QUARTO CAPITOLO

ove si narra della forza rovinosa della bellezza

L’indomani alle undici del mattino Erast Petrovič, accompagnato dalla benedizione del suo superiore e perfino provvisto di tre rubli per le spese straordinarie, si recò all’edificio giallo dell’Università in via Mochovaja. Il compito non si presentava difficile, ma tale da richiedere una certa fortuna: individuare uno studente gobbo, di nessuna eminenza e un po’ brufoloso con il pince-nez legato a un nastrino di seta. Era pienamente verosimile che questo dubbio signore non studiasse affatto in via Mochovaja, ma all’Istituto tecnico superiore, all’Accademia forestale oppure in un qualsiasi altro istituto per geometri, tuttavia Ksaverij Feofilaktovič (che aveva preso a considerare il suo giovane aiutante con un certo stupore non privo di gioia) concordava completamente con la supposizione di Fandorin: la cosa più verosimile era che «il gobbo», non diversamente dal defunto Kokorin, studiasse all’università e molto probabilmente alla stessa facoltà, giurisprudenza.

Vestito in borghese, Erast Petrovič volò a rotta di collo su per i consunti scalini in ghisa dell’ingresso principale, oltrepassò un custode barbuto in livrea verde e occupò una comoda postazione nel vano semicircolare di una finestra da cui poteva sorvegliare benissimo sia l’atrio e il guardaroba sia la porta e perfino gli ingressi di entrambi gli annessi. Per la prima volta da quando gli era morto il padre e la sua giovane vita aveva deviato da un percorso chiaro e diritto, Erast Petrovič guardava le sacre mura gialle dell’università senza provare in cuore la nostalgia di quanto avrebbe potuto realizzarsi, ma non si era tuttavia realizzato. Non sappiamo ancora quale esistenza sia la più utile e interessante per la società, se l’apprendimento meccanico dello studente oppure la vita severa di un investigatore impegnato in un’inchiesta importante e pericolosa. (D’accordo, magari non pericolosa, ma comunque di una responsabilità straordinaria e segreta. )

All’incirca uno ogni quattro studenti entrati nella visuale del nostro attentissimo osservatore portava il pince-nez, molti per di più proprio con il nastrino di seta. All’incirca uno ogni cinque aveva un certo numero di brufoli in faccia. E non mancavano quelli un po’ gobbi. Eppure non c’era verso che tutti e tre questi segni particolari si degnassero di combinarsi in un unico studente.

Alle due Fandorin, che cominciava ad avvertire i morsi della fame, si tolse di tasca un panino al salame e si rifocillò senza lasciare il suo posto di guardia. Nel frattempo si era stabilito un rapporto davvero benevolo fra Erast Petrovič e il custode barbuto, che gli aveva detto di chiamarsi Mitric ed era riuscito a dargli alcuni consigli preziosissimi a proposito dell’iscrizione all’Università. Fandorin, che si era spacciato con il loquace vecchietto per un provinciale aspirante ai mitici bottoni con lo stemma universitario, si stava già chiedendo se non fosse ora di mutare versione e interrogare direttamente Mitric a proposito del «gobbo» brufoloso, quando il custode riprese ad affaccendarsi, si tolse il berretto a visiera e spalancò il portone. Mitric metteva in pratica tale procedura al passaggio di un professore o di uno degli studenti più ricchi, ricevendone in cambio di tanto in tanto ora un copeco, ora addirittura cinque. Erast Petrovič si girò e vide avvicinarsi all’uscita uno studente che aveva appena ritirato dal guardaroba un sontuoso soprabito di velluto con gli alamari a forma di zampa di leone. Sul naso dell’elegantone luccicava il pince-nez, e sulla fronte gli rosseggiava una galassia di brufoli. Fandorin si sporse pure nel tentativo di vedere bene quale fosse il portamento dello studente, ma la maledetta mantellina del soprabito e il colletto alzato impedivano di pronunciare una diagnosi.

«Buona sera, Nikolaj Stepanyč. Vi chiamo il vetturino?» propose il custode con un inchino.

«Ebbene, Mitric, non ha ancora smesso di piovigginare?» chiese il brufoloso con una vocetta sottile. «Allora vado a piedi, seduto ci sono stato anche troppo.»E con due dita biancoguantate lasciò cadere una monetina nella mano tesa.

«E quello chi è?» chiese con un sussurro Erast Petrovič guardando con attenzione spasmodica la schiena del bellimbusto. Non è un po’ gobbo?

«Achtyrzev Nikolaj Stepanyč. Un riccone di prima classe, di sangue principesco», gli comunicò deferentemente Mitric. «Non mi getta mai meno di quindici copechi.»

Notizia che rese Fandorin febbricitante. Achtyrzev! Non sarà mica quello indicato nelle ultime volontà come esecutore testamentario!

Mitric si inchinò all’ennesimo insegnante, un docente di fisica coi capelli lunghi, e quando si rigirò, lo attendeva una sorpresa: il rispettoso provinciale era sparito come se l’avesse inghiottito la terra.

Il nero soprabito di velluto era visibile da lontano, e Fandorin raggiunse in due secondi il suo sospetto, senza decidersi però a chiamarlo: che pretese avrebbe mai potuto avanzare verso questo Achtyrzev? Mettiamo pure che lo riconoscessero il commesso Kukin, e anche la signorina Pful (qui Erast Petrovič sospirò gravemente ricordandosi, per l’ennesima volta, di Lizanka). E con questo? Non sarebbe stato meglio, in base alla teoria del grande Fouché, imbattibile corifeo degli investigatori, attuare il pedinamento dell’oggetto in questione?

Detto fatto. Tanto più che pedinarlo si rivelò tutt’altro che difficile: senza la minima fretta Achtyrzev, a passo di diporto, procedeva in direzione di via Tverskaja senza mai voltarsi indietro, solo di tanto in tanto accompagnava con lo sguardo certe graziose midinette. Alcune volte Erast Petrovič, imbaldanzitosi, si era fatto inavvertitamente così vicino allo studente da sentirlo fischiettare l’aria di Smith da La bella di Perth. A quanto pareva il mancato suicida (se davvero era lui) si trovava nel più allegro degli umori. Vicino alla tabaccheria Korf lo studente si fermò ed esaminò a lungo la vetrina con le scatole di sigari, senza però entrare. In Fandorin cominciò a farsi strada la convinzione che il suo «oggetto» volesse ammazzare il tempo fino a una certa ora. Convinzione che si rafforzò allorché Achtyrzev estrasse l’orologio d’oro, ne aprì il coperchio con uno scatto e, accelerando sensibilmente il passo, salì sul marciapiede passando all’esecuzione del più deciso «Coro dei fanciulli» della Carmen, opera allora di moda.

Dopo avere svoltato nel vicolo Kamergerskij, lo studente smise di fischiettare e prese a camminare con passo così veloce che Erast Petrovič si vide costretto a restargli indietro per non avere un’aria troppo sospetta. Per fortuna, senza arrivare fino al salone di mode per signora D’Arzance, il suo «oggetto» rallentò il passo, e ben presto si fermò del tutto. Fandorin attraversò la strada e occupò la postazione accanto alla panetteria, fragrante degli aromi della pasta fresca.

Per una quindicina di minuti, forse anche venti, Achtyrzev, manifestando un nervosismo vieppiù evidente, passeggiò davanti alle porte di quercia intagliata in cui entravano di continuo signore affaccendate e da cui i fattorini uscivano portando eleganti pacchi e scatole. Lungo il marciapiede sostava in attesa un certo numero di carrozze, alcune perfino munite di stemmi sugli sportelli laccati. Alle due e diciassette minuti in punto (Erast Petrovič lo notò sull’orologio della vetrina) lo studente ebbe un fremito e si lanciò incontro a una signora snella con la veletta che stava uscendo dal negozio. Toltosi il berretto, prese a dire qualcosa agitando le braccia. Ostentando un’aria annoiata Fandorin attraversò il marciapiede, perché no, magari poteva interessare anche a lui dare un’occhiata a D’Arzance.

«Adesso non ho tempo per voi», furono le parole che udì pronunciare dalla voce cristallina della signora, vestita all’ultima moda parigina, con un abito di moire lilla e lo strascico. «Più tardi. Venite alle otto, come al solito, decideremo tutto lì.»

Senza più degnare di un’occhiata l’emozionato Achtyrzev, lei si diresse verso il suo phaeton scoperto a due posti.

«Ma Amalia! Amalia Kazimirovna, scusate!» le gridò dietro lo studente. «Io in un certo senso avevo contato su una spiegazione in privato!»

«Dopo, dopo!» buttò lì la signora. «Adesso ho fretta!»

Una lieve brezza le sollevò dal viso la leggerissima veletta, e Erast Petrovič impietrì. Quei languidi occhi notturni, quell’ovale egizio, la piega capricciosa delle labbra, li aveva già visti, e un viso del genere, una volta notato, non si dimentica più. Ecco chi era, quella misteriosa A. B., che aveva proibito allo sventurato Kokorin di rinnegare il suo amore! La faccenda, a quanto pareva, stava prendendo tutt’altro senso e colore.

In preda allo smarrimento, Achtyrzev restò fermo sul marciapiede incassando sgraziatamente la testa fra le spalle (è curvo, decisamente curvo, si convinse Erast Petrovič), e nel frattempo il phaeton si portò via senza fretta la regina egizia in direzione di via Petrovka. Bisognava prendere una decisione, e Fandorin, ritenendo che a questo punto lo studente non gli sarebbe comunque sfuggito, lo lasciò perdere, e andò di corsa verso l’incrocio con via Bolšaja Dmitrovka, dove era parcheggiata una fila di carrozze a nolo.

«Polizia», sussurrò al vetturino assonnato con berretto e caffettano imbottito. «Su, svelto, dietro a quella carrozza! Ma muoviti! E non temere, sarai ben pagato.»

Il vetturino montò in serpa, si rimboccò le maniche con zelo esagerato, scosse le redini, e pure gridò, al che il cavallo pezzato prese a battere rumorosamente gli zoccoli sull’acciottolato.

All’angolo di via Roždestvenka si imbatterono in un barrocciaio stracarico di tavole che, trascinandosi nel bel mezzo della strada, sbarrava l’intero passaggio. Erast Petrovič, in preda a un’agitazione estrema, saltò su e si mise perfino in punta di piedi per inseguire con lo sguardo il phaeton che invece era riuscito a passare. Se non altro lo vide svoltare in via Bolšaja Lubjanka.

Niente di grave, Dio è clemente, e il phaeton fu raggiunto all’altezza di via Sretenka giusto in tempo, proprio nel momento in cui stava per eclissarsi in un vicolo stretto e curvo. Le ruote tremavano per le buche. Fandorin vide che il phaeton stava per fermarsi e diede un colpo nella schiena al vetturino: su, sorpassalo, non tradirmi. Si voltò apposta dall’altra parte, ma con la coda dell’occhio vide, davanti a una linda palazzina in muratura, un uomo in livrea che, inchinandosi, veniva incontro alla signora in lilla. Alla prima svolta Erast Petrovič licenziò il vetturino e lentamente, facendo vista di fare due passi, tornò nella direzione opposta. Ecco la palazzina: adesso poteva esaminarla come si deve: un mezzanino dal tetto verde, tendine alle finestre, la scossalina all’ingresso principale. Ma non era dato vedere nessuna targhetta di bronzo sulla porta.

In compenso su una panchina vicino al muro stava seduto con aria annoiata uno spazzino col grembiule e il berretto gualcito. Erast Petrovič gli si avvicinò. «E dimmi un po’, fratello», prese a dirgli come en passant, togliendosi di tasca una delle monetine da venti copechi del suo fondo spese. «Di chi è questa casa?»

«Lo sanno tutti di chi è», gli rispose oscuramente lo spazzino guardando con interesse le dita di Fandorin.

«Tieni. Chi è quella signora che è entrata poco fa?»

Presa la moneta, lo spazzino rispose gravemente: «La casa appartiene alla generalessa Maslova, solo che non ci abita, la dà in affitto. E quella che è arrivata è l’inquilina, la signora Bežezkaja, Amalia Kazimirovna».

«E chi sarebbe?» insistette Erast Petrovič. «Ci abita da tanto? Ci viene molta gente?»

Lo spazzino lo guardò in silenzio masticando qualcosa. Il suo cervello era impegnato in un qualche incomprensibile lavorio.

«Sai che ti dico, signore», disse lui alzandosi, e all’improvviso agguantò fermamente Fandorin per la manica. «Vieni un po’ qui.»

Trascinò verso l’ingresso Erast Petrovič che opponeva resistenza e tirò la linguetta del campanellino di bronzo.

«Ma che stai facendo?» chiese inorridito l’investigatore cercando invano di liberarsi. «Ma io a te… Ma lo sai almeno chi è che hai davanti?!»

La porta si spalancò, e sulla soglia comparve uno spilungone in livrea con enormi favoriti brizzolati e il mento rasato: si vedeva subito che di sangue non era russo.

«Così se ne vengono qui a chiedere di Amalia Kazimirovna», riferì con voce melliflua l’infame spazzino. «E offrono pure denaro. Non ho preso nulla. Così io, John Karlyč, ho pensato…»

Il maggiordomo (doveva essere per forza un maggiordomo, visto che era inglese) squadrò l’arrestato con lo sguardo impassibile dei suoi occhietti pungenti, porse in silenzio a quel Giuda mezzo rublo d’argento e si fece un po’ da parte.

«Ma qui c’è il più totale malinteso!» disse Fandorin che non sapeva più che pesci prendere. «It’s ridiculous! A complete misunderstanding!» aggiunse passando all’inglese.

«Eh no, vogliate favorire, prego», gli ululò dietro lo spazzino e, agguantato Fandorin anche per la seconda manica per essere più convincente, lo spinse dentro.

Erast Petrovič si ritrovò in un ingresso piuttosto spazioso, direttamente di fronte a un orso impagliato che reggeva un vassoio d’argento per metterci i biglietti da visita. Gli occhietti vitrei del bestione peloso guardavano il giovane, piombato nella più grande confusione, senza la benché minima partecipazione.

«Nome? Motivo?» chiese laconicamente, con un forte accento, il maggiordomo, senza badare affatto all’inglese perfettamente rispettabile di Fandorin.

Erast Petrovič taceva, fermamente intenzionato a non svelare il suo incognito.

«What’s the matter, John?» echeggiò la voce cristallina già nota a Fandorin. Sulla scala rivestita di moquette, che probabilmente portava al mezzanino, si trovava la padrona di casa, che nel frattempo si era tolta cappello e veletta.

«Aha, quel giovane bruno», disse lei in tono beffardo rivolgendosi a Fandorin che la divorava con gli occhi. «Vi avevo già notato nel vicolo Kamergerskij. Sta forse bene piantare gli occhi addosso a delle signore sconosciute? Furbo lui, non dice nulla. Mi ha seguita! Chi siete, uno studente o uno sfaccendato?»

«Fandorin, Erast Petrovič», si presentò lui senza sapere che altro dire, ma quella Cleopatra aveva già interpretato a suo piacimento la comparsa del nuovo venuto.

«Ho un debole per gli audaci», disse ridendo. «Specie se sono così carini. Però spiare non sta bene. Se la mia persona vi interessa a tal punto, venite stasera; ne viene di gente da me. Così potrete soddisfare appieno la vostra curiosità. Ma mettetevi il frac, da me ci si comporta con disinvoltura, ma chi non è militare deve venire assolutamente in frac, questa è la regola.


Verso sera, Erast Petrovič era armato di tutto punto. È vero che il frac paterno gli andava un po’ largo di spalle, ma l’ottima Agrafena Kondratevna, la moglie di un piccolo funzionario che gli affittava la cameretta, glielo aveva ristretto lungo la cucitura con delle spille di sicurezza, e il risultato era perfettamente presentabile, soprattutto se Fandorin non lo abbottonava. Il vasto guardaroba, dove di soli guanti bianchi ce n’erano cinque paia, era l’unico bene ereditato dal figlio del malcapitato investitore bancario. I pezzi più belli di tutti erano il gilet in seta (ditta Bourges) e le scarpe di vernice (Piron). Non era niente male nemmeno il cilindro Blanc seminuovo, a parte il fatto che un po’ gli scendeva sugli occhi. Ma si trattava di un’inezia; gli serviva solo per darlo al guardaportone, e con questo la faccenda era risolta. La canna da passeggio Erast Petrovič decise di non prenderla, a volte facesse mauvais ton. Si rigirò nel buio ingresso davanti allo specchio chiazzato e restò soddisfatto di sé, soprattutto dei fianchi, cinti magnificamente dal severo busto «Lord Byron». Nel taschino del gilet posava il rublo d’argento datogli da Ksaverij Feofilaktovič per il bouquet («elegante ma senza strafare»). Come se si potesse strafare con un rublo, pensò sospirando Fandorin, e decise di aggiungervene un altro mezzo del suo, così gli sarebbe bastato per le violette di Parma.

Per via del bouquet gli toccò fare a meno della vettura, e al palazzo di Cleopatra (soprannome calzante per Amalia Kazimirovna Bežezkaja più di qualsiasi altro) Erast Petrovič si presentò solo alle otto e un quarto.


Gli altri ospiti c’erano già tutti. Accolto dalla cameriera, già dall’ingresso il giovane udì il boato di numerose voci maschili, di tanto in tanto gli arrivava tuttavia anche quella, intessuta d’argento e cristallo, magica. Erast Petrovič rallentò impercettibilmente il passo sulla soglia, poi si fece coraggio ed entrò con una certa disinvoltura, nella speranza di produrre l’impressione di un consumato uomo di mondo. Sforzo inutile: nessuno si girò a guardare il nuovo venuto.

Fandorin vide un salotto con comodi divani in marocchino, poltroncine di velluto, tavolinetti eleganti, il tutto con molto stile e secondo il gusto contemporaneo. Al centro, su una pelliccia di tigre stesa ai suoi piedi, c’era la padrona di casa, con un abito di foggia spagnola, con un vestito vermiglio a corpetto e una camelia scarlatta nei capelli. Era talmente bella che Erast Petrovič si sentì mancare il respiro. Non esaminò subito gli ospiti, notò soltanto che erano tutti uomini, e che c’era anche Achtyrzev, seduto poco distante e assai pallido in viso.

«Ecco qui la mia nuova conquista», annunciò la Bežezkaja guardando con aria beffarda Fandorin. «Adesso ne ho esattamente tredici, uno di più degli apostoli. Non vi presenterò tutti, prenderebbe troppo tempo, ditemi però il vostro nome. Ricordo che siete uno studente, ma il cognome l’ho dimenticato.»

«Fandorin», squittì Erast Petrovič, e la voce gli tremò a tradimento, lo ripetè quindi ancora una volta, con tono più fermo. «Fandorin.»

Si voltarono tutti a guardarlo, ma in un lampo: lo sbarbatello nuovo arrivato non poteva interessare a nessuno. Ben presto fu chiaro che in quella società il centro di ogni interesse era uno soltanto. Gli ospiti quasi non conversavano l’uno con l’altro, si rivolgevano principalmente alla padrona di casa, e tutti, perfino un vecchietto dall’aria importante con la croce di brillanti, si interrompevano a vicenda cercando di ottenere una sola cosa — di attirare su di sé la sua attenzione e oscurare sia pure per un istante gli altri. Solo due si comportavano altrimenti — il taciturno Achtyrzev, che non faceva che sorseggiare champagne da una coppa, e un ufficiale degli ussari, un giovane rubicondo dagli occhi forsennati, un poco sporgenti e un sorrisone denti bianchi e baffi neri. Costui aveva l’aria di annoiarsi tremendamente e quasi non guardava Amalia Kazimirovna, mentre esaminava con un sorrisetto sprezzante gli altri ospiti. Cleopatra non nascondeva di aver riguardi speciali per quel bellimbusto, che chiamava semplicemente Ippolit, e un paio di volte scagliò in sua direzione una tale occhiata, che il cuore si strinse dolorosamente in petto a Erast Petrovič.

All’improvviso trasalì. Un certo signore glabro con la croce di diamanti sulla cravatta aveva appena detto, approfittando di una pausa: «Amalia Kazimirovna, l’altro giorno ci avete proibito di spettegolare a proposito di Kokorin, io però ieri ho saputo una cosa curiosa».

Tacque, soddisfatto dell’effetto suscitato: si erano voltati tutti dalla sua parte.

«Non fateci penare, Anton Ivanovič, parlate», proruppe un ciccione dalla fronte bombata, a giudicare dall’aspetto un avvocato di successo.

«Davvero, non fateci penare», ripeterono gli altri.

«Non si è sparato così alla buona, ma l’ha fatto con ‘la roulette americana’; me lo hanno sussurrato oggi nella cancelleria del governatore generale», comunicò con aria grave il glabro. «Sapete cos’è?»

«Lo sanno tutti», disse Ippolit alzando le spalle. «Prendi la rivoltella, ci metti una sola cartuccia. È una stupidaggine, però eccita. Peccato ci abbiano pensato gli americani, e non i nostri.»

«E cosa c’entra la roulette, conte?» chiese il vecchietto con la stella che non aveva capito.

«Pari o dispari, rosso o nero, purché non sia grigio!» strillò Achtyrzev ridendo in modo innaturale, guardando Amalia Kazimirovna con aria di sfida (così almeno sembrò a Fandorin).

«Vi ho avvertiti: chi si mette a parlare di questo lo butto fuori!» disse la padrona di casa arrabbiandosi di brutto. «E gli sarà vietato l’ingresso in casa mia una volta per tutte! L’avete trovato l’argomento per spettegolare!»

Si creò un silenzio penoso.

«Non oserete però chiuderla a me, la vostra casa», disse con quello stesso tono sfacciato Achtyrzev. «Mi pare di essermelo guadagnato, io, il diritto di dirvi tutto quello che penso.»

«E in che modo: se si può sapere?» chiese di scatto un capitano tarchiato con l’uniforme delle guardie.

«In questo modo: sbronzandosi, il lattante», disse provocando decisamente uno scandalo quell’Ippolit che il vecchietto chiamava ‘conte’. «Se permettete, Amelie, lo accompagno a prendere una boccata d’aria fresca.»

«Non appena avrò bisogno del vostro intervento, Ippolit Aleksandrovič, ve ne informerò all’istante», gli rispose Cleopatra non senza un certo veleno, così che il confronto fu stroncato sul nascere. «Meglio che facciamo così, signori. Se proprio non c’è verso di avere con voi una conversazione interessante, meglio che giochiamo ai pegni. L’ultima volta è stato molto divertente, quando Frol Lukič, dopo avere perso, ha ricamato dei fiorellini sul tamburello, e si è punto ogni dito con l’ago!»

Si misero tutti a ridere allegramente eccetto il signore barbuto con i capelli tagliati alla buona, che indossava assai goffamente il frac.

«E così, mammina mia Amalia Kazimirovna, vi fa ridere quel gaglioffo di un bottegaio. E io, imbecille che sono, me lo sono meritato», concluse mitemente con il suo accento siberiano. «Ma tenga conto che fra commercianti onesti il debito viene onorato dal pagamento. Poco fa abbiamo rischiato davanti a voi, adesso non sarebbe male se anche voi rischiaste un poco.»

«Ha proprio ragione il signor commerciante!» esclamò l’avvocato. «Che testa! Una volta tanto la dia anche Amalia Kazimirovna, una prova d’audacia! Signori, ecco qua una proposta! Chi fra noi estrarrà il pegno, potrà esigere dalla nostra luminosa… be’… qualcosa di particolare.»

«Giusto! Bravo!» echeggiò da ogni parte.

«Cos’è? Una sommossa? La rivolta di Spartaco?» scoppiò a ridere la padrona d’accecante bellezza. «Ma cosa volete da me?»

«Lo so io!» intervenne Achtyrzev. «Una risposta sincera, non importa a quale domanda. Di non cavillare, di non giocare al gatto e al topo. E assolutamente a quattr’occhi.»

«Perché poi a quattr’occhi?» protestò il capitano. «Saranno tutti curiosi di sentire.»

«Se lo facciamo davanti a tutti, non verrà fuori nulla di sincero», disse la Bežezkaja con gli occhi sfavillanti. «D’accordo, giochiamo alla sincerità, come piace a voi. Spero soltanto che il fortunato non avrà paura di sentire da me la verità. La verità potrebbe anche non rivelarsi così appetitosa.»

Il conte aggiunse in tono beffardo, arrotando le erre in modo autenticamente parigino: «J’en ai le frisson que d’y penser. Quanto alla verità, signori. Chi ne ha bisogno? Non sarebbe meglio giocare alla roulette americana? Come, non vi attira?»

«Ippolit, mi pareva di avervi avvertito!» gli si scagliò contro fulminea la dea. «Non starò a ripetermi! A proposito di quello nemmeno una parola!»

Ippolit tacque all’istante e levò perfino le mani in alto dicendo che sarebbe rimasto muto come un pesce.

Nel frattempo il capitano, sveltissimo, aveva già messo tutti i pegni in un berretto. Erast Petrovič diede il fazzoletto di batista di suo padre col monogramma P. F.

Incaricarono delle estrazioni il glabro Anton Ivanovič.

Per primo tolse dal berretto il sigaro che vi aveva messo lui, e chiese furtivo: «Cosa va a questo pegno?»

«Il buco della ciambella», rispose la Cleopatra che si era girata contro il muro, al che scoppiarono tutti a ridere a eccezione del glabro.

«E a questo?» chiese Anton Ivanovič estraendo con indifferenza la matita d’argento del capitano.

«La neve dell’anno scorso.»

Seguirono poi un orologio con medaglione («orecchie di pesce»), una carta da gioco («mes condoléances»), degli zolfanelli («l’occhio destro di Kutuzov»), un bocchino d’ambra («un vano affaccendarsi»), un assegnato da cento rubli («tre volte nulla»), un pettinino di tartaruga («quattro volte nulla»), un chicco d’uva («la capigliatura di Orest Kirillovič»: risa prolungate alle spese del signore con la croce di Vladimir che era completamente calvo), un garofano («a questo qui mai e per nessuna ragione»). Nel berretto restavano soltanto due pegni: il fazzoletto di Erast Petrovič e l’anello d’oro di Achtyrzev. Quando fra le dita del banditore scintillò luminoso l’anello, lo studente si protese tutto in avanti, e Fandorin vide delle gocce di sudore imperlare la fronte del brufoloso.

«E a questo che gli diamo?» chiese strascicando la voce Amalia Kazimirovna a cui, a quanto pareva, era venuto a noia intrattenere il pubblico. Achtyrzev si alzò e, non credendo alla sua fortuna, si sfilò il pince-nez dal naso. «Ma no, magari non a lui, casomai all’ultimo», concluse la tormentatrice.

Si voltarono tutti verso Erast Petrovič, rivolgendogli finalmente uno sguardo serio. Quanto a lui, in questi ultimi minuti, man mano che le sue chance crescevano, non aveva fatto che pensare sempre più febbrilmente come comportarsi in caso di successo. Ebbene, era sciolto ogni dubbio. Si vede che la sorte aveva voluto così.

A questo punto, alzandosi di colpo, Achtyrzev corse verso di lui, e sussurrò focosamente: «Cedetemelo, vi supplico. Cosa vi costa… siete qui per la prima volta, mentre per me ne va della vita… Vendetemelo, alla fin fine. Quanto? Cosa volete, cinquecento, mille? Di più?»

Con una decisione tranquilla che sorprese lui per primo, Erast Petrovič scostò il supplice, si alzò, si avvicinò alla padrona di casa e le chiese con un inchino: «Dove volete che andiamo?»

Lei guardò Fandorin con allegra curiosità. Quello sguardo gli fece girare la testa.

«Va benissimo laggiù, in quell’angolo. Diversamente avrei paura a isolarmi con voi: siete così audace.»

Senza badare alle risate beffarde degli altri, Erast Petrovič la seguì nell’angolo più lontano del salotto e si mise a sedere sul divano dallo schienale intagliato. Amalia Kazimirovna infilò un sigarillo nel bocchino d’argento, accese da una candela e inspirò voluttuosamente.

«E quanto vi ha offerto per me Nikolaj Stepanyč? Lo so bene, cosa vi stava sussurrando.»

«Mille rubli», rispose onestamente Fandorin. «Anche di più, ha detto.»

Gli occhi d’agata della Cleopatra sfavillarono cattivi.

«Oh, quanto è poco paziente. E voi cosa siete, un miliardario?»

«No, io non sono ricco», disse modestamente Erast Petrovič. «Ma ritengo meschino fare commercio dei propri successi.»

Gli ospiti si erano stancati di origliare la conversazione -tanto non si sentiva niente lo stesso — e così, divisisi in gruppi, passarono ai loro discorsi, sebbene ognuno lanciasse di tanto in tanto un’occhiatina in quell’angolino lontano.

Intanto la Cleopatra con espressione apertamente beffarda studiava il suo temporaneo dominatore.

«Cosa desiderate chiedermi?»

Erast Petrovič esitò.

«La risposta sarà onesta?»

«L’onestà non ve la posso promettere, ce n’è assai poca nei nostri giochi, ma sulla mia sincerità potete contare», rise la Bežezkaja con un’amarezza appena percettibile. «Però non deludetemi, non fatemi domande sciocche. Vi considero un esemplare curioso.»

Allora Fandorin attaccò all’impazzata.

«Cosa sapete a proposito della morte di Petr Aleksandrovič Kokorin?»


La padrona di casa non si spaventò, non tremò, tuttavia Erast Petrovič ebbe l’impressione che gli occhi le si fossero assottigliati un istante.

«E a voi a cosa serve saperlo?»

«Questo ve lo spiegherò dopo. Prima rispondetemi.»

«Va bene, ve lo dirò. Kokorin è stato ucciso da una signora assai spietata.»La Bežezkaja abbassò un attimo le spesse ciglia nere e lo scottò da lì sotto con uno sguardo veloce come un colpo di fioretto. «E questa belle femme sans merci si chiama ‘passione’.»

«Passione per voi? Perché lui vi frequentava, vero?»

«Mi frequentava. E a parte me qui, mi pare, non c’è nessuno di cui innamorarsi. A meno di considerare Orest Kirillovič.»Scoppiò a ridere.

«E a voi Kokorin non fa nessuna pena?» chiese Fandorin meravigliandosi di tanta durezza.

La regina egizia alzò con indifferenza le spalle.

«Ciascuno è padrone della sua sorte. Ma non vi pare di aver fatto abbastanza domande?»

«No!» si affrettò a dire Erast Petrovič. «E cosa c’entrava Achtyrzev? E cosa significa il testamento a favore di lady Esther?»

Il boato delle voci si fece più forte, e Fandorin si voltò con impazienza.

«Non vi piace il mio tono?» chiedeva a voce alta Ippolit, spingendo Achtyrzev ubriaco. «E questo ti piace, baccellone?» chiese picchiando col palmo la fronte dello studente, con poca forza, eppure quel mingherlino di Achtyrzev volò verso la poltrona, ci cascò dentro e restò seduto sbattendo gli occhi smarrito.

«Scusate, conte, così non si può!» Erast Petrovič si protese in avanti. «Anche se voi siete il più forte, questo non vi dà il diritto di…»

Comunque le sue frasi sconnesse, a cui il conte non aveva quasi badato, furono sommerse dalla voce cristallina della padrona di casa: «Ippolit, esci fuori! E che i tuoi piedi non riappaiono più qui finché non torni sobrio!»

Il conte, imprecando, rimbombò verso l’uscita. I restanti ospiti si misero a guardare con curiosità l’afflosciato Achtyrzev, che faceva proprio pena e nemmeno compiva il benché minimo sforzo per risollevarsi.

«Qui siete voi l’unico che somigli a un essere umano», sussurrò Amalia Kazimirovna a Fandorin, dirigendosi verso il corridoio. «Portatelo via. E non abbandonatelo.»

Quasi subito apparve John lo spilungone, che aveva cambiato la livrea con una finanziera nera dalla pettina inamidata, e aiutò a portare lo studente fino alla porta dove gli calcò il cilindro sul capo. La Bežezkaja non uscì a salutare e, considerata la cupa fisionomia del maggiordomo, Erast Petrovič capì che era ora di andarsene.

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