FANTOZZI IN TRENO

Un giorno c'era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po' d'acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull'acquaio e gli sorrideva, poi scomparve.

“Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un'aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”.

Facendo queste considerazioni Fantozzi finì di preparare la valigia. Ci aveva messo dentro anche un grande thermos con acqua fatta con le cartine Idriz: non voleva soffrire la sete durante il viaggio. Si recò alla stazione centrale in autobus e lesse che nei posti dei miliardari (Costa Smeralda, Saint Tropez, Scorpios) c'erano un sole e un tempo splendidi. Alla stazione centrale trovò invece un nubifragio terrificante. Sui marciapiedi c'era una gran folla in attesa di un convoglio speciale.

Quando il convoglio arrivò scoppiò una tremenda battaglia a valigiate sui denti. Ventisei “non milionari” caddero subito sotto il convoglio, che non si fermò neppure. La battaglia dalla banchina continuò negli scompartimenti. Un impiegato del comune, che tentava di occupare uno scompartimento con un unico cappellino bianco da mare, fu gettato fuori dal finestrino. Due ore dopo la partenza del treno la situazione cominciò a stabilizzarsi. Scoppiavano ancora delle brevi risse isolate quando ad esempio cadeva una valigia uccidendo la vecchia madre di qualche viaggiatore, ma la cosa finiva lì.

Nello scompartimento di Fantozzi c'era un odore di malga alpina. Per uno scossone del treno, a Fantozzi cadde una frittata di cipolle in testa mentre un bambino precipitava dal finestrino. Il padre voleva tirare l'allarme, ma gli altri viaggiatori si opposero.

Alla quarta ora di viaggio erano tutti in canottiera. Cominciavano già a circolare i primi viaggiatori in mutande. Un compagno di scompartimento che era al finestrino disse a Fantozzi “Senta che buon profumo di campagna!”. Fantozzi si sporse e fu centrato da una cartata di rifiuti. Non fece commenti.

Alla prima grossa stazione rischiò l'acquisto di un cestino da viaggio. Gli era venuta fame vedendo i suoi vicini che divoravano di tutto con violenza, dai polli ai bambini più teneri: “Cestino! Cestino,” gridò “quant'è?” chiese mettendo mano al portafoglio: “Mille e duecento” rispose l'uomo col carrello. Gli passò duemila lire e prese il cestino in attesa del resto. In quel momento il treno cominciò a muoversi e il venditore finse di mettersi a correre con le ottocento lire. Fantozzi si sporgeva e allungava il braccio in maniera telescopica, mentre il treno acquistava velocità. Improvvisamente il venditore inciampò (o finse di inciampare) Fantozzi rimase con il braccio teso mormorando: “Il mio resto… mi viene il resto…”.

Quando aprì il cestino era curioso come un bambino che apre il pacco di Natale. Ne estrasse nell'ordine: un sacchetto col sale, uno col pepe, una forchettina di plastica, un coltellino di plastica un cucchiaino, gli stuzzicadenti, un bicchiere di cartone, un ala di pollo (pure di plastica) e una mela. Ci rimase male. Addentò il pollo, ma era di materiale cosi gommoso che gli schizzò fuori dal finestrino. La mela era bacata. Non c'era da bere, il treno stava attraversando una landa desertica, il sole batteva sulle lamiere roventi della vettura. Tutti cominciarono prima a lamentarsi poi a urlare per la sete. Fantozzi aveva il suo prezioso thermos in valigia con l'acqua fatta con le cartine, ma decise di non bere perché temeva il linciaggio.

Intanto si era sparsa la psicosi degli attentati dinamitardi ai treni popolari. “Maledetti,” gridava la gente “se la prendono con noi poveracci! Fa' che ce ne capiti uno sotto le mani.” In quel preciso istante, per il gran caldo, esplose il thermos nella valigia. Fantozzi venne salvato dall'impiccagione da alcuni agenti della Polfer; lo portarono nuovamente in città, in carcere. In attesa di essere interrogato, fu messo in uno stanzone pieno di contestatori capelloni con barba. Parlavano con sguardi ispirati della “tattica della guerriglia nella giungla boliviana”. Fantozzi ascoltava senza capire. Concluse, per suo conto, che a lui sarebbe stata più utile l'arte della guerriglia nei corridoi della ditta con i suoi direttori.

I contestatori prepararono una bomba rudimentale. “Ecco un cocktail Molotov” gli dissero: e lui, che aveva una sete tremenda, tracannò tutta la bottiglia. In quel momento lo chiamarono per un interrogatorio; lo fecero sedere e gli offrirono una sigaretta. Appena gliela accesero, la stanza fu squarciata da una tremenda esplosione. Fantozzi fu rinchiuso nel braccio della morte.

In serata i contestatori lo fecero fuggire. Correvano con bandiere e scritte rivoluzionarie verso il centro della città. Fantozzi, che era in testa, li guidò verso la sua società. Voleva dar fuoco all'edificio, per garantirsi almeno un mesetto di ferie. Quando furono davanti all'ingresso principale lui cominciò a urlare: “Al fuoco, al fuoco, hanno ragione gli studenti, farebbero bene a…”. Dalla porta uscì il suo direttore generale, faccia a faccia gli chiese: “Farebbero bene?…”, “… a studiare” concluse Fantozzi con un tragico sorriso.

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