EPILOGO

Wroclaw, Polonia,

ore 18.45


Era in ritardo.

Mentre il sole calava all’orizzonte, Gray avanzava sul ponte verde di ghisa. La struttura attraversava il fiume Oder, una distesa piatta verde, lucente come uno specchio.

Gray guardò l’orologio. Sara sarebbe atterrata di lì a poco. Si erano dati appuntamento al caffè di fronte al loro albergo, nel centro storico. Ma prima lui aveva un altro capitolo da chiudere, un ultimo colloquio.

Una coppia di cigni neri solcava le acque sottostanti e nel cielo scorrazzavano alcuni gabbiani, che si riflettevano nel fiume. L’aria profumava di mare e dei lillà che crescevano lungo gli argini. Gray aveva iniziato la sua missione su un ponte di Copenhagen e lo terminava su un altro ponte.

Sollevò lo sguardo verso l’antica città, ornata di guglie nere, torrette con tetti di rame e campanili rinascimentali. La città di Wroclaw un tempo si chiamava Breslavia ed era una fortezza al confine tra la Germania e la Polonia. Interi quartieri erano stati rasi al suolo durante la seconda guerra mondiale, quando la Wehrmacht tedesca si era scontrata con l’Armata Rossa.

Era quello il motivo per cui Gray ci era andato.

Davanti a lui sorgeva l’Isola della Cattedrale. Le due torri gotiche della cattedrale di San Giovanni Battista, che dava il nome all’isola, fiammeggiavano nella luce del tramonto. Ma la cattedrale non era la destinazione di Gray. C’erano decine di chiese più piccole ammassate sull’isola, e quella cui era diretto si ergeva a pochi passi dal ponte.

La piccola e modesta chiesa dei Santi Pietro e Paolo era sulla sinistra, la parete posteriore che si fondeva con l’argine di mattoni del fiume. Gray vide la porticina di una carbonaia che conduceva dalla sponda rocciosa del corso d’acqua all’entrata posteriore della canonica.

Forse un certo bambino un tempo aveva giocato in quei paraggi?

Un bambino perfetto…

Gray aveva scoperto negli archivi russi desecretati di recente che il bambino era cresciuto all’orfanotrofio un tempo gestito dalla chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Molti bambini erano rimasti orfani a causa della guerra, ma Gray aveva ristretto le possibilità in base all’età, al sesso e al colore dei capelli.

L’ultimo di quei parametri era sicuramente biondo-platino.

Gray aveva anche trovato documenti relativi alla perlustrazione della città da parte dell’Armata Rossa — che aveva setacciato le montagne in cerca dei laboratori sotterranei dei nazisti — nonché alla scoperta presso la Miniera di Wenceslas. I russi avevano quasi catturato l’Obergruppenführer delle SS Jakob Sporrenberg, il nonno di Anna e Gunther, mentre metteva in salvo la Campana. Lisa aveva saputo da Anna che era proprio in quella città, proprio in quel fiume, che Tola, la figlia di Hugo, aveva affogato il bambino.

Ma l’aveva fatto davvero?

Era quell’incertezza che aveva spinto Gray e una manciata di ricercatori della Sigma a scavare in vecchi archivi, seguendo una pista ormai fredda da tempo, ricomponendo frammenti sparsi. Poi la scoperta: il diario del prete che gestiva l’orfanotrofio, che raccontava di un bambino ritrovato fra le braccia della madre morta. Lei era stata sepolta in una tomba anonima in un cimitero nelle vicinanze.

Ma il bambino era sopravvissuto. Era cresciuto lì, era entrato in seminario ed era stato istruito dallo stesso prete che l’aveva salvato, per poi diventare padre Piotr.

Gray raggiunse la porta della canonica. Aveva chiamato per fissare un appuntamento col prete sessantenne, fingendo di essere un giornalista che faceva ricerche sugli orfani di guerra per scrivere un libro. Sollevò il batacchio di ferro e lo sbatté contro l’anonima porta di assi di legno.

Sentiva dei canti provenire dalla chiesa, dove era in corso una funzione.

Dopo qualche istante, la porta si aprì.

Gray riconobbe subito l’uomo che lo salutò, perché aveva visto quel viso senza rughe e coi folti capelli bianchi con la riga in mezzo in alcune vecchie foto. Padre Piotr era vestito in modo informale, con jeans, una camicia nera, il collare bianco che ne indicava la professione e un maglione leggero abbottonato.

Parlava inglese con un forte accento polacco. «Lei dev’essere Nathan Sawyer.»

Gray annuì, sentendosi improvvisamente a disagio nel mentire a un prete. Si schiarì la voce. «Grazie per avermi concesso questa intervista.»

«Di nulla. Si accomodi, è il benvenuto.»

Padre Piotr condusse Gray lungo il corridoio della canonica, fino a una piccola stanza. Nell’angolo c’era una stufa a carbone accesa, con sopra una teiera. Il prete stava preparando il tè. Indicò una sedia a Gray che, una volta accomodatosi, tirò fuori un taccuino con una serie di domande.

Piotr versò due tazze di tè e si sedette su una vecchia e logora poltrona, coi cuscini che avevano impressa l’impronta del suo corpo. Su un tavolino, accanto a una lampada col paralume di vetro, c’erano una Bibbia e alcuni romanzi gialli consunti.

«Lei è venuto per chiedere informazioni su padre Varick, vero?» chiese l’uomo, con un sorriso dolce e genuino. «Un grand’uomo.»

Gray annuì. «E anche sulla sua vita, qui all’orfanotrofio, padre Piotr.»

Il prete sorseggiò il suo tè e fece cenno a Gray di proseguire.

Le domande non erano molto importanti, servivano soprattutto a colmare alcuni vuoti. Gray sapeva già quasi tutto della vita dell’uomo. Lo zio di Sara, Vittorio, in quanto capo dell’intelligence vaticana, aveva fornito alla Sigma un dossier completo e dettagliato su quel sacerdote.

Compresa la sua cartella clinica.

Padre Piotr aveva vissuto una vita modesta. Non c’era nulla degno di nota nella sua carriera, tranne la costante devozione al suo gregge. La sua salute, però, era eccezionale. La sua anamnesi era scarna. Da adolescente si era procurato una frattura, cadendo da un masso. Ma, a parte quello, gli esami di routine mostravano un individuo in perfetta forma. Non era imponente come Gunther o terribilmente agile come i Waalenberg. Era soltanto perfettamente sano.

Dall’intervista non emerse nulla di nuovo.

Gray chiuse il taccuino e ringraziò il prete per il tempo che gli aveva dedicato. Per completezza, si sarebbe procurato campioni di sangue e DNA alla successiva visita medica del sacerdote, sempre tramite lo zio di Sara. Ma non si aspettava che venisse fuori nulla di particolare.

Il bambino perfetto di Hugo era semplicemente un uomo onesto e premuroso, con una salute eccezionale. Forse era sufficiente per parlare di perfezione.

Mentre stava uscendo, Gray vide un puzzle non ancora finito su un tavolo, nell’angolo della stanza. «Le piacciono i puzzle?»

Padre Piotr fece un sorriso colpevole, disarmante. «Solo un hobby, per allenare la mente.»

Gray annuì e uscì. Pensò a Hugo Hirszfeld, che condivideva lo stesso interesse. Forse un’essenza immateriale del ricercatore ebreo era stata trasmessa al bambino, tramite la Campana? Mentre Gray lasciava la chiesa e si apprestava ad attraversare nuovamente il fiume, rifletté su quei collegamenti. Padri e figli. Era soltanto genetica? O c’era qualcosa di più, al livello dei quanti?

La questione non era nuova per Gray. Lui e suo padre non erano mai andati d’accordo e soltanto di recente avevano cominciato a costruire un rapporto. E poi c’erano altre questioni, preoccupanti. Come Piotr aveva ereditato la passione per i puzzle, che cosa aveva ereditato lui dal padre? Di certo non poteva negare di temere l’Alzheimer, una possibilità concreta dal punto di vista genetico, ma c’era anche qualcosa di più profondo, che riguardava il loro rapporto contrastato.

Che tipo di padre sarebbe stato, lui?

Sebbene fosse in ritardo, quell’interrogativo fece fermare di colpo Gray sul ponte.

Quell’unica domanda fu sufficiente a cambiare la sua percezione della realtà.

Ricordò le parole di Monk sull’aereo per la Germania, a proposito della sua relazione con Sara: Avresti dovuto vedere la tua faccia quando ho detto che Kat è incinta. Ti è venuta la cacarella, anche se il bambino è mio.

Era quello che lo spaventava a morte.

Che tipo di genitore sarebbe stato? Sarebbe stato uguale a suo padre?

Gray trovò la risposta nel luogo più improbabile. Una ragazza gli passò accanto: camminava spedita, rannicchiata in un maglione col cappuccio per proteggersi dal vento che spirava lungo il fiume. Pensò a Fiona. Ricordò i giorni di terrore, la mano di lei che teneva stretta la sua perché aveva bisogno di lui, anche se allo stesso tempo lo combatteva costantemente. Ricordò le sensazioni che ciò gli aveva suscitato.

Strinse forte il parapetto del ponte.

Erano state sensazioni meravigliose e voleva provarle ancora.

Quando se ne rese conto, gli sfuggì una breve risata. Non doveva per forza essere come suo padre. Se, da una parte, c’era il potenziale per seguire le sue orme, d’altra parte lui era dotato di libera volontà, di una coscienza che poteva condensare quel potenziale in una direzione o nell’altra.

Finalmente libero, attraversò il ponte, consentendo a quella realtà di far crollare lentamente altri potenziali, l’uno dopo l’altro, con un effetto domino, fino ad arrivare a un ultimo potenziale vacillante e irrisolto.

Sara.

Si diresse verso il luogo dell’appuntamento.

Lei lo stava aspettando davanti al caffè, ma non lo aveva ancora visto. Gray si fermò, colpito dalla sua bellezza. Gli capitava ogni volta. Alta e snella, fianchi, petto e collo che disegnavano curve invitanti. Sara si voltò e si accorse di lui che la fissava. Le fiorì in volto un sorriso e le brillarono gli occhi di un caldo color caramello. Si passò una mano tra i capelli scuri, un gesto quasi timido.

Chi non avrebbe voluto trascorrere il resto della propria vita con quella ragazza?

Gray la raggiunse, allungando una mano verso le sue dita. In quell’istante, si ricordò nuovamente della provocazione di Monk. Sembrava fosse passato così tanto tempo…

Moglie, mutuo, figli.

In altre parole, realtà.

Una relazione non poteva rimanere sospesa per sempre come puro potenziale. Amare e non amare allo stesso tempo. L’evoluzione non l’avrebbe sostenuta. Prima o poi doveva misurarsi con la realtà.

E così dovette fare anche Gray in quel momento.

Moglie, mutuo, figli.

Gray aveva la risposta. Era pronto per tutt’e tre le sfide. E, così, nel suo cuore cadde anche l’ultima pedina.

Amare o non amare.

L’onda o la particella.

Gray prese le dita di Sara. Lo vedeva con chiarezza, ma il risultato lo sorprese comunque. Accompagnò la donna al tavolino, notando che ad aspettarli c’erano già un piatto con alcune focaccine e due tazze fumanti di caffellatte.

La solita, premurosa Sara.

La fece accomodare e si sedette a sua volta.

La guardò negli occhi. Non riuscì a cancellare il dolore e le scuse nella sua voce, ma lasciò che risuonasse chiaramente anche la sua determinazione. «Sara, dobbiamo parlare.»

Poi vide che c’era qualcosa anche negli occhi di lei: la realtà. Due carriere, due continenti, due persone con percorsi diversi.

Lei gli strinse le dita. «Lo so.»


Padre Piotr aveva guardato il giovane attraversare il ponte. Era accanto alla porta della carbonaia, che conduceva alla cantina della canonica. Aveva aspettato che il visitatore svanisse in lontananza, poi aveva sospirato.

Un giovane simpatico, ma avvolto da fitte ombre.

Quel povero ragazzo aveva davanti a sé molto dolore. Ma così è il viaggio della vita.

Un miagolio sommesso ai suoi piedi attirò la sua attenzione. Un soriano pelle e ossa gli si strusciò contro le caviglie, con la coda dritta e gli occhi che lo guardavano colmi di attesa. Uno dei randagi di padre Varick, affidati alle sue cure. Piotr s’inginocchiò e appoggiò un piattino di avanzi su una pietra. Il gattino gli diede un’ultima strusciata, poi addentò il cibo.

Padre Piotr si accovacciò e guardò il fiume, infuocato dagli ultimi raggi del sole. Notò qualche piuma e un po’ di lanugine vicino al tallone. Un passero marrone, col collo spezzato. Uno dei molti doni che i suoi orfani gli lasciavano sulla soglia.

Scosse la testa, raccolse l’uccellino inerte tra le mani e lo accostò alle labbra. Soffiò sulle piume, facendole agitare, sollevando un’ala, che cominciò a battere, sorpresa. Dal suo palmo, il passero si alzò in volo, danzando e librandosi su nel cielo.

Piotr lo guardò per un istante, cercando di leggere qualcosa nella traiettoria disegnata dal volatile. Poi si sfregò le mani e si alzò, stiracchiandosi.

La vita rimaneva sempre un mistero meraviglioso.

Anche per lui.

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