20

Il gelido vento decembrino sputacchiava raffiche di neve contro le pareti celesti del bungalow, faceva tremare le finestre. Dentro, gli erubescenti cristalli varioconduttivi dei termodiffusori lavoravano a pieno regime, riempiendo l’ambiente di un’ingannevole estate.

Il canto della comunanza sgorgava possente dai fonodinamici a parete, fluida architettura di toni profondi che permeava la sala del suo potere rasserenante. Comodamente seduto al suo posto, Michael si cullava appagato nei piacevoli postumi della condivisione. Vedeva Jena, dalla parte opposta del grande tavolo, fissarlo scura in volto, ma neppure lei era in grado di strapparlo alla tranquillità di quei momenti. Le sorrise, e distolse lo sguardo.

Rieletto senza difficoltà Custode del Libro, Halden presiedeva di nuovo l’assemblea. Con voce intensa, sonora, chiese l’attenzione dei presenti.

«Riepilogando», dichiarò, «tutti voi siete a conoscenza della grave, devastante perdita subita quest’anno dalla nostra comunità. Nulla e nessuno potrà mai sostituire la nostra diletta sorella Eleanor. Tuttavia, grazie a Stephen Jeffers, possiamo continuare a sperare.»

Attorno al tavolo, unanime annuire.

«L’abrogazione del Principio d’Imparzialità è un passo fondamentale verso l’eguaglianza», continuò Halden. «Il senatore Jeffers non sta certo sprecando il suo tempo.»

«Ve l’avevo detto che era la scelta migliore», intervenne gongolante Ren Miller.

«Comunicata la buona notizia», proseguì il Custode, «passiamo a quella cattiva. Le indagini dell’FBI sull’uccisione di Eleanor Jacobsen non sono approdate a nulla. L’inchiesta ufficiale è stata chiusa il primo dicembre. Secondo loro, Tamlin ha agito da solo. Al contrario, tutti gli elementi da noi raccolti portano a sospettare che egli sia stato aiutato.»

«Agito da solo? Ma è ridicolo!» esclamò Zenora in tono stizzoso.

«E la nostra indagine?» domandò Ryton. «È arrivata a qualche acquisizione certa?»

Helden annuì. «Non v’è alcun dubbio che Tamlin fosse affetto da turbe psichiche, con evidente odio patologico nei confronti dei mutanti. Ma non avrebbe mai, assolutamente, potuto falsificare le credenziali da giornalista di cui era in possesso. È stato qualcun altro ad aprirgli la strada verso Eleanor Jacobsen.»

«Come fai a dirlo con tanta sicurezza?»

«Abbiamo tentato anche noi di replicare la sua identicarta. Fallendo totalmente, nonostante gli sforzi dei nostri migliori oloartisti. Esiste un unico olocentro, in tutta Washington, autorizzato al conio dei permessi stampa, ed è sotto diretto controllo governativo. Il lasciapassare di Tamlin è uscito di là.»

«E l’FBI non arriva a capire un fatto così evidente?» domandò Ren Miller.

«Forse non vuole», replicò Halden.

«Stai dunque affermando che esiste un complotto teso a impedire che si scopra la verità?»

«Non è affatto da escludersi.»

«Io dico che è stato Horner», intervenne Tela in tono duro.

«Ridicolo», si oppose Ryton. «Non ne abbiamo alcuna prova.»

«Perché, non è forse particolarmente sospettabile, con tutte quelle stupidaggini sul suo Gregge di eletti?» replicò Tela impetuosamente. «E coi suoi sciocchi tentativi di reclutare alcuni di noi? Non è stato proprio lui il più fanatico divulgatore di quelle voci sui supermutanti? Forse opera in combutta con un gruppo di altri senatori che temevano Eleanor e hanno deciso di eliminarla.»

Paranoia, pensò Michael.

«Su Horner abbiamo già indagato», precisò Halden in tono stanco. «Lui non c’entra. Naturalmente continueremo a vagliare ogni possibile indizio.»

«A proposito, come vanno le indagini sul supermutante?» chiese Michael.

«Il dottor Ribeiros è scomparso, e con lui tutti i documenti della sua clinica», rispose il Custode. Poi, dopo una pausa: «In Brasile non c’è traccia, di quell’uomo. Abbiamo sollecitato l’intervento di altre comunità, particolarmente nel Sudest asiatico. Riteniamo che prima o poi dovrà ricomparire. Staremo all’erta».

Attorno al grande tavolo, il clan si agitava irrequieto.

Halden sollevò le mani. «Bene, se non vi sono altri argomenti…»

«Zio Halden, rivendico il diritto di parlare», intervenne Jena con voce rauca.

Michael le lanciò un’occhiata, chiedendosi cosa le frullasse per la testa.

«Diritto concesso», rispose Halden dopo un attimo di esitazione.

Jena si alzò in piedi. Indossava un aderente abito verde in velluto sintetico. Il suo volto era atteggiato a una singolare espressione di severità. Tutti gli occhi, ora, erano puntati su di lei.

«Reclamo il diritto di fidanzamento», dichiarò in tono reciso.

Le sopracciglia di Halden s’inarcarono all’istante.

«Fidanzamento? E con chi?»

«Con Michael Ryton», rispose Jena, puntando un dito verso il nominato.

Esclamazioni di stupore, sia verbali sia mentali, riempirono la stanza. Il cuore di Michael prese a martellare. Ma cosa diavolo… Volse lo sguardo verso i suoi genitori e vide che lo fissavano a bocca aperta, sbalorditi. Allora scansò di colpo la sedia dal tavolo, levandosi in piedi anche lui.

«E io rifiuto!» esclamò con rabbia, a stento riconoscendo la sua stessa voce.

Jena non gli toglieva gli occhi di dosso. Ed erano occhi che mandavano fiamme.

«Ciò nonostante, reclamo il diritto.»

«È una richiesta difficile da soddisfare, quando il prescelto si dichiara non consenziente», osservò Halden.

«Non consenziente?» Jena gettò le spalle all’indietro, ergendosi in tutta la sua statura e piantandosi le mani sui fianchi. «Era pienamente consenziente, però, quando è venuto nel mio letto! Era consenziente, quando ha eiaculato nel mio grembo il seme dal quale io ho concepito suo figlio!»

Quelle parole colpirono Michael come altrettanti schiaffi. Jena incinta di lui? Non era possibile… No. No. No!

«Dimostralo!» insorse Sue Li, con voce che risuonò aspra e incerta a un tempo.

«Invito te, o un tuo incaricato, a condividere con me», replicò la ragazza. «E vedrai che sto dicendo la verità.»

«La verità, sì!» esclamò Sue Li. Si alzò rapidissima, dirigendosi alla volta di Jena. Michael pensò che avesse intenzione di colpirla. Ma si interpose Zenora.

«Fatti indietro, Sue Li», le ingiunse con voce pacata. «Lascia a me il compito di condividere. Tu sei troppo alterata dall’ira.» Gentilmente, ma fermamente, costrinse Sue Li a tornare al suo posto. Michael, le dita contratte spasmodicamente sul bordo del tavolo, seguiva impotente la scena. È solo un brutto sogno, si diceva, certo, dev’essere soltanto un brutto sogno…

Zenora prese le mani di Jena. Michael sapeva che la sua mente stava percorrendo i sentieri, le diramazioni nervose del corpo dell’altra. Avrebbe percepito, negli intimi recessi, il palpitare di una presenza in rapido mutamento? I segni di una nuova vita in formazione dentro la cavità uterina?

Zenora lasciò andare le mani di Jena e si allontanò da lei, massaggiandosi la fronte.

«È vero. C’è vita nel suo grembo.» Tacque un istante. «Ma è una vita che appartiene anche a Michael? Questo dev’essere ancora provato.»

Michael ripiombò a sedere.

«Eccola qua, la prova», dichiarò Jena, sollevando e aprendo una videovaligetta che teneva accanto alla sedia. Ne estrasse una memocassetta verde. «Qui dentro ci sono i risultati delle analisi sanguigne e cromosomiche cui mi sono sottoposta una settimana fa. E che indicano con chiarezza chi è il padre.»

«Vediamo», disse James Ryton. Si fece consegnare la memocassetta e la inserì nel miniterm di Zenora. Halden lo raggiunse, e si mise lui pure a osservare attentamente i dati che fluivano sullo sfondo azzurrino del monitor.

«Hmm… l’esame del feto dimostra che è una femmina», annunciò Halden. «Ed ecco qua il cromosoma aberrante.» Picchiettò con un dito sullo schermo. «Il centromero è in posizione acrocentrica. Indiscutibile.»

«Ciò dimostra soltanto che il padre è un mutante», obiettò James Ryton in tono irritato.

«Debbo contraddirti, James. Sai bene che la collocazione del centromero può indicare la paternità con la medesima precisione di un esame ematologico.» Halden si rivolse a Zenora. «Possiamo accedere ai dati cromosomici di Michael attraverso la Rete?»

«Sì.»

«Allora richiamali su un terminale libero.»

Michael sedeva immobile, pietrificato, nello stato d’animo di un condannato a morte che guarda erigere il patibolo sul quale l’impiccheranno.

I minuti si trascinarono interminabili. Infine Zenora, un’espressione severa dipinta sul volto, annuì brevemente e rialzò gli occhi dal monitor.

«Non c’è dubbio, Halden. Abbiamo corrispondenza degli alleli dominanti, della posizione e conformazione del centromero, del gruppo sanguigno.» Poi si rivolse a Michael. Sulla faccia ampia, dai lineamenti marcati, le tremolò un mesto barlume di sorriso. «Mi dispiace.»

Un silenzio assoluto scese sulla stanza, mentre il clan attendeva che Halden si pronunciasse. Il Custode del Libro fissava Michael in modo strano. Pareva quasi che lo vedesse per la prima volta. Poco distante, James Ryton guardava nel vuoto. Dal suo volto era scomparsa ogni traccia di emozione. Su una guancia di Sue Li, un piccolo muscolo continuava a fremere. Il silenzio si protrasse. Poi Halden si alzò.

«Il fidanzamento è accordato», dichiarò, increspando le labbra in modo strano, come se quelle parole gli lasciassero l’amaro in bocca. «Il clan deve proteggere la nuova vita.»

Michael balzò in piedi.

Sposare Jena? Neanche per idea. Ben altri erano i suoi progetti. Aveva la vita intera che l’aspettava a casa. Una vita con Kelly. Non poteva sposare Jena. Ma sfidare la volontà del clan voleva dire espulsione per lui, e disonore per i suoi genitori. Che ne sarebbe stato di loro? E del suo futuro?

D’altronde, se non sfidava il clan, cosa ne sarebbe stato di Kelly, e del suo futuro insieme a lei?

«Non la sposerò mai!» gridò Michael, un po’ sorpreso egli stesso di udirsi pronunciare quelle parole. In un repentino scoppio di rabbia rovesciò la sedia con una pedata e si precipitò fuori della porta, in mezzo alla neve, innalzando una barriera mentale contro i clamori telepatici del clan.

Poteva andare in Canada. Unirsi a Skerry. Non l’avrebbero mai preso. Mai. Correndo con tutte le sue forze per allontanarsi dal luogo del convegno, Michael si gettò alla disperata giù per il sentiero, nelle tenebre che si andavano addensando.


Stupefatta, Sue Li vide suo figlio scomparire oltre la soglia. Per lunghi attimi rimase lì inerte, incapace di pensare, incapace di provare emozioni e sensazioni. Volse lo sguardo su Jena, di là dal tavolo. La ragazza teneva lei pure gli occhi fissi sulla porta, come se aspettasse Michael di ritorno da un momento all’altro; poi, malinconicamente, li chinò a terra.

«Be’, penso comunque che andrà tutto per il meglio», disse Zenora.

«Il meglio? Perché, lo sai forse tu che cosa è meglio o peggio? Io no di certo», scattò Sue Li.

«Tornerà, non ti preoccupare», disse Tela.

«Ma forse per lui sarebbe meglio di no», replicò Sue Li alzando la voce.

Jena la fissava, pallida in volto.

Sue Li le si rivolse inferocita.

«Hai ingannato mio figlio», l’accusò. «Hai acquisito su di lui diritto di fidanzamento, e se tornasse saresti capace di costringerlo. Ma sappi che non dimenticherò mai ciò che hai fatto, e mai ti perdonerò.»

Gli occhi di Jena si riempirono di lacrime.

Dominando a stento la collera che la pervadeva, Sue Li si guardò attorno in cerca di suo marito.

James Ryton era al terminale, intento a ripercorrere il contenuto della memocassetta. Pare soddisfatto, pensò Sue Li. Ma non gli importava di Michael?

«Dichiaro sospesa l’assemblea fino a quando non conosceremo le vere intenzioni di Michael», annunciò Halden.

«Ma ci potrebbero volere giorni e giorni!» obiettò Tela. «E abbiamo tutti da tornare a casa, riprendere il lavoro…»

Halden si passò stancamente una mano sulla fronte. «Michael deve avere tempo di riflettere. Gli concedo tre giorni, per giungere a una decisione. Dopo di che, se non ritorna, lo dichiareremo bandito dal clan e riprenderemo l’assemblea.»

Liberi dai formalismi dell’adunanza, i membri del clan si intrattennero in gran parte a chiacchierare nell’ampia sala.

«Stai tranquilla, Sue Li, vedrai che tornerà», insisteva Tela. «Vieni da me, intanto, e canteremo insieme.»

«Forse più tardi, Tela.»

Un gruppetto femminile si era riunito attorno a Jena.

«Che splendida notizia!» esclamava una cugina.

«Quando ti scade il tempo?» s’informava un’altra.

Vedendosi osservate da Sue Li, le si fecero incontro.

«Congratulazioni, Sue Li», sviolinò la cugina Perel.

«Me le puoi anche risparmiare, le tue congratulazioni!» ribatté Sue Li rabbiosa.

Guardandosi attorno, scorse nei pressi Ren Miller.

«Ren, non ti andrebbe di raggiungere Michael per vedere di farlo ragionare?…»

Il giovanotto dai capelli neri per poco non si strozzò col panino di soia cui stava dedicando tutta la sua attenzione.

«Hmm, Sue Li, sia detto senza offesa, ma non voglio immischiarmi nelle beghe famigliari altrui.» E le volse le spalle.

Delusa, Sue Li si diresse verso Halden. Il Custode del Libro riposava, a occhi chiusi, in una vecchia idropoltrona azzurra.

«Halden?»

Lentamente, le palpebre del Custode si sollevarono.

«Ma come fai a startene seduto qui tranquillamente?» lo apostrofò Sue Li. «Non credi che dovresti andare a cercare Michael?»

Halden alzò le mani in un gesto d’impotenza. «E a cosa servirebbe? Vorresti forse che te lo riportassi qui legato per i piedi come un tacchino? No, Sue Li. Ciò che mi chiedi è completamente fuori luogo. In qualità di Custode del Libro, è mio dovere mantenermi neutrale. Michael deve essere lasciato libero di fare una propria scelta. Mi spiace.» E tornò alle sue meditazioni.

Sue Li volse per la sala un ultimo sguardo, che tutti fecero in modo di evitare accuratamente.

«E va bene», disse. «Se nessuno è disposto ad aiutarmi, vuol dire che andrò da me.»

Afferrò un superimbottito mantello termico rosso dall’attaccapanni vicino alla porta, e corse fuori nella neve.


Due settimane erano trascorse da quando il corpo senza vita di Jackie Renstrow era stato ripescato dalle acque del Potomac. La polemica sul Principio d’Imparzialità si stava facendo rovente. Bill Edwards, Katharine Crewall e tutti gli altri maggiori videocronisti se ne stavano praticamente accampati fuori della porta dell’ufficio di Jeffers. Andie aveva fatto il conto alla rovescia dei giorni che mancavano all’agognata vacanza, impaziente di sottrarsi alle innumerevoli telefonate e alle domande sempre uguali. Cinque giorni in Grecia con Stephen, loro due da soli… non stava più nella pelle dalla contentezza.

Un affusolato libratore grigioperla, con Ben Canay al volante, si fermò sul bordo della strada.

«Taxi, signorina?»

Andie salì a bordo, richiudendo con cura lo sportello.

«Ben, le sono davvero grata per questo passaggio allo spazioporto.»

Le rivolse un breve sorriso, mentre con rapida manovra si inseriva sulla corsia veloce.

«Piacere mio, Andie. Sarebbe stato un delitto lasciarla andare in metrò con armi e bagagli, e siccome Stephen è già volato a preparare il nido per il vostro tête-à-tête natalizio, ho pensato che il minimo che potevo fare era offrirmi come tassista.»

Canay stava mettendo un tale impegno a risultarle simpatico, che Andie si sforzò di mostrarsi cortese.

«Bella macchina.»

«Grazie. Ho appena fatto rifare la tappezzeria.»

«Tutta questa pelle? Dio mio, che lusso!»

Canay le sorrise di sbieco. «Be’, più che un lusso è stata una necessità. Vede, la mia ragazza me l’aveva strappata tutta.»

«Accidenti, che temperamento! E mi dica, lo fa spesso?»

«Diciamo che è stato il suo regalo d’addio. Dopo che mi aveva rubato la macchina. Fortuna che sono assicurato.» E se ne uscì in una risataccia.

Andie si limitò ad aggrottare lievemente le sopracciglia. Se tanto mi dà tanto, la vita privata di Canay doveva essere proprio un bel casino.

A uno degli ultimi semafori prima dello spazioporto, passò loro dinanzi una ben messa ragazza mutante dalle lunghe chiome bionde. Canay ne seguì la traversata sospirando languidamente.

«Favolosa», commentò.

«Le piacciono le donne mutanti?» gli chiese Andie. «Alla maggior parte dei maschi nonmutanti pare che non vadano molto a genio, invece.»

«Lo so. Anche se, rimanga fra noi, ho l’impressione che alla maggior parte dei maschi nonmutanti piacerebbe e come, sapere che effetto fa portarsi a letto una femmina mutante…» Si girò verso Andie e le fece l’occhiolino.

Lei si volse dall’altra parte. «Non ne dubito.»

«Le dirò, in effetti mi considero un esperto, in materia», proseguì Canay senza far caso alla sua freddezza. «La mia ragazza era una mutante.»

«Davvero?» si stupì Andie tornando a fissarlo. «Non credevo che le mutanti si lasciassero andare a simili isterismi.»

Canay si strinse nelle spalle. «C’è da dire ch’era un poco scombussolata. Avevamo bisticciato.»

Sai che fuochi d’artificio, pensò Andie. Poi, a voce alta: «Le coppie miste sono piuttosto rare», osservò.

«Presenti esclusi, naturalmente», replicò Canay. «Nel mio caso, comunque, era stato un vero colpo di fortuna.»

«Si direbbe che le sia dispiaciuto, perderla.»

Lui sorrise.

«Già. Penso proprio che si possa dir così.»

Giunsero finalmente, con gran sollievo di Andie, in vista dello spazioporto, tutto un susseguirsi di bassi edifici arancioni costellati di luci lampeggianti. Canay arrestò il libratore all’ingresso dell’Olympic Airways, a pochi passi da un robofacchino.

«Serve una mano coi bagagli?» le domandò.

«No no, grazie», rispose lei. Scese senza indugio dal libratore.

«Buon divertimento col gran capo, allora», le augurò. «E non pensate al lavoro, che tanto la baracca la mandiamo avanti noi, finché non tornate.» La salutò agitando una mano, innestò e se ne andò.

Il robofacchino s’impadronì dei suoi bagagli, verificò il biglietto, e le comunicò che la navetta stava già imbarcando i passeggeri. Andie si diresse a grandi passi verso l’accesso, già pregustando il miracolo di quei pochi giorni di sole. Le chiacchiere di Canay continuavano a frullarle in testa con curiosa, ossessionante insistenza. Ma che c’era di strano se gli piacevano le mutanti? E se era tanto sciocco da impegolarsi con gente che gli rubava e gli rovinava le sue cose, be’, affari suoi.

Scrollandosi di dosso, con un’alzata di spalle, quell’inesplicabile sensazione di disagio, corse a prendere la sua navetta.

Загрузка...