CAPITOLO TERZO

— … zero!

La propulsione a ioni entrò in funzione. Nessun uomo avrebbe potuto stare dietro al suo pesante schermo protettivo per osservarla in attività e rimanere vivo. Non avrebbe neppure potuto ascoltarne il rombo, né percepire anche la minima vibrazione prodotta da una simile potenza. Era una macchina troppo efficiente per permettere una cosa del genere. Invece, nella cosiddetta stanza del motore, che in realtà era un centro nervoso elettronico, gli uomini udivano soltanto un debole battito delle pompe che aspiravano la massa di reazione dai serbatoi. Era una specie di pulsazione di cui si rendevano a malapena conto, intenti com’erano a controllare le misurazioni, le scritte, le immagini luminose e i segnali in codice che servivano a monitorizzare il sistema. La mano di Boris Fedoroff non si allontanava mai troppo dal principale interruttore di disinnesco. Tra lui e il capitano Telander, che si trovava sul ponte di comando, era un flusso ininterrotto di osservazioni borbottate a mezza voce. Ma per la Leonora Christine tutto ciò non era necessario. Apparecchi di gran lunga meno sofisticati di lei erano in grado di manovrarsi da soli. Ed era in effetti quanto l’astronave stava facendo. I suoi robot interni alla struttura stessa e strettamente collegati tra loro lavoravano con maggior velocità e precisione — maggior flessibilità, anche, nei limiti della loro programmazione — di quanto la carne mortale potesse sperare di fare. Ma sovrintendere al processo era una necessità psicologica per gli uomini.

Nelle altre zone dell’astronave la sola prova concreta del fatto che il veicolo spaziale si fosse messo in moto era, per coloro che giacevano nelle loro cabine, un ritorno di peso. Non in misura totale, soltanto un decimo del normale, ma dava comunque a tutti una sensazione di «sopra» e «sotto» che riusciva bene accetta ai loro organismi. Si sganciarono le cinture che li tenevano legati al letto. Attraverso il telefono interno Reymont comunicò: — Il commissario di bordo al personale non in servizio. Potete muovervi ad libitum - al di fuori del vostro ponte, cioè. — Poi, in tono sarcastico, aggiunse: — Vi ricordiamo che a mezzogiorno, ora di Greenwich, verrà trasmessa una cerimonia ufficiale di saluto, completa di benedizione. La proietteremo sullo schermo della palestra, per coloro che abbiano interesse ad assistervi.

La massa di reazione entrò nella camera di scoppio. Generatori termonucleari trasmisero energia ai furenti archi elettronici che smembrarono gli atomi in ioni; i campi magnetici separarono particelle positive e negative; le forze si focalizzarono in raggi; gli impulsi le scagliarono a velocità sempre più alte mentre si proiettavano nelle cavità concentriche dei tubi di spinta, finché ne emersero con una velocità appena inferiore a quella della luce stessa. La loro emissione era invisibile a occhio nudo, neanche una minima parte d’energia veniva sprecata sotto forma di fiamma. Invece, tutto quello che le leggi della fisica permettevano di ricavare da un simile procedimento veniva utilizzato per spingere in avanti la Leonora Christine.

Un vascello della sua mole non poteva accelerare la sua corsa come un qualsiasi incrociatore spaziale della Pattuglia. Ci sarebbe voluta una quantità di carburante maggiore di quanta la Leonora Christine potesse trasportarne, dal momento che essa doveva sopportare il peso di una cinquantina di persone, dei viveri necessari al sostentamento per dieci o quindici anni, degli strumenti necessari a soddisfare ogni loro curiosità scientifica dopo che avessero raggiunto la meta e (nel caso che i dati trasmessi dalla sonda provvista di strumenti scientifici che l’aveva preceduta si fossero rivelati esatti per quanto concerneva l’abitabilità del terzo pianeta di Beta Virginis) di mezzi e macchinari grazie ai quali l’uomo avrebbe potuto costruirsi un nuovo mondo tutto per sé. L’astronave uscì lentamente dall’orbita terrestre, con un movimento a spirale. I suoi passeggeri ebbero buone possibilità di osservare, sui grandi schermi visivi, la loro terra natia che rimpiccioliva sempre più fino a confondersi tra le stelle.

Nel cosmo non c’era però spazio da sprecare. Ogni centimetro cubico all’interno dello scafo doveva avere una sua funzione. Però persone intelligenti e sensibili quel tanto da affrontare un’avventura nel cosmo sarebbero impazzite in un ambiente «funzionale». Al momento della partenza le paratie erano nude superfici di metallo e plastica, ma i passeggeri dotati di talento artistico avevano in mente piani precisi. In un corridoio Reymont vide Emma Glassgold, biologa molecolare, che tracciava a grandi linee un disegno sulla parete che in seguito si sarebbe rivelato essere una foresta attorno a un lago illuminato dal sole. E, questo fin dal primo momento, i ponti destinati agli alloggi e a fini ricreativi avevano il pavimento ricoperto di un materiale verde fresco come un prato primaverile. L’aria che irrompeva dai ventilatori era più che purificata dagli impianti della sezione idroponica e dai colloidi dell’equilibratore di Darrell. E non era sempre uniforme, ma registrava sbalzi di temperatura, diversi gradi di ionizzazione, odori diseguali. Al momento sapeva di trifoglio fresco — con l’aggiunta, per chi fosse passato dalla cambusa, di profumini stuzzicanti, poiché un cibo raffinato avrebbe dovuto compensare molte privazioni.

Per la stessa ragione le sale destinate agli svaghi di tutti erano un labirinto che occupava un intero ponte. La palestra, che fungeva inoltre da teatro e da sala per le riunioni, era l’ambiente più vasto, ma anche la mensa era di dimensioni tali da permettere ai commensali di allungare le gambe e rilassarsi. Accanto c’erano negozi che offrivano di che soddisfare ogni tipo di hobby, una stanza per i giochi sedentari, una piscina, minuscoli giardini e pergolati. Alcuni dei disegnatori della nave si erano opposti al progetto di sistemare su questo stesso ponte le cabine dei sogni.

Era giusto ricordare alla gente che si recava in quel piano per divertirsi un po’, e che così non avrebbe potuto fare a meno di vedere la porta di quelle cabine, che doveva accontentarsi di fantasmagorici sostituti della realtà che si era lasciata alle spalle? Ma, dopo tutto, anche quel procedimento era una specie di ricreazione; e vederlo sullo stesso piano dell’infermeria — ed era questa la sola alternativa possibile — avrebbe potuto rivelarsi spiacevole.

Non vi fu un bisogno immediato di quell’apparecchiatura. Il viaggio era appena agli inizi e un’allegria leggermente isterica pervadeva l’atmosfera. Gli uomini discutevano, le donne chiacchieravano, all’ora dei pasti non si udivano altro che risate, e i frequenti balli diventavano occasioni di aperti corteggiamenti. Passando dalla palestra, che rimaneva sempre aperta, Reymont assistette a una partita di palla a volo. In condizioni di ridotta accelerazione di gravità, quando si può virtualmente camminare su una parete, lo sport assume un aspetto spettacolare. Il poliziotto proseguì in direzione della piscina. Costruita in una specie di alcova a lato del corridoio principale, poteva accogliere molte persone senza che ciò comportasse un eccessivo affollamento; ma a quell’ora, le nove di sera, non c’era nessuno. In piedi sul bordo Reymont vide Jane Sadler, con un’espressione tra accigliata e pensosa. La donna era canadese e svolgeva le mansioni di biotecnica nel settore organociclico. Dal punto di vista fisico era una bruna un po’ formosa, dai lineamenti ordinati ma con il resto del corpo messo in grande evidenza dai calzoncini corti e da una maglietta aderente.

— Guai? — chiese Reymont.

— Oh, salve, commissario — rispose la donna in inglese. — Nulla di male, soltanto non riesco a immaginare quale potrebbe essere la decorazione migliore per questo locale. Dovrei fornire qualche indicazione in tal senso al mio comitato.

— Non avevano deciso di creare un effetto da bagno romano antico?

— Già… Ma il campo è molto vasto. Ninfe e satiri, o boschetti di pioppi, o sagome di templi, o che altro? — Poi rise. — Al diavolo. Suggerirò di fare un po’ di tutto. Se il lavoro alla fine dovesse risultare malfatto, si può sempre ricominciare da capo, finché avremo colori a nostra disposizione. Ciò ci darà la possibilità di non restare disoccupati.

— Chi riesce a concentrarsi su uno stesso hobby per cinque anni di fila… e su altri cinque, se dovremo tornare indietro? — esclamò Reymont, lentamente.

Jane rise di nuovo. — Nessuno si affliggerà. Ognuno dei passeggeri ha un nutrito programma di lavoro già stabilito, che si tratti di una ricerca teoretica o di scrivere un romanzo sulla Grande Età Spaziale o di insegnare il greco in cambio di lezioni sul calcolo tensoriale.

— Naturalmente. Ho visto i progetti. Sono adeguati?

— Commissario, si rilassi! Le altre spedizioni ce l’hanno fatta, più o meno bene. Perché proprio noi non dovremmo riuscire? Si faccia una bella nuotata. — Il suo sorriso diventò più marcato. — E, visto che c’è, si bagni la testa.

Reymont abbozzò una pallida imitazione di sorriso, si tolse gli abiti e li appese a un attaccapanni. La donna lanciò un fischio. — Ehi — disse, — non l’avevo mai vista prima senza divisa. Ha una bella collezione di bicipiti e tricipiti e roba del genere. Fa esercizi atletici?

— Nel mio lavoro, è meglio mantenersi in forma — rispose Reymont, un po’ a disagio.

— Nelle ore libere, quando non ha niente di meglio da fare — suggerì Sadler, — venga un po’ nella mia cabina e mi insegni qualche esercizio.

— Mi piacerebbe — rispose Reymont scrutando la sua compagna da capo a piedi, — ma al momento Ingrid e io…

— Già, certo. Comunque stavo scherzando, più o meno. A quanto pare, anch’io tra breve avrò una relazione fissa.

— Davvero? E con chi, se posso chiederlo?

— Elof Nilsson. — La donna sollevò una mano. — No, non lo dica. Non è propriamente un Adone e le sue maniere non sono sempre le più dolci. Ma ha un cervello splendido, il migliore di questa astronave, ho il sospetto. Non ci si annoia mai a starlo a sentire. — Distolse lo sguardo. — Anche lui è molto solo.

Reymont rimase in silenzio per un attimo. — E tu sei molto carina, Jane — disse poi. — Ingrid sarà qui a momenti. Perché non ti unisci a noi?

La donna alzò la testa. — Perbacco, sotto quell’aspetto da poliziotto nascondi un essere umano. Non ti preoccupare, non rivelerò il tuo segreto. E non resterò neppure qui. È difficile godere di un momento d’intimità e voi due fatene buon uso, dato che lo potete avere.

Fece un segno di saluto e se ne andò. Reymont la osservò allontanarsi, poi tornò a fissare l’acqua della piscina. Era in piedi sul bordo quando arrivò Lindgren.

— Mi dispiace di essere in ritardo — disse. — Abbiamo ricevuto una comunicazione via raggi dalla Luna. Un’altra stupida richiesta di informazioni su come stavano andando le cose per noi. Sarò veramente felice quando saremo entrati nel Profondo Oceano. — Lo baciò. Egli la ricambiò appena. Ingrìd fece un passo indietro, con il volto rannuvolato. — Che cosa c’è, caro?

— Credi che io sia troppo freddo e riservato? — le domandò Reymont.

Per un momento la donna non rispose. La luce al fluoro risplendeva sui suoi capelli fulvi, l’aria emessa da un ventilatore glieli arruffava un po’, il rumore della partita a palla arrivava a loro dall’arco d’ingresso della piscina. Alla fine la donna disse: — Perché te lo chiedi?

— Un’osservazione che mi è stata fatta. Senza cattive intenzioni, ma ciò nonostante per me è stato un leggero colpo.

Lindgren si accigliò. — Te l’ho già detto altre volte, hai avuto la mano un po’ più dura di quanto mi sarebbe piaciuto, le poche volte in cui hai dovuto costringere qualcuno a conformarsi alle regole. A bordo non c’è nessuno che possa dirsi pazzo, simulatore o sabotatore.

— Non avrei dovuto dire a Norbert Williams di tacere l’altro giorno, quando ha cominciato a inveire contro gli svedesi, mentre eravamo a mensa? Fatti del genere possono avere un risultato abbastanza spiacevole. — Reymont picchiò un pugno chiuso nel palmo dell’altra mano. — Lo so — disse. — La disciplina di tipo militare non è necessaria né desiderabile… per ora. Ma io ho visto troppa gente morire, Ingrid. Verrà il momento in cui non sopravviveremo a meno che noi non si sia capaci di agire come una persona sola e saltare al primo comando.

— Be’, probabilmente su Beta Tre — ammise Lindgren. — Sebbene i robot non abbiano trasmesso dati che facciano supporre l’esistenza di una vita intelligente. Al massimo, potremmo imbatterci in selvaggi armati di lancia… che probabilmente non ci sarebbero ostili.

— Io stavo pensando a eventualità quali bufere, smottamenti, malattie, Dio solo sa cos’altro su un intero mondo che non è la Terra. O un disastro prima di arrivare laggiù. Io non sono convinto che gli uomini moderni conoscano tutto dell’universo.

— Troppe volte ci siamo occupati di questo problema.

— Sì. È vecchio come il volo spaziale; anche più vecchio. Ciò non lo rende meno reale. — Reymont brancolò in cerca delle parole. — Ciò che sto tentando di dire è… Non ne sono sicuro. Questa situazione è diversa da qualunque altra in cui io mi sia mai trovato. Sto cercando di… in un certo senso… mantenere viva una certa idea dell’autorità. Al di là della semplice obbedienza alle regole e ai rappresentanti di tale autorità. Un’autorità che abbia il diritto di comandare qualsiasi cosa, di costringere un uomo alla morte, se questo è necessario per la salvezza degli altri… — Fissò il suo volto sconcertato. — No — sospirò, — tu non capisci. Non puoi. Il tuo mondo è sempre stato improntato alla bontà.

— Forse potresti spiegarmelo, se me lo esponessi in modi diversi. — Parlava con voce bassa e calma. — E forse io potrò chiarirti alcune cose. Non sarà facile. Non ti sei mai tolto la tua armatura, Carl. Ma ci proveremo, non è vero? — Sorrise e gli vibrò un leggero colpo sulla coscia che era un fascio di muscoli. — Ma adesso, sciocco, dovremmo essere fuori servizio. Che ne diresti di una nuotata?

La donna si tolse gli abiti. Reymont rimase a osservarla mentre ella si avvicinava a lui. Le piacevano gli sport energici e, dopo, amava indugiare distesa sotto i raggi di una lampada solare. Aveva un corpo dai seni e fianchi pieni, vita sottile, membra lunghe e flessuose, il tutto così abbronzato da mettere in massimo risalto la capigliatura bionda. — Bozhe moi, sei splendida! — esclamò Reymont con voce bassa e soffocata.

Ingrid piroettò su se stessa. — Al tuo servizio, gentile signore… se sei capace di prendermi! — Fece quattro salti che, per la ridotta gravità, la portarono come al rallentatore fino all’estremità del trampolino, poi si tuffò con eleganza. La sua discesa fu lenta come in un sogno, dandole la possibilità di descrivere una specie di balletto nell’aria. Il suo impatto con l’acqua creò un merletto di gocce che sembrarono indugiare in aria.

Reymont entrò in acqua tuffandosi direttamente dal bordo della piscina. Nonostante quell’accelerazione di gravità, nuotare era un’impresa che differiva appena dal normale. La spinta dei muscoli, il freddo e serico fluire dell’acqua sarebbero stati gli stessi finché non fossero giunti al limitare della galassia o anche oltre. Una volta Ingrid Lindgren gli aveva detto che simili verità le facevano dubitare che avrebbe mai realmente provato un empito di nostalgia per la propria patria. La casa dell’uomo era l’intero cosmo.

Quella sera ella si abbandonò a una serie di giochi scherzosi, tuffandosi sotto la superficie dell’acqua, schivando la presa del compagno, sfuggendo alle sue mani ancora e ancora. Le loro risate echeggiavano da una parete all’altra. Quando finalmente Reymont riuscì a bloccarla in un angolo della piscina, la donna gli circondò a sua volta il collo con le braccia, appoggiò le labbra al suo orecchio e sussurrò: — Bene, mi hai presa.

— Mmmm. — Reymont le baciò la cavità tra la spalla e la gola. Nonostante il leggero velo d’acqua che la ricopriva, egli riuscì ad assaporare il profumo di giovane carne viva. — Prendi i vestiti e andiamo.

Poteva reggerne il corpo, che a quella gravità non pesava più di sei chili, con un braccio solo, senza fatica. Quando si trovarono soli nella tromba delle scale, la carezzò con la mano libera. La donna cercò di respingerlo scalciando con i calcagni e ridacchiò: — Lussurioso!

— Ben presto torneremo a un livello di gravità normale — le ricordò Reymont e si lanciò verso il sottostante ponte riservato agli ufficiali a una velocità che, sulla Terra, li avrebbe portati a rompersi il collo da qualche parte.

… Più tardi la donna si sollevò, appoggiata su un gomito, e fissò i suoi occhi in quelli di lui. Le luci nella cabina erano velate. Dietro di lei, tutt’intorno, si muovevano le ombre, facendola sembrare doppiamente dorata e ambrata. Con la punta di un dito seguì lentamente il profilo del compagno.

— Sei un amante magnifico, Carl — mormorò. — Non ne ho mai avuto uno migliore.

— Anche tu mi piaci — replicò Reymont.

Una sfumatura di dolore le contrasse la fronte e la voce. — Ma questa è l’unica volta in cui ti sei lasciato andare realmente. Ed è poi vero, d’altronde?

— Cos’altro credi di trovare in me? — La sua voce era diventata più aspra. — Ti ho raccontato tutto ciò che mi è successo in passato.

— Aneddoti. Episodi. Nessun collegamento, nessun… Là, alla piscina, per la prima volta mi hai dato una pallida idea di che cosa sei. Un barlume il più piccolo possibile e subito cerchi di farlo sparire. Perché? Non voglio certo cercare di capirti intimamente per poi farti del male, Carl.

Reymont si mise a sedere, con un’espressione accigliata. — Non capisco che cosa vuoi dire. La gente impara a conoscersi vivendo insieme. Sai come io ammiri artisti classici come Rembrandt e Bonestell e non sia affatto portato alle astrazioni o alla cromodinamica. Non sono un individuo molto musicale. Ho senso dell’umorismo da caserma. In politica sono un conservatore. Preferisco i tournedos al filetto, ma vorrei poterli gustare entrambi più spesso. Gioco a poker buttandomi allo sbaraglio, o, meglio, lo farei se qualcuno a bordo dell’astronave ci giocasse. Mi piace fare lavori manuali e ci riesco bene, così aiuterò a costruire l’apparato di laboratorio non appena il progetto entrerà in funzione. Attualmente sto tentando di leggere Guerra e pace, ma finisco sempre per addormentarmi. — Vibrò un colpo sul materasso. — Di che cos’altro hai bisogno?

— Di tutto — rispose Ingrid, con voce triste. Fece un gesto che sembrava indicare tutta la stanza. Il suo armadio a muro era aperto, rivelando l’innocente vanità dei suoi abiti. I ripiani erano pieni di tesori privati, fino al limite del peso massimo consentito: una vecchia e consunta copia di Bellman, un liuto, una dozzina di quadri che aspettavano di essere appesi, fotografie più piccole dei suoi parenti, una bambola Hopi… — Tu non hai portato con te niente di personale.

— In tutta la mia vita ho viaggiato senza bagagli.

— E su una strada dura, mi pare. Forse un giorno ti arrischierai a fidarti di me. — Si strinse a lui. — Ora non importa, Carl. Non voglio tormentarti. Voglio che tu venga di nuovo dentro di me. Vedi, il nostro rapporto non è più una questione d’amicizia o di convenienza. Mi sono innamorata di te.


Quando fu raggiunta la velocità appropriata, la Leonora Christine, uscita dalla zona d’influenza terrestre e diretta verso quella costellazione dello Zodiaco dove impera la Vergine, proseguì la sua strada con moto inerziale. Spento l’apparato propulsore, l’astronave divenne una specie di cometa. Soltanto la gravitazione agiva su di essa, dirigendo la sua rotta, diminuendo la sua fretta.

Si era tenuto conto di questo fattore. Ma l’effetto doveva essere contenuto in termini minimi. Le incertezze della navigazione interstellare erano troppe in una simile situazione, senza che venisse aggiunto un fattore extra. Perciò l’equipaggio — gli astronauti professionisti, distinti dal personale scientifico e tecnico — lavorava nei margini di un determinato limite di tempo.

Boris Fedoroff condusse all’esterno dell’astronave una squadra di tecnici specializzati. Il loro lavoro era delicato e complesso. Bisognava essere molto esperti per lavorare in condizioni di imponderabilità e non stancarsi eccessivamente nel cercare di controllare corpo e strumenti. Anche gli uomini migliori potevano lasciarsi sfuggire la presa delle loro calzature magnetiche dallo scafo dell’astronave e in tal caso sarebbero volati via fluttuando, bestemmiando in preda alla nausea prodotta dalle forze rotatorie, fino ad arrivare alla fine del cavo che li teneva legati alla nave e che avrebbe permesso loro di tornare indietro. La luce era scarsa: al sole, un chiarore non schermato; all’ombra un buio nero come l’inchiostro tranne le pozzanghere di luce non diffusa che venivano emesse dalle lampade attaccate agli elmetti. Anche per quanto riguardava l’udito la situazione non era migliore. Si aveva difficoltà a far giungere le parole attraverso il rumore prodotto dal respiro affannoso e dal sangue che pulsava, quando si era confinati in una tuta spaziale, o attraverso il ribollire del cosmo nelle cuffie radio. Per mancanza di una purificazione dell’aria paragonabile a quella dell’astronave, le perdite gassose venivano rimosse in modo imperfetto. Si accumulavano per ore ed ore finché ci si trovava a lavorare in una nebbia di sudore, vapore acqueo, biossido di carbonio, solfuro d’idrogeno, acetone… e gli indumenti intimi aderivano fradici alla pelle… e si guardava verso le stelle con gli occhi stanchi attraverso lo schermo di protezione del viso, con il mal di testa che attanagliava le tempie.

Ciò nonostante, il modulo Bussard, l’elsa e il pomo della spada, fu sganciato. Manovrare in modo da allontanarlo dal vascello fu un’impresa dura e pericolosa. In mancanza di attrito e di peso, manteneva ogni grammo della sua imponente massa inerziale. Era altrettanto difficile fermarlo quanto metterlo in movimento.

Finalmente fu spinto verso poppa su un cavo. Fedoroff in persona controllò il risultato. — Fatto — brontolò. — Lo spero. — I suoi uomini agganciarono le corde di salvataggio a quello stesso cavo. Anche Fedoroff fece lo stesso, si mise in comunicazione con Telander che si trovava nel ponte di comando e staccò il modulo. Il cavo fu tirato di nuovo a bordo, trascinando con sé gli ingegneri.

Dovevano affrettarsi. Sebbene il modulo seguisse lo scafo principale su un’orbita più o meno identica, le influenze differenziali avevano un loro peso. Ben presto avrebbero causato uno spostamento indesiderabile negli allineamenti relativi. Tutti dovevano perciò essere a bordo dell’astronave prima che si verificasse la fase successiva di questo processo. Le forze che esso avrebbe prodotto non avrebbero avuto effetti piacevoli su organismi viventi.

La Leonora Christine allargò le sue membrane, che scintillarono alla luce del sole, argentee contro il buio stellato. Da molto lontano avrebbe potuto sembrare un ragno, uno di quei piccoli avventurosi aracnidi che si innalzano in volo su alianti fatti di seta rugiadosa. Dopo tutto, nell’universo l’astronave non rappresentava nulla di grande o d’importante.

Eppure l’impresa che essa si accingeva a compiere era, giudicando secondo il metro degli uomini, tale da incutere timore. L’apparato propulsore interno irrorò di energia i generatori che, dalla loro ragnatela, diedero vita a un campo di forze magnetoidrodinamiche: invisibili, ma la cui influenza si sentiva a migliaia di chilometri di distanza; un’azione reciproca dinamica, non una configurazione statica, ma mantenuta e aggiustata con una precisione che rasentava l’assoluto; enormemente forte, ma anche più enormemente complessa.

Tali forze si impadronirono dell’unità Bussard che proseguiva il suo moto inerziale, la trasportarono in una posizione micrometricamente esatta rispetto allo scafo principale, la bloccarono in tale posizione. I monitor verificarono che tutto fosse in ordine. Il capitano Telander si mise in contatto, per un controllo finale, con la Pattuglia sulla Luna, ricevette il suo benestare e lanciò un comando. Da quel momento, i robot presero l’iniziativa.

Una lenta accelerazione della spinta a ioni aveva generato una modesta velocità verso l’esterno, misurabile in decine di chilometri al secondo. Era sufficiente per mettere in moto il motore a energia stellare. La potenza disponibile aumentava per ordine di grandezza. Con accelerazione di gravità uno, la Leonora Christine cominciò a muoversi!

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