Domenica è stata una giornata infernale con pioggia a dirotto fino a sera, ma la scampagnata con il direttore dell'ufficio acquisti, conte dottor Mughini, era stata programmata da tempo.
L'appuntamento era alle 4 del mattino sotto la casa del conte. Fantozzi alle 3 e venti era già in attesa, stravolto dal sonno. Non aveva dormito per paura di non svegliarsi e aveva due borse sotto agli occhi che gli arrivavano fino alla vita. Il conte si presentò a mezzogiorno in punto: “Mi scusi, mi ero assopito”. Partirono; volle guidare il conte. Dopo tre ore tremende di macchina lungo una strada tutta a curve, nella quale Fantozzi vomitò anche il polmone sinistro, arrivarono alla “Trattoria del cacciatore”: un posto tragico, su una curva pericolosissima, con continuo passaggio di macchine lanciate a folle velocità. Ogni 26 minuti un'utilitaria usciva di strada: ed entrando dalle cucine raggiungeva la sala ristorante e falciava il novanta per cento degli avventori. Ma c'era una tale ressa, in piedi ad aspettare, che gli investiti venivano subito rimpiazzati da nuovi clienti. Fantozzi e il conte aspettarono ventitrè minuti esatti. Poi, dopo il dodicesimo incidente, presero posto. Era finito tutto e mangiarono solo una squallida spaghettata al burro.
“Venga,” il direttore si alzò dandogli una tremenda manata sulle spalle, che gli fece ingoiare l'ultima capsula d'oro, “andiamo a farci la partita di bocce.”
Fantozzi non aveva osato dirlo al conte Mughini, ma non aveva mai preso una boccia in mano in vita sua. Quando venne il suo turno si fece un grande silenzio nella valle, le tribune si riempirono di spettatori. “Venga adagio qui sul pallino!” gli ordinò il conte. Fantozzi giocò così debolmente che la boccia fece solo due giri e si fermò a dieci centimetri dalla linea di partenza.
Fantozzi era nervoso e gli sudavano le mani. “Cosa fa, dorme?” gli urlò il conte facendolo sobbalzare. “Tocca a lei, sa, giochi le sue bocce!” Questa volta Fantozzi giocò con grande violenza e colpì netto una tibia di un giocatore, che lasciò la partita ululando. Per farsi coraggio, tracannò una bicchierata di vino che lo travolse, e partì. Veniva giù dalle colline in un silenzio orrendo. Quando fu a un chilometro dal campo inciampò in un arbusto, e fece un volo di dodici metri in un cespuglio spinato. Si distrusse completamente l'abito della domenica (era una pesantissima “grisaglia” che nei suoi piani gli doveva durare quindici anni). Lacero e sanguinante si alzò, il vino stava facendo il suo effetto. Entrò ansimando e con la vista annebbiata in campo e da quattro metri sparò una cannonata terrificante: la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore.
Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all'uomo degli ultimi centovent'anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c'erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti. Ora si trova nel canile municipale di Montezemolo in attesa di processo. I molossi napoletani lo guardano con disprezzo.