TREDICESIMO CAPITOLO

in cui si descrivono gli eventi del 25 di giugno

Il vivido sole estivo disegnava a riquadri dorati il pavimento della sala operativa dell’Ufficio postale principale di San Pietroburgo. Verso sera uno di questi, trasformatosi nel frattempo in un lungo rettangolo, si allungò fino allo sportello «Corrispondenza fermoposta» riscaldandone in un attimo il ripiano. L’atmosfera s’era fatta soffocante e sonnolenta, una mosca ronzava tranquilla, e l’impiegato di servizio allo sportello era sfinito — meno male che la fiumana dei visitatori si era a poco a poco esaurita. Ancora una mezz’oretta, e la porta dell’ufficio postale sarebbe stata chiusa, e non sarebbe rimasto che da consegnare il registro, dopodiché a casa. L’impiegato (ma sì, chiamiamolo per nome: Kondratij Kondratevič Štukin, diciassette anni di servizio alle poste, traiettoria gloriosa da semplice portalettere a rango di quattordicesima classe) consegnò a un’anziana finlandese dal buffo cognome di Pyrvu un plico arrivato da Revel e guardò se l’inglese era ancora lì.

Questo inglese stava lì e non se ne andava da nessuna parte. Proprio una nazione ostinata. L’inglese era comparso al mattino, non appena la posta aveva aperto, e come si era seduto col giornale accanto al muro, così era rimasto lì tutto il giorno, senza bere, senza mangiare e, scusate, senza nemmeno allontanarsi una volta per un bisognino. Come una statua. Si vede che gli avevano dato appuntamento lì, e poi non erano venuti — da noi capita di continuo, ma a un britannico nemmeno verrebbe in mente, è un popolo disciplinato, puntuale. Ogni volta che qualcuno, specie se dall’aria straniera, veniva allo sportello, l’inglese si avvicinava furtivo e si abbassava perfino gli occhiali azzurri sulla punta del naso. Ma non era mai la persona che aspettava. Uno della nostra gente si sarebbe già agitato da tempo, avrebbe allargato le braccia, avrebbe cominciato a lamentarsi davanti a tutti, quello lì invece si sprofondava nel suo Times e non si muoveva.

A meno che l’uomo non avesse dove andare. Poteva essere arrivato direttamente dalla stazione — dopotutto indossava un vestito da viaggio a quadretti, e aveva una borsa da viaggio — pensava sarebbero venuti a prenderlo, invece no. Cosa gli restava da fare? Tornato dal pranzo, Kondratij Kondratevič si impietosì del figlio di Albione, gli mandò il cameriere Trifon a chiedere se aveva bisogno di qualche cosa, ma l’uomo a quadretti si limitò a scuotere irosamente la testa e diede a Trifon una moneta da venti copechi, come a dire che lo lasciassero in pace. Come vuoi, allora.

Allo sportello spuntò un omino, dall’aspetto un cocchiere, che esibì un passaporto gualcito.

«Guarda un po’, buon uomo, c’è mica qualcosa per Krug Nikola Mitrofanyč?»

«Da dove l’aspetti?» chiese severamente Kondratij Kondratevič, prendendo il passaporto.

La risposta fu inattesa: «Dall’Inghilterra, dalla città di Londra».

La cosa più sorprendente fu che la lettera da Londra c’era, non alla K però, ma alla C latina. Guarda un po’ chi spuntava, «Mr. Nicholas M. Croog»! Cosa mai non si vede, allo sportello del fermoposta!

«Ma questo saresti proprio tu?» chiese Štukin più per curiosità che per dubbio.

«Non dubitare, sono io», rispose assai rudemente il cocchiere, infilò nello sportello la zampa e agguantò il pacchetto giallo con francobollo espresso.

Kondratij Kondratevič gli mise davanti il registro.

«Sai firmare?»

«Non peggio di altri», rispose quel villano apponendo una specie di scarabocchio alla rubrica «ricevuto».

Accompagnando lo sgradevole visitatore con sguardo irritato, Štukin come d’abitudine lanciò un’occhiata di sbieco all’inglese, ma quello era scomparso. Si vede che aveva perso ogni speranza.


Erast Petrovič con una stretta al cuore attese il corriere in strada. Guarda un po’ questo Nicholas Croog! Più andava avanti, meno ci capiva. Ma la cosa più importante era che i sei giorni di marcia rapida per l’intera Europa non erano passati invano! Aveva anticipato, raggiunto, agguantato! Adesso avrebbe avuto cosa riferire al suo capo. Bastava solo non perdesse di vista questo Croog.

Accanto a un bornio sonnecchiava il suo vetturino ingaggiato per l’intera giornata. L’inattività forzata lo aveva fatto cadere in uno stato sonnacchioso, e gli rincresceva assai di avere chiesto a quello strano signore soltanto cinque rubli in tutto — per un tormento simile, un vero martirio, poteva chiederne anche sei. Quando infine vide comparire il suo passeggero, il vetturino assunse un’aria dignitosa e tirò le redini, ma Erast Petrovič nemmeno guardava dalla sua parte.

Apparve l’oggetto. Scese alcuni gradini, si mise un berretto azzurro e si avviò verso una carrozza lì vicino. Fandorin gli mosse dietro senza fretta. L’oggetto si fermò alla carrozza, si ritolse il berretto e, con un inchino, porse il pacchetto giallo. Dalla finestra spuntò una mano maschile guantata di bianco che prese il pacchetto.

Fandorin affrettò il passo per riuscire a vedere il viso dello sconosciuto. E ci riuscì.

Nella carrozza, nell’atto di esaminare alla luce i sigilli di ceralacca, era seduto un signore dai capelli rossi con penetranti occhi verdi e uno sciame di lentiggini sulla faccia pallida. Erast Petrovič lo riconobbe subito, come no, era mister Gerald Cunningham in persona, il grande pedagogo, amico degli orfani e mano destra di lady Esther.

Venne fuori che il vetturino era stato tormentato invano: conoscere l’indirizzo di mister Cunningham non era difficile. Adesso c’era una faccenda più urgente.


A Kondratij Kondratevič era riservata una sorpresa: l’inglese era tornato. Adesso aveva una fretta tremenda. Corse all’accettazione telegrammi, infilò la testa nello sportello e prese a dettare a Michail Nikolaevič qualcosa di molto urgente. E Michail Nikolaevič si diede da fare, si sbrigò, cosa che in genere gli assomigliava ben poco.

Štukin era molto incuriosito. Si alzò (per fortuna non aveva nessuno al suo sportello) e facendo vista di sgranchirsi le gambe si diresse dall’altra parte della sala, verso l’apparecchio dei telegrammi. Si fermò accanto a Michail Nikolaevič che stava lavorando concentrato a tutto vapore, si chinò un po’ e lesse scarabocchiato di fretta:


All’investigativo della polizia di Mosca. Urgentissimo. Al consigliere di Stato signor Brilling. Sono tornato. Chiedo di entrare in contatto immediato con me. Attendo risposta all’apparecchio. Fandorin.


Ecco, adesso ci si capiva qualcosa. Štukin guardò «l’inglese» con occhi nuovi. Allora era un investigatore. Uno che acchiappava i malfattori. Ma guarda un po’ che roba!

L’agente si era aggirato per la sala una decina di minuti, non di più, che già Michail Nikolaevic, che era rimasto in attesa all’apparecchio, gli faceva cenno con la mano e gli porgeva il nastro del telegramma di risposta.

Kondratij Kondratevič lesse subito, direttamente dal nastro:


AL SIGNOR FANDORIN. IL SIGNOR BRILLING SI TROVA A PIETROBURGO. INDIRIZZO: VIA KATENIN, PALAZZO SIVERS. FUNZIONARIO DI TURNO LOMEJKO.


Chissà per quale motivo questa comunicazione riempì di gioia indicibile l’uomo a quadretti. Batté perfino le mani e chiese a Štukin che lo guardava con interesse: «Via Katenin dov’è? Lontano?»

«Niente affatto», gli rispose con deferenza Kondratij Kondratevič. «È molto semplice arrivarci. Prendete la carrozza con fermata a richiesta, scendete all’angolo della prospettiva Nevskij con la prospettiva Litejnaja, e poi…»

«Non importa, ho il mio vetturino», disse l’agente senza finire di ascoltarlo e, agitando la borsa da viaggio, corse verso l’uscita.


Via Katenin piacque molto a Erast Petrovič. Aveva punto per punto lo stesso aspetto delle vie più rispettabili di Berlino o di Vienna: asfaltata, fanali elettrici nuovi, palazzi vistosi a più piani. In una parola, l’Europa.

Palazzo Sivers, con quei cavalieri di pietra sul frontone e l’ingresso bene illuminato sebbene la sera fosse ancora chiara, era particolarmente bello. E in che altro posto poteva mai abitare un uomo come Ivan Franzevič Brilling? Era del tutto impossibile immaginarlo in una qualche decrepita palazzina dal cortile polveroso e il giardinetto di meli.

Un servizievole cameriere tranquillizzò Erast Petrovič dicendogli che il signor Brilling era a casa, «era arrivato cinque minuti prima». Quel giorno a Fandorin andava tutto liscio, gli riusciva proprio tutto.

Salendo a due gradini per volta volò al primo piano e suonò il campanello elettrico lucidato fino a brillare come oro.

La porta l’aprì Ivan Franzevič in persona. Non aveva ancora fatto in tempo a cambiarsi, si era tolto solo la giacca, ma sotto l’alto colletto inamidato riluceva come un arcobaleno di smalto una croce di San Vladimiro piuttosto recente.

«Capo, sono io!» dichiarò gioiosamente Fandorin, godendosi l’effetto.

L’effetto a dire il vero superò ogni aspettativa.

Ivan Franzevič restò di stucco e agitò perfino le braccia, quasi a voler dire: «Santo, santo! Vade retro, Satana!»

Erast Petrovič scoppiò a ridere: «Che c’è, non mi aspettavate?»

«Fandorin! Ma da dove mi spuntate?! Ormai avevo perso la speranza di vedervi fra i vivi!»

«E perché mai?» chiese il viaggiatore non senza una certa civetteria.

«Ma come!… Siete scomparso senza lasciare traccia. L’ultima volta siete stato visto a Parigi il ventisei. A Londra non siete andato. Ho chiesto di Pyžov — mi hanno risposto che è scomparso senza lasciare traccia, la polizia lo cerca!»

«Vi ho spedito da Londra una lettera dettagliata indirizzata all’investigativo di Mosca. Lì vi dico di Pyžov, e di tutto il resto. Deve arrivare se non oggi domani. Non sapevo che eravate a Pietroburgo.»

Il capo si accigliò preoccupato: «Ma che faccia avete. Non vi sarete mica ammalato?»

«A dire il vero, ho una fame spaventosa. Sono stato di guardia tutto il giorno all’ufficio postale, non ho messo in bocca niente di niente.»

«Di guardia all’ufficio postale? Nonnò, non raccontatemi nulla. Facciamo così. Prima vi offro il tè con i pasticcini. Il mio Semen, quella canaglia, sono tre giorni che è ubriaco, così che in casa me la sbrigo da solo. Mi nutro soprattutto di cioccolatini e dei dolci di Filippov. A voi i dolci piacciono, vero?»

«Tantissimo», confermò calorosamente Erast Petrovič.

«Anche a me. Mi è rimasto dalla mia infanzia di orfano. Non fa nulla se andiamo in cucina, da scapoli?»

Mentre passavano dal corridoio, Fandorin fece in tempo a notare che l’appartamento di Brilling, sebbene non tanto grande, era arredato in modo molto pratico e ordinato — il necessario c’era tutto, ma di superfluo nulla. Suscitò un grande interesse nel giovane soprattutto una scatoletta laccata con due tubi neri di metallo che era appesa al muro.

«Questo è un vero prodigio della scienza contemporanea», spiegò Ivan Franzevič. «Si chiama ‘apparecchio di Bell’. L’hanno appena portato dall’America, dal nostro agente. Lì c’è un inventore geniale, tale mister Bell, grazie al quale adesso è possibile conversare a una distanza considerevole, fino a un certo numero di chilometri. Il suono viene trasmesso attraverso dei cavi simili a quelli del telegrafo. Questo è un modello sperimentale, la produzione degli apparecchi non è ancora iniziata. Nell’intera Europa ci sono solo due linee: una va dal mio appartamento fino alla segreteria del direttore della Terza sezione, la seconda è stata impiantata a Berlino fra il gabinetto del Kaiser e la cancelleria di Bismarck. Così non ci facciamo lasciare indietro dal progresso.»

«Stupendo!» esclamò con entusiasmo Erast Petrovič. «E si sente bene?»

«Non troppo, ma si capisce. A volte nella cornetta c’è molto fruscio… E se invece del tè vi dessi un’aranciata? Io non me la cavo troppo bene col samovar.»

«Mi andrebbe bene eccome», rispose Erast Petrovič tranquillizzando il capo, e Brilling, come un mago benefico, gli mise davanti sul tavolo di cucina una bottiglia di aranciata e un piatto pieno di bignè, cestini alla crema, meringhe e cornetti ricoperti di mandorle.

«Servitevi», disse Ivan Franzevič, «intanto io vi aggiorno sui nostri affari. Poi sarà il vostro turno di confessare.»

Fandorin annuì a bocca piena, con il mento spolverato di zucchero a velo.

«Così», iniziò il capo, «a quanto ricordo, siete partito per Pietroburgo per prendere la posta diplomatica il ventisette di maggio? Subito dopo da noi sono iniziati degli eventi interessanti. Mi sono rammaricato di avervi lasciato partire; mi sarebbe tornato utile ogni singolo uomo. Attraverso i miei agenti sono riuscito a chiarire che un po’ di tempo fa a Mosca si è formato un piccolo gruppo, però molto attivo, di rivoluzionari radicali, completamente pazzi. Se i normali terroristi si pongono il compito di sterminare ‘chi ha le mani macchiate di sangue’, ovvero i maggiori funzionari di Stato, questi hanno deciso di darsi a coloro che ‘se la spassano e chiacchierano a vuoto’.»

«Chi?» chiese Fandorin che, distratto da un morbidissimo bignè, non aveva capito.

«Be’, c’è una poesiola di Nekrasov, ‘Dalla schiera di coloro che se la spassano chiacchierando a vuoto, le mani macchiate di sangue, portami in quella di coloro che muoiono per la grande causa dell’amore’. E così, i nostri ‘morituri per la grande causa dell’amore’ si sono fatti una specialità.

All’organizzazione principale sono toccate ‘le mani macchiate di sangue’ — ministri, governatori, generali. Mentre la nostra frazione di Mosca ha deciso di occuparsi ‘di quelli che se la spassano’, che sono ‘grassi e sazi’. Come siamo riusciti a chiarire attraverso un agente infiltrato nel gruppo, la frazione ha preso il nome di ‘Azazel’ — una loro smargiassata blasfema. È stata pianificata una intera serie di assassinii fra la jeunesse dorée, i ‘parassiti’ e i ‘libertini’. Ad Azazel è affiliata anche la Bežezkaja, che a quanto pare è emissario di un’organizzazione anarchica internazionale. Il suicidio, di fatto l’omicidio di Petr Kokorin, da lei organizzato, è stata la prima azione di ‘Azazel’. Be’, della Bežezkaja, suppongo, mi parlerete anche voi. La vittima successiva è stato Achtyrzev, che interessava ai congiurati ancora più di Kokorin, in quanto nipote del cancelliere principe Korčakov. Vedete, mio giovane amico, il progetto dei terroristi era folle, ma al tempo stesso diabolicamente ben calcolato. Hanno considerato che arrivare ai rampolli delle personalità importanti è molto più semplice che non arrivare a queste stesse personalità, mentre il colpo inferto alle gerarchie dello Stato non ne risulta per questo meno dirompente. Il principe Michail Aleksandrovič, per esempio, è talmente distrutto dalla morte del nipote, che ha quasi smesso di occuparsi delle sue faccende e sta pensando seriamente di ritirarsi. E questo è un uomo più che benemerito, che ha determinato non poco la fisionomia della Russia contemporanea.»


«Che scellerataggine!» disse indignato Erast Petrovič, e allontanò perfino una meringa che non aveva finito di mangiare.

«Quando sono riuscito a chiarire che fine ultimo dell’attività di ‘Azazel’ era l’uccisione del principe ereditario…»

«Non è possibile!»

«Ahimè, è possibile eccome. Così, quando si è chiarito questo, ho ricevuto l’ordine di prendere misure decisive. Mi sono visto costretto a ubbidire, anche se avrei preferito chiarire prima il quadro completo. Ma, lo capirete da soli, quando la vita stessa di sua altezza imperiale sembra appesa a un filo… Abbiamo condotto l’operazione, ma non è venuta molto ben congegnata. Il 1° giugno i terroristi hanno fissato una riunione in una dacia di Kuzminki. Ricordate, ve ne avevo già parlato… È vero che allora voi eravate preso dalla vostra idea. Allora? Avete scoperto qualcosa?»

Erast Petrovič muggì a bocca piena, inghiottì un pezzetto di cornetto alla crema che non aveva finito di masticare, ma Brilling si fece scrupolo: «Va bene, dopo. Mangiate. Allora. Abbiamo circondato la dacia da ogni parte. Ci è toccato entrare in azione coi soli agenti di Pietroburgo, senza coinvolgere la gendarmeria di Mosca e la polizia: bisognava evitare a ogni costo la pubblicità», disse Ivan Franzevič con un sospiro irato. «Questa è colpa mia, ho preso troppe precauzioni. Così per mancanza di uomini non abbiamo ottenuto una cattura adeguata. C’è stata una sparatoria. Due agenti feriti, uno ucciso. Non me lo perdonerò mai… Non siamo riusciti a prendere nessuno vivo, e noi ci siamo beccati quattro cadaveri. Uno secondo la descrizione somiglia al vostro uomo dagli occhi bianchi. Del resto, gli occhi in quanto tali non gli sono rimasti… con l’ultima pallottola il vostro conoscente si è portato via mezzo teschio. In cantina hanno rinvenuto un laboratorio per la produzione di macchine infernali, certe carte, ma, come ho già detto, molto nei piani e nei legami di ‘Azazel’ è rimasto un enigma. Insolubile, temo… Ciononostante, il sovrano, il cancelliere e il capo del corpo dei gendarmi hanno molto apprezzato la nostra operazione moscovita. Ho raccontato a Lavrentij Arkadevič anche di voi. È vero che non avete partecipato al finale, però ci avete aiutato molto lo stesso nel corso delle indagini. Se non avete obiezioni, continueremo a lavorare insieme anche in seguito. Prendo la vostra sorte nelle mie mani… Vi siete rifocillato? Adesso raccontatemi voi. Cosa c’è a Londra? Siete riuscito a seguire le tracce della Bežezkaja? Che diavolo è successo con Pyžov? È stato ucciso? E tutto per ordine, per ordine, non omettete nulla.»

Più il racconto del capo si avvicinava alla fine, più lo sguardo di Erast Petrovič si accendeva d’invidia, e le sue peripezie, di cui soltanto un attimo prima andava tanto fiero, si offuscavano e si spegnevano ai suoi occhi. Attentato alla vita del principe ereditario! Una sparatoria! Una macchina infernale! La sorte aveva giocato un brutto tiro a Fandorin, allettandolo con la gloria e facendolo deviare dalla strada maestra per uno squallido viottolo secondario…

Tuttavia espose a Ivan Franzevič la sua epopea in ogni dettaglio. Solo quando si trattò delle circostanze in cui era rimasto privo della cartella azzurra raccontò assai nebulosamente e arrossì perfino un poco, fatto che, a quanto pare, non sfuggì all’attenzione di Brilling, il quale ascoltava il racconto in silenzio, cupo. Verso la conclusione Erast Petrovič si rianimò e non rinunciò all’effetto.

«Ma io quell’uomo l’ho visto!» esclamò, arrivando alla scena dell’ufficio postale di Pietroburgo. «So in mano a chi si trova il contenuto della cartella e tutti i fili dell’organizzazione! ‘Azazel’ è ancora vivo, Ivan Franzevič, ma è nelle nostre mani!»

«Ma parlate, diavolo!» gridò il capo. «Basta con le idiozie! Chi è quest’uomo? Dove si trova?»

«Qui, a Pietroburgo!» disse Fandorin godendosi la sua vendetta. «Un certo Gerald Cunningham, aiutante principale di quella stessa lady Esther verso la quale ho indirizzato ripetutamente la vostra attenzione.»Qui Erast Petrovič tossicchiò per delicatezza. «E questo spiega il testamento di Kokorin. Adesso è chiaro perché la Bežezkaja spingeva i suoi ammiratori proprio verso gli esthernati. E come si è sistemato questo rossocrinuto! Che copertura, eh? Gli orfa nelli, filiali in tutto il mondo, una patronessa altruista, davanti alla quale si aprono tutte le porte. Abile, niente da dire.»

«Cunningham?» chiese conferma il capo molto agitato. «Gerald Cunningham? Ma questo signore io lo conosco benissimo, siamo membri dello stesso club», disse allargando le braccia. «Un soggetto in effetti ben strano, tuttavia non potrei mai immaginarlo legato ai nichilisti o che abbia ucciso consiglieri effettivi di Stato.»

«Ma non ne ha uccisi, non ne ha uccisi!» esclamò Erast Petrovič. «Questo l’ho pensato all’inizio, che negli elenchi ci fossero i nomi delle vittime. L’ho detto per trasmettervi il corso dei miei pensieri. Quando si ha furia dopotutto non si capisce tutto subito. Ma poi, mentre venivo sballottato sui treni di mezza Europa, di colpo ho avuto l’illuminazione! Se questo fosse l’elenco delle vittime future, perché mai vi sarebbero apposte le date? E sono tutte date passate! Non ha senso! No, Ivan Franzevič, qui si tratta di ben altro!»

Fandorin era perfino saltato su dal tavolo, da tanto quei pensieri lo rendevano febbrile.

«Altro? Che altro?» chiese Brilling socchiudendo gli occhi chiari.

«Penso si tratti dell’elenco dei membri di una potente organizzazione internazionale. Mentre i vostri terroristi di Mosca sono soltanto un piccolo anello, il più minuscolo.»A queste parole il capo fece una faccia tale che Erast Petrovič provò una riprovevole gioia maligna, sentimento di cui si vergognò immediatamente. «Il personaggio centrale nell’organizzazione, il cui scopo principale ci è tuttora ignoto — è Gerald Cunningham. L’abbiamo visto tutti e due che è un signore molto fuori dall’ordinario. ‘Miss Olsen’, il cui ruolo a partire dal mese di giugno è stato ricoperto da Amalia Bežezkaja, è il centro di registrazione dell’organizzazione, qualcosa sul genere di una direzione dei quadri. Laggiù affluiscono da tutto il mondo informazioni sul cambiamento della condizione di servizio dei membri della società. ‘Miss Olsen’ regolarmente, una volta al mese, spedisce le nuove informazioni a Cunningham, il quale a partire dall’anno scorso si è insediato a Pietroburgo. Vi avevo detto che nella sua camera da letto la Bežezkaja ha una cassaforte segreta. Probabilmente vi è custodito l’elenco completo dei membri di questo stesso ‘Azazel’ — pare che l’organizzazione si chiami effettivamente così. A meno che non si tratti di un loro slogan, qualcosa sul genere di un esorcismo. Ho sentito due volte questa parola, ed entrambe le volte subito prima dell’esecuzione di un omicidio. Nel complesso tutto questo fa pensare a una società massonica, però non si capisce cosa c’entri qui l’angelo caduto. Ma l’attività parrebbe ancora più intensa che fra i massoni. Immaginate soltanto — quarantacinque lettere in un mese! E che genere di persone — un senatore, un ministro, dei generali!»

Il capo guardava paziente Erast Petrovič, in attesa che continuasse, perché il giovane non aveva evidentemente finito il suo discorso — aggrottando la fronte, sembrava riflettere tutto concentrato in sé su qualcosa.

«Ivan Franzevič, io penso che Cunningham… È un cittadino britannico, da lui non si può andare semplicemente così per un’ispezione, vero?»

«Mettiamo che sia così», disse il capo incoraggiando Fandorin. «Continuate.»

«E intanto che voi aspettate il mandato, lui nasconde il pacchetto, così che noi non troviamo nulla e non possiamo dimostrare nulla. Ci è ancora ignoto che legami abbia nelle alte sfere e chi interverrà a suo favore. Qui, probabilmente, ci vogliono precauzioni speciali. Non sarebbe meglio agganciare prima la sua catena russa, tirarla fuori anello dopo anello, eh?»

«E come facciamo», chiese Brilling con il più vivo interesse. «Attraverso un pedinamento segreto? Ragionevole.»

«Si può anche con un pedinamento, ma a me parrebbe che c’è un mezzo più sicuro.»

Ivan Franzevič ci pensò un po’ e allargò le braccia, come per arrendersi. Un lusingato Fandorin accennò con tatto: «E il consigliere effettivo di Stato, promosso a questo rango il 7 giugno?»

«Controllare gli ordini supremi di promozione?» chiese Brilling dandosi un colpo sulla fronte. «Diciamo, a partire dalla prima decade di giugno? Bravo, Fandorin, bravo!»

«Certo, capo. Nemmeno per tutta la decade, ma soltanto da lunedì a sabato, dal tre all’otto. È poco verosimile che un generale di nuova nomina si trattenga più a lungo dal comunicare la gioiosa notizia. Ne compaiono forse molti in una settimana nell’impero di consiglieri effettivi di Stato?»

«Due o tre, magari, se è una settimana ubertosa. Del resto, non me ne sono mai interessato.»

«Ecco allora, si ordina di tenerli tutti sotto osservazione, di controllare i curriculum di servizio, la cerchia di conoscenze e così via. Individueremo il nostro ‘Azazel’ che sarà una meraviglia.»

«Così avete detto che tutte le informazioni da voi raccolte sono state inviate per posta all’investigativo di Mosca?» chiese Brilling per la sua solita abitudine di fare domande a sproposito.

«Sì, capo. Se non oggi domani il pacchetto arriva a destinazione. Perché, sospettate qualcuno dei ranghi della polizia di Mosca? Per maggiore importanza ho scritto sulla busta ‘A sua eccellenza illustrissima il consigliere di Stato Brilling sue proprie mani oppure, per assenza del medesimo, a sua eccellenza il signor comandante supremo di polizia’. Così che non oseranno dissigillare. Mentre il comandante supremo di polizia, dopo aver letto questo, probabilmente entrerà subito in contatto con voi.»

«Sensato», approvò Ivan Franzevič, e tacque a lungo, guardando la parete. Il suo viso diventava sempre più cupo.

Erast Petrovič aspettava trattenendo il respiro: sapeva che il capo stava soppesando tutto quello che aveva sentito e ora gli avrebbe comunicato la sua decisione, a giudicare dall’espressione, questo gli costava fatica.

Brilling fece un pesante sospiro e si mise a ridere amareggiato di qualcosa.

«D’accordo, Fandorin, prendo tutto su di me. Ci sono malattie che si possono curare solo per via chirurgica. Faremo così anche noi. È una questione importante, di Stato, e in casi del genere è nel mio diritto non oberarmi di formalità. Prenderemo Cunningham. All’istante, in flagrante — ovvero con il pacchetto. Ritenete che il messaggio sarà cifrato?»

«Senza dubbio. Si tratta di informazioni troppo importanti. Tuttavia è stato spedito con la posta normale, sia pure espressa. Non si può mai escludere che finisca in altre mani o che vada semplicemente perso. No, Ivan Franzevič, a questi qui non piace per nulla rischiare.»

«A maggior ragione. Quindi Cunningham decifra, legge, trascrive nel suo archivio. Dovrà pure avere un archivio! Non vorrei che nella lettera di accompagnamento la Bežezkaja gli riferisse le vostre imprese, e Cunningham è un uomo intelligente, in quattro e quattr’otto capisce che potreste benissimo avere inviato un rapporto a Mosca. No, bisogna prenderlo subito, senza indugio! E poi sarebbe interessante leggere la lettera di accompagnamento. Pyžov non mi dà pace. E se non avessero comprato lui solo? Con l’ambasciata inglese ci spiegheremo dopo. Ci diranno anche grazie. Perché voi sostenete che nell’elenco figuravano anche dei sudditi della regina Vittoria?»

«Sì, manca poco una dozzina», annuì Erast Petrovič, guardando con occhi innamorati il suo superiore. «Certo, prendere adesso Cunningham è la cosa migliore, ma… E se ci dovesse succedere di arrivare all’improvviso senza trovare niente? Non me lo perdonerei mai se per colpa mia voi doveste avere dei problemi… Ovvero sono pronto a testimoniare in tutte le istanze…»

«Piantatela di dire sciocchezze», disse Brilling col mento che gli tremava per l’indignazione. «Non penserete davvero che in caso di fiasco io mi nasconderei dietro a un ragazzino? Io credo in voi, Fandorin, e questo è sufficiente.»

«Grazie», disse piano Erast Petrovič.

Ivan Franzevič gli si inchinò con sarcasmo: «Non merita che mi ringraziate. Insomma, basta sdilinquimenti. All’opera. L’indirizzo di Cunningham lo conosco, vive all’isola Aptekarskaja, in un annesso dell’esthernato di Pietroburgo. Siete armato?»

«Sì, ho comprato a Londra una rivoltella Smith Wesson. È nella mia borsa da viaggio.»

«Fatemela vedere.»

Fandorin portò velocemente dall’ingresso la pesante rivoltella, che gli piaceva spaventosamente per il suo peso e la sua solidità.

«Un troiaio», gli disse tagliente il capo, dopo avere soppesato la pistola sul palmo. «Va bene per i cowboy americani, per far fuoco da ubriachi in un saloon. Non va per un agente serio. Ve la sequestro. In cambio avrete qualcosa di meglio.»

Si allontanò un momento e tornò con una piccola rivoltella piatta, che gli stava quasi tutta nel palmo.

«Eccovi una Herstal belga a sette colpi. Una novità, un’ordinazione speciale. Si porta dietro la schiena, sotto la giacca, in una piccola fondina. Un oggetto insostituibile nel nostro mestiere. Leggera, non colpisce lontano e non ha il tiro concentrato, però in compenso ha la ricarica automatica, e questo assicura velocità di sparo. Perché per noi non importa prendere uno scoiattolo nell’occhio, vero? Per noi agenti, ricordiamo che resta vivo chi spara per primo e più di una volta. Al posto del grilletto c’è la sicura, questo bottoncino qui. Abbastanza duro, per non sparare a caso. Pigi qui, e fa fuoco anche con tutte e sette le cartucce di seguito. Chiaro?»

«Chiaro», disse Erast Petrovič esaminando il bel giocattolino.

«L’ammirerete dopo, adesso non c’è tempo», disse Brilling spingendolo verso l’uscita.

«Andremo in due ad arrestarlo?» chiese Fandorin eccitato.

«Non dite sciocchezze.»

Ivan Franzevič si fermò accanto all’«apparecchio di Bell», staccò il tubo a forma di corno, l’appoggiò all’orecchio e girò una specie di leva. L’apparato grugnì, qualcosa vi squillò dentro. Brilling appoggiò l’orecchio all’altro tubo, che spuntava dalla cassetta laccata, e nel tubo si udì un pigolio. A Fandorin sembrò di distinguere una vocettina sottile e buffa che diceva le parole «aiutante di turno» e anche «cancelleria».

«Novgorodzev, siete voi?» urlò Brilling nel tubo. «C’è sua eccellenza? No? Non sento! No, no, non importa. Ho detto che non importa!» Inspirò nei polmoni un po’ più d’aria e gridò a voce ancora più alta: «Immediatamente la squadra speciale! Per un arresto! All’isola Aptekarskaja! Apte-kar-skaja! Sì! L’annesso dell’esthernato! Es-ther-na-to! Non importa cosa vuol dire, lo capiranno loro! E che ci vada anche un’altra squadra per fare la perquisizione! Cosa? Sì, ci sarò io in persona. Più veloce, maggiore, più veloce!»

Rimise al suo posto il tubo a forma di corno e si asciugò la fronte.

«Uff!! Spero che mister Bell perfezioni il disegno, altrimenti tutti i miei vicini saranno al corrente delle operazioni segrete della Terza sezione!»

Erast Petrovič aveva la sensazione che una qualche magia si fosse appena verificata davanti ai suoi occhi.

«Ma queste sono le Mille e una notte! Un vero prodigio! E dire che ci sono ancora delle persone che parlano male del progresso!»

«Del progresso parleremo strada facendo. Purtroppo ho mandato via la carrozza, così dobbiamo anche cercarci un vetturino. Ma lasciatela perdere, quella vostra borsa da viaggio! Marsch, marsch!»


Tuttavia non ci fu tempo per discutere del progresso — viaggiarono alla volta dell’isola Aptekarskaja nel più totale silenzio. Erast Petrovič tremava dall’eccitazione, e provò alcune volte a indurre il capo alla conversazione, ma invano: Brilling era di pessimo umore — evidentemente, in fin dei conti, si assumeva un grosso rischio, intraprendendo l’operazione di sua iniziativa.

La pallida sera settentrionale si era appena delineata sulla distesa della Neva. Fandorin pensò che la luminosa notte estiva cadeva a proposito, tanto non era il momento di dormire. Ma nemmeno la notte scorsa, passata in treno, aveva chiuso occhio, non aveva fatto che agitarsi all’idea di mancare il pacchetto… Il vetturino incitò la cavalla trotina, guadagnandosi onestamente il rublo promesso, e raggiunsero velocemente destinazione.

L’esthernato di Pietroburgo, un bell’edificio giallo, che prima era appartenuto al corpo ingegneri, aveva dimensioni più piccole di quello di Mosca, ma in compenso era immerso nel verde. Un posticino paradisiaco, con intorno giardini e ricche dacie.

«Eh, cosa ne sarà dei bambini adesso», sospirò Fandorin.

«Non gli succederà assolutamente niente», rispose ostilmente Ivan Franzevič. «Milady nominerà un altro direttore, e la faccenda sarà chiusa lì.»

L’ala dell’esthernato era un imponente palazzotto dell’epoca di Caterina, e dava su una piacevole strada ombreggiata. Erast Petrovič vide un olmo carbonizzato dal colpo di un fulmine che allungava i morti rami verso le finestre illuminate dell’alto primo piano. Nell’edificio tutto pareva tranquillo.

«Benissimo, i gendarmi non sono ancora arrivati», disse il capo. «Non li aspetteremo, per noi la cosa più importante è non spaventare Cunningham. Parlo io, voi state zitto. E tenetevi pronto a qualsiasi imprevisto.»

Erast Petrovič infilò la mano sotto la falda della giacca, palpò il freddo tranquillizzante della Herstal. Il cuore gli si strinse in petto — non per la paura, però, perché con Ivan Franzevič non c’era nulla da temere, ma per l’impazienza. Ancora un attimo e tutto si sarebbe risolto!

Brilling scosse energicamente la campanellina di bronzo, e si udì un tintinnio modulato. Dalla finestra aperta del piano nobile si affacciò una testa rossa.

«Apritemi, Cunningham», disse a voce alta il capo. «Ho una questione urgente con voi!»

«Brilling, siete voi?» si stupì l’inglese. «Che c’è?»

«Un evento straordinario al club. Vi devo avvertire.»

«Un attimo, e scendo. Oggi è il giorno libero del servo», al che la testa scomparve.

«Aha», sussurrò Fandorin. «L’ha mandato via apposta il servo. Probabilmente è lì con le sue carte!»

Brilling tamburellava nervosamente con le nocche delle dita sulla porta, perché Cunningham non si sbrigava.

«Non se la svignerà?» chiese preoccupato Erast Petrovič. «Attraverso un passaggio segreto, eh? Magari vado all’altro lato dell’edificio e mi piazzo dall’altra parte?»

Ma a questo punto dall’interno risuonarono dei passi, e la porta si aprì.

Sulla soglia c’era Cunningham con una lunga veste da camera con gli alamari. I suoi pungenti occhi verdi si fermarono un attimo sul viso di Fandorin, e sulle sue palpebre si percepì un lieve tremito. Lo aveva riconosciuto!

«What’s happening?» chiese cautamente l’inglese.

«Andiamo nello studio», gli rispose Brilling in russo. «È molto importante.»

Cunningham esitò un attimo, poi con un gesto li invitò a seguirlo.

Dopo essere saliti lungo la scala di quercia, il padrone e gli ospiti non invitati si ritrovarono in una stanza sontuosa ma evidentemente non inattiva. Lungo le pareti si allungavano scaffali con libri e molte cartelle d’archivio, alla finestra, accanto a un’immensa scrivania di palissandro, era visibile una colonna di cassetti su ognuno dei quali si notava un’etichetta d’oro.

Tuttavia a Erast Petrovič non interessavano affatto quei cassettini (Cunningham non avrebbe certo tenuto a vista dei documenti segreti) ma le carte sul tavolo che erano state coperte alla rinfusa con l’ultimo numero delle Notizie borsistiche.

Ivan Franzevič, a quanto pareva, era dello stesso avviso — attraversò lo studio e si mise accanto alla scrivania, dando le spalle alla finestra aperta dal basso davanzale. Un venticello vespertino faceva ondeggiare leggermente la tendina di tulle.

Comprendendo perfettamente la manovra del capo, Fandorin restò vicino alla porta. Adesso Cunningham non poteva andare da nessuna parte.

L’inglese aveva tutta l’aria di sospettare che qualcosa non andava.

«Vi comportate in modo ben strano, Brilling», disse in perfetto russo. «E che ci fa qui quest’uomo? L’ho già visto, è un poliziotto.»

Ivan Franzevič guardò Cunningham in tralice, tenendo le mani nelle tasche dell’ampio soprabito.

«Sì, è un poliziotto. E da un momento all’altro qui ci saranno molti altri poliziotti, per questo non ho tempo per spiegazioni.»

La mano destra del capo uscì dalla tasca, Fandorin vide la sua Smith Wesson, ma non ebbe il tempo di meravigliarsi, perché aveva preso anche lui la sua rivoltella; ecco, comincia!

«Don’t… !» disse l’inglese alzando una mano, e in quello stesso istante echeggiò lo sparo.

Cunningham cadde riverso sulla schiena. Erast Petrovič, rimasto di sasso, vide gli occhi aperti spalancati, ancora vivi, e un preciso buco nero in mezzo alla fronte.

«Oddio, capo, per quale motivo…»

Si voltò verso la finestra. Dritto in faccia lo stava puntando una canna nera.

«Lo avete ucciso voi», disse Brilling con voce innaturale. «Siete un investigatore troppo bravo. E per questo, mio giovane amico, sono costretto a uccidervi, cosa che mi rincresce moltissimo.»

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