Capitolo secondo

Il pomeriggio seguente Fiord s’inerpicò sulla scogliera che incombeva sopra la capanna della vecchia. In cima c’era una mezzaluna di sabbia orlata di ginestroni: qui, nei giorni liberi, poteva sdraiarsi al sole, rimuginando il suo odio per il mare e sentendosi, in quel rassicurante cerchio verde, protetta dal mondo. I ginestroni cominciavano a sbocciare qua e là, minuscole corolle dorate che la facevano starnutire. Ma per il momento il suo magico cerchio era ancora d’un verde quasi compatto, con poche tracce d’oro.

Si strinse le ginocchia tra le braccia, osservando i gabbiani che volteggiavano intorno alle guglie. Più in là, al largo, sciami di nuvole correvano sul mare, creando un misterioso tessuto di luci e ombre. Mordicchiandosi un pollice, cominciò a riflettere su quel mistero. Cosa mai giaceva sotto quell’intreccio di colori, sotto quell’arabesco d’ombre? Pesci, semplicemente? O qualche mondo segreto, nascosto fra le alghe, che a volte saliva fin troppo vicino alla superficie, inquietando gli abitatori della terraferma? Come poteva impedirgli di turbare sua madre? Continuò a rosicchiarsi le unghie, poi tracciò sulla sabbia un sottile ghirigoro.

Lo esaminò criticamente, poi ne disegnò un altro. Malefici, li chiamava la vecchia. L’aveva vista, qualche volta, piegare dei flessibili rametti di salice, curvandoli in ghirlande dalle forme strane, spigolose, e poi intrecciarvi ragnatele di fili. Appese a porte e finestre, proteggevano le case dagli gnomi cattivi, dai vicini fastidiosi; tenevano alla larga i folletti maligni che venivano di notte a mungere le mucche. Forse, pensò Fiord, avrebbero saputo intrappolare sott’acqua la misteriosa magia del mare. Sì, decise, avrebbe preparato qualche sortilegio coi fusti secchi delle alghe, e poi avrebbe preso la barca per gettarli al largo. Doveva controllare la barca di suo padre, per vedere se c’erano falle nello scafo e se il timone era a posto, e procurarsi nuovi remi. Non l’aveva più ispezionato, il “Riccio di mare”, da quando i pescatori l’avevano ripulito dalla sabbia e dalle alghe, ormeggiandolo poi in fondo al molo. Qualcuno l’aveva coperto con una tela cerata, altrimenti sarebbe affondato sotto il peso delle piogge invernali. Probabilmente aveva il fondo tutto incrostato di gusci e teredini.

Disegnò un altro maleficio, un motivo contorto, sbilenco. Una folata di vento vi posò una piuma di gabbiano. Fiord se l’infilò sopra l’orecchio; poi strappò un getto di fragola selvatica che strisciava sulla sabbia e se l’intrecciò ai capelli, distrattamente. Il vestito — il suo vestito più vecchio — le copriva a malapena le ginocchia; largo alla cintura e così stretto di spalle che le cuciture minacciavano di saltare. Ma nel cerchio dei ginestroni non aveva importanza. Distese le gambe, seppellendo i piedi nella sabbia calda, ed escogitò un altro maleficio.

Chissà se doveva pronunciare qualche formula speciale, si chiese, perché funzionasse. Improvvisamente le mancò il respiro. Una strana sensazione le serpeggiava lungo la spina dorsale: lentamente, cautamente, girò la testa, per vedere chi la stava osservando.

Ai piedi della scogliera, il cavaliere bruno della notte precedente alzava gli occhi su di lei. Fiord trattenne il respiro, paralizzata, come se il mare stesso fosse strisciato furtivamente attraverso la spiaggia, per rovesciarsi nel suo cerchio magico. Poi batté le palpebre, e lo riconobbe. Era il giovane principe, uscito per una cavalcata in quel pomeriggio di sole. Il cavaliere bruno era Kir. Kir era il cavaliere bruno. Le due frasi continuavano a turbinarle nella mente. Un’onda s’infranse alle spalle del giovane, con un boato, e ruzzolò per mezza spiaggia, frugando, frugando; poi si ritrasse piano, poderosa, catturata nel bruno sguardo del cavaliere; per un attimo i suoi occhi assunsero tutti i colori del mare al crepuscolo, e per un attimo, guardandolo, Fiord si sentì come catturata dalla risacca.

Poi la faccia del giovane mutò di nuovo: semplicemente il figlio del re, fuori per una cavalcata. Fiord avvampò di vergogna.

«Ragazza» disse lui, bruscamente, col tono perentorio dei vecchi aristocratici che venivano alla locanda, anche se non doveva avere neppure l’età di Marli. «Dov’è la vecchia che abita in questa casa?»

Fiord si scostò i capelli dal viso; il getto di fragola le penzolava da un orecchio.

«La conosci?» gli domandò a sua volta, sorpresa.

«Dov’è?»

«È andata via.»

«Dove?»

Fiord avvertì un improvviso nodo alla gola. Quanta gente scomparsa, tutta in una volta…

«È andata via e non è più tornata» disse. Il dolore la rendeva rabbiosa. Aggiunse, aspramente: «Sicché, se vuoi un incantesimo, sei in ritardo.»

«Un incantesimo?» ripeté lui, palesemente sconcertato. «Era una strega? E tu chi sei? Il suo folletto domestico?»

Fiord sbuffò. Una folata di polline si levò dai fiori dei ginestroni, solleticandole le narici. Starnutì violentemente, e il getto di fragola le cadde su un occhio.

«Pulisco le camere alla locanda» disse, in tono annoiato. «E tu, dove lavori?»

Il giovane fece per parlare, ma subito richiuse la bocca, con espressione indecifrabile. Il cavallo si spostò di fianco, irrequieto. Fiord notò che la camicia del ragazzo, sotto la giacca di cuoio nero, aveva bottoni di perla. Al dito gli scintillava un anello, con una gemma del medesimo colore dei suoi occhi. Aveva sopracciglia nere, leggermente oblique verso le tempie. L’ombra degli zigomi sulle guance incavate lo faceva sembrare, in quella luce chiara, pallido come perla, pallido come spuma di mare.

«Io pulisco le scuderie» disse infine. «Mia madre alleva cavalli marini.»

Una lunga onda scura si srotolava sull’acqua, interminabile; finalmente raggiunse la riva, incupendosi poco prima di rovesciarsi sulla spiaggia. Il principe si girò a guardarla, e quando si rivolse di nuovo a Fiord, parve che i suoi occhi racchiudessero, per un attimo, un riflesso del mare.

«Non c’è nessun paese, in fondo al mare» disse Fiord, a disagio. «Nessun paese.»

Il giovane inarcò le sopracciglia, guardandola fisso: «Perché dici così?» chiese, bruscamente. «L’hai visto?»

«No!» Con un rametto prese a far buchi nella sabbia, esaminandoli con ferocia; poi, quasi con riluttanza, aggiunse: «Mia madre l’ha visto. In sogno. E così getterò un maleficio sul mare, una maledizione.»

«Una maledizione!» Il principe sembrava troppo sorpreso per mettersi a ridere. «Sull’intero mare! Perché?»

«Perché il mare ha strappato mio padre dalla barca e ha stregato mia madre, che adesso sa soltanto contemplare l’acqua, in cerca di quel paese nascosto…»

«Il paese in fondo al mare…» mormorò lui. Nella sua voce affiorava un desiderio che Fiord conosceva fin troppo bene.

«Non c’è nessun paese!» ripeté, caparbia, mentre lacrime di dispetto le pungevano gli occhi.

«Cos’è che vede tua madre, allora? E contro che cosa intendi gettare il tuo maleficio?»

Fiord rimase in silenzio. Folate di vento tiepido s’insinuavano tra i ginestroni, spargendo sabbia sui suoi ghirigori, gettandole indietro i capelli. L’espressione del principe mutò di nuovo, improvvisamente incuriosita.

«Eri tu, allora.»

«Io cosa?»

«Nella capanna della vecchia, ieri notte. Eri ferma sulla porta, con la luce del fuoco nei capelli.»

«E allora eri tu, quello che guardava il mare» disse lei.

«Per un momento ho pensato… non lo so cosa ho pensato. La luce ti scivolava sui capelli come la marea.»

«Per un momento ho avuto paura… Ho pensato che fossi uscito dal mare.»

«E come potevo? Non c’è nessun reame, sotto il mare.»

La guardò ancora, intensamente. Poi, in silenzio, smontò di sella, lasciando il cavallo a scacciare i moscerini con la coda; trovato il sentierino tra i ginestroni, s’inerpicò in cima alla scogliera. Quando raggiunse il cerchio di Fiord, lei s’agitò, nervosa, perché quel suo spazio privato le pareva troppo piccolo per contenere tanta ricchezza, tanta inquietudine. Il principe restò in piedi a guardare i suoi “malefici”, sempre in silenzio; poi s’inginocchiò davanti a lei.

«Come ti chiami?»

«Fiord.»

«Come i fiordi?»

«Sì. Mio padre li ha visti quand’era ragazzo, in una terra lontana. Erano le impronte di un gigante, diceva, che aveva appoggiato le dita sulla costa per uscire dal mare.»

«Il mio nome è Kir.»

«Lo so.»

Le lanciò un’altra di quelle sue occhiate penetranti, insondabili. Fiord si chiese se sorridesse mai; e comunque non sorrideva di certo alle sguattere della locanda. Curvo sul suo disegno, Kir ne seguì le linee con un dito, delicatamente: «Cos’è? Uno dei tuoi malefici?»

«Sì.»

«E sarà in grado di terrorizzare un eventuale regno acquatico nascosto sotto le onde?»

«Non mi viene in mente nessun altro sistema» ribatté lei, scorbutica. «Cerco di ricordarmi gli incantesimi della vecchia. È questo che volevi da lei? Un incantesimo?»

«No.» Il giovane stava ancora fissando il disegno; il suo volto pareva distante, adesso, remoto. Non gliel’avrebbe detto, pensò Fiord. Invece si decise: «Volevo chiederle una cosa. L’ho conosciuta un giorno, tanto tempo fa. Ero laggiù a guardare il sole che affondava dietro quelle due guglie, e la luce sull’acqua formava come un sentiero, dalle rocce al sole. E lei è uscita a guardare con me. E ha detto delle cose. Strane cose. Favole, forse. Sembrava… sembrava che l’amasse, il mare. Era così vecchia che pensavo dovesse sapere tutto. Lei… bene, sono venuto qui a parlare… volevo parlare con lei.»

Aveva lo sguardo di nuovo perduto sull’orizzonte, mentre con un dito — il dito con l’anello — tracciava nella sabbia un suo privato maleficio. Gli occhi di Fiord si spostarono dallo scarabocchio alla gemma, e poi salirono alle perle del polsino, e alla finissima stoffa color latte della camicia, e infine, cautamente, al viso. Sull’incarnato pallido le ciglia spiccavano nere come penne di corvo.

Fiord diede uno strattone improvviso alla gonna, cercando di tirarla sulle ginocchia callose; chiuse le mani, a nascondere le screpolature. Ma era inutile cercare di nasconderle: eccola lassù, in pieno giorno, seduta accanto al figlio del re, con le mani logorate dal lavoro, le ginocchia rosse, l’abituccio così sbiadito che non ricordava più il colore originale. Sospirò, e subito si stupì di se stessa. Che le importava, in fin dei conti? Cosa le stava succedendo?

Il principe udì il suo sospiro sotto il sospiro del mare, e volse la testa. Le chiese, incuriosito: «Come farai a portar via dalla sabbia questi tuoi malefici, per gettarli in mare?»

«Li rifarò con sterpi e alghe secche. Li piegherò come ghirlande e vi intreccerò del filo, in modo che mantengano la forma. Poi prenderò la barca di mio padre, e mi spingerò al largo, e li getterò nell’acqua.»

«Vorresti…» disse lui, ma subito s’interruppe, distogliendo bruscamente lo sguardo. Poi riprese, le mani avvinghiate alle ginocchia: «… Vorresti dare al mare un messaggio per me? Puoi legarlo a una delle tue ghirlande?»

Sbigottita, Fiord annuì con un cenno: «Quale messaggio?» chiese.

«Te lo porterò qui. Quand’è che intendi gettare la tua maledizione?»

«Il mio prossimo giorno libero. Tra una settimana.»

«Te lo porterò appena possibile.» Diede un’occhiata al sole, e poi alla casa del re, che si vedeva a breve distanza in cima al suo levigato trespolo verde, alto sul mare. «Devo andar via. Lascerò il messaggio nella capanna, se non ci sei.»

«Non ci sarò» disse Fiord, alzandosi. «Voglio dire, sarò al lavoro.»

«Ma io tornerò a trovarti. Per vedere che cosa ha fatto al mare la tua maledizione.» Sorrise, un sorriso dolce-amaro che la stupì; e Fiord rimase ferma a guardarlo, mentre scendeva dalla scogliera e rimontava a cavallo. Le gettò un ultimo sguardo e partì al galoppo: il bruno cavaliere, figlio del re, che avrebbe bussato alla porta di Fiord come un qualunque figlio di pescatore, con un messaggio per il mare.


Quattro giorni dopo trovò il messaggio sul tavolo, tra i suoi “malefici”: cerchi e quadri irregolari di alghe e rametti, che trasmettevano, a giudizio di Fiord, un messaggio decisamente ostile.

Il messaggio del principe era inatteso, imprevedibile: minuscoli oggetti avvolti in un fazzoletto di stoffa così fine, che solo a sfiorarla s’impigliava nelle rozze dita di Fiord. In un angolo della tela candida, ornata di pizzo sfarzoso, erano ricamate una corona e una sigla: QV. Non le iniziali di Kir. Perplessa, Fiord sciolse il nastro che legava l’involto.

Si sedette a palpare, una per una, le piccole cose che conteneva. Un corto ricciolo di capelli neri. Di Kir? Una perla nera, dalla forma strana: non sferica, ma oblunga, tormentata. Una seconda ciocca di capelli, neri con stilature grigie. E infine un anello d’argento purissimo, su cui erano cesellate delle iniziali: KUV. Kir? Ma chi era Q? Lasciò cadere l’anello, come se bruciasse, e s’irrigidì sulla sedia come se il re in persona fosse entrato in casa sua.

Q, K. Queen, regina; e King, re. King Ustav Var. il padre di Kir. E lì sul tavolo c’era una ciocca dei suoi capelli, ormai ingrigiti.

Con dita tremanti, rimise ogni cosa nel fazzoletto e riannodò il nastro; poi distolse lo sguardo, quasi avesse sorpreso il re in qualche suo piccolo gesto privato, come contemplarsi i piedi nudi, per individuare i segni dell’età. Poi infilò l’involto in un vaso d’argilla, sullo scaffale delle fatture, e chiuse accuratamente il coperchio.


Dopo averci ragionato su, dovette riconoscere che le era impossibile raggiungere il largo da sola, col “Riccio di mare”. Benché avesse braccia e schiena robuste, a furia di portare secchi d’acqua e fastelli di legna, ci voleva qualcuno ben più forte di lei per controllare due pesanti remi in mare aperto, con l’acqua che tumultuava sotto la chiglia. Sarebbe stato un incubo anche solo uscire dal porto, con quelle onde violente che spumeggiavano sopra i frangiflutti. Avrebbe perso i remi, senz’altro, e ai pescatori sarebbe toccato venire in suo soccorso: e chissà quanto l’avrebbero sgridata e presa in giro! Le uniche donne del villaggio che uscivano a pescare — Leith, e Bel, e Ami — erano due volte lei, quanto a stazza, con muscoli di pietra e mani incallite dai remi, dure come assi.

Ma come poteva gettare i suoi malefici così al largo che il mare non glieli risputasse subito a riva?

Il problema continuò ad assillarla anche il giorno dopo, alla locanda. In silenzio, la fronte aggrottata, strofinava avanti e indietro il pavimento, mentre Carey, poco più in là, cicalava senza tregua, descrivendo le meraviglie che aveva visto scaricare dalle navi del re: forzieri intarsiati e laminati d’oro, cavalli bianco-latte, cani grigi alti come pony, con fianchi sottili, musi aguzzi, occhi grigio-argento, vitrei e pieni di panico, come belle dame che emergono da una lunga e burrascosa crociera.

«E i collari, se vedeste, tempestati di smeraldi!»

«Smeraldi un corno!» esplose Marli, fulminandola con un’occhiataccia. «Vetro, ragazza mia, vetro. Questo non è un paese così ricco da permettere al re di ornare i suoi cani di smeraldi… Ehi, Fiord, hai i capelli nel secchio!»

Fiord strattonò vigorosamente la testa, e una massa di capelli bagnati le ricadde sulle spalle; si asciugò il naso col dorso della mano, pensando alle perle sulla camicia di Kir, al suo anello d’argento.

«Io voglio smeraldi!» ripeté Carey, in tono sognante. «E abiti di merletto, e anelli d’oro e…»

«Non li otterrai di certo standotene con le ginocchia nella schiuma di sapone!»

«Ieri, mentre portavo gli asciugamani puliti in una delle stanze, un signore in velluto verde mi ha detto che ero bella, e mi ha baciata.»

«Carey!» Marli era scossa. «Stai attenta! In autunno quei bei signori migreranno come oche selvatiche, e tu resterai inchiodata qui, con la pancia grossa!»

Carey continuò a fregare il pavimento, imbronciata. Fiord emerse dai suoi pensieri, e alzò gli occhi: «È stato bello?» le chiese, incuriosita.

Per un attimo Carey non rispose; poi piegò la bocca in una smorfia e scosse le spalle: «Aveva i baffi che sapevano di birra.»

«Velluto verde…» borbottò Marli. «Spero proprio che prima o poi finisca a mollo, sotto un’ondata come si deve.»

Mentre tornava alla capanna, quel pomeriggio, Fiord notò che la marea era singolarmente bassa, così bassa che perfino le grandi guglie si rizzavano nude dal fondale, esponendo i fianchi coperti di anemoni, ricci e stelle marine. Si vedeva di rado una marea così bassa. Oltre le guglie il mare sognava dolcemente, un azzurro lattiginoso che il sole del tramonto punteggiava di vampe improvvise. Le scarpe appese per i legacci a una spalla, Fiord camminava lentamente, osservando le bollicine che sbocciavano sulla sabbia umida, là dove si erano nascosti i molluschi.

Fiord alzò gli occhi, scrutò la lunga scia luminosa che il sole morente disegnava sull’acqua, una lucentezza così piatta e immobile che sembrava di poterla calpestare. Rallentò il passo, le labbra socchiuse, gli occhi colmi di luce, incantati. Poteva avviarsi sul sentiero del sole, con la stessa semplicità con cui camminava sulla terraferma, fino a trovare… laggiù, nel cuore della luce… il reame dorato, il reame di…

Si fermò, scrollando dalla testa i pensieri come un cane si scrolla dall’acqua; poi cominciò a correre.

Scaraventò le scarpe in un angolo della capanna, afferrò le ghirlande dal tavolo, pescò dal vaso il messaggio di Kir e attraversò di corsa la spiaggia, verso le guglie, verso il sole, che creava tra esse un’illusione tentatrice, come se quelle fossero i pilastri spezzati di un antico cancello d’ingresso al paese, nascosto sotto le onde.

La marea s’acquattava pigra poco oltre le guglie, dove il fondale scendeva bruscamente in una ripida scarpata. Qui si fermò Fiord: sollevò le ghirlande, legate insieme e intrecciate al messaggio di Kir, e le lanciò in acqua con tutte le sue forze.

«Ti maledico!» gridò, cercando le parole più pungenti, acri come il salmastro. «Mi fai orrore! Ti detesto! Ti odio! Getto su di te la mia maledizione, Mare, così che si sciolgano tutti i tuoi incantesimi, e la tua magia si confonda, e tu non possa mai più impadronirti di cose o persone che ci appartengono, e lasci libero tutto ciò che hai…»

S’interruppe, perché le ghirlande, che prima galleggiavano leggere sulla cresta di un’onda, erano improvvisamente scomparse. Restò in attesa, scrutando l’acqua, desiderando che non accadesse nulla, desiderando che accadesse qualcosa. Una bollicina scoppiò in superficie, come un singhiozzo, a pochi metri di distanza.

Fiord s’accostò all’umido fianco di una guglia, cosparso di stelle marine. Era finalmente riuscita, si domandava inquieta, ad attrarre l’attenzione del mare?

Ed ecco il mare gonfiarsi davanti a lei, fiammeggiando. Fiord mandò un debole grido: con gli occhi sbarrati, lo vide dilatarsi e sollevarsi ancora, come una rossa, gigantesca muraglia d’acqua scrosciante, sempre più alta, fino a nascondere il sole: al suo posto ora brillavano due grandi pozze di luce, così enormi da poterci navigare dentro. E vide affiorare lunghi, lunghissimi filamenti di fuoco, che vorticavano elegantemente tra le onde. E poi lampi d’oro le riempirono gli occhi, più abbacinanti del sole.

Sbatté le palpebre, ansimando, e le tonde pozze di luce parvero ammiccare. Sull’acqua alitò un sospiro che sapeva di gamberi e alghe.

Fiord indietreggiò, cercando di aggrapparsi allo scoglio, come una patella. «Oh!» mormorò, la gola così riarsa dal terrore che quasi non ne usciva alcun suono. «Oh!»

Nell’acqua profonda, di là delle guglie, la fissava un fiammeggiante mostro marino, grande come una casa, come due case; le fauci fitte di fanoni, come la bocca di una balena; i traslucidi filamenti di fuoco che si srotolavano e arrotolavano languidamente nella spuma. Due pinne sopracciliari davano ai suoi grandi occhi un’espressione sorpresa.

Intorno al collo portava, a mo’ di collare, una colossale catena d’oro massiccio.

Загрузка...