14 Famiglia

Mi acquattai di fianco a Jacob, in attesa che dalla foresta spuntassero gli altri licantropi, ma quando tra gli alberi apparvero le loro sagome non vidi ciò che mi aspettavo. Nella mia mente si era impressa l’immagine dei lupi. Questi erano solo quattro ragazzoni mezzi nudi.

Di nuovo li scambiai per un quartetto di gemelli. Era straordinario vederli muoversi in perfetta sincronia, dall’altra parte della strada, con la muscolatura affusolata e la carnagione bronzea, gli stessi capelli corti e neri, e l’espressione che cambiava simultaneamente, sui loro visi.

All’inizio erano curiosi e circospetti. Nello scorgermi, mezza nascosta dietro Jacob, s’infuriarono tutti nello stesso istante.

Sam era ancora il più grosso, ma Jacob lo aveva quasi raggiunto. Sam non era esattamente un ragazzo. Il viso era quasi adulto, non perché avesse le rughe o i segni della vecchiaia, ma per la maturità e la pazienza che rivelava.

«Cos’è successo, Jacob?», chiese.

Uno degli altri, che non riconoscevo—Jared o Paul -, si portò davanti a Sam e parlò prima che Jacob potesse rispondere.

«Perché non rispetti le regole, Jacob?», strillò alzando le mani al cielo. «Cosa diavolo hai in mente? Lei è forse più importante di tutto il resto, della tribù? Dei morti assassinati?».

«Può esserci utile», disse Jacob, tranquillo.

«Utile!», urlò l’altro infuriato. Iniziarono a tremargli le braccia. «Ah, certo che sì! Scommetto che l’amichetta delle sanguisughe muore dalla voglia di aiutarci!».

«Sta’ attento a come parli!», rispose con foga Jacob, punto nel vivo dal sarcasmo dell’amico.

Il ragazzo fu preso da uno spasmo che gli scosse le spalle e la schiena.

«Paul! Rilassati!», ordinò Sam.

Paul scosse la testa avanti e indietro, non in segno di obbedienza, ma come nel tentativo di concentrarsi.

«Santo cielo, Paul», disse uno degli altri, forse Jared. «Datti una calmata».

Paul si voltò verso Jared, le labbra tese per l’irritazione. Poi mi guardò in cagnesco. Jacob fece un passo avanti per coprirmi.

E la situazione precipitò.

«Ma bravo, proteggila pure!», ruggì Paul, offeso. Un altro spasmo ne scosse il corpo. Gettò la testa all’indietro, mostrò i denti e si lasciò sfuggire un vero ringhio.

«Paul!», urlarono assieme Sam e Jacob.

Sembrava che Paul, in preda a tremore violento, stesse per cadere in avanti. Quando fu a mezz’aria, con un rumore di strappo violento, esplose.

Dalla sua pelle spuntò una pelliccia argentea, scura, che tratteggiò una sagoma cinque volte più grande di lui: massiccia, rannicchiata, pronta a saltare.

Il lupo scopriva i denti e dal suo petto colossale salì un altro ringhio. Mi fissava con gli occhi scuri e pieni di rabbia.

In quel preciso istante vidi Jacob attraversare la strada di corsa, dritto verso il mostro.

«Jacob!», urlai.

A metà corsa, anche lui fu preda di una forte convulsione. Si gettò in avanti, tuffandosi nel vuoto.

Un altro rumore di strappo secco e anche Jacob esplose. Scoppiò letteralmente dalla propria pelle; l’aria si riempì di brandelli di stoffa bianchi e neri. Successe talmente in fretta che con un battito di ciglia avrei potuto perdermi l’intera trasformazione. Prima c’era Jacob che si tuffava nell’aria e, un istante dopo, ecco il lupo gigante, dal pelo bronzeo—tanto enorme che non riuscii a spiegarmi dove fosse nascosta tutta quella massa—pronto a scagliarsi contro la bestia argentea rannicchiata.

Lo scontro tra lui e l’altro licantropo fu frontale. Il loro ringhio infuriato risuonò come un tuono tra gli alberi.

I resti dei vestiti di Jacob svolazzavano ancora nel punto in cui era balzato in aria.

«Jacob!», urlai di nuovo, azzardando un passo avanti.

«Resta dove sei. Bella», ordinò Sam. Era difficile sentire la sua voce, coperta dai ruggiti dei lupi che lottavano. Si davano morsi e strattoni, i denti affilati puntavano dritto alla gola. Jacob pareva avere la meglio: era più grosso dell’avversario e sembrava anche più forte. Prese a spallate il lupo grigio, costringendolo a rifugiarsi tra gli alberi.

«Portatela da Emily», urlò Sam agli altri due, che osservavano la battaglia con espressione rapita. Jacob era riuscito ad allontanare il lupo grigio dalla strada e i due stavano per sparire nella foresta, assieme al rumore ancora forte dei loro brontolii. Sam li inseguì, dopo essersi tolto le scarpe. Mentre si gettava tra gli alberi, anche lui iniziò a tremare dalla testa ai piedi.

Uno dei ragazzi scoppiò a ridere.

Mi voltai a guardarlo... sentivo gli occhi come ipnotizzati, quasi non riuscivo a chiuderli.

Il ragazzo rideva della mia espressione. «Certo, scene come questa non si vedono tutti i giorni», ghignò. Ricordavo vagamente quel volto, più magro degli altri... era Embry Call.

«Io le vedo», borbottò Jared, l’altro ragazzo, «almeno una volta al giorno».

«Oh, Paul non perde la pazienza sempre», ribatté Embry, ancora col sorriso. «Soltanto due giorni su tre».

Jared si fermò a raccogliere una cosa bianca da terra. La porse a Embry: era un groviglio moscio e sbrindellato.

«Completamente sbriciolata», disse Jared. «Billy ha detto che non avrebbe potuto permettersene un altro paio. Mi sa che a Jacob toccherà andare in giro scalzo».

«Questa è sopravvissuta», disse Embry mostrandogli l’altra scarpa da ginnastica bianca. «Dovrà imparare a camminare su un piede solo», aggiunse ridendo.

Jared raccolse vari brandelli di tessuto. «Per favore, prendi le scarpe di Sam. Il resto finirà nella spazzatura».

Embry afferrò le scarpe e scattò verso gli alberi dietro cui era sparito Sam. Tornò in pochi secondi e sottobraccio aveva un paio di jeans ormai inutilizzabili. Jared appallottolò i resti strappati dei vestiti di Jacob e Paul. All’improvviso, parve ricordarsi che c’ero anch’io. Mi scrutò per bene, dalla testa ai piedi.

«Non dirmi che stai per svenire, vomitare o cose del genere, eh?», chiese.

«Non credo», risposi d’un fiato.

«Non hai un bell’aspetto. Forse è meglio che resti un po’ seduta».

«Va bene», mormorai. Mi raggomitolai come al mio solito, nascondendo la testa fra le ginocchia.

«Jake avrebbe dovuto avvertirci», disse Embry.

«Non doveva coinvolgere la sua ragazza. Cosa credeva di fare?».

«Tanto va il lupo al lardo...», sospirò Embry. «Ne hai da imparare, Jake».

Alzai la testa per inchiodare con uno sguardo i ragazzi, che sembravano prendere tutto alla leggera. «Non siete preoccupati?», domandai.

Embry mi guardò, sorpreso. «Preoccupati? Perché?».

«Rischiano di farsi male!».

Embry e Jared sghignazzarono.

«Spero proprio che Paul lo azzanni», disse Jared. «Che gli dia una bella lezione».

Impallidii.

«Certo, come no», protestò Embry. «Ma l’hai visto, Jake? Nemmeno Sam sarebbe stato capace di trasformarsi al volo, così. Ha capito che Paul stava perdendo la testa e cosa gli ci è voluto per attaccarlo, mezzo secondo? Quel ragazzo ha talento».

«Paul combatte da più tempo. Dieci dollari che gli lascia un bel segno».

«Ci sto. Jake è un combattente nato, Paul non ha scampo».

Si strinsero la mano, con un sorriso.

Cercai di tranquillizzarmi al pensiero di quanto fossero rilassati, ma non riuscivo a cancellare l’immagine brutale della lotta. Avevo lo stomaco nauseato e vuoto, e la testa bruciava di preoccupazione.

«Andiamo a trovare Emily. Avrà senz’altro cucinato qualcosa». Embry guardò verso di me. «È un problema se ti chiediamo un passaggio?».

«Certo che no», risposi, con un filo di voce.

Jared mi guardò di sottecchi. «Forse è meglio che guidi tu, Embry. Secondo me rischia ancora di svenire».

«Buona idea. Dove sono le chiavi?», chiese Embry.

«Infilate».

Embry aprì la porta del passeggero. «Sali pure», disse allegro, sollevandomi da terra con una mano e cacciandomi sul sedile. Calcolò quanto spazio restasse. «A te tocca salire dietro», disse a Jared.

«Meglio così. Sono debole di stomaco, non voglio esserle accanto quando scoppierà».

«Secondo me non è una pappamolla. Se la fa con i vampiri».

«Cinque dollari?», chiese Jared.

«Andata. Mi sento quasi in colpa a spillarti soldi così».

Embry salì e accese il motore, mentre Jared saltava agile sul cassone. Chiusa la portiera, Embry borbottò: «Non vomitare, okay? Ho solo dieci dollari e se per caso Paul finisce per mordere Jacob...».

«Okay», sussurrai.

Embry ci riportò al villaggio.

«Ehi, ma come ha fatto Jake a evitare l’imposizione?».

«Evitare... cosa?».

«Ehm, il divieto. Hai presente, di chiudere il becco. Come ha fatto a raccontarti tutto?».

«Ah, be’», esclamai, e ripensai a Jacob la notte precedente, mentre cercava di soffocare la verità. «Non è stato lui. Merito del mio intuito».

Embry corrugò le labbra, sorpreso. «Ah. Mi sembra logico».

«Dove stiamo andando?», chiesi.

«A casa di Emily. La ragazza di Sam... anzi, ormai sua fidanzata ufficiale. Paul e Jake ci raggiungeranno dopo che Sam li avrà strigliati per bene. E dopo che avranno recuperato qualche vestito nuovo, ammesso che a Paul ne siano rimasti».

«Emily sa?».

«Sì. E mi raccomando, non stare a fissarla. Sam potrebbe irritarsi».

Lo guardai torva. «Perché dovrei fissarla?».

Embry sembrava a disagio. «Come hai appena visto, frequentare i licantropi comporta qualche rischio». Cambiò discorso alla svelta. «Ehi, nessun problema con il succhiasangue che abbiamo trovato nel bosco, vero? Non sembrava tuo amico, però...». Si strinse nelle spalle.

«No, non lo era».

«Bene. Non ci teniamo a scatenare vendette, infrangere il patto o cose del genere».

«Ah sì, Jake mi ha parlato del patto, una volta, tanto tempo fa. L’uccisione di Laurent lo ha infranto?».

«Laurent», ripeté ghignando, come se trovasse divertente l’idea che un vampiro avesse un nome. «Be’, tecnicamente eravamo nel territorio dei Cullen. Abbiamo il divieto di attaccarli, i Cullen, fuori dalla nostra terra, a meno che non siano loro a infrangere per primi il patto. Non sapevamo se quello con i capelli neri fosse un loro parente o cosa. Sembrava che ti conoscesse».

«E in che modo potrebbero spezzare il patto?».

«Mordendo un umano. Jake non era dell’avviso di lasciarlo fare».

«Ah! Ehm, grazie. Sono lieta che non abbiate aspettato».

«È stato un piacere». E si vedeva che per lui lo era stato davvero.

Oltrepassata l’ultima casa a est di fianco all’autostrada, Embry svoltò in uno stretto sentiero sterrato. «Il tuo pick-up è lento», disse.

«Mi dispiace».

In fondo alla viuzza c’era una casetta che un tempo era stata grigia. Accanto alla porta blu scolorita c’era soltanto una finestrella, sul davanzale spiccava un vaso di calendule arancioni e gialle che davano un aspetto allegro alla facciata.

Embry aprì la portiera e annusò l’aria. «Mmm, Emily sta cucinando».

Jared saltò giù dal cassone e puntò dritto verso la porta, ma Embry lo fermò piazzandogli una mano sul petto. Mi lanciò uno sguardo d’intesa e si schiarì la gola.

«Sono senza portafoglio», disse Jared.

«Non c’è problema. Non dimenticherò».

Salirono l’unico scalino ed entrarono in casa senza bussare. Li seguii intimorita.

Il locale principale del piano terra, come a casa di Billy, era occupato soprattutto da cucina e sala da pranzo. In piedi, davanti al lavandino della cucina, una giovane donna con la pelle bronzea e lunghi capelli, lisci e corvini, estraeva grossi muffin da una teglia per disporli su un vassoio di carta. Per un istante pensai che Embry mi avesse chiesto di non fissarla perché era bellissima.

Poi chiese: «Avete fame, ragazzi?», con voce melodiosa, e si voltò a guardarci, sfoderando un sorriso a metà. Il lato destro del suo viso era sfregiato, dall’attaccatura dei capelli al mento, da tre graffi spessi e arrossati, ferite rimarginate da tempo ma ancora livide. Uno le abbassava il contorno dell’occhio a mandorla, un altro distorceva l’angolo della bocca in una smorfia permanente.

Lieta che Embry mi avesse messa in guardia, spostai subito lo sguardo verso i muffin. Avevano un profumo buonissimo, di mirtilli freschi.

«Ah», disse Emily, sorpresa. «E questa chi è?».

Rialzai gli occhi, cercando di evitare di guardare il lato destro del suo viso.

«Bella Swan», rispose Jared, stringendosi nelle spalle. A quanto pare, ero già stata argomento dei loro discorsi. «Chi altro, se no?».

«In un modo o nell’altro, Jacob ce la fa sempre», mormorò Emily. Mi fissò, ma né l’una né l’altra metà del suo volto, un tempo bellissimo, sembravano amichevoli. «Quindi, tu sei la ragazza vampiro».

M’irrigidii. «Sì. E tu sei la ragazza lupo?».

Rise assieme a Embry e Jared. La metà sinistra del suo viso si rilassò. «Direi di sì». Si rivolse a Jared. «Sam dov’è?».

«Bella ha... ehm, colto di sorpresa Paul, stamattina».

Emily alzò l’occhio buono al cielo. «Paul, Paul...», sospirò. «Ci metteranno molto? Stavo per preparare le uova».

«Non preoccuparti», rispose Embry. «Dovessero tardare, non butteremo via nulla».

Emily ridacchiò e aprì il frigo. «Ci credo. Bella, hai fame? Se vuoi un muffin, serviti pure».

«Grazie». Ne presi uno e iniziai a mordicchiare il bordo del dolce. Era delizioso, un sollievo per il mio stomaco indebolito. Embry era già al terzo, che trangugiò intero.

«Lasciane qualcuno per i tuoi fratelli», lo imbeccò Emily, colpendolo in testa con il cucchiaio di legno. Fui sorpresa dal modo in cui li aveva chiamati, ma a quanto pare ero l’unica.

«Maiale», commentò Jared.

Appoggiata al piano cottura, li guardavo chiacchierare come una vera famiglia. La cucina di Emily era un luogo accogliente, illuminato dagli armadietti bianchi e dal pavimento di legno chiaro. Sul piccolo tavolo rotondo, una brocca di porcellana bianca e blu traboccava di fiori selvatici. Embry e Jared sembravano perfettamente a proprio agio.

Emily era intenta a mescolare una quantità assurda di uova, almeno una dozzina, dentro una grossa ciotola gialla. Le maniche della camicia color lavanda, arrotolate, scoprivano altre cicatrici che correvano sul braccio, fino alla mano destra. Embry era stato chiaro: frequentare i licantropi era davvero rischioso.

La porta principale si aprì e ne spuntò Sam.

«Emily», disse, e la sua voce era talmente satura d’amore che mi sentii in imbarazzo, di troppo, mentre lo vedevo attraversare la stanza con un passo solo e prenderle il viso tra le grandi mani. Prima di baciarle le labbra, sfiorò le cicatrici scure sulla guancia destra.

«Ehi, poche smancerie», si lamentò Jared. «Sto mangiando».

«Allora zitto e mangia», suggerì Sam, baciando di nuovo la bocca sfigurata di Emily.

Embry rispose con un grugnito.

Era peggio di qualsiasi film romantico; la scena era talmente reale da gettare ovunque un’eco di gioia, vitalità e amore sincero. Posai il muffin e strinsi le braccia attorno al vuoto del mio petto. Guardai i fiori e tentai di ignorare quel momento di pace assoluta e il miserabile pulsare delle mie ferite.

Per fortuna fui distratta dall’arrivo di Jacob e Paul, che mi sorpresero con le loro risate. Mentre li osservavo, Paul diede un pugno sulla spalla a Jacob, che rispose con un montante al fianco. Un’altra risata. Sembravano tutti interi.

Jacob perlustrò la stanza e il suo sguardo si fermò su di me, goffa e imbarazzata, appoggiata al piano nell’angolo più lontano della cucina.

«Ciao, Bells», salutò, allegro. Si avvicinò al tavolo, afferrò due muffin e si sedette accanto a me. «Scusa per prima», mormorò sottovoce. «Ce la stai facendo?».

«Non preoccuparti. Sto bene. Buoni, i muffin». Ripresi il mio e ricominciai a morderlo. La vicinanza di Jacob alleviò il dolore al petto.

«Oh, no!», urlò Jared interrompendoci.

Alzai lo sguardo e lo vidi esaminare assieme a Embry un graffio sbiadito sull’avambraccio di Paul. Embry sorrideva ed esultava.

«Quindici dollari», commentò.

«Sei stato tu?», sussurrai a Jacob, ricordando la scommessa.

«L’ho toccato appena. Prima del tramonto gli passerà».

«Prima del tramonto?». Osservai il graffio sul braccio di Paul. Era strano, sembrava vecchio di settimane.

«Cose da lupi», sussurrò Jacob.

Annuii, cercando di non apparire troppo sbigottita.

«E tu, stai bene?», chiesi sottovoce.

«Neanche un graffio». Sembrava fiero di sé.

«Ragazzi», disse Sam ad alta voce, interrompendo tutte le conversazioni nella stanzetta. Emily, ai fornelli, versò le uova sbattute in una grossa padella e Sam, in un gesto istintivo, le sfiorò la schiena con una mano. «Jacob ha alcune informazioni da darci».

Paul non sembrava sorpreso. Probabilmente Jacob aveva già spiegato tutto a lui e a Sam. Forse avevano ascoltato i suoi pensieri.

«So cosa vuole la rossa», Jacob si rivolse a Jared ed Embry. «È ciò che stavo cercando di dirvi poco fa». Scalciò la gamba della sedia su cui si era accomodato Paul.

«...E?», chiese Jared.

Jacob si fece serio. «È vero, vuole vendicare il suo compagno. Peccato che non si tratti della sanguisuga con i capelli neri che abbiamo ucciso noi. Sono stati i Cullen a prenderlo, l’anno scorso, e lei intende rifarsi con Bella».

Per me non era una novità, ma rabbrividii lo stesso.

Jared, Embry ed Emily mi fissarono a bocca aperta, sorpresi.

«Ma è soltanto una ragazza», protestò Emily.

«Non ho detto che sia logico. Ma questa è la ragione per cui la succhiasangue cerca di evitarci. Punta dritta a Forks».

Non smettevano di fissarmi, senza riuscire a chiudere la bocca. Chinai la testa.

«Splendido», commentò infine Jared, abbozzando un sorriso. «Abbiamo un’esca».

Con velocità sorprendente, Jacob afferrò un apriscatole e glielo lanciò in testa. Jared, con un movimento tanto fulmineo da sembrare impossibile, lo afferrò un centimetro prima di essere colpito.

«Bella non è un’esca!».

«Sai cosa intendo», disse Jared senza batter ciglio.

«Perciò cambieremo tattica», disse Sam ignorando il battibecco. «Lasceremo qualche varco e vedremo se ci si infila. Saremo costretti a dividerci e questo non mi piace. Ma se il suo obiettivo è Bella, non credo che cercherà di attaccarci, anche se non siamo in branco».

«Se non sbaglio, tra poco Quil si unirà a noi», mormorò Embry. «A quel punto potremo dividerci in coppie».

Tutti abbassarono lo sguardo. Lanciai un’occhiata a Jacob, la cui espressione era abbattuta, come il pomeriggio precedente di fronte a casa sua. Poco importava che in quella cucina felice tutti apparissero appagati del proprio destino: nessuno dei licantropi augurava la propria sorte all’amico.

«Be’, non ci conteremo», disse Sam sottovoce, per poi proseguire a volume normale. «Paul, Jared ed Embry batteranno il perimetro esterno, Jacob e io quello interno. Dopo che l’avremo intrappolata stringeremo la morsa».

Mi accorsi del cambiamento di espressione di Emily, quando seppe che Sam avrebbe fatto parte del gruppo meno numeroso. Guardai Jacob, preoccupata.

Sam mi fissò negli occhi. «Secondo Jacob, è meglio che tu resti il più a lungo possibile qui a La Push. Per renderle più difficile la caccia, non si sa mai».

«E Charlie?», domandai.

«Il campionato di basket è nel momento clou della stagione», disse Jacob. «Penso che possa bastare a Billy e Harry per trattenere Charlie qui, quando non è ai lavoro».

«Aspetta», disse Sam alzando una mano. Lanciò uno sguardo fulmineo a Emily e poi a me. «Questo è il consiglio di Jacob, ma sei tu a dover decidere. Devi considerare molto seriamente i rischi di una scelta e dell’altra. Basta poco perché la situazione diventi pericolosa: tu stessa, stamattina, hai visto che in un attimo può sfuggirci di mano. Se scegli di stare con noi, non posso garantire la tua incolumità».

«Non le farò del male», mormorò Jacob a occhi bassi.

Sam fece finta di non sentirlo. «Se c’è un altro posto in cui ti senti al sicuro...».

Non sapevo cosa dire. Dove avrei potuto andare senza mettere in pericolo nessun altro? Non sopportavo l’idea di coinvolgere Renée, di spingerla a forza nello specchio del bersaglio che ero... «Non voglio che Victoria mi segua altrove», sussurrai.

Sam annuì. «Giusto. Meglio attirarla qui e farla finita».

Trasalii. Non volevo che Jacob o qualcun altro di loro cercasse di eliminare Victoria. Lanciai un’occhiata a Jake: era rilassato, quasi come lo ricordavo prima che iniziasse la faccenda dei lupi, per nulla preoccupato dall’idea di cacciare un vampiro.

«Starete attenti, vero?», chiesi con un evidente nodo in gola.

I ragazzi esplosero in un ghigno divertito. Ridevano tutti di me, esclusa Emily. Lei incrociò il mio sguardo e all’istante notai i lineamenti simmetrici nascosti dalle sue deformità. Il suo viso era ancora bellissimo, acceso da una preoccupazione più viva della mia. Fui costretta ad abbassare gli occhi, prima che l’amore che accendeva quella preoccupazione iniziasse a farmi di nuovo male.

«Il pranzo è pronto», annunciò e la riunione degli strateghi si chiuse. I ragazzi affollarono la tavola—che sembrava piccolissima e a rischio di crollo—e divorarono in un batter d’occhio la gigantesca frittata servita da Emily. La ragazza mangiò in piedi, appoggiata al piano della cucina, come me, mentre li guardava con affetto. La sua espressione indicava chiaramente che li considerava la sua famiglia.

Tutto sommato, non era ciò che mi sarei aspettata da un branco di licantropi.

Passai il resto della giornata a La Push, soprattutto a casa di Billy che aveva lasciato un messaggio alla segreteria di Charlie al commissariato. Mio padre si presentò a cena con due pizze. Per fortuna erano maxi: Jacob ne divorò una da solo.

Per tutta la sera sentii le occhiate sospettose di Charlie addosso a noi, soprattutto al poco riconoscibile Jacob. Gli chiese dei capelli; lui, con una scrollata di spalle, rispose che così erano più comodi.

Sapevo che non appena io e Charlie fossimo usciti, Jacob sarebbe partito in perlustrazione, dopo essersi trasformato in lupo, come aveva fatto a intermittenza per l’intera giornata. Lui e i suoi strani fratelli restavano costantemente di guardia, in attesa del ritorno di Victoria. Ma dopo averla cacciata dalle sorgenti calde la sera prima—secondo Jacob, era arretrata quasi fino in Canada—non si era ancora fatta viva.

La speranza che rinunciasse era folle. Non potevo essere tanto fortunata.

Dopo cena, Jacob mi accompagnò al pick-up e mi restò accanto in attesa che Charlie partisse. «Non avere paura, stanotte», disse mentre mio padre fingeva un problema con la cintura di sicurezza. «Ci saremo noi di guardia».

«Non è per me che sono preoccupata».

«Sciocca. Dare la caccia ai vampiri è divertente. In tutto questo casino, è la parte migliore».

Scossi la testa. «Se io sono una sciocca, tu sei un pericoloso squilibrato».

Ridacchiò. «Riposati, mia cara. Sembri davvero esausta».

«Ci proverò».

Charlie, impaziente, suonò il clacson.

«Ci vediamo domani», disse Jacob. «Appena puoi, vieni».

«Certo».

Charlie mi seguì con l’auto della polizia fino a casa. Prestavo poca attenzione ai fari riflessi nel retrovisore. Mi domandavo invece dove fossero Sam, Jared, Embry e Paul, che correvano nella notte. Chissà se Jacob li aveva già raggiunti.

Arrivata a casa sfrecciai verso le scale, ma Charlie non mi lasciò scappare via.

«Che succede, Bella?», chiese. «Pensavo che Jacob facesse parte di una banda e che voi due aveste litigato».

«Abbiamo fatto pace».

«E la banda?».

«Non so. Tu riesci a capirli, i ragazzini? Sono un mistero. Però ho conosciuto Sam Uley e la sua fidanzata Emily. Mi sono sembrati piuttosto gentili». Mi strinsi nelle spalle. «Penso di che sia stato un equivoco».

La sua espressione cambiò. «Non sapevo che fossero fidanzati ufficialmente. Meglio così, povera ragazza».

«Sai cosa le è successo?».

«Assalita da un orso, su a nord, nella stagione di accoppiamento dei salmoni. Un incidente orribile. È passato più di un anno. Ho sentito che Sam ha rischiato di impazzire».

«Orribile», ripetei. Più di un anno. Senza dubbio, era accaduto quando a La Push c’era un solo licantropo. Rabbrividii, chiedendomi cosa provasse Sam ogni volta che guardava il volto di Emily.

Quella notte trascorse quasi tutta insonne, mentre cercavo di tracciare un bilancio della giornata. La ripercorsi all’indietro e tornai alla cena con Billy, Jacob e Charlie, al lungo pomeriggio a casa Black in attesa di notizie di Jake, alla cucina di Emily, all’orrore del combattimento tra licantropi, alla conversazione con Jacob sulla spiaggia...

Meditai a lungo sul discorso di Jacob di quella mattina a proposito dell’ipocrisia. Non mi andava di essere bollata come un’ipocrita, ma che senso aveva mentirmi?

Mi raggomitolai stretta tra le lenzuola. No, Edward non era un assassino. Nemmeno nei momenti più cupi del suo passato aveva ucciso degli innocenti.

Ma se lo fosse stato? Se durante il tempo che avevamo trascorso assieme si fosse comportato come qualsiasi altro vampiro? Se avesse iniziato a mietere vittime tra gli sconosciuti nei boschi? Sarebbe bastato a tenermi lontana da lui?

Scossi la testa, triste. L’amore è irrazionale, pensai. Più ami qualcuno, più perdi il senso delle cose.

Cambiai posizione e cercai di pensare ad altro: immaginai Jacob e i suoi fratelli che correvano nell’oscurità. Mi addormentai pensando ai lupi, invisibili nella notte, che mi proteggevano. In sogno, tornai nel cuore della foresta, ma avevo smesso di vagare. Stringevo la mano offesa di Emily, faccia a faccia con l’oscurità, nell’attesa trepidante che i nostri licantropi tornassero a casa.

Загрузка...