Nel mese di maggio ha luogo la famosissima Fiera Campionaria di Milano.
Giunse notizia alla società che c'era la possibilità di visitarla, a condizioni economiche favorevolissime. Decisero allora di organizzare una spedizione di impiegati.
Partenza in pullman alle cinque del mattino, quattro gradi sotto zero! Sotto una pioggia torrenziale e con qualche nevicata isolata. Si erano attrezzati tutti contro quel tempaccio: fiaschi di vino. Tutti si ripetevano: “Beva, che fa sangue!” Si levarono subito i primi tristissimi canti della montagna, e al casello dell'autostrada il pullman fu anche investito da alcune valanghe. I canti erano così belli che per il vino e per il grande impegno interpretativo e per il freddo molti avevano le lacrime agli occhi. Gli italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.
Si esaurì subito il repertorio dell'arco alpino e dopo una breve carrellata di canti abruzzesi si passò a canti armeni. All'autogrill scese a prendere un caffé un branco di avvinazzati. E qui il dottor Lucidi dell'ufficio personale, che era stato assunto per una sua bellissima tesi di laurea dal titolo “L'orientamento professionale dei giovani”, perse completamente l'orientamento, causa vino, sbagliò scala e salì su di un pullman sulla corsia di ritorno: alle nove del mattino di quella domenica era già di ritorno a casa completamente distrutto e in uno stato di ubriachezza molesta, guardato con diffidenza dai vicini che cominciarono a pensarlo un debosciato perdinotte.
Il pullman venne posteggiato ai parcheggi più vicini, e cioè a trenta chilometri dal recinto della fiera. In quattro ore di marcia arrivarono ai cancelli, ed ecco l'ordine di arrivo: I° Filini 4 ore e 16', 2° Semenzi a 6', 3° Fantozzi a 12', che era stato in testa per tutta la gara ed era poi crollato clamorosamente nel finale. Furono classificati a pari merito tutti gli altri, tranne Leone e Mughini dell'ufficio sinistri, arrivati fuori tempo massimo (quando avevano già tolto il traguardo).
All'ingresso Fantozzi radunò il gruppo e disse: “Stiamo sempre uniti!”. Ed entrarono… Persero immediatamente i contatti. Fantozzi, che era entrato in testa, fu subito travolto da una nuvola di giapponesi (saranno stati un centinaio, erano tutti raggruppati in un metro quadrato. In quell'occasione Fantozzi capì che Tokio non è la città più grande del mondo, ma sono i giapponesi che sono piccoli) e portato al padiglione della scienza e della tecnica che aveva giurato che non avrebbe mai visitato.
Filini, che aveva affidato il portafoglio alla moglie, intorno a mezzogiorno fu costretto all'accattonaggio più umiliante per un tozzo di pane.
Molti approfittarono di quell'occasione per lasciare definitivamente la famiglia e fuggirono nella lontana Erzegovina.
Ogni tanto c'erano dei commoventi incontri con le famiglie, con abbracci e scene di entusiasmo, ma in due o tre minuti quei poveracci avevano nuovamente perso i contatti. Le visite ai padiglioni si facevano più che altro nella disperata ricerca della famiglia e del proprio gruppo.
Fantozzi entrò con un gruppo di agenti segreti valacchi nel padiglione dei vini. La cosa gli fu fatale, uscì dopo due ore con un gruppo aziendale di Sesto S. Giovanni: erano tutti in mutande e cantavano a pieni polmoni canti di protesta del 1848. I protestatari entrarono nell'attiguo padiglione spagnolo dove tutti comperarono delle gigantesche sciabole di Toledo. Ed è qui che il gruppo di Fantozzi si scontrò all'arma bianca con un gruppo di Pescara: fu uno scontro brevissimo e fortunatamente incruento, ma una scena terrificante.
All'uscita del padiglione dei vini c'era una mostra di scavatori grandi come dinosauri e Fantozzi, che era in uno stato di grande euforia, fu qui ritrovato dalla moglie mentre trattava l'acquisto di una gru da trecento milioni.
L'altoparlante incominciava a pregare i visitatori di andare a ritrovare nel padiglione rumeno i bambini perduti, credo fossero cinquemila, e all'interno si sentivano già i rumori degli spari delle molte esecuzioni sommarie.
Il ragionier Filini entrò in un grande padiglione in vetro dove si teneva una tavola rotonda. Certamente equivocando cercò di ordinare ai severi signori in riunione una pizza. Ci vollero due ore per spiegare a Filini la differenza che corre fra una tavola rotonda e una tavola calda. Quando Filini trovò finalmente un self-service fu subito catturato dai solerti inservienti portato nelle cucine e fatto alla livornese: Filini assomiglia tragicamente a una triglia. Fu servito quasi subito in un piatto di cellofan a un gruppo di esterrefatti colleghi. Aveva due ciuffi di prezzemolo sotto le ascelle, un limone in bocca, e gli avevano pietosamente risparmiato la carota. Alla prima forchettata alle natiche fece dei curiosi gridolini.
Fantozzi ubriaco come una bestia, entrò nella rotativa del padiglione del giornalismo e venne stampato e letto con curiosità dalla moglie.
Alla sera nessuno ritrovò il proprio pullman. Solo il venticinque per cento dei partiti fece ritorno in città a piedi sotto una pioggia battente inseguiti anche da branchi di lupi che da 150 anni non facevano la loro comparsa in quelle zone.
L'indomani tutti in ufficio: era ricomparso il sole. I megapresidenti partirono allora per la Costa Smeralda.