Il perditore

Molto illustre e spettabile direttore, nella mia vita ho perso sempre e tutto: la speranza di fare carriera, la capacità d'acquisto della lira, una guerra mondiale, due imperi coloniali, la testa per una donna, mia moglie, che sinceramente mi fa schifo, la semifinale di Napoli con l'Argentina, l'unica schedina vincente della mia vita: un misero dodici a 1.326.000 lire, andato distrutto in un paio di pantaloni mandati in lavanderia da mia moglie, che ho tentato poi di accoltellare.

D'accordo, per lei non sarà niente perché lei è molto ricco, io invece sono povero che mi faccio pena e ci faccio pena anche al mio portiere che quando mi vede uscire, chino nella sua guardiola, abbassa gli occhi non per timidezza o perché gli sto antipatico ma perché, una volta l'ha detto anche in giro, ci faccio lo stesso effetto di un cane bastardo cieco.

Ho perso anche una foto di Pamela Prati nuda.

Insomma, l'ha capito, io sono il più grande perditore della Comunità economica europea.

Ma il maggio 1991 io ho avuto, in mezzo a queste sconfitte, la gioia più grande della mia povera vita: lo scudetto della Sampdoria.

Non dormivo la notte, siamo i campioni d'Italia… campioni d'Italia della Sampdoria, era il ritornellone col quale mi addormentavo a notte fonda e mi svegliavo all'alba.

Mi guardavano tutti diverso: il portiere mi sorrideva, i colleghi mi offrivano il caffè e giù gran pacche sulle spalle.

Barambani, il mio capo, mi trattava come se mi volesse bene e io fingevo di ricambiare.

Dico fingevo perché lui è una carogna.

E infatti quando, nei due campionati seguenti, la Sampdoria è ritornata normale, ha subito ricominciato a farmene passare di cotte e di crude.

Anche il portiere ha ripreso ad abbassare gli occhi, e i colleghi di stanza, quando entro io al mattino, abbassano la voce come se avessi avuto una grave disgrazia in famiglia, o soffrissi di un tumore alle orecchie.

In realtà, il tumore alle orecchie non ce l'ho, però è sicuro che mi sono ammalato, anche se non so dove, né quando né come.

È una penosissima malattia cronica, dovuta a un virus molto diffuso in tutta Europa: sono un guardatore domenicale di televisione, con particolare applicazione, anzi accanimento, per gli eventi sportivi.

Come tutti gli sportivi sedentari, comincio la mia performance intorno alle due del pomeriggio.

Con la tragica spaghettata aglio, aglio e peperoncino in corpo.

E sulla mia poltrona d'ordinanza vado giù, sprofondo lento, implacabile in un vortice nero di sonno senza sogni.

Pieno di sudore nel sottocollo, nel solco delle natiche, mani e piedi come trote surgelate.


Mia moglie dice in giro che russo come un cammello e borbotta ingiurie irripetibili contro il mio capo dottor Vincenzo Barambani, una belva che mi devasta l'equilibrio mentale e quindi la vita da quindici anni.

Per lui simulo, ovviamente in ufficio, riconoscenza e affetto.

Mi sveglio sempre con un urlo orrendo verso le sedici e… si comincia! Io vedo di tutto: ho il telecomando in fondina e faccio una media di cinquecento cambi a domenica.

Ieri non c'era la serie A e per noi sportivi sedentari è una vedovanza feroce: che fare? La serie B non ci interessa più di tanto, noi vogliamo sognare gol di Baggio che dribbla tutta la difesa avversaria, acrobazie di Vialli, fantasie di Mancini e prodigiosi salvataggi di Pagliuca.

Vi confesso però che in un salto di canale ho trovato un balletto della Cuccarini con una calzamaglia nera attillatissima che metteva in evidenza dei glutei prodigiosi e credo che se potessi solo avere un sorriso o un minimo di attenzione da un animale di quella taglia guarirei dal mio virus maledetto in un'ora.


Senza la serie A, la mia attenzione di atleta sedentario è tutta tesa quindi all'esordio della nuova nazionale di Sacchi.

L'uomo non mi è molto simpatico, ha un sorriso finto di scuola berlusconiana, ma quando sorride, e sorride sempre, lo fa solo coi denti: gli occhi sono d'animale predatore.

Insomma digrigna i denti.

Mi sembra un po' troppo presuntuoso e autoritario per giovani di personalità forte come Vialli, Pagliuca, Berti ed Eranio.

I milanisti lo subiranno meglio dei compagni perché l'hanno già un po' patito nel Milan.

Sono proprio sicuro di quanto dico.

Io gli sono comunque molto riconoscente per il Milan stellare di Barcellona e di Vienna: un'autentica macchina da guerra, con la quale Sacchi mi ha vendicato di tutte le cattiverie subite in ufficio, ma soprattutto mi ha liberato dalla frustrazione del calcetto catenacciaro che praticavamo noi italiani da cinquant'anni.

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