Non è vero che esiste l'altra Italia, quella onesta: se esistesse, avrebbe impedito il formarsi di quella malata.
E non valgono, come antidoto, come vaccino, gli esageratamente santi.
E un'esigenza della coscienza cattolica quella di espiare, di purificarsi.
Qui oggi ci si rifugia nell'alcolismo, nella tossicodipendenza quando si è giovani, o nella follia, nella disonestà e nella santità quando si è vecchi.
A fianco dell'Italia di Tangentopoli, esiste l'Italia santa esibizionista, del volontariato, delle comunità, dei centri di solidarietà.
Temo che in questi càsi l'obiettivo reale sia la vanità dei protagonisti.
Si fa il bene, ma in modo che lo sappiano tutti, mai al buio, di nascosto; si pratica cioè non la bontà, ma la carità e l'elemosina, virtù che, per chi ha dei problemi di identità, sono ferocemente offensive: gratificano chi le pratica, umiliano chi le riceve, perché gli ricordano il suo ruolo nella vita, di sfortunato, di povero, comunque di fallito.
La benzina che muove i santi è il narcisismo, la mania di specchiarsi nella propria vanità: si fanno amare, ma non amano.
Più che occuparsi del prossimo, si occupano di se stessi.
La santità diventa un mestiere nobile, stimato, che ti conferisce rispetto, potere, carisma e quindi anche molto denaro.
Sono terribili i santi.
Non li amo perché, non essendo competitivi, costruiscono la loro felicità su un piedistallo, che è il dolore dei sofferenti: handicappati, tossici, mostri e malati.
In un viaggio in India, a Calcutta, con mia moglie, sono andato a trovare suor Teresa nel suo famoso lebbrosario.
Un posto atroce, di dolore, in una città che è inimmaginabile, l'inferno.
Mi sono reso conto quasi subito che era, sì, accettata da tutti, perché grande organizzatrice, infaticabile, inesauribile, ma in fondo non era amata, perché tutto il suo gran darsi da fare era viziato dalla vanità e dall'ossessiva aspirazione alla santità.
Quindi, oltre all'orrore per le cose che ho visto, ho provato anche fastidio per queste finalità profondamente egoistiche della santa.
Che ha già una facile beatificazione in corso, e lo sa, un posto prenotato in paradiso, e lo sa, e ha raggiunto prudentemente — casomai non ci fosse nulla dopo — il suo bravo paradiso narcisistico che la rende felice in terra.
Come tutti gli altri grandi della storia, Napoleone, Hitler, Stalin, Churchill, si è anche genialmente costruita un'immagine adatta al suo personaggio: la suorina piccola, col vestito bianco e lo scialle bianco e azzurro, è già famosa come Madonna Ciccone, la Gioconda e Marilyn.
Ricordo che tanti anni fa giravo per il grande Erg algerino, il deserto che si estende per cinquemila chilometri da Algeri fino alle montagne dell'Hoggàr.
Ho incontrato, a duemila chilometri a sud di Ghardaja, una bella signora belga sui cinquant'anni, che tornava, dopo trent'anni di Africa, a Bruges dove stava la sua famiglia.
Abbiamo cenato insieme a lume di candela a bordo piscina dell'Hotel Transàt di Ouarglà. Sono stata il braccio destro per trent'anni di Albert Schweitzer, lo stregone bianco di Lambaréné! mi ha detto senza orgoglio, ma solo perché gli avevo chiesto che mai avesse fatto nel a vita. E com'era? ho chiesto io, curiosissimo.
E lei: Non ho voglia di rispondere, la prego.
E io a insistere: Ma mi dica di lui una cosa sola, la prego, un'unica frase che riassuma il grand'uomo, mi dica com'era!
E lei secca: Sì, se vuole, sì… ma poi non ne parliamo più! Era una carogna, che scappava dalla sua perfidia, e si era rifugiato nella santità.
E di Lambaréné non abbiamo più parlato, ma ci siamo scolati due bottiglie di Vieux Thiber Rosée gelato, un magnifico vino algerino.
Attualmente in Italia sta imperversando un'ondata di finta bontà.
In tivù, per esempio, la cosiddetta tivù del dolore ha un notevole successo di audience.
In queste trasmissioni, degli abili disgrazieri ti impongono ogni sera a casa gente che scappa e viene braccata con maligno accanimento nei modi più diversi: chi li ha visti? telefoni gialli, caffè italiani, piazza Italia, giornate in pretura, ecc., con un grande spreco di malattie più o meno terminali e fatti nostri che sono in realtà delle autentiche sciagure familiari.
Il motivo vero di tanta fortuna è che la maggior parte di noi fa una vita di merda e in tanta mediocre tristezza si consola con i dolori altrui: mal comune mezzo gaudio.
P.S.
Vorrei tanto essere invitato a un ballo di Carnevale di malati terminali: mi sentirei quasi un uomo fortunato!