UNDICESIMO CAPITOLO

dove si descrive una notte assai lunga

Sulla Dog Island, nelle strette viuzze dietro i docks di Millwall, la notte cala velocemente. In meno di un batter d’occhio, da grigio il crepuscolo si è già fatto marrone, e i rari fanali sono accesi uno sì e uno no. C’è sporco, triste, dal Tamigi spira un’aria umida, dagli immondezzai un sentore di marcio. E le vie sono deserte, solo nei pub dall’aria sospetta e nei meublé da poco brulica una certa vita corrotta, pericolosa.

Nelle camere del Ferry road alloggiano marinai stabilitisi sulla terraferma, piccoli affaristi e vecchie battone di porto. Per sei penny al giorno si può avere una camera da letto separata senza che nessuno ficchi il naso nei propri affari. Ma i patti sono questi: in caso di danni al mobilio, di rissa e schiamazzi notturni, il padrone, Fatty Hugh, esige una multa di uno scellino, e chi rifiuti di pagare viene cacciato via in malo modo. Fatty Hugh sta dal mattino alla sera dietro il banco all’ingresso. Una postazione strategica: da lì può vedere chi entra, chi esce, se qualcuno porta qualcosa con sé o se, al contrario, vuole portarlo via. Il pubblico è variopinto, di quelli da cui ci si può aspettare di tutto.

Prendiamo per esempio quell’artista francese dai capelli rossi arruffati, che si è appena insinuato nell’ingresso passando davanti al padrone per poi sgattaiolare nella camera d’angolo. Di denaro quel mangiaranocchi ne ha: ha pagato senza obiezioni una settimana anticipata, non beve, se ne sta rintanato, è la prima volta da quando è venuto che è uscito. Hugh, va da sé, ha approfittato dell’occasione per dare un’occhiata nella sua camera, e cosa credete? Un pittore, ma in camera non tiene né colori né tele. Magari è un assassino, chi lo sa: altrimenti perché mai dovrebbe nascondere gli occhi dietro le lenti scure? Andrà mica detto alla polizia? Tanto i soldi li ha pagati in anticipo…

Intanto il pittore rossocrinuto, ignaro della pericolosa direzione presa dai pensieri di Fatty Hugh, ha chiuso la porta a chiave e si è comportato, in effetti, in modo più che sospetto. Tanto per cominciare ha accostato ermeticamente le tendine. Dopodiché ha messo sul tavolo i suoi acquisti — una pagnotta, del formaggio e una bottiglia di birra —, si è sfilato dalla cintura la rivoltella e l’ha messa sotto il cuscino. Con questo il disarmo dello strano francese non è ancora concluso. Ha estratto dal gambale degli stivali la sua derringer - una pistolettina a una sola cartuccia, di quelle che usano solitamente le signore e gli attentatori politici — e ha sistemato quest’arma dall’aspetto di giocattolo accanto alla bottiglia di birra. Dalla manica l’inquilino ha estratto uno stiletto stretto e corto e lo ha conficcato nella pagnotta. Solo dopo tutte queste operazioni ha acceso la candela, si è sfilato gli occhiali azzurri e si è stropicciato stancamente gli occhi. Ha dato un’occhiata alla finestra — casomai si fossero scostati gli scuri — e, sfilatasi dalla testa la parrucca rossa, si è rivelato per nient’altri che Erast Petrovič Fandorin.

Il pasto fu concluso in cinque minuti: evidentemente il consigliere titolare nonché assassino fuggiasco aveva cose più importanti da sbrigare. Spazzate via dal tavolo le briciole, Erast Petrovič si ripulì le mani con il lungo camicione bohémien, si diresse verso la logora poltrona nell’angolo, frugò sotto il rivestimento e ne estrasse la cartella azzurra. Fandorin bruciava dall’impazienza di concludere il lavoro che lo aveva tenuto occupato tutto il giorno e lo aveva già portato a una scoperta molto importante.


Dopo i tragici eventi della notte precedente, Erast Petrovič si era visto costretto a passare dall’albergo per prendere se non altro il suo denaro e il passaporto. Provi pure ad andarci adesso il caro amico Ippolit, quella canaglia, quel Giuda, vada pure a cercare «Erasmus von Dorn» per stazioni e porti con i suoi scagnozzi. A chi mai avrebbe potuto interessare un povero pittore francese, alloggiato nella peggiore cloaca dei bassifondi londinesi? Be’, e se gli era toccato ugualmente rischiare e mettere in atto una sortita alla posta, per questo aveva un motivo speciale.

Ma Zurov! Il ruolo da lui svolto in questa storia non era del tutto chiaro, ma in ogni caso appariva riprovevole. Non era semplice sua eccellenza, non era affatto semplice! Che giri complicati aveva descritto il caro ussaro gagliardo, un’anima davvero aperta. Con quale abilità gli aveva rifilato l’indirizzo, come aveva calcolato tutto! In due parole: un vero maestro del gioco. Sapeva che lo stupido pesciolino avrebbe abboccato, avrebbe inghiottito l’esca insieme all’amo. O forse non esattamente un pesciolino, visto che sua eccellenza aveva detto qualcosa di allegorico a proposito di una farfallina. La farfallina era volata sul fuoco, c’era volata buona buona. E manca poco ci si era bruciata. Se l’è proprio meritato, l’imbecille. Non era forse più che chiaro che la Bežezkaja e Ippolit avevano chissà quale interesse in comune? Solo un babbeo romantico, come il nostro consigliere titolare (promosso fra l’altro a questo titolo passando sopra ad altre più degne persone) poteva credere seriamente a una passione fatale in stile castigliano. E come se non bastasse, aveva confuso le idee anche a Ivan Franzevič! Che vergogna! Ha ha! Con che belle parole si era espresso il conte Ippolit Aleksandrovič: «L’amo e la temo, quella strega, la strangolerò con le mie mani!» Ecco come doveva essersi burlato di quel lattante! E con quale abilità di cesellatore aveva curato ogni dettaglio, non peggio che in occasione del duello. Il calcolo era semplice e impeccabile: occupi la tua postazione all’albergo Winter Queen e te ne stai lì ad aspettare in tutta tranquillità che la stupida farfallina «Erasm» venga a volare sulla candela. Qui non è mica Mosca, non ci sono né l’investigativo, né le guardie, non ci vuole niente ad acchiappare Erast Fandorin a mani nude. E tanti saluti. Non sarà poi Zurov quel «Franz» ricordato dal portiere? Uh, che schifosi cospiratori. E chi sarà il capo, Zurov o la Bežezkaja? Tutto sommato sembrerebbe lei, il capo… Erast Petrovič si rannicchiò al ricordo degli eventi della notte passata e del grido lamentoso con cui era crollata Amalia ferita a morte. Magari non a morte? No, magari l’aveva solo ferita ma non uccisa. Eppure il brivido d’angoscia al cuore gli suggeriva che l’aveva uccisa, proprio uccisa la bella regina, e che a Fandorin sarebbe toccato vivere con quel pesante fardello fino alla fine dei suoi giorni.

È vero che era possibilissimo che questa fine fosse a un passo. Zurov sapeva chi era l’assassino, l’aveva visto. Probabilmente gli stavano già dando la caccia da un capo all’altro di Londra, dell’intera Inghilterra. Ma per quale motivo Zurov lo aveva lasciato andare quella notte, gli aveva dato la possibilità di svignarsela? Che abbia avuto paura della pistola di Fandorin? Sembra inspiegabile…

Comunque c’era un enigma ancora più indecifrabile: il contenuto della cartella. Per un bel po’ Fandorin non riuscì proprio a capire cosa significasse il misterioso elenco. Il confronto indicava che le annotazioni sul foglio riportavano puntuali lo stesso numero delle lettere, e i dati coincidevano uno per uno. Sennonché oltre alla data indicata nella lettera, la Bežezkaja aveva annotato anche la data del ricevimento.

Le annotazioni erano in tutto quarantacinque. La prima era datata 1° giugno, le ultime tre erano state prese mentre Erast Petrovič si trovava a Londra. I numeri progressivi delle lettere erano tutti diversi; il più basso era il N. 47F (Regno del Belgio, direttore di dipartimento, ricevuto il 15 giugno), il più alto era il N. 2347F (Italia, sottotenente dei dragoni, ricevuto il 9 giugno). Si contavano nove paesi di provenienza. I più frequenti erano l’Inghilterra e la Francia. La Russia compariva una volta sola (N. 994F, consigliere di Stato effettivo, ricevuto il 26 giugno, sulla busta timbro di Pietroburgo del 7 giugno. Uff, bisognava non fare confusione di calendari: il 7 giugno secondo il calendario europeo era il 19. Quindi sarebbe arrivato in una settimana). Le cariche e i ranghi ricordati erano per lo più elevati: generali, ufficiali superiori, un ammiraglio, un senatore, perfino un ministro portoghese, ma ci si imbatteva anche in pesci piccoli come il sottotenente italiano, un investigatore giudiziario francese oppure un capitano della guardia di frontiera dell’Austria-Ungheria.

Nel complesso si aveva l’impressione che la Bežezkaja fosse un’intermediaria, un anello di congiunzione, una casella postale vivente, nei cui obblighi rientrava registrare le informazioni ricevute e indirizzarle altrove; a quanto pareva, a mister Nicholas Croog, a Pietroburgo. Era ragionevole supporre che gli elenchi venissero inviati una volta al mese. Era chiaro anche che prima della Bežezkaja il ruolo di «miss Olsen» era stato ricoperto da chissà quale altra persona, fatto che il portiere dell’albergo nemmeno sospettava.

Con questo le evidenze si esaurivano e insorgeva la neces sita bruciante del metodo deduttivo. Eh, ci fosse stato lì il capo, in un attimo avrebbe elencato ogni possibile ipotesi, e tutto si sarebbe classificato da solo. Ma il capo era lontano, mentre s’imponeva questa conclusione: Brilling aveva ragione, mille volte ragione. Si trattava evidentemente di un’organizzazione segreta ramificata con membri in numerosi paesi — e uno. La Regina Vittoria e Disraeli non c’entravano niente (altrimenti a che scopo inviare i rapporti a Pietroburgo?) — e due. Quanto alle spie inglesi, Erast Petrovič aveva fatto un buco nell’acqua, mentre qui c’era proprio sentore di nichilisti — e tre. E i fili non tiravano in una qualche direzione ignota, ma proprio in Russia, dove si trovano i più terribili e irriducibili nichilisti — e fa quattro. E fra loro quel vile camaleonte di Zurov.

Mettiamo pure che il capo avesse ragione, ma le spese di viaggio di Fandorin non erano certo state sostenute invano. Ivan Franzevič non se lo sarebbe sognato nemmeno nel peggiore degli incubi di trovarsi in guerra con un’idra di tale potenza. Qui non si trattava di studenti e di signorine isteriche con le loro piccole bombe e pistole, qui c’era tutto un ordinamento segreto, a cui partecipavano ministri, generali, procuratori, e perfino chissà quale consigliere effettivo di Stato di Pietroburgo!

A questo punto su Erast Petrovič cadde l’illuminazione (avveniva già dopo mezzogiorno): Consigliere effettivo di Stato e nichilista? Chissà perché non voleva entrargli in testa. Finché si trattava del capo della difesa dell’imperatore del Brasile, gli poteva ancora andare bene; Erast Petrovič non era mai stato in Brasile e non immaginava quali fossero gli ordinamenti locali, ma l’immaginazione rifiutava decisamente di figurarsi un generale di Stato russo con la bomba. Un effettivo di Stato Fandorin lo aveva conosciuto abbastanza da vicino: Fedor Trifonovič Sevrjugin, direttore del ginnasio di governatorato dove aveva studiato per ben sette anni. Che fosse un terrorista? Sciocchezze!

Ma di colpo a Fandorin si strinse il cuore. Non erano affatto terroristi, tutti questi signori solidi e rispettabili! Erano semmai le vittime del terrore! Si trattava dei nichilisti di vari paesi, cifrati ciascuno sotto il suo numero, che facevano rapporto allo Stato maggiore centrale rivoluzionario sugli atti terroristici da loro compiuti!

Eppure no, a giugno non era stato ucciso nessun ministro in Portogallo; ne avrebbero scritto tutti i giornali… Allora doveva trattarsi di vittime future, ecco! I «numeri» chiedevano al loro Stato maggiore l’autorizzazione a compiere un atto terroristico. Mentre i nomi non venivano indicati per via della congiura.

Così ogni cosa andava al suo posto, trovava una spiegazione. Dopotutto Ivan Franzevič aveva detto qualcosa a proposito di un filo che si estendeva da Achtyrzev fino a una certa dacia nei dintorni di Mosca, ma Fandorin non aveva dato retta al suo capo, infiammato com’era dai suoi deliri spionistici.

Ferma. E del sottotenente dei dragoni cosa se ne facevano? Dopotutto non era quel gran pezzo grosso. Ma si spiegava benissimo, si rispose subito Erast Petrovič. Si vede che lo sconosciuto italiano gli aveva messo i bastoni fra le ruote. Allo stesso modo a suo tempo aveva messo i bastoni fra le ruote a un assassino dagli occhi bianchi un giovane della polizia investigativa di Mosca.

Che fare? Mentre lui sta lì, quante degnissime persone si trovano in pericolo di morte! A Fandorin faceva pena soprattutto lo sconosciuto generale di Pietroburgo. Doveva trattarsi di una persona perbene, non più giovane, benemerito, con dei bambini piccoli… E a quanto pareva questi carbonari ogni mese spedivano le loro criminose relazioni. Così in Europa non sarebbe passato giorno senza che scorresse del sangue! E i fili portavano tutti non in un posto qualsiasi, ma a Pietroburgo. Qui a Erast Petrovič tornarono in mente le parole pronunciate una volta dal suo capo: «Lì la sorte della Russia è appesa a un filo». Eh, Ivan Franzevič, eh, signor consigliere di Stato, non la sorte della sola Russia, ma dell’intero mondo civilizzato.

Bisognava informare il segretario Pyžov, e in segreto, affinché il traditore dell’ambasciata non fiutasse nulla. Ma come? Perché il traditore poteva essere chiunque, e per Fandorin era pericoloso farsi vedere vicino all’ambasciata, sia pure in veste di francese dai capelli rossi con camicione da pittore… Non restava che rischiare. Spedire con la posta cittadina a nome del segretario di governatorato Pyžov e scrivere «s. p. m.». Nulla di più, solo il suo indirizzo e un saluto da Ivan Franzevič. È un uomo intelligente, avrebbe capito tutto da solo. Mentre dicono che qui la posta cittadina consegna le lettere al destinatario entro un paio d’ore.

Così agì Fandorin e adesso, la sera, eccolo che aspettava di sentire qualcuno bussare cautamente alla porta.

Non bussò nessuno. Avvenne tutto in un modo completamente diverso.


Tardi la sera, già passata la mezzanotte, Erast Petrovič era seduto sulla poltrona sdrucita dove teneva nascosta la cartella azzurra, e dormicchiava lasciando ciondolare la testa. La candela sul tavolo era bruciata quasi fino in fondo, negli angoli della camera si era addensata una tenebra malevola, dietro la finestra tuonava fragorosa la tempesta che si stava avvicinando. Nell’aria avvertiva qualcosa di angoscioso e di soffocante, come se un essere corpulento, invisibile, gli si fosse seduto sul petto ostacolandogli il respiro. Fandorin oscillava da qualche parte al confine incerto fra la veglia e il sonno. Pensieri importanti, concreti, si impantanavano all’improvviso in una qualche inutile scemenza, e allora il giovane, tornando in sé, scrollava la testa per non venire trascinato nel gorgo del sonno.

Durante una di queste schiarite avvenne un fatto strano. All’inizio echeggiò un incomprensibile, sottile pigolio. Poi, senza credere ai suoi occhi, Erast Petrovič vide che la chiave, infilata nella toppa, si era messa a girare da sola. La porta, con un cigolio assai ripugnante, scivolò lungo il cardine verso l’interno, e sulla soglia si manifestò una singolare visione: un signore basso e minuto di età indefinita con un visino rasato, rotondo, e gli occhi sottili in una raggiera di piccole rughe.

Fandorin, con uno strattone, agguantò la sua derringer dal tavolo, mentre la visione, sorridendo soave e annuendo soddisfatta, prese a tubare con una vocetta di tenore molto piacevole e mielata: «Eccomi qui, caro fanciullo. Porfirij figlio del fu Martyn e di cognome faccio Pyžov, servo del Signore e segretario di governatorato. Sono volato al vostro primo cenno. Come il vento al richiamo di Eolo».

«Come avete fatto ad aprire la porta?» chiese spaventato Erast Petrovič. «Mi ricordo che avevo chiuso a doppia mandata.»

«Ecco come, con un grimaldellino magnetico», spiegò di buon grado l’ospite a lungo atteso, e mostrò un bastoncino allungato, che peraltro gli sparì subito in tasca. «Una cosetta utilissima. Me l’ha prestato un ladro del posto. Per il mio genere di occupazione mi capita di entrare in rapporto con soggetti spaventosi, abitanti del fondo più fondo della società. Dei perfetti miserabili, ve lo assicuro. Il signor Hugo gente del genere nemmeno se la sognava. Ma dopotutto sono anime umane anche quelle, e a loro ci si può avvicinare. Io quei mascalzoni pure li amo e in parte li colleziono. Come ha detto il poeta: ciascuno si diverte come può, ma tutti li impastoia la stessa morte. O, come dicono i tedeschi, ‘jedes Tierchen hat sein Plaisirchen’, ogni bestiolina ha i suoi giocattoli.»

A quanto pareva, quello strano personaggio era in grado di cianciare su qualsiasi argomento senza la benché minima difficoltà, ma i suoi occhietti prensili non perdevano invano il loro tempo, rovistarono a fondo sia lo stesso Erast Petrovič sia gli arredi della modesta cameretta.

«Sono Erast Petrovič Fandorin, mi manda il signor Brilling. Per una faccenda molto importante», disse il giovane, sebbene la prima e la seconda cosa fossero indicate nella lettera, quanto alla terza Pyžov senza dubbio l’aveva già indovinata da solo. «Però non mi ha dato nessuna parola d’ordine. Probabilmente se ne è dimenticato.»

Erast Petrovič guardò ansiosamente Pyžov, dal quale adesso dipendeva la sua salvezza, ma quello si limitò ad alzare di scatto le manine dalle corte dita: «E non c’è bisogno di nessuna parola d’ordine. Sciocchezze e svaghi infantili. Forse che un russo non riconosce un altro russo? A me basta guardare nei vostri occhi limpidi (Porfirij Martynovič gli venne a un passo), e vedo tutto distintamente. Un giovane puro, audace, di nobili inclinazioni e un patriota. E come potrebbe essere altrimenti, nella nostra istituzione non ne tengono altri».

Fandorin aggrottò la fronte; gli pareva che il segretario di governatorato facesse lo scemo, lo trattasse da insensato. Per questo Erast Petrovič espose il suo caso per sommi capi e seccamente, senza nessuna emozione. Qui si chiarì che Porfirij Martynovič era capace non solo di chiacchierare a vanvera, ma anche di ascoltare con attenzione, in questo aveva un vero talento. Pyžov si mise a sedere sul letto, intrecciò le mani sulla pancia, socchiuse del tutto gli occhi che già a cose normali erano una fessura, e fu come se non ci fosse. In altre parole, si mutò letteralmente in puro udito. Pyžov non lo interruppe una sola volta mentre parlava, non una sola volta si mosse. Tuttavia di tanto in tanto, nei momenti cruciali del racconto, sotto le palpebre socchiuse gli balenava una penetrante scintilla.

Erast Petrovič non si diede a esporre la sua ipotesi a proposito delle lettere — se la tenne per Brilling, e per ultimo disse: «E così, Porfirij Martynovič, avete davanti un fuggiasco e un assassino involontario. Ho bisogno di passare al più presto sul continente. Devo andare a Mosca, da Ivan Franzevič».

Pyžov ruminò con le labbra, aspettò per vedere se avrebbe detto ancora qualcosa, poi gli chiese a voce bassa: «E la cartellina? Non sarebbe meglio spedirla con la posta diplomatica? Così siamo più sicuri che arriva. Non si sa cosa aspettarsi… Si tratta di gente seria, a giudicare da tutto, si metteranno a cercarvi in Europa. Attraverso lo stretto, certo, angelo mio, vi farò passare, non è una cosa difficile. Se non disdegnate un fragile scafo da pesca, già domani potrete partirvene con Dio. Col vento Eolo in poppa».

Cosa sta a parlare sempre del vento Eolo, pensò irritato Erast Petrovič che, a dire il vero, aveva una voglia terribile di non separarsi dalla cartella ottenuta a un prezzo così alto. Ma Porfirij Martynovič, quasi non avesse notato le esitazioni del suo interlocutore, continuò imperterrito: «Io non mi impiccio degli affari altrui. Perché sono modesto e per niente curioso. Comunque vedo che ci sono tante cose che non mi avete raccontato fino in fondo. E fate bene, nettarino mio, la parola è d’argento ma il silenzio è d’oro. Brilling Ivan Franzevič è un uccello d’alto volo. Si può ben dire, un’aquila fierissima fra i tordi, non è certo uno da affidare una pratica importante al primo venuto. Cosa aspettate?»

«In che senso?»

«A proposito della cartellina? Io la sigillerei da ogni lato con la ceralacchina, l’affiderei a un corriere dei migliori, in un attimo arriverebbe a Mosca, come con una troika con i sonagli. E poi manderei anche un bel telegrammino cifrato: venite incontro al dono inestimabile del signore dei cieli, per esempio.»

Lo sa Dio, Erast Petrovič non aveva sete di onorificenze, di decorazioni e nemmeno di gloria. Avrebbe anche dato la cartella a Pyžov per il bene della causa, dopotutto era vero che con il corriere era più sicuro. Ma l’immaginazione gli aveva già disegnato tante volte il quadro del suo ritorno trionfale dal capo, con la consegna a effetto della preziosa cartella e il racconto avvincente delle peripezie incorse… Possibile che nulla di tutto questo sarebbe avvenuto?

E Fandorin agì da pusillanime. Disse con cipiglio severo: «La cartella è nascosta in un posto sicuro. E la porterò io stesso. Ne rispondo con la testa. Voi, Porfirij Martynovič, non abbiatevene a male».

«Va bene, va bene», disse Pyžov senza insistere. «Come volete. Per me è un pensiero in meno. E i segreti degli altri, poi… a me bastano i miei. Se è nel nascondiglio, che ci resti.»Si alzò, scorse con lo sguardo le nude pareti della cameretta. «Voi riposate pure, amichetto. La giovinezza esige il sonno. Mentre io, che sono un vecchierello, l’insonnia ce l’ho comunque, allora vado a occuparmi intanto della barchetta. Domani (che poi è già oggi) non appena sarà un po’ rischiarato verrò da voi. Vi porterò in riva al mare, vi abbraccerò per dirvi addio e vi benedirò col segno della croce. Mentre io resterò in terra straniera a vivere da orfano indifeso. Oh, se ne ho abbastanza poveretto di starmene in questo ostile distretto!»

Qui Porfirij Martynovič, a quanto pare, capì da solo di essersi espresso in modo troppo sciropposo e allargò le braccia a scusarsi: «Perdonatemi, parlo troppo. Ho nostalgia della viva lingua russa, così mi lascio tentare di continuo dalla retorica. I nostri sapientoni dell’ambasciata si esprimono più in francese che in russo, non ho con chi sfogarmi».

Dietro la finestra tuonava ormai sul serio, e a quanto pareva era anche cominciato a piovere. Pyžov iniziò a muoversi, a prendere congedo.

«Vado. Oj oj oj, qui c’è un tempaccio, una buriana.»

Sulla soglia si voltò, accarezzò per un’ultima volta Fandorin con lo sguardo e, con un profondo inchino, si dissolse nel buio del corridoio.

Erast Petrovič chiuse la porta col catenaccio e scosse freddolosamente le spalle, il boato di un tuono colpì quasi in pieno il tetto.


C’era un buio da dare i brividi, in quella povera cameretta la cui unica finestra dava su un nudo cortile murato, con nemmeno un filo d’erba. C’era un tempaccio, vento e pioggia, eppure attraverso il cielo grigio e nero, fra le nubi stracciate vagava la luna. Un raggio giallo di traverso a una fessura nella tenda divideva il bugigattolo in due, fendendolo fino al letto su cui Fandorin, sopraffatto da un incubo, si dimenava in un freddo sudore. Era vestito di tutto punto, calzato e armato, solo la rivoltella era sempre sotto al guanciale. Appesantita dall’assassinio, la coscienza mandò al povero Erast Petrovič una visione spaventosa. Sul letto si china la morta Amalia. Ha gli occhi semichiusi, da sotto le palpebre le cola una gocciolina di sangue, con la mano nuda tiene una rosa nera.

«Che cosa ti avevo fatto?» recrimina lamentosamente l’uccisa. «Ero giovane e bella, ero infelice e sola. Mi hanno irretita, ingannata e corrotta. L’unico uomo da me amato mi ha tradita. Hai commesso un peccato terribile, Erast, hai ucciso la bellezza, e dopotutto la bellezza è un prodigio del Signore. Hai calpestato un prodigio del Signore. A che scopo, perché?»

La goccia di sangue cola dalla sua guancia direttamente sulla fronte del tormentato Fandorin, che trema dal freddo e apre gli occhi. Vede che, grazie a Dio, non c’è nessuna Amalia. È un sogno, soltanto un sogno. Ma di nuovo gli cola in fronte qualcosa di ghiacciato.

Cos’è questo, rabbrividì inorridito Erast Petrovič, svegliandosi del tutto, e udì l’ululato del vento, il tamburellare della pioggia, il fragore sepolcrale del tuono. Che gocce saranno mai? Niente di sovrannaturale. È il soffitto che perde. Calmati, stupido cuore, datti pace.

Eppure da dietro la porta arrivava piano ma distinto un sussurro: «A che scopo? Perché?»

E ancora una volta: «A che scopo? Perché?»

È la mia coscienza sporca, si disse Fandorin. Ho le allucinazioni per via della coscienza sporca. Ma il buon senso razionale non bastava a liberarlo da una paura rivoltante e appiccicosa, che attraverso i pori gli invadeva il corpo.

Sembrava tutto tranquillo. Un lampo illuminò le nude pareti grigie e di nuovo tornò buio.

Ma un attimo dopo si udì un leggero bussare alla finestra. Toc toc. E di nuovo: toc toc.

Calma! È il vento. L’albero. I rami contro il vetro. Una cosa normale.

Toc toc. Toc toc toc.

L’albero? Quale albero? Fandorin si mise a sedere di scatto. Non c’era nessun albero laggiù dietro la finestra! C’era un cortile vuoto. Signore, cos’è mai?

La fessura gialla fra le tapparelle si spense, ingrigì, segno che la luna era andata dietro alle nubi, ma un attimo dopo lì ondeggiava qualcosa di scuro, spaventoso, misterioso.

Qualsiasi cosa, pur di non restare sdraiato così, a sentire le radici dei capelli che si muovevano. Pur di non uscire di senno.

Erast Petrovič si alzò e si avvicinò alla finestra su gambe che non gli obbedivano, senza allontanare gli occhi dalla spaventosa chiazza buia. Nell’attimo in cui scostò le tende, il cielo venne illuminato dall’esplosione di un lampo, e Fandorin vide dietro il vetro, dritto davanti a sé, un viso di un pallore mortale con fosse nere al posto degli occhi. Una mano rilucente di una luce non terrestre con le dita distese a raggiera passò indugiando sul vetro, e Erast Petrovič si comportò da stupido, da bambino: scoppiò in un singhiozzo convulso, si scostò e, gettatosi indietro, verso il letto, vi si lasciò cadere bocconi, chiudendosi la testa tra le mani.

Svegliarsi! Svegliarsi al più presto! Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…

Il battito alla finestra cessò. Erast staccò il viso dal cuscino, diede un’occhiata di sbieco alla finestra, ma non vide nulla di spaventoso: la notte, la pioggia, le esplosioni frequenti dei lampi. Aveva avuto le traveggole. Decisamente le traveggole.

Per fortuna, Erast Petrovič si ricordò l’insegnamento del bramino indiano Chandra Johnson, che insegnava a respirare e a vivere correttamente. Il saggio libro recitava:


Una respirazione corretta è alla base di una vita corretta. Ti sostiene nei momenti difficili dell’esistenza, in essa troverai salvezza, tranquillità e illuminazione. Inspirando la forza vitale del prana, non avere fretta di espirarla, ma trattienila nei polmoni. Quanto più lenta e misurata la respirazione, tanto maggiore la forza vitale in te. Ha raggiunto l’illuminazione chi, dopo avere inspirato il prana alla sera, non lo espira fino all’alba.


Be’, per ora Erast Petrovič era piuttosto lontano dall’illuminazione, ma grazie a esercizi quotidiani aveva già imparato a trattenere il respiro fino a cento secondi. Fece ricorso a questo mezzo affidabile anche adesso. Si riempì il petto d’aria e restò fermo, «si mutò in albero, in pietra, in erba». E ciò gli fu d’aiuto; il battito del cuore a poco a poco tornò regolare, l’orrore dileguò. Arrivato fino a cento, Fandorin espirò rumorosamente, tranquillizzato dalla vittoria dello spirito sulla superstizione.

E allora si udì un suono che gli fece battere rumorosamente i denti. Qualcuno graffiava alla porta.

«Lasciami entrare», sussurrò una voce. «Guardami. Ho freddo. Lasciami entrare…»

Questo era troppo, pensò indignato Fandorin con quanto gli restava del suo orgoglio. Adesso apro la porta e mi sveglio. Altrimenti… Altrimenti vedrò che non si tratta di un sogno.

Con due balzi raggiunse la porta, tolse il paletto e tirò verso di sé il battente. Con questo il suo slancio disperato si esaurì.

Sulla soglia c’era Amalia. Indossava una bianca vestaglia di pizzo, come l’ultima volta, però aveva i capelli spettinati per la pioggia, e sul petto le si allargava una macchia di sangue. La cosa più spaventosa di tutte era il viso che brillava di una luce non terrestre, con gli occhi immobili e spenti. Una mano bianca, luccicante di scintille, si allungò verso il viso di Erast Petrovič e gli toccò la guancia, proprio come l’altra volta, solo che dalle dita promanava un tale freddo, un tale gelo, che l’infelice Fandorin, lì lì per uscire di senno, arretrò di un passo.

«Dov’è la cartella?» chiese il fantasma con un sibilo sussurrato. «Dov’è la mia cartella? Per lei ho venduto l’anima.»

«Non la do!» uscì dalle labbra secche di Erast Petrovič. Indietreggiò verso la poltrona, nelle cui viscere era nascosta la cartella rapita, si lasciò cadere sul sedile e per maggiore sicurezza la abbracciò.

La visione si avvicinò al tavolo. Sfregato un fiammifero, accese la candela e gridò di colpo con voce squillante: «Your turn now! He’s all yours!»

Nella camera irruppero in due: l’altissimo Morbid, con la testa che gli arrivava fino al soffitto, e un altro piccoletto e agile.

Fandorin, ormai del tutto confuso, non si mosse nemmeno quando il maggiordomo gli mise un coltello alla gola, mentre il secondo gli frugava abilmente i fianchi e gli trovò la derringer nel gambale degli stivali.

«Cerca la rivoltella», ordinò Morbid in inglese, e lo svelto non lo deluse: in un attimo scoprì la colt nascosta sotto il cuscino.

Per tutto il tempo Amalia era rimasta alla finestra, a pulirsi viso e mani con un fazzoletto.

«Allora, è tutto?» chiese con impazienza. «Che schifo questo fosforo. E, soprattutto, l’intera mascherata non aveva senso. Non ha nemmeno il cervello di nascondere la cartella come si deve. John, cercate nella poltrona.»

A Fandorin non rivolse nemmeno uno sguardo, come se di colpo si fosse trasformato in un oggetto inanimato.

Morbid tolse facilmente Erast Petrovič dalla poltrona, senza smettere di puntargli la lama alla gola, mentre lo svelto infilava un braccio nel sedile e ne estraeva la cartella azzurra.

«Datemela.»La Bežezkaja si avvicinò al tavolo, controllò il contenuto. «Tutto a posto. Non ha fatto in tempo a spedirla. Grazie a Dio. Franz, portatemi l’impermeabile, sono tutta intirizzita.»

«Allora era tutta una messinscena?» pronunciò con voce incerta Fandorin che stava riprendendo coraggio. «Complimenti! Siete una grande attrice. Sono contento che la mia pallottola vi abbia mancata. Sarebbe stato un peccato perdere un talento simile…»

«Non dimenticate il bavaglio», disse Amalia al maggiordomo e, gettatosi sulle spalle l’impermeabile portato da Franz, uscì dalla camera senza nemmeno voltarsi a guarda re lo svergognato Erast Petrovič.

Il piccoletto svelto — ecco chi sorvegliava l’albergo, non certo Zurov — prese di tasca un gomitolo di cordicella sottile e legò strettamente le braccia del prigioniero ai fianchi. Poi afferrò Fandorin con due dita per il naso e quando Erast Petrovič, che si sentiva soffocare, aprì la bocca, ci infilò una pera di gomma.

«Ordine», dichiarò Franz con accento tedesco, soddisfatto del risultato. «Porto il sacco.»

Corse nel corridoio e tornò velocissimo. L’ultima cosa vista da Erast Petrovič prima che gli calassero sulle spalle una rozza tela di sacco che gli arrivava fino alle ginocchia, fu l’impassibile, assolutamente pietrificata fisionomia di John Morbid. Peccato, certo, che il mondo sublunare mostrasse proprio questo come addio a Erast Petrovič, non il più allettante dei visi, tuttavia nel buio polveroso del sacco le cose andarono ancora peggio.

«Dammi qua che lo lego ancora di sopra con una corda», giunse la voce di Franz. «Non c’è da portarlo troppo lontano, ma così è più sicuro.»

«Ma dove vuoi che vada?» gli rispose Morbid con voce di basso. «Provi solo a muoversi, e gli ficco il coltello in pancia.»

«Ma noi leghiamolo lo stesso», cantilenò Franz, e strinse così forte il sacco con la corda che Erast Petrovič cominciò a respirare a fatica.

«Parti girando!» disse il maggiordomo dando uno spintone al prigioniero, e Fandorin si mosse in avanti alla cieca, senza che gli fosse chiaro perché non lo potessero sgozzare direttamente lì, in camera.

Inciampò due volte, sulla soglia della pensione per poco non cadde, ma la zampa di John lo agguantò in tempo per una spalla.

C’era odore di pioggia, i cavalli nitrivano.

«Voi due, appena avete finito, tornate qui e riordinate», si udì la voce della Bežezkaja. «Io torno a casa.»

«State tranquilla, m’lady», ruggì il maggiordomo. «Avete fatto il vostro lavoro, noi facciamo il nostro.»

Oh, che voglia aveva Erast Petrovič" di dire ad Amalia per l’ultima volta qualcosa di unico, di speciale, perché si ricordasse di lui non come di un insulso ragazzino impaurito, ma di un audace caduto valorosamente nella lotta impari contro un intero esercito di nichilisti. Ma la maledetta pera lo privava perfino di quell’ultima soddisfazione.

Mentre a questo punto toccò al povero giovane un trauma ulteriore, sebbene c’era da chiedersi, dopo tutto quello che già gli era capitato, che altri traumi potevano ancora esserci.

«Anima mia Amalia Kazimirovna», disse in russo la nota, affettuosa voce tenorile. «Permettete a questo vecchierello di venire in carrozza con voi. Chiacchiereremo del più e del meno, e starò più all’asciutto, lo vedete da sola che sono bagnato fradicio. E il vostro Patrick vada pure con la mia carrozzella. Non avete nulla in contrario, amorino?»

«Sedetevi», rispose seccamente la Bežezkaja. «Ma quanto a chiamarmi anima vostra e amorino, Pyžov, scordatevelo.»

Erast Petrovič muggì sordamente, perché mettersi a singultire con la pera in bocca non era proprio possibile. Il mondo intero s’era alleato contro l’infelice Fandorin. Dove trovare forza bastante per sgominare in battaglia una tale turba di malfattori? Intorno aveva solo traditori, aspidi velenose (pfui, si era lasciato contagiare dalla verbosità di quel maledetto Porfirij Martynovič!). E la Bežezkaja coi suoi tagliateste, e Zurov, e perfino Pyžov, voltagabbana, tutti nemici. Non aveva nessuna voglia di vivere in quel momento Erast Petrovič, provava un tale disgusto, una tale stanchezza.

Del resto, nessuno stava cercando con troppa insistenza di convincerlo a vivere. A quanto pareva i suoi accompagnatori avevano tutt’altri progetti sul suo conto.

Forti mani agguantarono il prigioniero e lo misero sul sedile. Alla sua sinistra s’era piazzato il pesante Morbid, alla sua destra il leggero Franz che schioccò la frusta, e Erast Petrovič ricadde all’indietro.

«Dove?» chiese il maggiordomo.

«Hanno detto al sesto molo. Lì è più profondo e c’è la corrente. Cosa ne pensi?»

«Per me è tutto uguale. Hanno detto al sesto; allora al sesto.»

E così la sorte che attendeva Erast Petrovič pareva assai chiara. Lo portavano a un qualche ancoraggio profondo, gli legavano una pietra e lo spedivano sul fondale del Tamigi, a marcire fra catene d’ancora arrugginite e cocci di bottiglia. Scomparirà senza lasciare traccia il consigliere titolare Fandorin, perché risulta che non l’ha visto anima viva dopo l’agente militare di Parigi. Ivan Franzevič capirà che il suo pupillo è inciampato da qualche parte, ma la verità non la saprà mai… E non verrà mai loro in mente, a Mosca o Pietroburgo, che un rettile schifoso si è infiltrato nel loro servizio segreto. Ecco chi andrebbe smascherato.

Ma chissà, magari si riesce ancora a smascherarlo.

Perfino così legato com’era e infilato in un sacco lungo e polveroso, Erast Petrovič si sentiva incomparabilmente meglio di venti minuti prima, quando alla finestra lo guardava fisso il fantasma fosforescente e lui si sentiva paralizzato dall’orrore.

Il fatto è che il prigioniero una possibilità di salvezza l’aveva. Era furbo, Franz, ma non aveva pensato a tastargli la manica destra. In quella manica teneva uno stiletto, era quella tutta la sua speranza. Se solo gli fosse riuscito di arrivare con le dita fino all’impugnatura… Oh, non era semplice, con il braccio legato al fianco. Quanta strada c’era ancora fino al sesto molo? Avrebbe fatto in tempo?

«Sta’ fermo», disse Morbid allungando una gomitata al fianco del prigioniero che non faceva che dimenarsi (con tutta probabilità per la paura).

«Tanto, amichetto, puoi rigirarti quanto ti pare e piace, fa tutto lo stesso», osservò Franz da filosofo.

L’uomo nel sacco si agitò ancora un po’, poi emise un sordo stridio dopodiché si chetò, probabilmente si era rassegnato con la sua sorte (quel maledetto stiletto prima di uscire gli aveva fatto male tagliandogli il polso).

«Siamo arrivati», dichiarò John guardandosi intorno da ogni lato. «Non c’è nessuno.»

«E chi dovrebbe mai esserci con questo diluvio, di notte?» chiese Franz alzando le spalle. «Senti un po’, diamoci una mossa. Abbiamo ancora da tornare indietro.»

«Prendilo per i piedi.»

Afferrarono l’involto stretto dalla corda e lo posarono sulle assi di legno della banchina d’attracco, che sovrastava l’acqua nera come una freccia.

Erast Petrovič udì un cigolio di tavole sotto ai piedi, lo sciabordio del fiume. La liberazione era vicina. Non appena le acque del Tamigi si fossero richiuse sulla sua testa, avrebbe squarciato con la lama i legacci, tagliato il sacco e quatto quatto sarebbe riemerso sotto al molo. Doveva restare lì un po’ finché quelli non se ne fossero andati, ed ecco fatto: la salvezza, la vita, la libertà. E questo sembrava così semplice e facile, che una voce interna sussurrò di colpo a Fandorin: no, Erast, nella vita non succede così, capiterà per forza una qualche schifezza che rovinerà fino in fondo il tuo piano meraviglioso.

Ahimè, la voce interiore gli predisse veramente il male, gli portò addosso la sventura. La schifezza non tardò infatti a delinearsi, e non da parte di quell’incubo di mister Morbid, ma per iniziativa del buon Franz.

«Aspetta, John», disse costui dopo che si erano fermati in fondo al molo e avevano deposto il loro carico sulla piattaforma. «Così non va bene, gettare un uomo vivo in acqua, come un cucciolo. Ti piacerebbe al suo posto?»

«No», rispose John.

«Allora», si rallegrò Franz. «Lo dico anch’io. Mandare di traverso quel liquido marcio, sporco. Brrr. Non lo augurerei a nessuno. Vediamo di comportarci da bravi cristiani: prima gli tagliamo la gola, perché non soffra. Tzac, ed è fatta, eh?»

Questa filantropia fece star male Erast Petrovič, ma il caro, meraviglioso mister Morbid sbraitò: «Sì, così mi sporco di sangue il coltello. E poi mi schizzo anche le maniche. Come se non ne avessimo già avuti abbastanza di pensieri per questo cagnolino. Che vuoi che sia, tanto deve morire lo stesso. Se sei così buono, strangolalo con la corda, in questo sei un maestro, intanto io vado a cercare un pezzo di ferro».

I suoi passi pesanti si allontanarono, e Fandorin restò solo con quel samaritano di Franz.

«Non bisognava legare il sacco di sopra», disse quello pensieroso. «Si è usata tutta la corda.»

Erast Petrovič emise un muggito d’approvazione: come dire, fa niente, non prendertela, in qualche modo me la caverò.

«Eh, poveretto», sospirò Franz. «Come si lamenta, spezza il cuore. D’accordo, ragazzo, non aver paura. Per te lo zio Franz non risparmierà la sua cinghia.»

Si udirono dei passi che si avvicinavano.

«Ecco un pezzo di binario. Farà alla bisogna», tuonò il maggiordomo. «Infilalo sotto alla corda. Non tornerà a galla prima di un mese.»

«Aspetta un attimo, solo il tempo di stringergli il cappio.»

«Ma piantala con le tue tenerezze! Il tempo non aspetta, presto sarà l’alba.»

«Scusa, ragazzo!» disse Franz pietoso. «Si vede che la tua sorte è questa. Das hast du dir selbst zu verdanken.»

Risollevarono Erast Petrovič, cominciarono a farlo dondolare.

«Azazel!» esclamò Franz con voce severa, trionfante, e un attimo dopo il corpo fasciato piombò con un tonfo nell’acqua putrida.

Fandorin non avvertì il freddo e nemmeno la pesantezza oleosa del suo scafandro mentre squarciava con lo stiletto la corda fradicia. Più di tutto gli diede daffare il braccio destro, ma appena l’ebbe liberato, tutto si svolse rapidamente: uno! e la mano sinistra prese ad aiutare la destra; due! e il sacco fu tagliato dall’alto in basso; tre! e il pesante spezzone di binario affondò nella soffice melma; quattro!

Adesso bisognava soltanto non venire a galla anzitempo. Erast Petrovič si spinse indietro con le gambe, mentre le mani le mise avanti per scivolare nella torbida oscurità. Lì da qualche parte, del tutto vicino, dovevano trovarsi i sostegni su cui poggiava il molo. Ecco che le dita toccarono del legno scivoloso, ricoperto di alghe. Piano, senza fretta, su per la colonna. Ma senza tonfi, senza far rumore.

Sotto le assi di legno del molo era buio pesto. Di colpo l’acqua nera sputò senza un suono dalle sue viscere una macchia tonda e bianca. Nel cerchio bianco subito se ne formò un altro, piccolo e nero: era il consigliere titolare Fandorin che inghiottiva con avidità l’aria del fiume. Odorava di marcio e di cherosene. Era la magica fragranza della vita.

Frattanto di sopra, sul molo, si svolgeva una conversazione in tutta calma. Nascosto lì sotto ascoltava ogni parola. Capitava un tempo a Erast Petrovič di ridursi in lacrime di commozione immaginando con quali parole gli amici e i ne mici lo avrebbero ricordato, lui, l’eroe perito anzitempo, che discorsi sarebbero stati pronunciati sulla sua bara scoperta. Si può ben dire che tutta la sua giovinezza era passata in queste fantasticherie. Quale non fu l’indignazione del giovane all’udire di che sciocchezze stavano discorrendo coloro che si ritenevano i suoi assassini! E nemmeno una parola a proposito dell’essere su cui si erano richiuse le buie acque, del giovane dotato di una tale mente e di una tale intelligenza, di un’anima nobile e aspirazioni elevate!

«Ahi, questa passeggiatina mi costerà un bell’attacco di reumatismi», sospirò Franz. «Spira un’umidità. Ma cosa ci stiamo a fare qui? Andiamo, eh?»

«È ancora presto.»

«Senti, con tutta questa confusione io sono rimasto senza cena. Che dici, ci daranno qualcosa da mangiare o ci inventeranno qualche altro lavoretto?»

«Non sta a noi saperlo. Quello che diranno lo faremo.»

«Potessimo almeno prenderci un po’ di vitello freddo. Mi brontola lo stomaco… Davvero ce ne andremo via dal solito posto? Mi ci ero appena sistemato, mi ci stavo abituando. A che scopo? Dopotutto si è risolta ogni cosa.»

«Lo sa la signora il perché. Se ha ordinato così, vuol dire che bisogna.»

«Questo è esatto. La signora non fa errori. Per lei tutto quello che vuoi, non avrei pietà del mio papà. Se l’avessi, naturalmente. Nemmeno la nostra vera madre avrebbe fatto per noi tutto quello che ha fatto per noi la signora.»

«Va da sé… Basta, andiamo.»

Erast Petrovič aspettò che i passi si spegnessero in lontananza, per sicurezza contò ancora fino a trecento e solo a quel punto si avvicinò a riva.

Quando con grande fatica, dopo essere caduto alcune volte, riuscì a salire sul parapetto del lungofiume, piuttosto basso ma quasi perpendicolare, le tenebre avevano già iniziato a dissolversi strette dall’assedio dell’alba. Il presunto annegato era percosso dai brividi, gli battevano i denti, e per giunta gli era venuto anche il singhiozzo; si vede che aveva inghiottito l’acqua putrida del fiume. Ma vivere era comunque straordinario. Erast Petrovič abbracciò con sguardo amorevole il grigio spazio fluviale (da quella parte brillavano carezzevolmente dei fuocherelli), si intenerì della buona qualità del tozzo magazzino, approvò il ritmico dondolio delle chiatte e delle lance attraccate lungo al molo. Un sorriso spensierato illuminava il viso bagnato, rigato di pece sulla fronte, del risorto dai morti. Si stirò con gusto, e raggelò in quella posizione assurda: dall’angolo del magazzino si era staccata una silhouette assai bassa, veloce, che gli muoveva svelta incontro.

«Che razza di erodi, che bestie», lamentava cammin facendo la silhouette con una vocina sottile, udibile da lontano. «Non gli si può proprio affidare niente, per ogni cosa bisogna sorvegliarli. Ma dove andrebbe a finire questa gente senza Pyžov, dove? Sareste perduti come dei cagnolini ciechi, sareste perduti!»

In preda all’ira del giusto, Fandorin si lanciò in avanti. Il traditore aveva tutta l’aria di credere che la sua satanica apostasia non fosse stata scoperta.

Tuttavia in mano al segretario di provincia brillò con luccichio malaugurante qualcosa di metallico, e Erast Petrovič dapprima si fermò, e poi arretrò.

«Avete calcolato bene, fragolino mio», lo approvò Pyžov, lasciando vedere quanto fosse elastica e felina la sua andatura. «Siete un ragazzo intelligente, l’ho accertato subito. Lo sapete cosa ho qui?» disse brandendo il suo pezzo di ferro, al che Fandorin scorse una pistola a due canne di un calibro insolitamente grosso. «Un pezzo spaventoso. Nel gergo malavitoso di qui si chiama ‘smasher’. Qui, vogliate guardare, si infilano due pallottole esplosive — le stesse che sono state proibite alla convenzione di Pietroburgo del ‘68. Ma dopotutto sono dei criminali, Erast, del malfattori. Gliene importa tanto a loro di una convenzione filantropica! Mentre la pallottolina esplosiva, non appena finisce nel tenero, sboccia tutta in tanti bei petali. La carne, le ossicine, le venuzze le trasforma tutte in ripieno tritato. E voi, mio caro, non complicatemi le cose, non muovetevi di scatto, altrimenti dallo spavento sparo, e poi non mi perdonerei una bestialità del genere, mi pentirei. Fa molto male, se finisce nello stomaco o da qualche altra parte lì vicino.»

Singhiozzando, ormai non più per il freddo ma per la paura, Fandorin gridò: «Iscariota! Hai venduto la patria per trenta rubli d’argento!» e di nuovo si allontanò dalla canna minacciosa.

«Come ha detto il grande Derzavin, l’incostanza è il destino dei mortali. E mi offendete senza motivo, amichetto. Non mi sono lasciato lusingare da trenta denari, ma da una somma ben più seria, trasferita nel più accurato dei modi in una banca svizzera, per la vecchiaia, per non morire sotto i ponti. E voi, sciocchino, cosa vi ha portato qui? Contro chi pensavate di latrare? A scoccare una freccia contro un macigno si perde soltanto la freccia. Questa è una fortezza, la piramide di Cheope. È come battere la testa contro il muro.»

Nel frattempo Erast Petrovič era arretrato fino al bordo del lungofiume e fu costretto a fermarsi, sentendo che il basso bordo gli aveva toccato la caviglia. Era proprio quello che Pyžov, a quanto pareva, aveva voluto ottenere.

«Bene, ottimo», canticchiò lui, fermandosi a dieci passi dalla sua vittima. «Altrimenti non era mica facile per me trascinare fino all’acqua un giovinetto tanto ben nutrito. Voi, prezioso mio, non agitatevi. Pyžov sa il fatto suo. Bang, ed ecco fatto. Invece del bel visino… una bella polentina. Se anche vi ripescano, nessuno vi riconoscerà. Mentre l’anima volerà subito agli angeli. Non ha ancora avuto il tempo di peccare, la giovane anima.»

Così dicendo sollevò la sua arma, socchiuse l’occhio sinistro e fece un sorriso goloso. Non aveva fretta di sparare, era chiaro che si godeva il momento. Fandorin lanciò uno sguardo disperato verso la riva deserta, debolmente illuminata dalla luce dell’alba. Non c’era nessuno, non una sola anima umana. Era proprio la fine. Accanto al magazzino notò del movimento, ma non ebbe il tempo di guardare bene; esplose uno sparo fragoroso da far spavento, più assordante del più reboante dei tuoni, così che Erast Petrovič, barcollando all’indietro, con un grido da strappare il cuore, riprecipitò nel fiume da cui era uscito con tanta fatica solo un attimo prima.

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