Sono tornato a Roma in silenzio. Ho viaggiato sul velocissimo Frecciarossa perché avevo fretta e m’ero ripromesso di chiedere al ministero degli Esteri dove trovare la sede centrale della Dante Alighieri, che promuove la diffusione della lingua italiana nel mondo.
Il super rapido mi ha portato a Roma in sei ore: era partito con un’ora di ritardo, poi ha avuto un deragliamento insignificante a Nonantola e, al passaggio a livello custodito di Torontola, ha decimato un gregge di pecore facendo sparire due pastori. In serata, prima di entrare alla stazione Termini, sono stati staccati furtivamente dal muso del treno dai due macchinisti.
Prendo un taxi, il tassista puzzava come una capra marcia. Io, per sembrare simpatico: «Come va?»; e la capra marcia: «Ma li mortacci tua de li mortanguerieri… C’ho ‘n abbiocco da paura! A morè, ho fatto ‘na stronzata: prima de prenne servizio me so’ bevuto ‘na cofana de rigatoni co’ ‘a pajata…».
E io timidamente: «Mi scusi, non ho capito. Le consiglierei di andare a sciacquare i panni in Arno». Quello inchioda la macchina e scende. È un gigante, sradica la portiera: «Scenni, pezzo demmerda, voi fa’ crede’ a tutto er monno che me so’ cagato sotto!?».
Ho raggiunto il ministero degli Esteri a piedi. Al quinto piano un funzionario quasi cieco mi dice: «Mi deve scusare per questa menomazione dovuta a cause ignote. Ora vado a cercarle gli indirizzi». Si allontana e immediatamente compare un usciere che, con voce da serpente: «Io sono un uomo buono, ma sono costretto a dirle le vere cause della menomazione: è diventato cieco perché sua moglie ha avuto una lunga relazione con un asino di Mogadiscio malato di sifilide». E scompare.
Rientra il funzionario, ma questa volta con occhiali neri, cane lupo e bastone bianco: «Mi dispiace, ma la Dante Alighieri ha cessato da un’ora esatta la sua attività in Italia, perché il presidente Leale Onesti è scappato in Turchia con la cassa. Fortunatamente restano operativi ancora due centri: uno a Adelaide in Australia, e l’ altro, più vicino ma con una gran brutta fama, a Madrid. Ecco gli indirizzi e buona fortuna!».
«Buona fortuna a lei!» ho detto, ma prima di entrare in ascensore ho sentito un clangore inquietante di vetri. Il cane, che era alla sua prima esperienza, purtroppo aveva “suicidato” il funzionario dal quinto piano e si era recato velocemente all’ Ufficio collocamento, per trovare un lavoro come cane antidroga, di cui era ghiotto.
Per raggiungere la Spagna ho deciso di non rischiare più i treni italiani o gli aerei della compagnia di bandiera, ma d’imbarcarmi sul traghetto Genova-Barcellona.
Ho raggiunto il capoluogo ligure con l’ autostop, e dopo tre ore d’attesa sotto una pioggerellina infernale a Settebagni alle porte di Roma mi ha dato un passaggio un tir turco. L’equipaggio era formato da tre pastori analfabeti dell’ Anatolia centrale: erano molto anziani e avevano delle facce di cuoio scuro. Uno ha detto: «Io Tarik, quello è Tarok, lui è Barak. E ora tu togli bantalone e mutanda e metti giù tipo pecora, perché noi molto tempo che non fare niente, neppure con capra o grandi oche bianche. E adesso tu fa pecora e si vuoi puoi anche fare beee, se prova gusto».
Sono diventato prima rosso bandiera, poi bianco neve. Mi tremavano le mani e al posto della lingua avevo una spugna greca gonfia di orina turca.
Io: «Cerchiamo di chiarire subito che non ho mai fatto la pecora, né intendo cominciare una nuova carriera». Poi li ho guardati negli occhi fosforescenti: «Che razza di intenzioni avete? Farabutti. Ma voi lo capite l’ italiano, almeno?».
Tarik: «Nostri nonni intuivano qualche parola, ma ora italiano è lingua fossile. Mettiti a pecora e, se vuoi, ulula!».
Ho ululato durante tutto il tragitto.
A Genova sono sceso senza ringraziare. Zoppicavo impercettibilmente.
Il traghetto Tsunami era strapieno, e rivolgendomi al nostromo ho domandato: «Com’è il mare fuori?».
Quello, con un ghigno satanico: «Gh’è o Libeccio ch’o piggia da-o mascun, vuscià fra mez’oa aviei bezeugno den turtaié».
«Scusi, non ho capito.» Volevo consigliare lo sciacquìo in Arno ma… Un minuto: la nave ha messo il muso fuori dalla diga foranea e si è sentito un botto come se avesse urtato contro un sommergibile tedesco della Prima guerra mondiale. L’altoparlante, in inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, arabo e cinese: “Ci scusiamo per il mare, che non è completamente tranquillo, e invitiamo i signori passeggeri a lasciare il ponte e mettersi al riparo nelle loro cabine, legati ai letti, dopo aver indossato le cinture di salvataggio e, se li avete, degli elmi tedeschi!”.
Sono scomparsi quasi tutti; sul ponte gli unici fermi e sorridenti i passeggeri italiani. Uno di questi, che rideva più degli altri, ha domandato: «Ma che cazzo ha detto l’ altoparlante? È già pronto da mangiare?». E il nostromo: «Ninte, l’è solo che l’ annunsi in lengua italiana no li capisce ciù nisciun. O gh’à dito solo de mettìse legati inte gabinne».
E io, timidamente: «Ma non avete mai pensato a sciacquare i panni…». Non ho finito, perché è cominciato l’ inferno.
Prima ha iniziato a urlare un avvocato omosessuale di Firenze: «Dio bonino, sce l’ abbiamo nel culo!». Poi due travestiti di Udine: «Mior di cussi, no jere ce che tu volevis?».
A questo punto ha cominciato a urlare in mezzo al salone il comandante Colombo dì Genova, che era in alta uniforme: «Belìn! Cosa o dixe Fanti… l’ ante… l’ antuparla… Belìn. me son incartòu…» e si è vomitato nel cavo delle mani, nel berretto e poi sul pavimento, dicendo: «Belìn, che ma». Allora hanno vomitato tutti, compreso il nostromo. Si vomitavano addosso senza scusarsi, uno spettacolo memorabile.
Mi sono avvicinato al comandante che aveva la testa infilata in un’ombrelliera di rame. Gli tocco delicatamente la spallina destra: «Mi scusi dottore, perché non mandate qualcuno a sciacquare i panni…». Riemerge la testa di Colombo. Era violaceo, vomitava dal naso e anche dalle orecchie: «Ma vanni a da via o cù, abbelinòu!».
Mi sono rifugiato nelle cucine, dove lo chef, Italo Venesian, vomitava a spron battuto in una pentola. Vedendomi entrare ha alzato gli occhi a fatica e ha mormorato: «Questo ze el risotto co’ ‘e seppie…». E vomita nella tasca, respira profondamente: «Mi lo fasso anco co’ ‘e masanete… La ze bona come la fasso mi, se poi fidar». Poi è andato giù con la testa nella pentola.
A Barcellona, solo i cinquecento passeggeri stranieri sono scesi con le facce viola. Dei rimanenti duecentocinquanta, tutti italiani: venticinque si erano buttati in mare di fronte a Nizza, cento caduti fuori bordo durante la traversata del terribile Golfo del Leone. Il comandante Colombo si era buttato in mare subito dopo l’ uscita dalla diga foranea, con la testa ancora nell’ ombrelliera di rame. Centoventicinque calzolai di Milano si erano chiusi nelle loro cabine, e a chi bussava per stanarli rispondevano: «Tachete ti i tò tac! Che mi me tachi mi i mè tac!». L’unico straniero rimasto era un tedesco di Wiesbaden. Era seduto al bancone del bar di prima classe: «Prindo zum prosit a passecceri taliani che si comporta da stupidino, e ke sempre pefe fino, e canta con kitara e mantolino, baffo nero e mai dice ferità! Tice cosa e fa altra. Solo noi teteski furbi!». Tracanna un bicchiere di grappa friulana, nitrisce, fa una corsa di cento metri e urla: «Heil Hitler!» e si tuffa ad angelo nella piscina di prima classe. Era vuota!
Nel frattempo lungo la calata contavo i soldi: «Devo risparmiare, a Madrid ci arrivo in autostop».
Dal fondo della strada, ruggendo, arriva il terrificante tir turco. Una frenata oscena e il camion quasi cappotta clamorosamente. Si sono spalancate le porte e con gli occhi fosforescenti per l’ intenso desiderio sono scesi con un balzo Tarik, Tarok e il capobanda Baruk. Urlacchiando delle parole in un dialetto della Cappadocia, mi hanno abbrancato; ho iniziato a urlare come un maiale che sta per essere sgozzato: «Vi prego, nooo! Abbiate pietà! Non voglio fare la pecora!».
E Baruk: «Oggi pecora no in programma, perché tu fare cristiano» e mi hanno buttato come un sacco nell’ abitacolo del tir, che si è allontanato verso il tramonto.
Dopo quarantacinque ore di viaggio, a notte fonda, il camion è arrivato nel centro di Madrid fermandosi a Calle de Velàzquez. Con un cigolio sinistro si è aperta la portiera di destra e, a fatica, sono sceso zoppicando, questa volta in maniera madornale.
I turchi, sghignazzando in turco, sono ripartiti senza salutare. Ho urlato: «Mascalzoni! Vi denuncio alla Corte Suprema…».
Un guardiano notturno in bicicletta mi ha puntato alla tempia una rivoltella giocattolo. «Desculpame la curiosidad, està lingua che elio usa es sanscrito?»
«Perfetto! Lei è un uomo di cultura.»
«Escuciame, ma no comprendo el sanscrito.»
Erano le tre del mattino, stanco morto ho dormito buttato per terra alla Puerta de Alcalà, vicino al parco del Buen Retiro, in un groviglio di mendicanti.
Mi ha svegliato verso le otto del mattino il traffico di Madrid. Ero solo.
A una guardia civil ho domandato: «Signore, per favore, sa dirmi dove si trova l’ istituto italiano Dante Alighieri?».
Quello: «No comprendo, digame la verdad, ustè habla lappone?».
«Grazie lo stesso» ho risposto.
E lui minaccioso: «Senor, jo soi una guardia civil, es necessario che jo l’ aiuta, no hablo lappone, conoce qualche palabra de armeno?».
«Io parlo solo italiano, abbia pietà.»
«No, debe hablar una lingua viva, no fósil!»
Alla Puerta del Sol mi ha salvato una nana di origine italiana, suor Clementina, che era stata appena accoltellata alla spalla da padre Banderas, che la odiava. Ha detto: «Claro que si, senor, la Dante Alighieri es in Calle Recoleto, 5… Adios» ed è morta sul porfido grigio della piazza.
Dal numero 5 di Calle Recoleto uscivano zaffate di minestra di broccoli assieme alla musica assordante dei Gipsy King.
Ho suonato. All’ interno qualcuno cantava a squarciagola: “Jo no soi Maria Dolores! Jo no soi Maria Dolores!..”.
Ancora una scampanellata.
Si apre una finestrella al primo piano, si sporge la testa di un uomo con un cappello da cuoco, folti baffi neri e un fazzoletto rosso annodato al collo: «Qui es?».
«Mi scusi, signore, è la Dante Alighieri?»
«A chi? No amigo, jo soi Clementino Fraga!»
«Ma scusi, non conosce Dante Alighieri?»
«Jo no save, no conoce. Es un goleadòr del Real Madrid de madre lituana?»
«Ma lei, scusi, cosa fa?»
«Como que fabe? Jo trabaço! Preparo la comida, minestra de broccoli y cotiches!»
«Ma è impiegato qui alla Dante Alighieri?»
«E dai con esto ombre! No conoce Dante! Jo soi a qui a trabacar, no sabe bien porchè ma prendo dinero, mucho dinero da Italia, una nación poco conocida. Ma resto a chi, porche stoi bien!»
«Ma è da solo?»
«Claro que sì. O stoi a qui da siette anos!»
«Scusi, cosa ha fatto in tutto questo tempo?»
«Minestras mui bonitas, siempre con broccoli y cotiches.»
«Ma per chi le fa queste minestre?»
«Por ningùn! Le preparo a la magnana e a los cincos de la tarda le butto da la ventana.»
«Ma lei lo sa che la Dante Alighieri è un istituto per la difesa della lingua italiana?»
«Basta por favor! Ustè es un malado de mente» e scompare.
«Scusi» grido io, «ma non conosce l’ italiano?»
Rieccolo. Ha in testa un cappello da torero e canta “Arriba Espana!”; e poi: «Por carità de dios, no! Ningùn nabla està lingua fossile, jo hable inglese, tedesco y arabo. Italiano no serve a nada! Nada, nada! Ningùn habla italiano nel mundo. Italiano muerto! Muertissimo». E scompare definitivamente.
Disperato, decido di tornare in Italia.
A Plaza de Cibeles mi butto dentro un taxi nero con la banda rossa: «In Italia, veloce!».
Il tassista, che stava dormendo, mette in moto e cappotta in parcheggio! Esco: «Ma che succede?»; e quello, seduto nella macchina capovolta: «Ho ìnterpredado sua lingua del Kasakistan…».
«Chi è il secondo taxi?» urlo.
Uno che dormiva sul bordo della fontana: «Soi mi! Jo soi a qui!».
Arriva di corsa, io gli apro la portiera cortesemente, lui si getta sul taxi mancandolo clamorosamente! Cade violentemente con un sinistro rumore di ossaglia sul marmo verde scuro della fontana. Rimane immobile lamentandosi sommessamente, come un passero andaluso.
«S’è fatto male?» domando io preoccupato.
«Nada, nada, nada! Sólo quatro o ciuco fracturas a las extremidad, maledido turista afgano!»
«Bene, ha indovinato, ma mi porti subito a Roma, a piazza Campitelli, 10.»
«Bueno» risponde, «con mucho gusto, ma guida usted e jo dormo nel sedile posterior, porqué jo soi emboraciado.»
Con l’ aiuto di due carabineros con tricorno lo corichiamo nel baule dell’ auto.
Io mi metto al volante e parto sgommando verso Roma.
Al primo distributore di benzina, a Cadaqués, su un grande cartello c’è scritto: “A qui se habla: inglés, francés, alemanno, bulgaro, armeno, turco, cinese e arabo”. Non mi fermo neppure. Arrivo a Perpignano, in Francia, con gli occhi fiammeggianti e ululando per la fame. Un’insegna, restaurant, e sotto un cartello: “Les chiens sont bienvenues mais non les italiens!”
Faccio un altro chilometro, disperato. Un grande cartello: “Cousine international: inglès, française, alemagna, espagnola, japponese, congolese, mais jamais la cousine italienne”.
Lungo la costa, fino a Cannes, molti cartelli: “Ici on parle pas italien”, “N’entrès pas, si vous parlèz l’ italien!”.
A Nizza, sulla Promenade des Anglais, di fronte al Casino Ruhl, mi ferma la polizia. Sono in quattro, tre in divisa e uno vestito da maestro elementare: «Décendé monsieur, mains sur la tete!» dice uno che sembra il capo.
Guardano sotto i sedili, e con degli specchi anche sotto la macchina. Aprono il cofano, poi richiudono e dicono: «Ok, messi eur le capitain!». E quello: «Et maintenant l’ exam: monsieur maetre à vous».
Il maestro: «Come si traduce in rumeno e in bulgaro questa frase: “J’ai perdù ma plume dans le jardin de ma tante”?».
Io con le mani dietro la nuca e la testa sul cofano respiro male, ma comincio a fatica, lentamente: «Signori abbiate pietà, io…»; in quel momento si sente, dal cofano, l’ agghiacciante lamento del tassista spagnolo. I poliziotti francesi e il maestro si buttano sulle moto, interrompono l’ esame e partono con gli occhi sbarrati: «Il est un terrorista pachistano!».
A Ventimiglia domando ai doganieri italiani: «Qui da voi gli italiani sono ammessi? E voi, in via eccezionale, parlate l’ italiano?».
Quelli sorridono e mi fanno il gesto di passare, mentre uno fa: «Ormai, qui da noi possono entrare cani e porci».
A Bordighera ho la vista annebbiata dalla fame. Un piccolo parcheggio con la scritta restaurant. Scendo dalla macchina, mi viene incontro una vecchia con un grembiule bianco.
E io: «Ho un piccolo problema…».
E quella: «Nunca problemas por los espagnoles, porqué jo hablo castigliano e compriendo el catalano». Fa una pausa e con un gesto indica il mio taxi, nero con la riga rossa: «El tassista resta serrado nel cofano?».
«Ma come fa a saperlo?»
E quella: «Conosco le abitudini e l’ animo dei tassisti iberici».
Io mormoro: «Gracias».
E la vecchia: «Mi scusi se userò qualche parola italiana, in ogni caso non si preoccupi, niente robaccia, qui solo piatti spagnoli, francesi, marocchini e, su richiesta, turchi. Non voglio correre rischi». Si scopre un gomito: «Guardi qui, vede questa ferita? Una coltellata di un turista svizzero al quale avevo portato, a sorpresa, degli spaghetti al pomodoro».
Alla parola “spaghetti” ho quasi perso i sensi. «Bueno, bueno» ho detto, «ma por mi pode far una ecceziòn? Spaghetti, vero?»
«Nooo! Oggi cucina bulgara: cetrioli con lo yogurt, montone alla piastra con lo yogurt e fragoline bulgare con lo yogurt e, por finir, caffè turco.»
«Bueno» ho detto, «ma al posto del caffè, posso avere una pizza?»
«Desculpame senor, no teniamo veleni a qui.»
Tre ore dopo, passando con il taxi sul ponte sopra il torrente Magra in piena, fermo la macchina e busso timidamente sul baule: «Todo bien?».
E il tassista: «Todo bien, senor».
«Hasta la vista!» ho gridato, e ho spinto l’ automobile in acqua. Quella, subito travolta dalla piena del fiume, è partita veloce verso il mare.
Durante il viaggio in treno per Roma ho capito con gioia che quasi tutti capivano e parlavano l’ italiano. A un avvocato di Pisa ho domandato: «Mi scusi, ma lei parla l’ italiano?».
E quello: «Ocché, tu se’ grullo! Qui tutti si parla pisano, inquantocché noi si sciacqua spesso li panni nel torrente Magra!».
«Ah… non nell’ Arno?»
«Una volta! L’ultima lavandaia, che poi l’ era ‘n omo, venne a lavorare per diletto vischio a Ponte Vecchio a Fiorenza. Un malato di mente, scappato da ‘n manicomio di Milano e che se chiamava… me pare… Guglielmo Marconi…»
«Manzoni, vorrà dire.»
«L’ho capito, le’ fa il mascellaio!»