Kate Wilhelm La casa che uccide

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In aprile accaddero tre cose che convinsero Beth Elringer a presenziare alla festa di compleanno del marito Gary. La prima fu che perse il lavoro a causa della rottura di una macchina da stampa della casa editrice presso la quale lavorava come editor. Beth e Margaret Long, la sua datrice di lavoro, erano sedute l’una di fronte all’altra nel séparé di un ristorante messicano. Mentre Margaret parlava, Beth giocherellava con il cibo che aveva nel piatto.

«Non ce la faccio più ad andare avanti così» disse Margaret con un’aria stravolta. «Siamo stati in piedi tutta la notte, poi quella maledetta macchina si è rotta e con lei sono saltate anche tutte le scadenze di lavoro.»

«Perché non mi hai chiamato?»

«Sai riparare una macchina da stampa? Si è rotta una puleggia motrice. Mike ha detto che ci vorranno tre settimane per sostituirla con una nuova, sempre ammesso che avremo i soldi per farlo.»

«Cosa pensi di fare?»

«Dio solo sa quanto vorrei saperlo. Beth, cara, è meglio che cominci a cercarti un altro lavoro. Non so davvero dirti se questa sarà la goccia che farà traboccare il vaso, ma ho la sensazione che sia così.»

A Beth piaceva lavorare come editor. Stava seguendo un libro di poesia che amava particolarmente, ma l’autore non avrebbe mai visto pubblicata la sua opera se la Long Press avesse chiuso.

La seconda circostanza si presentò due giorni dopo, quando suo fratello Larry le chiese un prestito. Ebbe un sussulto quando le disse di che somma aveva bisogno. Era sceso in sciopero, e lui e la moglie avevano contratto dei debiti. Avrebbe perso la casa e tutto quello che aveva se non li avesse estinti almeno in parte.

La terza circostanza avvenne qualche giorno dopo ancora, quando Beth trovò il suo gatto morto. Ne fu sconvolta e pianse. Sapeva che avrebbe potuto trovare un altro lavoro, e per aiutare il fratello aveva già chiesto un prestito alla banca, ma non c’era nulla che potesse fare per il gatto. Se non fosse stata così assorbita dal lavoro e dal prestito si sarebbe accorta che era malato, forse intossicato. Lo avrebbe portato da un veterinario invece di trovarlo morto stecchito sul pavimento della cucina.

Quella sera esaminò il contratto che aveva stipulato con la Bellringer Company quando Gary le aveva riservato una partecipazione azionaria. C’erano solo nove azionisti, e si diceva che la società valesse milioni di dollari. Beth sapeva che anche una sola azione valeva una fortuna, e lei possedeva una quota. Il contratto prevedeva che se avesse voluto cedere l’unica quota in suo possesso avrebbe dovuto offrirla prima a Gary, senza informare nessun altro della sua intenzione di vendere. Lesse il documento due volte e annuì. "Alla festa di Gary" decise. Era quello il momento giusto per dirglielo. Gary sarebbe stato di buon umore, felice per l’aria di festa di quel fine settimana, compiaciuto del fatto che fosse presente anche lei. Gary aveva previsto che sarebbe ritornata da lui, e la sicurezza con cui le aveva annunciato che si sarebbe pentita e sarebbe tornata a casa l’aveva fatta montare su tutte le furie. Rilesse nuovamente il contratto. Se lei e Gary non si fossero accordati su una cifra per l’acquisto della sua quota, allora avrebbe potuto comunicare le sue intenzioni alla successiva assemblea degli azionisti e accettare l’offerta che eguagliava o superava l’offerta del marito. L’assemblea degli azionisti si sarebbe tenuta il lunedì dopo i festeggiamenti per il compleanno di Gary. Se neppure allora fosse stato raggiunto un prezzo soddisfacente, un commercialista esterno alla Bellringer Company avrebbe fissato il valore di mercato delle azioni, e sarebbe stata l’intera società a liquidarle la cifra in base alla percentuale delle quote dei vari azionisti. In pratica si sarebbero divisi la sua quota. Beth però sapeva che non sarebbero mai arrivati a questo perché Gary avrebbe afferrato al volo l’occasione, e, se non lui, l’avrebbe fatto il fratello Bruce.


Due settimane dopo Beth saliva su un piccolo aereo per pendolari che da San Francisco l’avrebbe portata a Smart House. L’invito indicava semplicemente una località sulla costa dell’Oregon, e il biglietto aereo era per North Bend. "Non ti preoccupare" le aveva detto Gary al telefono "ti verremo a prendere." Beth guardava fuori dal finestrino e fissava con un’aria torva l’enorme distesa dell’oceano, grigio e spumeggiante vicino alla riva, mentre più al largo l’alternanza di chiazze scure e bagliori lucenti si perdeva all’orizzonte in un grigio omogeneo. Riusciva a distinguere dei pescherecci, delle piccole barche sottocosta, una grande nave da carico che solcava l’oceano, e tutte beccheggiavano, ondeggiavano, si spostavano all’interno del suo piccolo finestrino sul mondo scomparendo ora in alto ora in basso. Beth sentiva lo stomaco salire e scendere allo stesso ritmo dei natanti. Afferrò il bracciolo del sedile e chiuse gli occhi, ma fu anche peggio. Quando l’aereo sarebbe precipitato voleva essere sicura di accorgersene. Non sapeva spiegare per quale motivo fosse tanto importante, ma non le andava di piombare in mare con gli occhi chiusi. L’aereo veniva sballottato violentemente da una parte all’altra, prendeva e perdeva quota in maniera tanto imprevedibile da rendere impossibile qualsiasi compensazione. Proprio quando Beth era ormai preparata ad affrontare una caduta verticale, l’aereo si impennò violentemente e si abbassò di nuovo.

"Accidenti a Gary" non faceva che pensare. "Accidenti a lui." Gary aveva scritto frettolosamente sull’invito: "Il volo ti piacerà moltissimo. Non vedo l’ora di mostrarti Smart House!".

"Trent’anni" pensò Beth con un’aria accigliata. "Chi l’avrebbe detto che Gary sarebbe vissuto tanto a lungo?" L’aereo sobbalzò e si abbassò contemporaneamente. Beth si aggrappò al sedile e bisbigliò: «Maledizione a lui! Maledizione a lui!» L’essere rimasta sposata con Gary Elringer per dieci anni le dava dei privilegi. Chi più di lei aveva il diritto di mandarlo all’inferno?

A terra, ad aspettare l’aereo da San Francisco, c’era Madelaine Elringer, la madre di Gary. Maddie aveva sessantadue anni e, dopo aver combattuto contro qualche chilo di troppo per tutta la vita, aveva finalmente smesso di lottare scoprendo che, una volta stabilizzatasi su un certo peso, aveva assunto una nuova corporatura che intimamente pensava non fosse affatto sgradevole. Aveva un seno prominente, una vita ben delineata, gambe tornite, polsi e caviglie sottili. Si era detta che non era poi così male, e aveva tinto i capelli di un biondo rosato o, come diceva il parrucchiere, rosa champagne. Sapeva truccarsi con grande abilità e acquistava sempre vestiti molto belli, perfettamente adeguati al ruolo che le imponeva l’essere la madre di un genio miliardario. Era seduta nella sua BMW a fumare una sigaretta dietro l’altra in attesa della nuora. Era arrivato un fronte di aria fredda con venti irregolari e troppo gelidi per il mese di maggio. Il piccolo terminal era desolato e lei troppo preoccupata per dimostrarsi affabile con le poche altre persone che aspettavano l’aereo. Quel fine settimana era un terribile sbaglio, lo aveva capito fin dall’inizio. L’idea di radunare i nove azionisti la preoccupava, con Beth che solo il cielo sapeva cosa avesse in mente di fare in quei giorni, e con Bruce, poi, che in quella situazione si stava comportando da vero stronzo. Maddie temeva l’assemblea degli azionisti che si sarebbe tenuta lunedì più di qualunque altra cosa in quegli ultimi anni, forse in tutta la sua vita. Si accese un’altra sigaretta dal mozzicone della precedente e lo buttò fuori dal finestrino, ma provò subito un senso di rimorso e si guardò intorno fugacemente per vedere se qualcuno l’avesse notato.

Finalmente l’aereo atterrò, e sull’asfalto della pista comparvero tre passeggeri. Maddie uscì dall’auto ed entrò nel terminal. Ai suoi occhi Beth aveva lo stesso aspetto di quando lei e Gary si erano conosciuti. Aveva un’aria mascolina, capelli corti e scuri che il vento spettinò istantaneamente, era allampanata e aveva gambe troppo lunghe per essere davvero bella. Del resto lei non faceva nessun tentativo per fingere di esserlo. Indossava dei jeans neri su cui aveva abbinato, notò Maddie con un certo stupore, una felpa grigia. Non aveva approvato il matrimonio tra Gary e Beth, ma non aveva mai nemmeno causato loro dei problemi. Perché allora la ragazza pareva fare di tutto per sembrare sempre un po’ in disordine, mai a posto?

«Beth, sono così felice di vederti! Sono contenta che tu abbia cambiato idea!» Si fermarono entrambe nello stesso momento, colte all’improvviso da un reciproco imbarazzo.

«Ciao Maddie. Ti trovo benissimo! Come stai?»

Con grande sorpresa di entrambe Maddie scoppiò in lacrime.

Beth colmò la distanza che le separava e abbracciò Maddie, le accarezzò delicatamente la schiena emettendo piccoli suoni consolatori senza senso. Maddie cercò di riprendere il controllo avvertendo su di sé gli sguardi stupiti dei presenti. Accadeva spesso che la gente piangesse quando si rivedeva dopo una lunga assenza o quando salutava la partenza di una persona cara, si disse. Che la guardassero pure, quindi. Inspirò profondamente e fu scossa da un tremito.

Beth aveva solo il bagaglio a mano e una borsa di tela di grandi dimensioni. Uscirono dal terminal. Nel vedere la nuova automobile Beth emise un sibilo e Maddie, quasi a giustificarsi, spiegò che gliel’aveva comprata Gary per il suo compleanno. Si toccò le tasche in cerca delle chiavi e sospirò quando Beth le indicò che erano già inserite nel cruscotto. «Gary pensa che tutti i figli dovrebbero fare dei regali ai genitori il giorno del loro compleanno, intendo il compleanno dei figli. Per dire grazie, credo. Bruce è andato su tutte le furie per questo regalo.» Chiuse gli occhi e cercò di trattenere le lacrime. «Oh, cara, non mi ero resa conto di essere così turbata da tutta questa situazione. Forse è meglio che ci fermiamo a bere qualcosa prima di andare a casa.»

«Nonostante sia tuo figlio, Bruce è sempre stato un gran rompiballe. Cosa sta succedendo, Maddie? Perché questo raduno di tre giorni? Cosa ha in mente Gary?»

Maddie avviò la macchina con un sobbalzo, e quando toccò il freno l’auto sussultò ancor più violentemente. «Un bar, un locale qualsiasi» disse. «Dobbiamo parlare di tutto questo. Dopo sarà meglio che ti metta tu alla guida, non vado molto d’accordo con questa macchina.»

Maddie si fermò in un locale che serviva anche piatti di pesce. L’odore di pesce fritto, olio rancido e cipolle era asfissiante. Beth ordinò un caffè e ascoltò le farneticazioni di Maddie che bevve tutto d’un fiato un bourbon con ghiaccio. Erano già arrivati tutti, le disse Maddie. Bruce, l’altro suo figlio di sei anni più vecchio di Gary, il ragazzo prodigio, e poi Rich, Harry, Laura… Non sapeva cosa avesse in mente Gary, nessuno lo sapeva, ma Bruce stava cercando di organizzare una sorta di complotto, disse in modo minaccioso. Ora che era arrivata avrebbe cercato di convincere anche lei, la avvertì Maddie, e avrebbe anche potuto ottenere la maggioranza dei voti.

Beth ascoltò e cercò di riordinare quell’accozzaglia poco coerente di informazioni. C’erano troppi pezzi e frammenti, troppe parti mancanti. La Bellringer Company Incorporated aveva nove azionisti ma era indiscutibilmente la società di Gary, e lui la gestiva come meglio credeva. Nel corso degli ultimi anni era stato completamente assorbito dalla creazione di Smart House, una casa computerizzata e automatizzata che sino a quel momento nessuno aveva visto a parte quelli che vi avevano lavorato.

«La detesto!» gridò Maddie. «Sa dove ti trovi in ogni momento! Spia continuamente tutti, ascolta ogni cosa che si dice, accende e spegne le luci, riscalda l’acqua della vasca da bagno e la temperatura della serra. Fa tutto da sola e io non la sopporto!»

Beth annuì con aria comprensiva. Qualche mese prima Bruce l’aveva chiamata per incontrarla a pranzo, ma lei aveva declinato l’invito. Ora rimpiangeva di non esserci andata. Era davvero in corso un complotto? Le sembrò un’idea campata in aria. Dopo tutto quel tempo conosceva Maddie abbastanza bene da sapere che il suo sfogo contro la casa non era ancora terminato. Beth aveva capito che la casa era un pozzo senza fondo nel quale svanivano tutti i soldi della Bellringer Company. Dopo l’inizio della costruzione di Smart House la società aveva smesso di realizzare degli utili. Tutti gli azionisti, eccetto Maddie e Beth, erano anche alle dipendenze della società, e Beth si era convinta che i loro stipendi fossero stati aumentati dopo la scomparsa dei profitti. Ora però dubitava che le cose fossero andate davvero così, e questo avrebbe spiegato la rabbia di Bruce. Bruce avrebbe davvero avuto i voti necessari per scavalcare Gary? Qualunque cosa fosse successa all’assemblea di lunedì, la quota azionaria di Beth le dava diritto a un solo voto, troppo poco perché qualcuno si desse la pena di metterci sopra le mani.

Fu scossa all’improvviso dai suoi pensieri quando Maddie le prese la mano e disse: «Ti prego, prometti di aspettare fino a lunedì per chiedergli il divorzio.»

«Chi ti ha detto che voglio chiedere il divorzio?»

Maddie si guardò intorno con un’aria vaga come per cercare il suo informatore. «È così, vero?»

«Gary mi ha spiata? Oppure tu, o Bruce?»

Maddie finì di bere e posò rumorosamente il bicchiere sul tavolo. «Tesoro, non è un segreto che non vivete insieme. E non è un segreto che Gary è un pochino eccentrico. Voglio solo che aspetti la fine della festa, tutto qui. Ti prego, non rovinare la sua festa di compleanno.»

«Eccentrico! Maddie, è pazzo! Il tuo figlio adorato è fuori di testa!»


Beth si mise alla guida lungo una strada piena di curve costeggiata da piccoli edifici, baracche, case in legno divenute grigie col tempo, concessionari d’auto, punti di ristoro. Nessuna delle due donne parlava, tranne per le indicazioni che Maddie dava a Beth di tanto in tanto. L’oceano non era visibile, ma se ne avvertiva comunque la presenza. Al largo, il vento freddo e impetuoso portava nuove voci dall’est, e notizie dalle profondità di navi e balene di passaggio, di gamberetti e granchi. Il sole squarciò una coltre spessa di nubi, poi il bosco avvolse la strada e anche quella timida chiazza di luce venne oscurata. Su indicazione di Maddie, Beth lasciò la strada che stavano percorrendo e ne imboccò un’altra, sempre asfaltata ma molto più stretta, priva di segnaletica, una stradina privata i cui margini erano definiti solo dalla vegetazione che lambiva la superficie del manto stradale e si richiudeva al di sopra delle loro teste trasformando in notte la luce del primo pomeriggio. E ancora non si vedeva il mare. La strada saliva ripida e sempre più tortuosa.

Beth vide un cartello con scritto: STOP A 100 METRI e rallentò ulteriormente. Dietro una curva apparve un gigantesco cancello che sembrava di bronzo. Beth si fermò. Non c’era nessuno. Un’alta recinzione di pannelli grigliati scompariva tra gli alberi ai lati del cancello. Una scritta luminosa le chiese di aprire il finestrino e una robotica voce maschile disse: «Prego si identifichi e identifichi il suo passeggero.»

Beth lanciò un’occhiata penetrante a Maddie che si era tutta irrigidita.

«Beth Elringer, Madelaine Elringer» rispose alzando leggermente la voce.

«Grazie.» Il cancello si aprì silenziosamente, la scritta luminosa si spense.

«Ora capisci cosa voglio dire?» sussurrò Maddie.

«Capisco solo che Gary si sta comportando con una certa furbizia» replicò seccamente Beth. «È questo che dà tanto fastidio a Bruce? Che Gary stia sperperando i profitti della società investendoli in giocattolini?»

«Ha speso milioni e milioni di dollari» obiettò Maddie. «Non credo che qualcuno sappia nemmeno esattamente quanto. Penso sia questo che dà fastidio a Bruce, che non ci sia una vera contabilità. Un cancello parlante! Delle porte parlanti! Una cascata all’interno della casa!» La voce di Maddie divenne quasi un gemito.

Qualcuno sapeva dove andavano a finire i soldi, pensò Beth ignorando nuovamente la suocera. Milton Sweetwater era il legale della società, doveva pur saperlo. O Jake Kluge, un vero mago degli affari. Santo cielo, e poi c’era anche Harry Westerman, il commercialista. Qualcuno di loro ne era informato, o forse tutti. Se Bruce non sapeva nulla era perché Gary non voleva dirgli nulla. La strada cominciò a scendere, sempre stretta e tortuosa, ma ora la vegetazione sembrava seguire un progetto d’insieme, non era disordinata e infestante come al di là della recinzione. Si trattava di un intervento sul paesaggio su grande scala, rifletté Beth, e questa mentalità era tipica di Gary, suo marito. Masse di rododendri in fiore formavano immense macchie di colore rosso, rosa, giallo oro, contornate da un merletto di felci di un verde così scuro da sembrare nero nella crescente oscurità. Dietro l’ennesima curva, una sessantina di metri più in basso rispetto alla strada, apparve finalmente l’oceano che circondava su tre lati quel lembo di terra proteso verso il mare come la prua di una nave. Proseguì ancora per quasi mezzo chilometro prima di avvistare Smart House. Quando la vide Beth restò a bocca aperta e fermò l’auto per osservare meglio la costruzione.

Sebbene l’edificio fosse alto, sembrava avere solo due piani, una cupola splendente sul tetto, pareti di cristallo, legno di sequoia e metallo interrotte da un lungo balcone all’altezza del primo piano. Il fronte dell’edificio appariva curvo, mentre sul retro un alto muro di pietra si ergeva ritto e incombente come una scogliera. La cupola non copriva interamente il tetto e Beth si chiese se ci fosse stata una terrazza lassù, delle piante. Ripartì e la casa scomparve dietro agli alberi e ai cespugli. Oltrepassò un campo da tennis, dei giardini all’italiana dall’aspetto solenne e infine un ampio piazzale di cemento che dava accesso alla casa. A prima vista sembrava che tutte le stanze si affacciassero sull’oceano. Alle spalle della struttura si ergeva quasi verticalmente un dirupo.

Subito la costruzione le era apparsa quasi grottesca, poi le aveva ricordato uno strano albergo, forse una stazione climatica, mentre ora, vista da vicino, incombeva orrendamente su ogni cosa, come la visione di un folle divenuta realtà. Beth e Maddie scesero dall’auto, e nell’avvicinarsi all’ingresso principale videro pian piano spuntare dalla curvatura della facciata una veranda pavimentata con piastrelle rosse.

«Buongiorno» le salutò una gentile voce femminile mentre attraversavano la veranda. «Identificatevi, prego.»

Beth cercò di individuare delle telecamere ma erano ben nascoste. Maddie si fermò di fronte all’imponente porta d’ingresso minuziosamente incisa e levigata e disse con un tono mite: «Buongiorno. Sono Madelaine Elringer e lei è Beth Elringer. Siamo attese.»

«Sì. Prego, entrate. Se volete lasciare qui i bagagli manderemo qualcuno a prenderli.» La porta si aprì.

Maddie guardò Beth come a dire: "Lo vedi?".

Sulla sinistra del grande ingresso, dell’ampiezza di dieci metri per dieci, si dipartiva una scalinata curva, mentre sulla destra la parete era interamente coperta da opere d’arte di altissima qualità. Il pavimento di mattonelle rosse continuava anche all’interno. C’erano svariati piedistalli neri su cui poggiavano delle statue. Beth continuava a pensare che da un momento all’altro sarebbe spuntata fuori una guida in uniforme e avrebbe cominciato la tiritera delle spiegazioni.

«Non posso proprio mostrarti la casa» le disse Maddie con il suo nuovo tono dimesso lanciando nervosamente un’occhiata dietro di sé. «Sono tenuta solo a mostrarti la tua camera, niente di più, ma solo perché altrimenti non la troveresti mai.» La voce della donna divenne stridula, inspirò brevemente e afferrò il braccio di Beth. «In cima alle scale.»

Beth si trattenne dal fare commenti spiacevoli. Maddie si comportava come se Gary fosse diventato più temibile di Attila. Si avviarono su per le scale. «Sai cos’ha in programma per il fine settimana?» le domandò Beth.

Maddie scosse la testa. «Sembra che ancora non lo sappia nessuno. Ce lo dirà dopo cena. L’aperitivo è servito in giardino alle sei e la cena alle sette.»

Arrivati in cima alle scale Beth rimase a bocca aperta. Di fronte a lei si apriva un’altra vetrata che si affacciava su una vera e propria giungla. Si avvicinò e vide che la parte interna della casa si sviluppava intorno a un atrio gigantesco delimitato da una vetrata circolare alta quanto la casa. Al di là del vetro c’erano degli alberi, e in fondo una piscina. L’ambiente aveva l’aspetto di una grotta con vari ingressi al piano terra e la possibilità di accedere al primo piano attraverso scale che sembravano formazioni rocciose naturali. Dietro la piscina c’era un’alta e ripida parete formata da massi di qualità varia, un passaggio lungo il muro e una cascata che compariva, spariva e infine si riversava nella vasca della piscina.

«Mio Dio» riuscì infine a mormorare Beth.

«È… semplicemente grottesco» fu il commento di Maddie, e la tirò per un braccio. Ora sembrava avere fretta. «La tua camera è esattamente dalla parte opposta.»

Su un lato del corridoio si affacciavano delle porte chiuse, dall’altro c’era la vetrata, e mentre avanzavano Beth aveva una veduta in rapida successione di ciò che avveniva al piano inferiore. C’erano dei tavoli e delle sedie di vimini, un bar e una mezza dozzina di persone che si alzavano, si sedevano, bevevano e parlavano. Quello doveva essere il giardino, si disse. Era tipico di Gary disporre che non ci fossero visite guidate obbligando ciascuno a esplorare la casa senza alcun aiuto. D’accordo, pensò risolutamente, si sarebbe adeguata alla situazione senza mostrarsi più sorpresa di quanto avesse già fatto, avrebbe semplicemente accettato tutto ciò che quella dannata casa aveva da offrire, e tentato di trovare l’occasione giusta per parlare da sola con suo marito. Si fermarono di fronte a una delle porte chiuse.

«Questa è la tua camera» disse Maddie. «Posso dirti semplicemente questo: solo tu e il personale di servizio avete accesso alla stanza. Sta’ a vedere.» Poggiò una mano su un pannello contrassegnato con il numero due e con l’altra cercò di girare il pomo della porta che però non si aprì. «Prova tu. Non ti preoccupare. Sa già chi sei e quale stanza ti è stata assegnata. Sa anche dove sei, cosa stai facendo…» Si trattenne dal continuare e si fece da parte intrecciando nervosamente le mani come se fossero state animate da una volontà propria.

Beth appoggiò la mano sul pannello e girò il pomo. La porta si aprì.

«Ti lascio sola così potrai rinfrescarti un po’. Siamo tutti in giardino. Scendi quando sarai pronta.» Si allontanò frettolosamente lungo il corridoio come se fosse diretta verso la propria camera. Beth la osservò solo un istante, le gridò un grazie e rientrò in camera.

Si accorse che si stava muovendo il più silenziosamente possibile, quasi trattenendo il respiro, e capì che nessuno avrebbe desiderato fare conversazione in quella casa, non spontaneamente quantomeno. La casa li ascoltava, registrava ogni cosa? Chiuse la porta sbattendola ma non fece comunque alcun rumore, si voltò e vide che la valigia era già stata portata in camera, proprio come aveva annunciato la voce.

Passò parecchi minuti a esplorare la stanza e il bagno. I colori predominanti erano un rosa tenue e un giallo pallido. C’erano dei letti gemelli, una scrivania con un computer acceso senza alcun tasto per poterlo spegnere, settimanali, libri piuttosto vissuti, ovviamente di seconda mano, con le orecchie alle pagine. Prese una bella statuetta di quarzo rosa raffigurante una sirena e la riposò delicatamente sul tavolo. C’erano due lampade con le basi dello stesso quarzo rosa e un massiccio portacenere del medesimo materiale. Nonostante i suoi buoni propositi, si sentiva sopraffatta da quella casa. Con un piglio rabbioso si diresse a grandi passi verso il bagno dove trovò un assortimento di saponi e shampoo, un asciugacapelli, una vasca-doccia fornita di una serie di bocchette e un pannello di comando per scegliere la temperatura dell’acqua, gli abbinamenti di profumo e bagnoschiuma, tutti prodotti costosi, selezionati da qualcuno che sapeva bene cosa comprare. E pensare che lei aveva dovuto guardare al centesimo ogni giorno, considerò infuriata.

La stanza era esposta a sud. La parete sul lato del mare era una vetrata con tende a tutta altezza e una porta scorrevole che si apriva su un balcone. Rimase a lungo a fissare l’oceano. Era uscito il sole e ora stava tramontando a occidente all’estremità dell’angolo visivo che il riquadro della finestra della camera le consentiva. Sobbalzò al suono di quattro soavi, cristalline e melodiose note di campanelli, il logo musicale della Bellringer Company. Si voltò e vide che le note erano comparse sul monitor del computer.

«Sono le sei, Beth» disse la suadente voce femminile. «Desideri fare un bagno prima di cena? Se vuoi dirmi qual è la tua temperatura ideale sarò felice di preparartelo.»

«Posso spegnere l’audio del computer?» domandò Beth con una voce irritata.

«Sì, Beth. Ti segnalerò se ci sono messaggi per te.» Sul monitor apparve un messaggio:

L’AUDIO È STATO DISATTIVATO.
PREGO INDICARE SE SI DESIDERA ASSISTENZA.

Senza muoversi Beth disse: «Chiudi le tende.» Silenziosamente i pesanti tendaggi si chiusero oscurando la vista dell’oceano. Beth annuì. Il suo viso era contratto quando cominciò a disfare il bagaglio. Estrasse un maglione e una lunga gonna che sbatté per togliere le pieghe e quasi si strappò di dosso i jeans. Non c’era da stupirsi che Maddie avesse quell’aspetto. A dire il vero tutto sommato aveva dimostrato una notevole compostezza. Beth si fece la doccia, si vestì e uscì dalla stanza cercando la strada per il giardino.

Laura Westerman la vide avvicinarsi al gruppetto raccolto intorno al bar del giardino e la salutò da lontano. Laura aveva una trentina d’anni ed era molto bella. Indossava un vestito di seta verde chiaro che metteva in risalto un corpo e un seno perfetti. Aveva capelli castani che pettinava in modo disordinato secondo i dettami della moda, e usava il trucco con una tale abilità che alcuni sospettavano non ne mettesse affatto.

Al fianco di Laura c’era Jake Kluge, alto più di un metro e ottanta, allampanato, con capelli castani lisci e flosci. All’interno della società era l’uomo più potente, naturalmente dopo Gary. Si domandò se Gary lo avesse consultato riguardo a Smart House, e se lui avesse approvato i suoi progetti. Da tempo Jake era l’unica persona che Gary addirittura pretendeva di ascoltare. Fu questo che le passò per la mente mentre cercava di capire cosa ci fosse di diverso in Jake. Alla fine lo capì. Solitamente portava dei grossi occhiali che gli ingrandivano smisuratamente gli occhi, mentre ora indossava lenti a contatto e sembrava più giovane dell’ultima volta che lo aveva visto, nonostante fosse sempre più vecchio di Gary di cinque o sei anni. L’uomo le andò incontro a braccia aperte.

«Come stai?» Le afferrò saldamente le mani, le scrutò il viso poi la baciò sulla fronte.

«Sto bene» rispose, e per un attimo desiderò che Jake non fosse sempre così sollecito, che non si preoccupasse per lei, per Gary, per tutti quelli con cui aveva a che fare. Si liberò dalla sua stretta e dietro a Jake vide Milton Sweetwater, il bell’avvocato che si agghindava da avvocato o faceva di tutto per assomigliare a Gregory Peck nel ruolo di un avvocato. Beth aveva sempre nutrito delle grosse riserve sul suo conto, non aveva mai capito che cosa pensasse di lei, se in realtà disapprovasse il suo comportamento. Le maniere di Milton erano troppo educate per lasciare trapelare qualcosa che esulasse dalla cortesia. Dopotutto, pensò, avrebbe fatto finta di niente anche se Gary avesse zoppicato vistosamente. D’un tratto ebbe la sensazione di essere lei la gamba zoppa di Gary che Milton Sweetwater era troppo gentile per notare. Annuì verso di lui e si avvicinò al bar ma ebbe un attimo di esitazione. "Accidenti, è automatico" pensò seccata.

«Lascia, faccio io» le disse Milton avvicinandosi. «Mi pare di capire che anche tu ti senti in imbarazzo a parlare con una macchina.»

«Proprio così» ammise. «C’è del vino? Se bevo qualcosa di più forte rischio di svenire. Sono passate parecchie ore da quando ho fatto colazione.» Mentre Milton apriva il frigo e tirava fuori una bottiglia di vino bianco Beth si guardò intorno. «Dove sono… tutti gli altri?»

«A scoprire le meraviglie della nuova era dell’elettronica, credo. Nel seminterrato.»

Milton le porse del vino. «È tutto incredibile, vero?»

Beth annuì. Il vino era eccellente. «Scommetto che è a otto gradi» disse sollevando il bicchiere. «Vuoi scommettere?»

Milton rise. «È bello rivederti. Quanto tempo è passato? Quattro, cinque anni? Sei esattamente come allora, stupenda.»

«Anche tu» disse Beth, ed ebbe la sensazione che in lei fosse scattato qualcosa. Si ricordò che quando lo aveva conosciuto, dieci anni prima, Milton le ispirava soggezione con le sue maniere impeccabili, la sua eleganza, i vestiti costosi e un’istruzione davvero ammirevole. In sua presenza Beth si comportava timidamente e si ammutoliva perché non riusciva a vedere oltre quella facciata di buone maniere. Non era mai riuscita a cogliere la vera personalità di Milton al di là del sorriso. Ora, per la prima volta, si sentiva a suo agio con lui. Non che adesso si lanciasse in grandi conversazioni, semplicemente non le importava più. A San Francisco Milton aveva una moglie elegante e due ragazzi eccezionali che frequentavano ottime scuole e ottenevano ottimi voti. Si domandò di cosa parlasse gente come quella. Laura si avvicinò lentamente al bar.

«Milton, tesoro, c’è del ghiaccio?» La voce di Laura era carezzevole, proprio come Beth la ricordava. Laura si voltò verso di lei e le sorrise. «Ho sentito cosa ha detto Milton ed è vero, cara. Hai davvero un bell’aspetto. Mi è sempre piaciuta quella gonna.»

Beth strinse con più forza il bicchiere e annuì, distolse lo sguardo soffermandosi sul giardino e non replicò. La prima impressione era che avessero portato enormi quantità di terra per creare una collinetta artificiale; ora invece si accorse che tutte le piante erano poste in vasi sistemati a semicerchio su gradoni che arrivavano sino al primo piano, da cui si affacciava una balconata. L’illusione di essere ai piedi di una collina era magica, e sebbene fino a un certo punto fosse possibile penetrare con lo sguardo dentro all’intricata vegetazione, non si riusciva a vederne la fine. L’illusione era che il giardino si estendesse all’infinito. C’erano banani, palme e filodendri rampicanti con foglie lunghe un metro. C’erano orchidee che pendevano dagli alberi e crescevano dentro a piccole ceste o a tronchi d’albero. Aranci e limoni in fiore profumavano l’aria, ma l’odore che sovrastava tutti gli altri era quello del cloro della piscina. L’aria era pesante e umida, simile a quella di una giungla, e in sottofondo si sentiva sempre lo scroscio della cascata che si gettava nella vasca.

In fondo all’atrio apparvero Gary e Bruce Elringer. Sembravano due gocce d’acqua, pensò distrattamente Beth. I fratelli stavano litigando, il volume delle loro voci era alto e nessuno dei due ascoltava quello che diceva l’altro, nessuno dei due riusciva a sentirlo. Avevano entrambi capelli ricci e scuri e occhi azzurri, ma Bruce era poco più alto di Gary. Erano tutti e due paffuti con gambe un pochino troppo corte rispetto al busto.

«Che bello spettacolo» commentò Laura Westerman strascicando le parole.

«Sta’ zitta» le ordinò Harry Westerman.

Beth si voltò sorpresa. Non aveva visto entrare Harry che si era materializzato all’improvviso al fianco di Laura. Ancora più sorprendente per Beth fu l’espressione che attraversò il volto di Laura. La donna si irrigidì e per un attimo parve anche spaventata prima di riprendere la consueta maschera. Beth guardò Laura e il marito. Harry Westerman era un uomo solido sotto tutti i punti di vista, aveva capelli grigi e ispidi, un corpo duro come l’acciaio, occhi neri e penetranti. Non era grosso di corporatura, sia Jake Kluge che Milton erano più alti e massicci, ma dava l’impressione di possedere una grande forza. Sembrava un saltatore con l’asta l’attimo prima di spiccare il balzo. Emanava questo tipo di tensione, una travolgente energia che Harry tentava consapevolmente di contenere. Di lui si diceva che non avesse mai guardato una montagna senza provare l’irresistibile desiderio di scalarla, cosa che gli riusciva regolarmente. Se si fosse accorto o meno della presenza di Beth non lo diede a vedere, continuò semplicemente a fissare i due fratelli che venivano verso di loro, con uno sguardo remoto e indecifrabile.

Anche Beth si voltò a guardarli. Stavano ancora discutendo animatamente. Riuscì a cogliere alcune parole come: "Riesaminare il budget", "Andare in fallimento", "Rischiare di andare in rovina" o cose simili, ma prima che comprendesse il senso del discorso Gary la vide e interruppe bruscamente ciò che stava dicendo. Si affrettò verso di lei, l’afferrò per le braccia e la scosse leggermente.

«Era ora che tornassi» le disse. «Lo sai che ho bisogno del tuo incoraggiamento. Il posto di una moglie è a casa sua.»

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