La curva

Il Corriere della Sera di lunedì 30 novembre titola in prima pagina Solo lievi incidenti negli stadi italiani.

A pensarci bene c'è un senso di rammarico, quasi una grossa delusione e un po' di nostalgia in noialtri sudditi con la faccia contro il televisore.

Ma che succede? E proprio tutto finito? Sì, d'accordo, ci piacciono molto i 4 a 4, i 7 a 3 del Milan a Firenze, siamo innamorati di Van Basten e di Roberto Baggio, dei pali, dei quasi gol, dei rigori parati, e delle rovesciate acrobatiche.

Ma, soprattutto, io che ho l'animo risentito di un gobbo e la cattiveria di un nano (non a caso nel mio quartiere mi chiamano la gran merdaccia) perdo la testa ormai solo per gli atti di teppismo.

Solo lievi incidenti? Ma allora che si vive a fare? Se anche gli ultras si sono imborghesiti, se gli hooligan si sono calmati, allora non ci rimane che sperare nei naziskin.

Quelli sì che mi danno grandi soddisfazioni.

E negli stadi non succede proprio più niente? Finiti i bei tempi quando si sparavano razzi coi bazooka, si accoltellavano i riva li, si sfasciavano (e magari incendiavano) le tribune,i treni e i negozi.

Ma che spettacolo è una partita di calcio senza la curva, i cori, le sciarpe, i fumoni multicolori, le bandiere, i balletti ritmati e gli esaltanti striscioni razzisti? Pensate solo a immaginare un Milan-Inter o un Napoli-Roma senza la curva.

Ma molto meglio un documentario sulle otarie marine sul a Terza rete al e due di notte! Credetemi, non è apologia di reato, né istigazione a delinquere.

E che, senza tutto il contorno, il gioco del calcio che si pratica in Italia e all'estero per me è ben poca cosa.

Lo spettacolo del a curva è forse lo spettacolo più forte di questa fine di secolo, più dei concerti rock, per non parlare poi di tutte le altre noiosissime forme di spettacolo.

Avete idea di quanto sia agghiacciante un concerto da camera? Sale semivuote, qualche vecchia tossicchiante e un'unica speranza, che il tutto finisca presto, anzi subito.

Ai concerti sinfonici poi si rischia di morire d'infarto, se durante la tragica pennichella c'è il famoso scoppio d'orchestra; il 90 per cento degli spettatori anziani viene portato via a braccia: infatti in sala le mogli killer li portano solo con lo scopo di sopprimerli tramite infarto miocardico.

All'ingresso dei teatri, poi, il 100 per cento degli spettatori domanda furtivamente: A che ora finisce, mi scusi?

Il 99 per cento ci va soltanto per fare incontri importanti nell'intervallo (l'unico motivo delle prime mondane).

L'1 per cento restante, cioè gli attori sul palcoscenico, sono i soli a commuoversi realmente fino alle lacrime.

Ai balletti classici colpiscono e tengono svegli solo i pacchi innaturali dei ballerini.

Alle corse automobilistiche, come spettacolo in televisione, la speranza di tutti noi poveracci è un groviglio di macchine alla partenza, con i soliti sadici replay ripetuti varie volte.

L'unica gioia grande che provano gli spettatori del ciclismo su strada è quella di cercare di abbattere i corridori stremati con secchi d'acqua gelata.

Noi terroni siamo troppo nani per la pallacanestro e la pallavolo, il canottaggio senza gli Abbagnale in Italia non esiste, del calcio americano non si capiscono neppure le regole, del baseball poi non ne parliamo neppure.

La curva invece è veramente uno spettacolo esaltante, altro che l'Aida a Luxor o a Verona con gli elefanti.

Ma mentre il miliziano musulmano a Sarajevo con la testa del rivale serbo in mano (in prima pagina su tutti i giornali del mondo, ha alzato di molto le vendite) aveva comunque un senso tragico, la curva è un carnevale straordinario superiore di gran lunga a quello di Rio, ormai logoro spettacolo turistico per la gioia delle Nikon dei troppi turisti giapponesi.

La curva non è mai prevedibile, la curva è spontanea, è creativa, è insieme organizzatissima e grandiosa.

Più perfetta come coreografia anche della famosa apertura delle Olimpiadi di Barcellona.

Ormai il calcio in Italia è solo la curva.

Questa benedetta curva che lo fa sopravvivere nel tempo.

Le società di calcio, i giornali sportivi usano biecamente i teppisti per tenere in vita un grande affare soprattutto televisivo.

E i veri provocatori non sono i curvisti ma i giornalisti sportivi, i vari appelli del martedì e i processi del lunedì.

Nel lessico dei resoconti sportivi il calciatore ormai è un gladiatore.

Si parla di assedio, di lotte, di battaglie.

Si è perso di vista il vero senso della cosa, cioè il gioco, il puro divertimento, la divagazione.

Il calcio è diventato grazie ai toni esasperati di voi giornalisti l'unico motivo di faide tra bande rivali.

Notate che, ben lontani dallo stadio, i tifosi fiorentini aspettano alla stazione Rifredi il treno dei bolognesi, e l'attaccano con le bombe molotov.

A Milano le bande interiste accoltellano un tifoso della Roma dopo averlo, pensateci bene eh, braccato in città per quattro ore.

I nomi delle tribù rivali sono: Squadre della morte, Commandos tigre, Fossa dei leoni.

E le svastiche abbondano nelle loro bandiere.

E i giocatori? Loro in campo svolgono un ruolo solamente simbolico, eseguono un tragico balletto isterico: simulano capitomboli, violenze non subite, dolori insopportabili, scatenando le tigri sulle gradinate.

I gladiatori ai tempi di Roma imperiale erano giù nell'arena e si ammazzavano con le reti e i tridenti. Ora le parti si sono paradossalmente invertite, i gladiatori veri stanno sulle curve e si uccidono purtroppo lo stesso.

Noi ci ostiniamo ipocritamente a chiamarli i soliti isolati teppisti, in realtà li usiamo per alzare l'audience televisiva e vendere i giornali.

Ma sui motivi profondi di questa violenza voglio continuare a parlarvi un'altra volta.

Per oggi basta.


Con tanti saluti e abbracci a tutti.


P.S.

Per pietà, però, voi che potete, non lasciatemi morire da solo con la faccia contro il televisore.

6 dicembre '92

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