CAPITOLO QUARTO

Nessuno si mosse. Morgon, sentendo il mondo scivolare di nuovo al suo posto normale con semplicità, come se si ridestasse allora da un sogno, girò una seconda volta lo sguardo sulle antiche e massicce mura del salone, sugli sconosciuti che lo fissavano, sulle collane nobiliari a doppi anelli che scintillavano sui loro petti. I suoi occhi tornarono sull’arpista. — Eliard…!

— Sono andato a Hed per informarlo… in qualche modo… che forse eri affogato; lui ha replicato che tu dovevi essere ancora vivo, dal momento che il governo della terra non era ancora passato affatto a lui. Così ho cercato di ritrovarti, da Caithnard a Caerweddin.

— Come avete…? — Tacque, ricordando il vascello vuoto inclinato su un fianco, l’ululare del vento. — Come abbiamo potuto sopravvivere?

— Sopravvivere a cosa? — chiese Astrin. Morgon lo fissò senza vederlo.

— Quella notte stavamo navigando verso An. Portavo ad Anuin la corona di Peven di Aum. L’equipaggio è svanito di colpo. Siamo stati travolti da una burrasca.

— L’equipaggio è… che cosa? — domandò Rork.

— Sono svaniti. I marinai, i mercanti, in mare aperto… In mezzo a una tempesta, la nave si è fermata d’improvviso ed è affondata, con tutto il carico di grano e di animali. — Tacque ancora, risentendo la frusta del vento scatenato e carico di spruzzi, ricordando qualcuno che era lui e che tuttavia non era lui disteso semi-affogato su una spiaggia, senza nome, senza voce. Si girò a sfiorare l’arpa. Poi, abbassando gli occhi sulle tre stelle che bruciavano sotto la sua mano come le stelle che aveva sulla fronte, ansimò stupefatto: — Da quale angolo del mondo viene quest’arpa?

— Alcuni pescatori l’hanno trovata la scorsa primavera — rispose Hereu Ymris, — non lontano da dove vi trovavate voi e Astrin. Era stata gettata a riva dal mare. La portarono qui poiché pensarono che fosse stregata. Nessuno la può suonare.

— Nessuno?

— Nessuno. Le corde erano mute finché voi non le avete toccate.

Morgon allontanò la mano dall’oggetto. Vide il lampo di timore negli occhi di Hereu riflettersi identico in quelli di Astrin mentre i due lo guardavano, e si sentì di nuovo, per un momento, uno straniero per se stesso. Volse le spalle all’arpa, tornò di fronte al camino. Dinnanzi ad Astrin si fermò; i loro occhi s’incontrarono in un breve, familiare silenzio. In un sussurro Morgon disse: — Grazie.

Per la prima volta da quando Morgon lo conosceva, Astrin sorrise. Poi guardò Hereu, oltre la spalla di Morgon. — Questo è sufficiente? O intendi ancora portarmi a giudizio per aver tentato di uccidere un sovrano?

Hereu strinse i denti. — Sì! — La sua espressione testarda era il riflesso oscuro di quella di Astrin. — Lo farò, se cercherai di andartene da questa sala senza avermi dato una spiegazione del motivo per cui hai ucciso due mercanti, e poi hai minacciato di ucciderne un terzo quando egli vide il Principe di Hed ferito in casa tua. Qui ad Ymris ci sono già state fin troppe chiacchiere infondate su di te: non voglio che se ne aggiunga un’altra di questo genere.

— Perché dovrei dare spiegazioni? Tu desideri credermi? Poni le tue domande al Principe di Hed. Cosa ne avresti fatto di me, se egli non avesse ritrovato la voce?

Hereu esplose, esasperato: — Cosa credi che avrei dovuto fare? Mentre tu te ne stavi all’altro capo di Ymris a scavare cocci di bottiglia, Meroc Toc ha messo a ferro e fuoco metà delle terre costiere di Ymris. Ieri ha attaccato Meremont. A quest’ora potresti essere morto, se non avessi mandato Rork e Deth a toglierti da quella baracca a cui stavi attaccato come un’ostrica!

— Tu li hai mandati per…

— Cosa credi che io sia? Pensi forse che io creda a ogni voce che sento su di te… inclusa quella secondo cui ogni notte ti trasformi in un animale e vai in giro a scannare i gatti?

— Cos’è che farei io?

— Tu sei l’Erede di Ymris, e sei mio fratello, col quale io sono cresciuto. Ne ho abbastanza di mandare messi in Umber ogni tre mesi, per sapere da Rork se sei vivo o morto. Ho per le mani una guerra che non capisco, e ho bisogno di te. Ho bisogno delle tue capacità e della tua intelligenza. E voglio sapere questo: chi erano i mercanti che hanno cercato di ammazzare te e il Principe di Hed? Erano uomini di Ymris?

Astrin scosse la testa. Sembrava stordito. — Non ne ho idea. Noi eravamo… io lo stavo portando a Caithnard per scoprire se i Maestri lo conoscessero, quando siamo stati aggrediti. Lui è stato ferito; io ho ucciso i mercanti. Non credo che fossero davvero mercanti.

— Non lo erano — si azzardò ad affermare il mercante che era venuto con loro, accigliato. E Morgon intervenne improvvisamente: — Aspettate! Ora ricordo. L’uomo coi capelli rossi… quello che ci ha rivolto la parola. Era sulla nave.

Hereu lo guardò, perplesso. — Non capisco. — Astrin si volse al mercante.

— Tu lo conoscevi.

Il mercante annuì. Nella luce del fuoco appariva pallido, a disagio. — Lo conoscevo. Ho ripensato notte e giorno alla faccia di quel cadavere che ho visto là nella boscaglia, e ho detto a me stesso che la rigidità della morte forse mi confondeva. Ma non posso ingannarmi. Lo stesso incisivo mancante, la stessa cicatrice, che si fece quando un canapo spezzato lo frustò sulla faccia… era Jarl Aker, di Osterland.

— Perché avrebbe dovuto aggredire il Principe di Hed? — chiese Hereu.

— Già, non avrebbe dovuto. E non lo ha fatto. È morto due anni fa.

Hereu sbottò: — Questo non è possibile.

— È possibile — ringhiò Astrin. Tacque, lottando coi propri umori, mentre Hereu non gli toglieva gli occhi di dosso. — I ribelli di Meroc Tor non sono i soli individui che hanno preso le armi in Ymris.

— Che intendi dire?

Astrin gettò un’occhiata alle facce curiose di quanti s’erano radunati nel salone. — Preferisco parlartene privatamente. A questo modo, se tu non… — S’interruppe di colpo. Una giovane donna s’era silenziosamente accostata a Hereu. I suoi occhi scuri, riservati, percorsero il gruppetto dei nuovi venuti, indugiarono un poco sul volto di Morgon, quindi si volsero ad Astrin.

Inarcando le sopracciglia, con voce morbida nel lieve crepitio del fuoco, disse: — Astrin, sono felice che tu sia tornato. Ora rimarrai?

Con le mani poggiate sui fianchi Astrin incollò lo sguardo sul volto di Hereu. Fra loro ci fu un breve ma teso scambio di parole inespresse. Il Re di Ymris, pur senza muoversi, parve scivolare maggiormente accanto alla donna.

— Mia cara, questi è Morgon, Principe di Hed. — Hereu si volse a lui. — Vi presento la mia sposa, Eriel.

Morgon le rivolse l’inchino che si usava fra sovrani. — Onorato di conoscervi, signora.

— Voi non rassomigliate affatto a vostro padre — commentò ella, incuriosita. Poi il suo volto s’imporporò. — Mi dispiace… non riflettevo.

— Prego, non siate imbarazzata — disse con gentilezza Morgon. I riflessi del fuoco percorrevano come lievi ali di luce e ombra il volto di lei, incorniciato dai capelli corvini. Le sue sopracciglia s’innalzarono ancora, con viva preoccupazione.

— Ma voi non state bene! Hereu…

Il Re di Ymris si riscosse. — Scusatemi. Tutti voi avete bisogno di abiti asciutti e di cibo; il viaggio a cavallo è stato duro. Astrin, rimarrai qui? La sola cosa che ti chiedo è che, se mai vorrai riparlare di quella questione che vi fu fra noi cinque anni fa, tu mi fornisca una prova definitiva e irrefutabile. Sei stato assente da Caerweddin fin troppo; ora non c’è nessuno che mi sia necessario più di te.

Astrin chinò il capo. Fra i polsini lisi della tunica le sue mani erano ancora strette a pugno. Mormorò: — Sì.

Un’ora più tardi Morgon, lavato e ripulito, coi capelli ritoccati dalle abili cesoie del barbiere di corte e lo stomaco pieno di cibo caldo, controllò la morbidezza del letto coperto da una trapunta pelosa nella camera che gli era stata assegnata e vi si distese senza spogliarsi. Gli parve poi che fossero trascorsi appena pochi momenti, quando alla porta ci fu un lieve bussare; si alzò a sedere, sbattendo le palpebre. La stanza, eccetto per i riflessi del fuoco semispento, era buia. I muri di pietra sembrarono vacillare, ondeggiare e tornare fermi a stento intorno a lui quando si alzò in piedi. Si accorse che non riusciva a individuare la porta. Considerò il problema; mormorò l’interpretazione di uno degli antichi enigmi di An:

— Guarda con il cuore ciò che i tuoi occhi non vedono, e troverai la porta che non c’è.

La porta si spalancò improvvisamente proprio davanti a lui, lasciando entrare la luce del corridoio. — Morgon!

La torcia esterna gettava strane ombre sul volto e sui capelli argentei dell’arpista. Con un torbido senso di sollievo Morgon disse: — Deth. Non riuscivo a trovare la porta. Per un momento ho creduto d’essere ancora nella terra di Peven. O nella torre che Oen di An costruì per imprigionare Madir. Stavo giusto rammentando che ho promesso a Snog Nutt di fargli riparare il tetto, prima che comincino le piogge. È un tale semplicione che non penserà di parlarne a Eliard; se ne starà seduto in casa tutto l’inverno con la pioggia che gli gocciola giù per il collo.

L’arpista gli poggiò una mano su un braccio. Era accigliato. — Sei malato?

— Non credo, no. Grim Oakland è convinto che dovrei assumere un altro guardiano dei porci, ma Snug si sentirebbe inutile fino a morirne se gli togliessi i suoi maiali. Farei meglio a tornare a casa e ad aggiustare quel tetto. — Ebbe un sussulto quando un’ombra si stagliò sulla soglia.

Astrin, quasi irriconoscibile nella corta e aderente tunica che indossava e coi capelli tagliati più corti, si rivolse bruscamente a Deth. — Devo parlarvi. A tutti e due. Per favore. — Andò a prendere una delle torce del corridoio; le ombre si dileguarono dalla stanza o si acquattarono negli angoli fra i mobili.

Astrin chiuse la porta dietro di sé e fissò Morgon. — Tu dovresti andartene da questa casa.

Morgon sedette sulla cassapanca degli abiti. — Lo so. Lo stavo giusto dicendo a Deth. — D’un tratto si accorse di tremare, incontrollabilmente, e si accostò al fuoco che Deth stava ravvivando.

Andando su e giù per la camera come Xel, Astrin domandò a Deth: — Hereu vi ha detto perché noi litigammo cinque anni fa?

— No. Astrin…

— Per favore. Ascoltatemi. So bene che voi non potete far niente, non potete aiutarmi, però almeno potete starmi a sentire. Io abbandonai Caerweddin il giorno in cui Hereu sposò Eriel.

Un’immagine del volto riservato di lei, su cui le fiamme gettavano ombre cangianti, balenò alla mente di Morgon. — Anche tu eri innamorato di lei?

— Eriel Meremont è morta cinque anni fa a Pian Bocca di Re.

Morgon chiuse gli occhi. L’arpista, inginocchiato davanti al caminetto con le mani piene di legna, era così immobile che i riflessi di luce sulla sua lunga collana non tremolavano neppure. La sua voce suonò pacata come sempre: — Ne avete le prove?

— Naturalmente no. Se avessi una sola prova, credete che la donna che si fa chiamare Eriel Meremont sarebbe ancora sposata a Hereu?

— E allora chi è la moglie di Hereu?

— Non lo so. — Astrin si gettò a sedere accanto al fuoco. — Il giorno prima delle nozze io feci una passeggiata a cavallo con Eriel fino a Pian Bocca di Re. Era stanca per i preparativi, voleva qualche ora di tranquillità, e mi chiese di andare con lei. Eravamo sempre stati molto vicini; ci eravamo conosciuti da bambini, ma fra noi non c’era niente di più che una profonda amicizia. Cavalcammo fino alla città in rovina che c’è sulla pianura, e là ci separammo. Lei andò a sedersi su uno dei tanti muretti diroccati presso la riva, e restò a guardare il mare, ed io mi avviai a piedi entro la città, domandandomi come sempre quali misteriose forze avessero scaraventato attorno quelle pietre come foglie sull’erba. A un certo punto, mentre passeggiavo, tutto divenne all’improvviso stranamente silenzioso: il mare, il vento. Guardai in alto. C’era un uccello bianco che volava su di me, stagliato contro il cielo azzurro. Era assai bello, e ricordo d’aver pensato che tanto silenzio doveva essere simile a quello che c’è nell’occhio dell’uragano. Poi sentii un’onda infrangersi in distanza, e il vento tornò a soffiare. Udii uno strano grido; pensai che lo avesse emesso l’uccello. E poco dopo vidi Eriel arrivare a cavallo e oltrepassarmi, senza voltarsi a gettarmi un’occhiata e senza dirmi una parola. Le gridai di aspettare ma lei non girò neanche la testa. Andai a riprendere il mio cavallo, e quando passai accanto alla grossa pietra su cui lei si era seduta vidi un uccello bianco che giaceva morto sopra di essa. Era ancora caldo, ancora sanguinante. Lo presi in mano, e d’un tratto un senso di lutto e di terrore s’impadronì di me al ricordo del silenzio, e di quel grido di uccello, e del fatto che Eriel se n’era andata senza guardarmi. Seppellii il volatile là. Fra le antiche pietre in riva al mare. Quella sera dissi a Hereu ciò che avevo visto. Finimmo per metterci a gridare l’uno contro l’altro, e io giurai che finché egli fosse rimasto sposato con quella donna non sarei mai più tornato a Caerweddin. Credo che Rork Umber sia il solo uomo a cui Hereu abbia detto la vera ragione per cui me ne andai. Non ne ha mai parlato a Eriel, ma lei deve sapere. Io cominciai a capire chi lei fosse in realtà soltanto quando vidi l’esercito che si riuniva, le navi che venivano costruite, le armi che di notte venivano scaricate là da Isig e da Anuin… Io ho visto, in piena notte, ciò che Meroc Tor non ha visto: una parte dell’esercito che lui stesso ha radunato, non è umana. E quella donna è una di questo popolo, potente e senza nome. — Fece una pausa. I suoi occhi si spostarono da Deth a Morgon. — Ho stabilito di restare a Caerweddin per una sola ragione: cercare qualcosa che provi cos’è lei in realtà. Io non so cosa tu sia, Morgon. Gli uomini che sono venuti nella mia casupola ti hanno dato questo nome, ma non ho mai sentito di un Principe di Hed che abbia vinto una gara di enigmi con in palio la morte, e che riesca a suonare un’antica arpa costruita soltanto per lui chissà quando, da qualcuno che ha inciso un segno del destino fra gli intarsi di quello strumento.

Morgon si appoggiò indietro sulla sedia. Stancamente disse: — Non posso usare un’arpa per aggiustare il tetto di Snog Nutt.

— Cosa?

— Non ho mai sentito dire che un segno del destino possa essere di qualche utilità a un Principe di Hed. Mi spiace che Hereu abbia sposato la donna sbagliata, ma questo è affar suo. È molto bella, e lui la ama, così non vedo perché tu debba prendertela tanto. Io stavo andando ad Anuin per prender moglie a mia volta, quando per poco non sono stato ucciso. Secondo logica sembrerebbe infatti che qualcuno mi voglia eliminare, ma questo è affar suo; io non ho intenzione di lambiccarmi il cervello nel tentativo di immaginarne i motivi. Non è che io mi sia rimbecillito; è che se solo comincio a pormi delle domande… ad esempio come: cosa sono queste tre stelle?… allora m’imbarco in una gara di enigmi che non vorrò mai lasciare interrotta. Dunque preferisco non conoscere. Preferisco andarmene a casa mia, aggiustare il tetto di Snog Nutt, e poi bere un bicchiere di birra in buona compagnia.

Astrin studiò il suo volto per alcuni secondi, ma fu a Deth che si rivolse: — Chi è questo Snog Nutt?

— Il guardiano del suo porcile.

Astrin allungò una mano a sfiorare il volto di Morgon. — Avresti fatto meglio a morire nella boscaglia, visto come ti ha ridotto questa cavalcata interminabile sotto la pioggia. Sarei disposto a portarti in spalla a Hed e poi ad aggiustare con le mie mani il tetto del tuo lavorante, pur d’essere certo che lascerai vivo questa camera. Io temo per la tua vita, in questa casa, specialmente ora che hai scoperto quell’arpa così opportunamente sistemata qui, e sotto gli occhi di Eriel Ymris. Deth, tu hai quasi perso la vita a causa di quel popolo misterioso; il Supremo ti ha detto chi sono costoro?

— Il Supremo, oltre al fatto d’aver salvato la mia vita e senza dubbio anche quella di Morgon, per ragioni sue personali, non mi ha detto assolutamente nulla. Ho dovuto scoprire per conto mio se Morgon fosse vivo o no, e dove fosse finito. Tutto ciò era imprevisto per me, ma il Supremo segue i suoi propositi e solo lui li conosce. — Piazzò un ceppo fra le braci e restò a fissarlo. Ai lati della sua bocca s’erano formate delle sottili e rigide rughe. Proseguì: — Voi sapete che io non posso fare niente senza le sue istruzioni. Devo guardarmi bene dall’offendere in qualche modo il Re di Ymris, visto che agisco nel nome del Supremo.

— Lo so. Avrete notato che non vi ho chiesto se mi credete o no. Ma avete qualche consiglio da darmi?

Deth gli indicò Morgon. — Vi consiglio di far chiamare la dottoressa del Re.

— Deth…

— Non c’è altro che si possa fare, se non attendere. E vegliare. Malato com’è! Morgon non può esser lasciato solo.

Qualcosa si rilassò sul magro e pallido volto di Astrin. Si alzò con decisione. — Convincerò Rork a stare in guardia, come noi. Può darsi che non mi creda, ma mi conosce abbastanza da intuire qualcosa di losco in questa faccenda.

La dottoressa del Re, Dama Anoth, un’anziana e simpatica donna dalla voce secca, diede un’occhiata a Morgon e ignorando le sue proteste lo costrinse a bere un liquido che lo fece piombare in un sonno drogato. Si risvegliò molte ore dopo, lucido e inquieto. Astrin, rimasto a sorvegliarlo, aveva ceduto al sonno accanto al caminetto, esausto. I suoi pensieri tornarono all’arpa nel salone, ne udì ancora la limpida e ricca voce, risentì sotto le dita la tensione delle corde perfettamente registrate. Nella sua mente prese poi forma una riflessione inquietante, un’interrogativo su ciò che stava dietro l’antica origine e la magia di quell’arpa. Si alzò con qualche fatica, si avvolse attorno alle spalle la coperta pelosa del letto e uscì di camera senza far rumore. Nelle ampie sale vuote e nei corridoi silenziosi, le torce illuminavano la muta levigatezza delle porte chiuse. Con strana sicurezza egli individuò il percorso e trovò le scale che scendevano nella sala del trono.

Le tre stelle balenavano come occhi nell’ombra. Sfiorò l’arpa, la sollevò fra le mani e fu sorpreso nel sentirne la leggerezza, in contrasto con le sue dimensioni. L’antico ed elegante intreccio di intarsi in oro sembrava bruciare sotto le sue dita. Toccò una corda, e al delizioso vibrare di quella nota solitaria sorrise. Poi un violento accesso di tosse lo fece piegare in due, e nella ferita gli esplose una fitta di dolore; si tappò la bocca con la coperta per non far rumore.

All’improvviso una voce dietro di lui mormorò: — Morgon!

Dopo qualche istante egli si raddrizzò, pallido, esausto. Eriel Ymris stava scendendo le scale, seguita da una ragazza che portava una torcia. La vide avvicinarsi con calma attraverso la sala, affascinante, coi capelli sciolti che la rendevano ancora più giovane. In tono di blanda curiosità le disse: — A quanto mi ha raccontato Astrin, voi siete morta.

Lei si fermò. La sua espressione, nell’ombra, era impossibile da decifrarsi. In tono quieto sussurrò: — No. Lo siete voi.

Le mani di lui scivolarono sulle corde dell’arpa, senza però farle vibrare. Da qualche parte dentro di lui, troppo lontana per preoccuparsi, una voce gli stava gridando un avvertimento. Scosse la testa. — Non ancora. Chi siete voi? Siete Madir? No, lei è morta. E a lei non piaceva uccidere gli uccelli. Siete Nun?

— Anche Nun è morta. — Lei lo fissava senza sbattere le palpebre, gli occhi colmi di strani fuochi. — Non siete andato abbastanza indietro nel tempo, Signore. Potreste tornare con la mente al passato più lontano, ai primi enigmi che furono pronunciati, e non basterebbe. Io sono ancora più antica.

Lui si costrinse a ricordare tutto ciò che aveva studiato, esplorò enigma dopo enigma, ma non la trovò da nessuna parte. Disse, incredulo: — Voi non esistete nei libri dei Maestri… e neppure nei libri di magia che si sono potuti aprire. Chi siete?

— L’uomo saggio sa dare un nome al suo nemico.

— L’uomo saggio sa di avere dei nemici — replicò lui, con un filo di asprezza. — Quali sono? Le stelle? Vi aiuterebbe sapere che l’ultima cosa che voglio fare è di combattervi? Tutto ciò che desidero è di essere lasciato in pace a governare Hed.

— Allora non avreste dovuto lasciare la vostra terra, per mettervi a frugare fra gli enigmi a Caithnard. L’uomo saggio conosce il proprio nome. Voi non conoscete il mio nome, non conoscete il vostro. E per me è meglio che moriate così, nell’ignoranza!

— Ma perché? — si stupì lui.

Lei fece un altro passo nella sua direzione. Al suo fianco l’altra ragazza si trasformò improvvisamente in un muscoloso mercante dai capelli rossi, con una cicatrice sulla faccia, che al posto della torcia impugnava una spada di metallo sottile color cenere. Morgon indietreggiò, sentì la parete alle sue spalle. Vide la lama sollevarsi con lentezza da incubo, la sentì sfiorargli la pelle della gola in un contatto bruciante, e s’irrigidì.

— Perché? — La vicinanza della lama rese atone le sue corde vocali. — Almeno ditemi il perché.

— Guardati dagli enigmi senza risposta — Lei gli volse le spalle, annuì al mercante.

Morgon chiuse gli occhi. Disse: — Guardati dal sottovalutare un altro esperto di enigmi! — E fece vibrare la corda più bassa dell’arpa.

La spada che gli stava piombando addosso si frantumò a mezz’aria, ed egli udì un evanescente grido di uccello. Nello stesso istante intorno a lui esplose una tremenda cacofonia di rumori, mentre gli antichi scudi appesi in fila alle pareti esplodevano con vuoti clangori metallici ed i loro frammenti schizzarono ovunque. Morgon si accorse molto vagamente che le sue gambe si piegavano; stordito cadde sul pavimento, e seppellì il gemito di sofferenza nella spessa coperta pelosa che attuti l’impatto della sua testa. Al tintinnare e al rotolare dei pezzi di metallo seguirono alcune voci lontane, vaghe e indistinte.

Qualcuno venne a scuoterlo per una spalla. — Morgon, alzatevi. Potete alzarvi? — Lui sollevò la testa. Rork Umber, vestito quasi soltanto del mantello e armato di pugnale, lo aiutò a rimettersi in piedi.

Hereu, che li fissava dall’alto delle scale con Eriel al suo fianco, esclamò stupefatto: — Che sta succedendo? Sembra quasi che qui dentro ci sia stata una battaglia!

— Mi dispiace — disse Morgon. — Ho distrutto i vostri scudi.

— Voi? E come avete fatto, in nome di Aloil?

— A questo modo. — Sfiorò di nuovo la corda: il pugnale di Rork e le picche delle guardie che erano accorse si sminuzzarono in frammenti. Hereu mandò un ansito di sbigottimento:

— L’arpa di Yrth!

— Sì — annuì Morgon. — Ho pensato che doveva essere quella. — I suoi occhi si spostarono sul volto di Eriel, che accanto a Hereu s’era portata le mani alla bocca. — Poco fa ho creduto… ho sognato che voi foste qui con me.

La testa di lei ebbe un lieve, rigido, cenno di diniego. — No. Io ero con Hereu.

Egli annuì. — Era un sogno, allora.

— Voi perdete sangue — intervenne Rork. Fece girare Morgon verso la luce. — Come vi siete fatto questo taglio sulla gola?

Morgon se lo toccò. Un lungo tremito allora lo scosse, e poi vide, oltre quella di Eriel, la faccia scarna ed esangue di Astrin.

Tornato a letto, sotto l’effetto di un altro sedativo, sognò di vascelli che beccheggiavano in preda a un nero mare selvaggio, coi ponti deserti, le vele ridotte a strisce lacere. Sognò di una bella donna dai capelli neri che cercava di ucciderlo suonando la corda di basso di un’arpa stellata, e che scoppiava in lacrime quando lui la malediva. Sognò di una gara di enigmi senza fine, contro un uomo di cui non aveva mai veduto il volto e che proponeva enigmi su enigmi, pretendendone le risposte e tuttavia senza mai rispondere a sua volta. E su quella scena fosca apparve Snog Nutt, che con la pioggia che gli sgocciolava sul collo sedette pazientemente ad aspettare la fine della gara, ma essa non aveva fine. Ad un tratto però lo strano enigmista si trasformò in Tristan, che gli disse di tornare a casa. Si ritrovò a Hed, su un campo dove lui passeggiava quieto nel tramonto, aspirando l’odore della terra. E proprio mentre stava per aprire la porta di casa sua, si svegliò.

Nella camera dalle belle pareti di pietra azzurra e nera fluiva una grigia luce pomeridiana. Qualcuno che sedeva davanti al caminetto si stava chinando a sistemare meglio un ceppo fra le braci. Morgon riconobbe la magra mano protesa, i lisci capelli d’argento.

Lo chiamò: — Deth.

L’arpista rialzò il capo. Il suo volto era inespressivo, appesantito dalla stanchezza, ma la voce calma come al solito non ne conteneva traccia. — Come ti senti?

— Vivo. — Cambiò posizione e borbottò, dopo aver alquanto esitato: — Deth, ho un problema. Può darsi che me lo sia sognato, ma penso che la moglie di Hereu abbia tentato di uccidermi.

Deth considerò quelle parole in silenzio. Nell’elegante tunica scura a maniche lunghe aveva quasi l’aspetto di un Maestro di Caithnard, con lo sguardo affilato da anni di studio. Si sfregò gli occhi con la punta delle dita e venne a sedersi sul bordo del letto.

— Parlamene.

Morgon gli raccontò ciò che ricordava. La pioggia che a tratti aveva udito anche nei suoi sogni riprese a ticchettare leggermente contro i vetri della larga finestra; quand’ebbe finito di parlare restò ad ascoltarla per qualche istante, poi aggiunse: — Non riesco a immaginare ch’i lei possa essere. Non viene menzionata nelle storie e negli enigmi di nessun regno… proprio come non vengono nominate le stelle. Non posso accusarla; non ho prove, e poi basta che lei mi guardi con quei suoi occhi scuri ed io non so più di cosa sto parlando. Così credo proprio che mi convenga andarmene da qui, quanto prima.

— Morgon, da quando sei sceso nel salone sono trascorsi due giorni, e sei stato male. Presumendo che tu abbia la forza di lasciare questa stanza, cosa vorresti fare?

Morgon ebbe una smorfia. — Me ne andrò a casa. L’uomo saggio non scuote un nido di vespe per scoprire cos’è che ronza all’interno. Ho lasciato Hed senza un sovrano per sei settimane; voglio rivedere Eliard e Tristan. Io sono responsabile verso il Supremo per i doveri legati al nome con cui sono nato a Hed, non per quelli di chissà quale strana identità che pare io abbia fuori di Hed. — Tacque un poco, fissando i vetri su cui la pioggia aveva preso a battere con forza. — Sono curioso — ammise. — Ma questa è una gara di enigmi da cui ho abbastanza buonsenso per stare fuori. Che se la giochi il Supremo.

— Non è il Supremo colui che viene sfidato.

— Il reame è suo; io non sono responsabile dei giochi di potere in Ymris.

— Potresti esserlo, se le stelle sulla tua fronte si mettessero in movimento.

Morgon lo fissò. Le sue labbra si strinsero; si volse dalla parte opposta in cerca di una posizione più comoda, inquieto, cercando di ignorare la sofferenza. Deth gli mise una mano su una spalla. — Riposa. — disse gentilmente. — Se vuoi, quando starai meglio, potrai tornare a Hed, e se il Supremo non mi darà istruzioni diverse io viaggerò con te. Così, se sparirai ancora fra Ymris e Hed, ci penserò io a cercarti.

— Tante grazie. Comunque, non capisco perché il Supremo ti ha lasciato all’oscuro su dove ero finito. Tu gliel’hai domandato?

— Io sono un arpista, non un mago capace di proiettare la mente da qui al Monte Erlenstar. È lui che viene nella mia mente a suo piacere; io non posso contattare la sua.

— Be’, lui deve aver saputo che tu mi stavi cercando. Perché non ti ha detto niente?

— Posso solo fare supposizioni. La mente del Supremo è come una grande rete che comprende le menti di ognuno nel suo reame. Egli va verso i suoi fini, come la spola del tessitore che va avanti e indietro fra i fili, azione dopo azione, per costruire un disegno, ed è per questo che spesso le sue reazioni agli eventi sono imprevedibili. Cinque anni fa Hereu Ymris si sposò, e Astrin Ymris lasciò Caerweddin portando il peso d’un ricordo come una pietra dentro di lui. Forse il Supremo ha usato te per riportare Astrin e il suo ricordo qui, ad affrontare Hereu.

— Se questo è vero, allora egli sa chi è lei. — Esitò. — No. Lui potrebbe aver agito quando Hereu si sposò, il che sarebbe stato più semplice. I figli di lei saranno gli Eredi di Ymris; se lei fosse davvero così potente, così senza legge, di certo il Supremo avrebbe agito a quel tempo. Astrin dev’essere in errore. Io devo aver sognato, quella notte. E tuttavia… — Scosse il capo, passandosi una mano sugli occhi. — Io non lo so. Sono felice che tutta questa faccenda non sia affar mio.

La dottoressa del Re tornò a visitarlo, gli proibì di metter piede fuori dal letto, e quella sera gli diede un’inebriante mistura bollente di vino e erbe che lo fece scivolare in un sonno senza sogni. Si svegliò soltanto una volta, nel mezzo della notte, e vide Rork Umber che accendeva il fuoco. I lucidi capelli dell’Alto Nobile ondeggiavano sullo sfondo delle fiamme quando gli occhi di Morgon tornarono a chiudersi nel sonno.

Hereu ed Eriel vennero a fargli visita il pomeriggio successivo. Astrin, che aveva rilevato Rork, andò alla finestra e si mise a osservare la città; Morgon notò che gli occhi del Re e del suo Erede s’erano incontrati un istante, privi di ogni espressione. Hereu avvicinò due poltroncine al letto e si sedette.

La sua voce suonò stanca: — Morgon, Anoth mi ha ordinato di non disturbarvi, ma ci sono costretto. Meroc Tor ha messo sotto assedio l’Alto Nobile di Meremont; entro due giorni io dovrò partire con un esercito radunato in Ruhn, Caerweddin e Umber, per contrastarlo. Mi è giunta notizia che sulla costa di Meremont c’è una flotta di navi da guerra, pronte a salpare per Caerweddin se Meremont dovesse cadere. Se queste navi sbarcassero truppe intorno a Caerweddin, voi rischiereste di restare bloccato qui indefinitamente. Per la vostra sicurezza, penso che dovreste essere portato più a nord, alla dimora dell’Alto Nobile di Marcher.

Per qualche momento Morgon non rispose. Poi disse, lentamente: — Hereu, io vi sono grato per avermi fatto curare, e per la vostra cortesia. Ma preferisco non allontanarmi da Hed più di quanto lo sia già. Potete fare a meno di una nave e rimandarmi a casa?

Il volto cupo dell’uomo si schiarì un poco. — Sì, posso. Ma credevo che avreste fatto obiezioni a tornare a Hed via mare, da qui. Posso mandarvi con una delle mie stesse navi mercantili, e sotto scorta. Conosco bene i miei mercanti, ho navigato con loro.

— Avete navigato?

— Ad Anuin, Caithnard, perfino a Kraal… — Al ricordo sorrise. — Questo fu quand’ero più giovane, e mio padre era ancora vivo. Astrin andò a studiare a Caithnard, ma io decisi di apprendere com’era il mondo fuori da Ymris in un modo diverso. Mi piaceva, ma da quando ho assunto il governo di Ymris ho viaggiato di rado.

— È stato allora che avete conosciuto mio padre? In uno dei vostri viaggi?

Hereu scosse la testa. — No. Ho incontrato i vostri genitori solo la primavera scorsa, quando Eriel ed io visitammo Caithnard.

— La primavera scorsa. — Gli sfuggì un sospiro. — Non sapevo che li aveste incontrati allora.

— Non potevate saperlo — disse Eriel sottovoce, e Astrin, alla finestra, si volse. Le sue soffici sopracciglia parvero corrucciarsi ansiosamente, ma lei proseguì: — Ci accadde d’incontrarli quando… quando Hereu piombò addosso a vostra madre, Spring, in una strada affollatissima, e mandò in pezzi una coppa di cristallo che lei aveva in mano. E lei allora… le vennero le lacrime agli occhi. Credo che fosse intimorita da tutta quella ressa, e dal frastuono. Vostro padre cercò di consolarla, anzi ci provammo tutti, ma lei s’era coperta il viso con le mani e ci volle del bello e del buono per riconfortarla. Fu così che avemmo occasione di parlare un poco. Ci presentammo, e poi vostro padre cominciò a parlarci di voi, dicendo che eravate stato a scuola là. Era molto orgoglioso di voi. E com’era naturale, vostra madre finalmente dimenticò ogni sconforto, perché stavamo parlando di suo figlio. — Sorrise un attimo al ricordo. Poi corrugò ancora le sopracciglia e distolse lo sguardo dal suo. — Cenammo assieme, e quella sera parlammo a lungo. Vostra madre… io avevo… avevo avuto un bambino, che purtroppo era morto pochi mesi prima, e non era più riuscita a parlare di questo con nessuno fino a quella sera, con lei. Così quando fummo tornati a Caerweddin e sentimmo ciò che era loro accaduto, io provai… fui profondamente addolorata.

Morgon deglutì un groppo di saliva nell’udire il suo tono. Gettò uno sguardo ad Astrin, ma gli occhi bianchi di lui erano insondabili. Hereu le prese una mano, gliela strinse dolcemente. Disse: — Morgon, vostro padre mi riferì una cosa che mi è tornata in mente solo questa notte. Disse che aveva acquistato un’arpa per voi, uno strumento molto bello e dalla linea antica, che era certo vi sarebbe piaciuto. Non l’aveva pagata quasi niente, perché il mercante girovago di Lungold da cui la trovò diceva che era maledetta, e che non suonava. Vostro padre dichiarò che nessun uomo pratico crede nelle maledizioni. Io gli chiesi allora in che modo voi avreste potuto suonarla; egli sorrise e disse che secondo lui ne sareste stato capace. Non poté mostrarmela perché era già imballata con altre cose sulla nave. Solo adesso capisco che vostro padre doveva sapere che potevate suonare quell’arpa perché aveva su di sé le tre stelle, le stesse che portate in fronte.

Morgon cercò di parlare, ma s’accorse di non avere voce. Di scatto si alzò dal letto, vacillò, si fermò dinnanzi al camino con gli occhi fissi nella fiamma, dimentico di tutto fuorché di un sospetto terribile. — Questo è accaduto, dunque? Qualcuno aveva visto quelle tre stelle, e mandò per loro una nave della morte, il cui equipaggio svanì, li lasciò soli e senza aiuto, con lo scafo che si spaccava sotto di loro, senza che sapessero, senza che capissero il perché? È così che morirono? È stato per… — Si volse bruscamente, vide la brocca del vino sul tavolino accanto al camino, i calici d’oro e di cristallo, e con un pugno furibondo li spazzò via mandandoli a fracassarsi sul muro. Dopo qualche istante la vista dei frammenti e del liquido sparso sul pavimento lo fece tornare in sé. Pallidissimo, ansante, mormorò: — Scusatemi, io non… io non faccio che spaccare oggetti, qui.

Hereu si era alzato; prese Morgon per le spalle con fermezza e la sua voce suonò distante: — Avrei dovuto pensare un momento, prima di parlarvene… sì, avrei dovuto pensarci. — Poi cambiò tono. — Tornate a stendervi, prima di far del male a voi stesso. Io chiamerò Anoth.

Morgon li udì appena andar via. Si coprì la faccia con le mani, sentendosi gli occhi colmi di lacrime brucianti come il salmastro.

Si svegliò più tardi, poco per volta, al mormorio di due voci basse e intense: Astrin ed Hereu. Il tono angosciato della voce del Re spazzò via il confuso intreccio dei suoi sogni come una folata d’aria gelida.

— Pensi che io sia uno sciocco, Astrin? Non ho certo bisogno di domandare dove siete tu e Rork Umber, o anche l’arpista del Supremo, neppure nel mezzo della notte. Ciò che fa Deth è affare del Supremo; ma se tu e Rork occupaste il vostro tempo interessandovi della nostra situazione, invece di consumare le vostre energie in questa stanza a far la guardia contro un’illusione, io mi sentirei più tranquillo sulla sorte di Caerweddin.

La voce di Astrin gli replicò, fredda e tesa: — In questa terra ci sono molte illusioni identiche alla donna che hai sposato. Chiunque potrebbe entrare qui, mostrarci una faccia così familiare che nessuno di noi penserebbe di guardare dietro di essa…

— Che cosa vuoi che faccia? Che diffidi di ogni uomo e donna della mia corte? È questo che ti ha fatto fuggire nell’angolo più lontano di Ymris… un sospetto così terribile? Ho visto come la guardi, come le parli. Provi gelosia nei confronti dei suoi figli non ancora nati? Desideri il governo così pervicacemente? Ho udito anche chiacchiere di questo genere, ma non mi sono mai degnato di crederle vere prima d’ora.

Silenzioso e rigido Astrin lo fissava, il volto simile a una maschera. Poi qualcosa s’incrinò nella sua espressione. Gli volse le spalle e sussurrò: — Da te non potevo aspettarmi nient’altro che questo. Ritornerò alla Piana del Vento. Quella donna ha quasi ucciso il Principe di Hed nella tua stessa casa, tre notti fa; non starò qui ad assistere al suo trionfo. Goditelo tu, che l’hai sposata.

Uscì, lasciando Hereu a guardare la porta spalancata. Morgon vide nascere nei suoi occhi un inizio di spiacevole dubbio, di tormentosa incertezza, prima che anch’egli se ne andasse.

Sotto le coltri si agitò inquieto. Quel litigio irrisolvibile, gli interrogativi senza risposta, l’oscuro e schiacciante ricordo della morte dei suoi genitori, stagnavano come un’escrescenza morbosa in fondo alla sua mente. Cercò di alzarsi, gemette, ricadde indietro e cedette ancora alla sonnolenza. Si ridestò soltanto nell’udire il cigolio dei cardini della porta. Astrin venne accanto al letto.

Morgon borbottò: — Sognavo di quella coppa che ho rotto: le figure si stavano muovendo attorno ad essa in uno strano schema, un enigma che ero ormai sul punto di risolvere quando s’è frantumata, e con essa le risposte a tutti gli enigmi del mondo sono andate in frantumi. Perché sei tornato? Non avrei potuto biasimarti se te ne fossi andato da qui.

Invece di rispondere, Astrin gli tolse di dosso il copriletto, lo ripiegò con movimenti metodici, ne fece un fagotto peloso, e lo abbassò sul volto di lui premendovelo con tutta la sua forza.

Il grido di Morgon fu assorbito dal pelame che gli riempiva la bocca. L’invincibile peso che gli schiacciava la coperta sul volto forzava quella peluria nei suoi occhi, fra le sue labbra spalancate. Afferrò le mani che lo stavano soffocando, si contorse disperatamente per liberarsene e rotolare giù dal letto, mentre la pressione del sangue sembrava fargli esplodere il cranio e una nebbia lo trascinava in circoli di oscurità sempre più nera.

Poi la sua bocca ritrovò l’aria, un ansito fresco gli penetrò nei polmoni ed egli finì in ginocchio sul pavimento, con la gola spezzata dai rantoli e dai gemiti inarticolati. A lato del camino Hereu, con le mani artigliate al petto della tunica di Astrin, lo stava schiacciando rabbiosamente con le spalle al muro, mentre la spada di Rork Umber si puntava come una lingua di fiamma contro un fianco dell’uomo.

Morgon si alzò in piedi. Hereu e Rork dardeggiavano sguardi sbalorditi sul silenzioso individuo dagli occhi bianchi. Rork sussurrò, come se non avesse voce per esprimere quell’accusa: — Non riesco a crederlo! Non posso credere che…

Un movimento della porta attrasse gli occhi di Morgon. Fece per parlare ma il fiato gli si strozzò in gola, e dalle sue corde vocali paralizzate emerse un rauco lamento che indusse gli altri due a volgere le loro facce rigide e stupefatte.

— Hereu!

Il Re sussultò come a una scudisciata. Sulla soglia della camera c’era Astrin. Per un interminabile istante nessuno si mosse, poi Hereu socchiuse le palpebre duramente. Ringhiò: — Bada! Io non ho il tuo dono per le visioni. E se ti ho smascherato, questa non la capisco!

Rork esclamò allarmato: — Hereu!

L’individuo dinnanzi alla sua spada protesa stava svanendo. Roteò come una colonna di fumo nello spazio fra i loro corpi e la parete, in un istante si smaterializzò del tutto, e un grosso uccello bianco schizzò nell’aria dritto verso Astrin.

L’uomo alzò le braccia, ma non riuscì ad impedire al volatile di sbattergli con violenza in faccia. Entrambi gridarono, lui con voce umana e l’uccello con uno stridio furioso. Astrin cadde al suolo premendosi le mani sugli occhi. Morgon fu il primo a soccorrerlo, gli passò un braccio dietro le spalle e vide il sangue colare fra le dita con cui si copriva l’occhio destro. Nella stanza risuonò uno schianto; il vento freddo sibilò all’interno fra gli spunzoni policromi del vetro della finestra, nello squarcio che l’uccello aveva lasciato fuggendo per quella via.

Hereu s’inginocchiò accanto al fratello. Con un mormorio impietosito, che l’emozione rendeva incoerente, gli fece scostare le dita dall’occhio ferito. Ansimò un’imprecazione, poi si volse a un servo dal volto bianco come un cencio che era comparso nel corridoio:

— Chiama Anoth!

Astrin, col capo riverso contro una spalla di Morgon, a occhi chiusi, disse aspramente: — Stavo per andarmene, ma non ho potuto. Sono tornato nella camera di Morgon per vedere se tu eri ancora qui, e mentre scendevo le scale ho visto… ho visto me stesso in fondo al corridoio, entrare in questa stanza. Allora ho fatto qualcosa che non ero mai stato capace di fare prima. Ti ho lanciato un richiamo attraverso le pietre dei muri, nella tua mente… il richiamo dei maghi. E ho atteso… sì, ho atteso. È stato terribile doverlo fare, ma tu volevi una prova.

— Lo so. Ora non muoverti. Tu hai fatto… — Tacque. Per qualche istante nulla di lui si mosse, né il suo respiro, né le sue mani, né i suoi occhi, mentre il suo volto si faceva esangue. Sussurrò: — Cinque lunghi anni fa. Un uccello bianco! — Con un ginocchio a terra fissò il fratello, e nessuno dei due disse altro. Hereu si alzò di scatto; subito Rork lo afferrò per le spalle.

— Hereu!

Il Re si staccò le sue mani di dosso, uscì e si allontanò a passi lunghi nel corridoio deserto e silenzioso. Morgon chiuse gli occhi. Dama Anoth arrivò, accigliata e col fiato grosso, e dopo aver curato l’occhio di Astrin glielo bendò. Rork lo aiutò a rialzarsi. Quando furono usciti, Morgon, rimasto solo con se stesso, constatò che il peso del malessere fisico l’aveva abbandonato. Andò alla finestra e sfiorò gli spunzoni di vetro dello squarcio. Fu allora che vide in distanza, oltre la periferia di Caerweddin, le pietre della città in rovina di Pian Bocca di Re, disperse lungo la costa come lo scheletro di un gigante senza nome.

Si vestì, uscì in corridoio e scese nel grande salone. La luce del fuoco continuava a trarre riflessi dalle stelle intarsiate nel montante dell’arpa. La sollevò dal tavolo e se l’appese a una spalla con la cinghia ingioiellata. Sentendo un passo dietro di sé si volse. L’arpista del Supremo, con espressione che la morbida luminosità rendeva più assorta, allungò una mano a toccare le tre stelle.

La sua voce fu un mormorio: — Io ero là, quando Yrth costruì quest’arpa. Ho udito la prima canzone delle sue corde…

L’uomo gli strinse con gentilezza la spalla, e Morgon sentì placarsi il tremito che lo aveva scosso. — Voglio andarmene — disse.

— Chiederò al Re di metterti a disposizione una nave e la scorta. Mi sembra che tu stia abbastanza bene da poter viaggiare fino a Hed, a patto che ti riguardi.

— Non andrò a Hed. Voglio andare a Monte Erlenstar. — Girò il capo a fissare le tre stelle, ed esse parvero il riflesso di quelle che aveva sulla fronte. — Io posso ignorare il fatto che si attenti alla mia vita. Posso sopprimere le mie curiosità. Posso rifiutare perfino il sospetto, o la certezza, che in me ci sia, da qualche parte, un uomo il cui nome non conosco. Ma non posso negare che queste tre stelle sulla mia fronte potrebbero essere mortali per coloro che amo. Così andrò a Monte Erlenstar, per domandare al Supremo il perché.

L’Arpista restò in silenzio; Morgon non riuscì a decifrare l’espressione dei suoi occhi. Poi chiese: — Andrai via mare?

— No. Voglio essere sicuro di arrivarci vivo.

— La stagione è troppo avanzata per viaggiare verso nord. Sarà un viaggio lungo, solitario e pericoloso; starai assente da Hed per mesi.

— Stai cercando di dissuadermi? — disse Morgon, sorpreso.

La mano sulla sua spalla si strinse un poco. — Sono ormai tre anni che non vado a Monte Erlenstar, e, in mancanza di altre istruzioni del Supremo, vorrei tornare a casa mia. Posso viaggiare con te?

Morgon annuì, sfiorò l’arpa e le docili corde vibrarono dolcemente in una scala che salì e s’interruppe in tono d’attesa, quasi che nella mente di lui risuonasse l’inizio di una ballata epica. — Ti ringrazio. Ma non hai timore di viaggiare con un uomo che ha la morte alle calcagna?

— Non quando quest’uomo ha con sé l’arpa dell’Arpista di Lungold.

Partirono all’alba del mattino successivo, così silenziosamente che soltanto Hereu e il semiaccecato erede di Ymris seppero che se n’erano andati. Cavalcarono a settentrione attraverso Pian Bocca di Re, col sole basso che allungava le loro ombre sulle massicce pietre abbattute delle rovine. Un gabbiano che veleggiava alto nell’aria fredda rivolse loro un grido acuto, simile a una sfida, poi si lasciò portare dal vento nel cielo terso verso sud, sopra la fila di vele azzurre delle navi da guerra che sfruttavano la lenta corrente del Thul per uscire in mare aperto.

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