2 Punti

L’unico a restare calmo fu Carlisle. Dalla sua voce tranquilla e carismatica trapelavano secoli di esperienza.

«Emmett, Rose, portate fuori Jasper».

Emmett annuì, per una volta senza sorridere. «Andiamo».

Jasper cercò di liberarsi dalla morsa invincibile di Emmett, dimenandosi e tentando di colpire il fratello con i denti in bella mostra, lo sguardo ancora da folle.

Edward, più pallido di un cadavere, sfrecciò al mio fianco, dove si rannicchiò in posizione di difesa. Mostrò i denti serrati e vibrò in un ringhio di avvertimento. Aveva smesso di respirare, lo sentivo.

Rosalie, con una strana espressione compiaciuta sul volto divino, si portò davanti a Jasper—restando a distanza di sicurezza dai denti del fratello—e aiutò Emmett a trascinarlo a forza attraverso la porta a vetri che Esme teneva aperta con una mano, mentre con l’altra si tappava bocca e naso.

Sul suo viso a cuore apparve un’espressione imbarazzata. «Mi dispiace davvero, Bella», esclamò e seguì gli altri in giardino.

«Lascia fare, Edward», mormorò Carlisle.

Un secondo dopo, Edward annuì lento e si rilassò.

Carlisle s’inginocchiò al mio fianco per esaminare il braccio. Mi sentivo pietrificata per lo spavento e cercai di ricompormi.

«Ecco, Carlisle», disse Alice offrendogli un asciugamano.

Scosse la testa. «Troppo vetro nella ferita». Si allungò verso l’orlo della tovaglia bianca e ne strappò un lungo lembo. Me lo annodò attorno al gomito come un laccio emostatico. L’odore del sangue mi frastornava. Mi fischiavano le orecchie.

«Bella», disse Carlisle a bassa voce. «Vuoi che ti porti all’ospedale, o preferisci che me ne occupi io, qui?».

«Qui, per favore», sussurrai. Se mi avesse portata al pronto soccorso, non avrei potuto nascondere nulla a Charlie.

«Prendo la tua borsa», disse Alice.

«Portiamola sul tavolo della cucina», propose Carlisle a Edward.

Edward mi sollevò senza sforzo, mentre Carlisle manteneva la pressione sul braccio.

«Come va, Bella?», chiese.

«Sto bene». Per fortuna non avevo la voce malferma.

Edward era impietrito.

Alice ricomparve. La borsa nera di Carlisle era già sul tavolo assieme a una piccola ma luminosa lampada da lettura, collegata a una presa sulla parete. Edward mi fece accomodare con delicatezza su una sedia e Carlisle ne avvicinò un’altra. Si mise all’opera immediatamente. Edward restò in piedi al mio fianco, sempre protettivo, sempre senza respirare.

«Se vuoi, vai, Edward», sospirai.

«Posso farcela», insistette lui. Ma la mascella era rigida e gli occhi bruciavano per l’intensità della sete che cercava di combattere, molto peggiore di quella che provavano gli altri.

«Non occorre che ti comporti da eroe», dissi. «Carlisle può curarmi anche senza il tuo aiuto. Esci a prendere un po’ d’aria».

Sussultai quando Carlisle mi pizzicò il braccio con qualcosa che pungeva.

«Io resto», decise Edward.

«Perché sei così masochista?», mormorai.

Carlisle decise di intercedere. «Edward, forse è meglio che tu vada a cercare Jasper, prima che ne faccia una tragedia. Ce l’avrà a morte con se stesso e immagino che al momento non voglia parlare con nessuno tranne te».

«Sì», aggiunsi svelta. «Vai a cercare Jasper».

«Potresti anche renderti utile», aggiunse Alice.

Edward, solo contro tutti, ci lanciò un’occhiataccia, ma infine annuì e sfrecciò senza scomporsi verso la porta di servizio della cucina. Non lo avevo più udito respirare da quando mi ero tagliata il dito.

Sentivo il braccio intorpidirsi e addormentarsi pian piano. Il dolore della puntura svanì, ma avevo ben presente il taglio, e per distrarmi da ciò che stava facendo guardavo fisso il volto di Carlisle. Chino sulla ferita, i suoi capelli biondi scintillavano sotto la luce. Sentivo le deboli proteste del mio stomaco nauseato, ma ero decisa a non lasciarmi vincere dalla solita indole schizzinosa. A quel punto non sentivo dolore, ma soltanto una delicata punzecchiatura che cercavo di ignorare. Non era il caso di reagire da bambina e sentirmi male.

Se non fosse stata nel mio campo visivo, non mi sarei accorta di Alice che a un certo punto si alzava e sgattaiolava via dalla stanza. Con l’ombra di un sorriso di scuse sulle labbra, sparì dietro la porta della cucina.

«Be’, sono andati tutti», sospirai. «Guai a chi dice che non sono capace di fare pulizia».

«Non è colpa tua», mi confortò Carlisle, mentre rideva sotto i baffi. «Sono cose che capitano».

«Sarà», commentai, «ma di solito capitano soltanto a me».

Fece un’altra risata.

Tanta calma e tranquillità apparivano ancora più sorprendenti, se confrontate con la reazione degli altri. Sul suo viso non vedevo alcuna traccia di ansia. Procedeva con gesti svelti e sicuri. L’unico suono, a parte quello del nostro respiro, era il plink plink smorzato dei minuscoli frammenti di vetro che cadevano uno alla volta sul tavolo.

«Ma come fai?», chiesi. «Neanche Alice ed Esme...». La mia voce si affievolì e scossi la testa, meravigliata. Benché gli altri avessero seguito in tutto e per tutto la sua scelta di rinunciare alla dieta tradizionale dei vampiri, Carlisle era l’unico che riusciva a sopportare l’odore del mio sangue senza soffrire. Ovviamente, era molto più difficile di quanto desse a vedere.

«Anni e anni di allenamento», rispose. «Ormai mi accorgo a malapena dell’odore».

«Pensi che sarebbe più difficile se ti prendessi un lungo periodo di ferie dall’ospedale? E non fossi più a contatto con il sangue?».

«Forse». Scosse le spalle, ma le mani restarono salde. «Non ho mai sentito il bisogno di una lunga vacanza». Sfoderò un sorriso splendente. «Il mio lavoro mi piace troppo».

Plink plink plink. Ero sorpresa da quanto vetro fosse rimasto nel braccio. Avevo la tentazione di guardare il mucchietto di schegge, ma sapevo che l’idea non avrebbe giovato alla strategia antivomito.

«Cosa ti piace di preciso?», domandai. Non ne capivo il senso... chissà quanti anni di lotta e negazione di sé doveva aver sopportato per riuscire a controllarsi tanto facilmente. E poi volevo che continuasse a parlare: la conversazione mi distraeva dal mal di mare nello stomaco.

I suoi occhi scuri assunsero un’aria calma e pensierosa. «Mah. I momenti che apprezzo di più sono quelli in cui le mie... doti supplementari mi permettono di salvare pazienti che altrimenti non ce la farebbero. È bello sapere che, grazie a ciò di cui sono capace, e alla mia stessa esistenza, la vita di certe persone è migliore. Persino l’olfatto, a volte, è un utile strumento di diagnosi». Un angolo della bocca si curvò in un sorriso.

Meditai sulle sue parole, mentre mi tastava il braccio per accertarsi che non ci fossero più schegge di vetro. Poi cercò altri strumenti nella borsa e sperai che non si trattasse di ago e filo.

«Ti sforzi tanto per farti perdonare qualcosa di cui non hai colpa», gli dissi, mentre un genere diverso di punzecchiatura iniziò a solleticarmi la pelle. «Voglio dire, non hai chiesto tu che fosse così. Non hai scelto questo tipo di vita, eppure ti devi sforzare tanto, per essere coerente con i tuoi principi».

«Non sento di avere qualcosa da farmi perdonare», ribatté. «Come accade a tutti, ho dovuto soltanto arrangiarmi con ciò che mi è toccato».

«Detto così sembra troppo facile».

Esaminò di nuovo il braccio. «Fatto», disse e strappò un filo. «Tutto a posto». Strofinò con cura sulla ferita un grosso cotton fioc, inzuppato in una specie di sciroppo rossastro. Aveva un odore strano; mi fece girare la testa. Mi lasciò anche una macchia sulla pelle.

«All’inizio, però», proseguii, mentre Carlisle completava l’opera con un lungo bendaggio aderente, «come ti è venuto in mente di scegliere una strada alternativa a quella più ovvia?».

Increspò le labbra e sorrise tra sé. «Edward non te l’ha raccontato?».

«Sì. Ma vorrei capire cosa pensi tu...».

D’un tratto si fece serio, forse la sua mente andava nella stessa direzione della mia. Chissà cos’avrei pensato io quando—rifiutavo di considerarlo un se - fosse toccato a me.

«Be’, sai che mio padre era un uomo di chiesa», mormorò, mentre puliva con cura il tavolo, strofinandolo più volte con una garza bagnata. L’odore di alcol mi bruciò il naso. «La sua visione del mondo era intransigente e io avevo iniziato a metterla in dubbio già prima che cambiassi». Carlisle mise in un vaso di cristallo le bende sporche e le schegge di vetro. Non capii cosa stesse facendo nemmeno quando accese il fiammifero. Poi lo vidi gettarlo in mezzo alla garza inzuppata d’alcol e la fiammata improvvisa mi fece sobbalzare.

«Scusa. Così dovremmo stare tranquilli... Quindi, non condividevo il concetto di fede che aveva mio padre. Eppure, nei quasi quattrocento anni trascorsi dal giorno della mia nascita, niente mi ha mai fatto dubitare dell’esistenza di un Dio, in una forma o nell’altra. Nemmeno il mio riflesso allo specchio».

Finsi di esaminare il bendaggio per nascondere la mia sorpresa di fronte alla piega che stava prendendo la discussione. L’ultima cosa che mi sarei aspettata era parlare di religione. Io per prima vivevo lontana dalla fede. Charlie si dichiarava protestante perché lo erano stati i suoi genitori, ma la domenica mattina adorava il fiume con una canna da pesca in mano. Renée provava una nuova chiesa di tanto in tanto ma, come quando flirtava con il tennis, le ceramiche, lo yoga o le lezioni di francese, cambiava idea prima ancora che scoprissi la sua moda del momento.

«Immagino che questo discorso, fatto da un vampiro, ti sembrerà un po’ strano». Sorrise, consapevole che quella parola, pronunciata con tanta leggerezza, riusciva ancora a scuotermi. «Ciò che mi auguro è che anche per noi questa vita abbia un senso. Certo, forse pretendo troppo», aggiunse sbrigativo. «In fondo, siamo già dannati. Ma la mia illusione, forse assurda, è che, se proviamo a fare del nostro meglio, ci verrà riconosciuto».

«Non mi sembra assurda», mormorai. Non riuscivo a immaginare che qualcuno, divinità comprese, potesse restare indifferente di fronte a Carlisle. Inoltre, l’unica idea di paradiso che potevo considerare doveva per forza includere anche Edward. «E non credo di essere l’unica a pensarlo».

«Al contrario, sei la prima a dichiararsi d’accordo con me».

«Gli altri non la vedono così?», chiesi stupita, e pensai a una persona in particolare.

Carlisle indovinò di nuovo dove volessi andare a parare. «Edward è d’accordo fino a un certo punto. Per lui Dio e il paradiso esistono... così come l’inferno. Ma non crede che per quelli come noi ci sia un aldilà». La voce di Carlisle era dolce. Adesso fissava fuori della finestra, sopra il lavandino, nell’oscurità. «Vedi, secondo lui siamo esseri che hanno perso l’anima».

Ripensai immediatamente alle parole di Edward, nel pomeriggio: a meno che non si cerchi la morte, o qualunque altra cosa ci tocchi. Una lampadina si accese nella mia testa.

«Questo è il problema, vero?», dissi. «Ecco perché fa tanto il difficile con me».

Carlisle parlò lentamente. «Guardo mio... figlio, la sua forza, la sua bontà, la luce che irradia ovunque. E ciò non fa che rafforzare, più di ogni altra cosa, la speranza, la fede. Com’è possibile che non esista qualcosa di più, per uno come Edward?».

Annuii, totalmente d’accordo.

«Ma se io la pensassi come lui...». Abbassò su di me uno sguardo impenetrabile. «Se tu la pensassi come lui. Te la sentiresti di privarlo della sua anima?».

Il modo in cui aveva formulato la domanda mi zittì. Se si fosse trattato di rischiare la mia anima per Edward, la risposta sarebbe stata ovvia. Ma io avrei messo a repentaglio l’anima di Edward? Serrai le labbra, infelice. Non era uno scambio equo.

«Questo è il problema».

Scossi la testa, consapevole dell’espressione decisa sul mio volto.

Carlisle fece un sospiro.

«La scelta è mia», insistetti.

«Anche sua». Prima che potessi ribattere, alzò una mano. «Se lui fosse capace di farlo a te».

«Non è l’unico che potrebbe...». Fissai Carlisle come per interrogarlo.

Rise e alleggerì bruscamente la conversazione. «Ah, no! Questa la devi risolvere con lui». Poi aggiunse: «Ecco un’altra cosa di cui non riesco a essere sicuro. Per molti versi, ritengo di aver fatto del mio meglio con ciò che mi è stato messo a disposizione. Ma è stato giusto condannare gli altri a questa vita? Non riesco a decidere».

Non risposi. Immaginai cosa sarebbe stata la mia esistenza se Carlisle avesse resistito alla tentazione di cambiare la propria vita solitaria... e rabbrividii.

«Fu grazie alla madre di Edward che mi decisi». La voce di Carlisle era quasi un sussurro. Fissava il vuoto, al di là della finestra scura.

«Sua madre?». Ogni volta che cercavo di parlare con Edward dei suoi genitori, rispondeva che erano morti tanto tempo fa e che ne aveva soltanto qualche ricordo sbiadito. Mi resi conto che Carlisle, per il poco che li avesse conosciuti, doveva conservarne una memoria precisa.

«Sì. Si chiamava Elizabeth. Elizabeth Masen. Il padre, Edward Senior, non riuscì a riprendere conoscenza, in ospedale. La prima ondata di influenza lo uccise. Elizabeth invece restò lucida quasi fino alla fine. Edward le somiglia molto: aveva lo stesso colore di capelli, singolarmente bronzeo, e gli occhi erano verdi, proprio come i suoi».

«Aveva gli occhi verdi?», mormorai, cercando di immaginarlo.

«Sì...». Le iridi ocra di Carlisle erano lontane un centinaio di anni. «Elizabeth si preoccupava ossessivamente del figlio. Pregiudicò le proprie speranze di sopravvivere perché si ostinava ad assisterlo dal letto in cui era ricoverata. Temevo che il primo ad andarsene potesse essere lui, le sue condizioni erano molto peggiori di quelle della madre. La fine la colse all’improvviso. Appena dopo il tramonto, ero arrivato a dare il cambio ai medici a cui spettava il turno di giorno. All’epoca era difficile fingere: il lavoro era tanto e io non avevo bisogno di riposarmi. Odiavo dover tornare a casa, nascondermi nel buio e fingere di dormire mentre tante persone morivano.

Andai subito a controllare Elizabeth e suo figlio. Mi ci ero affezionato, il che è sempre un pericolo, considerato quanto è fragile la natura umana. Capii all’istante che le condizioni di lei si erano bruscamente aggravate. La febbre era incontrollabile, il fisico troppo debilitato per continuare a combattere.

Eppure, mentre mi fissava dal letto, non sembrava debole.

“Salvalo!”, m’implorò rauca, con tutto il fiato che le era rimasto in gola.

“Farò il possibile”, fu la mia promessa, mentre le stringevo la mano. La febbre era talmente alta che probabilmente nemmeno si accorse del freddo innaturale delle mie dita. A contatto con la sua pelle, tutto sembrava freddo.

“Devi”, insistette, stringendomi la mano così forte da darmi la speranza che potesse superare la crisi. Il suo sguardo era duro, come la pietra, come lo smeraldo. “Devi fare tutto ciò che puoi. Ciò che agli altri non è consentito, ecco cosa devi fare per il mio Edward”.

Riuscì a spaventarmi. Mi fissava con quello sguardo penetrante e per un istante ebbi la certezza che avesse scoperto il mio segreto. Poi fu sopraffatta dalla febbre e non riprese più conoscenza. Un’ora dopo morì.

Da decenni meditavo sulla possibilità di crearmi un compagno. Una creatura che sapesse chi ero, e non chi fingevo di essere. Ma non avevo mai trovato una buona giustificazione per infliggere a qualcun altro ciò che io stesso avevo subito. Ed ecco Edward, nel letto, morente. Gli restavano poche ore, era evidente. Accanto a lui, sua madre, l’espressione non ancora pacificata, nemmeno nella morte».

Carlisle rivide la scena, un secolo di distanza non aveva scalfito il ricordo. Mentre parlava, immaginavo nei particolari il clima angosciante dell’ospedale, l’atmosfera opprimente di morte. Edward arso dalla febbre, la sua vita che si affievoliva a ogni rintocco dell’orologio... Sentii un altro brivido e cercai di scacciare l’immagine dalla mente.

«Non smettevo di pensare alle parole di Elizabeth. Come poteva aver capito ciò che ero in grado di fare? Possibile che augurasse al figlio un destino del genere?

Guardai Edward. Pur nella malattia, era bello. C’era qualcosa di puro e di buono nel suo volto. Il genere di viso che avrei voluto appartenesse a mio figlio...

Dopo anni di indecisione, agii d’istinto. Prima portai sua madre all’obitorio, poi tornai a prenderlo. Nessuno si accorse che respirava ancora. Non c’erano né mani né occhi a sufficienza per occuparsi di tutti i pazienti. Nell’obitorio non c’era nessuno... che fosse ancora vivo. Lo feci uscire di nascosto dal retro e passando per i tetti lo portai a casa mia.

Non sapevo bene come fare. Decisi di riprodurre le ferite che mi erano state inferte tanti secoli prima, a Londra. In seguito me ne pentii. Fu molto più doloroso e prolungato del necessario.

Eppure non mi sentivo in colpa. Né mi sono mai pentito di avere salvato Edward». Scosse la testa e tornò al presente. Mi sorrise. «Forse è meglio che ti riporti a casa».

«Ci penso io», disse Edward. Attraversò la sala da pranzo buia, a passo più lento del solito. L’espressione del viso era composta, sfuggente, ma c’era qualcosa che non andava nello sguardo: qualcosa che si sforzava di nascondere. Il mio stomaco protestò con uno spasmo.

«Posso andare con Carlisle», dissi. Mi guardai la camicia; il cotone azzurro era inzuppato e macchiato di sangue. La spalla destra incrostata di liquido rosa e denso.

«Sto bene». Edward sembrava imperturbabile. «Però devi cambiarti. Se Charlie ti vede così, gli verrà un infarto. Chiedo ad Alice di procurarti qualcosa». E sfrecciò di nuovo fuori della cucina.

Guardai Carlisle, inquieta. «È molto arrabbiato».

«Sì. Serate come questa sono ciò che teme più di ogni cosa. Vederti messa a rischio a causa della nostra natura».

«Non è colpa sua».

«Ma nemmeno tua».

Distolsi lo sguardo dai suoi occhi saggi e belli.

Carlisle mi offrì la mano e mi aiutò ad alzarmi dal tavolo. Lo seguii in salone. Esme era tornata e puliva il pavimento nel punto in cui ero caduta—con la candeggina, a giudicare dall’odore.

«Esme, lascia fare a me». Mi sentii di nuovo arrossire.

«Ho finito». Sorrise. «Come stai?».

«Bene», la rassicurai. «Carlisle è più svelto di tutti i dottori che mi hanno ricucita finora».

Ridacchiarono entrambi.

Alice ed Edward riapparvero dal retro. Alice corse svelta al mio fianco, ma Edward rimase distante, con un’espressione indecifrabile sul viso.

«Su», disse Alice. «Cerchiamo dei vestiti meno macabri».

Trovò una camicia di Esme, di un colore simile alla mia. Charlie non se ne sarebbe accorto, ne ero sicura. Il bendaggio lungo e bianco sul braccio non sembrava neanche così serio, senza macchie di sangue sui vestiti. E ormai Charlie non faceva più caso alle mie bende o ai cerotti.

«Alice», sussurrai mentre stava per uscire.

«Dimmi». Mi rispose anche lei a bassa voce e mi guardò con curiosità, il capo leggermente inclinato.

«Se l’è presa tanto?». Forse parlare sottovoce era uno sforzo inutile. Eravamo al primo piano, con la porta chiusa, ma non era detto che lui non ci sentisse.

Lei s’irrigidì. «Ancora non so».

«Jasper come sta?».

Fece un sospiro. «Ce l’ha con se stesso. Per lui è una prova ancora difficilissima e detesta sentirsi debole».

«Non è colpa sua. Digli che non sono arrabbiata, nemmeno un po’, te ne prego».

«Certo».

Edward mi aspettava all’ingresso. Quando giunsi ai piedi della scala, aprì la porta senza proferire parola.

«Le tue cose!», gridò Alice mentre mi avvicinavo cauta a Edward. Recuperò da sotto il pianoforte i due pacchetti, uno dei quali mezzo aperto, e la macchina fotografica, e me li ficcò sotto il braccio buono. «Mi ringrazierai dopo, quando li avrai aperti».

Esme e Carlisle mi augurarono entrambi una serena notte. Notai le occhiate che lanciavano al figlio, impassibile, più o meno come me.

Uscire fu un sollievo, mi lasciai svelta alle spalle le lanterne e le rose. Edward camminava al mio fianco in silenzio. Aprì la portiera dalla parte del passeggero e salii in macchina senza lamentarmi.

Sul cruscotto c’era un grande fiocco rosso, appiccicato all’autoradio nuova. Lo strappai e lo gettai a terra. Mentre Edward saliva dall’altro lato, scalciai il fiocco sotto il sedile.

Non guardò né me né l’autoradio, che restò spenta mentre il silenzio fu come moltiplicato dall’improvviso rombo del motore. Edward imboccò a velocità esagerata il vialetto buio, tutto curve.

Il silenzio mi faceva impazzire.

«Di’ qualcosa», implorai infine, mentre lui svoltava verso l’autostrada.

«Cosa vuoi che dica?», chiese lui, distaccato.

Rabbrividii di fronte a tanta freddezza. «Che mi perdoni».

Sul suo volto riapparve una scintilla di vitalità: una scintilla di rabbia. «Perdonarti? Di cosa?».

«Se fossi stata più attenta non sarebbe successo niente».

«Bella, ti sei tagliata un dito con della carta... non credo che sarai condannata a morte».

«Comunque è colpa mia».

Con quella frase scatenai l’alluvione.

«Colpa tua? Se ti fossi tagliata a casa di Mike Newton, assieme a Jessica, Angela e agli altri tuoi amici normali, cosa avresti rischiato di tanto disastroso? Di non trovare le bende? Se fossi inciampata e crollata su una pila di piatti di vetro da sola, senza che qualcuno ti ci avesse scaraventato, anche in quel caso, cosa avresti rischiato? Di sporcare i sedili dell’auto mentre ti portavano al pronto soccorso? Magari Mike Newton ti avrebbe tenuta per mano mentre ti ricucivano, e sarebbe rimasto là senza essere costretto a combattere contro l’istinto di ucciderti. Non pensare che sia colpa tua, Bella. Non faresti altro che rendermi ancora più nauseato da me stesso».

«Che diavolo c’entra Mike Newton con questo discorso?».

«Mike Newton c’entra perché sarebbe molto più salutare, per te, stare con uno come lui», ruggì.

«Preferirei morire piuttosto che stare con Mike Newton», protestai. «Piuttosto che stare con chiunque non fossi tu».

«Non fare la melodrammatica, per favore».

«E allora non essere ridicolo».

Non rispose. Guardò in cagnesco la notte al di là del parabrezza, nero di rabbia.

Mi sforzai di trovare un modo per salvare la serata. Quando parcheggiò di fronte a casa mia, ero ancora a secco di idee.

Spense il motore, ma non staccò le mani dal volante.

«Resti con me stanotte?», chiesi.

«È meglio che torni a casa».

Non sopportavo l’idea che ricominciasse a crogiolarsi nel rimorso.

«È il mio compleanno».

«Non puoi fare i capricci... vuoi o no che tutti fingano di non saperlo? Delle due l’una». Parlava con decisione, ma non era più così serio. Sospirai di sollievo, in silenzio.

«Okay. Ho deciso che non voglio che tu faccia finta di niente. Ci vediamo di sopra».

Saltai giù e mi allungai a raccogliere i regali. Lui aggrottò le sopracciglia.

«Non sei obbligata a prenderli».

«Li voglio», risposi automaticamente, chiedendomi se stesse utilizzando un trucchetto psicologico per rivoltare la frittata.

«Invece no. Carlisle ed Esme hanno speso dei soldi per i tuoi regali».

«Sopravviverò». Strinsi goffa i pacchetti con il braccio buono e mi sbattei la portiera alle spalle. In meno di un secondo Edward scese dal pick-up e mi affiancò.

«Almeno lasciameli portare», disse togliendomeli di mano. «Ci vediamo in camera tua».

Sorrisi. «Grazie».

«Buon compleanno», sussurrò, chinandosi per sfiorarmi le labbra con le sue.

Mi alzai sulle punte dei piedi per prolungare il bacio, ma lui si allontanò. Sfoderò quel sorriso sghembo che era il mio preferito e scomparve nell’oscurità.

Non appena entrai in casa sentii le divagazioni del telecronista con il boato degli spettatori sullo sfondo.

«Bells?», mi chiamò Charlie.

«Ehi, papà», dissi, girato l’angolo. Tenevo il braccio attaccato al fianco. Arricciai il naso, infastidita dal bruciore della ferita. Evidentemente, l’effetto dell’anestetico stava svanendo.

«Com’è andata?». Charlie era sdraiato sul divano, con i piedi nudi appoggiati al bracciolo. Ciò che restava dei suoi capelli ricci e castani era schiacciato su una tempia.

«Alice ha esagerato. Fiori, candele, torte, regali... non mancava niente».

«Cosa ti hanno regalato?».

«Un’autoradio per il pick-up». Più qualcos’altro, ancora ignoto.

«Mica male».

«Già. Be’, io vado a dormire».

«Ci vediamo domattina».

Salutai con la mano. «Ciao ciao».

«Cos’ha il tuo braccio?».

Arrossii e imprecai tra me e me. «Sono inciampata. Niente di grave».

«Sempre la solita», sospirò e scosse la testa.

«Buonanotte, papà».

Corsi in bagno, dove custodivo la biancheria per le notti come quella. Con una smorfia di dolore per colpa dei punti che tiravano, m’infilai la canottiera e i pantaloncini di cotone coordinati, che avevo comprato per sostituire la tuta da ginnastica che di solito indossavo per dormire. Mi lavai la faccia con una mano, poi i denti, e mi precipitai in camera.

Era seduto sul letto, giocherellava con una scatola argentata.

«Ciao», disse. Sembrava triste. Si crogiolava nel suo malumore.

Mi avvicinai al letto, gli tolsi i regali di mano e mi sedetti in braccio a lui.

«Ciao». Mi raggomitolai contro il suo petto duro come pietra. «Adesso posso aprire i regali?».

«Com’è che ti è tornato l’entusiasmo?», domandò.

«Mi hai incuriosita».

Afferrai il lungo rettangolo piatto, probabilmente un dono di Carlisle ed Esme.

«Lascia fare a me», suggerì. Prese il regalo e strappò la carta argentata con un solo movimento fluido. Mi restituì una scatola bianca.

«Secondo te il coperchio riesco a sollevarlo da sola?», mormorai, ma lui fece finta di nulla.

La scatola conteneva un cartoncino oblungo, coperto di scritte. Mi ci volle un minuto per capire cosa fosse.

«Andiamo a Jacksonville?». Ne ero entusiasta, malgrado tutto. Era una prenotazione per due biglietti aerei, per me ed Edward.

«L’idea è quella».

«Non posso crederci. Renée impazzirà! Non è un problema per te, vero? C’è il sole, ti toccherà restare al chiuso tutto il giorno».

«Penso di potercela fare», rispose, ma poi si rabbuiò. «Se avessi immaginato la tua reazione a questo regalo, ti avrei chiesto di aprirlo davanti a Carlisle ed Esme. Temevo che avresti avuto da ridire».

«Be’, certo, è troppo. Ma tu verrai con me!».

Sorrise. «Adesso inizio a pentirmi di non aver speso qualche soldo per il tuo compleanno. Non credevo che potessi sfoderare tutto questo buon senso».

Riposi i biglietti e afferrai il suo regalo, piena di nuova curiosità. Me lo tolse di mano e lo scartò come l’altro.

Mi restituì una custodia senza scritte, che conteneva un compact disc argentato.

«Cos’è?», chiesi perplessa.

Non rispose; prese il CD e mi girò attorno per inserirlo nel lettore sul comodino. Premette PLAY e restammo in attesa, muti. Poi iniziò la musica.

Ascoltavo senza parole, ammaliata. Era in attesa della mia reazione, lo sapevo, ma non riuscivo ad aprire bocca. Avevo le lacrime agli occhi e tentai di ricacciarle indietro prima che iniziassero a scendere.

«Ti fa male il braccio?», domandò, ansioso.

«No, non è il braccio. È bellissimo, Edward. Non avresti potuto regalarmi niente di più prezioso. Non posso crederci». Restai in silenzio ad ascoltare.

Era la sua musica, le sue composizioni. La prima traccia del CD era la mia ninna nanna.

«Immaginavo che non mi avresti lasciato portare qui un piano per suonartela di persona», spiegò.

«Hai proprio ragione».

«Come va il braccio?».

«Benino». In realtà, sotto il bendaggio mi sentivo bruciare. Avevo bisogno di ghiaccio. Mi sarebbe bastata la sua mano, ma in quel modo mi avrebbe smascherata.

«Ti prendo un po’ di Tylenol».

«Non ce n’è bisogno», protestai, ma lui mi fece scivolare giù dalle sue ginocchia e andò verso la porta.

«Charlie», sibilai. Mio padre non era propriamente al corrente delle incursioni notturne di Edward. Anzi, se l’avesse saputo gli sarebbe venuto un colpo. Mentirgli in quel modo non mi faceva sentire davvero in colpa. Non combinavamo niente di ciò che avrebbe temuto combinassimo... Edward e le sue regole!

«Non si accorgerà di me», dichiarò Edward, mentre spariva in silenzio al di là della porta... e tornava, fermandola prima che si chiudesse sbattendo contro lo stipite. In mano stringeva il bicchiere del bagno e il flacone delle pastiglie.

Presi la medicina senza oppormi. Sapevo che non me l’avrebbe data vinta, e il braccio iniziava a darmi troppo fastidio.

La ninna nanna continuava, delicata e graziosa, in sottofondo.

«È tardi», mi fece notare Edward. Mi sollevò dal letto con un braccio e con l’altro afferrò la coperta. Posò la mia testa sul cuscino e mi avvolse nella trapunta. Si sdraiò accanto a me—sopra il lenzuolo, per non gelarmi—e mi cinse con un braccio.

Posai la testa sulla sua spalla e sospirai di felicità.

«Grazie ancora», sussurrai.

«Prego».

Per un minuto interminabile restammo in silenzio, mentre ascoltavo le ultime note della ninna nanna. Iniziò un’altra canzone. La riconobbi, era la preferita di Esme.

«A cosa pensi?», chiesi in un sussurro.

Prima di rispondere attese un secondo. «Ecco, pensavo a cosa è giusto e cosa sbagliato».

Sentii un brivido pungermi la schiena.

«Ricordi che ho deciso di non volere che ignorassi il mio compleanno?», precisai, sperando che il tentativo di cambiare discorso non fosse così evidente.

«Sì», rispose, con cautela.

«Be’, pensavo che, visto che è ancora il mio compleanno, mi piacerebbe ricevere un altro bacio».

«Sei avida, stasera».

«Sì, lo sono—ma per favore, non farlo se non lo desideri davvero», aggiunsi piccata.

Lui rise e sospirò. «Non sia mai detto che io faccia qualcosa controvoglia», disse, in tono stranamente disperato, prendendomi il mento con la mano e avvicinando il mio viso al suo.

All’inizio sembrava un bacio come gli altri: Edward si dimostrò al solito cauto mentre il mio cuore perdeva il controllo come accadeva ogni volta. Poi qualcosa cambiò. All’improvviso le sue labbra divennero molto più decise, la mano libera s’infilò tra i miei capelli e trattenne la mia testa ben salda contro la sua. E malgrado le mie mani fossero già sui suoi capelli, e io sul punto di oltrepassare il confine della prudenza che lui imponeva, per una volta non mi fermò. Sentivo il freddo del suo corpo contro la coperta sottile, ma mi strinsi impetuosa a lui.

Interruppe il bacio bruscamente e mi allontanò, afferrandomi con dolcezza e decisione.

Crollai sul cuscino, col fiato corto e un turbinio nella testa. Qualcosa di impercettibile stuzzicava i confini della mia memoria...

«Scusa», disse, anche lui senza fiato. «Ho esagerato».

«Non m’importa».

Aggrottò le sopracciglia, nell’ombra. «Cerca di dormire, Bella».

«No, voglio che mi baci ancora».

«Sopravvaluti il mio autocontrollo».

«Cosa ti tenta di più: il mio sangue o il mio corpo?».

«L’uno e l’altro». Si lasciò scappare un sorriso, poi tornò serio. «Ora, perché non smetti di sfidare la sorte e ti metti a dormire?».

«Va bene», risposi rannicchiandomi contro di lui. Ero esausta, davvero. Per tante ragioni era stata una giornata lunga, ma adesso che finiva non mi sentivo affatto più sollevata. Come se temessi qualcosa di peggio per l’indomani. Che stupido presagio: cosa avrebbe potuto andare peggio? Erano solo i postumi dello spavento provato, ci avrei scommesso.

Senza farmi notare, avvicinai il braccio alla sua spalla perché la sua pelle fredda a contatto con la ferita alleviasse il dolore. Mi sentii subito meglio.

Ero mezza addormentata, con un piede nel mondo dei sogni, quando compresi quale ricordo avesse risvegliato quel bacio: la primavera precedente, quando era stato costretto a lasciarmi per non mettere James sulle mie tracce, Edward mi aveva salutata, senza sapere quando—o se—ci saremmo rivisti, baciandomi in una maniera molto simile. Per qualche motivo che non riuscivo a chiarirmi, si era appena innescata la stessa dolorosa sensazione. Tremando, persi conoscenza, come se mi trovassi già nel bel mezzo di un incubo.

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