SETTIMO CAPITOLO

dove si afferma che la pedagogia è la più importante di tutte le scienze

Recatosi all’indirizzo datogli dalla guardia di turno, Erast Petrovič vide un imponente edificio a tre piani, a prima vista assai simile a una caserma, però circondato da un giardino e col cancello accoglientemente spalancato. Si trattava dell’esthernato aperto di recente dalla baronessa inglese. Da una garitta a strisce spuntò un servo con un’elegante giacca azzurra dai galloni d’argento il quale spiegò di buona lena che milady non abitava lì, ma nell’annesso, con ingresso dal vicolo, svoltando dopo l’angolo a destra.

Fandorin vide correre fuori dalle porte dell’edificio una frotta di ragazzini con graziose uniformi azzurre i quali, urlando come dei forsennati, presero a sfrecciare qua e là per il prato giocando a rincorrersi. Al servo nemmeno venne in mente di richiamare all’ordine quei monelli. Colto lo sguardo stupito di Fandorin, gli spiegò: «Non è proibito. Durante l’intervallo si può anche fare la ruota, basta che non si danneggi la proprietà. Il regolamento dice così».

Certo, a quanto pareva gli orfani erano liberissimi, mica come gli allievi di un ginnasio di Governatorato, fra i quali ancora di recente era annoverato il nostro registratore di collegio. Rallegrandosi per quei poveretti, Erast Petrovič si diresse oltre la cancellata, nella direzione indicatagli.

Svoltato l’angolo iniziava un vicolo ombreggiato, del genere di quelli di cui lì, nel quartiere Chamovniki, non si contava il numero: una strada assai polverosa, palazzetti sonnacchiosi dai giardinetti recintati, pioppi dall’ampia chioma, dai quali si sarebbe ben presto involata una lanugine bianca.

L’annesso a due piani, dove alloggiava lady Esther, era unito al corpo principale da una lunga galleria. Accanto alla targa in marmo con la scritta «Primo esthernato moscovita. Direzione» si scaldava al sole un guardaportone altezzoso dai luccicanti favoriti ben pettinati. Di portinai simili, imponenti, con le polpe bianche e il tricorno con la coccarda dorata Fandorin non ne aveva mai visti nemmeno davanti alla residenza del Governatore Generale.

«Adesso non ricevono», disse quel giannizzero allungando il braccio a barriera. «Venite domani. Per questioni ufficiali dalle dieci a mezzogiorno, per questioni personali dalle due alle quattro.»

No, decisamente i rapporti di Erast Petrovič con la tribù dei portinai non volevano prendere la piega giusta. Sarà stato per via del suo aspetto poco solido, o per qualcosa in faccia che non convinceva.

«Polizia investigativa. Da lady Esther, d’urgenza», disse a denti stretti, pregustando vendicativamente come quel babbeo coi galloni dorati avrebbe cambiato musica.

Ma il babbeo non batté ciglio.

«A farvi annunciare a sua eccellenza non pensateci nemmeno. Se volete, posso annunciarvi a mister Cunningham.»

«Non ho nessun bisogno di Cunningham», rispose stizzito Erast Petrovič. «Annunciami all’istante alla baronessa, bestione, se non vuoi passare la notte da me in galera! E dille così: dalla direzione investigativa per una questione urgente di Stato!»

Il portinaio squadrò l’adirato piccolo funzionario con un’occhiata piena di dubbio, ma a ogni buon conto filò dietro la porta. Anche se, a dire il vero, la canaglia non lo invitò a seguirlo.

Ci fu da aspettare per un bel po’, Fandorin già si accingeva a fare irruzione non invitato, quando dalla porta si riaffacciò quel muso tetro coi favoriti.

«Per ricevervi vi ricevono, però non parlano granché la nostra lingua, e mister Cunningham non ha tempo di tradurre, è occupato. Se magari poteste spiegarvi in francese…»Dalla voce si capiva che il portinaio credeva assai poco a questa possibilità.

«Posso spiegarmi anche in inglese», buttò lì seccamente Erast Petrovič. «Dove devo andare?»

«Vi accompagno. Seguitemi.»

Fandorin seguì il giannizzero attraverso un ingresso tutto pulito, rivestito di damasco, poi attraverso un luminoso corridoio inondato dal sole attraverso una successione di alte finestre olandesi fino a una porta dorata.

Erast Petrovič non era in apprensione per la conversazione in inglese. Era cresciuto sotto la tutela della sua nanny Lizabeth (nei momenti di severità: Missis Jayson), una vera bambinaia inglese. Era una vecchia signorina molto affettuosa e premurosa, ma molto formale, che comunque voleva essere chiamata mistress e non miss, in segno di rispetto per la sua distinta professione. Lizabeth aveva insegnato al suo allievo a svegliarsi alle sei e mezza d’estate e alle sette e mezza d’inverno, a far ginnastica fino al primo sudore e poi lavarsi con l’acqua fredda, a spazzolarsi i denti finché non aveva finito di contare fino a duecento, a non mangiare mai a sazietà, e anche una quantità di altre cose categoricamente irrinunciabili in un gentiluomo.

Al colpo alla porta rispose una morbida voce femminile: «Come in! Entrez!»

Erast Petrovič consegnò il berretto al portiere ed entrò.

Si ritrovò in una stanza spaziosa, riccamente arredata, in cui troneggiava una larghissima scrivania di mogano. Alla scrivania era seduta una signora canuta di aspetto non semplicemente piacevole, ma straordinariamente affettuoso. Gli occhietti, di un azzurro luminoso dietro il pince-nez dorato, splendevano di viva intelligenza e cordialità. Il viso non bello, animato, col naso ad anatra e la bocca larga, sorridente, piacque subito a Fandorin.

Si presentò in inglese, ma tacque per il momento lo scopo della sua visita.

«Avete una magnifica pronuncia, sir», lo lodò lady Esther nella stessa lingua, pronunciando distintamente ogni suono. «Mi auguro che il nostro minaccioso Timothy… Timofej non vi avrà troppo spaventato? Devo riconoscere che fa paura anche a me, ma qui alla direzione vengono spesso pubblici ufficiali, e con loro Timofej è incomparabile, meglio di un servitore inglese. Ma sedetevi pure, giovanotto. Meglio laggiù, su quella poltrona, sarete più comodo. A quanto ho capito, siete della polizia criminale. Deve trattarsi di un’occupazione molto interessante. E vostro padre di cosa si occupa?»

«È morto.»

«Mi dispiace molto. E la vostra mamma?»

«È morta anche lei», borbottò Fandorin, scontento della piega presa dalla conversazione.

«Povero ragazzo. So come vi sentite solo. Sono già quarant’anni che aiuto poveri ragazzi come voi a liberarsi dalla solitudine e a trovare la propria strada».

«Trovare la propria strada, milady?» domandò Erast Petrovič che non aveva capito bene.

«Certo», si infervorò lady Esther, che aveva tutta l’aria di essere balzata sul suo cavallo di battaglia. «Trovare la propria strada è la cosa più importante nella vita di un uomo. Sono profondamente convinta che ogni essere umano abbia un suo talento irripetibile, che in ciascuno di noi sia depositato il dono divino. La tragedia dell’umanità consiste in questo, che non siamo capaci di scoprire questo dono nel bambino e di educarlo di conseguenza, e nemmeno ci proviamo. Fra di noi i geni sono una rarità e perfino un prodigio, ma cos’è un genio, dopotutto? È semplicemente un essere umano che ha avuto fortuna. La sua sorte si è configurata in modo tale che le circostanze della vita lo hanno spinto da sole alla scelta della giusta via. Un esempio classico è Mozart. Nacque in una famiglia di musicisti e fin dalla prima infanzia si trovò in un ambiente adatto a nutrire nel migliore dei modi il talento depositato in lui dalla natura. E adesso provate a immaginare, caro sir, cosa sarebbe successo se Wolfgang Amadeus fosse nato in una famiglia di contadini. Ne sarebbe venuto fuori un pessimo pastore, avrebbe intrattenuto le mucche suonando prodigiosamente il piffero. E se fosse nato nella famiglia di un soldato, ne avrebbero fatto un ufficiale privo di talento, che però andava pazzo per le marce militari. Oh, credetemi, giovanotto, ogni singolo bambino senza eccezione nasconde in sé un tesoro, soltanto che questo tesoro bisogna saperlo scavare da sotto la terra! C’è uno scrittore americano molto simpatico, si chiama Mark Twain. Gli ho suggerito l’idea di un racconto, una storia in cui la gente non viene apprezzata in base alle sue realizzazioni concrete, ma in base al suo potenziale, al talento conferito dalla natura. E così viene fuori che il più grande condottiero da che mondo è mondo è un anonimo sarto che non ha mai prestato servizio nell’esercito, e che il più grande fra gli artisti non ha mai preso in mano il pennello, perché ha fatto il calzolaio per tutta la vita. Il mio sistema educativo è congegnato in modo tale da far sì che il grande condottiero finisca immancabilmente a prestare il servizio militare, e il grande artista ottenga in tempo l’accesso ai colori. I miei pedagoghi sondano con spirito indagatore e paziente la configurazione spirituale di ogni allievo, cercano in lui la scintilla divina, e in nove casi su dieci riescono a trovarla!»

«Ah, allora c’è in tutti!» esclamò trionfante Fandorin sollevando l’indice.

«In tutti, caro ragazzo, assolutamente in tutti, semplicemente noi, i pedagoghi, non siamo abbastanza bravi. Oppure succede che un bambino ha un talento di cui il mondo contemporaneo non sa come servirsi. Magari un essere del genere sarebbe stato indispensabile nella società primitiva oppure il suo genio potrebbe essere richiesto in un lontano futuro, in una sfera che al giorno d’oggi noi nemmeno ci possiamo immaginare.»

«Del futuro, bene, non ne giudicherò», si mise a discutere Fandorin, trascinato suo malgrado dalla conversazione. «Ma mi rimane poco chiaro quello che avete detto della società primitiva. Che genere di talenti avete in mente?»

«Non lo so nemmeno io, ragazzo mio», rispose lady Esther con un sorriso disarmante. «Ma supponiamo, il dono di indovinare dove si trovano le acque sotterranee. Oppure il dono di avvertire in una foresta la presenza di un animale. Magari la capacità di distinguere le radici commestibili da quelle non commestibili. So una cosa soltanto, che in quei tempi lontani proprio questo genere di persone erano i geni più stimati, mentre mister Darwin oppure Herr Schopenhauer, se fossero nati in una grotta, nella loro tribù sarebbero stati considerati null’altro che degli sciocchini. A proposito, quei bambini che oggi sono creduti intellettualmente sottosviluppati, hanno anche loro un talento. Non è, naturalmente, un talento di natura razionale, ma non per questo è meno prezioso. Nello Sheffield ho un esternato appositamente per chi è stato rifiutato dalla pedagogia tradizionale. Dio mio, che prodigi di genialità rivelano questi ragazzi! C’è un bambino, laggiù, che ha a malapena imparato a parlare soltanto a tredici anni, eppure è in grado di curare qualsiasi emicrania col tocco delle mani. Un altro — del tutto muto — può trattenere il respiro per quattro minuti e mezzo. Un terzo è in grado di scaldare un bicchiere d’acqua col solo sguardo, vi rendete conto?»

«Non è possibile! Perché soltanto ragazzi? E le ragazze?»

Lady Esther allargò le braccia con un sospiro.

«Avete ragione, amico mio. Certo, bisognerebbe lavorare anche con le ragazze. Tuttavia l’esperienza mi dice che i talenti depositati nella natura femminile spesso hanno caratteristiche tali da renderli difficilmente apprezzabili alla giusta maniera dalla morale della società contemporanea. Viviamo nell’epoca dei maschi, e con questo dobbiamo fare i conti. In una società dove il comando è in mano agli uomini, una donna di talento, fuori del comune, suscita sospetto e ostilità. Non vorrei che le mie allieve avessero a sentirsi infelici.»

«A ogni modo, com’è organizzato il vostro sistema? Come avviene la selezione dei bambini?» chiese Erast Petrovič con la più viva curiosità.

«Davvero vi interessa?» si rallegrò la baronessa. «Andiamo nell’edificio della scuola e lo vedrete coi vostri occhi.»

Con un’agilità sorprendente per la sua età si alzò, pronta ad accompagnare e a fare da guida.

Fandorin fece un inchino, e milady condusse il giovane nell’edificio principale prima per un corridoio, poi per una lunga galleria.

Strada facendo gli raccontò: «L’istituzione che abbiamo qui è completamente nuova, è stata aperta tre settimane fa, e il lavoro è ancora all’inizio. Il mio personale ha preso dagli istituti, e a volte direttamente dalla strada, centoventi ragazzini orfani di età fra i quattro e i dodici anni. Se il bambino ha un’età maggiore, diventa più difficile farci qualcosa, perché la personalità si è già formata. All’inizio i ragazzi sono stati divisi per fasce di età, ciascuna classe con il suo insegnante specializzato in una data età. Il compito principale dell’insegnante è osservare i bambini e affidare loro a poco a poco alcuni compiti non troppo difficili. Questi compiti somigliano a un gioco, ma aiutano a comprendere l’orientamento generale di ogni natura. Alla prima tappa occorre indovinare quale parte di un bambino ha il talento più sviluppato: il corpo, la testa oppure l’intuizione. Dopodiché i bambini vengono divisi per gruppi non più in base all’età, ma secondo il principio del loro indirizzo: intellettuali, artisti, bravi artigiani, leader, sportivi e così via. A poco a poco l’indirizzo si restringe, così che non è raro che ragazzi più grandi vengano preparati individualmente. Lavoro coi bambini da quarant’anni, e non potete avere idea della grande riuscita dei miei allievi, nelle sfere più diverse».

«Ma questo è grandioso, milady!» si entusiasmò Erast Petrovič. «Ma dove li trovate tutti quegli abili pedagoghi?»

«I miei insegnanti io li pago molto bene, perché la pedagogia è la più importante di tutte le scienze», disse con convinzione profonda la baronessa. «Inoltre tanti dei miei ex allievi esprimono il desiderio di trattenersi all’esthernato come educatori. Questo è così naturale, dopotutto l’esthernato è l’unica famiglia che abbiano mai conosciuto.»


Entrarono in un’ampia sala ricreativa su cui davano alcune classi.

«In quale potrei portarvi?» si chiese lady Esther. «Magari in quella di fisica. Lì adesso c’è il mio meraviglioso dottor Blank impegnato in una lezione dimostrativa, è un diplomato dell’esthernato di Lucerna, un fisico geniale. L’ho attirato a Mosca organizzandogli un laboratorio per gli esperimenti elettrici. E nel contempo lui deve mostrare ai bambini ogni genere di trucchi astuti, in modo da risvegliare in loro l’interesse per questa scienza.»

La baronessa bussò a una porta, e si affacciarono nella classe. Ai banchi erano seduti una quindicina di ragazzi di undici-dodici anni con uniformi azzurre e la lettera E ricamata in oro sul colletto. Tutti loro, trattenendo il respiro, guardavano un signore giovane e tetro con enormi favoriti, una giacca assai sciatta e una camicia non troppo fresca di bucato che stava facendo girare una ruota di vetro da cui sfrigolavano piccole scintille azzurre.

«Ich bin sehr beschaftig, milady!» gridò irosamente il dottor Blank. «Später, später!» E, passando a un russo stentato, disse, rivolgendosi ai bambini: «Atesso, signori miei, voi vedere vero piccola arcobaleno! Chiamato Blank Regenbogen, ‘arcopaleno di Blank’. Questo io intentare, quando così piccolo, come foi.»

Dalla strana ruota posta sul tavolo ingombro di apparecchiature fisiche di ogni genere si disegnò all’improvviso un piccolo arcobaleno a sette colori insolitamente brillanti, e i ragazzi presero a vociare estasiati.

«Un po’ pazzo, sì, ma un vero genio», sussurrò lady Esther a Fandorin.

In quell’istante dalla classe accanto arrivò fortissimo lo strillo di un bambino.

«Dio mio!» disse milady portandosi le mani al cuore. «Viene dalla palestra! Andiamoci subito!»

Si precipitò nel corridoio, con Fandorin appresso. Insieme fecero irruzione in un’aula vuota, luminosa, col pavimento ricoperto quasi per intero di materassi di cuoio, mentre lungo le pareti erano disposte diverse attrezzature ginniche: spalliere svedesi, anelli, spesse funi, trampolini. Fioretti e maschere da scherma posavano accanto a guanti da box e pesi. Una frotta di ragazzetti di sette-otto anni si era ammucchiata intorno a uno dei materassi. Apertosi un varco fra i bambini, Erast Petrovič vide un ragazzo in preda alle convulsioni del dolore, e su di lui un giovane di una trentina d’anni con indosso una calzamaglia da ginnastica. Aveva riccioli rosso fuoco, occhi verdi e un viso volitivo, tutto lentiggini.

«Insomma, caro», diceva in russo con un leggero accento. «Fammi vedere il piede, non aver paura. Non ti farò male. Sii un uomo, sopporta. Fell from the rings, milady», spiegò alla baronessa. «Weak hands. I am afraid the ankle is broken, Would you please tell Mr. Izyumoff?»

Milady annuì in silenzio, e, dopo aver fatto un cenno a Erast Petrovič di seguirla, uscì velocemente dalla classe.

«Vado dal dottor… da mister Izjumov», gli disse parlando velocemente. «Spiacevolezze di questo genere ne accadono spesso: i ragazzi sono ragazzi… Quello era Gerald Cunningham, il mio braccio destro. Viene dall’esthernato di Londra. Un pedagogo fantastico. È a capo dell’intera filiale russa. In sei mesi si è impadronito della vostra difficile lingua, che a me non riesce assolutamente di imparare. L’autunno scorso Gerald ha aperto un esthernato a Pietroburgo, adesso è qui temporaneamente, aiuta ad avviare l’attività. Senza di lui è come non avessi le braccia.»

Si fermò alla porta con la scritta «Medico».

«Vi prego di scusarmi, sir, ma è necessario interrompere la nostra conversazione. Un’altra volta, d’accordo? Venite domani, e parleremo insieme. Perché voi avevate una faccenda di cui volevate parlarmi, vero?»

«Nulla d’importante, milady», arrossì Fandorin. «Io in effetti… ve lo dirò poi. Vi auguro ogni successo nella vostra nobile impresa.»

Si piegò in un goffo inchino e si allontanò a passo veloce. Erast Petrovič provava una grande vergogna.


* * *

«Allora, avete colto la malfattrice in flagrante?» chiese allegramente il capo, sollevando la testa da certi complicati diagrammi e salutando uno screditato Fandorin. Nello studio erano stati chiusi gli scuri, sul tavolo era accesa una lampada, visto che dietro la finestra già cominciava a far buio. «Lasciatemi indovinare. Milady non ha mai sentito nominare in vita sua mister Kokorin, tantomeno miss Bežezkaja, la notizia del testamento del suicida l’ha spaventosamente sconvolta. È così?»

Erast Petrovič si limitò a sospirare.

«Io questa persona l’ho già incontrata a Pietroburgo. La sua domanda di attività pedagogica in Russia è attualmente in esame alla Terza sezione. Vi ha raccontato dei minorati di genio? Bene, al lavoro. Sedetevi alla scrivania», disse il capo facendo un cenno a Fandorin. «Avete davanti a voi una notte avvincente.»

Erast Petrovič si sentì solleticare il petto da una piacevole aspettativa: era questo l’effetto che gli faceva avere a che fare con il signor consigliere di Stato.

«Il vostro bersaglio è Zurov. Lo avete già visto, ne avete una certa idea. Andare dal conte è facile, non c’è bisogno di raccomandazioni. A casa sua c’è una specie di covo di giocatori, non troppo cospiratorio. Lì c’è un certo stile da bivacco militare d’alto rango, ma c’è anche gentaglia di ogni genere. Una casa così Zurov la teneva a Pietroburgo, ma dopo una visita della polizia si è trasferito a Mosca. È un signore libero, al reggimento sono già tre anni che lo considerano in congedo illimitato. Vi espongo il vostro compito. Cercate di avvicinarlo, studiate il suo ambiente. E se vi capitasse di incontrare lì il vostro conoscente dagli occhi bianchi? Però senza nessuno spirito di iniziativa, tutto da solo, con uno come lui non ve la cavate. Del resto, è assai improbabile che si trovi lì… Non escludo che sarà il conte stesso a interessarsi a voi, dopotutto vi siete incontrati dalla Bežezkaja, verso la quale Zurov non è evidentemente indifferente. Agite come vi detta la situazione. Ma non andate in cerca di guai. Con questo signore non conviene scherzare. Gioca sporco, come dicono in questo genere di pubblico, ‘va sul sicuro’, e se lo beccano, lui con lo scandalo ci va a nozze. Ha a suo carico decine di duelli, e nemmeno siamo al corrente di tutti. E un cranio lo può benissimo spaccare anche senza duello. Per esempio, nel 1872, alla fiera di Nižnij Novgorod, ha bisticciato giocando a carte con il mercante Sviščov, e lo ha gettato barba e tutto il resto giù dalla finestra. Dal secondo piano. Il mercantuccio si è tutto ammaccato, è rimasto un mese privo dell’uso della parola, muggiva e basta. E il conte, come se nulla fosse, se l’è cavata. Ha parenti influenti nelle alte sfere. E questo cos’è?» chiese come al solito senza transizione Ivan Francevic, mettendo sul tavolo un mazzo di carte da gioco.

«Carte», rispose stupito Fandorin.

«Giocate?»

«Non gioco affatto. Il mio papà mi ha proibito di prenderle in mano; diceva di aver giocato abbastanza per sé, per me, e per tre generazioni successive di Fandorin.»

«Peccato», si rabbuiò Brilling. «Senza queste col conte non potrete combinarci nulla. Allora, prendete un foglio, scrivete…»

Un quarto d’ora dopo Erast Petrovič sapeva già distinguere i semi senza la minima esitazione e sapeva quale carta conta di più e quale di meno; solo con le figure si confondeva un po’: continuava a non ricordarsi se conta di più la dama o il fante.

«Siete un caso disperato», disse il capo a mo’ di conclusione. «Ma non c’è di che preoccuparsi. Tanto dal conte nessuno gioca a bridge o ad altri intrattenimenti dell’intelligenza. Laggiù amano il gioco più primitivo, gli basta che giri veloce e faccia più soldi possibile. Gli agenti riferiscono che Zurov preferisce il baccarà, e pure semplificato. Il gioco si chiama stoss. Vi spiego le regole. Chi fa le carte, si chiama banchiere. Il secondo si chiama pointeur. Sia l’uno sia l’altro hanno il proprio mazzo. Il pointeur sceglie una carta dal suo mazzo, mettiamo un nove. La mette con la camicia in alto.»

«La camicia sarebbe il disegno sul retro?» precisò Fandorin.

«Sì. Adesso il pointeur fa la sua puntata — mettiamo dieci rubli. Il banchiere comincia a ‘fare le carte’: scopre la carta superiore del mazzo e la mette nel tableau di destra (si chiama ‘fronte’) e la seconda la mette a sinistra (quel tableau si chiama ‘libro dei sogni’).»

«Fronte a destra, libro dei sogni a sinistra.»Erast Petrovič annotava diligentemente nel suo taccuino.

«Adesso il pointeur scopre il suo nove. Se anche la fronte era un nove, non importa di quale seme, il banchiere si prende la puntata per sé. Questo si chiama ‘battere il nove’. Allora il banco, sarebbe a dire la somma delle poste intorno a cui si svolge il gioco, cresce. Se invece è il ‘libro dei sogni’ che è un nove, sarebbe a dire la seconda carta, il guadagno va al pointeur, si dice che ‘ha rinvenuto il nove’.»

«E se in quella coppia di carte non ci sono nove?»

«Se nella prima coppia non ci sono nove, il banchiere distribuisce la coppia successiva di carte. E via di questo passo finché non salta fuori un nove. Il gioco è tutto lì. Elementare, ma si può perdere fino a ridursi in polvere, specialmente se si è il pointeur e non si fa che giocare al raddoppio. Quindi ricordatevi questo, Fandorin: dovete azzardare solo nel ruolo di banchiere. È semplice: farete una carta a destra e una carta a sinistra; una carta a destra, una carta a sinistra. Il banchiere non perde mai più della prima puntata. Non mettetevi a fare il pointeur, e se vi tocca in sorte, dichiarate un gioco piccolo. A baccarà si possono fare non più di cinque mani, dopotutto il resto del banco se lo prende il banchiere. Adesso riceverete dalla cassa duecento rubli per le perdite.»

«Addirittura duecento?» chiese Fandorin sbigottito.

«Non ‘addirittura duecento’, ma ‘soltanto duecento’. Fate in modo che questa somma vi basti per tutta la notte. Se perdete in fretta, non siete obbligato ad andarvene subito, potete restare ancora un po’ lì a bighellonare. Ma senza destare sospetti, chiaro? Giocherete ogni sera, finché non otterrete il vostro risultato. Perfino se si dovesse chiarire che Zurov non è coinvolto, benissimo, anche questo è un risultato. Un’ipotesi in meno.»

Erast Petrovič mosse le labbra, guardando il suo foglietto di appunti.

«I rombi rossi si chiamano quadri?»

«Sì. Oppure danari. I cuori rossi invece sono coppe, a volte li chiamano anche diavoli oppure ‘cori’, da coeur. Andate in sartoria. Vi hanno preparato un completo su misura, e domani per l’ora di pranzo vi avranno tagliato un intero guardaroba per ogni caso della vita. Marsch, marsch, Fandorin, ho abbastanza da fare anche senza di voi. Subito dopo Zurov venite qui. A qualsiasi ora. Oggi passo la notte in direzione.»

E Brilling immerse il naso nelle sue carte.

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