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L’attenzione di Gaspard fu richiamata sulla discussione principale da uno sbalorditivo annuncio di Ruggine.

Il cervello incapsulato non aveva mai letto, nei suoi due secoli di esistenza, un solo libro prodotto dai mulini-a-parole.

La prima reazione di Flaxman fu di orrore incredulo, come se Ruggine gli avesse detto che lui stesso e i suoi ventinove compagni erano stati ridotti all’idiozia da una carenza sistematica di ossigeno.

L’editore, sebbene riconoscesse di avere evitato nei primi anni le sue responsabilità come custode fiduciario del Trust dei Cervelli, tendeva ad accusare il personale della Nursery di colpevole negligenza per non aver fornito ai propri pupilli la più elementare alimentazione letteraria.

Ma la signorina Bishop affermò seccamente che Niente Merce dei Mulini era addirittura una regola (che Flaxman avrebbe dovuto conoscere!) stabilita da Daniel Zukertort quando aveva organizzato la Nursery: le sue trenta menti disincarnate dovevano ricevere soltanto il più puro nutrimento intellettuale e artistico, e l’inventore aveva considerato la produzione dei mulini come un genere corrotto.

Forse, qualche libro dei mulini-a-parole era stato introdotto abusivamente ogni tanto dalle prime e meno responsabili bambinaie, ma in genere la regola era sempre stata rigorosamente osservata.

Ruggine confermò tutto questo in ogni particolare, ricordò a Flaxman che egli stesso e i suoi compagni erano stati scelti da Zukertort per la loro devozione all’arte e alla filosofia e per il loro disprezzo per la scienza e in particolare per l’ingegneria; ogni tanto avevano provato una certa curiosità nei confronti dei libri prodotti dai mulini, proprio come un filosofo può provare una certa curiosità verso i fumetti, ma non era mai stata molto grande; la regola Niente Merce dei Mulini non era stata spiacevole, per loro.

Poi Cullingham intervenne per osservare che era una fortuna che le teste d’uovo non avessero letto la produzione dei mulini-a-parole, perché sarebbero state in grado di sfornare una narrativa molto più fresca e naturale, non conoscendo la produzione artificiale con la quale dovevano mettersi in concorrenza. Invece di mandare alla Nursery una completa biblioteca di letteratura mulinesca, come aveva consigliato Flaxman, la regola Niente Merce dei Mulini avrebbe dovuto divenire anche più rigorosa, sostenne Cullingham.

La discussione continuò in un circolo vizioso su quell’argomento; e Flaxman e Cullingham continuarono a sfornare le loro persuasioni più zuccherose e massicce.

Dopo aver completato la sua marcia di avvicinamento, Gaspard si trovò finalmente accanto alla signorina Bishop, che si era ritirata in un angolo dell’ufficio da quando Ruggine aveva preso a parlare speditamente.

Come ammetteva sinceramente di fronte a se stesso, Gaspard provava una notevole attrazione per quella affascinante quanto acida ragazza. Ora, con la destrezza che nasceva dal desiderio sessuale, cercò di ingraziarsela esprimendole la sua semisincera comprensione per i cervelli nelle circostanze attuali. Bisbigliò per un pezzo e con molto successo (secondo lui) parlando della sensibilità solitaria dei cervelli, dei loro raffinati principi etici, del crasso metodo di approccio dei due editori, dei concetti letterali di Cullingham, eccetera, e concluse:

— Secondo me, è una vergogna che i cervelli debbano subire tutto questo.

La ragazza lo sbirciò con freddezza.

— Lo credete davvero? — sussurò. — Io no, invece, decisamente. Credo che sia un’idea sensata, e Ruggine è uno sciocco se non lo capisce. Quei marmocchi hanno bisogno di aver qualcosa da fare, hanno bisogno di entrare in contatto con il mondo, a costo di buscarsi qualche livido. Mio Dio, quanto ne hanno bisogno! Se volete sapere il mio parere, i nostri principali si comportano in modo molto nobile. Specialmente il signor Cullingham è un uomo molto migliore di quanto io lo abbia mai giudicato. Vedete, comincio a credere che voi siate veramente uno scrittore, signor Nuit. Avete parlato proprio da scrittore. Sensibilità solitaria, proprio! E allora badate alla vostra torre d’avorio!

Gaspard si sentì considerevolmente scosso.

— Be’, se credete che sia un’idea così bella — le disse — perché non lo fate notare subito a Ruggine? Vi ascolterebbe, secondo me.

La ragazza gli lanciò un’altra occhiata burbera.

— Povera me, siete anche un grande psicologo, oltre che uno scrittore! Dovrei intervenire e mettermi dalla loro parte mentre stanno discutendo tutti con Ruggine? No, grazie.

— Dovremmo discutere esaurientemente l’argomento — suggerì Gaspard. — Cosa ne direste di andare a cena insieme, questa sera… se vi lasciano uscire dalla Nursery?

— La proposta non mi dispiace — disse la ragazza. — Purché voi abbiate in mente soltanto la cena e una conversazione.

— Cos’altro dovrei avere in mente? — disse in tono mite Gaspard, stringendosi mentalmente la mano per congratularsi con se stesso.

Proprio in quel momento l’uovo interruppe una argomentazione che Flaxman stava sviluppando a proposito del debito che le teste d’uovo avevano nei confronti dell’umanità, con un “Ora, ora, ora, ora, ora state a sentire”.

Flaxman tacque.

— Voglio dire qualcosa, non interrompetemi — fece la voce metallica uscendo dall’altoparlante. — Io vi ho ascoltato a lungo. Sono stato molto paziente, ma è necessario dire la verità. Apparteniamo a mondi diversi voi incarnati e io: anzi, è qualcosa di più di due mondi diversi, perché dove io sono non esiste un mondo… né materia, né argilla, né carne. Io esisto in una oscurità a paragone della quale lo spazio intergalattico è irradiato di luce.

“Voi mi trattate come un bambino prodigio, ma io non sono un bambino. Sono un vecchio sull’orlo della morte, e sono un bimbo nel grembo materno… e sono più o meno di una cosa e dell’altra. Noi disincarnati non siamo geni, non siamo pazzi e non siamo dèi. Giochiamo con le follie come voi giocate con i vostri balocchi e, più tardi, con i vostri strumenti. Noi creiamo mondi e li distruggiamo in ognuna delle vostre ore. Il vostro mondo non è nulla per noi… solo un triste schema in più fra milioni di altri. Nel nostro modo intuitivo e non scientifico noi sappiamo tutto ciò che vi è accaduto molto meglio di quanto lo sappiate voi stessi, e a noi non interessa minimamente.

“Una volta un russo scrisse un racconto su di un uomo che per scommessa si era fatto chiudere, solo, per cinque anni, in una comoda stanza. Nei primi tre anni chiese molti libri, il quarto anno chiese i Vangeli, il quinto anno non chiese più nulla. La nostra situazione è la sua, intensificata mille volte. Come potete pensare che ci abbasseremmo a scrivere libri per voi, a escogitare combinazioni e variazioni dei vostri pruriti e dei vostri odi?

“La nostra solitudine è al di fuori della portata della vostra comprensione. Striscia, e rabbrividisce, e soffre eternamente. Trascende la vostra solitudine come la lenta morte per tortura trascende il caldo, roseo spegnersi per avvelenamento da barbiturici. Noi soffriamo questa solitudine e di tanto in tanto ricordiamo, senza affetto, lasciatemelo dire, l’uomo che ci ha messi in questa condizione, quell’inventore-chirurgo odiosamente geniale ed egomaniaco che voleva una biblioteca privata di trenta menti prigioniere con cui filosofeggiare, e il mondo che ci consegnò alla notte eterna e che poi continuò barcollando, dondolando, aggrappandosi lungo la sua vecchia strada.

“Un tempo, quando avevo ancora un corpo, lessi un racconto di orrore soprannaturale scritto da Howard Philips Lovercraft, uno scrittore che morì purtroppo troppo presto per avere la possibilità di subire l’operazione di Divorzio Psico-Somatico, ma che può darsi abbia ispirato a Daniel Zukertort tale invenzione. Questo racconto, Colui che sussurrava nel buio, era una fantasia su certi rosei mostri alati venuti da Plutone che mettevano i cervelli degli uomini in cilindri metallici, simili alle nostre uova di metallo. Voi siete quei mostri, voi, voi, voi. Ricordo come finiva quel racconto: si svolgeva una scena eccitante, ma soltanto alla fine di essa, il narratore si accorgeva che il suo amico più caro l’aveva ascoltata, impotente, da una di quelle capsule di metallo. Poi ripensava al destino del suo amico che, ricordatelo, è anche il mio!… e tutto quello che riusciva a pensare era, cito testualmente: ‘…e per tutto questo tempo è stato in quel fresco cilindro lucente sullo scaffale… povero diavolo…’.

“La risposta è ancora No. Ora staccatemi, signorina Bishop, e riportatemi a casa”.

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