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Il primo giorno, un vicino di Stumwil mi portò verso Est col suo carro. Procedetti a piedi la maggior parte del secondo giorno, chiesi un passaggio il terzo e il quarto, e di nuovo andai a piedi il quinto e il sesto. L’aria era freddina ma aveva già lo scricchiolio della primavera: le gemme cominciavano ad aprirsi e gli uccelli a tornare. Superai la città di Glain che poteva essere pericolosa e, senza che accadesse nulla che valga la pena di ricordare, arrivai rapidamente a Biumar, il porto principale di Glin e la sua seconda città per popolazione.

Era un posto migliore di Glain, per quanto neanch’esso si potesse dir bello: la distesa untuosa e grigia di una città troppo cresciuta e, alle spalle, un oceano grigio e minaccioso. Il giorno del mio arrivo, venni a sapere che il servizio passeggeri tra Glin e le province del Nord era stato sospeso da tre periodi lunari a causa delle pericolose attività dei pirati che avevano come base di operazione Krell, dato che Glin e Krell erano impegnate in una guerra non dichiarata. Sembrava che l’unico modo per raggiungere Manneran fosse attraversare Salla, via terra, e io proprio non me la sentivo. Ma ero pieno di risorse. Trovai una stanza in una taverna vicino al porto e passai alcuni giorni ad ascoltare i pettegolezzi dei marinai. Il servizio passeggeri poteva essere sospeso, appresi, ma non i viaggi commerciali, dato che la prosperità di Glin dipendeva da questi. Convogli di navi mercantili, potentemente armate, andavano avanti e indietro regolarmente. Un marinaio zoppo che stava nella mia stessa taverna mi disse, dopo che il vino blu di Salla gli ebbe sciolto la lingua, che uno di questi convogli doveva partire dopo una settimana e che lui aveva una cuccetta su una delle navi. Presi in considerazione la possibilità di drogarlo alla vigilia della partenza e di assumere la sua identità, come nelle favole di pirati che si raccontano ai bambini, ma si presentò un metodo meno drammatico: comprai le sue carte d’imbarco. La somma che gli offrii era più alta di quella che avrebbe guadagnato andando fino a Manneran e tornando indietro, perciò fu ben contento di prendere il mio denaro e di cedermi il suo posto. Passammo una lunga notte a bere e a parlare delle sue mansioni a bordo, dato che io non avevo la minima nozione di marineria. All’alba non sapevo nulla lo stesso, ma intravvedevo la possibilità di simulare un minimo di competenza.


Salii a bordo senza che nessuno mi fermasse. Era una nave bassa, col motore ad aria, carica all’inverosimile di mercanzie di Glin. Il controllo delle carte fu un controllo per modo di dire. Mi feci assegnare una cabina, mi ci installai e mi presentai al lavoro. Imitando o provando riuscii a destreggiarmi in modo ragionevole in metà dei lavori che mi affidarono nei primi giorni; il resto lo impastrocchiai semplicemente e ben presto i miei compagni mi riconobbero per un pasticcione, senza però che ne facessero parola agli ufficiali. Tra i ranghi più bassi vigeva una certa lealtà. Ancora una volta mi accorgevo che la mia veduta buia dell’umanità era stata troppo colorata dalla mia infanzia tra gli aristocratici; questi marinai, come i taglialegna, come i contadini, avevano tra di loro un cameratismo che non avevo mai incontrato tra i fanatici del Comandamento. Mi sollevavano dei lavori che non sapevo fare, io facevo per loro quei lavori noiosi di cui ero capace, e tutto filava liscio. Lavavo i ponti, pulivo i filtri e passavo ore senza fine manovrando i cannoni contro gli attacchi dei pirati. Oltrepassammo senza incidenti l’odiata costa piratesca di Krell e scivolammo facilmente giù per la costa di Salla, già verde di primavera.


La nostra prima sosta fu a Cofalon, il porto più importante di Salla, dove dovevamo fermarci cinque giorni per vendere e comprare. Mi allarmai, dato che non sapevo che erano state previste delle soste nella mia patria. All’inizio pensai di darmi malato e di nascondermi sottocoperta per tutto il tempo che ci saremmo fermati a Cofalon, ma finii col respingere quest’idea, perché era vile, dicendomi che un uomo deve mettersi spesso alla prova rischiando, se vuole conservare la sua virilità. Così me ne andai spavaldamente a donne e a vino con i miei compagni in città, fidandomi del fatto che il tempo aveva cambiato il mio volto e che nessuno si sarebbe aspettato di trovare il fratello scomparso di Lord Stirron in una rozza uniforme ed in una città come quella. Il gioco funzionò: passai inosservato per cinque interi giorni. Leggevo i giornali e ascoltavo attentamente le chiacchiere della gente per cercar di capire quello che era avvenuto a Salla in quell’anno e mezzo da che ero partito. Stirron, mi parve di capire, era considerato dal popolo un buon governante. Aveva fatto superare al paese quell’inverno di fame acquistando cibo da Manneran a buone condizioni, e da allora le nostre campagne avevano avuto più fortuna. Le; tasse erano state diminuite. La gente era contenta. La moglie di Stirron aveva dato alla luce un figlio, Lord Dariv, che era l’erede della Prima Eptarchia, e aspettava un altro bambino. In quanto a Lord Kinnall, il fratello dell’Eptarca, non si parlava affatto di lui: era dimenticato, come se non fosse mai esistito.

Facemmo ancora delle soste, qua e là per la costa, a Salla Meridionale e nella parte settentrionale di Manneran. Finalmente arrivammo al grande porto dell’angolo Sud-Est del nostro continente, alla sacra città di Manneran, capitale della provincia che porta lo stesso nome. Era a Manneran che la mia vita sarebbe ricominciata.

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