Boris Akunin La Regina d’Inverno

PRIMO CAPITOLO in cui si racconta una cinica sortita

Lunedì 13 maggio 1876, alle tre del pomeriggio, in una giornata di freschezza primaverile e tepore estivo, nei giardini di Sant’Alessandro, davanti agli occhi di diversi testimoni, si verificò un evento tanto increscioso quanto inclassificabile.

Lungo i viali, fra i cespugli in fiore di lillà e le aiuole fiammeggianti di tulipani vermigli, passeggiava la migliore società: signore con gli ombrellini di pizzo (al fine di evitare le lentiggini), governanti con bambini vestiti alla marinara, giovani dall’aria annoiata con finanziere di cheviot all’ultima moda oppure giacchette corte all’inglese. Nulla lasciava presagire spiacevolezze di sorta, in quell’aria intrisa degli aromi di una primavera ormai avanzata e matura in cui si diffondevano una pigra allegria e una gradevole noia. Il sole scottava per davvero, e le panchine all’ombra erano tutte occupate.

Su una di queste, situata non lontana dalla grotta e rivolta alla cancellata al di là della quale iniziava via Neglijnnaja e si scorgeva il muro giallo del Maneggio, sedevano due signore. Una, giovanissima (chissà, forse nemmeno una signora, ma una signorina), leggeva un libro rilegato in marocchino e intanto si guardava intorno con curiosità svagata. L’altra, assai più anziana, con un vestito di ottimo taglio in seta azzurro scuro e comode soprascarpe allacciate, sferruzzava ritmicamente tutta concentrata nella lavorazione a maglia di una cosuccia color rosa veleno. Questo non le impediva di voltare la testa ora a destra ora a manca, e il suo sguardo veloce era tanto penetrante da rendere oltremodo improbabile potesse sfuggirle qualsiasi cosa di interesse anche minimo.


La signora rivolse immediatamente la sua attenzione al giovanotto dai pantaloni attillati a quadretti con la finanziera incurantemente sbottonata a mostrare un candido gilet e un tondo cappello svizzero; troppo era strano il suo modo di incedere lungo il viale: a tratti si fermava per esaminare un passante, ora muoveva dei passi affrettati, ora si fermava di nuovo. D’improvviso lo squilibrato soggetto guardò le nostre signore e, come se avesse preso una decisione, a lunghe falcate si diresse verso di loro. Si fermò davanti alla panchina e, rivolgendosi alla giovane signorina, esclamò con un ridicolo falsetto: «Madamigella! Ve lo ha mai detto nessuno finora che voi siete di una bellezza insostenibile?»

La signorina, che in effetti era incredibilmente bella, fissò lo sfacciato con i labbruzzi rosa fragola appena socchiusi per lo spavento. Perfino la sua matura accompagnatrice restò di stucco di fronte a tanta inaudita disinvoltura.

«Mi avete folgorato alla prima occhiata!» continuò con un mucchio di smorfie lo sconosciuto il quale, del resto, era un giovane di aspetto assolutamente presentabile (capelli tagliati alle tempie secondo la moda, fronte alta e pallida, occhi bruni accesi dall’eccitazione).

«Consentitemi di stampare sul vostro ciglio innocente un bacio ancora più innocente, fraterno!»

«Signore, ma foi siete completamente upriaco!» disse tornando in sé la signora che lavorava a maglia, e così dicendo rivelò un forte accento tedesco.

«Ubriaco lo sono, ma esclusivamente d’amore», l’assicurò lo sfacciato, per poi, con quello stesso tono di voce innaturale, strillato, esigere: «Un bacio soltanto, sennò mi uccido all’istante con le mie stesse mani!»

La signorina si rannicchiò contro lo schienale della panchina e rivolse il bel visino alla sua ausiliatrice. La quale, per parte sua, malgrado tutta la pericolosità della situazione, manifestò la più completa presenza di spirito: «Andatevene supito! Foi siete pazzo!» disse alzando la voce e brandendo il lavoro a maglia coi ferri che ne fuoriuscivano bellicosi. «Chiamo la guardia!»

A questo punto avvenne una cosa del tutto folle.

«Ah, dunque è così! Vengo respinto!» strillò affettando disperazione il giovanotto, dopodiché si coprì teatralmente gli occhi con una mano e di colpo estrasse da una tasca interna una minuscola rivoltella di nero acciaio lucente. «Merita forse continuare a vivere, dopo una cosa del genere? Una vostra sola parola, e io vivrò! Una vostra sola parola, e io cadrò morto!» dichiarò alla signorina, che stava lì seduta né morta né viva. «Tacete? Allora addio!»

Lo spettacolo di un signore impegnato ad agitare un’arma non poteva non attirare l’attenzione dei passanti. Alcune persone che si trovavano poco lontano — una robusta signora col ventaglio, un signore distinto con la croce di Sant’Anna, due collegiali dallo stesso identico abitino marrone con tanto di mantellina — si fermarono lì, e perfino dall’altra parte della cancellata, sul marciapiede, si fermò uno studente. In una parola, c’era solo da sperare che la scena incresciosa si concludesse al più presto.

Ma quanto segue avvenne con una rapidità tale che nessuno fece in tempo a intervenire.

«Alla ventura!» gridò l’ubriaco (o, chissà, il pazzo), dopodiché alzò la mano con la rivoltella in alto sopra la testa, diede un giro al tamburo e si poggiò la canna alla tempia.

«Pagliaccio! Fillano calzato e festito!» sibilò la coraggiosa tedesca, rivelando una conoscenza discreta del russo colloquiale.

La faccia del giovanotto, pallida già di suo, cominciò a ingrigire e a inverdire, finché quello si morse il labbro inferiore e strinse gli occhi. La signorina, a ogni buon conto, aveva chiuso gli occhi pure lei.

E fece bene: in quel modo si liberò da una visione da incubo: nell’attimo in cui echeggiò lo sparo, la testa del suicida scattò bruscamente da un lato, e dal foro che la trapassava da parte a parte, appena sopra l’orecchio sinistro, sgorgò uno zampillo bianco e rosso.

A quel punto ebbe inizio qualcosa di indescrivibile. La tedesca si guardò intorno agitatissima, quasi volesse chiamare gli astanti tutti a testimoni di un episodio di tanta inaudita follia, dopodiché prese a gridare a squarciagola, unendo la sua voce allo strillo delle collegiali e della signora robusta, che già da alcuni secondi stavano emettendo urla penetranti. La signorina giaceva priva di sensi: aveva, sì, aperto gli occhi un istante, ma poi si era afflosciata immediatamente. Accorreva gente da ogni dove, mentre lo studente vicino alla cancellata, una natura sensibile, si era lanciato nella direzione opposta, attraversando la strada in direzione di via Mochovaja.


Ksaverij Feofilaktovič Grušin, commissario inquirente dell’Ufficio Investigativo del comando supremo della polizia di Mosca, fece un sospiro di sollievo e spostò a sinistra, sulla pila di carte già «esaminate», il bollettino dei delitti importanti del giorno innanzi. Nella giornata appena trascorsa, 13 maggio, non era successo nulla di rimarchevole, tale da richiedere l’intervento dell’Ufficio Investigativo, nemmeno in uno dei ventiquattro distretti di polizia di una città che contava seicentomila anime. Un omicidio in seguito a una rissa fra artigiani ubriachi (l’assassino era stato arrestato sul posto), due fattorini rapinati (ma di questo potevano benissimo occuparsi le stazioni di polizia), la scomparsa di settemilaottocentocinquantatré rubli e quarantasette copechi dalla cassa della Banca Russo-Asiatica (questa poi era decisamente di competenza di Anton Semenovič del reparto malversazioni commerciali). Grazie a Dio, avevano smesso di rifilare all’Investigativo tutte quelle sciocchezze tipo borsaioli, cameriere impiccatesi e neonati abbandonati; a questo fine esisteva adesso il Bollettino di polizia degli eventi cittadini, che tutti i pomeriggi veniva inviato a ogni reparto.

Ksaverij Feofilaktovič sbadigliò con tutta calma e guardò al di sopra del suo pince-nez in tartaruga il segretario, funzionario di 14a classe, Erast Petrovič Fandorin, che stava copiando per la terza volta il rapporto settimanale per il capo della polizia. Fa niente, pensò Grušin, meglio che impari fin dai primi passi a essere preciso, poi sarà lui a dirmi grazie. Eh già, adesso è venuta la moda di scarabocchiare del più e del meno con il pennino d’acciaio, e questo rivolgendosi ai superiori. No davvero, colombello mio, tu procederai senza fretta, all’antica, con la penna d’oca, con tutti gli svolazzi e le ciambelle del caso. Sua eccellenza il capo della polizia era cresciuto al tempo dell’Imperatore Nicola I, era di quelli che l’ordine e il rispetto per il rango li capiscono.

Ksaverij Feofilaktovič augurava sinceramente ogni bene al ragazzo, per il quale provava una compassione paterna. C’è anche da dire che la sorte aveva avuto ben pochi riguardi nei confronti del nostro scribacchino fresco di nomina. A diciannove anni era rimasto orfano di entrambi i genitori: la madre non l’aveva mai conosciuta, il padre invece, una testa calda, aveva investito il patrimonio in progetti senza costrutto, dopodiché aveva dato a tutti l’ultimo saluto. Si era arricchito durante la febbre delle ferrovie, per poi rovinarsi durante la febbre bancaria. Non appena, l’anno prima, le banche commerciali avevano preso a crollare una dopo l’altra, quante degnissime persone si erano ritrovate a spasso per il mondo. Titoli fruttiferi dei più promettenti erano diventati niente, spazzatura. Pertanto anche il signor Fandorin, tenente a riposo, deceduto in quattro e quattr’otto per un colpo, non aveva lasciato altro che cambiali al suo unico figlio. Il ragazzo avrebbe dovuto terminare il ginnasio, iscriversi poi all’università, ed ecco invece che dalle mura natali si era ritrovato sulla strada, a cercar di guadagnarsi almeno un tozzo di pane. Ksaverij Feofilaktovič grugnì per la compassione. Comunque l’esame da registratore di collegio l’orfano l’aveva superato, non presentava nulla di insormontabile per un giovane tanto istruito, ma perché mai era finito alla polizia? Almeno l’avessero impiegato alla statistica o al settore giudiziario. Abbiamo tutti la testa piena di romanticherie, sogniamo tutti di agguantare un qualche misterioso Cadoudal. Ma qui da noi, colombello mio, di Cadoudal non se ne incontrano proprio (Ksaverij Feofilaktovič scosse la testa con disapprovazione), da noi più che altro ci si consuma i pantaloni a scrivere protocolli su come, in stato di ubriachezza, Golopuzov, di ceto borghese, ha finito a colpi d’accetta la sua legittima consorte e i tre figli minori.

Quel bravo giovane di Fandorin era alla terza settimana di servizio, e già Ksaverij Feofilaktovič, investigatore scafato, vecchia volpe, dava per scontato che il ragazzino fosse un buono a nulla. Troppo tenero, troppo bene educato. Grušin se lo era portato dietro una volta, subito alla prima settimana, sul luogo del delitto (quella volta che avevano sgozzato la signora Krupnova, ceto mercantile), e alla prima occhiata all’uccisa Fandorin era diventato tutto verde, si era retto al muro, e sempre reggendosi al muro si era trascinato in cortile. L’aspetto della signora, a dire il vero, non era dei più appetitosi: le avevano squarciato la gola da un orecchio all’altro, aveva gli occhi di fuori, e di sangue, si capisce, ce n’era una bella pozzanghera. Così era toccato a Ksaverij Feofilaktovič sia eseguire l’istruttoria sia redigere il protocollo. La vicenda, in verità, si rivelò semplice. Lo spazzino Kuzykin aveva degli occhietti talmente evasivi che Ksaverij Feofilaktovič ordinò subito alla guardia di agguantarlo per la collottola, e via in gattabuia. Kuzykin se ne sta da due settimane chiuso in prigione, si ostina; ma fa niente, alla fine confesserà; e poi non c’era nessun altro che potesse sgozzare la mercantessa: per casi del genere in trent’anni di servizio il commissario aveva sviluppato un suo certo qual fiuto. Quanto a Fandorin, tornerà utile anche in cancelleria. Servizievole, scrive senza errori, conosce la lingua, sveglio, di modi piacevoli, mica come quell’ubriacone di Trofimov, che il mese scorso è stato trasferito da segretario ad aiutante in seconda del caposezione nella zona del Chitrovskij, per mettere ordine al mercato delle pulci. Se ne vada pure laggiù a ubriacarsi e a risponder male ai superiori.

Grušin prese a tamburellare irosamente sul tavolo rivestito del solito telo verde, estrasse l’orologio dal taschino interno (oh, ne manca all’ora di pranzo!) e tirò a sé con decisione l’ultimo numero delle Notizie di Mosca.

«Allora, cosa avranno trovato di nuovo per stupirci», profferì aprendo il foglio; al che il giovane segretario ripose con prontezza l’odiata penna d’oca, ben sapendo che adesso il suo superiore avrebbe cominciato a scandire bene i titoli e ogni genere di notizia, accompagnando la lettura coi suoi commenti — giacché era questa l’abitudine di Ksaverij Feofilaktovič.

«Ma guardate un po’, Erast Petrovič, in prima pagina, nel punto più in vista!


Nuovissimo busto americano «Lord Byron»
in solidissima stecca di balena per uomini
desiderosi di apparire snelli.
Fianchi stretti, spalle da guerriero!

«E i caratteri, i caratteri! Enormi! E subito sotto, piccino piccino:


Il Sovrano parte per le terme di Ems


«Certo, pensa un po’, come se il sovrano non fosse un grande personaggio, tutt’altra cosa da quel ‘Lord Byron’!»

Il brontolio del buon Ksaverij Feofilaktovič fece al segretario un certo effetto. Per un qualche motivo si confuse, le guance gli avvamparono, e le lunghe ciglia da ragazza sbatterono colpevolmente. Visto che il discorso è finito sulle sue ciglia, non sarà fuori luogo descrivere più dettagliatamente l’aspetto di Erast Petrovič, giacché gli toccherà svolgere un ruolo cruciale negli eventi straordinari e spaventosi che seguirono poco dopo. Era un giovane d’aspetto assai gradevole, con capelli neri (di cui era segretamente fiero) e occhi azzurri (ahimè, fossero stati neri anche quelli!), di statura considerevole, pelle chiara e un maledetto, incancellabile rossore sulle guance. A questo punto riveleremo anche il motivo per cui il nostro giovane si era tanto turbato. Il fatto è che due giorni prima aveva speso un terzo del suo primo stipendio mensile per il busto così appetitosamente descritto, e andava così a spasso con il «Lord Byron» già da due giorni, sopportando i tormenti dell’inferno in nome della bellezza, e adesso sospettava (senza fondamento alcuno) che il perspicace Ksaverij Feofilaktovič avesse indovinato l’origine del portamento regale del suo sottoposto e desiderasse prendersene gioco. Intanto il commissario continuava a leggere:


Atrocità dei bashibosuq turchi in Bulgaria


«Ma, questo non va proprio per una lettura preprandriale…


Esplosione nel quartiere di via Ligovka

Il nostro corrispondente da San Pietroburgo riferisce che ieri alle 6. 30 del mattino, in via Znamenka, nel palazzo appartenente alla Società immobiliare del consulente commerciale Vartanov, si è verificata un’esplosione che ha ridotto in macerie l’appartamento del terzo piano. Giunta sul posto, la polizia ha scoperto i resti, sfigurati fino a risultare irriconoscibili, di un giovane. L’appartamento era affittato a un certo signor P., libero docente, cui appartiene, verosimilmente, il cadavere lì rinvenuto. A giudicare dall’aspetto dell’abitazione vi era stato installato una sorta di laboratorio chimico clandestino. Il responsabile dell’inchiesta, consigliere di Stato Brilling, ritiene che nell’appartamento stessero approntando macchine infernali per l’organizzazione terroristica dei nichilisti. L’inchiesta è tuttora in corso.


«Già, sia resa gloria all’Altissimo, che da noi non è come a San Pietroburgo.» Il giovane Fandorin, a giudicare dal luccichio degli occhi, a questo proposito era di tutt’altro avviso. L’intero suo aspetto affermava eloquentemente: ecco, nella capitale la gente conclude qualcosa, cercano i bombaioli, non se ne stanno a copiare per la decima volta carte in cui, a dire il vero, non c’è niente di interessante.

«Allora,» disse Ksaverij Feofilaktovič facendo frusciare le pagine del giornale, «vediamo cosa abbiamo nella cronaca cittadina.


Il primo esthernato moscovita

La baronessa Esther, nota benefattrice inglese, grazie alla cui premura sono stati istituiti in diversi paesi i cosiddetti «esthernati», centri d’accoglienza modello per orfanelli, ha dichiarato al nostro corrispondente che finalmente anche nella nostra città dalle cupole d’oro sono state aperte le porte della prima istituzione del genere. Lady Esther, che ha iniziato l’anno scorso la sua attività in Russia ed è già riuscita ad aprire un esthernato a Pietroburgo, ha deciso di fare del bene anche agli orfani moscoviti…


«Mmm…


I moscoviti le sono tutti grati di cuore… Ma dove saranno mai gli Owen e le Esther nostrani?


«… Va be’, che li assista Dio, gli orfani. E qui che c’è?


Una cinica sortita


«Mmm, davvero curioso.


Ieri, nei giardini di Sant’Alessandro, si è verificato un doloroso evento completamente nello spirito dei cinici costumi della gioventù contemporanea. Di fronte agli occhi dei passanti si è sparato il signor N***, aitante giovanotto di 23 anni, studente all’Università di M***, unico erede di un patrimonio da nababbi.


«Perbacco!


Prima di mettere in atto questo irragionevole gesto, N***, secondo la testimonianza dei presenti, ha fatto lo spavaldo in pubblico agitando la rivoltella. Sulle prime i testimoni hanno considerato il suo comportamento la bravata di un ubriaco, tuttavia N*** non scherzava, si è sparato alla testa ed è morto sul posto. In tasca al suicida è stato ritrovato un biglietto di contenuto ateo e sovversivo dal quale emerge che il gesto di N*** non era lo sfogo di un momento o la conseguenza del delirium tremens. Così la moda dei suicidi immotivati, una vera epidemia, rimasta sinora il flagello della Città di Pietro, si è spinta fino alle mura di Mosca, della nostra città madre. O tempora, o mores! Possibile che la nostra jeunesse dorée si sia spinta a un livello tale di disperazione e nichilismo, da trasformare perfino la propria morte in una sceneggiata? Se è questo l’atteggiamento dei nostri Bruti verso la loro stessa vita, c’è forse da stupirsi che considerino un soldo bucato la vita di altre persone, tanto più degne di loro? Come cadono qui a proposito le parole dell’illustrissimo Fëdor Michajlovič Dostoevskij nel fascicolo di maggio del Diario di uno scrittore fresco di stampa: «Cari, buoni, bravi» (voi tutto questo lo siete!) «dove mai ve ne state andando, perché mai vi è diventata tanto cara questa cupa e sorda tomba? Guardate come splende in cielo il sole di primavera, gli alberi tutti coperti di foglie, mentre voi vi siete già stancati di vivere senza neppure aver vissuto».


Ksaverij Feofilaktovič, commosso, tirò su col naso e sbirciò severamente il suo giovante aiutante — se ne sarà mica accorto? — dopodiché continuò in tono assai più sobrio.

«E così via, così via. Ma con questo i tempi non c’entrano niente. Questa bravata è vecchia come il mondo. Da noi in Russia a proposito della gente di questo genere si è sempre detto: ‘Il troppo grasso gli ha dato alla testa’. Un patrimonio ingentissimo? Ma chi era? Figurati. Quegli imbecilli di commissari di distretto riferiscono ogni sciocchezza, ma quello nel rapporto non ce l’hanno messo. Non resta che aspettare la cronaca degli eventi cittadini! Anche se questo è un caso facile, si è sparato davanti a testimoni… eppure è curioso. I giardini di Sant’Alessandro… se ne occuperà la sezione cittadina, seconda circoscrizione. Sentite un po’, Erast Petrovič, ve lo chiedo in amicizia, fatemi un salto laggiù in via Mochovaja. Certo, a mo’ di supervisione e così via. Informatevi un po’ chi era questo N***. E soprattutto, colombello mio, copiatemi subito il biglietto d’addio, così questa sera lo faccio vedere alla mia Evdokija Andreevna: a lei piacciono tanto tutte queste storie strappalacrime. E non fatemi penare, tornate al più presto.»

Le ultime parole furono ormai rivolte alle spalle dell’impiegato subalterno, il quale si era talmente sbrigato ad abbandonare la sua triste scrivania ricoperta d’incerata, che per poco non si dimenticò il berretto a visiera.

Al comando di polizia il giovane funzionario dell’Investigativo fu condotto direttamente dal commissario, che tuttavia, nel vedere che non gli avevano certo mandato Dio sa chi, non si dilungò in spiegazioni e chiamò subito il suo aiutante.

«Ecco, rivolgetevi a Ivan Prokofevic», disse gentilmente il commissario al nostro sbarbatello (sarà stato anche un pesce piccolo, ma veniva pur sempre dalla Direzione). «Vi mostrerà e vi racconterà tutto lui. E poi nell’appartamento del defunto c’è stato proprio ieri. Presentate a Ksaverij Feofilaktovič i miei rispetti umilissimi.»

Fecero accomodare Fandorin allo scrittoio alto e gli portarono una sottile cartelletta con dentro tutta la pratica. Erast Petrovič lesse l’intestazione:


Pratica relativa al suicidio

del cittadino onorario ereditario Petr del fu Aleksandr KOKORIN di anni 23, studente alla facoltà di giurisprudenza dell’Università Imperiale di Mosca.

Aperta il 13 maggio 1876.

Chiusa il giorno… mese… anno.


E con dita frementi di trepidazione slegò i cordoncini di spago.

«Il figliolo di Aleksandr Artamonovič Kokorin», chiarì Ivan Prokof'evič, un vecchio questurino smunto e allampanato dal viso tutto sformato, quasi l’avesse ruminato una mucca. «Era un uomo ricchissimo. Un industriale. Saranno tre anni che è morto. Ha lasciato tutto al figlio. Poteva darsi alla bella vita, lo studentello. Che diavolo gli mancherà mai, a sta gente?»

Erast Petrovič annuì, perché non sapeva cosa rispondere, e si sprofondò nella lettura delle deposizioni dei testimoni. I protocolli erano parecchi, una decina, il più dettagliato riportava le parole della figlia di un consigliere segreto effettivo, Elizaveta von Evert-Kolokolzev, anni 17, e della sua governante signorina Emma Pful, anni 48, con le quali il suicida aveva conversato poco prima di spararsi. Tuttavia da quei protocolli Erast Petrovič non ricavò altre informazioni oltre a quelle già note al lettore — tutti i testimoni ripetevano più o meno le stesse cose, e si distinguevano l’uno dall’altro solo per il grado di acutezza: alcuni affermavano che l’aspetto del giovane aveva subito suscitato in loro un presentimento inquieto («Non appena ebbi guardato in quegli occhi folli, mi sentii raggelare tutta dentro», aveva deposto la signora Chochrjakova, moglie di un consigliere titolare, la quale, tuttavia, più avanti testimoniava di aver visto il giovane soltanto di spalle); invece altri testimoni parlavano di fulmine a ciel sereno.

Da buon ultimo nella pratica si trovava un biglietto in carta azzurra gualcita sormontato da monogramma. Erast Petrovič divorò subito con gli occhi le righe irregolari (probabilmente per l’agitazione).


Signori che vivrete dopo di me!

Il fatto che stiate leggendo questa mia letterina significa che io vi ho già abbandonati e ho appreso il mistero della morte, che a voi resta ancora celato da sette sigilli. Io sono libero, mentre a voi tocca ancora vivere e tormentarvi in ogni genere di paura. Scommetto tuttavia che là dove mi trovo adesso, e da dove, come ebbe a esprimersi il principe di Danimarca, non ha ancora fatto ritorno nessun viandante, non c’è assolutamente nulla di nulla. A chi non è d’accordo con me propongo di venire gentilmente a controllare.

Del resto, non ho niente a che fare con nessuno di voi, e questo biglietto lo scrivo perché non vi salti in testa che mi sarei ucciso per una qualche lacrimevole sciocchezza. Mi dà la nausea il vostro mondo e, davvero, questo è un motivo più che sufficiente. Quanto al fatto che non sono del tutto una bestia, ne dà testimonianza il taccuino in cuoio.

Petr Kokorin


Non si direbbe che fosse particolarmente agitato, ecco il primo pensiero occorso a Erast Petrovič.

«In che senso dice qui del taccuino in cuoio?» chiese.

L’aiutante del commissario si strinse nelle spalle: «Non aveva addosso nessun taccuino in cuoio. Che volete, del resto era fuori di sé. Magari si accingeva a fare qualcosa del genere, poi ci avrà ripensato oppure se lo sarà dimenticato. A giudicare da ogni cosa, era uno stravagante. Avete letto come ha girato il tamburo? A proposito, nel tamburo un solo alveo conteneva la cartuccia. Io, per parte mia, sono di questo avviso: che non intendeva affatto spararsi, ma voleva solo stuzzicarsi i nervi… come dire, perché le sensazioni vitali gli si acuissero. Perché dopo ci fosse più gusto a mangiare e fosse più piccante fare bisboccia».

«Solo una cartuccia su sei? Certo, non ha avuto fortuna», si dolse per il defunto Erast Petrovič, che continuava a stare in pensiero per il taccuino in cuoio.

«Dove abita? Voglio dire, abitava…»

«In un appartamento di otto stanze nel palazzo nuovo in via Ostoženka, di gran lusso», rispose Ivan Prokofevič riferendo con piacere le sue impressioni. «Dal padre aveva ereditato la casa natale nell’oltremoscova, un’intera tenuta con tanto di dépendance, però non aveva voluto abitare lì, ha preferito trasferirsi un po’ più lontano dal ceto mercantile.»

«E lì non l’avete trovato, quel taccuino in cuoio?»

L’aiuto del commissario si stupì: «Perché, secondo voi avremmo dovuto fare una perquisizione? Ve l’ho detto, quello è un appartamento da non mandarci gli agenti per non indurli in tentazione — non li avesse a confondere il diavolo. E a che scopo, poi? Egor Nikiforovic, istruttore della procuratura distrettuale, ha lasciato un quarto d’ora al cameriere del morto per raccattare le sue cose — e sotto la sorveglianza della guardia, Dio non volesse portasse via qualcosa del suo padrone — e mi ha dato ordine di sigillare la porta. Fino all’annuncio degli eredi».

«E chi sono gli eredi?» chiese incuriosito Erast Petrovič.

«Qui c’è una complicazione. Il cameriere dice che Kokorin non ha fratelli né sorelle. Ha solo dei lontani cugini, ma quelli non li lasciava nemmeno entrare in casa. E a chi mai andrà quel bel gruzzolo?» sospirò con invidia Ivan Prokofevic. «Questo fa paura solo a pensarci… Ma, non è affar nostro. L’avvocato o l’esecutore testamentario saranno annunciati se non oggi domani. Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore. E il cadavere sta ancora in ghiacciaia. Magari domani Egor Nikiforovič chiude la pratica, allora si comincia.»

«Però è strano», osservò il giovane segretario aggrottando la fronte. «Se una persona in una lettera d’addio accenna appositamente a un qualche taccuino, non lo fa a casaccio. Anche in quell’espressione ‘del tutto una bestia’ c’è qualcosa di poco chiaro. E se in quel taccuino ci fosse qualcosa di importante? Voi fate pure come vi pare, ma io andrei subito a cercarlo nell’appartamento. A me pare che la lettera è stata scritta tutta per via di questo taccuino. Lì c’è un qualche mistero, dico sul serio.»

Erast Petrovič arrossì, nel timore di essersi espresso un po’ troppo infantilmente con quel mistero, ma l’aiuto del commissario non trovò nulla di strano nella sua supposizione.

«Allora bisognava se non altro guardare le carte nello studio», riconobbe. «Egor Nikiforovič va sempre di fretta. Tiene famiglia, e numerosa, così cerca sempre di svignarsela dalle ispezioni o dall’istruttoria per filarsela a casa il più velocemente possibile. È vecchio, gli manca solo un anno alla pensione, cosa volete… Ma vediamo, signor Fandorin. Non vi andrebbe di andarci voi stesso? Potremmo darci un’occhiata insieme. Poi ci affiggo un sigillo nuovo, non è gran cosa. Egor Nikiforovič sarà indulgente. Che gliene importa, ci dirà grazie, che non lo abbiamo disturbato una volta di troppo. Gli dirò che la richiesta è arrivata dal comando investigativo, d’accordo?»

Erast Petrovič ebbe l’impressione che lo smunto aiutante del commissario avesse semplicemente voglia di guardarlo meglio, quell’appartamento «di gran lusso», e se anche l’affissione di un nuovo sigillo non era proprio per la quale, era difficile resistere: lì effettivamente c’era sentore di mistero.


Gli arredi nell’appartamento del defunto Petr Kokorin (il piano nobile di un ricco palazzo in affitto vicino a porta Precistenkaja) non fecero una grande impressione a Fandorin: all’epoca della primaticcia ricchezza del suo paparino aveva abitato anche lui in una magione di livello non inferiore. Perciò una volta che fu nell’ingresso marmoreo con l’immenso specchio veneziano e la stuccatura dorata sul soffitto, non manifestò nessuno stupore ma passò direttamente in salotto, che era grande, con sei finestre, secondo l’ultimissima moda alla russa: con bauli dipinti, boiserie in quercia lungo le pareti e un’elegante stufa di mattonelle smaltate.

«Ve lo dicevo, alloggiavano secondo ogni regola del bon ton», gli alitò nella nuca, chissà perché con un sussurro, il suo accompagnatore.

In quel momento Erast Petrovič era sorprendentemente simile a un giovane setter appena sguinzagliato per la prima volta nel bosco e stordito dall’odore pungente e allettante della selvaggina a un passo da lui. Voltando la testa a destra e a sinistra, stabilì senza fallo: «Quella porta laggiù è forse lo studio?»

«Proprio così.»

«Allora andiamoci!»

Il taccuino in cuoio non si fece cercare a lungo: si trovava sulla massiccia scrivania, fra il set di calamai in malachite e il portacenere a conchiglia in madreperla. Ma prima che le mani impazienti di Fandorin toccassero lo scricchiolante cuoio marrone, il suo sguardo cadde sul ritratto in cornice d’argento, piazzato sul tavolo nel punto più in vista. Il viso fotografato era così straordinario che Erast Petrovič si dimenticò perfino del taccuino: lo stava guardando di mezzo profilo una Cleopatra dalle folte chiome con enormi occhi nero cupo, una inclinazione superba del lungo collo e una crudeltà appena accennata nella linea caparbia del labbro. Più di tutto aveva incantato il giovane investigatore quell’espressione di tranquilla e sicura imperiosità, talmente inaspettata in un viso di fanciulla (per un suo qualche motivo Fandorin ci teneva che si trattasse assolutamente di una signorina, e non di una signora).

«Una vera bellezza», fischiettò Ivan Prokofevič che si trovava lì accanto. «Ma chi sarà mai? Permettete…»

E senza la minima trepidazione, estrasse con mano blasfema il magico sembiante dalla cornice e rigirò la foto. Sul retro, scritto in caratteri ampi, inclinati, si leggeva:


A Petr K.

E Pietro uscì e pianse amaramente. Dopo avere amato, non rinnegate!

A. B.


«Se lo paragona all’apostolo Pietro, vuol dire che paragona se stessa a Gesù Cristo? Com’è ambiziosa, però!» sbuffò l’aiutante del commissario. «Non sarà mica per via di questo personaggino che il nostro studente si è dato la morte con le sue mani, eh? Ah, ma ecco qui il taccuino in cuoio, non siamo venuti per niente.»

Aperta la copertina di cuoio, Ivan Prokofevič ne estrasse un unico foglietto, scritto su quella carta azzurra già nota a Erast Petrovič, questa volta però con timbro notarile e alcune firme apposte sotto.

«Magnificamente», annuì soddisfatto il poliziotto. «È venuto fuori anche il testamento. Ma guarda un po’; curioso.»

In un attimo diede una scorsa al documento, ma a Erast Petrovič questo attimo parve un’eternità, anche se riteneva indegno di sé sbirciare da dietro la spalla.

«Eccoteli qui belli e sistemati! Proprio un bel regalino per quei lontani cugini!» esclamò Ivan Prokofevič con indecifrabile gioia maligna. «Questo Kokorin ha menato tutti per il naso. Proprio come si fa da noi, da noi russi! Però non è mica tanto patriottico. Ecco qui come si spiega la ‘bestia’.»

Persa per l’impazienza ogni considerazione di convenienza e deferenza ai ranghi, Erast Petrovič strappò al funzionario più anziano il foglietto e lesse quanto segue:


Testamento

Io sottoscritto Petr Aleksandrovič Kokorin, trovandomi nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, di fronte ai seguenti testimoni rendo pubblico il mio testamento per quanto riguarda i beni di mia proprietà.

L’intero guadagno realizzato dalla vendita delle mie proprietà, il cui elenco completo si trova presso il mio fiduciario Semen Efimovič Berenson, lo lascio in eredità alla signora baronessa Margaret Esther, suddita britannica, perché faccia uso di tutti questi mezzi a suo insindacabile giudizio secondo le necessità dell’educazione e della formazione degli orfani. Sono convinto che la signora Esther disporrà di questi mezzi in modo assai più accorto e onorevole dei nostri generali della beneficenza.

Questo mio testamento è l’ultimo e il definitivo, ha valore legale e annulla il mio testamento precedente.

Come esecutori testamentari nomino l’avvocato Semen Efimovič Berenson e lo studente dell’Università di Mosca Nikolaj Stepanovič Achtyrzev.

Il presente testamento è stato redatto in due copie, uno dei quali resta in mio possesso, mentre l’altro è stato affidato in custodia allo studio d’avvocato del signor Berenson.


Mosca, 12 maggio 1876.

Petr Kokorin

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