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Al richiudersi della porta, il sordo martellare dei marosi s’interruppe di colpo. Michael si tolse il giaccone, accogliendo con gioia il tepore dei termodiffusori, e riconobbe al primo sguardo quei cinquanta volti sin troppo noti, quei familiari cento occhi d’oro, ogni singolo individuo di quel gruppo, quasi tutta gente del suo clan, radunato attorno al grande tavolo che riempiva lo spazio destinato a sala da pranzo.

Mamma li accolse con un lieve sorriso, indicando loro le due grigie sedie pieghevoli che attendevano vuote vicino a lei. Sospirando, Michael andò circospetto a sistemare la sua alta, dinoccolata figura, sul freddo sedile di metallo, avvertendone acutamente, attraverso i pantaloni, la rigida, severa essenzialità. Melanie gli sedette accanto. Una più attenta occhiata in giro per la stanza gli confermò l’assenza di suo padre. In ritardo, evidentemente.

«Come stavo dicendo», declamò zio Halden, «in questo anno 672 della nostra attesa, 2017 secondo il calendario comune, abbiamo avuto due nascite, una morte, una scomparsa… ma si tratta di Skerry, e non è una novità. I soliti incaricati lo stanno cercando. Le nostre indagini a largo raggio ci hanno consentito di localizzare, in una zona rurale del Tennessee, due confratelli isolati, ed essi si sono uniti a noi. Sono stati celebrati tre matrimoni.» Breve pausa. «Due matrimoni misti. Ma la relativa prole verrà tenuta sotto stretta sorveglianza.» Era solo frutto della sua immaginazione o veramente, tutt’intorno a Michael, cento occhi dorati avevano versato lacrime di dolore? E cinquanta bocche esalato un gemito di delusione?

«La comunità si mantiene salda», proclamò Halden con decisione. Questo trimestre gli toccava il ruolo di Custode del Libro, e le formule tradizionali suonavano particolarmente bizzarre, pronunciate da lui. Michael preferiva ascoltarlo a sera, accanto al fuoco, intonare con voce possente le antiche canzoni accompagnandosi al banjo, mentre le fiamme mandavano bagliori sulle sue guance floride e sulla sua lucida zucca pelata. La maschera contegnosa indossata in funzione del raduno non si addiceva alla sua indole così espansiva.

«E la stagione è stata prodiga di frutti?» domandò Zenora, moglie di Halden, secondo quanto prescritto dal rituale.

«Senza dubbio.»

«E così possa essere sempre», si levò corale, come da copione, la preghiera degli astanti. Michael diede di gomito a Melanie, che pareva sonnecchiare, e lei fece almeno in tempo ad unirsi agli altri nel pronunciare le ultime due parole.

«C’è qualche novità nel dibattito sul Principio d’Imparzialità?» domandò Ren Miller. Il suo viso tondo appariva come al solito paonazzo di rabbia. «Quando si decideranno a consentirci di gareggiare nelle competizioni sportive?»

«Ren, come sai abbiamo interessato alla cosa la senatrice Jacobsen», rispose Halden. «E lei sta vagliando le possibilità di abrogazione.»

«Sarebbe ora.»

«Personalmente ritengo che tu affronti l’argomento con eccessiva animosità», ribatté Halden. «Le nostre superiori capacità ci darebbero, in gara, un ingiusto vantaggio sui normali, non puoi negarlo.»

Miller fulminò con un’occhiataccia il Custode del Libro, ma preferì non replicare.

Un disagio quasi palpabile aveva preso ad aleggiare sui presenti.

Michael sapeva che quel famigerato Principio costituiva una spina nel fianco per molti mutanti, e ciò fin da quando, negli anni Novanta, era stato formalizzato in legge.

Halden trasse un respiro profondo.

«Fratelli, disponiamoci a trarre conforto dalla lettura del Libro», propose con voce calma. «Quinta strofa del Tempo dell’Attesa.»

Rimase in silenzio mentre sfogliava le antiche pagine dell’enorme volume, e Michael si accorse di trattenere il fiato pregustando l’esito di quella ricerca. Individuato il passo che gli interessava, a tutti loro ben noto, il Custode del Libro lo intonò con voce vibrante.


E allorché riconoscemmo la nostra alterità,

Scoprendoci mutanti e pertanto diversi,

Reagimmo sottraendoci,

Segregando quanto v’era in noi di più difforme,

E così offrendo un volto innocuo

Ai ciechi occhi del mondo.

Formammo la nostra comunità in silenzio, nel segreto,

Ci donammo l’un l’altro amore e partecipazione,

E attendemmo l’avvento di un tempo migliore,

Un’era in cui poter condividere

Anche fuori del nostro cerchio.

Uniti perseveriamo nell’attesa.


Halden richiuse il Libro.

«Uniti perseveriamo nell’attesa», intonò, facendogli eco, lo sparuto gruppo intorno a lui.

«Congiungete le vostre mani, adesso, e condividete insieme a me», mormorò Halden, chinando la testa e serrando le palpebre. Tese le mani da entrambi i lati stringendole a quelle di chi gli stava a fianco, e altrettanto fecero gli altri intorno al gran tavolo, finché tutti non si strinsero per mano.

Vincendo una certa esitazione, anche Michael chiuse gli occhi, e subito si sentì coinvolgere nel familiare flusso della neuroconnessione. Egli temeva e al tempo stesso amava quel momento, quando l’autocoscienza si affievoliva per venir sostituita dal brusio della mente di gruppo, quel suono tutto cerebrale che non assomigliava all’articolazione di ben distinte parole, ma consisteva piuttosto in una rassicurante vibrazione, come il ronzio di numerose api in armonioso unisono. Si rilassò, lasciandosi sprofondare nella calda intimità di quel legame. In esso ogni cosa veniva compresa, ogni cosa accettata e perdonata. Perché in esso v’era amore. Fluttuò e si stiracchiò nel tepore della mente di gruppo come un pigro gattino sonnacchioso al sole. E allorché, traslocando attraverso impercettibili variazioni, il mormorio mentale prese quietamente a ritrarsi da lui, man mano respingendolo nella solitudine della sua soggettiva consapevolezza, egli assecondò con pari abbandono il progredire di quel riflusso.

Quando infine riaprì gli occhi, il suo orologio lo informò che era trascorsa un’ora. Sebbene già diverse volte avesse vissuto quell’esperienza, Michael non cessava di meravigliarsi di come un così lungo lasso di tempo potesse concentrarsi in quelli che parevano solo brevi istanti. Sentì freddo, e si rinfilò la giacca a vento.

Accanto a lui la gente sbadigliava, si stropicciava gli occhi, sorrideva dolcemente. Sua zia Zenora gli fece l’occhiolino di là dal tavolo e Michael rispose con un gran sorriso, pensando ai celestiali pasticcini nocciolati che lei aveva probabilmente messo da parte per dopo. In effetti il loro aroma, un irresistibile profumo di cioccolato, aleggiava ancora nella stanza.

Si aprì la porta esterna e fece il suo ingresso, a labbra contratte, il padre di Michael.

«James, hai perduto la condivisione», l’apostrofò immediatamente Halden brontolando. «Affari come al solito?»

«Temo proprio di sì», rispose Ryton mentre la sua espressione si addolciva. «Halden, lo sai bene quanto mi dispiace mancare a una condivisione. Specialmente ora che sei tu il Custode del Libro.»

«Be’, puoi sempre rifarti nell’incontro di domani, cugino», lo consolò Halden. «Vieni a bere qualcosa.»

I due uomini si scambiarono un rapido abbraccio accompagnato da reciproche pacche sulle spalle.

Che strana coppia, pensò Michael. Suo padre era esile e biondo, mentre lo zio aveva la pelle olivastra e campeggiava massiccio come un orso. Quanto a questo, comunque, nella cerchia del parentado mutante se ne trovavano diversi di individui dall’aspetto inconsueto. E lui sapeva che tale circostanza trovava ogni volta spiegazione nelle Cronache. Anzi, diciamo pure che, a prendersi la briga di esaminarle con attenzione, vi si scovava una spiegazione a tutto. Purtroppo le Cronache erano scritte in un linguaggio antiquato e tutt’altro che scientifico, e ciò non contribuiva certo a dissipare le sue perplessità.

I mutanti avevano fatto la loro prima comparsa oltre seicento anni prima, apparentemente preceduti da qualche peculiare evento meteorologico. Le Cronache parlavano di piogge di sangue e nascite di vitellini a due teste. Ma, a quel che ne sapeva Michael, casi del genere parevano verificarsi di continuo, durante il Quindicesimo secolo.

Gli risultava, inoltre, che sia gli scienziati mutanti sia gli studiosi normali ritenevano che una naturale tendenza alla mutazione fosse incrementata dall’esposizione a taluni generi di radiazioni. Il passaggio di una cometa, o magari una pioggia meteorica, potevano quindi dar luogo, nella generazione immediatamente successiva, a una congerie di mutazioni. In molti casi si trattava di mutazioni terminali: eccentriche, sterili, condannate in partenza. Ma la progenie dell’Homo Sapìens conosceva anche accidenti fortunati. Il potenziamento delle facoltà mentali, ad esempio. Alcuni mutanti sviluppavano talenti telepatici a vari livelli. Altri acquisivano doti telecinetiche, anch’esse di entità variabile. Di tanto in tanto avveniva che un mutante detenesse più di una capacità. Precognitivi. Obnubilatori. Telepiretici. Ancor più raramente, si verificava la comparsa di un mutante dotato di poteri particolarmente straordinari per natura e intensità. Le facoltà mutanti, ad ogni modo, erano in genere bizzarre, spesso difficili da controllare.

Quanto agli occhi dorati, si trattava di un curioso effetto collaterale a proposito del quale esistevano numerose teorie. Per gran parte dell’anno Michael aveva la sensazione che tutta la faccenda si presentasse con i connotati di una fiaba. Finché l’inesorabile trascorrere dei mesi non tornava a immergerlo nella stagione dei mutanti.

Da bambino egli aveva ascoltato con incantata attenzione, durante la narrazione rituale che si celebrava ogni anno, la storia del suo clan. Al punto che ormai sarebbe stato in grado di ripeterla persino dormendo. I suoi antenati avevano lottato per sopravvivere, acutamente consapevoli dei propri strabilianti poteri e della possibilità che essi suscitassero terrorizzate, violente reazioni da parte della ben più ampia popolazione «normale». Avevano quindi creato comunità chiuse, segrete, lontane da sguardi indiscreti e da domande imbarazzanti. Per secoli i mutanti erano vissuti ai margini della società facendo i ladri, gli alchimisti, le streghe, i venditori di pozioni miracolose. Alcuni erano finiti arsi sul rogo. Altri avevano accumulato inimmaginabili ricchezze. Parecchi avevano lavorato nel mondo del circo. I mutanti eccellevano, come fenomeni da baraccone. E ancor più come protagonisti di acrobatiche imprese ladresche…

Eccentrici, riservati, solitari, erano dunque sopravvissuti e si erano moltiplicati, senza però mai liberarsi delle non poche minacce incombenti su di loro. A parte il timore costante, soprattutto in passato, di venire scoperti e perseguitati, i mutanti avevano dovuto sempre fare i conti con la consapevolezza che il loro arco vitale era più breve di quello dei normali appartenenti alla specie Homo Sapiens. Spesso un mutante maschio non raggiungeva la sessantina. Vivere più a lungo significava rischiare seriamente la follia. Michael aveva ascoltato, rabbrividendo di orrore, raccontare dei ricoveri segreti dove il suo clan celava al mondo intero i propri anziani farneticanti. Fra i mutanti in età più avanzata la percentuale di suicidi era due volte più alta di quella della popolazione normale. A indennizzo di un’esistenza tanto breve essi potevano vantare il possesso di facoltà che risultavano, nel migliore dei casi, poco affidabili.

Una comunità dentro l’altra. Il ceppo mutante era stato preservato, e a caro prezzo, tramite la rigorosa adozione di accoppiamenti endogamici. Nulla di strano che gente come suo padre divenisse particolarmente suscettibile, quando si trattava di sottoporre il risultato al pubblico giudizio. L’orgoglio per la propria discendenza continuava ancora a mescolarsi con l’incertezza circa quella che sarebbe stata la reazione dei normali. Ma il pensiero di trascorrere la vita intera recluso in seno alla famiglia cominciava a divenire intollerabile, per Michael. Quattro anni di università gli avevano mostrato che fuori del clan si stendeva un intero mondo sfavillante di possibilità.

Volgendo lo sguardo in giro per la stanza, Michael vedeva un compatto gruppo di amabili individui che probabilmente non avrebbero mai compreso il suo stato d’animo. Lo zio Halden era di ossatura forte e ventre abbondante. Accanto alla sua solidità da plantigrado, il padre di Michael — bionda capigliatura, carnagione dalle calde tonalità ambrate — appariva ancor più esile e basso di statura. Michael sapeva di assomigliare più che altro a suo padre, sebbene le ascendenze asiatiche materne avessero donato alla sua pelle una sfumatura leggermente più complessa, e ai suoi occhi una forma più esotica. Uno dei tanti aromi scaturiti dal crogiolo mutante, tutto qui. Michael era convinto ad ogni modo che i mutanti fossero Homo Sapiens al cento per cento, e in qualunque cosa consistessero quei benedetti agenti mutageni, lasciava volentieri ai biologi del clan il compito di occuparsene.

Egli aveva sentito parlare di mutanti con un occhio solo, con la pelle squamosa, con sette dita per mano (correva voce che vivessero in isolamento sulla costa occidentale), ed era grato alla sorte che la sua più curiosa caratteristica fisica consistesse semplicemente nella plica epicantica che grazie a sua madre, Sue Li Ryton, gli incurvava le palpebre. Melanie, con quella chioma corvina, aveva un aspetto leggermente più orientale, e Jimmy era dei tre il più somigliante alla mamma. Michael si guardò attorno per individuare quel furbacchione di suo fratello minore, ma non riuscì a vederlo. Probabilmente aveva marinato l’incontro per andare a divertirsi da qualche parte, e altrettanto probabilmente l’avrebbe passata liscia. Papà sembrava, chissà perché, notevolmente disposto a sorvolare sulle scappatelle di Jimmy.

L’assemblea pareva terminata, e Michael sgusciò verso l’uscita. Queste riunioni di clan, così ripetitive e prevedibili, incominciavano ad annoiarlo, e poi desiderava qualche minuto tutto per sé. Una volta tornati a casa, di tempo libero ne avrebbe avuto ben poco: il viaggio a Washington era ormai imminente, e subito dopo attendevano i contratti con la NASA.

«Ci lasci così presto, Michael?» La voce di James Ryton, cui l’irritazione aveva dato una nota stridula, saettò repentinamente attraverso la stanza, affilata come un coltello, e lo inchiodò a un passo dalla soglia. «Certo sei stato gentile, a onorarci della tua presenza.»

Michael ignorò il sarcasmo. «Volevo solo uscire a prendere una boccata d’aria.»

«Con questo freddo?» Suo padre lo fissava implacabile. «Che cosa c’è, non gradisci abbastanza la compagnia della tua famiglia?»

«Ho semplicemente bisogno di far due passi. Per pensare.»

«A qualche ragazza, immagino», sbuffò suo padre. «Be’, sai che ti dico? Che stai perdendo tempo. È alle questioni dei mutanti che dovresti dedicarti. Al nostro viaggio a Washington. Sarebbe proprio ora che tu incominciassi a considerarti, e a comportarti, come un membro responsabile di questa comunità. Non dimenticare che sei anche tu socio dell’azienda. Devi pensare al tuo futuro. Al nostro futuro.»

Michael si sentì salire il sangue alla testa. «Non ho mai trascurato gli impegni di lavoro!» scattò. «Ma non conta dunque nulla quello che sono io, quello che voglio io?»

«E cosa sarebbe quello che vuoi tu?»

Nella sala tacquero tutte le conversazioni, mentre i membri del clan focalizzavano la loro attenzione sul battibecco che stava opponendo padre e figlio. Michael si rendeva perfettamente conto che quanto stava per dire avrebbe addolorato la sua famiglia e i suoi amici, ma non poteva evitarlo.

«Sono stanco di dovermi preoccupare delle tradizioni», dichiarò. «Credevo fosse giunta finalmente l’ora di muoversi, no? Ora che siamo riusciti a far eleggere Eleanor Jacobsen al Congresso…»

«Guarda caso, c’è gente che invece non è affatto convinta che sia questo il momento di aprirsi verso il mondo nonmutante!» lo interruppe suo padre. «Io credo sia meglio che continuiamo a operare nel modo consueto, muovendoci con grande cautela. I normali possono essere molto pericolosi.»

«Sì, sì, lo so benissimo», ribatté Michael con voce impaziente.

«E allora devi renderti conto che sono proprio i tuoi interessi che mi stanno a cuore», continuò Ryton. «Occasionalmente possiamo anche socializzare con individui estranei al gruppo, ma certo non fino al punto di sposarli.»

Michael lo fissò sbalordito.

«Chi ha mai parlato di matrimonio? E ad ogni modo che cosa ci sarebbe di male?»

Ryton sostenne inflessibile lo sguardo del figlio, squadrandolo severo attraverso le lenti bifocali. «Sai perfettamente come la penso a proposito delle deviazioni genetiche. Dobbiamo assolutamente proteggere la purezza del ceppo mutante. Con quel che ci è costato crearlo e conservarlo…»

«Lo so, lo so, Dio se lo so!»

«E allora dovresti anche sapere che non puoi sottrarti più a lungo alle tue responsabilità. È ormai ora che tu incominci a interessarti a Jena. Ha l’età giusta, ed è uno dei pochi partiti disponibili.»

Una ragazza bionda, esile ma di aspetto provocante, sorrise a Michael dall’altro lato della stanza. L’aureo simbolo della fraternità mutante le scintillava sul delicato biancore del collo. Con un nodo alla gola, egli si costrinse a distogliere lo sguardo. Le consuetudini del clan erano una morsa che lo serrava prepotente, minacciando di storpiargli l’esistenza.

«Allora è di questo che si tratta», osservò in tono amaro. «Me l’ero immaginato.»

«A sentir te, parrebbe trattarsi di un destino spaventoso.»

«Può anche darsi che la mia opinione sia proprio questa.» Si accorse che gli occhi di sua madre erano colmi di lacrime, ma era troppo tardi per fare marcia indietro, e poi non aveva alcuna intenzione di ritrattare. «Non ho passato quattro anni alla Cornell solo per lasciarmi incastrare nei progetti di qualcun altro o per fare da stallone al clan.»

Udì levarsi attorno a sé esclamazioni soffocate. Suo padre si stava facendo paonazzo in volto, sintomo indubbio che era in arrivo il peggio.

«Michael, se non accetterai di riconoscere le tue responsabilità nei nostri confronti, ci costringerai a decidere al posto tuo.»

«Come se non l’aveste sempre fatto!» replicò il giovane in tono di sfida, fronteggiando suo padre con le mani sui fianchi. «Prima mi chiedete di pensare e agire come un adulto, ma poi, quando mi comporto da adulto, mi trattate come un bambino.»

Ciascuno dei cento occhi d’oro presenti nella sala era fisso su di lui. Michael si sentiva soffocare. Se non fosse uscito immediatamente di lì gli sarebbe venuto un collasso.

Si volse con scatto repentino, e per mezzo del suo potere telecinetico aprì la porta a distanza di un metro. Un attimo dopo se ne stava piantato immobile appena fuori del bungalow, con il respiro affannoso che formava nuvolette nell’aria gelida. Dove andare? Il ritmico, ostinato frangersi dei flutti pareva rivolgergli un messaggio insistente. Michael corse verso la spiaggia, deciso ad allontanarsi il più possibile dalla sua famiglia.


Quando la porta si richiuse con violenza alle spalle del suo primogenito, James Ryton dovette reprimere un trasalimento. Attorno a lui i membri del clan mormoravano la propria disapprovazione, scuotendo la testa e formando gruppetti per discutere l’accaduto.

«Gradiresti un consiglio da amico?» gli chiese Halden.

«A dire il vero no, Hal, ma ti conosco abbastanza per sapere che dovrò sorbirmelo ugualmente.»

Halden sorrise. «Se continui così, riuscirai solo a farlo scappar via.»

«Forse hai ragione», ammise Ryton sospirando. «Mi ricorda com’ero io alla sua età. Irascibile, impulsivo. Ho paura che finisca per mettersi nei guai.»

«Tu però ce l’hai fatta», osservò Halden. «E incolume, a quanto pare.»

Ryton gli rivolse un sorriso stentato. «Più o meno. Le vampate mentali stanno incominciando, comunque. Mi capita di sentirle sempre più spesso, in piena notte, quando l’alterazione della chiarudienza mi tiene sveglio.»

Il Custode del Libro afferrò l’amico per una spalla. «Fatti coraggio. Stiamo per trovare il modo di controllarle, forse addirittura di curarle…»

Con le labbra contratte in una piega amara, Ryton si sottrasse a quel contatto. «Non ho la minima intenzione di trascorrere i prossimi vent’anni sotto l’influsso degli inibitori neurali. Preferisco uccidermi.» Si espresse a voce così bassa che sembrò parlare fra sé.

«James, non dirlo neppure per scherzo.»

«Chiedo scusa, amico mio», mormorò Ryton costringendosi a sorridere. «Allora, vediamo di affrontare un argomento meno deprimente.»

Halden gli strinse affettuosamente un braccio. «Tuo figlio è un ragazzo brillante che fa onore al clan. Finirà per mettere giudizio, vedrai. Devi solo portare pazienza.»

«Spero proprio che tu abbia ragione. Hai saputo nient’altro a proposito di quel cosiddetto supermutante?»

«Chiacchiere a non finire», rispose il Custode. «Si dice che in Brasile stiano conducendo esperimenti con radiazioni. Su soggetti umani.»

«Ah, ora anche il Brasile? Ma non era la Birmania, l’ultima volta? Non ci credo nemmeno un po’. Esistono prove tangibili, testimonianze?»

«Non proprio. Ma tutto questo blaterare ha sollevato un tale polverone che al Congresso stanno dibattendo sull’opportunità di formare una commissione d’indagine.»

«Da mandare in Brasile?»

«Per l’appunto. Una missione non ufficiale, si capisce. Non è il caso di andargli a rompere le scatole proprio ora che finalmente si sono decisi a pagarci una bella fetta dei loro debiti.»

«Già, tutto merito del filone di triobio che hanno scoperto a Bahia, e di quelle nuove tecniche estrattive con il laser elaborate dagli inglesi. La Jacobsen che fa? Scommetto che ci va anche lei, vero?»

Halden si strinse nelle spalle. «Per forza. E ti dirò che secondo me dovremmo incominciare a prendere la faccenda un po’ più seriamente di quanto abbiamo fatto sinora. Mi sono giunte segnalazioni anche dalla costa occidentale. Persino dalla Russia. I nostri esperti di genetica ritengono possibile che quella gente, di chiunque si tratti, abbia isolato e codificato il genoma mutante.»

Si levò, aspra, la risata di Ryton. «Per carità, non ricominciamo con questa storia. Lo sai benissimo che della codifica del genoma ne parlavano già venti o trent’anni fa, tra l’Ottanta e il Novanta, e che non sono mai riusciti a realizzarla… soprattutto dopo che quel pasticcio combinato dai giapponesi portò all’interruzione delle ricerche.»

«Può darsi che in Brasile la moratoria non sia mai stata applicata.» Halden vuotò la sua tazza in un sorso e si versò un’altra dose di caffè.

«E… che cosa avresti saputo, dalla Russia?…»

«Oh, niente di preciso. Loro, si capisce, non è che siano bene organizzati come noi, ma l’ultima volta che è stata là, Zenora ha parlato con Jakovski. E lui le ha detto che anche loro erano preoccupati per via del Brasile.»

«Si dovrebbe discuterne in assemblea plenaria.»

«Sono d’accordo. Diciamo domani?»

Ryton annuì. «Le implicazioni di questa faccenda sono terrificanti. Già ora i normali ci guardano con sospetto. Che cosa accadrebbe se dovesse far la sua comparsa un mutante davvero evoluto?»

«Oh, figuriamoci, le solite cose… sollevazioni popolari, pogrom, linciaggi…» Halden sorrise. «James, perché guardi sempre il lato negativo di ogni situazione? L’avvento di un mutante superiore potrebbe essere un fatto magnifico.»

«Halden, a te potrà anche sembrare divertente», ribatté Ryton in tono indignato, «ma io non l’ho scordato, il 1992, e nemmeno la morte di Sarah. Ti dico che andremmo incontro a rischi estremamente gravi.»

«Comprendo le tue preoccupazioni», disse Halden diplomaticamente, «ma sono fatti avvenuti venticinque anni fa. E poi, ammettilo, non stiamo cercando anche noi, a modo nostro, di giungere al medesimo risultato? Ottenere supermutanti tramite l’endogamia?»

«Niente affatto», replicò Ryton seccamente. «Quel che interessa a noi è sopravvivere. Consolidarci rimanendo uniti. Tenerci fuori dai guai, non adoperarci a rendere obsoleto il resto della razza umana. E questa sarebbe esattamente l’accusa che ci verrebbe rivolta, caso mai risultasse che nella storia del supermutante c’è anche solo un briciolo di verità. Inutile ricordarti che i normali, innanzitutto, ci temono. Nella malaugurata ipotesi che quelle dicerie su mutanti radiopotenziati non siano soltanto chiacchiere… riesci a immaginare, Halden, che cosa sarà di noi?»


Il crepuscolo andava rapidamente infittendosi, e nonostante l’assenza di dune che potessero fargli da schermo, Michael si arrischiò ugualmente a levitare sulle onde, ritenendo improbabile che qualcuno riuscisse a vederlo. A differenza di certi suoi cugini, che si divertivano a scombussolare i normali mettendosi in mostra, a Michael non piaceva affatto sfoggiare le proprie capacità mutanti in presenza di estranei. Ma sulla spiaggia non c’era anima viva.

Il vento soffiava gelido, trascinando con sé un accenno di neve. Qualche solitario volatile appariva intento a becchettare le alghe arenatesi a riva, e Michael si chiese con stupore come facessero a sopravvivere, nel cuore dell’inverno. Man mano che la sua ombra giungeva su di loro, gli uccelli si disperdevano freneticamente.

Fluttuare sulle acque era sempre stato un gioco stupendo, per lui. Per tenere sotto controllo le sue capacità levitatorie, da piccolo la mamma lo aveva legato di tanto in tanto a una fune. Ricordava bene con quanta pazienza lei avesse seguito, guidato, incoraggiato le prime esperienze di quel bimbo di quattro anni. «Fai un passo lungo lungo e poi salta!… Forza, Michael, riprova!»

I suoi poteri telecinetici, invece, erano emersi solo negli ultimi tre anni, ed egli era ancora nella fase in cui si divertiva a sperimentarli. Esercitò una pressione mentale contro le sottostanti acque agitate, e quelle naturalmente opposero resistenza, ma gli parve comunque di vederle un po’ ritrarsi.

In qualità di mutante doppio, Michael costituiva un caso raro persino nell’ambito della comunità, e suo padre non la smetteva mai di indottrinarlo sull’importanza di salvaguardare e tramandare quei preziosi geni: sposa una ragazza mutante, metti al mondo figli mutanti, aspira a divenire un giorno Custode del Libro, non rivelare a nessuno i tuoi poteri, adeguati, mimetizzati… Gli veniva rabbia solo a pensarci.

Vide sollevarsi, portati dal vento, gli spruzzi di un’onda infrantasi con particolare violenza sulla riva, e si innalzò leggermente per evitarli.

Cari, piccoli mutanti, pensò. Rincantucciati come topi, stretti stretti tutti quanti assieme nella loro tana a spartirsi la poca aria respirabile, un coro dissonante di bizzarre personalità che simile a stridere di unghie sopra una lavagna lo aggrediva ogni qual volta gli toccava partecipare a un raduno del clan. Meno male che il periodo dell’università lo aveva, seppur momentaneamente, sottratto a quell’ambiente soffocante, dandogli modo di conoscere, e apprezzare, lo stile di vita dei normali.

Le persone come Kelly McLeod respiravano liberamente. Gente che aveva responsabilità solo nei confronti di se stessa, al massimo verso la propria famiglia. Individui senza segreti da proteggere, senza claustrofobiche tradizioni da osservare, senza grette consuetudini da perpetuare. Uomini e donne lontani dall’opprimente promiscuità della vita di clan, esenti dagli obblighi di una sacra missione, liberi di essere se stessi e di scoprire quel che la vita aveva da offrire.

Michael ammirava la forte personalità di Kelly, la sua indipendenza. Le donne mutanti erano in gran parte caute, riservate, occultavano i loro pensieri dietro sguardi indecifrabili. Anche Jena. Per un attimo provò vergogna di averla ignorata a quel modo. Era una ragazza sana e intelligente, ma aveva gli occhi del colore sbagliato. Tutti i mutanti sfoggiavano occhi di quella medesima strana tinta brunodorata, curiosamente rilucente nell’oscurità; un marchio inconfondibile per riconoscersi ovunque fra membri del clan.

Kelly aveva gli occhi azzurri. Michael trovava estremamente attraente il dissonante comporsi di quel color pervinca con l’incarnato chiaro e la chioma corvina di lei. E gli piaceva il suo nasino a punta, delicatamente modellato. Gli piacevano quegli zigomi finemente cesellati. Gli piaceva l’imprevedibile naturalezza con cui Kelly un giorno poteva agghindarsi in pelle nera e catene d’argento, e il giorno dopo comparire coi capelli raccolti sulla nuca, e minuscoli orecchini, e una camicetta all’antica col collo alto adorna di trine. Quando sorrideva, mostrava dei denti non perfettamente allineati, ma a Michael andava benissimo così. Non gli interessava trovare in Kelly l’innaturale perfezione di un manichino. Lei era una persona vera, e anche in questo stava il suo fascino.

Ripensò a quella volta che l’aveva baciata nel cortile di casa McLeod. Non gli aveva resistito, quando lui le aveva insinuato le mano sotto il reggiseno. Era certo che se avessero avuto più tempo lei l’avrebbe ulteriormente incoraggiato, ma purtroppo il sopraggiungere di papà McLeod aveva prematuramente posto fine alle loro effusioni. La desiderava con un ardore che non aveva mai provato nei confronti di nessuna ragazza mutante.

«Fatti vivo, quando torni dalle vacanze», gli aveva sussurrato, mentre un alone di luce proveniente dal lampione del portico le circondava i capelli neri. Sì, era intenzionato a rivederla quanto prima, stando però attento che suo padre non si accorgesse di nulla.

«Un eurodollaro per i tuoi pensieri.»

Michael trasalì, gettando attorno un’occhiata ansiosa. Non vide nessuno. Udiva, in distanza, un’imposta sbatacchiare nel vento. Possibile che quella voce fosse stata frutto unicamente della sua immaginazione?

«Non hai paura che qualche normale ti veda e se la faccia sotto dall’emozione?» No, senza dubbio qualcuno gli stava parlando, ma le parole che udiva risuonavano nel suo cervello, non nelle sue orecchie. E quel tono beffardo, insinuante, poteva appartenere a una sola persona. Suo cugino Skerry. Eppure Halden aveva dichiarato che Skerry se l’era filata…

«Skerry… dove sei?» chiese Michael a voce alta. Non possedeva capacità telepatiche attive, e d’altra parte a chi le aveva era espressamente proibito violare l’intimità della psiche altrui. Per avere risposta alle proprie domande, Skerry non si sarebbe azzardato a prendere la scorciatoia dell’intrusione mentale.

«Dietro il bar.»

Michael discese rapidamente e s’incamminò sulla sabbia in direzione del plumbeo edificio malandato, ammassato di assi di legno come difesa contro l’inclemenza dell’inverno. Diede un’occhiata dietro l’angolo posteriore. Nient’altro che casupole fatiscenti e sabbia.

«Fochino, focherello…»

«Dai, Skerry, piantala!» Magari quel mattacchione era lì a due passi, ma non sarebbe mai riuscito a trovarlo se lui non avesse deciso di farsi vedere.

Udì dietro di sé un rumore simile a quello di un mazzo di carte che viene scozzato, e volgendosi scorse grigie barre diagonali che andavano lentamente solidificandosi, con effetto video, nella figura di suo cugino. Il solito vecchio Skerry. Giaccone a vento verde di tipo militare, jeans e stivali, ricciuti capelli castani, barba, e quegli occhi sfolgoranti identici ai suoi. Mentre però Michael aveva un fisico asciutto e nervoso, Skerry era grosso, pesante, muscoloso, con spalle molto ampie e polpacci che davano l’impressione di poter calciare un pallone da un’estremità all’altra del campo di gioco. O magari abbattere un albero. Adesso era lì che lo fissava, denti bianchi incorniciati da un sorriso beffardo. A Michael suo cugino piaceva, anche se non avrebbe potuto dire di fidarsene ciecamente. Ma non ne diffidava neanche, d’altronde. In effetti era difficile non provare sentimenti ambivalenti nei confronti di un telepate che andava e veniva come un fantasma.

«Hai litigato un’altra volta col tuo vecchio, eh?»

«C’eri anche tu, all’assemblea?»

«Be’, diciamo che non perdo mai di vista parenti e amici.»

«Quindi saprai come stanno le cose. Vogliono che sposi Jena. Che rimanga in carreggiata. Che mi occupi delle questioni famigliari. Che faccia il bravo bamboccio mutante.»

«Non ne puoi più, vero?»

«Proprio così.»

«E allora vattene.»

Michael scosse la testa con aria imbarazzata. «Non posso. Forse tu sì, ma i miei morirebbero se lasciassi la ditta e me ne andassi dalla città.»

Per tutta risposta Skerry diede una scrollata di spalle, tirò fuori uno stuzzicadenti e se lo cacciò in bocca con fare spavaldo.

«Dove sei stato?» gli chiese Michael.

«Un po’ qui, un po’ là. Il mondo è grande.» Si avviò lentamente lungo la spiaggia, invitando con un gesto Michael ad accompagnarlo. Camminarono fianco a fianco, in silenzio, per diversi minuti. D’un tratto Skerry si fermò, rivolse al cugino un’occhiata ferma e penetrante, gettò lo stuzzicadenti fra le onde.

«Non puoi passare la vita intera a dar retta a loro. Diventeresti matto. E non parlo di follia mutante. Ora come ora hai più possibilità di quel che credi, ma devi approfittarne subito, prima che sia troppo tardi. L’esistenza di noi mutanti è particolarmente breve, non dimenticarlo. Breve e tutt’altro che a lieto fine. Vattene, quindi, e cerca di scoprire te stesso.»

«Come hai fatto tu?»

«Perché no?»

«Più facile a dirsi che a farsi… E poi, se sei scappato, che ci stai a fare qui?»

Skerry scrollò nuovamente le spalle. «Nostalgia. A parte il fatto… che cosa ti fa credere che ci sono davvero?» Sorrise, e i contorni della sua figura incominciarono a svanire.

«Aspetta, Skerry, non te ne andare.»

«Dolente, ragazzo, tempo scaduto. Ripensa a quello che ti ho detto. Fila via, finché puoi. Mi terrò in contatto.»

Parve a Michael che l’ultima cosa a dileguarsi, di Skerry, fosse quel gran sorriso.


Melanie diede un bel morso al suo pasticcino gustandone l’intenso, appagante sapore. Era questa la fase del convegno che tutti attendevano con ansia: il momento di aggiornarsi sugli ultimi pettegolezzi e ammirare i nuovi membri del clan e discutere di politica. Specialmente discutere di politica. Oh, certo, tutti agognavano quel momento. Tutti tranne lei.

Osservò i ragazzi più giovani levitare in cerchio vicino al focolare, e per un attimo desiderò poter tornare bambina per unirsi a loro. Ma non era solo la differenza di età a separarla dal gruppo gioioso riunito accanto al caminetto, e dal resto del clan che affollava la stanza. Anche Melanie, senza dubbio, era una mutante. Per sincerarsene bastava uno sguardo a quei suoi occhi dorati. Ma era una neutra, lei. Una mutante disfunzionale.

Tutti quanti nel clan, si capisce, la trattavano cortesemente. Anche troppo. Si comportavano con lei come se fosse una ritardata mentale. La loro pietà non era meno difficile da sopportare del disprezzo che a scuola le manifestavano i nonmutanti.

Guardò Marol che dall’altra parte della stanza si coccolava tutta orgogliosa il figlioletto Sefrim, beatamente addormentato in piena levitazione sul grembo di sua madre.

Ho meno capacità di un mutante appena nato, pensò Melanie.

Desiderò essere scappata via insieme a Michael. O almeno aver portato con sé un po’ della Valedrina di sua madre. Incominciava a detestare quegli incontri quanto il fratello maggiore. Anzi, di più. Michael almeno era un vero mutante. Lei, invece, che cos’era?

Non piangere, si disse, facendo uno sforzo violento. Non farti veder piangere.

A che cosa le serviva avere gli occhi dorati, se poi non possedeva neanche un’ombra di capacità mutanti? E dire che si era esercitata in segreto per ore e ore, in camera sua, pregando che lo sviluppo di quegli agognati poteri fosse solo in ritardo…

Avrebbe dovuto essere una telecinetica, se lo sentiva nelle ossa. Ma per quanti sforzi avesse fatto, sino a procurarsi tremende emicranie a causa della feroce concentrazione con cui aveva tentato di spostare un’arancia da una parte all’altra della stanza, o almeno da un capo all’altro del tavolo, non aveva mai ottenuto nulla. L’arancia era rimasta immobile al suo posto.

Raggiunta poi la maturità sessuale, Melanie aveva incominciato a perdersi d’animo. A quell’età accadeva molto raramente che una ragazza mutante non avesse ancora sviluppato in pieno il proprio particolare talento. Aveva quindi cercato almeno di comprendere, se non di rassegnarsi. Ma quando in Michael era sbocciato un secondo potere, Melanie si era definitivamente convinta che qualche crudele e maligna divinità doveva averla prescelta per divertirsi a tormentarla. Michael non solo aveva avuto il talento che gli spettava, ma anche quello che sarebbe dovuto andare a sua sorella!

Sentendo sulla spalla il tocco delicato e affettuoso di una mano alzò gli occhi, e incontrò il sorriso di zia Zenora. La moglie di zio Halden, corpulenta e appariscente com’era, sembrava creata apposta per far coppia con lui, pensò Melanie. Lungo una manica ostentava una mezza dozzina di aurei simboli della fraternità mutante: sei occhi d’oro bordati da una cornice di braccia intrecciate. Zenora era impegnata nell’Unione mutante, e alle riunioni di clan non perdeva occasione per distribuire i suoi distintivi.

«Allora, come va la scuola?» le chiese zia Zenora abbracciandola.

«Oh, me la cavo, credo.»

«Dovresti essere… vediamo… in terza?»

«No, frequento l’ultimo anno.»

«Ah, bene, allora starai già pensando all’università, a una professione?…»

Melanie si strinse nelle spalle. «Papà vuole che rimanga a lavorare con lui.»

«Mi pare una buona idea.»

«Può darsi.» In realtà il solo pensiero di lavorare insieme a suo padre e a suo fratello le faceva venire il mal di stomaco. Quel che le sarebbe piaciuto fare era la giornalista televisiva. Diventare la prima videocronista mutante. Ma si trattava di un’eventualità improbabile quanto il fatto che lei si mettesse d’improvviso a levitare e a camminare sul soffitto.

Zenora si fece trascinare in una discussione politica in cui ogni tre frasi sembrava ricorrere il nome della senatrice Eleanor Jacobsen. Melanie scrollò il capo. La politica l’annoiava a morte. Vide sua madre seduta sul vecchio divano rosso, e andò da lei.

«Sempre in prima linea, la zia Zenora», osservò Sue Li sorridendo.

«Credo che la politica le piaccia più di ogni altra cosa, perfino più che cucinare», disse Melanie. «Scommetterei che i suoi distintivi li porta persino a letto.»

Passò loro accanto, a occhi bassi, la bionda Jena.

Sue Li sospirò. «Tuo fratello ci sta creando qualche problema. Quanto mi spiace, per quella povera ragazza…»

«A me invece per niente», ribatté Melanie. «Jena ne ha già a bizzeffe, di corteggiatori. È per Michael, piuttosto, che sono in pensiero.»

«Che cosa vuoi dire?» Sua madre le rivolse un’occhiata penetrante, e Melanie si sentì arrossire.

«Ecco», spiegò, «il fatto è che Jena non gli piace. O meglio, gli piace, ma non nel modo che vorreste voi.» Poi, in tono imbarazzato, soggiunse: «E penso che non sia giusto cercare di fargli fare ciò che lui non vuole».

«Quel che si dice un atteggiamento leale», commentò asciutta Sue Li.

Personalmente, Melanie era dell’opinione che Jena fosse un’antipatica presuntuosa innamorata solo del suo specchio… Ma, a dire il vero, provava un maligno compiacimento nel vedere qualcun altro, una volta tanto, far da bersaglio alle occhiate inquisitorie e ai commenti compassionevoli del clan. Pensò bene di compiere una nuova scorreria tra i favolosi pasticcini della zia, domandandosi se Zenora fosse una buona cuoca perché mutante, o sebbene mutante…


Una calda luce gialla riempiva le finestre del bungalow dei Ryton, spandendosi nelle tenebre circostanti. Il sole era tramontato da quasi un’ora. Michael aprì la porta pian piano, pronto a defilarsi al primo accenno di guai. Sua madre, seduta al tavolo di cucina, leggeva, volgendogli le spalle. Melanie e papà non si vedevano. Sentendolo entrare, Sue Li sollevò lo sguardo dal piccolo schermo.

«Hai mangiato?» gli domandò con voce stanca.

«No.»

«Togliti la giacca, intanto che ti preparo un panino.» E subito si alzò, facendo strusciare sul pavimento le gambe di legno della sedia, e si mise a trafficare per la cucina.

Con quella luce che le scintillava sui capelli neri, col viso che pareva incorniciato dal collo a cappuccio del suo maglione scarlatto, la mamma ricordò a Michael una stampa che aveva veduto una volta, un’antica stampa giapponese di una geisha in kimono color fragola e relativa sciarpa.

Appese il giubbotto all’attaccapanni, e sistematosi sulla sedia lasciata libera da sua madre sbirciò il testo rimasto in attesa sullo schermo, un racconto dell’orrore tratto da chissà quale antica raccolta.

«Ti piace davvero leggere questa roba?»

«Certo. Primo, mi trasporta in un mondo completamente diverso, e poi mi dà la gioia di poter tornare alla mia vita normale.»

«Magari per me fosse così semplice…» commentò Michael. «Gli altri dove sono?»

«Tuo padre è rimasto a chiacchierare con Halden e Zenora. Jimmy e Melanie sono qui accanto, da Tela, a guardare non so che programma sul suo megativù.»

Portò in tavola un panino ripieno di polpetta alla soia e una tazza di cioccolata, poi sedette dinanzi a suo figlio. Un’espressione pensosa le aleggiava sul volto.

«Michael», esordì, «lo so che ti senti offeso per tutto quello che pretendiamo da te. Ma non pensare che tuo padre voglia essere troppo rigido, nei tuoi confronti.»

«E allora perché si comporta a quel modo?»

Sue Li sospirò. «È preoccupato. Lo sai bene quant’è importante, per lui, costruire per il futuro. Ma ti assicuro che è enormemente orgoglioso di te…»

«Lo credo! Orgoglioso di aver messo al mondo un mutante doppio. Benissimo, ma se va così fiero di suo figlio, perché non me lo dice apertamente?»

«Devi capire che è molto difficile, per lui.»

Prima di replicare, Michael mandò giù un boccone del suo panino.

«Già, e così va a finire che rende tutto molto più difficile a me. E a Mel.»

«Lo so.»

«A te è mai capitato di trovarti nella nostra situazione?»

Un tenue sorriso le increspò le labbra. «Naturalmente. Ma le cose andavano in modo diverso quand’ero ragazzina io. Si respirava molto più entusiasmo, all’interno del clan. Avevamo la sensazione di trovarci alle soglie di una nuova epoca. Eh, sì, i favolosi anni Settanta, quando tutto sembrava possibile…»

«E dimmi, com’era?»

«Oh, eccitante. Sconcertante. Soprattutto per noi bambini.» Rimase qualche momento in silenzio, mentre l’emozione di vecchi ricordi rifioriva a colorarle le gote. «Ci pareva che il mondo intero fosse pieno di scoperte e di promesse. Che tutti i vecchi schemi stessero cambiando. E così era, in un certo senso. Ma poi venne la violenza. E per molti versi le cose rimasero le stesse di prima, per noi.»

Michael si appoggiò allo schienale della sedia. «Nessuno pensò che il Tempo dell’Attesa potesse essere terminato?»

Sua madre annuì tristemente. «Ero molto giovane, allora, e non sempre avevo una chiara consapevolezza di quanto avveniva durante i convegni. Però ricordo bene che un anno venne proposto ufficialmente di farci avanti, rendendo la nostra esistenza di pubblico dominio. Parecchi membri anziani si opposero strenuamente, e successe che il clan si suddivise in due fazioni. Andò poi a finire che negli anni Novanta alcuni di noi uscirono effettivamente allo scoperto. In precedenza i convegni erano molto più affollati, ci partecipava il doppio di persone. Ma la vera scissione era avvenuta ben prima di allora, negli anni Sessanta e Settanta, e i fautori dell’apertura avevano abbandonato il clan. Alcuni andarono a stabilirsi in California. Fra loro c’era anche il ragazzo che avrei dovuto sposare.»

«E cosa gli è capitato… a loro, e a lui?»

Un’ombra le oscurò i lineamenti delicati. «Finalmente stiamo incominciando a ritrovarci. Forse un giorno saremo di nuovo tutti assieme, come ai vecchi tempi. Quanto a quel ragazzo… be’, nessuno ne ha più saputo nulla.»

Michael smise di masticare il panino e scrutò sua madre come se la vedesse per la prima volta. Si rendeva conto, all’improvviso, che un’ampia parte della sua vita privata gli era completamente ignota. Sentì che un rinnovato sentimento di rispetto nei confronti di lei gli andava sbocciando dentro.

«È morto?»

«Credo di sì.»

«E… com’era?»

Sue Li tese una mano a scansargli delicatamente dalla fronte un ciuffo di capelli. «Assomigliava un poco a tuo cugino Skerry. Un ribelle. Era quello, che lo rendeva così attraente. E che avrebbe reso impossibile viverci insieme.»

Michael fu tentato di rivelarle che aveva veduto Skerry. Stava già per parlare ma all’ultimo istante decise di non farne nulla. Se lei si fosse lasciata sfuggire una mezza frase con qualcuno, sarebbero venuti ad asfissiarlo con mille domande. E poi, ora come ora, gli piaceva particolarmente avere qualche piccolo segreto tutto per sé…

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