EDDARD

Camminava nelle cripte di Grande Inverno, come aveva fatto tante e tante volte. Gli occhi di ghiaccio dei re del Nord lo osservarono passare, i meta-lupi accucciati ai loro piedi alzarono le teste di pietra e ringhiarono. Raggiunse l’ultimo sepolcro, nel quale riposava suo padre con Brandon e Lyanna accanto. «Prometti, Ned!» gli sussurrò la statua di lei. Portava una ghirlanda di rose azzurre attorno al collo e dai suoi occhi scendevano lacrime di sangue.

Eddard Stark, il cuore che martellava nel petto, balzò a sedere sul letto con le coperte attorcigliate attorno al corpo. La stanza era immersa nelle tenebre. Qualcuno stava picchiando contro la porta. «Lord Eddard» gridava una voce.

«Un momento…» Nudo, intontito, si trascinò nel buio. Aprì la porta e trovò Tomard con il pugno sollevato nel gesto di bussare; alle sue spalle, con una candela in mano, c’era Cayn. In mezzo a loro c’era l’attendente del re in persona.

«Mio lord Primo Cavaliere» disse l’uomo. La sua faccia era espressiva quanto quella di un volto scolpito nel granito. «Sua maestà il re comanda la tua presenza. Subito.»

Robert era finalmente tornato dalla caccia. Ce ne aveva messo di tempo. «Dammi qualche momento per vestirmi.» Ned lasciò l’attendente fuori dalla porta. Cayn lo aiutò a vestirsi: tunica di lino bianco e mantello grigio, calzoni con la gamba tagliata per fare spazio all’ingessatura, il fermaglio a forma di mano simbolo della sua carica e per ultimo una cintura di grossi anelli d’argento. Alla vita, infilò la daga d’acciaio di Valyria.

La Fortezza Rossa era buia e silenziosa mentre Tomard e Cayn lo scortavano lungo il ponte coperto interno. La luna quasi piena era bassa al disopra delle mura. Una solitaria sentinella dal mantello dorato stava facendo la ronda.

Gli appartamenti reali erano situati nel fortino di Maegor, un massiccio torrione quadrato nel cuore della Fortezza Rossa. Una fortezza dentro la fortezza con pareti spesse dodici piedi, circondata da un fossato asciutto bordato di punte d’acciaio. Ser Boros Blount, l’armatura d’acciaio bianco della Guardia spettrale ai raggi della luna, sorvegliava l’altra estremità del ponte coperto. Più oltre, Ned trovò altri due cavalieri della Guardia reale: ser Preston Greenfield alla base della scala, ser Barristan Selmy alla porta della stanza del re. “Tre uomini dai mantelli bianchi” pensò, e la memoria della similitudine con il passato mandò dita glaciali lungo la sua schiena. La faccia di ser Barristan era pallida quanto la sua armatura. A Ned bastò un’occhiata per rendersi conto che in tutto ciò c’era qualcosa di spaventosamente sbagliato. L’attendente del re aprì la porta e annunciò: «Lord Eddard Stark, Primo Cavaliere del Re».

«Portalo qui» rispose la voce di Robert, una voce opaca.

Nei due caminetti simmetrici alle estremità opposte della stanza ardevano fiamme che gettavano foschi bagliori rossi. Il calore era soffocante. Robert giaceva di traverso sul letto a baldacchino. Il gran maestro Pycelle era chino su di lui. Lord Renly passeggiava come un animale in gabbia presso le finestre chiuse. Servi andavano e venivano senza sosta, aggiungendo ceppi e portando vino bollito. Cersei Lannister sedeva sul bordo del letto, a fianco di suo marito. Aveva i capelli arruffati, come se fosse stata svegliata solo pochi momenti prima, ma non c’era sonnolenza nei suoi occhi, che seguirono Ned mentre Tomard e Cayn lo aiutavano ad attraversare la stanza. Gli pareva di muoversi con estrema lentezza, come se stesse ancora sognando.

Il re indossava gli stivali. Appiccicati al cuoio, là dove i piedi di Robert sporgevano dalla coperta, c’erano grumi di fango secco e ciuffi di fili d’erba. Un farsetto verde scuro era stato gettato a terra, la stoffa malamente lacerata, incrostata di macchie color mattone. C’era odore di fumo e di sangue e di morte.

«Ned» sussurrò il re quando lo vide. Il suo volto era pallido come gesso. «Avvicinati, amico…»

I suoi uomini lo fecero accostare. Ned si puntellò con un braccio a una colonna della testata. Gli bastò uno sguardo per rendersi conto di quanto disperata fosse la situazione.

«Che cosa…» Le parole gli si strangolarono in gola.

«Un cinghiale.» Lord Renly aveva ancora addosso gli indumenti da caccia, la cappa macchiata di sangue.

«Un demone» disse con voce rauca il re. «Colpa mia. Troppo vino, che io sia dannato. Ho mancato il colpo di lancia.»

«E il resto di voi dov’era?» chiese Ned a lord Renly. «Dov’erano ser Barristan e gli altri della Guardia reale?»

La bocca di Renly si contrasse. «Mio fratello ci ha comandato di stare in disparte, di lasciare che prendesse il cinghiale da solo.»

Eddard Stark sollevò la coperta.

Avevano fatto tutto il possibile per richiuderlo, ma non era stato sufficiente. Quel cinghiale doveva essere stato un demone. Le sue zanne avevano squarciato il re dal pube allo sterno. Le bende imbevute di vino caldo applicate dal gran maestro Pycelle erano già fradice di sangue e la ferita emanava un lezzo nauseante. Ned sentì lo stomaco accartocciarsi. Lasciò ricadere la coperta.

«Puzza» disse Robert. «È il tanfo della morte, non credere che io non lo senta. Il bastardo mi ha fatto proprio un bel servizio, no? Ma io… io gliel’ho fatta pagare, amico.» Il sorriso di Robert era orribile quanto la ferita, i suoi denti, scintillavano di sangue. «Gli ho piantato il coltello dritto nell’occhio. Chiediglielo, Ned. Fatti dire se non è vero.»

«È vero.» La voce di lord Renly era appena udibile. «Abbiamo riportato la carcassa, secondo il volere di mio fratello.»

«Per il banchetto» sussurrò Robert. «Ora uscite. Tutti quanti. Voglio parlare con Ned.»

«Robert, mio dolce signore…» cominciò Cersei.

«Quale parte della parola “uscite” non hai capito, donna?» disse Robert con un residuo dell’antica fierezza.

Cersei raccolse le vesti e la dignità e si diresse verso la porta. Lord Renly e gli altri la seguirono. Il solo ad attardarsi fu il gran maestro Pycelle. «Il latte di papavero, maestà.» Con mani tremanti, offrì al re una coppa piena di denso liquido bianco. «Bevi. Contro il dolore.»

«All’inferno il dolore!» Robert spazzò via il calice con una manata. «Dormirò fin troppo presto, vecchio idiota. Fuori!»

Il gran maestro Pycelle gettò a Ned uno sguardo disperato e si dileguò.

«Maledetto te, Robert» disse Eddard non appena la porta si fu richiusa. La gamba spezzata gli doleva in modo così brutale da offuscargli la vista. O forse era un diverso dolore a offuscarla. Sedette sul bordo del letto, accanto all’amico. «Perché devi sempre essere un tale testardo?»

«Ah, Ned, va’ a farti fottere» ribatté il re con voce rauca. «L’ho fatto fuori il bastardo, no?» Una ciocca di capelli neri arruffati gli ricadde sugli occhi «Dovrei fare fuori anche te. Non mi hai lasciato cacciare in pace. Ser Robar mi ha trovato. La testa di Gregor Clegane. Brutto pensiero. Ma al Mastino non l’ho detto. Che sia Cersei a fargli la sorpresa.» La sua risata si tramutò in un gemito per un improvviso spasimo di dolore. «Gli dei abbiano pietà» mormorò, ingoiando la sofferenza. «La ragazzina. Daenerys. Appena una bambina, avevi ragione tu, Ned… ecco perché… gli dei mi hanno mandato quel cinghiale… per punirmi.» Sputò una boccata di sangue. «Ho sbagliato… ho avuto torto… Nient’altro che una bambina… Varys, Ditocorto, perfino mio fratello… esseri inutili… Solamente tu mi hai detto no… amico…» Alzò una mano, un gesto debole, doloroso. «Carta e inchiostro. Là, sul tavolo. Scrivi ciò che ti dico.»

Ned stese la carta sul proprio ginocchio e prese la penna. «Ai tuoi comandi, maestà.»

«Queste sono le ultime volontà di Robert della Casa Baratheon, primo del suo nome, re degli Andali e tutto il resto… Metti tu i titoli, tu sai come si fa. Io qui comando che Eddard della Casa Stark, lord di Grande Inverno e Primo Cavaliere del re, serva quale lord reggente e protettore del reame alla mia… alla mia morte… per governare in mia… in mia vece, fino a quando mio figlio Joffrey non raggiungerà l’età…»

«Robert…» “Joffrey non è tuo figlio” avrebbe voluto dire, ma le parole non gli salirono alle labbra. L’agonia era palese sul volto di Robert, non avrebbe aggiunto altra sofferenza. Così Ned piegò il capo e scrisse, ma al posto di “mio figlio Joffrey” scrisse “il mio erede”. L’inganno lo fece sentire sporco. “Quali menzogne diciamo in nome dell’amore” pensò. “Possano gli dei perdonarmi.” «Cos’altro vuoi che scriva?»

«Scrivi… quello che vuoi. Proteggere e difendere, dei antichi e nuovi. Tu conosci le parole giuste. Scrivi. Io firmo. Dallo al concilio dopo la mia morte.»

«Robert» disse Ned con voce rotta per il dolore «non devi fare questo. Non morire, amico. Il reame ha bisogno di te.»

Robert gli prese la mano, la strinse con tutte le forze che gli restavano. «Sei un pessimo bugiardo, Ned Stark» disse dominando il dolore. «Il reame… il reame sa bene quale indegno sovrano sono stato. Indegno quanto Aerys. Gli dei abbiano pietà.»

«No» disse Ned all’amico morente. «Non come Aerys! Nemmeno lontanamente indegno come Aerys!»

Robert riuscì a far apparire un sorriso rossastro. «Per lo meno diranno… che quest’ultima cosa che ho fatto… è stata… giusta. Tu non mi volterai le spalle. Tu regnerai, adesso. Odierai il potere, anche più di me… ma tu farai bene. Hai finito di scribacchiare?»

«Ho finito, maestà.» Ned mise il documento davanti a Robert e il re scarabocchiò la firma, alla cieca, lasciando una traccia di sangue sul foglio. «Il sigillo va apposto in presenza di testimoni.»

«Il cinghiale… servitelo al mio banchetto funebre» ansimò Robert. «Mela in bocca, pelle ben abbrustolita. Mangiatelo, il bastardo. E non m’importa se ti ci strozzi. Prometti, Ned.»

«Lo prometto.» «Prometti, Ned» riecheggiò la voce di Lyanna.

«La ragazzina» continuò il re. «Daenerys. Lascia che viva. Se puoi, se non è… troppo tardi… diglielo… Varys, Ditocorto… Non permettere che la uccidano. E aiuta mio figlio, Ned. Fa’ che diventi… migliore di me.» Sussultò. «Dei, abbiate pietà.»

«Avranno pietà, amico. L’avranno.»

Il re chiuse gli occhi e parve rilassarsi. «Ucciso da un maiale» borbottò. «Da crepare dalle risate.»

Ned non stava affatto ridendo. «Li faccio rientrare?»

«Come vuoi.» Robert annuì debolmente. «Dei, che freddo, qui dentro.»

I servi entrarono per primi e si affrettarono a gettare altra legna sul fuoco. La regina se n’era andata, e questo risollevò un poco Ned. Se le era rimasto del buon senso, avrebbe preso i suoi figli e avrebbe lasciato la Fortezza Rossa prima del sorgere del sole. A giudizio di Ned, aveva aspettato anche troppo.

Re Robert non sembrò sentirne la mancanza. Chiamò suo fratello Renly e il gran maestro Pycelle in qualità di testimoni e sotto i loro sguardi impresse il proprio sigillo nella ceralacca gialla che Ned aveva fatto gocciolare sul documento. «E adesso» disse il re «datemi qualcosa per il dolore e lasciatemi morire.»

Con rapidità, il gran maestro Pycelle preparò un’altra coppa di latte di papavero. Questa volta, Robert lo bevve fino in fondo. La sua folta barba nera era imperlata di gocce bianche quando gettò via la coppa vuota. «Sognerò?»

Fu Ned a rispondergli: «Sì, mio signore».

«Bene.» Robert sorrise. «Porterò il tuo amore a Lyanna, Ned. Prenditi cura dei miei figli per me.»

Per Ned quelle parole furono come il coltello girato nella piaga. Per un momento non seppe cosa fare. Non poteva costringersi a mentire. Ma poi ricordò i bastardi: la piccola Barra, che ancora succhiava il latte della madre, Mya, la ragazza della valle di Arryn, il giovane Gendry alla forgia, tutti gli altri. «Io veglierò…» Ned esitò «…veglierò sui tuoi figli come se fossero miei» concluse lentamente.

Robert annuì e i suoi occhi si chiusero. Ned rimase a osservare il vecchio amico abbandonarsi sui cuscini, mentre il latte di papavero faceva svanire la sofferenza dal suo volto. Alla fine scivolò nel sonno.

Le grosse catene di molti metalli tintinnarono quando il gran maestro Pycelle si accostò a Ned. «Farò tutto quanto è in mio potere, mio signore, ma la ferita è necrotica. Sono occorsi due giorni per riportare indietro sua maestà. Quando l’ho visto, era troppo tardi. Posso attenuare le sue sofferenze, ma solamente gli dei sono in grado di guarirlo, ora.»

«Quanto gli resta?»

«In verità, avrebbe già dovuto essere trapassato. Mai ho veduto un uomo aggrapparsi alla vita con altrettanta forza.»

«Mio fratello è sempre stato un uomo forte» disse lord Renly. «Non saggio, forse, ma certo forte.» Nel calore soffocante del locale, la sua fronte era madida di sudore. Avrebbe potuto essere il fantasma di Robert: alto, bruno, bello. «Ha ucciso lui il cinghiale. Le viscere gli stavano uscendo dal ventre, eppure, in qualche modo, ha ucciso quella belva.» La sua voce era piena di stupore.

«Robert non è mai stato uomo da abbandonare il campo lasciando in piedi il nemico» affermò Ned.

Fuori della porta, ser Barristan Selmy continuava a far la guardia alle scale del torrione. «Maestro Pycelle ha dato da bere al re il latte di papavero» gli disse Ned. «Che nessuno disturbi il suo riposo senza il mio consenso.»

«Sarà fatto come comandi, lord Stark.» Ser Barristan sembrava invecchiato di colpo. «Ho infranto il mio sacro giuramento.»

«Neppure il più valoroso dei cavalieri può proteggere un re da se stesso. Robert ha sempre adorato la caccia al cinghiale. Gliene ho visti abbattere mille, di cinghiali.» Rimaneva ad aspettarli senza indietreggiare, gambe salde, lancia protesa. Arrivava a urlare insulti al cinghiale nel pieno della carica, aspettando fino all’ultimo istante per infliggere un solo affondo letale. «Nessuno poteva immaginare che questo avrebbe portato la morte.»

«Apprezzo queste tue parole, lord Eddard.»

«Non mie, ma del re. Ha dato la colpa al troppo vino.»

L’anziano cavaliere annuì stancamente. «Sua maestà era già incerto sulla sella quando abbiamo stanato il cinghiale, eppure ci ha ordinato di tenerci in disparte.»

«E io mi domando, ser Barristan» disse il Ragno tessitore «chi ha servito al re quel vino.»

Eddard non aveva udito lord Varys avvicinarsi, eppure adesso era lì, come scaturito dal nulla. L’eunuco indossava una veste di velluto nero lunga fino a terra e aveva il volto incipriato di fresco.

«Il vino proveniva dall’otre di pelle del re» rispose ser Barristan.

«Un otre soltanto? La caccia fa venire molta sete.»

«Non ho tenuto il conto. Più di uno, per certo. Il suo vassallo gliene andava a prendere uno ogni volta che il re ne faceva richiesta.»

«Oh, che giovane premuroso» approvò lord Varys «ad assicurarsi che sua maestà potesse sempre rinfrescarsi.»

Ned Stark si sentì la bocca amara. Ricordò i due ragazzi dai capelli biondi che Robert aveva mandato alla ricerca di una placca frontale d’armatura che potesse contenere la massa del suo ventre. Quella notte, al banchetto, il re aveva raccontato a tutti l’accaduto, facendosi matte risate. «Quale vassallo?»

«Il più vecchio» rispose ser Barristan. «Lancel.»

«Conosco bene il ragazzo» commentò Varys. «Di lignaggio, figlio di ser Kevan Lannister, nipote di lord Tywin e cugino della regina. Mi auguro che quel dolce fanciullo non biasimi se stesso. L’innocenza della gioventù rende così vulnerabili, come io stesso ricordo bene…»

Un tempo anche Varys era stato ragazzo, certo. Ma innocente? Ned ne dubitava molto. «A proposito di bambini, Robert ha cambiato idea riguardo a Daenerys Targaryen. Quali che siano i piani che avete fatto, voglio che vengano annullati. E subito.»

«Ahimé, lord Stark, temo che “subito” sia già troppo tardi. Quegli uccelletti avranno già spiccato il volo. Tuttavia, mio lord, farò quanto è in mio potere. Con il tuo permesso…» S’inchinò brevemente e scomparve per le scale. Le sue soffici pantofole di velluto frusciavano appena sui gradini di pietra.


Tomard e Cayn stavano aiutando Ned ad attraversare il ponte coperto quando lord Renly Baratheon emerse dal fortino di Maegor. «Lord Eddard!» chiamò. «Vorrei un momento del tuo tempo, con tua compiacenza.»

Ned si fermò. «Come desideri.»

Renly arrivò fino a lui. «Allontana i tuoi uomini.» Si trovavano al centro del ponte, il fossato asciutto sotto di loro. La luce della luna scintillava sulle minacciose punte d’acciaio che lo bordavano.

Ned fece un gesto. Tomard e Cayn chinarono brevemente il capo e si ritirarono a rispettosa distanza.

Lord Renly gettò un’occhiata sospettosa a ser Boros, immobile all’estremità del ponte prossima al fortino, e a ser Preston, alle loro spalle. «Quel documento… È la reggenza, giusto? Mio fratello ti ha nominato protettore?» Non attese la risposta. «Mio signore, la mia Guardia personale è composta da trenta uomini e ho anche altri amici, cavalieri e lord. Dammi un’ora e io porrò cento spade ai tuoi ordini!»

«E cosa dovrei farne di cento spade?»

«Colpire!» Renly guardò di nuovo verso ser Boros e abbassò la voce a un sussurro concitato. «Adesso, mentre il castello dorme. Dobbiamo strappare Joffrey a sua madre. Protettore o no, l’uomo che ha in pugno il re ha in pugno il regno. Dovremo prendere anche Myrcella e Tommen. Se abbiamo in mano i suoi figli, Cersei non oserà contrastarci. Il concilio ti confermerà come lord protettore e Joffrey diverrà il tuo protetto.»

«Robert non è ancora morto» gli ricordò Ned freddamente. «Gli dei potrebbero risparmiarlo. Se ciò non dovesse accadere, riunirò il concilio per dare lettura delle sue ultime volontà e trattare la questione della successione. Io non arrecherò disonore alle sue ultime ore su questa terra spargendo sangue nella sua casa e strappando bambini spaventati dai loro letti.»

Renly fece un passo indietro, teso come una corda d’arco. «Ogni istante che lasci passare, è un istante che regali a Cersei per prepararsi. Quando Robert sarà morto, potrebbe essere troppo tardi… Sia per me sia per te!»

«E allora preghiamo che non muoia.»

«Ci sono ben poche probabilità.»

«A volte gli dei sanno essere misericordiosi.»

«I Lannister no.» Lord Renly si voltò e percorse il ponte fino al torrione nel quale suo fratello giaceva in agonia.


Rientrando nelle proprie stanze, Ned Stark si sentiva stremato, esausto nel profondo. Ma non poteva andare a dormire, non ora. «Quando si gioca al gioco del trono o si vince o si muore» gli aveva detto Cersei Lannister nel parco degli dei. Forse aveva commesso un errore a rifiutare la proposta di Renly. Però lui non era uomo da farsi coinvolgere in simili intrighi e non c’era alcun onore nel minacciare bambini, eppure, se invece di fuggire Cersei Lannister aveva deciso di dare battaglia, le cento spade di Renly gli sarebbero servite, e ben più di quelle.

«Voglio Ditocorto» disse a Cayn. «Se non è nelle sue stanze, prendi quanti uomini ti servono e va’ a rastrellare tutte le taverne e i bordelli di Approdo del Re finché non lo trovi. Lo voglio qui prima del sorgere del sole.» Cayn s’inchinò e corse fuori. Ned si rivolse a Tomard. «La Strega dei venti salpa con la marea della sera. Hai scelto la scorta?»

«Dieci dei nostri. Con Porther al comando.»

«Venti, con te al comando.» Porther era un uomo coraggioso, ma era anche testardo, mentre a lui serviva qualcuno più serio e assennato per vegliare sulle sue figlie.

«Come tu comandi, mio signore» rispose Tom. «Non posso dire che questo posto mi mancherà. È mia moglie che mi manca.»

«Sulla rotta verso nord, costeggerete la Roccia del Drago. Voglio che tu consegni una lettera per me.»

«Alla… Roccia del Drago, mio signore?» Tom il Grasso apparve di colpo apprensivo. L’isola-fortezza che un tempo era stata dei Targaryen continuava a essere circondata da una fama sinistra.

«Non appena arriverete in vista dell’isola, di’ al capitano Qos di innalzare il vessillo degli Stark. Potrebbero non fidarsi di visitatori inaspettati. Se Qos è riluttante, paga qualsiasi prezzo chieda. La lettera che ti darò è per lord Stannis Baratheon, in persona. Nessun altro, Tom. Non il suo attendente, non il comandante della sua guardia, non la lady sua moglie. Nessun altro all’infuori di lord Stannis in persona.»

«Come tu comandi, mio signore.»


Quando Tomard se ne fu andato, lord Eddard Stark si sedette e fissò la fiamma della candela che bruciava sul tavolo, vicino a lui. Tutto quello che avrebbe voluto in quel momento era andare nel parco degli dei, inginocchiarsi di fronte all’albero del cuore e pregare per la vita di Robert Baratheon, che per lui era stato più di un fratello. In seguito si sarebbe detto che Eddard Stark aveva tradito l’amicizia del suo re e diseredato i suoi figli; poteva solo sperare che gli dei vedessero con chiarezza, e che Robert apprendesse la verità nelle sterminate regioni del nulla.

Ned estrasse l’ultima lettera del re. Un rotolo di pergamena bianca, sigillato con ceralacca dorata, poche parole striate di sangue. Quanto insignificante era la linea di divisione tra vittoria e sconfitta, tra vita e morte.

Prese un foglio pulito di pergamena e intinse la penna nel calamaio. “A Stannis della Casa Baratheon. Nel momento in cui leggerai questa lettera, tuo fratello Robert, nostro re per i passati quindici anni, non sarà più. È stato dilaniato da un cinghiale selvaggio nel corso di una caccia nei boschi del Re…”

Di fronte ai suoi occhi, le lettere parvero contorcersi e aggrovigliarsi. Lord Tywin e ser Jaime non erano uomini da subire passivamente la caduta in disgrazia: non sarebbero fuggiti, avrebbero combattuto. Dopo l’assassinio di Jon Arryn, era certo che lord Stannis fosse sul chi vive, ma era necessario che facesse subito vela per Approdo del Re con tutte le sue forze, prima che fossero i Lannister a farlo.

Ned scelse le parole con la massima cura. Una volta che ebbe finito, appose la propria firma: “Eddard Stark, lord di Grande Inverno, Primo Cavaliere del re e protettore del reame”. Fece asciugare l’inchiostro, piegò due volte il documento e fece fondere la ceralacca alla fiamma della candela per sigillarlo.

La sua reggenza avrebbe avuto vita breve, si disse mentre la ceralacca si ammorbidiva. Il nuovo re avrebbe scelto un suo Primo Cavaliere. Ned sarebbe stato libero di tornare a casa. Il pensiero di Grande Inverno portò sul suo volto un sorriso di nostalgia. Voleva udire di nuovo la risata di Bran, andare a caccia col falcone assieme a Robb, guardare Rickon giocare. Voleva scivolare in un sonno senza sogni, nel suo letto, tra le braccia di Catelyn.

Cayn tornò mentre stava imprimendo il sigillo del meta-lupo nella soffice ceralacca bianca. Desmond era con lui, e fra i due stava Ditocorto. Ned ringraziò le guardie e le congedò.

Ditocorto sedette senza aspettare di essere invitato. Indossava una tunica di velluto blu dalle maniche a sbuffo e il mantello color argento era disseminato di usignoli. «Immagino che le congratulazioni siano d’obbligo.»

Ned si accigliò. «Il re è in punto di morte.»

«Lo so» rispose Ditocorto. «E so anche che ti ha nominato protettore del reame.»

Lo sguardo di Ned corse alla pergamena con le ultime volontà di Robert che era sul tavolo vicino a lui, il sigillo intatto. «Com’è che sai una cosa del genere, mio lord?»

«Me l’ha accennato Varys. E tu me l’hai appena confermato.»

«Maledetto Varys e tutti i suoi uccelletti malefici.» La bocca di Ned si contrasse. «Catelyn ha detto il vero: quell’individuo possiede una qualche oscura arte magica. Non mi fido di lui.»

«Ottimo: cominci a imparare.» Ditocorto si protese verso di lui. «Non penso però che tu mi abbia fatto trascinare qui nel cuore della notte per discutere dell’eunuco.»

«Conosco il segreto per coprire il quale Jon Arryn è stato assassinato» ammise Ned. «Robert morirà senza lasciare alcun erede legittimo. Joffrey e Tommen sono figli bastardi di Jaime, nati dall’unione incestuosa con la regina.»

Ditocorto inarcò un sopracciglio. «Sconvolgente» disse, ma dal tono era chiaro che non era per niente sconvolto. «Anche la bambina? Senza dubbio. Per cui, alla morte del re…»

«…il trono passerà di diritto a lord Stannis» completò Ned. «Il più vecchio dei due fratelli di Robert.»

«Così sembrerebbe.» Lord Baelish si accarezzò il pizzetto con aria meditabonda. «A meno che…»

«A meno che… cosa, mio lord? Non c’è nulla che sembra, in ciò. Stannis è l’erede. Questa è la verità.»

«Stannis non può salire al trono senza il tuo aiuto. E se tu sei saggio, è Joffrey che vuoi su quel trono.»

Ned tenne su di lui uno sguardo di ghiaccio. «Non hai nemmeno un brandello di onore?»

«Un brandello? Ma certo» rispose Ditocorto con indifferenza. «Stammi a sentire. Stannis non è amico tuo né mio. Perfino i suoi fratelli lo reggono a stento. Quell’uomo è di ferro, duro, inflessibile. Ci darà un nuovo Primo Cavaliere e un nuovo Concilio ristretto, è poco ma sicuro. Ti farà tanti ringraziamenti per avergli dato la corona, ma non aspettarti che ti ami per questo. E la sua ascesa al trono significherà guerra. Stannis Baratheon non siederà con sicurezza sul trono finché Cersei e i suoi bastardi non saranno morti. E credi che lord Tywin rimarrà buono e calmo mentre alla testa di sua figlia vengono prese le misure per la picca sulla quale verrà infilata? Castel Granito si solleverà, e non sarà solo. Di fronte al loro giuramento di fedeltà, Robert trovò in sé la forza di perdonare uomini che avevano servito re Aerys. Stannis non è clemente. Non ha dimenticato l’assedio di Capo Tempesta. Auguro ai lord Tyrell e Redwyne di non averlo dimenticato nemmeno loro. Chiunque abbia combattuto sotto i vessilli del drago o si sia ribellato assieme a Balon Greyjoy, avrà fin troppe ragioni di temere. Fa’ salire Stannis sul trono e, credi a me, il reame sanguinerà.»

Ditocorto fece una pausa, poi riprese: «Veniamo ora al rovescio della medaglia. Joffrey ha soltanto dodici anni e Robert ha dato a te la reggenza. Tu sei Primo Cavaliere del re e protettore del reame. Tu, lord Stark, hai già il potere. Tutto quello che devi fare è allungare la mano e prenderlo. Fa’ pace con i Lannister. Libera il Folletto. Sposa Joffrey alla tua Sansa. Sposa l’altra tua ragazzina al principe Tommen e il tuo erede a Myrcella. Ci vorranno quattro anni prima che Joffrey raggiunga l’età per regnare. Guarderà a te come a un secondo padre, e in caso contrario… quattro anni sono lunghi, mio signore. Più che sufficienti per liquidare lord Stannis. E se Joffrey dovesse creare dei problemi, noi potremo rivelare il suo piccolo segreto e mettere quindi Renly sul trono».

«Noi?» fece eco Ned.

«Avrai pur bisogno di qualcuno che ti aiuti a portare simili fardelli.» Ditocorto si strinse nelle spalle. «Ti assicuro, il mio prezzo sarà fin troppo ragionevole.»

«Il tuo prezzo.» C’era il gelo nella voce di Ned. «Lord Baelish, ciò che suggerisci è alto tradimento.»

«Solo se perderemo.»

«La tua memoria è corta. Dimentichi Jon Arryn. Dimentichi Jory Cassel. E dimentichi questa.» Estrasse la daga e la mise sul tavolo in mezzo a loro: impugnatura di osso di drago e lama d’acciaio di Valyria, affilata quanto la differenza fra giusto e ingiusto, fra verità e menzogna, fra vita e morte. «Hanno mandato un uomo a tagliare la gola di mio figlio.»

«Temo di aver dimenticato» sospirò Ditocorto. «Invoco il tuo perdono. Per un momento ho scordato che stavo parlando a uno Stark.» Le sue labbra si piegarono in una smorfia. «Per cui sarà Stannis e la guerra?»

«Non è una scelta. Stannis è l’erede.»

«Lungi da me discutere con il lord protettore del reame. Per quale ragione mi hai convocato, quindi? Non certo per la mia saggezza.»

«Farò del mio meglio per dimenticare la tua… saggezza» disse Ned con repulsione. «Ti ho convocato per chiederti di dare a me l’aiuto che promettesti a Catelyn. Questa è un’ora di pericolo per tutti noi. Robert mi ha nominato protettore, è vero, ma agli occhi del mondo Joffrey rimane ancora suo figlio e suo vero erede. La regina può contare su una dozzina di cavalieri e almeno cento armati che obbediranno a qualsiasi suo ordine. Una forza più che sufficiente a travolgere il poco che resta della mia guardia. Inoltre, per quanto ne sappiamo, suo fratello Jaime potrebbe stare marciando su Approdo del Re in questo preciso momento, con un’armata Lannister al seguito.»

«Mentre tu di armate non ne hai.» Ditocorto giocherellava con la daga spingendone la punta in lenti cerchi. «D’altra parte, non c’è molto affetto tra lord Renly e i Lannister. Yohn Royce, ser Balon Swann, ser Loras Tyrell, lady Tanda, i gemelli Redwyne… ognuno di loro tiene qui a corte un certo numero di cavalieri e di spade fidate.»

«Trenta uomini compongono la guardia personale di Renly. Gli altri ne hanno anche meno. Anche se tutti loro decidessero di giurarmi fedeltà, cosa della quale non sono certo, non sarebbero sufficienti. Devo avere dalla mia i mantelli dorati. La Guardia cittadina conta duemila uomini che hanno giurato di difendere la città, il castello e la pace del re.»

«E nel momento in cui la regina proclamasse un re e il Primo Cavaliere un altro, la pace di quale re difenderanno?» Lord Petyr impresse un’altra spinta alla daga. La lama girò e girò e girò, e quando si arrestò puntava verso Ditocorto. «Ecco la tua risposta, lord protettore.» Ditocorto sorrise. «Staranno con l’uomo che li paga.» Si rilassò contro lo schienale e guardò Ned dritto in faccia; i suoi occhi tra il verde e il grigio erano pieni di derisione. «Ti porti addosso l’onore come se fosse un’armatura, Stark. Tu credi che ti tenga al sicuro, ma tutto quello che fa è pesarti sulla schiena e impacciarti i movimenti. Ma guardati: tu sai perché mi hai chiamato, sai che cosa mi chiedi e sai cosa dev’essere fatto. Solo che tutto questo non è… onorevole, perciò le parole ti si strozzano in gola.»

Il collo di Ned era irrigidito dalla tensione. Per un lungo momento, si sentì così furioso da non fidarsi a parlare.

«Dovrei costringerti a dirle, quelle parole» rise Ditocorto. «Ma suppongo che sarebbe un gesto crudele da parte mia. Per cui, non temere, mio buon lord. In nome dell’affetto che ho per Catelyn, quando uscirò di qui andrò difilato da Janos Slynt e farò sì che la Guardia cittadina sia tua. Seimila pezzi d’oro dovrebbero bastare. Un terzo al comandante, un terzo agli ufficiali, il resto agli uomini. Forse potremmo comprarli per la metà, ma io preferisco non correre rischi». Con un sorriso, Ditocorto raccolse la daga e la porse a Ned dalla parte dell’impugnatura.

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