CAPITOLO QUINTO

Viaggiarono senza fretta attraverso Ymris, mentre Morgon si rimetteva dalle ultime conseguenze della sua ferita, ed evitarono le grandi dimore dei nobili del regno, fermandosi dopo ogni placida giornata a cavallo nei piccoli paesi che sorgevano in mezzo ai campi coltivati o nelle anse dei fiumi. Era sempre Deth a pagare per il vitto e l’alloggio con la musica della sua arpa. Morgon, sopportando il freddo e trincerato in un angolo in un mogio silenzio, beveva il brodo bollente che le contadine preparavano per lui; ed i suoi occhi indugiavano sui loro uomini affaticati dal lavoro, sui ragazzini spettinati e malmessi, che sedevano senza quasi osare muoversi quando nelle loro case risuonavano gli elaborati e affascinanti arpeggi di Deth e la sua esperta voce di cantore. Si lasciarono proporre con animo lieto qualunque tipo di canzone e di ballata, e chiedevano poi musica per i loro balli semplici. Di tanto in tanto capitava che uno di loro tirasse fuori la sua arpa, per solito uno strumento ereditato di generazione in generazione, e ne illustrasse la storia curiosa o singolare, oppure suonasse una variante locale di una qualche canzone, che invariabilmente Deth riusciva a ripetere dopo averla ascoltata soltanto una volta. E Morgon, gli occhi fissi sul volto senza età inclinato sulla lucidissima arpa di quercia, si sentiva sfiorare dal familiare contatto di una domanda che giaceva nel fondo della sua mente.

Fra le campagne sassose ed i bassi colli sul confine di Marcher, dove la terra improduttiva ospitava pochissimi villaggi e fattorie, essi si videro costretti per la prima volta a pernottare all’aperto. Si fermarono presso un fiumiciattolo, sotto la chioma di tre grandi querce. Gli ultimi raggi del sole che attraversavano il cielo d’un limpido e profondo azzurro illuminavano alti spunzoni di roccia rossastra, e spargevano toni dorati sull’erba delle colline. Morgon, alimentando il fuoco appena acceso, s’interruppe un momento e si guardò attorno. L’aspra piana ondulata saliva verso antichi e consunti colli, che nei loro nudi tondeggianti profili facevano pensare a vecchi giganti addormentati. Con un po’ di meraviglia disse: — Non ho mai visto una terra simile a questa.

Deth tirò fuori dalla bisaccia la loro provvista di cibo: formaggio, vino, frutta e noci che un fattore aveva venduto loro. Gli sorrise. — Aspetta di arrivare a Passo Isig. Questa è una zona accogliente.

— È immensa. Se avessi viaggiato così a lungo e in linea retta attraverso Hed, starei passeggiando sul fondo dell’oceano già da una settimana. — Depose i rami sul fuoco, e osservò le fiamme divorare in rapidi bagliori le foglie secche. La pesantezza del mal di capo e della febbre lo avevano finalmente abbandonato, lasciandolo lucido e curioso, capace di apprezzare il vento freddo e i colori del paesaggio. Deth gli prese la borraccia del vino; ne bevve una sorsata. Le fiamme si innalzarono, ondeggiarono nell’aria come strani e brillanti frammenti di tessuto. Tornando a riflettere sui suoi ricordi Morgon mormorò: — Dovrei scrivere a Raederle.

Era la prima volta che pronunciava il nome di lei da quando avevano lasciato Caithnard. I frammenti della sua memoria si riunirono nell’alone ramato dei capelli di lei, in un’immagine delle sue mani dalle unghie dipinte d’oro, nell’ambra dei suoi occhi. Sentendo lo sguardo dell’arpista su di sé gettò un altro ramo sul fuoco. Sedette con la schiena appoggiata a un albero e afferrò ancora la borraccia del vino.

— E anche a Eliard. I mercanti probabilmente gli diranno abbastanza da fargli venire i capelli grigi per la preoccupazione, prima che una mia lettera lo raggiunga. Se dovessi perdere la vita in questo viaggio, sarebbe un brutto colpo per lui.

— Se aggireremo Herun, non avrai la possibilità di spedire lettere fino al nostro arrivo in Osterland.

— Avrei dovuto pensarci prima. — Passò la borraccia all’arpista e si tagliò una fetta di formaggio. I suoi occhi indugiarono sul fuoco. — Dopo la morte di nostro padre, siamo stati così vicini che qualche volta sognavamo gli stessi sogni… Io ero unito allo stesso modo con mio padre, come suo Erede. L’ho sentito morire. Non sapevo come, né perché, né dove. Semplicemente fui certo, in quel momento preciso, che lui stava morendo, e poi che era morto, e che il governo della nostra terra era passato a me. Per un attimo vidi ogni foglia, ogni seme, ogni radice di Hed… Io ero ogni foglia, ogni seme appena piantato… — Si chinò in avanti, raccolse il pane. — Non so perché te ne sto parlando. Tu devi averlo sentito dire migliaia di volte.

— Il passaggio del governo della terra? No. Da quel poco che ho sentito, tuttavia, il passaggio non è così semplice e tranquillo in altre terre. Mathom di An mi ha nominato alcuni dei vari legami che richiedono la costante attenzione di chi governa la terra di An: il legame dei libri d’incantesimi di Madir, il legame degli antichi nobili ribelli di Hel nelle loro tombe, il legame di Peven nella sua torre.

— Rood me ne ha parlato. Mi chiedo se Mathom abbia lasciato libero Peven, ora che io ho la corona. O piuttosto — aggiunse tristemente, — ora che la corona di Peven è in fondo al mare.

— Ne dubito. I legami di un Re non vengono sciolti alla leggera. E neppure i suoi voti.

Morgon, staccando un pezzo di pane dalla pagnotta, sentì un lieve flusso di sangue imporporargli il viso. Gettò al compagno un’occhiata un po’ timida. — Sì, credo anch’io. Ma non potrei mai chiedere a Raederle di sposarmi, se non avesse altro motivo che il voto di Mathom per accettarmi. La decisione spetta a lei, non a Mathom, e lei potrebbe decidere di non voler vivere a Hed. Ma se c’è una possibilità, allora è bene che io le scriva per dirle che andrò da lei, nel caso… che voglia aspettarmi. — Mandò giù un boccone di pane e formaggio, poi cambiò bruscamente discorso: — Quanto ci metteremo ad arrivare a Monte Erlenstar?

— Se raggiungeremo Passo Isig prima dell’inverno, forse sei settimane. Ma se a Isig nevicasse prima del nostro arrivo, dovremo stare là fino a primavera.

— Non faremmo prima aggirando Herun da occidente, e poi attraversando le terre deserte su fino a Erlenstar, senza valicare il Passo?

— Dalla porta posteriore di Erlenstar? Dovresti essere un lupo per poter sopravvivere nell’entroterra in questa stagione. Io ho percorso quella strada soltanto poche volte in vita mia, e mai in questo periodo così avanzato dell’anno.

Morgon appoggiò la nuca al tronco dell’albero. — Un paio di giorni fa, quando ho ricominciato a usare il cervello — disse, — mi è venuto da pensare che se tu non fossi con me io non avrei la minima idea di quale direzione prendere. Tu ti muovi in questa terra come se l’avessi attraversata mille volte.

— Può essere. Ho perso il conto. — Deth riattizzò il fuoco, e le braci gli si rifletterono negli occhi quieti. Il sole era tramontato; un vento rigido strappava mormorii incomprensibili alle fronde sopra di loro.

D’un tratto Morgon chiese: — Da quanto tempo sei al servizio del Supremo?

— Quando Tirunedeth morì io lasciai Herun, e il Supremo mi convocò al Monte Erlenstar.

— Seicento anni… cosa facevi prima?

— Suonavo l’arpa, viaggiavo… — Tacque, con gli occhi sul fuoco; poi riluttante aggiunse: — Avevo studiato a Caithnard. Ma non volevo insegnare, così lasciai la scuola prima di prendere il Nero.

Morgon si stava portando la borraccia alla bocca; la riabbassò senza bere. — Non avevo idea che tu fossi un Maestro. Qual era il tuo nome a quel tempo? — Ma ancor prima d’aver terminato la domanda il volto gli s’imporporò, e in fretta disse: — Scusami. Dimentico spesso che parecchie delle cose che m’incuriosiscono non sono però fatti miei.

— Morgon… — S’interruppe. I due mangiarono in silenzio, poi Deth prese la sua arpa e la tolse dalla custodia. Fece scorrere le dita sulle corde tambureggiandole lievemente. — Non hai ancora cercato di suonare il tuo strumento?

Morgon sorrise. — No. Mi fa paura.

— Prova.

Morgon estrasse l’arpa dalla morbida custodia di cuoio che Hereu gli aveva regalato. Lo sfavillante intreccio di fili d’oro, le lune d’avorio candido e il legno liscio lo lasciarono muto un istante con la loro bellezza. Deth pizzicò le corde più alte del suo strumento; Morgon gli fece eco dolcemente con le sue corde, perfette nel loro registro. Deth eseguì una scala completa per consentirgli di controllare la tonalità complessiva, ed egli lo seguì ripetendo esattamente le stesse note. Soltanto due volte il suono vibrò diverso, e ogni volta fu Deth che s’interruppe per accordare la propria arpa.

Vedendo poi Morgon poggiare le dita sulla corda più bassa, disse: — Non ho nessuna corda da intonare con quella.

Morgon fece risalire le dita sulle note più alte. Il cielo era nero su di loro, il vento s’era placato. La luce del fuoco danzava sulle arcate di rami contorti che fornivano loro riparo. Meravigliato osservò: — Come può essere ancora accordata dopo tutti questi anni, e perfino dopo essere stata ripescata dal mare?

— Yrth legò la tonalità a queste corde con la sua stessa voce. Non esiste un arpa più bella in tutto il reame del Supremo.

— E né tu né io possiamo suonarla. — Soffermò lo sguardo sui candidi intarsi dell’arpa di Deth. Non era adorna di gemme o di metalli preziosi, ma la sua struttura in quercia era stata scolpita e intarsiata da una mano d’artista. — Hai costruito tu stesso il tuo strumento?

Deth sorrise, sorpreso. — Sì. — Accarezzò il profilo dell’arpa con inaspettata tenerezza. — La feci quand’ero ancora giovane, modellandola sulle caratteristiche delle mie mani, dopo anni trascorsi a suonarne altre di vario genere. Scolpii un pezzo dopo l’altro, usando quercia di Ymris, seduto accanto al fuoco da campo in terre lontane e solitarie dove l’unica voce che potevo udire era la mia. E in ogni pezzo mi divertii a ricavare la forma di foglie, di fiori, e di uccelli che vedevo nei miei vagabondaggi. Ad An cercai per tre mesi prima di trovare le corde che volevo, e quando vidi quelle adatte vendetti il mio cavallo per poterle comprare. Erano state tolte dall’arpa spezzata di Ustin di Aum, che era morto di crepacuore dopo la conquista di Aum. Al momento del decesso il suo dolore penetrò nel legno dell’arpa, schiantandolo, e permeò anche le corde dando loro un’intonazione funerea. Dovetti lottare con esse nota per nota, nel riaccordarle. E infine con mia soddisfazione riacquistarono la tonalità primitiva.

Morgon fece udire un sospiro e abbassò la testa. Per alcuni lunghi minuti tacque, senza guardare il compagno, mentre Deth ravvivava il fuoco pensosamente e con un ramoscello faceva sollevare nell’aria nugoli di effimere scintille. Infine rialzò lo sguardo.

— Perché Yrth mise sulla sua arpa queste stelle?

— L’ha fatta per te.

Morgon trasalì leggermente. — Nessuno poteva conoscermi. Nessuno!

— Forse — disse Deth con calma. — Ma quando ti vidi a Hed, io ripensai a quest’arpa; e le stelle che vi avevo visto incidere si unirono a quelle sulla tua fronte come un enigma e la sua risposta.

— Allora chi… — La sua voce ebbe un tremito e s’interruppe. Con una smorfia di disagio s’appoggiò all’indietro. — Io non posso ignorare tutto questo, e non posso capirlo, sebbene abbia tentato disperatamente una cosa e l’altra. Io sono un Maestro degli Enigmi. Perché devo essere così spaventosamente ignorante? Perché Yrth non ha mai menzionato le tre stelle nei suoi libri? Chi c’è alle mie spalle, che cerca di trascinarmi alla morte, e da dove veniva quella donna? Se queste stelle provocano una tale reazione in quella gente strana e potente, perché gli stessi maghi erano all’oscuro sia delle stelle che di quel popolo? A Caithnard ho speso un interno inverno con il Maestro Ohm, cercando riferimenti a queste tre stelle nella storia, nelle poesie, nelle leggende e nelle canzoni del reame. Yrth stesso, descrivendo la sua costruzione dell’arpa a Isig, non parlò mai delle stelle. E tuttavia i miei genitori sono morti, Astrin ha perso un occhio, ed io per tre volte ho rischiato d’essere ucciso a causa loro. È una cosa tanto insensata che talvolta ho l’impressione di cercar di decifrare un sogno, se non fosse per il fatto che nessun sogno è così mortale. Deth, ho perfino paura di cominciare a intravedere la verità.

Deth smise di frugare nel fuoco col ramoscello. — Chi era Sol di Isig, e perché morì?

Morgon distolse lo sguardo. — Sol era il figlio di Danan Isig. Fu inseguito attraverso le miniere delle Montagne di Isig, un giorno, da dei mercanti che volevano derubarlo di una gemma senza prezzo. Giunse così dinnanzi alla porta di pietra nel meridione del regno, al di là della quale giaceva un orrore più antico di Isig stesso. Ma egli non poté decidersi ad aprire quella porta, che nessuno mai aveva aperta, per paura di quel che poteva esserci nelle tenebre dietro di essa. Così i suoi inseguitori lo trovarono lì, preda della sua indecisione, e lo uccisero.

— E l’interpretazione?

— Fai un passo avanti nell’ignoto, piuttosto che un passo indietro verso la morte. — Lasciò vagare gli occhi nelle tenebre, poi imbracciò l’arpa e le sue dita si mossero sulle corde, estraendone il ritornello di una ballata popolaresca di Hed.

Dopo qualche nota Deth osservò: — È la Canzone di Hover e Bird… conosci le parole?

— Tutte e diciotto le strofe. Ma non posso suonare davvero questa…

— Aspetta. — Deth impugnò la propria arpa. — Non devi aver paura di un oggetto. Se gli apri la mente e le mani e il cuore, imparerete a conoscervi a vicenda.

L’uomo insegnò a Morgon gli accordi e i cambiamenti di chiave dell’arpa stellata, e seduti accanto al fuoco suonarono insieme fino a notte tarda, mandando refoli di note nelle tenebre come stormi di uccelli.

Trascorsero in Ymris un’altra notte ancora, poi valicarono le colline scoscese e deviarono a oriente, per aggirare la bassa catena di montagne oltre la quale si stendevano le piane e i colli di Herun. Le piogge d’autunno ripresero a cadere, insistenti e monotone, ed essi cavalcarono in silenzio lungo quell’inospitale territorio di confine, intabarrati nei larghi mantelli col cappuccio, sotto i quali tenevano al riparo le custodie in cuoio delle arpe. Si fermarono a dormire nelle grotte che trovarono asciutte, o sotto le spesse chiome degli alberi, lottando col vento e con la legna umida per accendere il fuoco, imprecando contro la pioggia. Nei luoghi dove trovarono un riparo migliore Deth, per tenersi in esercizio, suonò canzoni che Morgon non aveva mai sentito, di Isig e di Herun, di Osterland e della corte del Supremo. Ciò malgrado lui s’impegnò a seguire l’arpa di Deth con la sua, talvolta sbagliando il tempo, talaltra facendo stecche, per poi d’improvviso appaiarsi perfettamente a lui nel controcanto o raddoppiandone la melodia, quasi a sfidarlo; e in quei momenti le voci delle due arpe s’incontravano in un coro dolce e intonato, finché lui s’imbrogliava su un passaggio difficile e abbassava lo strumento, frustrato, rivolgendo un sorrisetto melenso al volto divertito del compagno. E in qualche modo la musica delle loro arpe raggiunse gli orecchi della Morgol, nella sua lontana corte di Herun.

Per un giorno intero spinsero i cavalli in un territorio tutto roccia e fango, e alla sera si accamparono sul tardi, troppo stanchi per dedicarsi ad altre attività che non fossero il fuoco e la cena. Mangiarono, srotolarono i loro giacigli umidi, e vi si stesero dentro rabbrividendo. Su quel terreno irregolare Morgon non riuscì a trovare una posizione comoda, e per un po’ non fece che chiudere gli occhi e riaprirli, brontolando contro le pietre sotto di lui. Quando s’addormentò sognò della zona che avevano appena attraversato, desolata, buia, con la pioggia che la martellava incessantemente. E oltre il ticchettio della pioggia un rumore simile a uno scalpiccio di stivali gli raggiunse la mente. Si contorse, dolorante a causa di uno spunzone che gli tormentava la schiena, e aprì di nuovo gli occhi. Nella debole luce arancione delle braci ancora accese vide una figura umana china a fissare Deth, e una lancia puntata sul petto dell’arpista.

Con un ansito Morgon raccolse il primo sasso che gli capitò sottomano, e lo scagliò con forza. Sentì un tonfo, un gemito rauco, e subito la figura scomparve dietro una roccia. Deth si svegliò con un sussulto. Sedette, volse a Morgon uno sguardo interrogativo; ma prima che potesse parlare nell’aria saettò un pezzo di roccia, scagliato con estrema precisione da qualcuno acquattato nel buio. Morgon ne fu colpito al braccio, e la pietra che aveva in mano gli cadde al suolo.

Una voce irritatissima sbottò: — Dobbiamo proprio tirarci sassi l’un l’altro come bambini?

Deth esclamò: — Lyra!

Morgon si mise a sedere con un grugnito. Una ragazza di quattordici o quindici anni avanzò e venne a chinarsi sul fuoco semispento, ravvivò le braci e vi gettò sopra dei ramoscelli. Indossava un liscio e pesante mantello color della fiamma, e i suoi capelli neri erano riuniti in due trecce che portava arrotolate sul capo come corona. Quando il fuoco ebbe ripreso si raddrizzò, tenendosi un braccio come se le dolesse. In una mano reggeva una leggera lancia di frassino dalla punta argentata. Morgon scivolò fuori dal giaciglio. Qualcosa nell’espressione di lui non dovette piacerle, perché la ragazza gli puntò minacciosamente la lancia addosso, con un’occhiataccia.

— Non ne hai abbastanza?

— Chi sei? — chiese Morgon.

— Io sono Lyraluthuin, figlia della Morgol di Herun. Tu sei Morgon, Principe di Hed. Abbiamo l’ordine di portarti dalla Morgol.

— Nel mezzo della notte? — ribatté lui. — Io e Deth?

La ragazza sollevò una mano di scatto, e come un circolo di colore scarlatto dall’oscurità sbucarono altre giovani donne abbigliate nella stessa foggia elegante, armate di lance dalla punta scintillante. Sfregandosi il braccio colpito Morgon le fissò con ostilità. Con un rapido sguardo interrogò Deth. L’arpista scosse la testa.

— No. Se questa fosse una trappola di Eriel, tu saresti già morto.

— Io non so chi sia questa Eriel — disse Lyra altezzosamente. Poi la sua voce si fece franca, rassicurante. — E questa non è una trappola. È una richiesta.

— Hai uno strano modo di fare richieste — commentò Morgon. — Apprezzerei molto l’onore d’incontrare la Morgol di Herun, ma non posso azzardarmi a sprecare tempo proprio ora. Dobbiamo raggiungere il Passo Isig prima che cada la neve.

— Vedo. Vuoi entrare a Corona sul tuo cavallo come si conviene a un sovrano, o preferisci arrivarci legato di traverso sulla sella come un sacco di grano?

Morgon la fissò, seduto sul giaciglio. — Che razza di accoglienza è questa? Se la Morgol venisse a Hed, non si vedrebbe certo ricevuta…

— A sassate? Sei stato tu ad attaccarmi per primo.

— Stavi puntando la lancia addosso a Deth. Avrei dovuto chiedertene educatamente il perché?

— Avresti potuto immaginare che non avrei mai toccato l’arpista del Supremo. Per favore, alzati e sella il tuo cavallo.

Morgon si distese all’indietro e incrociò le braccia. — Non andrò da nessuna parte — disse fermamente. — A quest’ora di notte io dormo.

— Non siamo in piena notte. È ormai l’alba — disse Lyra con freddezza. Con un movimento svelto brandì la lancia verso di lui e gli strappò di dosso la coperta, poi la passò sotto la cinghia dell’arpa e la sollevò. Lui si alzò per afferrare lo strumento, ma la lancia ruotò allontanandolo dalla sua portata. La ragazza ne sfilò via la cinghia, si mise l’arpa a tracolla. — La Morgol mi ha messo in guardia contro quest’arpa. Avresti dovuto distruggere le nostre lance se ci avessi pensato prima. E ora che ti sei alzato, avanti, sella il cavallo.

Morgon sbuffò impermalito. Poi vide uno scintillio negli occhi limpidi che lo sfidavano, un sorrisetto segreto che stranamente gli ricordò Tristan. L’irritazione gli scivolò via dal volto, ma sedette di nuovo sul terreno scabro e dichiarò: — No. Non ho il tempo di andare a Herun.

— Allora tu verrai…

— E se mi porterete in ceppi nella Città dei Cerchi, i mercanti ne porteranno notizia per tutto il reame in pochi mesi, ed io me ne lamenterò prima con la Morgol e poi col Supremo stesso.

Lei tacque per qualche istante, poi sollevò fieramente la testa. — Io faccio parte della Guardia della Morgol, e ho un dovere da compiere. Tu verrai, in un modo o nell’altro.

— No.

— Lyra — disse Deth. C’era una sfumatura divertita nella sua voce, che tuttavia suonò abbastanza distaccata. — Dobbiamo essere a Isig prima dell’inverno. Non possiamo permetterci di perdere tempo.

Lei chinò il capo rispettosamente. — Io non cerco affatto di far ritardare voi. Non volevo neppure svegliarvi. Ma se la Morgol richiede la presenza del Principe di Hed.

— Il Principe di Hed intende recarsi dal Supremo.

— Io ho un dovere…

— Il tuo dovere non ti esenta dal rispetto dovuto ai sovrani.

— Rispettosa o meno — aggiunse Morgon, — non andrò con lei. Perché stai a discutere con lei? Ordinaglielo. Dovrà ascoltarti. È una bambina, e noi noi possiamo perder tempo coi giochi da bambini.

Lyra lo fronteggiò sdegnosa. — Nessuno che mi conosca osa chiamarmi così. Io ti dico che verrai, volente o nolente. La Morgol ha delle domande che si compiacerà di porti, sulle stelle che hai in fronte e su quest’arpa. Sono cose che lei ha già visto. Te lo avrei detto fin dall’inizio, ma ammetto d’aver perso la calma quando mi hai colpito con quel sasso.

Morgon la osservò con interesse. — Dove? — chiese. — Dove le ha già viste?

— Te lo dirà lei. Inoltre c’è anche un enigma di cui sono autorizzata a parlarti, ma soltanto quando avremo attraversato le montagne e le paludi e saremo in vista di Corona. Lei dice che concerne il tuo nome.

Nella debole luce del fuoco il volto di Morgon parve arrossire di colpo. Si alzò in piedi. — Verrò con te.

Cavalcando dall’alba al tramonto i due uomini seguirono Lyra attraverso le antiche montagne, lungo un valico poco frequentato, e la notte successiva si accamparono oltre le loro pendici. Morgon, avvolto nel mantello e seduto accanto al fuoco, lasciò vagare lo sguardo sull’umido respiro di nebbia che gli acquitrini esalavano verso di loro e su per le montagne. Deth, con le mani un po’ intirizzite dal freddo, cominciò a suonare una canzone senza parole che con la sua dolcezza finì per danzare nei pensieri di Morgon e lo costrinse ad ascoltare, dimentico delle sue preoccupazioni.

Quando la musica si spense, chiese: — Com’è intitolata? È deliziosa.

Deth sorrise. — Non le ho mai dato un titolo. — Restò in silenzio per qualche istante, poi allungò una mano a prendere la custodia dell’arpa. Lyra apparve senza far rumore nel lieve alone irradiato dal fuoco. — Non smettete — lo pregò. — Tutte vi stavamo ascoltando. Quella era la canzone che avete composto per la Morgol.

Stupito Morgon guardò l’arpista. Deth sospirò: — Sì. — Le sue dita scivolarono sulle corde in una scala di note lievi. Lyra si sfilò dalla spalla l’arpa di Morgon e la poggiò accanto a lui.

— Avrei voluto ridarvela prima. — Sedette, protendendo le mani sul fuoco. La luce calda ombreggiava il suo volto giovane, arrotondandolo; Morgon la studiò per un poco e poi borbottò: — Ti capita spesso di tendere agguati ai viandanti sul confine di Herun, per trascinarli in città?

— Io non ti sto trascinando — precisò lei, imperturbabile. — Hai scelto tu di venire. E tanto perché tu lo sappia… — Tirò un lungo respiro, con un lampo negli occhi. — Di solito, io guido i mercanti attraverso le paludi. I visitatori da altre terre sono rari e, quando arrivano, talora non sono al corrente del fatto che devono aspettarmi, e finiscono nelle sabbie mobili oppure si perdono. Inoltre io proteggo la Morgol quando viaggia oltre i confini di Herun, e m’incarico di ogni sua eventuale necessità. Sono stata addestrata all’uso del coltello, dell’arco e della lancia; e l’ultimo uomo che ha fatto lo sbaglio di sottovalutarmi è morto.

— Lo hai ucciso tu?

— Mi ha costretto a farlo. Intendeva derubare dei mercanti sotto la mia protezione, e quando l’ho avvertito di rinunciare mi ha ignorato, il che non è stato saggio. Era sul punto di tagliare la gola a uno dei mercanti, e io gli ho piantato la lancia in un fianco.

— Perché la Morgol ti lascia andare in giro sola, se ti capitano cose di questo genere?

— Faccio parte della Guardia, e ci si aspetta che io sappia badare a me stessa. E tu, perché vai in giro disarmato come un bambino nel reame del Supremo?

— Io ho l’arpa — le ricordò lui seccamente, ma ella scosse il capo.

— Non ti serve a niente, chiusa nella custodia. Puoi trovare ben altri avversari che me nelle terre di confine: predatori selvaggi che assaltano i mercanti in zone dove non c’è legge, esiliati… dovresti portare un’arma.

— Io sono un contadino, non un guerriero.

— Non c’è uomo nel reame del Supremo che oserebbe toccare Deth. Ma tu…

— Io posso cavarmela da solo. Grazie.

Lei inarcò un sopracciglio. Con voce dolce osservò: — Stavo soltanto cercando di offrirti il beneficio della mia esperienza. Senza dubbio Deth potrà prendersi cura di te se avrete dei guai.

L’arpista parlò senza smettere di suonare: — Il Principe di Hed è fin troppo esperto nell’arte della sopravvivenza… Hed è un’isola rinomata per la sua pace, un concetto spesso difficile da capire.

— Il Principe di Hed — replicò Lyra, — non è più in Hed!

Morgon le lanciò un’occhiata fredda, da oltre il fuoco. — Un animale non cambia pelle e i suoi istinti per il solo motivo che sta cambiando località.

La ragazza sbuffò a quell’affermazione. In tono blando propose: — Io potrei insegnarti a maneggiare una lancia. Non è difficile. E ti sarebbe utile. Con quel sasso hai avuto buona mira.

— Quell’arma era già la migliore che potessi usare. Se avessi avuto una lancia avrei potuto ammazzare qualcuno.

— Il suo uso è proprio questo, infatti.

Lui sospirò. — Cerca di vedere la cosa dal punto di vista di un contadino. Forse che tu falceresti il grano prima che sia maturo? O abbatteresti un albero pieno di pere ancora verdi? Nello stesso modo, perché dovresti spezzare nel pieno del suo sviluppo l’esistenza di un uomo, il lavoro della sua mente…

— I mercanti — disse Lyra, — non vengono sgozzati da un albero di pere.

— Non è questo il punto. Se tu prendi la vita di un uomo, egli non ha più niente. Puoi levargli la terra, il suo rango, i pensieri, il nome, ma se gli rubi la vita resta senza nulla. Non ha più speranza.

Lei lo ascoltava con una calma smentita dalle fiammelle che le brillavano negli occhi. — E se dovessi fare una scelta fra la tua vita e la sua, tu quale sceglieresti?

— La mia vita, naturalmente. — Poi ci ripensò e si accigliò un poco. — Almeno credo.

Lei sbuffò rumorosamente. — Questo è assurdo!

Morgon sorrise suo malgrado. — Suppongo di sì. Ma se mai io ammazzassi qualcuno, con che coraggio potrei poi dirlo a Eliard? O a Grim Oakland?

— Chi è Eliard? Chi è Grim Oakland?

— Grim è il mio sovrintendente. Eliard è mio fratello, il mio Erede.

— Oh, hai un fratello? Anche a me piacerebbe averne uno. Ma ho soltanto dei cugini, e la Guardia, che è come una famiglia di sorelle. Hai sorelle tu?

— Sì, una. Tristan.

— Che tipo è?

— Oh, è un tantino più giovane di te, bruna come te. Ti assomiglia un poco, salvo che non è altrettanto brava nell’irritarmi.

Con sua sorpresa, lei rise. — E io ci sono riuscita, vero? — Si alzò in piedi con un unico movimento flessuoso. — Penso che la Morgol non si mostrerà molto compiaciuta di come ho agito con te. Ma tu non potevi pretendere una riverenza, dopo avermi presa a sassate.

— E come potrà venirne a conoscenza, la Morgol?

— Lei sa. — La ragazza rivolse loro un cenno col capo. — Grazie per la vostra musica, Deth. Buona notte. All’alba dovremo essere a cavallo.

Uscì dall’alone di luce rosata, svanendo nella notte così silenziosamente che i due uomini non riuscirono a udire neppure il suo scalpiccio. Morgon srotolò il suo giaciglio. La nebbia delle marcite era salita fino all’accampamento, e con quell’umidità il freddo tagliava come una lama di coltello. Mise un altro ramo sul fuoco e vi si distese il più vicino possibile. Ripensando poi alla loro breve conversazione non seppe trattenere un sogghigno un po’ amaro.

— Se questa mattina le fosse arrivata una lancia in corpo, invece di una sassata, difficilmente si sarebbe congratulata di vedermi girare armato. E vuol anche farmi lezione!

Il mattino successivo poté farsi un’idea di Herun, una terra non molto vasta cinta da catene di montagne, colma come una coppa delle foschie perlacee dell’alba. La nebbia mattutina si addensò a livello del suolo mentre avanzavano sui terreni pianeggianti, dai quali emergevano enormi spunzoni di roccia simili a bizzarre facce deformi. Depressioni erbose, alberi che oscillavano al minimo soffio di vento, e tratti fangosi che risucchiavano gli zoccoli dei cavalli arrivavano e sparivano alle loro spalle, nei banchi di nebbia. Di tanto in tanto Lyra si fermava, in attesa che dalla foschia sbucasse un punto di riferimento con cui controllare la loro posizione.

Morgon, abituato a territori tanto noti che per orizzontarvisi bastava un niente, cavalcò senza la minima preoccupazione finché Lyra, fermandosi per attenderlo un momento, gli disse: — Queste sono le Grandi Paludi di Herun. La città di Corona è dall’altra parte. La sola via attraverso queste sabbie mobili è un dono della Morgol, che pochi conoscono. Perciò, se tu dovessi entrare o uscire da Herun in fretta, passa per le montagne settentrionali e non da questa parte. Molta gente incauta è scomparsa qui senza lasciar traccia.

Morgon osservò con interesse assai maggiore il terreno su cui il cavallo procedeva. — Grazie per avermelo detto.

Ogni tanto i banchi di nebbia si spostavano del tutto, rivelando un cielo azzurro e senza una nuvola, sotto cui la verde pianura umida prendeva improvvisamente vita. Case coloniche e piccoli villaggi sorgevano sulle rare alture del territorio, spesso affastellati ai piedi di picchi granitici isolati come immensi denti sporgenti dal suolo. Quando l’aria si schiarì fu visibile in distanza una strada che biancheggiava in numerose curve sul terreno ondulato. Poi sotto le montagne indistinte che chiudevano l’orizzonte apparve una chiazza violacea. Da un’altura furono in grado di vederla meglio: era una città i cui edifici apparivano geometricamente allineati in numerosi cerchi concentrici, tutti costruiti in pietra rossa, come altrettante sentinelle disposte intorno a un grande palazzo centrale, nero e di forma ovale. Mentre si avvicinavano poterono poi scorgere il fiume, che sgorgava da sorgenti poste nelle montagne settentrionali e scintillava azzurro sulla piana, tagliando in due il grande centro abitato.

— Corona — annunciò Lyra. — Anche conosciuta come la Città dei Cerchi. — Tirò le redini del cavallo, e dietro di lei le ragazze della Guardia si fermarono.

Con gli occhi fissi su quelle lontane file di edifici Morgon disse: — Ho sentito parlare di questa città. Cosa significano i sette cerchi di Herun, e chi li costruì? Rhu, il quarto Morgol, strutturò così la città, costruendo un cerchio di case per ognuno degli otto enigmi che volle porre a sé stesso, e ai quali cercò le risposte. Ma non esaudì del tutto i suoi propositi: il viaggio che intraprese alla ricerca della soluzione dell’ottavo enigma lo uccise. Quale fosse questo enigma, nessuno lo seppe mai.

— La Morgol lo sa — disse Lyra. La frase lo fece voltare di scatto, e qualcosa nelle profondità della sua mente si agitò come un groviglio di spine. La ragazza continuò: — L’enigma che uccise Rhu è quello che la Morgol mi ha detto di proporti: Chi è il Portatore di Stelle, e qual è il legame che lui scioglierà?

Morgon restò senza fiato. Scosse la testa, mentre dalla sua bocca usciva una parola senza suono. Poi riuscì a gridare, con una veemenza che la lasciò sbigottita: — No!

Strattonò le redini per far girare il cavallo, lo spronò e l’animale balzò avanti passando al galoppo sul solido terreno erboso. Morgon si piegò sul suo collo fremente, spronandolo verso la distesa di acquitrini che in distanza apparivano ingannevolmente simili a una piana incolta, ai piedi delle basse montagne. Non udì il tambureggiare di zoccoli dietro di lui finché una massa in movimento non lo costrinse a voltarsi di lato. Rigido per l’ira imprecò, e scosso dai sobbalzi diede ancora di sprone all’animale per incitarlo allo sforzo massimo; ma lo stallone nero continuò ad affiancarlo come un’ombra, senza rallentare né accelerare l’andatura, mentre sotto di loro scorreva la pista piena d’impronte che avevano percorso poc’anzi. Ad un tratto s’accorse che il cavallo non reggeva più il galoppo e lo sentì passare al trotto irregolare con un ansito sfiatato. Qualche istante dopo Deth riuscì ad accostarlo e afferrò con decisione le sue redini, costringendolo a fermarsi bruscamente.

L’arpista aveva il fiato mozzo. — Morgon…!

Lui gli strappò le redini di mano e fece indietreggiare il cavallo. — Io torno a casa! — disse con voce spezzata. — Non sono obbligato ad andare avanti. Decido io il mio destino!

Deth alzò di scatto una mano, come per placare un animale spaventato. — Sì. Puoi fare la tua scelta. Ma non è cavalcando alla cieca fra le paludi di Herun che raggiungerai Hed. Se vuoi tornare alla tua isola, io stesso ti accompagnerò. Ma Morgon, prima rifletti un momento. Tu sei stato addestrato a riflettere. Io posso guidarti attraverso gli acquitrini, ma poi cosa farai? Intendi attraversare di nuovo Ymris? O ti imbarcherai a Osterland?

— Aggirerò Ymris e raggiungerò Lungold… prenderò la strada dei mercanti per Caithnard. Mi travestirò da mercante e…

— E forse sarai così fortunato da approdare vivo a Hed, va bene, ma poi? Rimarrai là, senza nome, legato a quell’isola per il resto della tua vita.

— Tu non capisci! — Gli occhi di lui lampeggiavano come quelli di un animale inseguito. — La mia vita è stata predeterminata… costruita per me da qualcosa… da qualcuno che ha visto ciò che avrei fatto, molto prima che io capissi perché lo stavo facendo. Come poteva Yrth, centinaia di anni fa, vedermi nitidamente al punto di fare quest’arpa per me? e duecento anni fa, chi fu a vedermi ed a proporre al Morgol Rhu l’enigma che lo uccise? Sono stato costretto in un intreccio di avvenimenti di cui non vedo il disegno, che non posso controllare… mi è stato dato un nome che non voglio… ma ho il libero arbitrio! Io sono nato per governare Hed, e quella è la terra a cui appartengo… quello è il mio nome e il mio posto.

— Morgon, tu puoi vedere in te soltanto il Principe di Hed, ma ci sono altri che cercano le risposte alle stesse domande che tu ti poni, e costoro ti hanno dato questo nome: Portatore di Stelle. E non avranno pace finché tu non sarai morto. Ti seguiranno anche là. Vuoi forse aprire a Eriel le porte di Hed? Vuoi che ti cerchino là quelli che hanno ucciso Athol e Spring, e fatto naufragare la nostra nave? Credi che avrebbero pietà dei tuoi contadini, del tuo guardiano dei porci e degli altri? Se adesso torni a Hed la morte cavalcherà con te, e forse la troverai già la ad aspettarti, dietro la porta fracassata della tua casa.

— Allora non andrò a Hed. — Lo sforzo con cui pronunciò quelle parole gli deformò il volto in una smorfia. Evitò gli occhi di Deth. — Andrò a Caithnard, per prendere il Nero e insegnare…

— Insegnare cosa? Quegli enigmi che per te non sono più verità, ma soltanto vecchie favole ingiallite dagli anni…

— Questo non è vero!

— E che ne sarà di Astrin? E di Hereu? Anch’essi sono legati all’enigma della tua vita; e hanno bisogno della tua lucidità, del tuo coraggio…

— Io non ne ho! Non per questo! Mi è accaduto di vedere la morte, ho potuto guardarla e darle il suo nome, ma questa… questa strada che è stata costruita perché io la segua… non posso neanche vederla! Non so chi io sia, né cosa sia nato per fare. In Hed, almeno, ho un nome!

Deth lo fissò con calma. Aveva fatto riavvicinare il cavallo al suo, e allungò una mano a stringergli un braccio. — C’è un nome per te fuori di Hed. Morgon, a che servono gli enigmi di Caithnard e le loro interpretazioni se non per questo? Stai facendo come Sol di Isig, paralizzato dalla paura fra la morte e una porta che era stata chiusa per centinaia di anni. Se non hai fede in te stesso, abbila nelle cose che hai studiato e che definisci verità. Tu sai ciò che deve essere fatto. Può darsi che tu non abbia il coraggio, o la fede, o la comprensione, o la volontà difarlo, ma sai cosa va fatto. Non puoi tornare indietro. Non ci sono risposte dietro di te. Temi ciò di cui non conosci il nome? Allora affrontalo e cerca di saperne il nome. Tieni lo sguardo rivolto innanzi a te, e impara. Fai ciò che deve essere fatto.

Il vento che cominciava a soffiare con forza giù verso la pianura li investì con una raffica, piegando al suolo le erbe. Dietro di loro, fulgide come fiori scarlatti messi in fila, le guardie della Morgol attendevano.

Morgon fissò le redini che stringeva in pugno, come se fossero le redini della sua vita. Rialzò poi lentamente lo sguardo. — Non fa parte delle tue mansioni, come arpista del Supremo, darmi questi avvertimenti. O mi parli come a uno che abbia il diritto d’indossare il Nero dei Maestri? Nessun maestro degli enigmi a Caithnard mi ha mai dato questo nome, Portatore di Stelle; non sanno neppure che esso esista. E tuttavia tu lo hai attribuito a me con naturalezza, come se ti fossi aspettato di doverlo fare. Quale speranza che nessuno salvo te ha mai visto, quale enigma, scorgi dentro di me? — L’arpista, distogliendo all’improvviso gli occhi dai suoi, non rispose. Morgon parlò con voce più alta: — Io ti chiedo questo: chi era Ingris di Osterland, e perché morì?

Deth gli tolse la mano dal braccio, con espressione un po’ stranita. Dopo un momento rispose: — Ingris di Osterland fece adirare Har, il Re di Osterland, poiché una notte egli apparve sotto le spoglie di un vecchio alla porta di Ingris, il quale rifiutò di farlo entrare. Così il Lupo-Re gettò su di lui questa maledizione: se il prossimo sconosciuto che avrebbe bussato alla porta di Ingris non gli avesse detto il proprio nome, Ingris sarebbe morto. E il primo sconosciuto che giunse, dopo che Har se ne fu andato, era… un certo arpista. Questo arpista diede a Ingris tutto ciò che lui gli chiese: canzoni, racconti, gli prestò la sua arpa, gli disse dei suoi viaggi… tutto, salvo il nome che Ingris voleva sentire e che gli chiese disperatamente. Ma ogni volta che Ingris gli domandava il suo nome l’arpista riusciva a rispondergli solo con un sussurro, e quando infine egli riuscì a capire il suo sussurro credette di udire questa parola: Morte. Così, intimorito da Har e disperato per la maledizione, egli sentì che il suo cuore si stava fermando e morì. — Deth tacque a disagio.

Il volto di Morgon s’era fatto più calmo mentre ascoltava. Accigliato mormorò: — Io non ho mai voluto pensare… Ma avresti potuto dare a Ingris il tuo nome. Il nome completo. L’interpretazione è: dai agli altri ciò che essi ti chiedono per poter vivere.

— Morgon, c’erano cose che io non potevo dare a Ingris, e cose che non posso dare a te adesso. Ma ti giuro questo: se porterai a termine questo tuo duro viaggio a Monte Erlenstar, ti darò tutto ciò che mi chiederai. Sarei disposto a darti la mia vita.

— Perché? — sussurrò lui.

— Perché tu porti tre stelle.

Morgon rifletté qualche momento; scosse la testa. — Non avrei mai il diritto di chiederti una cosa simile.

— La decisione spetterà a me. Hai pensato che quell’interpretazione si applica anche a te? Devi dare agli altri ciò che ti chiedono.

— E se io non potessi?

— Allora, come Ingris, tu morirai.

Morgon lasciò vagare gli occhi sul terreno molle, mentre il vento sembrava trarre lievi vibrazioni d’arpa dalle fronde degli alberi e gli faceva svolazzare il mantello e i capelli. Infine fece girare il cavallo e lo diresse lentamente verso il luogo dove aspettavano le Guardie. Senza far commenti le ragazze in uniforme rossa ripresero a scortarli verso la Città dei Cerchi.

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