticipo.»
La strada si stringeva, fiancheggiata da alte siepi. L’asfalto lasciò il posto all’acciottolato. La BMW sussultava su quella superficie irregolare. Ben presto tra i ciottoli videro spuntare erbacce e davanti a loro comparve un cancello di ferro, aperto.
Gray rallentò. «Dove siamo?»
«Dove volevi arrivare», rispose Fiona. «La tenuta Hirszfeld.»
Gray superò il cancello. Il cielo divenne ancora più scuro e cominciò a gocciolare. Una pioggia leggera, che in un attimo divenne torrenziale.
«Giusto in tempo», osservò Monk.
Oltre il cancello si apriva un ampio cortile, incorniciato su due lati dalle ali di una piccola villa di campagna. La costruzione principale, di fronte a loro, era di due piani, ma il tetto di tegole di ardesia aveva diversi rialzi spioventi, che le conferivano una certa maestosità.
Un fulmine squarciò fragorosamente la coltre nuvolosa, richiamando i loro sguardi al cielo. Il castello che avevano notato in precedenza si ergeva proprio in cima alla collina boscosa dietro la tenuta. Sembrava che incombesse minaccioso sulla villa.
«Ehi!» gridò qualcuno.
Gray si voltò a guardare. Un ciclista che stava cercando di ripararsi dalla pioggia con la sua bicicletta si era quasi fatto investire. Il giovane, che indossava una maglia da calcio gialla e pantaloncini da ciclista, colpì il cofano della BMW a mano aperta e apostrofò Gray: «Guarda dove vai, amico!»
Fiona aveva già abbassato il finestrino posteriore e cacciato fuori la testa. «Vaffanculo, stronzo! Perché non stai attento tu a dove corri con quei pantaloncini da checca!»
Monk scosse la testa. «A quanto pare Fiona si è procurata un appuntamento per questa sera.»
Gray fermò l’auto in un parcheggio vicino alla costruzione principale. C’era soltanto un’altra auto, ma notò una schiera di biciclette da corsa e mountain bike incatenate a rastrelliere. Sotto una tettoia c’era un gruppo di giovani scapigliati, con gli zaini appoggiati a terra. Li sentì parlare mentre spegneva il motore. Spagnoli. Quel posto doveva essere un ostello della gioventù. O almeno lo era diventato. Sentiva praticamente l’odore di patchouli e hashish.
Erano nel posto giusto? Anche se così fosse stato, Gray dubitava che avrebbero trovato qualcosa di utile, lì. Ma avevano fatto tanta strada. «Aspetta qui. Monk, resta con…»
La portiera posteriore si aprì e Fiona scese dall’auto.
«La prossima volta, scegli il modello con la chiusura di sicurezza per i bambini», ironizzò Monk, mentre apriva la portiera.
«E piantala!» Gray la seguì. Con lo zaino in spalla, Fiona avanzava a grandi passi verso la porta principale dell’edificio. Lui la raggiunse sui gradini della veranda e la prese per un braccio. «Rimaniamo uniti. Nessuno si deve allontanare da solo all’improvviso.»
Lei lo guardò in faccia, altrettanto arrabbiata. «Esatto, rimaniamo uniti. Nessuno si deve allontanare all’improvviso. Il che significa che non mi molli su un aeroplano o su un’auto.» Si liberò dalla sua presa e aprì la porta.
Uno scampanio annunciò il loro ingresso.
Un impiegato della reception alzò lo sguardo dal bancone di mogano appena dietro la porta. Nel camino ardeva ancora la brace di un fuoco acceso all’alba, per scacciare il freddo del mattino. L’atrio era di travi cave e mattonelle d’ardesia. Le pareti erano decorate con affreschi sbiaditi, che sembravano antichi di secoli. Nel complesso, però, l’edificio non sembrava ben tenuto: l’intonaco era sgretolato, le travi erano impolverate, i tappeti sfilacciati e scoloriti. Di certo la villa aveva vissuto giorni migliori.
L’impiegato fece loro un cenno di saluto. Era un giovanotto sulla ventina, biondo, con una maglia da rugby e ampi pantaloni verdi. Sembrava una matricola universitaria. «Guten morgen.»
Monk diede un’occhiata in giro, mentre un tuono rimbombava nella valle. «Non è mica tanto gut questa mattina.»
«Ah, americani», disse l’impiegato, che aveva sentito le lamentele di Monk. Aveva un tono leggermente freddo.
Gray si schiarì la voce. «Ci chiedevamo se questa fosse la vecchia tenuta Hirszfeld.»
L’impiegato sgranò gli occhi. «Ja, aber… È il Burgschloß Hostel da quasi vent’anni, quando mio padre, Johann Hirszfeld, l’ha ereditata.»
Quindi erano nel posto giusto. Gray lanciò un’occhiata a Fiona, che inarcò le sopracciglia, come a chiedergli: Che c’è? Era impegnata a frugare nel suo zaino. Lui pregò che, come aveva detto Monk, non contenesse granate. Poi si rivolse nuovamente all’impiegato: «È possibile parlare con suo padre?»
«A proposito di che cosa?» Era ritornato quel tono gelido, accompagnato da una certa diffidenza.
Fiona spinse da parte Gray. «A proposito di questo.» Sbatté sul bancone un libro dall’aspetto familiare: la Bibbia di Darwin.
Gray l’aveva lasciato nel jet, ben custodito. Anzi non tanto bene, a quanto sembrava.
«Fiona…» l’ammonì.
«È mio», replicò lei.
L’impiegato prese il libro e lo sfogliò, senza riconoscerlo. «Una Bibbia? Non consentiamo di fare proselitismo, qui all’ostello.» Chiuse il libro e lo fece scivolare verso Fiona. «Inoltre mio padre è ebreo.»
Visto che ormai avevano vuotato il sacco, Gray procedette in modo più diretto. «Questa Bibbia apparteneva a Charles Darwin. Crediamo che un tempo facesse parte della biblioteca della sua famiglia. Vorremmo fare a suo padre qualche domanda in proposito.»
Il giovane guardò la Bibbia con un atteggiamento più serio. «La collezione è stata venduta prima che mio padre rilevasse la tenuta. Io non l’ho mai vista. Ho sentito dire dai vicini che era appartenuta alla mia famiglia per secoli.»
Girò attorno al bancone della reception e fece strada, passando davanti al camino e attraversando un arco per entrare in una sala adiacente. Una parete aveva una serie di finestre alte e sottili, che conferivano alla stanza un’atmosfera da chiostro. La parete opposta ospitava un camino abbastanza grande da poterci entrare in piedi. C’erano file di tavoli e panche nella sala, che era vuota, a parte la signora anziana col grembiule che stava spazzando il pavimento.
«Questa sala era l’antica biblioteca di famiglia, ora è il refettorio dell’ostello. Mio padre si è rifiutato di vendere la proprietà, ma c’erano tasse arretrate da pagare. Immagino che la biblioteca sia stata venduta per lo stesso motivo, mezzo secolo fa. Mio padre ha dovuto mettere all’asta gran parte dell’arredamento originario. Con ogni generazione scompare un frammento di storia.»
«Un peccato», commentò Gray.
L’impiegato annuì e cominciò ad allontanarsi. «Vado a chiamare mio padre. Vediamo se è disposto a parlare con voi.»
Qualche minuto dopo, il giovanotto fece loro cenno di raggiungerlo presso una porta a due battenti, da cui si accedeva alla zona privata della tenuta.
Mentre li accompagnava nella parte posteriore della casa, si presentò come Ryan Hirszfeld. Li condusse a una serra di vetro e bronzo, con felci in vaso e bromeliacee lungo le pareti. Su un lato della serra c’erano scaffali sfalsati carichi di campioni vegetali assortiti, alcuni dei quali sembravano erbacce. Contro il lato posteriore si ergeva una palma, con la chioma rasente il soffitto di vetro e qualche fronda ingiallita per mancanza di cure. L’intera serra dava l’idea di essere trascurata e lasciata a se stessa, sensazione acuita dall’acqua che gocciolava in un secchio, da una crepa in una delle finestre.
Al centro, un uomo malaticcio era seduto su una sedia a rotelle, con una coperta sulle gambe, e guardava fuori, verso il cortile sul retro. La pioggia scivolava lungo le superfici esterne, facendo apparire incorporeo e irreale il mondo al di là dei vetri.
Ryan si avvicinò all’uomo con un atteggiamento quasi timido. «Vater. Hier sind die Leute mit der Bibel.»
«Auf Englisch, Ryan, auf Englisch.» L’uomo spinse la carrozzina, facendo perno su una ruota, per voltarsi verso di loro. Aveva una pelle sottilissima e un sibilo nella voce. Probabilmente soffriva di enfisema, pensò Gray.
Ryan, il figlio, aveva un’espressione addolorata. Gray si chiese se ne fosse consapevole.
«Sono Johann Hirszfeld», disse il vecchio. «E così siete venuti a indagare sull’antica biblioteca. Certo che se ne stanno interessando in molti, ultimamente. Non una parola per decenni e adesso due volte in un anno.»
Gray ricordò ciò che gli aveva raccontato Fiona sul signore anziano che era andato alla libreria di Grette a consultare gli archivi. Doveva aver visto la ricevuta e seguito quella traccia sino a lì, come loro.
«Ryan dice che avete uno dei libri.»
«La Bibbia di Darwin», disse Gray.
Il vecchio protese le mani. Fiona fece un passo avanti e gli consegnò il libro. Lui se lo mise in grembo. «Non la vedo da quando ero ragazzo.» Diede uno sguardo al figlio. «Danke, Ryan. È meglio che torni a occuparti della reception.»
Ryan annuì e, riluttante, fece un passo indietro; poi si girò e se ne andò.
Johann attese che suo figlio chiudesse la porta della serra, quindi sospirò, guardando nuovamente la Bibbia. Aprì la copertina ed esaminò l’albero genealogico della famiglia Darwin. «Questo era uno dei beni cui mio padre teneva di più. La Bibbia è stata donata al mio bisnonno nel 1901 dalla British Royal Society. All’epoca mio bisnonno era un insigne botanico.»
Gray sentì una certa malinconia nella voce dell’uomo.
«La nostra famiglia ha una lunga tradizione di studi e scoperte in campo scientifico. Nulla di paragonabile a Herr Darwin, ma ci siamo guadagnati qualche nota a piè di pagina.» Il suo sguardo vagò nuovamente verso l’esterno, sulla tenuta battuta dalla pioggia. «Ormai è tutto finito da un pezzo. Ora credo che dovremo accontentarci di essere noti come albergatori.»
«A proposito della Bibbia, ci può raccontare qualcos’altro? La collezione è sempre stata qui?»
«Natürlich. Quando qualcuno dei miei parenti andava all’estero per motivi di ricerca, a volte portava con sé alcuni dei libri. Ma questo libro ha lasciato la casa solo una volta. Lo so soltanto perché ero presente quando è stato rispedito per posta da mio nonno. La cosa ha creato un gran clamore.»
«Perché?»
«Immaginavo che me lo avrebbe chiesto. È per questo che ho fatto uscire Ryan: è meglio che non sappia.»
«Chiesto che cosa?»
«Mio nonno Hugo lavorava per i nazisti, così come mia zia Tola. Quei due erano inseparabili. In seguito ho scoperto, tramite voci sussurrate con indignazione tra i miei parenti, che erano coinvolti in un qualche progetto segreto di ricerca. Entrambi erano biologi illustri e rinomati.»
«Che tipo di ricerca?» chiese Monk.
«Nessuno lo ha mai saputo. Sia mio nonno sia zia Tola sono morti alla fine della guerra. Ma un mese prima è arrivata una cassa inviata da mio nonno. Conteneva la parte della biblioteca che aveva portato con sé. Forse sapeva che il suo destino era segnato e voleva preservare quei libri. Cinque libri, per la precisione.» L’uomo picchiettò la Bibbia. «Questo era uno di quei libri, anche se nessuno è stato in grado di spiegarmi che cosa se ne facesse della Bibbia come strumento di ricerca.»
«Forse era per sentirsi a casa», disse Fiona, a bassa voce.
Johann sembrò accorgersi finalmente della ragazza. Annuì lentamente. «Forse. Magari rappresentava un legame con suo padre, una specie di approvazione simbolica per quello che stava facendo.» Il vecchio scosse la testa. «Lavorare per i nazisti, che mestiere orribile…»
Gray ricordò ciò che aveva detto Ryan. «Un momento: ma lei è ebreo, vero?»
«Sì, ma deve sapere che la famiglia della mia bisnonna, la madre di Hugo, era pura e aveva legami col partito nazista. Perciò, quando sono cominciate le persecuzioni di Hitler, la nostra famiglia è stata risparmiata. Eravamo Mischlinge, mezzosangue. Abbastanza tedeschi per evitare una sentenza di morte. Ma, per provare la propria fedeltà, mio nonno e mia zia finirono per essere reclutati dai nazisti, che stavano raccogliendo scienziati come scoiattoli in cerca di nocciole.»
«Perciò sono stati costretti a collaborare», osservò Gray.
Johann concentrò lo sguardo sul temporale. «Erano tempi complicati. Mio nonno aveva qualche credenza strana.»
«Per esempio?»
Johann parve non aver sentito la domanda, aprì la Bibbia e ne sfogliò le pagine. Gray notò gli appunti scritti a mano. Fece un passo avanti e indicò alcuni di quei segni confusi.
«Ci chiedevamo cosa fossero questi», disse.
«Conoscete la società di Thule?» chiese il vecchio, come se non avesse sentito la domanda.
Gray scosse la testa.
«Era un gruppo estremista di nazionalisti tedeschi. Mio nonno ne era membro dall’età di ventidue anni perché la famiglia di sua madre aveva legami coi fondatori. Credevano profondamente nella filosofia dell’Übermensch.»
«Il superuomo.»
«Esatto. La società prese il nome dalla mitica terra di Thule, i resti del regno perduto di Atlantide, la terra di una razza superiore.»
Monk emise un verso di scherno.
«Come dicevo, mio nonno coltivava alcune strane credenze», proseguì ansimando Johann. «Ma non era il solo, all’epoca, soprattutto da queste parti. È stato in queste foreste che le antiche tribù tedesche dei teutoni resistettero alle legioni romane, definendo i confini tra la Germania e l’Impero Romano. La società di Thule credeva che questi guerrieri teutonici fossero discendenti di quella razza superiore scomparsa.»
Gray comprendeva quale fosse l’attrattiva di quel mito. Se quegli antichi guerrieri erano superuomini, i loro discendenti, i tedeschi dell’era moderna, ne conservavano ancora il patrimonio genetico. «Era la base della filosofia ariana.»
«Le loro credenze erano mescolate anche a misticismo e simbologia occulta. Non le ho mai capite del tutto. Comunque, secondo i miei familiari, mio nonno era insolitamente curioso. Alla ricerca di cose strane, indagava sui misteri storici. Nel tempo libero era sempre desideroso di affinare il suo ingegno, faceva esercizi di memorizzazione e puzzle. I suoi puzzle… Poi è venuto a conoscenza di alcune storie misteriose e si è messo a cercare la verità che nascondevano. Alla fine era diventata un’ossessione.» Mentre parlava, il vecchio aveva ricominciato a guardare la Bibbia, frugandone le pagine. Raggiunta la fine, cercò qualcosa sulla terza di copertina. «Das ist merkwürdig.»
Merkwürdig. Strano.
Gray si avvicinò. «Che c’è?»
Il vecchio fece scorrere un dito scarno sulla terza di copertina. Tornò alla prima pagina, poi di nuovo all’ultima. «L’albero genealogico della famiglia Darwin non era disegnato soltanto sulla seconda di copertina, ma anche sulla terza. All’epoca ero soltanto un ragazzo, ma lo ricordo chiaramente.» Johann sollevò il libro, mostrandone la parte posteriore. «L’albero genealogico che c’era qui è scomparso.»
«Mi faccia vedere», disse Gray, riprendendo il libro. Esaminò la terza di copertina più attentamente. Fiona e Monk lo affiancarono.
Gray scorse la rilegatura con un dito, poi esaminò attentamente la copertina. «Guardate qui. Sembra che qualcuno abbia tagliato l’ultimo foglio e l’abbia incollato sulla terza di copertina. Sopra il risguardo originale.» Gray si voltò verso Fiona. «Può essere stata Grette?»
«Manco per idea. Piuttosto avrebbe strappato la Gioconda.»
Se non era stata Grette…
Gray guardò Johann.
«Sono certo che nessuno, nella mia famiglia, l’avrebbe fatto. La biblioteca è stata venduta solo qualche anno dopo la guerra. E dubito che in quel lasso di tempo qualcuno abbia toccato la Bibbia.»
Rimaneva soltanto Hugo Hirszfeld.
«Un coltello», disse Gray, dirigendosi verso un tavolo da giardino.
Monk prese il coltellino svizzero dal suo zaino e lo porse a Gray. Con la punta del coltello, Gray incise i bordi del foglio incollato sulla terza di copertina, poi ne sollevò un angolo. Si staccò facilmente, soltanto i bordi erano incollati.
Johann spinse la carrozzina per raggiungerli. Gray non nascose ciò che stava facendo: forse gli sarebbe servito l’aiuto dell’uomo per capire ciò che stava per svelare.
Staccò il foglio e scoprì il risguardo originale. C’era l’altra metà dell’albero genealogico della famiglia Darwin, ben fatto e ordinato. Johann aveva ragione. Ma non c’era soltanto quello.
«Orribile», commentò Johann. «Perché mai il nonno avrebbe fatto una cosa del genere? Sfigurare così la Bibbia?»
Sopra l’albero genealogico era stato disegnato uno strano simbolo, grande quanto l’intera pagina, e sembrava fosse scolpito nel cartone della copertina.
Con lo stesso inchiostro nero, sotto il simbolo era stata scritta una riga in tedesco: Gott, verzeih mir.
Dio, perdonami.
Monk indicò il simbolo. «Cos’è quello?»
«Una runa», spiegò Johann, con un’espressione accigliata. «Un altro esempio della follia di mio nonno. La società di Thule credeva nella magia delle rune. A questi simboli nordici venivano associati antichi riti e poteri. Da Thule i nazisti non derivarono soltanto la filosofia del superuomo, ma assorbirono anche il misticismo legato alle rune.»
«Lei conosce il significato di questo simbolo in particolare?» chiese Gray.
«No. Non è un argomento interessante per un ebreo tedesco. Non dopo la guerra.» Johann girò la sedia a rotelle e guardò fuori. Il temporale imperversava, col rombo di tuoni che sembravano lontani e vicini allo stesso tempo. «Ma so chi potrebbe essere in grado di aiutarvi. Un curatore del museo.»
Gray chiuse la Bibbia e raggiunse Johann. «Quale museo?»
La serra fu illuminata da un lampo. Johann indicò un punto, in alto. Gray allungò il collo. L’imponente castello era illuminato da una luce fievole e velato dalla pioggia.
«Historisches Museum des Hochstifts Paderborn», disse Johann. «È aperto, oggi. All’interno del castello.» Il vecchio scrutava il vicino edificio con sguardo arcigno. «Sapranno certamente che cosa significa quel simbolo.»
«Perché?»
Johann fissò Gray come se fosse un idiota. «E chi meglio di loro? Quello è il castello di Wewelsburg.» Gray non reagì e il vecchio proseguì, con un sospiro. «La Camelot nera di Himmler, la roccaforte delle SS.»
«Quindi era davvero il castello di Dracula…» borbottò Monk.
Johann proseguì: «Nel XVII secolo vi si celebravano processi alle streghe: migliaia di donne sono state torturate e giustiziate. Himmler non fa fatto altro che incrementare il debito di sangue del castello. Durante la ristrutturazione da lui avviata vi sono morti milleduecento ebrei del campo di concentramento di Niederhagen. È un posto maledetto. Dovrebbe essere abbattuto».
«Ma al museo ci sapranno spiegare la runa?» chiese Gray, distraendo Johann dalla crescente rabbia che lo faceva ansimare sempre di più.
Il vecchio annuì. «Heinrich Himmler era un membro della società di Thule, era affascinato dal mito delle rune. In effetti è così che mio nonno si è conquistato le sue attenzioni. Avevano in comune la stessa ossessione.»
Gray intuiva che c’era una convergenza di legami e di eventi, tutti incentrati sulla società occulta di Thule. Ma cosa, esattamente? Gli servivano altre informazioni. Era inevitabile una visita al museo del castello.
Johann si allontanò da Gray, come a chiudere il discorso. «È stato per quegli interessi che aveva in comune con mio nonno che Himmler concesse la grazia alla nostra famiglia, una famiglia di Mischlinge. Ci sono stati risparmiati i campi di concentramento.»
Grazie a Himmler.
Gray capiva l’origine della rabbia di quell’uomo e il motivo per cui aveva chiesto al figlio di uscire. Era un fardello familiare che era meglio non scoprire. Johann guardava il temporale.
Gray raccolse la Bibbia e fece cenno agli altri di uscire. «Danke.»
Johann non lo notò nemmeno, assorbito com’era dal passato.
Ben presto Gray e gli altri raggiunsero la veranda, all’ingresso principale. La pioggia continuava a cadere copiosa dal cielo minaccioso. Il cortile era deserto. Non ci sarebbero state escursioni, quel giorno, né in bicicletta né a piedi.
«Andiamo», disse Gray, incamminandosi sotto la pioggia.
«Una giornata perfetta per assaltare un castello», osservò Monk, sarcastico.
Mentre attraversavano di gran lena il cortile, Gray notò un’altra auto parcheggiata accanto alla loro. Il cofano fumava sotto la pioggia. Doveva essere appena arrivata. Era una Mercedes bianca.
Himalaya,
ore 12.32
«Da dove proviene il segnale?» chiese Anna.
La donna si era precipitata nel locale manutenzione, rispondendo immediatamente alla chiamata di Gunther. Era arrivata da sola, sostenendo che Lisa preferiva fermarsi in biblioteca, per proseguire alcune ricerche. Painter ritenne più probabile che Anna volesse tenerli ancora separati. Meglio così, almeno Lisa era al sicuro, soprattutto se davvero erano sulle tracce del sabotatore.
Avvicinandosi allo schermo del laptop, Painter si massaggiò i polpastrelli. Sentiva un formicolio insistente sotto le unghie. Smise di sfregarsi le dita per il tempo necessario a indicare lo schema tridimensionale del castello. «La stima migliore è che provenga da questa zona», disse, toccando un punto sullo schermo. Aveva constatato con sorpresa quanto il castello si estendesse nella montagna. Era scavato nella roccia fino alla vetta. Il segnale proveniva dal versante opposto. «Ma non è un punto preciso. Il sabotatore ha bisogno di un’esposizione diretta per usare il telefono satellitare.»
«C’è l’eliporto, laggiù», disse Anna.
Gunther annuì, con un grugnito. Sullo schermo, le righe lampeggianti svanirono all’improvviso. «Ha riagganciato», disse Painter. «Dobbiamo muoverci alla svelta.»
Anna si rivolse a Gunther: «Contatta Klaus e digli che i suoi uomini devono chiudere gli accessi all’eliporto. Subito».
Gunther si precipitò verso un telefono e diede inizio al blocco. Il piano era perquisire chiunque si trovasse nelle vicinanze del segnale e scoprire chi fosse in possesso di un telefono satellitare illecito.
Anna ritornò da Painter. «Grazie per l’aiuto. Continueremo noi la ricerca.»
«Potrei esservi ancora utile», replicò Painter, che non aveva smesso di battere sulla tastiera del laptop. Memorizzò il numero apparso sullo schermo, poi scollegò l’amplificatore di segnale che aveva costruito. «Ma mi servirà uno dei vostri telefoni satellitari portatili.»
«Non posso lasciarla qui con un telefono», ribatté Anna, massaggiandosi le tempie e trasalendo per le fitte di emicrania.
«Non c’è bisogno che mi lasciate qui. Vengo con voi all’eliporto.»
Gunther fece un passo avanti, assumendo un’espressione ancora più accigliata del solito.
Anna lo allontanò con un cenno. «Non abbiamo tempo di discutere.» Ma tra il bestione e sua sorella ci fu una comunicazione silenziosa. La donna lo stava avvisando di tenere d’occhio Painter.
Lei fece strada.
Painter la seguì, continuando a massaggiarsi le dita. Le unghie avevano cominciato a bruciare. Le osservò con attenzione per la prima volta, aspettandosi di trovarle infiammate, ma erano stranamente sbiancate, scolorite.
Un principio di congelamento?
Gunther gli passò uno dei telefoni del castello, notò lo sguardo di Painter e scosse la testa. Allungò una mano. Dapprima Painter non capì, ma poi si accorse che all’uomo mancavano le unghie delle ultime tre dita.
Gunther riabbassò il braccio e s’incamminò al seguito di Anna.
Painter chiuse le mani a pugno e le riaprì. Quel bruciore, quel formicolio, non erano dovuti al congelamento. La malattia quantica stava progredendo. Ricordò l’elenco degli effetti debilitanti riscontrati fra i soggetti degli esperimenti con la Campana: perdita delle dita delle mani, delle orecchie, delle dita dei piedi. Non molto diverso dalla lebbra.
Quanto tempo, ancora?
Mentre si dirigevano verso l’altro versante della montagna, Painter studiò Gunther. L’uomo aveva vissuto tutta la vita con una spada di Damocle sopra la testa: deperimento cronico e progressivo, seguito da follia. Painter stava andando incontro alla versione abbreviata della stessa malattia. Non poteva negare di esserne terrorizzato. Non tanto per il deperimento fisico, ma per la perdita delle facoltà mentali.
Quanto tempo gli rimaneva?
Gunther doveva aver intuito i suoi pensieri. «Non permetterò che tutto questo accada ad Anna. Farò qualsiasi cosa per impedirlo.»
In fondo erano fratello e sorella. Solo dopo averlo saputo, Painter aveva notato le elusive somiglianze nei lineamenti: la curvatura delle labbra, il mento scolpito allo stesso modo, un’identica espressione accigliata. Ma le somiglianze terminavano lì. I capelli scuri di Anna e i suoi occhi, di un profondo verde smeraldo, erano in netto contrasto coi colori sbiaditi del fratello. Soltanto Gunther era nato sotto la Campana: un figlio sacrificato, una decima versata col sangue, l’ultimo dei Sonnenkönige.
Mentre percorrevano corridoi e scendevano scale, Painter staccò il coperchio posteriore dal telefono portatile. Estrasse la batteria e fece un collegamento di fortuna tra l’amplificatore e il filo dell’antenna, dietro la batteria. Avrebbe trasmesso un solo segnale, per qualche secondo, ma probabilmente sarebbe bastato.
«Che cos’è quello?» chiese Gunther.
«L’amplificatore ha registrato i dati del chip del telefono del sabotatore, durante la chiamata. Forse riesco a usarli per trovarlo, se è qui vicino.»
Gunther grugnì, bevendosi quella frottola.
Fin lì tutto bene.
Le scale terminavano in un’ampia galleria, abbastanza larga da poterci far passare un carro armato. Il pavimento era percorso da vecchi binari d’acciaio che s’inoltravano nel cuore della montagna. L’eliporto era situato all’altra estremità. Montarono su una vettura col pianale piatto. Gunther rilasciò il freno a mano e azionò il motore elettrico spingendo un pedale.
Painter si tenne forte, mentre sfrecciavano nella galleria, illuminata da lampade intermittenti sul soffitto. «E così avete la vostra metropolitana personale.»
«Per trasportare merci», rispose Anna, con la fronte corrugata per il dolore. Durante il tragitto aveva preso due pastiglie. Analgesici?
Superarono una serie di magazzini pieni di barili, scatoloni e casse, evidentemente trasportati lì per via aerea. Dopo un minuto raggiunsero la fine della galleria. L’aria era più calda, vaporosa, e c’era un vago odore di zolfo. Sceso dalla vettura, Painter sentì nelle gambe una vibrazione profonda e sonora che risaliva dal pavimento. Ricordava di aver visto nella piantina del castello che la centrale geotermica era situata nei sotterranei di quell’area.
Loro, comunque, non sarebbero scesi, ma risaliti in superficie lungo una rampa molto ampia. Giunsero in un locale in cui si riversava la luce proveniente da due portelloni d’acciaio aperti nel soffitto. Sembrava il magazzino di un aeroporto commerciale: casse, carrelli elevatori, macchinari pesanti e, al centro, un paio di elicotteri A-Star Ecuriel, uno nero e uno bianco, entrambi somiglianti a calabroni.
Klaus, il gigantesco Sonnenkönig, li vide arrivare e marciò fino a loro. Ignorò tutti tranne Anna. «Tutto a posto.» Fece cenno a una fila di uomini e donne, lì accanto. Erano una dozzina, sotto gli occhi attenti di una falange di guardie armate.
«Non vi è sfuggito nessuno?» chiese Anna.
«Nein, eravamo pronti.»
Anna aveva piazzato quattro Sonnenkönige in ognuno dei quadranti principali del castello, pronti a isolare qualsiasi regione Painter avesse individuato col suo apparecchio. E se avesse fatto un errore? Sicuramente il movimento avrebbe messo in allarme il sabotatore, che si sarebbe eclissato. Avevano una sola possibilità.
Anna attraversò il piazzale, muovendosi con una certa rigidità. «Avete trovato…»
Inciampò. Subito Gunther l’afferrò per un braccio, aiutandola a riprendere l’equilibrio, preoccupato.
«Sto bene», gli sussurrò lei, proseguendo da sola.
«Abbiamo perquisito tutti quanti», disse Klaus, facendo del suo meglio per ignorare il passo falso di Anna. «Non abbiamo trovato telefoni o apparecchi. Stavamo per cominciare a perquisire l’eliporto.»
Anna s’incupì. Era ciò che temevano: invece di portare con sé il telefono, il sabotatore avrebbe potuto facilmente nasconderlo da qualche parte dopo la telefonata.
O forse Painter aveva sbagliato i suoi calcoli. Nel qual caso avrebbe dovuto riscattarsi.
Painter affiancò Anna e sollevò il suo strumento improvvisato. «Forse posso accelerare la ricerca del telefono.»
Lei lo guardò con sospetto, ma avevano ben poca scelta. Annuì.
Gunther non lo perdeva d’occhio.
Painter accese il telefono satellitare e digitò le nove cifre del numero che aveva memorizzato. Non successe nulla. Tutti gli occhi erano puntati su di lui.
La sua espressione si fece ancora più corrucciata e concentrata, mentre schiacciava i tasti un’altra volta.
Ancora niente.
Aveva sbagliato numero?
«Was ist los?» chiese Anna.
Painter fissò la serie di numeri sul piccolo display del telefono. Li rilesse un’altra volta e si accorse dell’errore. «Ho invertito le ultime due cifre.»
Scosse la testa e le digitò di nuovo, lentamente, concentrandosi il più possibile. Finalmente riuscì a inserire la sequenza corretta. Anna lo guardò negli occhi quando lui alzò lo sguardo. Quell’errore non era dovuto soltanto alla tensione. Lo sapeva anche lei. Digitare numeri su una tastiera era un comune metodo per verificare l’acuità mentale.
E quello era un semplice numero di telefono. Ma era importante.
Painter premette il tasto d’invio.
Dopo un secondo, un telefono squillò forte lì vicino.
Tutti gli sguardi si orientarono verso l’origine di quel trillo.
Klaus.
Il Sonnenkönig fece un passo indietro.
«Ecco il vostro sabotatore…» disse Painter.
Klaus aprì la bocca, pronto a negare, ma poi estrasse la pistola, assumendo un’espressione dura.
Gunther reagì più velocemente, la pistola MK23 alla mano.
L’arma sputò fuoco. Il proiettile rimbalzò con una scintilla sulla pistola di Klaus, che la lasciò cadere.
Gunther fece un balzo in avanti, premendo la canna fumante della sua arma sulla guancia del fratello. Ci fu uno sfrigolio di carne marchiata a fuoco. Klaus non fece una piega. Il sabotatore doveva restare in vita, per rispondere alle domande.
Gunther fece la prima. «Warum?» Perché?
Klaus lo guardò torvo, dall’occhio buono. La palpebra dell’altro era cascante, come il resto della faccia semiparalizzata, il che gli conferiva un’espressione ancora più terrificante e beffarda. Sputò per terra. «Per porre fine all’umiliante regno dei Leprakönige.»
Dal volto contorto emanava un odio a lungo compresso. Painter poteva soltanto immaginare la rabbia covata nel profondo, le derisioni subite per anni mentre il corpo dell’uomo si deteriorava. Da principe a lebbroso. Ma Painter intuiva pure che non era soltanto una vendetta. Qualcuno aveva fatto di quell’uomo una talpa.
Ma chi?
«Fratello», riprese Klaus, «non deve per forza andare avanti così: una vita da morti viventi. C’è una cura.» C’era una punta di speranza nella sua voce, che assunse un tono implorante. «Possiamo tornare a essere re tra gli uomini.»
Ecco i trenta denari: la promessa di una cura.
«Non sono tuo fratello», gli rispose Gunther, dal profondo del cuore. «E non sono mai stato un re.»
Painter capiva la differenza tra i due Sonnenkönige. Klaus aveva dieci anni di più, quindi era cresciuto da principe, per poi vedersi sottrarre tutto quanto. Gunther, invece, era nato alla fine di quella serie di esperimenti, quando la debilitazione e la follia che comportavano erano ormai una realtà accettata. Era sempre stato un lebbroso, non aveva mai conosciuto una vita diversa.
In più, c’era anche un’altra differenza fondamentale tra i due.
«Col tuo tradimento hai condannato a morte Anna», proseguì Gunther. «Soffrirai per questo, tu e chiunque ti abbia aiutato.»
«Può essere curata anche lei. Si può sistemare tutto.»
Gunther lo squadrò, con gli occhi semichiusi.
Klaus percepiva l’esitazione, la speranza dell’avversario. Non per sé, ma per la sorella. «Non deve per forza morire.»
Painter ricordò le parole di Gunther: Non permetterò che tutto questo accada ad Anna. Farò qualsiasi cosa per impedirlo. Anche se avesse dovuto tradire tutti gli altri e contro la volontà di sua sorella?
«Chi ti ha promesso questa cura?» chiese Anna, in tono aspro.
Klaus proruppe in una risata gutturale. «Uomini molto più grandi dei mocciosi che siete diventati voialtri. È giusto che siate messi da parte. Avete svolto il vostro compito, ma ora non servite più.»
Ci fu uno scoppio fragoroso tra le mani di Painter. Il telefono satellitare che aveva utilizzato per localizzare il sabotatore andò in pezzi. La batteria era esplosa, per un corto circuito causato dall’improvvisato amplificatore. Si sentì avvampare le dita e lasciò cadere i resti fumanti del telefono, guardando in alto, verso i portelloni dell’eliporto. Pregò che l’amplificatore fosse durato abbastanza.
Non fu l’unico a distrarsi. Tutti gli sguardi si erano spostati su di lui, compreso quello di Gunther.
Sfruttando quella momentanea distrazione, Klaus estrasse un coltello da caccia e attaccò l’altro Sonnenkönig. Gunther sparò, piantando un grosso proiettile nella pancia dell’aggressore. Ma, mentre cadeva, Klaus conficcò comunque la lama nella spalla di Gunther.
Ansimante, Gunther si girò e gettò a terra Klaus. Questi sbatté violentemente e finì lungo disteso. Riuscì però a rotolare su un fianco, comprimendosi il ventre col braccio buono. Il sangue sgorgava copioso dalla ferita. Klaus tossì. Altro sangue, rosso vivo: arterioso. Il proiettile esploso a casaccio da Gunther aveva colpito un punto vitale.
Anna si precipitò dal fratello per controllare la sua ferita. Lui la spinse via, tenendo la pistola puntata su Klaus. Dalla manica di Gunther colava sangue sul pavimento.
Klaus si limitò a fare una risata. Suonò come uno sfregare di sassi. «Morirete tutti! Strangolati, quando il nodo sarà stretto!»
Tossì di nuovo, in preda alle convulsioni. Era in una pozza di sangue. Con un ultimo sogghigno tremante, si accasciò al suolo, a faccia in giù. Gunther abbassò la pistola.
Esalato un ultimo respiro, il bestione rimase immobile.
Morto.
Gunther lasciò che Anna usasse uno straccio, preso da una pigna lì accanto, per fermare l’emorragia, finché non avessero potuto medicare meglio la ferita.
Painter girò attorno al cadavere di Klaus, tormentato da un pensiero. Tutti i presenti si erano radunati attorno a loro, confabulando con toni tra lo spaventato e lo speranzoso. Avevano sentito parlare di una cura.
Anna raggiunse Painter. «Dirò a uno dei nostri tecnici di esaminare il suo telefono satellitare. Forse ci potrà condurre a chi ha orchestrato il sabotaggio.»
«Non c’è abbastanza tempo», borbottò Painter, immerso nei suoi pensieri. Era come se cercasse di afferrare un filo appena fuori dalla sua portata.
Mentre camminava, ripercorse nella mente gli indizi forniti da Klaus: Possiamo tornare a essere re tra gli uomini… avete svolto il vostro compito, ma ora non servite più…
Ebbe una fitta di emicrania, mentre cercava di mettere assieme quei frammenti.
Probabilmente Klaus era stato reclutato per fare il doppio gioco per qualcuno che conduceva una ricerca parallela. Il lavoro svolto al castello era diventato superfluo e così erano stati fatti i primi passi per eliminare la concorrenza.
«Può essere che abbia detto la verità?» chiese Gunther.
Forse assieme a Klaus era morta anche la possibilità di una cura. Tuttavia loro non avrebbero ceduto.
Anna s’inginocchiò e prese un piccolo telefono dalla tasca di Klaus. «Dovremo lavorare alla svelta.»
«Può darci una mano?» chiese Gunther a Painter, indicando il telefono.
La loro unica speranza era scoprire chi aveva risposto alla chiamata.
«Se lei potesse rintracciare il destinatario della chiamata…» disse Anna, rialzandosi.
Painter scosse la testa, ma non in segno di diniego. Si premette i palmi delle mani sugli occhi. Aveva un dolore martellante alla testa, un’emicrania ormai conclamata. Ma non era nemmeno quello che gli faceva scuotere il capo.
C’era vicino… molto vicino…
Anna lo affiancò e gli toccò un gomito. «È nell’interesse di tutti noi cercare di…»
«Lo so», la interruppe lui, brusco. «Adesso stia zitta e mi lasci pensare.»
Anna obbedì.
Lo sfogo di Painter aveva fatto piombare il silenzio nel locale. Si sforzò di ripescare ciò che si nascondeva nella sua mente. Era come quando aveva invertito le cifre del numero di telefono. Le sue capacità intellettive erano come una lama sempre meno affilata.
«Il telefono satellitare… È qualcosa che c’entra col telefono satellitare…» bisbigliò, combattendo l’emicrania con tutta la sua forza di volontà. «Ma cosa?»
Anna gli parlò con un tono più dolce. «Che cosa intende?»
Finalmente ci arrivò. Come aveva fatto a essere così stupido?
Abbassò le braccia e aprì gli occhi. «Klaus sapeva che il castello era controllato elettronicamente. Allora perché ha fatto quella chiamata? Perché esporsi?»
Un gelido terrore lo attanagliò. Si voltò verso Anna. «La voce che abbiamo messo in giro, che ci fosse ancora una scorta di Xerum 525, eravamo gli unici a sapere che era falsa?»
Gli altri presenti trasalirono a quella rivelazione. Si levarono alcune proteste adirate. Quella notizia aveva seminato molte speranze, accendendo un certo ottimismo sulla possibilità di costruire una seconda Campana. Speranze ormai infrante.
Ma certamente anche qualcun altro aveva creduto a quella voce.
«Soltanto Gunther conosceva la verità», rispose Anna, confermando il peggior timore del direttore della Sigma.
Painter ripercorse mentalmente la piantina del castello. Adesso sapeva perché Klaus aveva fatto quella telefonata e perché l’aveva fatta da lì. Il bastardo pensava di potersi nascondere in bella vista, ne era talmente sicuro che non si era nemmeno sbarazzato del telefono. Aveva scelto quel punto con un intento specifico.
«Anna, quando ha messo in giro quell’indiscrezione, dove ha detto di custodire lo Xerum 525?»
«Ho detto che era chiuso in un caveau.»
«Quale caveau?»
«Lontano dal luogo dell’esplosione, nel mio studio. Perché?»
Dalla parte opposta del castello.
«Si sono presi gioco di noi», sentenziò Painter. «Klaus ha fatto la telefonata da qui, sapendo che il castello era sotto controllo. Voleva distogliere la nostra attenzione dal caveau segreto e da quella presunta provvista di Xerum 525.»
Anna scosse la testa. Non aveva capito.
«La telefonata di Klaus era un depistaggio. Il vero obiettivo era quell’ultima, fantasiosa scorta di Xerum 525.»
Anna sgranò gli occhi.
Anche Gunther capì. «Ci dev’essere un altro sabotatore.»
«Mentre noi siamo distratti, sta andando a cercare lo Xerum 525.»
«Nel mio studio!» esclamò Anna, voltandosi verso Painter.
Lui finalmente capì che cosa lo tormentava di più, perché sentiva quella stretta al cuore e quella sensazione di nausea. La verità affiorò d’un tratto, assieme a una fitta di dolore accecante: il sabotatore avrebbe incontrato qualcuno sul suo cammino.
Lisa stava perlustrando il piano superiore della biblioteca. Grazie alla scala di ferro battuto, aveva raggiunto la traballante balconata e stava girando attorno alla stanza, tenendosi alla balaustra.
Aveva trascorso l’ultima ora raccogliendo libri e documenti sulla meccanica quantistica. Aveva trovato anche il trattato originale di Max Planck, il padre della teoria dei quanti: una teoria che definiva un mondo sbalorditivo, composto di particelle elementari, in cui l’energia poteva essere frammentata in piccoli pacchetti, detti quanti, e dove la materia elementare si comportava sia come particelle sia come onde.
Tutto ciò le faceva venire il mal di testa. Che c’entrava con l’evoluzione?
Intuiva che, se una cura c’era, dipendeva dalla risposta a quella domanda.
Allungò una mano e inclinò un libro su uno scaffale, studiandone la rilegatura e strizzando gli occhi per leggere le lettere sbiadite.
Era quello il volume giusto?
Il trambusto nei pressi della porta attirò la sua attenzione. Sapeva che l’uscita era sorvegliata. Che stava succedendo? Anna era già di ritorno? Avevano trovato il sabotatore? Lisa si diresse verso la scala. Sperava che Painter fosse con Anna. Non le piaceva restare separata da lui. In più, forse lui sarebbe riuscito a cavare qualcosa da quelle strane teorie sulla materia e sull’energia.
Raggiunta la scala, si voltò per scendere sul primo piolo.
Un grido acuto, immediatamente interrotto, la fece bloccare di colpo.
Proveniva da dietro la porta.
Reagendo d’istinto, Lisa risalì e si distese sulla balconata. Il pavimento della struttura, una grata di ferro, la riparava ben poco. Scivolò verso gli scaffali, nell’ombra, lontano dalle lampade a muro.
Rimase distesa immobile, mentre la porta si apriva e si richiudeva. Una sagoma s’intrufolò nella stanza. Era una donna, con un parka bianco come la neve. Ma non era Anna. La donna si tolse il cappuccio e abbassò la sciarpa che le copriva il viso. Aveva capelli lunghi bianchi ed era pallida come un fantasma.
Amica o nemica?
Lisa restò nascosta, in attesa di saperne di più.
Qualcosa conferiva a quella donna un’aria troppo sicura, forse il modo in cui si guardava attorno. Si girò. Un lato della sua giacca era macchiato da uno spruzzo di sangue. In una mano teneva una katana, una corta sciabola giapponese ricurva. La lama grondava sangue.
La donna si muoveva quasi danzando, girando lentamente in cerchio.
Cacciando.
Lisa non osava respirare. Pregava che l’ombra la tenesse nascosta. Le poche lampade della biblioteca illuminavano il livello inferiore, così come il fuoco del camino, che crepitava e risplendeva di poche fiamme rade. Ma la balconata era in penombra.
Lisa guardò l’intrusa fare un altro giro, fermandosi al centro della stanza, con la katana insanguinata pronta all’uso. Con aria soddisfatta, la donna dai capelli chiari come il ghiaccio si diresse decisa verso la scrivania di Anna. Ignorò la confusione che regnava su quel grande tavolo e ci girò attorno. Spostò un lembo di un arazzo appeso alla parete, esponendo una grande cassaforte di ghisa nera.
S’inginocchiò e la esaminò, soffermandosi sulla serratura a combinazione e sulla manopola.
Vedendo la donna così concentrata, Lisa si concesse di respirare. Qualsiasi furto fosse in atto, che procedesse pure, che quella donna s’impadronisse di ciò che era venuta a cercare e se ne andasse. Visto che aveva fatto fuori le guardie, forse Lisa poteva trarne vantaggio. Se solo avesse potuto raggiungere un telefono… Quell’intrusione poteva davvero rivelarsi proficua.
Un forte rumore metallico la fece sobbalzare.
A qualche metro di distanza, un pesante volume era caduto da uno scaffale, finendo aperto sulla balconata. Le pagine svolazzavano ancora per l’impatto. Lisa riconobbe il libro che aveva estratto parzialmente qualche istante prima. Se n’era dimenticata, ma la gravità aveva fatto il resto, facendolo scivolare lentamente, finché non era caduto.
Al piano inferiore, la donna era ritornata al centro della stanza. Nell’altra mano era comparsa, come dal nulla, una pistola, puntata verso l’alto.
Lisa non poteva più nascondersi.
Büren, Germania,
ore 09.18
Gray aprì la portiera della BMW. Stava per salire a bordo, quando sentì un grido alle sue spalle. Si voltò verso l’ingresso dell’ostello. Ryan Hirszfeld correva verso di loro, rannicchiato sotto un ombrello. Fra un tuono e l’altro, la pioggia sferzava il parcheggio della villa.
«Salite», ordinò Gray a Monk e Fiona, indicando la berlina.
Poi si voltò verso Ryan, che lo aveva raggiunto.
«State andando al castello… a Wewelsburg?» chiese il giovane, sollevando l’ombrello per riparare entrambi.
«Sì, perché?»
«Potete darmi un passaggio?»
«Non penso…»
Ryan lo interruppe. «Prima chiedeva informazioni su mio bisnonno, Hugo. Forse posso dirvi qualcosa di interessante. Vi costerà soltanto un passaggio.»
Gray esitò. Il giovane doveva avere origliato la loro conversazione col padre. Che cosa poteva sapere Ryan che Johann ignorasse? Eppure lo fissava con uno sguardo serio.
Gray aprì la portiera posteriore per farlo salire.
«Danke.» Ryan chiuse l’ombrello e s’infilò nell’auto, accanto a Fiona.
Gray si mise al volante. Dopo un attimo, l’auto procedeva sobbalzando sul viale.
«Ma non dovresti occuparti dell’ostello?» chiese Monk.
«Alicia mi sostituisce alla reception», rispose Ryan. «Col temporale staranno tutti attorno al camino.»
Gray studiò il giovane nello specchietto retrovisore. D’un tratto sembrava a disagio, sotto gli sguardi indagatori di Monk e Fiona. «Che cosa ci volevi dire?»
Ryan incrociò il suo sguardo nello specchietto. «Mio padre pensa che io non sappia nulla del bisnonno. Pensa che sia meglio seppellire il passato. Ma girano ancora voci su di lui e su zia Tola.»
Gray sapeva che i segreti di famiglia avevano la tendenza a riemergere, a prescindere da quanto ci si sforzasse di seppellirli. Era evidente che qualcosa aveva suscitato la curiosità di Ryan riguardo ai suoi antenati e al loro ruolo durante la guerra.
«Ti sei messo a scavare nel passato per conto tuo?»
Ryan annuì. «Da tre anni, ormai. Ma tutto ha origine dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.»
«Non capisco», disse Gray.
«Ricorda quando la Russia ha desecretato alcuni archivi sovietici?»
«Sì, ma a cosa ti riferisci, in particolare?»
«Be’, quando Wewelsburg fu ricostruito…»
«Aspetta un secondo», intervenne Fiona, agitandosi sul sedile. Fino a quel momento era rimasta seduta con le braccia conserte, come se fosse infastidita dall’intrusione dell’estraneo. Ma Gray l’aveva vista guardare di traverso il giovane, studiandolo. Si chiedeva se avesse ancora il portafogli. «Ricostruito? Hanno ricostruito quel posto orribile?»
Ryan annuì, mentre sulla cresta della collina appariva il castello. Gray mise la freccia e svoltò sulla Burgstrasse, la strada che conduceva alla fortezza. «Himmler l’aveva fatto saltare verso la fine della guerra. Soltanto la torre nord era rimasta intatta. Dopo la guerra è stato ricostruito. In parte museo, in parte ostello per la gioventù. Mio padre non si dà ancora pace.»
Gray capiva perfettamente il perché.
«Fu ultimato nel 1979», proseguì Ryan. «Nel corso degli anni, i direttori del museo hanno chiesto ai governi degli ex Alleati tutti i documenti relativi al castello.»
«Compresa la Russia», osservò Monk.
«Natürlich. Quando i documenti furono resi pubblici, l’attuale direttore inviò alcuni archivisti in Russia. Tre anni fa, ritornarono con camion pieni di documenti relativi alla campagna russa in quest’area. Tra i nomi di particolare interesse che erano saltati fuori, c’era anche quello del mio bisnonno, Hugo Hirszfeld.»
«Perché lui?»
«Era direttamente implicato nei rituali della società di Thule. Da queste parti era nota la sua conoscenza delle rune che decorano il castello. Intratteneva una corrispondenza persino con Karl Wiligut, l’astrologo personale di Himmler.»
Gray ripensò al simbolo a tre punte nella Bibbia, ma restò in silenzio.
«Gli archivisti ritornarono con diverse scatole di documenti su mio bisnonno. Mio padre fu informato, ma rifiutò di lasciarsi coinvolgere in qualsiasi modo.»
«Ma tu ci sei andato di nascosto», intervenne Monk.
«Volevo scoprire qualcosa di più su di lui», replicò Ryan. «Capire perché… che cosa era successo…» Scosse la testa.
Il passato tende a fare presa sulle persone e a non mollarle più.
«E che cosa hai scoperto?» chiese Gray.
«Non molto. Una scatola conteneva documenti del laboratorio di ricerca in cui lavorava mio bisnonno. Gli venne conferito il grado di Oberarbeitsleiter, capo del progetto.» Ryan lo disse con un tono tra l’imbarazzato e l’insolente. «Ma, di qualsiasi progetto si trattasse, non è stato desecretato. La maggior parte di quei documenti erano corrispondenze personali, con amici e familiari.»
«E tu li hai letti tutti?»
«Abbastanza per concludere che mio bisnonno aveva cominciato a dubitare del suo lavoro, ma che non poteva andarsene.»
«O gli avrebbero sparato», aggiunse Fiona.
Ryan scosse la testa e per un istante gli si dipinse in viso un’espressione di sgomento. «Penso che fosse più che altro il progetto in sé… Non riusciva a separarsene. Non del tutto. Era come se provasse repulsione e attrazione contemporaneamente.»
Gray intuiva che analoghi sentimenti tormentavano anche le ricerche personali di Ryan.
Monk piegò la testa da un lato e fece scrocchiare sonoramente il collo. «Che c’entra tutto questo con la Bibbia di Darwin?»
«Ho trovato un appunto indirizzato a Tola», rispose Ryan. «Parla della cassa di libri che mio bisnonno rispedì a casa. Me lo ricordo per le sue strane osservazioni in proposito.»
«Che cosa diceva?»
«La lettera è al museo. Pensavo che vi potesse interessare averne una copia.»
«Non ricordi cosa diceva?»
Ryan corrugò la fronte. «Solo qualche riga: La perfezione si trova nascosta nei miei libri, cara Tola. La verità è troppo bella per lasciarla morire e troppo mostruosa per essere rivelata.»
Ci fu un improvviso silenzio nell’auto.
«Morì due mesi dopo.»
Gray rifletté su quelle parole. Nascosta nei miei libri. I cinque libri che Hugo aveva spedito a casa prima di morire. L’aveva fatto per mettere al sicuro qualche segreto? Per preservare una cosa troppo bella per lasciarla morire e troppo mostruosa per essere rivelata?
Gray fissò Ryan nello specchietto retrovisore. «Hai raccontato a qualcuno quello che hai scoperto?»
«No, ma quel signore anziano e i suoi nipoti, quelli che erano venuti qui all’inizio dell’anno per parlare dei libri con mio padre… Loro erano già stati qui, avevano già cercato tra le carte del mio bisnonno negli archivi. Penso che abbiano letto lo stesso appunto e per questo siano venuti a fare altre indagini da mio padre.»
«Queste persone, com’erano?»
«Capelli bianchi. Alti, atletici. Una buona stirpe, come direbbe mio bisnonno.»
Gray e Monk si scambiarono un’occhiata.
Fiona si schiarì la voce e indicò il dorso della mano. «Avevano un segno, un tatuaggio, qui?»
Ryan annuì lentamente. «Penso di sì. Poco dopo il loro arrivo, mio padre mi mandò via. Come ha fatto quando siete arrivati voi, oggi. Non si parla davanti ai figli.» Il ragazzo cercò di sorridere, ma evidentemente percepiva la tensione attorno a sé. Lanciò rapide occhiate a tutti gli occupanti dell’auto. «Li conoscete?»
«Sono concorrenti», rispose Gray. «Collezionisti come noi.»
Ryan mantenne un’espressione guardinga e incredula, ma non fece altre domande.
Gray pensò nuovamente alla runa disegnata a mano sulla Bibbia. Anche gli altri quattro libri contenevano simboli criptici di quel tipo? Si ricollegava tutto alle ricerche fatte da Hugo coi nazisti? Di che cosa si trattava? Sembrava improbabile che d’un tratto quegli assassini si presentassero lì a frugare tra gli archivi, a meno che non stessero cercando qualcosa di specifico.
Ma cosa?
Monk era ancora voltato indietro. Si girò e si risistemò sul sedile. Parlò a bassa voce. «Hai notato che abbiamo compagnia?»
Gray si limitò ad annuire.
A mezzo chilometro di distanza, risalendo lentamente i tornanti dietro di loro, un’auto li seguiva sotto la pioggia. La stessa che aveva già visto parcheggiata all’ostello. Una Mercedes bianca. Forse erano soltanto altri turisti che facevano un’escursione al castello.
Già, proprio.
«Forse non dovresti stargli così vicino, Isaak.»
«Ci hanno già visto, Ischke.» L’uomo indicò con un cenno del capo la BMW mezzo chilometro più avanti, oltre il parabrezza sferzato dalla pioggia. «Fai caso a come prende le curve: è più controllato, non le taglia come prima. Si è accorto di noi.»
«Ed è una cosa buona metterli in allarme?» Isaak piegò la testa verso la sorella. «La caccia è sempre migliore quando la preda è spaventata.»
«Non penso che Hans sarebbe d’accordo.» Lui le toccò il dorso della mano con un dito, segno che condivideva la sua tristezza e le chiedeva scusa. Sapeva quanto potesse essere sensibile. «Non ci sono altre strade per scendere dalla collina. Al castello tutto è pronto. Non dobbiamo fare altro che spingerli nella trappola. Se si voltano a guardare noi, è meno probabile che vedano ciò che hanno davanti.»
Lei inspirò a fondo, segno che aveva capito e che condivideva il piano.
«È ora di chiudere tutte queste faccende in sospeso. Poi potremo tornare a casa.»
«A casa…» gli fece eco lei, con un sospiro di contentezza.
«Abbiamo quasi finito. Non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo, Ischke. Il sacrificio di Hans non sarà vano, il sangue che ha versato preannuncia la venuta di una nuova alba, di un mondo migliore.»
«Come dice il nonno.»
«E tu sai che è vero.» Piegò la testa verso di lei. Le labbra della donna si assottigliarono, in un sorriso stanco. «Attenta al sangue, Ischke.»
Sua sorella guardò la lunga lama d’acciaio del pugnale. Lo stava asciugando distrattamente con una pelle di camoscio bianca. Una goccia color cremisi aveva rischiato di cadere sui suoi pantaloni immacolati.
Una questione era chiusa. Ce n’erano ancora alcune da sistemare.
«Grazie, Isaak.»
Himalaya,
ore 13.22
Lisa fissava la pistola.
«Wer ist dort? Zeigen Sie sich!» gridò la donna bionda, rivolgendosi a lei.
Pur non parlando tedesco, Lisa capì il senso della frase. Lentamente, si fece vedere, con le mani alzate. «Non parlo tedesco.»
La donna la guardò con una concentrazione tale che a Lisa sembrò di sentirsi attraversare da un raggio laser. «Sei una degli americani… Scendi, lentamente.»
Senza nessun riparo, Lisa non aveva scelta. Raggiunse la scala, si voltò e cominciò a scendere. A ogni piolo si aspettava di sentire esplodere un colpo di pistola. Le s’irrigidirono le spalle. Ma arrivò a terra sana e salva.
Si voltò, tenendo sempre le braccia ben in vista.
L’altra avanzò verso di lei. Lisa indietreggiò, intuendo che il motivo per cui la donna non le aveva ancora sparato era perché voleva evitare di far sentire l’esplosione del colpo. Con la spada aveva eliminato le guardie senza fare rumore, a parte un unico, breve grido.
Aveva ancora la katana insanguinata nell’altra mano.
Forse Lisa sarebbe stata più al sicuro in cima alla balconata, costringendo la donna a spararle, come al tiro al bersaglio. Forse i colpi d’arma da fuoco avrebbero attirato l’attenzione di qualcuno. Era stata stupida ad avvicinarsi così tanto all’intrusa e alla sua spada. Ma il panico aveva offuscato le sue capacità di giudizio. Era difficile dire di no a qualcuno che ti puntava una pistola.
«Lo Xerum 525 è nella cassaforte?» chiese la donna.
Lisa ponderò la risposta per un istante. Dire la verità o mentire? Non le sembrò di avere molta scelta. «L’ha preso Anna», rispose, indicando vagamente la porta.
«Dove?»
Ricordò la lezione di Painter, dopo che erano stati catturati: essere necessari, essere utili. «Non conosco il castello abbastanza bene, ma so come arrivarci. Posso accompagnarla io.» Doveva essere più convincente. E cosa c’era di meglio che contrattare, come se la sua menzogna avesse un grande valore? «Ce la porterò soltanto se mi promette di aiutarmi a uscire di qui.»
Il nemico del mio nemico è mio amico.
Quella donna ci sarebbe cascata? Era di una bellezza sbalorditiva: figura slanciata, pelle perfetta, labbra generose, ma negli occhi blu glaciali brillavano freddo calcolo e intelligenza.
A Lisa faceva una paura assurda. Aveva un che di soprannaturale.
«Allora mi mostrerà la strada», disse la donna, rinfoderando la pistola, ma con la katana sempre in mano.
Lisa avrebbe preferito che facesse il contrario.
La spada indicò la porta.
Lisa doveva andare per prima. Si avvicinò alla porta, mantenendo una certa distanza. Forse avrebbe potuto tentare la fuga nei corridoi. Era la sua unica speranza. Doveva aspettare il momento buono: una distrazione, un’esitazione, e poi correre come il vento.
Uno spostamento d’aria, un fremito delle fiamme nel camino furono il suo unico avvertimento. Lisa si voltò e la donna era già lì, a un passo di distanza. L’aveva raggiunta da dietro, silenziosa e furtiva. Con una velocità impossibile. Si scambiarono uno sguardo. Fu un attimo. Prima che la spada si abbattesse su di lei, Lisa capì che la donna non le aveva creduto neanche per un istante.
Era stata soltanto una trappola per farle abbassare la guardia.
Sarebbe stato il suo ultimo errore.
Il mondo si fermò, catturato dal lampo di fine argento giapponese che puntava dritto al cuore di Lisa.
Wewelsburg, Germania
ore 09.18
Gray parcheggiò la BMW accanto a un pullman turistico blu, che così nascondeva la berlina dalla strada. L’arco da cui si accedeva al cortile del castello era esattamente lì di fronte.
«Rimanete in auto», ordinò Gray agli altri. Poi si voltò. «Anche tu, signorina.»
Fiona fece un gesto non proprio gentile, ma rimase seduta con la cintura allacciata.
«Monk, mettiti al volante e tieni il motore acceso.»
«Ricevuto.»
Ryan lo fissò con gli occhi sgranati. «Was ist los?»
«Non succede un bel niente», rispose Monk. «Ma tieni la testa bassa, non si sa mai.»
Quando aprì la portiera, Gray fu investito da un rovescio di pioggia battente, che suonava come una raffica di mitra contro il fianco del pullman. Un tuono rumoreggiò in lontananza.
«Ryan, posso prendere in prestito il tuo ombrello?»
Il giovane annuì e glielo passò.
Gray corse dall’altra parte del pullman e si accostò alla portiera posteriore. Sperava di sembrare un accompagnatore turistico. Si faceva scudo con l’ombrello, mentre guardava la strada.
Dalla penombra comparvero i fari di un’auto che percorreva l’ultimo tornante. Dopo un attimo sbucò la Mercedes, che raggiunse il parcheggio e, senza rallentare, passò oltre. Gray guardò le luci posteriori allontanarsi nella pioggia, mentre si dirigevano verso il piccolo villaggio di Wewelsburg, abbarbicato a fianco del castello. Infine l’auto scomparve dietro una curva.
Gray aspettò cinque minuti, poi girò attorno al pullman e diede il via libera a Monk, che spense il motore. Ormai convinto che la Mercedes non sarebbe ritornata, Gray fece cenno agli altri di uscire.
«Siamo un tantino paranoici, eh?» commentò Fiona, mentre gli passava accanto, diretta verso l’arco.
«Non è paranoia se qualcuno ti sta addosso sul serio», replicò Monk. Poi chiese a Gray: «Ci stanno davvero addosso?»
Gray fissava il cielo tumultuoso. Non gli piacevano le coincidenze, ma non poteva fermarsi soltanto perché era spaventato. «Non perdere di vista Fiona e Ryan. Parliamo con questo direttore, ci facciamo dare una copia della lettera del vecchio Hugo alla figlia e ce ne andiamo fuori dalle scatole.»
Monk guardò la gigantesca massa di torri e torrette. La pioggia si riversava copiosa sulla pietra grigia e colava dalle grondaie verdi. Soltanto alcune delle finestre ai piani inferiori erano illuminate di segni di vita. Il resto del castello era scuro e opprimente.
«Tanto per mettere le cose in chiaro: se vedo un fottuto pipistrello nero, io taglio la corda.»
Himalaya,
ore 13.31
Lisa fissava la spada abbattersi contro il suo petto. Successe tutto in un istante. Il tempo rallentò. Dunque era così che sarebbe morta.
Poi un tintinnio di vetri infranse il silenzio, seguito dal colpo smorzato di un’arma da fuoco, che sembrò incredibilmente lontano. Dalla gola dell’assassina sgorgò un getto di sangue, mentre la testa si ribaltava all’indietro.
Tuttavia il colpo sferrato dalla donna completò il suo arco. La spada colpì Lisa, lacerò la pelle e si scontrò con lo sterno. Ma non c’era forza: dita ormai inerti rilasciarono l’elsa della katana.
Lisa arretrò incespicando, liberata dall’incantesimo.
La lama giapponese fece una piroetta e finì sul pavimento, producendo il suono di una campana perfettamente accordata. Il corpo dell’assassina la seguì a breve distanza, con un pesante tonfo.
Lisa era incredula, tramortita, insensibile.
Ancora il rumore di vetri infranti.
Poi parole, che la raggiunsero come sott’acqua.
«Stai bene? Lisa…»
Alzò lo sguardo verso l’altro lato della biblioteca. L’unica finestra, smerigliata e colorata, era stata frantumata dal calcio di un fucile. Nell’apertura, incorniciato da schegge di vetro, comparve un volto.
Painter.
Alle sue spalle imperversava una tormenta, un turbine di neve e ghiaccio sciolto. Qualcosa di grosso, pesante e scuro scese dal cielo: un elicottero, dal quale pendevano una corda e un’imbracatura.
Tremando, Lisa cadde in ginocchio.
«Saremo subito da te», le promise lui.
Cinque minuti dopo, Painter e Anna erano accanto al corpo dell’assassina. Lisa era seduta accanto al fuoco. Si era tolta il maglione e aveva aperto la camicetta, scoprendo il reggiseno e un taglio poco più in basso. Assistita da Gunther, Lisa aveva già pulito la ferita e stava applicando una serie di bende per sigillare lo squarcio, lungo qualche centimetro. Era stata fortunata. Il ferretto del reggiseno aveva impedito alla lama di penetrare più a fondo, salvandole la vita.
«Niente documenti d’identità», disse Anna, voltandosi verso Painter e guardandolo male. «Ci serviva viva.»
Lui non aveva scuse. «Ho mirato alla spalla.» Scosse la testa, frustrato. Un debilitante attacco di vertigini l’aveva paralizzato dopo la discesa con l’imbracatura. Ma non avevano neanche un istante da perdere, erano arrivati appena in tempo dall’altro versante della montagna. Non ce l’avrebbero mai fatta attraversando il castello a piedi. L’elicottero era la loro unica speranza: scavalcare la spalla della montagna e calare qualcuno con un’imbracatura.
Anna non era una buona tiratrice e Gunther stava pilotando l’elicottero. Rimaneva soltanto Painter.
Perciò, sebbene avesse le vertigini e ci vedesse doppio, l’americano aveva mirato il meglio possibile attraverso la finestra. Aveva dovuto agire rapidamente, accorgendosi che la donna stava per uccidere Lisa. Perciò aveva premuto il grilletto.
Anche se forse avrebbero perso qualsiasi possibilità di scoprire il vero burattinaio che manipolava i sabotatori, Painter non si pentì della sua scelta. Aveva visto l’orrore nel viso di Lisa. Al diavolo le vertigini: aveva sparato. La testa gli pulsava ancora dal dolore.
Emerse una nuova paura. E se avesse colpito Lisa? Quanto gli rimaneva prima di diventare una palla al piede anziché una risorsa? Scacciò quel pensiero.
Smettila di torcerti le mani e rimboccati le maniche.
«Segni particolari?» chiese Painter.
«Soltanto questo.» Anna voltò il polso della donna, mostrando il dorso della mano. «Lo riconosce?»
Un tatuaggio nero segnava la pelle bianca e perfetta. Quattro asole intrecciate. «Si direbbe un simbolo celtico, ma non mi dice nulla.»
«Nemmeno a me», disse Anna, lasciando cadere la mano del cadavere.
Painter notò qualcos’altro e si avvicinò, inginocchiandosi. Voltò di nuovo la mano dell’assassina, che era ancora calda. Mancava l’unghia del mignolo, al suo posto c’era una cicatrice. Una piccola, ma significativa imperfezione.
Anna prese la mano e sfregò il letto dell’unghia. «Asciutto…»
«Significa ciò che penso io?» domandò Painter.
Anna guardò la faccia della donna. «Per esserne certa, dovrei fare una scansione della retina per cercare tracce di emorragie attorno al nervo ottico.»
Painter non aveva bisogno di altre prove. Aveva visto con quale velocità l’assassina aveva attraversato la stanza. «È una Sonnenkönige.»
Lisa e Gunther li raggiunsero.
«Non una dei nostri», replicò Anna. «È troppo giovane, troppo perfetta. Chiunque l’abbia creata ha usato le nostre tecniche più recenti, quelle che abbiamo affinato negli ultimi decenni, grazie agli studi in vitro. Qualcuno è passato alle applicazioni sui soggetti umani.»
«È possibile che qualcuno li abbia creati qui, a vostra insaputa?»
Anna scosse la testa. «Ci vogliono quantità enormi di energia per attivare la Campana, ce ne saremmo accorti.»
«Allora può significare una sola cosa.»
«È stata creata da qualche altra parte.» Anna si alzò. «Qualcun altro ha una Campana funzionante.»
Painter rimase dov’era, continuando a esaminare l’unghia e il tatuaggio. «E quel qualcuno ha intenzione di farvi chiudere.»
Calò il silenzio nella stanza.
In quella quiete, Painter sentì un bip appena udibile. Proveniva dalla donna. Si rese conto di averlo già sentito diverse volte, ma in mezzo a tutto quel trambusto e a tutte quelle speculazioni non ci aveva fatto caso.
Sollevò la manica del parka dell’assassina. Al polso portava un orologio digitale con un cinturino di pelle largo cinque centimetri. Painter studiò il quadrante rosso. Una lancetta olografica segnava i secondi e sul display c’era una scritta luminescente: 01:32.
A ogni giro della lancetta veniva sottratto un secondo.
Rimaneva poco più di un minuto.
Painter slacciò l’orologio e controllò l’interno del cinturino. C’erano due contatti d’argento: monitoravano il battito cardiaco. E da qualche parte, all’interno dell’orologio, doveva esserci una microtrasmittente.
«Che sta facendo?» chiese Anna.
«L’avete perquisita per vedere se aveva esplosivi?»
«È pulita», rispose Anna. «Perché?»
«Quando il cuore ha smesso di battere, deve essere stato inviato un impulso radio.» Diede un’occhiata all’orologio che aveva in mano. «Questo è soltanto un timer.»
Lo mostrò agli altri.
01:05
«Klaus e questa donna avevano pieno accesso alle vostre strutture e sicuramente il tempo necessario per mettere a punto un sistema infallibile.» Painter sollevò l’orologio. «Qualcosa mi dice che non dovremmo trovarci qui quando arriverà a zero.»
La lancetta dei secondi continuava a girare e si sentì un tenue bip quando il conto alla rovescia scese sotto il minuto.
0:59
«Dobbiamo andarcene. Adesso!»
Wewelsburg, Germania,
ore 09.32
«In origine le SS erano le guardie del corpo personali di Hitler», spiegò la guida in francese, accompagnando un gruppo di turisti nel cuore del museo di Wewelsburg. «In effetti, il termine SS deriva dalla parola tedesca Schutzstaffel, che significa ‘distaccamento di guardie’. Solo in seguito divenne l’Ordine Nero di Himmler.»
Gray si fece da parte per lasciar passare il gruppo. Mentre aspettava il direttore del museo, aveva origliato a sufficienza per farsi un’idea della storia del castello: di come Himmler lo aveva affittato per un solo Reichsmark, spendendo poi un quarto di miliardo per ricostruirlo e trasformarlo nella sua personale Camelot. Un prezzo minimo rispetto al costo in termini di vite umane e sofferenza.
Gray era accanto a una vetrina contenente un’uniforme del campo di concentramento di Niederhagen. Fuori ci fu un rombo di tuono, che fece tremare le antiche finestre.
Mentre il gruppo di turisti si allontanava, la voce della guida si confuse alle chiacchiere dei pochi altri visitatori, tutti in cerca di un riparo dal temporale.
Monk era accanto a Fiona. Ryan era andato a chiamare il direttore. Monk si chinò per esaminare uno degli abominevoli Totenkopf Ring in mostra, gli anelli d’argento conferiti agli ufficiali delle SS. Vi erano incisi un teschio con le ossa incrociate e rune.
Nella piccola sala erano esposti anche altri oggetti: modellini, fotografie con scene di vita quotidiana, accessori delle SS, oltre a una piccola e strana teiera appartenuta a Himmler, decorata con una runa a forma di sole.
«Ecco il direttore.» Monk indicò con un cenno del capo un signore tarchiato, accompagnato da Ryan.
L’uomo dimostrava quasi sessant’anni, aveva i capelli brizzolati e portava un abito nero stropicciato. Mentre si avvicinava, si tolse un paio di occhiali da vista e allungò l’altra mano verso Gray. «Dottor Dieter Ulmstrom, direttore dello Historisches Museum des Hochstifts Paderborn. Willkommen.» L’espressione tormentata dell’uomo contraddiceva quel benvenuto. «Il nostro giovane Ryan mi ha spiegato che siete venuti a fare ricerche su alcune rune trovate in un libro antico. Davvero affascinante.»
Ancora una volta, sembrava più seccato che affascinato.
«Non la tratterremo a lungo», disse Gray. «Ci chiedevamo se ci potesse aiutare a identificare una particolare runa e il suo significato.»
«Certamente. Se c’è una cosa che il direttore del museo di Wewelsburg deve conoscere a menadito è la scienza delle rune.»
Gray fece cenno a Fiona di passargli la Bibbia di Darwin. Aprendo la copertina posteriore, Gray porse il libro all’uomo. Il dottor Ulmstrom si rimise gli occhiali e studiò la runa apposta a mano da Hugo Hirszfeld sulla terza di copertina.
«Posso esaminare il libro?»
Dopo una breve esitazione, Gray acconsentì.
Il direttore sfogliò rapidamente le pagine, soffermandosi su alcuni degli scarabocchi. «Una Bibbia… che strano…»
«Il simbolo in fondo», lo incalzò Gray.
«Naturalmente. È la Menschrune.»
«Mensch», disse Gray. «Come ‘umanità’ in tedesco.»
«Ja. Noti la forma: una figura stilizzata senza testa.» Il direttore sfogliò le pagine all’indietro. «Il bisnonno di Ryan sembrava davvero fissato sui simboli associati al Padre di tutte le cose.»
«Che cosa intende?»
Ulmstrom indicò uno degli scarabocchi sulle pagine interne della Bibbia.
«Questa è la runa corrispondente alla K, detta anche cen in lingua anglosassone. È una runa antica che rappresentava l’uomo in modo rudimentale, con due sole braccia alzate. E qua c’è l’immagine speculare della stessa runa.» Sfogliò alcune pagine e indicò un altro simbolo.
«I due simboli sono come due facce della stessa medaglia. Yin e yang, maschio e femmina, luce e oscurità.»
Gray ricordava le sue conversazioni con Ang Gelu, il monaco buddista, il quale sottolineava che tutte le società sembravano ossessionate da quel dualismo. Quei pensieri stuzzicarono la sua preoccupazione per Painter Crowe. Non c’erano ancora notizie dal Nepal.
Monk rimise in carreggiata la conversazione. «Cosa c’entrano queste rune con quel tìzio, il Padre delle cose?»
«Sono tutti e tre collegati, simbolicamente. Molti ritengono che la grande runa, la Menschrune, rappresenti il dio Thor, portatore di vita e di uno stato più elevato dell’essere, ciò che tutti noi aspiriamo a divenire.»
«E queste due rune precedenti, le rune K, formano le due metà della Menschrune», osservò Gray.
«Eh?» grugnì Monk.
«Così», disse Fiona, che aveva capito. Con un dito tracciò un disegno nella polvere, sul ripiano di una vetrina. «Metti assieme le rune con due braccia per formare la Menschrune, come in un puzzle.»
«Sehr gut», disse il direttore, indicando con un dito le prime due rune. «Queste rappresentano l’uomo comune, incompleto, che si unisce per formare il Padre di tutte le cose, un essere supremo.» Ulmstrom restituì la Bibbia a Gray e scosse la testa. «Sembra proprio che queste rune fossero diventate un’ossessione per il bisnonno di Ryan.»
Gray fissava il simbolo sulla terza di copertina. «Ryan, il tuo bisnonno era un biologo, giusto?»
Il ragazzo sembrava nervoso e spaventato da tutto ciò. «Sì, come zia Tola.»
Gray sapeva che i nazisti erano sempre stati affascinati dal mito del superuomo, il Padre di tutte le cose dal quale presumevano che discendesse la razza ariana. Tutti quegli scarabocchi erano forse soltanto la dichiarazione della fede di Hugo in quel dogma nazista? Gray credeva di no. Ricordava come Ryan aveva descritto gli appunti del bisnonno, la crescente disillusione dello scienziato e poi il biglietto scritto alla figlia, l’accenno a un segreto, una verità troppo bella per lasciarla morire e troppo mostruosa per essere rivelata.
Da un biologo a un’altra biologa.
Gray intuiva che tutto era collegato: le rune, il Padre di tutte le cose, una ricerca abbandonata da tempo… Qualunque fosse il segreto, sembrava che qualcuno fosse disposto a uccidere per proteggerlo.
Ulmstrom continuò: «La Menschrune rivestiva particolare interesse anche per i nazisti, che la ribattezzarono Lebensrune».
«La runa della vita?» chiese Gray, tornando a concentrarsi sul presente.
«Esatto. La usarono persino per rappresentare il programma Lebensborn.»
«E che cos’è?» chiese Monk.
Fu Gray a rispondergli. «Un programma nazista per la riproduzione: vivai per generare bambini biondi e con gli occhi azzurri.»
Il direttore annuì. «Ma, come per il dualismo della runa K, anche la Lebensrune ha la sua immagine speculare.» Fece cenno a Gray di rovesciare la Bibbia, capovolgendo il simbolo. «Alla rovescia, la Lebensrune diventa il suo contrario: la Totenrune.»
Monk guardò perplesso Gray, che tradusse: «La runa della morte».
Himalaya,
ore 13.31
La morte si avvicinava, secondo dopo secondo.
0:55
Painter si alzò con in mano il timer da polso dell’assassina. «Non c’è tempo per andarsene a piedi. Non usciremmo mai dall’area dell’esplosione.»
«E quindi?» chiese Anna.
«L’elicottero», disse Painter, indicando la finestra. L’A-Star che avevano usato per arrivare lì era ancora fermo fuori dal castello, col motore acceso.
«Devo avvertire gli altri», affermò Anna, dirigendosi al telefono.
«Keine Zeit», abbaiò Gunther, fermandola. L’uomo prese il suo fucile d’assalto, un Bullpup A-91 russo. Con l’altra mano tirò fuori una cartuccia a granata dalla cintura e la caricò nel lanciarazzi da 40mm del fucile. «Hier!» Si diresse a grandi passi alla massiccia scrivania di Anna. «Schnell!»
Col braccio disteso, puntò il fucile verso la finestra sprangata della stanza.
Painter prese Lisa per mano e corse a ripararsi. Anna li seguì. Gunther fece fuoco e dall’arma esplose un getto di gas.
Si gettarono tutti dietro la scrivania.
Gunther prese sua sorella per la vita e la fece rotolare sotto di sé. La granata scoppiò con una detonazione assordante. L’onda d’urto spostò la scrivania di almeno trenta centimetri, mentre la parte anteriore fu tempestata di frammenti di pietra e vetro. I quattro furono sommersi dalla polvere e dal fumo.
Non sprecarono tempo. L’esplosione aveva aperto un varco nella parete della biblioteca. Brandelli incendiati di libri erano sparsi sul pavimento e fuori, nel cortile.
Corsero verso l’uscita.
L’elicottero era posato oltre l’aggetto di roccia, ad almeno quaranta metri.
Painter aveva ancora in mano il timer. Non lo guardò finché non raggiunsero l’elicottero. Gunther ci era arrivato per primo e aveva aperto il portellone posteriore. Painter aiutò Anna e Lisa, poi saltò su.
Gunther era già sul seggiolino del pilota, con le cinture allacciate. Painter diede un’occhiata al timer. Non che servisse a qualcosa: o ce la facevano oppure no.
Fissò il numero. Aveva un dolore martellante alla testa e fitte lancinanti agli occhi. Riusciva a malapena a leggere le cifre sul display.
00:09
Non c’era più tempo.
I rotori cominciarono a girare… lentamente, troppo lentamente. Painter diede un’occhiata dal finestrino. L’elicottero era abbarbicato in cima a un pendio innevato, un promontorio appena creato dall’ultima tormenta notturna. Il cielo era striato di nuvole e una nebbia ghiacciata avvolgeva le cime e le valli.
Sul sedile anteriore, Gunther imprecò sottovoce. Il velivolo si rifiutava di salire nell’aria rarefatta: bisognava spingere i rotori al massimo.
00:03
Non ce l’avrebbero mai fatta.
Painter prese la mano di Lisa e la strinse forte. Poi, d’un tratto, il mondo si sollevò e ripiombò giù fragorosamente. Un sordo rimbombo risuonò in lontananza. Trattennero tutti il fiato, pronti a essere sbalzati dalla montagna. Ma non successe nient’altro. Forse non sarebbe stato così terribile, dopotutto.
Poi il promontorio su cui erano appoggiati si staccò. L’A-Star precipitò col muso all’ingiù. I rotori giravano inutilmente. L’intero pendio nevoso si staccò in un blocco unico, scivolando via, come se la montagna se lo stesse scrollando di dosso.
Erano diretti verso il margine del precipizio. La neve scorreva come un torrente impetuoso.
La terra sussultò nuovamente: un’altra esplosione…
L’elicottero s’impennò, ma continuava a rifiutarsi di prendere quota.
Gunther lottava coi comandi, stritolando l’acceleratore.
La parete di roccia correva verso di loro. La massa di neve in movimento era rumorosa come le cascate del Niagara, più forte del rombo dell’elicottero.
Lisa si schiacciò contro Painter, stringendogli la mano così forte da farsi venire le nocche bianche. Accanto a lei, Anna era seduta dritta come un fuso, con un’espressione vacua e lo sguardo fisso.
Gunther piombò in un silenzio mortale, mentre venivano trascinati oltre l’orlo del precipizio.
Si rovesciarono di lato, con la neve che cadeva sotto e dietro di loro. Mentre precipitava veloce, il velivolo si dimenava nervosamente, s’imbardava avanti e indietro. Costoni di roccia spuntavano in tutte le direzioni.
Nessuno proferì parola. I rotori urlavano al loro posto.
Poi, improvvisamente, l’elicottero cominciò a prendere quota. Senza grossi strattoni, come un ascensore che si ferma al piano, l’A-Star si stabilizzò e, piano piano, cominciò a risalire.
Davanti a loro, il resto della valanga rotolava giù dallo strapiombo.
L’elicottero si alzò abbastanza da consentire un esame dei danni subiti dal castello. Da tutte le finestre sulla facciata usciva fumo. Le porte erano saltate via. Oltre la spalla della montagna, una densa colonna nera si sollevava in cielo, proveniente dalla piattaforma di atterraggio.
Anna si accasciò, coi palmi delle mani sul finestrino. «Quasi centocinquanta tra uomini e donne.»
«Magari alcuni sono scappati», osservò Lisa, apatica, impassibile.
Non videro nessun movimento.
Soltanto fumo.
Anna indicò il castello. «Wir sollten suchen…»
Ma non ci sarebbe stato nessun salvataggio.
Mai.
Un lampo bianco proruppe da tutte le finestre. Oltre la cresta ci fu un’alba artificiale, silenziosa, come un fulmine senza tuono che s’impresse sulla retina, oscurando completamente la vista.
Accecato, Painter sentì che l’elicottero s’impennava, mentre Gunther tirava violentemente il collettivo. Sopraggiunse un rombo e un assordante stridere di rocce. Non era soltanto una valanga, sembrava un movimento tettonico.
Sospeso in aria, l’elicottero vibrava come una mosca in un miscelatore.
La vista ritornò dolorosamente.
Painter si schiacciò contro il finestrino e guardò giù. «Mio Dio…»
La visuale era in gran parte bloccata dalla polvere, che non poteva però nascondere la portata della devastazione. Un intero versante della cresta si era affossato. La spalla di granito che sporgeva sopra il castello era crollata, come se tutto ciò che c’era sotto di essa, il castello e una buona porzione della montagna, fosse semplicemente svanito.
«Unmöglich!» borbottò Anna, esterrefatta.
«Cosa?»
«Questa distruzione… Dev’essere una bomba ZPE.»
Painter aspettò che proseguisse.
Lei fece un altro respiro tremante, poi spiegò: «Zero Point Energy. Le formule di Einstein portarono alla prima bomba nucleare, attingendo alle energie di alcuni atomi di uranio. Ma ciò non è niente in confronto al potenziale nascosto nelle teorie dei quanti di Planck. Bombe di quel genere attingerebbero alle energie generate durante il big bang».
Nell’abitacolo piombò il silenzio.
Anna scosse la testa. «Gli esperimenti condotti col combustibile della Campana, lo Xerum 525, suggerivano un possibile utilizzo dell’energia del punto zero come arma. Ma noi non abbiamo mai perseguito seriamente quella strada.»
«Qualcun altro sì, però», replicò Painter, ripensando alla donna dai capelli di ghiaccio.
Anna si voltò verso di lui, col volto scolpito dall’orrore e dall’indignazione. «Dobbiamo fermarli.»
«Ma chi? Chi sono?»
«Penso che stiamo per scoprirlo», intervenne Lisa, indicando qualcosa fuori dal finestrino. Oltre la cima della montagna era comparso un trio di elicotteri bianchi, che si mimetizzavano con le vette ghiacciate. Si distanziarono tra loro e puntarono l’A-Star.
Painter sapeva perfettamente che quella era una formazione d’attacco.
Wewelsburg, Germania,
ore 09.32
«La torre nord è da questa parte», disse il dottor Ulmstrom.
Il direttore del museo condusse Gray, Monk e Fiona oltre la porta sul retro del salone principale. Ryan si era allontanato un istante prima assieme a una donna snella con un abito di tweed, un’archivista del museo. Erano andati a fotocopiare la lettera di Hugo Hirszfeld e qualsiasi altra cosa che avesse a che fare con le ricerche del suo bisnonno.
Gray intuiva che era sul punto di avere qualche risposta, ma necessitava di altre informazioni. A quello scopo, aveva acconsentito al tour privato del castello di Himmler proposto dal direttore. Era in quel luogo che Hugo aveva avviato il suo legame coi nazisti. Gray intuiva che per fare un passo avanti doveva raccogliere tutte le informazioni possibili sul contesto storico e culturale: e chi, meglio del curatore del museo, poteva fornirgliele?
«Per capire davvero i nazisti», esordì Ulmstrom, facendo strada, «bisogna smettere di considerarli un partito politico. Si definivano Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il partito dei lavoratori nazionalsocialisti tedeschi, ma in realtà erano un culto.»
«Un culto?» chiese Gray.
«Ne avevano tutte le caratteristiche. Un leader spirituale che non poteva essere messo in discussione, discepoli vestiti allo stesso modo, rituali e giuramenti di sangue svolti in segreto e, cosa più importante, la creazione di un potente totem da adorare: la Hakenkreuz, la croce spezzata, detta anche svastica. Un simbolo che doveva soppiantare il crocifisso e la stella di David.»
«Hari krishna strafatti di steroidi», borbottò Monk.
«C’è poco da scherzare. I nazisti avevano capito il potere intrinseco delle idee. Un potere più grande di qualsiasi arma. Lo usarono per soggiogare un’intera nazione, facendole il lavaggio del cervello.»
Un fulmine illuminò la sala alle loro spalle, seguito ben presto da un rombo di tuono che rimescolava le viscere. Le luci tremolarono.
Si fermarono.
«Un solo squittio di pipistrello», bisbigliò Monk. «Anche un pipistrello minuscolo…»
Le luci brillarono più forte, poi si stabilizzarono. I quattro proseguirono. Il breve corridoio terminava con una porta a vetri sbarrata, oltre la quale c’era una sala più grande.
«La Obergruppenführersaal.» Ulmstrom tirò fuori un pesante mazzo di chiavi e aprì la porta. «Il sancta sanctorum del castello. I normali visitatori non vi possono accedere, ma penso che voi possiate apprezzarla.»
Tenne la porta aperta, facendoli entrare l’uno dietro l’altro. La pioggia sferzava le finestre, disposte lungo la circonferenza della sala.
«Himmler costruì questa sala circolare per riprodurre quella di re Artù a Camelot. Fece persino piazzare un massiccio tavolo rotondo di quercia al centro. Era qui che radunava i dodici ufficiali principali del suo Ordine Nero, per assemblee e rituali.»
«Che cos’è quest’Ordine Nero?» chiese Monk.
«Era un altro nome delle SS. Per essere più precisi, der Schwarze Auftrag, l’Ordine Nero, era il nome dato alla cerchia ristretta dei seguaci di Himmler, un comitato segreto che aveva le proprie radici nella società occulta di Thule.»
Di nuovo la società di Thule. Himmler era membro di quel gruppo, come il bisnonno di Ryan. Gray rifletté su quel collegamento. Un gruppo segreto di occultisti e scienziati che credeva in una razza superiore che un tempo aveva dominato il mondo e che sarebbe tornata a farlo.
Il direttore proseguì: «Himmler credeva che questa sala e la torre fossero il centro spirituale e geografico del nuovo mondo ariano».
«Perché qui?» chiese Gray.
Ulmstrom scrollò le spalle e si portò al centro della stanza. «In questa regione i teutoni sconfissero i romani in una battaglia cruciale per la storia germanica.»
Gray aveva sentito un racconto analogo dal padre di Ryan.
«Ma i motivi possono essere molti, da queste parti le leggende abbondano. Qui vicino c’è un gruppo di monoliti preistorici simili a Stonehenge, si chiama Externsteine. Alcuni sostengono che sorga sulle radici dell’albero del mondo norreno, lo Yggdrasil. E poi, naturalmente, c’erano le streghe.»
«Quelle che furono uccise proprio in questo castello», aggiunse Gray.
«Himmler credeva, forse a ragione, che quelle donne fossero state massacrate perché erano pagane e praticavano rituali nordici. Ai suoi occhi il fatto che il loro sangue fosse stato versato qui non faceva altro che consacrare questa terra.»
«È proprio vero quello che dicono gli agenti immobiliari, allora», borbottò Monk. «Tutto dipende dalla posizione.»
«Qualunque sia il motivo, questo è lo scopo ultimo di Wewelsburg», disse Ulmstrom, indicando il pavimento.
Nella semioscurità, c’era un disegno realizzato con mattonelle verde scuro su sfondo bianco. Somigliava a un sole con dodici raggi a forma di saetta.
«Die schwarze Sonne, il Sole Nero.» Ulmstrom girò attorno alla circonferenza. «Anche questo simbolo affonda le radici in numerosi miti, ma per i nazisti rappresentava la terra dalla quale discendeva il Padre di tutte le cose. Una terra chiamata con molti nomi diversi: Thule, Iperborea, Agartha. In ultima analisi, il simbolo rappresenta il sole sotto il quale sarebbe rinata la razza ariana.»
«Il ritorno al Padre di tutte le cose», commentò Gray, ripensando alla Menschrune.
«Quello era l’obiettivo ultimo dei nazisti, o almeno di Himmler e del suo Ordine Nero: far ritornare il popolo tedesco al proprio status divino. Perciò Himmler scelse questo simbolo per rappresentare l’ordine.»
Gray cominciava a intuire il tipo di ricerca in cui Hugo poteva essere stato coinvolto. Un biologo originario di Wewelsburg. Forse era implicato in una forma distorta del progetto Lebensborn, una specie di programma eugenetico? Ma perché qualcuno avrebbe continuato a uccidere per un programma del genere? Qual era la scoperta di Hugo che secondo lui doveva rimanere segreta, nascosta in codice nei libri di famiglia?
Gray ripensò il passaggio della lettera scritta da Hugo alla figlia, poco prima di morire. Accennava a un segreto, una verità troppo bella per lasciarla morire e troppo mostruosa per essere rivelata. Che cosa aveva scoperto? Che cosa voleva nascondere ai suoi superiori nazisti?
Un altro lampo filtrò attraverso le finestre. Il simbolo del Sole Nero brillò. Le luci elettriche tremolarono, mentre il riverbero del tuono scuoteva il castello abbarbicato sulla collina. Non era il posto migliore in cui stare durante un temporale.
Come a volerlo confermare, l’illuminazione divenne più intensa, poi si spense del tutto.
Ma la luce fievole che penetrava dalle finestre consentiva ancora di vedere qualcosa. Si sentirono alcune grida in lontananza. Più vicino, ci fu un forte clangore. Tutti gli sguardi si diressero verso l’origine di quel suono.
La porta della sala si era chiusa, sbattendo. Gray poggiò la mano sull’impugnatura della pistola, nella fondina sotto il maglione.
«Un blocco di sicurezza», li rassicurò Ulmstrom. «Nulla da temere. I generatori di riserva dovrebbero…»
Le lampade tremolarono, poi si riaccesero.
«Ah, ecco qua. Es tut mir leid», si scusò il direttore. «Da questa parte.» Li condusse di nuovo alla porta di sicurezza, ma, anziché dirigersi verso la sala principale, puntò verso una scalinata laterale. Evidentemente il tour non era finito. «Penso che potreste trovare particolarmente interessante anche un’altra sala, dato che vi è rappresentata la Menschrune che avete visto nella Bibbia.»
Sentirono un rumore di passi che si avvicinavano rapidamente.
Gray si voltò, rendendosi conto di avere ancora la mano sulla pistola. Ma non c’era motivo di sfoderarla. Ryan camminava di gran lena verso di loro, tenendo stretta una busta marrone imbottita. Lanciò una serie di occhiate rapide attorno a sé, evidentemente allarmato dal breve blackout. «Ich glaube…» Si schiarì la voce. «Ho tutte le carte, compresa la lettera indirizzata alla mia prozia, Tola.»
Monk prese la busta. «Ora possiamo levarci dalle scatole.»
Forse era il caso. Gray diede un’occhiata al dottor Ulmstrom, fermo in cima a una rampa di scale che scendeva a un livello inferiore.
Il curatore fece un passo verso di loro. «Se andate di fretta…»
«Non si preoccupi. Che cosa stava dicendo della Menschrune?» Sarebbe stato sciocco andarsene senza esplorare appieno la questione.
Ulmstrom indicò le scale. «Giù c’è l’unica stanza dell’intero castello in cui si trova la Menschrune. Naturalmente la presenza di questa runa ha senso soltanto considerando…»
«Considerando cosa?»
Ulmstrom sospirò, guardando l’orologio. «Venite. Dovrò fare alla svelta, in ogni caso.» Si voltò e cominciò a scendere le scale.
Gray fece cenno a Fiona e Ryan di seguirlo.
Monk strizzò gli occhi quando passò davanti a Gray. «È ora di andare…»
Gray capiva l’impazienza dell’amico. Prima il falso allarme con la Mercedes, poi il blackout. Ma non era successo nulla e lui non voleva sprecare l’opportunità di scoprire qualcosa di più sulla runa della Bibbia e sui collegamenti alla storia di quel luogo.
La voce di Ulmstrom lo raggiunse mentre scendeva le scale. Gli altri erano arrivati al pianerottolo inferiore. «Questa sala è direttamente sotto la Obergruppenführersaal.»
Gray si unì agli altri nel momento in cui il curatore apriva una porta identica a quella del piano superiore, anch’essa sbarrata e sigillata da una spessa lastra di vetro. Ulmstrom tenne aperta la porta ed entrò dopo gli altri.
Anche quella stanza era circolare, ma non aveva finestre. Era illuminata dalla luce fioca di alcune lampade a muro. Dodici colonne di granito erano disposte lungo la circonferenza, a sostenere un soffitto a cupola. Al centro della cupola era stata dipinta una svastica rovesciata.
«Questa è la cripta del castello», spiegò Ulmstrom. «Notate il pozzo al centro della stanza. È lì che veniva bruciato, con un cerimoniale, il blasone degli ufficiali delle SS caduti.»
Gray aveva individuato subito il pozzo di pietra, posto direttamente sotto la svastica sul soffitto.
«Stando vicino al pozzo e guardando le pareti, si vedono le Menschrunen che vi sono raffigurate.»
Gray si avvicinò e seguì le istruzioni. Le rune erano state incise nelle pareti di pietra, in corrispondenza dei punti cardinali. Gray capì finalmente l’osservazione fatta da Ulmstrom poco prima: La presenza di questa runa ha senso soltanto considerando…
Le rune erano tutte rovesciate.
Totenrunen. Rune di morte.
Un forte clangore, identico a quello di poco prima, risuonò nella stanza. Ma, a differenza di prima, non c’era stato nessun blackout. Gray si girò, rendendosi conto dell’errore. La curiosità gli aveva fatto abbassare la guardia.
Il dottor Ulmstrom non si era mai allontanato dalla porta, poi era uscito e aveva fatto scattare la serratura. Parlando ad alta voce attraverso la spessa lastra di vetro, senza dubbio antiproiettile, disse: «Adesso capirete il vero significato della Totenrune».
Quindi ci fu uno schiocco sonoro. Le lampade si spensero. Senza finestre, la stanza piombò nell’assoluta oscurità.
Rimasero tutti in silenzio, scioccati. Poi sopraggiunse un nuovo suono: un sibilo feroce.
Ma non proveniva da un serpente.
Gray lo sentì sulla lingua.
Gas.
Himalaya,
ore 13.38
I tre elicotteri si allargarono a ventaglio per sferrare l’attacco.
Painter studiava i velivoli in avvicinamento con un binocolo. Si era slacciato la cintura di sicurezza ed era sgattaiolato sul sedile del copilota. Riconobbe i mezzi nemici: Eurocopter Tiger, elicotteri di peso medio, equipaggiati con gun pod e missili aria-aria.
«Avete qualche arma montata sull’elicottero?» chiese Painter.
«Nein.»
Azionando i pedali del timone, Gunther fece girare l’elicottero, allontanandosi dagli avversari. Poi piegò il muso in avanti, accelerando. La loro unica contromisura era l’agilità. L’A-Star, più leggero e non appesantito dagli armamenti, era più veloce e manovrabile. Ma anche quel vantaggio era limitato.
Painter sapeva dove stava andando Gunther. Aveva studiato a fondo le cartine della regione. Il confine con la Cina era a meno di cinquanta chilometri.
Se i loro aggressori non fossero riusciti a eliminarli, avrebbero fatto comunque la stessa fine per aver invaso lo spazio aereo cinese. Con le tensioni in corso tra il governo nepalese e i ribelli maoisti, il confine era sotto stretta sorveglianza. Erano tra l’incudine e il martello.
«Missile!» gridò Anna dal sedile posteriore, guardando indietro.
Ancora prima che finisse di parlare, una scia sibilante di fuoco e fumo li superò a sinistra, mancandoli di qualche metro appena. Il missile esplose contro un costone ghiacciato davanti a loro. Un grosso blocco di roccia si staccò e scivolò via.
Gunther inclinò l’elicottero su un fianco e accelerò, scansando la pioggia di macerie. Puntò verso il basso e s’infilò a tutta velocità tra due creste. Così erano temporaneamente fuori tiro.
«Proviamo ad atterrare e a scappare a piedi», propose Anna.
Painter scosse la testa, gridando per farsi sentire sopra il rumore del motore: «Conosco quei Tiger. Hanno gli infrarossi, la traccia del nostro calore corporeo ci smaschererebbe. Dopodiché non potremmo sfuggire ai loro proiettili».
«E allora che facciamo?»
Painter aveva ancora fitte terribili alla testa. Il suo campo visivo si era ridotto a un fascio sottilissimo.
Fu Lisa a rispondere, sporgendosi in avanti, con lo sguardo sulla bussola. «L’Everest.»
«Cosa?»
Indicò la bussola con un cenno del capo. «Stiamo puntando dritti sull’Everest. E se atterrassimo lì e ci perdessimo nella folla degli alpinisti?»
Painter rifletté su quel piano. Nascondersi in piena vista.
«La tormenta ha fatto ritardare le ascensioni», proseguì Lisa. «Quando sono venuta via c’erano circa duecento persone in attesa di salire, tra cui anche alcuni soldati nepalesi. Forse ce ne saranno ancora di più, dopo l’incendio al monastero.»
Lisa lanciò un’occhiata ad Anna. Painter interpretò la sua espressione: stavano lottando per sopravvivere accanto al nemico che aveva incendiato quel monastero. Ma adesso c’era un avversario più pericoloso che li minacciava. Se da una parte Anna aveva compiuto azioni imperdonabili, l’altra fazione l’aveva costretta ad agire, mettendo in moto la catena di eventi che li aveva condotti fin lì.
Painter sapeva che non sarebbe finita. Era soltanto l’inizio, un attacco simulato allo scopo di fuorviarli. Cera qualcosa di mostruoso in corso. Le parole di Anna gli echeggiarono nella testa dolorante: Dobbiamo fermarli.
«Con tutti i telefoni satellitari e le telecamere che trasmettono dal campo base, non oseranno attaccare», concluse Lisa.
«Speriamo», replicò Painter. «Altrimenti metteremo in pericolo molte vite.» Sapeva che il fratello di Lisa era al campo base.
Lei lo guardò. «Dobbiamo correre il rischio, è troppo importante.» Evidentemente era arrivata alla stessa conclusione cui era giunto anche lui un istante prima. «Bisogna che qualcuno sappia cosa sta succedendo.»
Painter si guardò attorno nell’abitacolo.
Anna indicò la parete che avevano di fronte. «Si fa prima a passare sopra la spalla dell’Everest per arrivare dall’altra parte, piuttosto che girarci attorno.»
«Perciò dirigiamo verso il campo base?» chiese Painter.
Erano tutti d’accordo.
Ma gli altri no.
Un elicottero superò la cresta rombando e passò sopra di loro, sfiorando i loro rotori coi pattini d’atterraggio. L’intruso sembrò sorpreso di ritrovarseli lì. Con un’improvvisa piroetta, il Tiger prese quota.
In ogni caso, li avevano scovati.
Painter pregò che gli altri due elicotteri fossero andati a cercarli più lontano, ma d’altra parte un Tiger bastava e avanzava.
Il disarmato A-Star s’infilò in un canalone più ampio, una conca piena di neve e ghiaccio. Non c’era riparo. Il pilota del Tiger reagì rapidamente, tuffandosi all’inseguimento.
Gunther accelerò e aumentò l’inclinazione delle pale, tentando uno sprint a tutta velocità. Forse avrebbero distanziato il più pesante Tiger, ma non i suoi missili. Come a confermarlo, il Tiger lanciato in picchiata mise in azione i gun pod, sputando fuoco e bucherellando la neve.
«Così non riuscirai mai a seminare quel bastardo!» gridò Painter, puntando il pollice verso l’alto. «Cambia direzione!»
Gunther gli lanciò un’occhiata alquanto perplessa.
«Lui è più pesante», spiegò Painter, gesticolando. «Noi possiamo salire a una quota più alta, dove non ci può seguire.»
Gunther annuì e tirò indietro il collettivo, trasformando il movimento da orizzontale a verticale. L’elicottero si scagliò verso il cielo.
Il Tiger fu sorpreso da quella manovra ed esitò un istante prima di seguirli, salendo a spirale.
Painter controllò l’altimetro. Il record mondiale di quota per un elicottero era stato raggiunto da un A-Star alleggerito, atterrato in cima all’Everest. Non c’era bisogno che salissero così in alto. Appesantito dagli armamenti, il Tiger cominciò a perdere colpi quando superarono la soglia dei seimila settecento metri. I rotori giravano inutilmente nell’aria rarefatta, rendendo difficile controllare imbardate e rollio e impossibile impostare una posizione d’attacco per lanciare i missili.
Nel frattempo, il loro velivolo continuava a salire, portandoli al sicuro.
Ma non potevano rimanere lassù per sempre.
Ciò che saliva doveva anche scendere, prima o poi. E l’aggressore li aspettava più giù, facendo la ronda come uno squalo. Non doveva far altro che tenerli d’occhio. Painter vide gli altri due Tiger che si dirigevano verso di loro, convocati per la caccia: un branco che stringeva il cerchio attorno alla preda ferita.
«Sali sopra l’elicottero», disse Painter.
Gunther aveva sempre la fronte corrugata, ma obbedì.
Painter si voltò verso Anna e Lisa. «Guardate fuori dai finestrini laterali. Fatemi sapere quando il Tiger è direttamente sotto di noi.»
Entrambe risposero con un cenno di assenso.
Painter concentrò l’attenzione sulla leva che aveva davanti.
«Ci siamo quasi!» gridò Lisa.
«Adesso!» esclamò Anna, un secondo dopo.
Painter tirò forte la leva che controllava l’argano nel carrello dell’elicottero. Painter aveva usato la corda e l’imbracatura poco prima. Ma in quel momento non stava calando l’imbracatura: la leva d’emergenza che aveva tirato serviva a scaricare il gruppo dell’argano, in caso s’incastrasse.
Gunther virò per ottenere una visuale migliore e Painter si sporse per vedere se la manovra era riuscita.
L’argano colpì il Tiger, abbattendosi sui rotori. L’effetto fu devastante, quanto una bomba. Le pale si staccarono e l’elicottero si mise a girare come una trottola, rovesciandosi di lato e precipitando.
Non avendo tempo da perdere, Painter indicò la vetta bianca dell’Everest che s’innalzava di fronte a loro, velata dalle nuvole. Dovevano raggiungere il campo base, sui pendii più bassi, ma a quella quota il cielo non era più sicuro: erano inseguiti da altri due elicotteri e Painter aveva finito gli argani.
Lisa guardava gli elicotteri piombare su di loro, trasformandosi da moscerini in falchi. Era una corsa.
Gunther scese in picchiata, lasciando l’aria rarefatta. Puntava allo spazio tra l’Everest e la sua cima gemella, il Lhotse. I due monti erano collegati da una cresta nota anche come «sella sud». Dovevano superarla e mettere la montagna tra sé e gli altri. Il campo base era dall’altra parte, ai piedi della sella.
Se l’avessero raggiunto…
Lisa pensò al fratello, al suo sorriso sciocco, al ciuffo ribelle che cercava sempre di appiattire. Come le era saltato in mente di portare quella guerra al campo base, da suo fratello?
Painter confabulava con Gunther, ma il rombo del motore si mangiava le loro parole. Doveva fidarsi di Painter. Lui non avrebbe messo in pericolo inutilmente la vita di nessuno.
La sella sorgeva davanti a loro. L’Everest occupava tutto lo spazio a destra, con un pennacchio di neve che sventolava sulla cima. Il Lhotse, la quarta vetta più alta del mondo, era una parete alla loro sinistra.
Gunther aumentò l’angolo di discesa e Lisa si tenne alla cintura. Le sembrava di cadere fuori dal parabrezza. Il mondo divenne un’unica superficie di ghiaccio e neve.
Un urlo sibilante penetrò il rombo del motore.
«Missile!» gridò Anna.
Gunther tirò violentemente il collettivo. Il muso dell’elicottero s’impennò e imbardò a destra. Il missile sfrecciò sotto i loro pattini e disegnò una traccia nella cresta orientale della sella. Le fiamme si alzarono verso il cielo. Gunther schivò l’esplosione, poi scese nuovamente in picchiata.
Premendo una guancia contro il finestrino laterale, Lisa guardò indietro. I due elicotteri avevano ridotto le distanze, piegando verso di loro. Poi una parete di ghiaccio le ostruì la visuale.
«Siamo sopra la cresta!» avvertì Painter. «Tenetevi forte!»
L’elicottero si tuffò lungo il pendio della sella sud. Sotto di loro sfrecciavano neve e ghiaccio. Più avanti, comparve una cicatrice scura: il campo base.
Puntarono in quella direzione, come se volessero precipitare sulla tendopoli. Il campo diventava sempre più grande sotto di loro, crescendo di secondo in secondo, finché non si cominciarono a distinguere le bandierine cerimoniali agitate dal vento e le singole tende.
«Così ci schianteremo!» gridò Painter.
Gunther non rallentò.
Lisa sentì una preghiera, o forse un mantra, uscire dalle sue labbra: «Oh, Dio… oh, Dio… oh, Dio…»
All’ultimo momento, Gunther cambiò direzione, lottando coi comandi e col vento. L’elicottero continuò a scendere, mentre i rotori stridevano.
Sballottata di qua e di là, Lisa si aggrappò ai braccioli. Poi i pattini sbatterono forte a terra, leggermente inclinati verso il basso, sbalzandola in avanti. La cintura di sicurezza la trattenne. Il risucchio dei rotori sollevò un turbine di neve, ma alla fine l’elicottero si poggiò completamente sui pattini, in piano.
«Tutti fuori!» ordinò Painter, mentre Gunther riduceva la velocità del motore.
I portelloni si aprirono e i passeggeri rotolarono fuori.
Painter fu subito accanto a Lisa e la prese sottobraccio. Anna e Gunther li seguirono. Una massa di persone convergeva verso di loro. Lisa guardò in alto, verso la cresta della montagna. Una colonna di fumo saliva da dietro la sella, nel punto dove era caduto il missile. Dovevano averlo sentito tutti, al campo. Le tende si erano svuotate.
Furono assaliti da una ridda di voci in un miscuglio di lingue diverse.
Lisa, quasi assordata dall’elicottero, si sentiva lontanissima da tutto quanto.
Poi fu raggiunta da una voce. «Lisa!»
Si voltò. Una figura familiare, con pantaloni da neve neri e una maglia termica grigia, si fece strada tra la folla, a gomitate e spintoni.
«Josh!»
Painter le consentì di deviare in quella direzione. Ben presto, Lisa fu tra le braccia del fratello. Si strinsero forte. Lui aveva un vago odore di yak. Lisa non aveva mai sentito un odore migliore di quello.
Gunther grugnì alle loro spalle. «Pass auf!»
Un avvertimento.
Attorno a loro si levarono urla allarmate. L’attenzione si spostò come un’onda verso un punto indicato da una serie di braccia alzate.
Lisa si liberò dall’abbraccio del fratello. Un paio di elicotteri d’assalto sorvolava la sella, agitando il fumo dell’esplosione del missile. Rimanevano sospesi sul posto, come predatori letali.
Andate via, pregò Lisa, con tutta la sua volontà. Andate via e basta.
«Chi sono quelli?» chiese un’altra voce.
Lisa non ebbe bisogno di voltarsi per riconoscere Boston Bob, un errore del passato. Il suo accento e il tono sempre lamentoso lo identificavano in modo univoco. Invadente come al solito, doveva aver seguito Josh. Lisa lo ignorò.
Ma Josh doveva averla sentita irrigidirsi quando erano comparsi gli elicotteri. «Lisa…»
Lei scosse la testa, gli occhi fissi al cielo. Le serviva tutta la concentrazione possibile per scacciarli via.
Ma furono sforzi vani.
Entrambi gli elicotteri puntarono giù per il pendio, verso di loro, sputando fuoco dal muso. Neve e ghiaccio saltavano in aria, in linee parallele di morte, che bucherellavano la roccia, puntando direttamente sul campo base.
«No…» gemette Lisa.
Boston Bob gridò, mentre arretrava: «Che diavolo avete fatto?»
La folla, esterrefatta e immobile per un istante, improvvisamente eruppe in grida e urla, disperdendosi in tutte le direzioni.
Painter prese l’altro braccio di Lisa e la trascinò via, portandosi dietro anche Josh. Ma non c’era nessun nascondiglio.
«Una radio!» gridò Painter a Josh. «Dove troviamo una radio?»
Il fratello di Lisa si limitò a guardare il cielo in silenzio.
Lei lo strattonò, attirando la sua attenzione. «Josh, dobbiamo trovare una radio.» Aveva capito a cosa pensava Painter. Perlomeno dovevano far sapere al resto del mondo quello che era successo.
Josh indicò una grande tenda rossa. «Da questa parte… Hanno allestito una rete di comunicazione d’emergenza, dopo l’attacco dei ribelli al monastero.»
Si precipitarono in quella direzione.
Lisa notò che Boston Bob li seguiva, guardandosi le spalle, percependo l’autorità che emanava Paitner. O forse era il fucile d’assalto di Gunther. Il tedesco aveva caricato un’altra granata nel lanciarazzi. Era pronto a un ultimo atto di resistenza, mentre loro tentavano di inviare un appello via radio.
Ma, prima che potessero raggiungere la tenda, Painter gridò: «Giù!» e gettò a terra Lisa.
Tutti seguirono il suo esempio, anche se Josh dovette afferrare Boston Bob per le gambe per farlo cadere.
Un nuovo, strano rumore echeggiò tra le montagne. Painter scandagliò il cielo.
«Che cosa…» chiese Lisa.
«Aspetta», disse Painter, perplesso.
Poi, sopra la spalla del Lhotse, comparvero due jet militari, che solcavano il cielo a tutta velocità, tracciando scie parallele. Sputavano fuoco da sotto le ali.
Missili.
Ma il loro obiettivo non era la base. I jet sfrecciarono sulle loro teste con un rombo assordante e salirono rapidamente di quota.
I due elicotteri d’assalto vennero colpiti dai missili termici, riversando sulla neve una pioggia di fuoco e rottami. Ma nemmeno una scheggia arrivò fino al campo.
Painter si rimise in piedi, poi aiutò Lisa ad alzarsi. Gli altri fecero altrettanto.
Boston Bob si fece avanti, facendo il prepotente con Lisa. «Che diavolo era quel casino? Che merda ci hai scaricato addosso?»
Lisa fece per andarsene. Come le era venuto in mente di andare a letto con quel tipo, a Seattle? Era come se fosse stata un’altra donna a farlo.
«E non mi voltare le spalle, puttana!»
Lisa si girò, col pugno chiuso, ma non ce ne fu bisogno. Ci aveva già pensato Painter. Caricò il braccio e mollò un diretto in faccia a quell’uomo. Lisa sapeva che cos’era un colpo da KO, ma non ne aveva mai visto uno dal vivo. Boston Bob cadde all’indietro, dritto come un fuso, e si schiantò al suolo. Non si rialzò. Rimase lungo disteso, col naso rotto, privo di sensi.
Painter scrollò la mano, trasalendo.
Josh restò a guardare a bocca aperta, poi sorrise. «Ragazzi, è da una settimana che non vedevo l’ora di farlo.»
Prima che qualcuno potesse aggiungere qualcosa, un uomo dai capelli biondo-rossicci uscì dalla tenda. Indossava un’uniforme militare. Degli Stati Uniti.
Si avvicinò al gruppetto, posando lo sguardo su Painter. «Direttore Crowe?» chiese, con l’accento strascicato della Georgia, tendendo una mano.
Painter accettò la stretta di mano, con una smorfia di dolore per la pressione sulle nocche contuse.
«Logan Gregory le manda i suoi saluti, signore.» Con un cenno del capo, l’uomo indicò i resti degli elicotteri esplosi.
«Meglio tardi che mai.»
«Lo abbiamo in linea. Se mi vuole seguire.»
Painter accompagnò l’ufficiale dell’Air Force, il maggiore Brooks, verso la tenda. Lisa cercò di seguirli, assieme ad Anna e Gunther, ma il maggiore sollevò una mano per fermarli.
«Torno subito», li rassicurò Painter, entrando nella tenda.
All’interno c’era un vasto assortimento di apparecchiature. Un radiotelegrafista si allontanò da una stazione per le telecomunicazioni satellitari e Painter prese il suo posto.
«Logan?»
La voce gli giunse chiara. «Direttore Crowe, è meraviglioso sentire che sta bene.»
«Penso di dover ringraziare lei per questo.»
«Abbiamo ricevuto il suo SOS.»
Perciò il suo messaggio era arrivato a destinazione. Per fortuna il segnale GPS era stato inviato prima che l’amplificatore sovraccarico esplodesse. Evidentemente era stato sufficiente per consentire la loro localizzazione.
«Abbiamo dovuto lavorare alla svelta per attivare la sorveglianza e coordinarci con l’esercito reale nepalese», spiegò Logan. «E comunque ce l’abbiamo fatta per un soffio.»
Ovviamente Logan aveva monitorato l’intera situazione via satellite, forse già dal momento in cui erano fuggiti dal castello.
Ma i dettagli potevano attendere, Painter aveva preoccupazioni più importanti. «Logan, prima che faccia un rapporto completo, ho bisogno che lei avvii una ricerca. Le faxerò un simbolo, un tatuaggio.» Painter mimò il gesto di scrivere su un blocco, rivolgendosi al maggiore Brooks. Gli furono portati carta e penna. Disegnò rapidamente il simbolo che aveva visto sulla mano dell’assassina: era l’unico indizio che avevano. «Cominci immediatamente. Veda se riesce a scoprire se qualche organizzazione terroristica, partito politico, cartello del narcotraffico, o addirittura un reparto di Boy Scout ha qualche legame con questo simbolo.»
«Mi metto subito al lavoro.»
Completato uno schizzo approssimativo del tatuaggio a forma di quadrifoglio, Painter lo passò al radiotelegrafista.
Mentre il fax veniva trasmesso, Painter riferì in breve che cosa era accaduto. Fu grato a Logan perché non lo interruppe per fare domande.
«Il fax è già arrivato?» chiese Painter dopo qualche minuto.
«Lo sto prendendo in mano in questo momento.»
«Perfetto. Questa ricerca ha la massima priorità.»
Seguì una lunga pausa. Painter pensò che avessero perso il segnale, poi Logan ricominciò a parlare, esitante, confuso. «Signore…»
«Che c’è?»
«Conosco questo simbolo. Grayson Pierce me l’ha mandato otto ore fa.»
«Come?»
Logan riferì gli eventi di Copenhagen. Painter faceva fatica a dare un senso a tutto quanto. Conclusa la fuga, l’adrenalina stava svanendo e il dolore martellante alla testa lo confondeva e lo deconcentrava. Si sforzò di mettere assieme i pezzi del puzzle. Gli stessi assassini erano alle costole di Gray, Sonnenkönige nati sotto una Campana straniera. Ma che cosa ci facevano in Europa? Che cosa c’era di così importante in qualche libro? Gray era in Germania a proseguire le indagini, cercando di scoprire qualcosa di più.
Painter chiuse gli occhi. Il mal di testa peggiorò ulteriormente. Gli attentati in Europa confermavano ancora una volta che era in atto qualcosa di grosso. E forse che il piano stava per arrivare a compimento.
Ma quale?
Avevano soltanto un punto di partenza, un unico indizio. «Quel simbolo deve essere importante. Dobbiamo scoprire a chi appartiene.»
Logan rispose, in tono asciutto: «Forse ho la risposta».
«Come? Di già?»
«Ho avuto otto ore, signore.»
Giusto. Painter scosse la testa. Diede un’occhiata alla penna che aveva in mano, poi notò qualcosa di strano. Girò la mano: l’unghia del mignolo era scomparsa, si era staccata, forse quando aveva preso a pugni lo stronzo, qualche minuto prima. Non c’era sangue, soltanto carne asciutta, pallida, insensibile e fredda.
Painter sapeva bene cosa significava.
Il tempo stringeva.
Logan spiegò ciò che aveva scoperto. Painter lo interruppe: «Ha già dato queste informazioni a Gray?»
«Non ancora, signore. Abbiamo difficoltà a raggiungerlo in questo momento.»
«Si metta in contatto con lui, subito. Gray non ha idea di chi ha di fronte.»
Wewelsburg, Germania,
ore 09.50
La cripta s’illuminò: Monk aveva acceso una torcia. Gray cercò la propria nello zaino, l’accese e la puntò verso l’alto. Lungo il bordo della cupola c’erano piccole bocche di aerazione. Ne sgorgava un gas verdognolo, più pesante dell’aria, creando cascate di fumo. Le bocche di aerazione erano troppo in alto e troppo numerose per poterle bloccare.
Fiona gli si avvicinò. Ryan era dal lato opposto del pozzo, con le braccia strette al petto, incredulo.
Un movimento attirò l’attenzione di Gray. Monk aveva estratto la sua Glock da 9mm e l’aveva puntata alla porta a vetri.
«No!» gridò Gray.
Troppo tardi. Monk aveva già premuto il grilletto.
Il colpo di pistola echeggiò nella stanza, accompagnato da un acuto ping: il proiettile rimbalzò sul vetro e colpì una delle bocche di aerazione d’acciaio, facendo scoccare una scintilla. Perlomeno il gas non sembrava infiammabile. Quella scintilla avrebbe potuto farli fuori tutti.
Monk se ne rese conto. «Antiproiettile.»
«Abbiamo dovuto installare sistemi di sicurezza aggiuntivi», confermò il curatore. «Troppi neonazisti cercavano di intrufolarsi qui dentro.» Il riflesso delle torce sul vetro nascondeva la posizione dell’uomo.
«Bastardo…» borbottò Monk.
Il gas cominciò a riempire i livelli più bassi. Aveva un odore dolciastro e stantio, ma un sapore pungente. Non era cianuro, quantomeno. Quello profumava di mandorle.
«Restate in piedi», disse Gray. «Tenete la testa alta e venite al centro della stanza, lontano dalle bocche di aerazione.»
Si raccolsero attorno al pozzo cerimoniale. Fiona gli prese la mano e la strinse forte. Poi sollevò l’altra mano: «Gli ho sgraffignato il portafogli, sempre che serva a qualcosa».
«Fantastico», ironizzò Monk. «Non potevi rubargli le chiavi?»
Ryan gridò, in tedesco: «Mio padre sa che siamo qui! Chiamerà la polizia!»
Gray dovette riconoscere che il giovane stava facendo del suo meglio.
Gli rispose una nuova voce, senza volto, dietro il riflesso nel vetro. «Temo che suo padre non chiamerà nessuno, mai più.» La frase non fu pronunciata in tono minaccioso, era una semplice constatazione.
Ryan fece un passo indietro, come se l’avessero colpito fisicamente. Lanciò un’occhiata a Gray, poi guardò di nuovo verso la porta.
Gray riconobbe quella voce. Anche Fiona. Gli strinse la mano ancora più forte. Era il compratore col tatuaggio, quello che avevano visto alla casa d’aste.
«Non potrete usare nessuno dei vostri trucchi questa volta», disse l’uomo. «Non avete scampo.»
Gray cominciava a sentirsi intontito. Scosse il capo, cercando di schiarirsi le idee. Quell’uomo aveva ragione, non potevano fuggire. Ma ciò non significava che fossero indifesi.
Sapere è potere.
Gray si voltò verso Monk. «Prendi l’accendino.»
Mentre l’amico obbediva, Gray estrasse dallo zaino il taccuino e lo gettò nel pozzo. «Monk, butta le fotocopie di Ryan; Fiona, la Bibbia, per favore.»
Obbedirono entrambi.
«Accendi», disse Gray.
Monk fece scattare l’accendino e appiccò il fuoco a una delle fotocopie appena fatte da Ryan, poi la gettò nel pozzo. In pochi secondi, si levarono fiamme e fumo. Sembrava persino che la colonna di fumo respingesse momentaneamente il gas, o almeno così Gray sperava. Gli girava la testa.
Sentì le persone al di là della porta borbottare qualcosa, senza distinguere le parole.
Gray sollevò la Bibbia di Darwin. «Soltanto noi conosciamo il segreto nascosto in questo libro!»
L’assassino dai capelli biondo platino, ancora invisibile dietro il vetro, rispose, vagamente divertito: «Il dottor Ulmstrom ha visto tutto ciò che volevamo sapere: la Menschrune. Ormai la Bibbia non ha più nessun valore per noi».
«Davvero?» Gray mostrò il libro, illuminandolo con la torcia. «Abbiamo mostrato a Ulmstrom soltanto ciò che Hugo Hirszfeld ha scritto sulla terza di copertina, ma non quello che ha scritto sul davanti!»
Ci fu un momento di silenzio, poi ancora qualche mormorio furtivo. A Gray sembrò di sentire la voce di una donna, forse la diafana gemella dell’uomo.
Ulmstrom pronunciò un chiaro nein ad alta voce, in tono difensivo.
Fiona incespicò accanto a Gray: le cedevano le ginocchia. Monk l’afferrò, tenendole la testa sollevata oltre il livello crescente del gas velenoso. Ma anche lui barcollava.
Gray non poteva più aspettare.
Spense la torcia per ottenere un effetto drammatico e lasciò cadere la Bibbia nel fuoco. Le vecchie pagine presero fuoco immediatamente, facendo divampare le fiamme. Un nuovo filo di fumo cominciò a fluire verso l’alto.
Gray fece un respiro profondo, mettendo tutta la convinzione possibile nella voce: doveva vendere bene quella menzogna. «Il segreto della Bibbia di Darwin morirà con noi!»
Aspettò, pregando che lo stratagemma funzionasse.
Un secondo… due…
Il gas continuava a salire. Ogni respiro era soffocato sul nascere.
Ryan crollò improvvisamente, come se qualcuno avesse tagliato i fili che lo tenevano in piedi. Monk cercò di afferrargli un braccio, ma cadde in ginocchio, appesantito da Fiona. Non si rialzò, anzi si accasciò, trascinando con sé la ragazza.
Gray fissava la porta scura. La torcia gli scivolò dalle dita ormai inerti, rotolando via. C’era ancora qualcuno là fuori?
Non l’avrebbe mai scoperto.
Il mondo scompariva lentamente, finché Gray non fu avvolto dall’oscurità.
Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,
ore 17.30
A migliaia di chilometri di distanza, un altro uomo si risvegliò.
Il mondo ricomparve, in un marasma di dolore e di colori. Sbattendo le palpebre, aprì gli occhi, per ritrovarsi qualcosa che gli svolazzava sul viso: le ali di un uccello. Un canto gli riempì le orecchie.
«Si sveglia», disse qualcuno, in lingua zulù.
«Khamisi…» disse una voce di donna.
L’uomo impiegò qualche istante per collegare quel nome a se stesso. Sentì un lamento: era la sua voce.
«Aiutalo a mettersi seduto», disse la donna. Parlava anche lei zulù, ma aveva un familiare accento britannico.
Khamisi si accorse che lo sollevavano e si ritrovò seduto, floscio, sostenuto da qualche cuscino. La vista si stabilizzò. La stanza, una casupola di mattoni di fango, era buia, ma dai bordi delle tende alle finestre e di un tappeto appeso alla porta penetravano dolorosi dardi di luce. Il soffitto era ornato con zucche colorate, trecce di cuoio e piume. La stanza era impregnata di odori strani e nauseanti. Gli fu sventolato sotto il naso qualcosa che puzzava di ammoniaca. Gettò la testa all’indietro e si agitò convulsamente. Si accorse che il braccio destro trascinava il tubo di una flebo. Aveva le braccia bloccate.
Da un lato, lo sciamano a torso nudo, con una corona di piume in testa, lo teneva fermo per una spalla. Era lui che cantava e che aveva sventolato un’ala essiccata di avvoltoio, per scacciare i mangiatori di morte.
Dall’altro lato, la dottoressa Paula Kane gli aveva preso il braccio e lo stava appoggiando sulla coperta.
Era nudo e il sudore gli aveva appiccicato la stoffa alla pelle. «Dove… cosa…»
«Acqua», ordinò Paula.
La terza persona nella stanza, un anziano zulù ingobbito, obbedì, passandole una borraccia ammaccata.
«Riesci a tenerla?» chiese la dottoressa.
Khamisi annuì, sentendo le forze ritornare piano piano. Prese la borraccia e sorseggiò l’acqua tiepida, che gli sciolse la lingua impastata e i ricordi. L’anziano che aveva portato la borraccia… l’aveva visto a casa sua!
Il cuore cominciò a battergli più forte. Trascinandosi dietro il tubicino dell’endovenosa, si portò l’altra mano al collo. C’era una benda. Ricordava tutto quanto. La freccia, il mamba nero, la simulazione dell’attacco di un serpente.
«Cos’è successo?»
Il vecchio colmò le lacune della sua memoria. Era l’anziano che per primo aveva riferito di aver visto un ukufa nel parco, cinque mesi prima. All’epoca, non era stato preso sul serio, nemmeno da Khamisi. «Ho sentito quello è successo a signora dottoressa», disse, facendo un cenno di solidarietà e condoglianze a Paula. «E ho sentito quello tu hai visto. La gente parla. Io vado casa tua, per parlare con te. Ma tu non in casa. Così aspetto. Altri vengono, allora io nascondo. Tagliano un serpente. Mamba. Magia cattiva. Io resto nascosto.»
Khamisi chiuse gli occhi. Era arrivato a casa, era stato punto e dato per morto. Ma i suoi aggressori non sapevano dell’uomo nascosto sul retro.
«Io vengo fuori», proseguì l’anziano. «Chiamo altri. In segreto, noi portiamo te via.»
Paula concluse il racconto: «Ti abbiamo portato qui. Il veleno ti ha quasi ucciso, ma la medicina, quella moderna e quella antica, ti ha salvato. Per un soffio».
Khamisi guardò la flebo e lo sciamano. «Grazie.»
«Ti senti abbastanza in forze per camminare? Dovresti mettere in movimento gli arti. Per la circolazione sanguigna il veleno è come un carico di mattoni.»
Assistito dallo sciamano, Khamisi si alzò, tenendosi pudicamente in vita la coperta fradicia. Fu accompagnato alla porta. Ai primi passi si sentiva debolissimo, ma ben presto una fragile forza gli si diffuse negli arti.
Scostarono il tappeto appeso alla porta, facendo affluire nella stanza una luce accecante e un caldo rovente. Doveva essere metà pomeriggio, pensò Khamisi. Il sole stava calando a ovest. Schermandosi gli occhi, uscì.
Riconobbe il piccolo villaggio zulù. Era ai margini della riserva di Hluhluwe-Umfolozi, non lontano da dove avevano trovato il rinocerente e la dottoressa Fairfield era stata attaccata.
Guardò Paula Kane. «È stato il sovrintendente.» Non aveva dubbi. «Voleva mettermi a tacere.»
«Perché non raccontassi come è morta Marcia.»
Lui annuì.
«Che cosa hai…»
La donna fu interrotta dal rumore di un elicottero bimotore che sfrecciò a bassa quota sopra le loro teste. Il turbinio dell’elica sferzò i cespugli e i rami degli alberi. I tappeti alle porte sventolavano, come se cercassero di scacciare l’intruso.
Il pesante velivolo sfrecciò via, volando radente alla savana.
Khamisi lo guardò. Non era un giro turistico.
Accanto a lui, Paula aveva impugnato un binocolo Bushneil e stava seguendo i movimenti dell’elicottero. Dopo essersi allontanato ancora un po’, si preparò ad atterrare. Khamisi fece qualche passo per vedere meglio.
Paula gli passò il binocolo. «È tutto il giorno che vanno e vengono.»
Khamisi vide il bimotore scendere dietro una recinzione nera alta tre metri. Segnava il confine della tenuta privata dei Waalenberg.
«Qualcosa li ha messi in agitazione», commentò Paula.
Ma Khamisi aveva notato qualcosa. Mise a fuoco la recinzione e riconobbe l’antico emblema della famiglia, apposto sul cancello d’ingresso in filigrana d’argento: la corona e la croce dei Waalenberg.