Zeffirelli

Caro Direttore, la sparata di Zeffirelli alla conferenza stampa del suo ultimo film è da commentare. Ha detto: Io le donne che abortiscono le condannerei a morte tutte!

Le ipotesi sono tre: o scherza, o è un'uscita premeditata per far notizia, o fa sul serio.

Esaminiamole tutte e tre.

Scherza: questo atteggiamento è giustificato dal suo spiritaccio beffardo fiorentino.

Seconda possibilità, la trovata pubblicitaria: si parla molto di lui anche se male, e si favorisce il lancio di un film piuttosto costoso.

Come invenzione è un po' cinica, ma visto l'esito alterno dei suoi film precedenti, non sempre buono (benché siano prevenduti in tutto il mondo), è giustificata.

Soprattutto quando si conoscono bene le crudeli leggi del mercato americano: un altro tonfo e sei fuorigioco.

Terza possibilità: fa sul serio e qui le cose allora si aggravano.

Dubito che un uomo passionale e fondamentalmente onesto come lui possa avere messo in moto una macchina così diabolica in vista del successo del film.

Credo proprio che Zeffirelli, in maniera provocatoria e iperbolica, abbia detto sinceramente quello che in parte pensa.

In ogni caso, come voi sapete, è successo il finimondo! Tutti a dargli addosso, tutti a dirgli di tutto, non vi dico poi le femministe d'assalto, che come tori ciechi si sono scagliate contro di lui senza minimamente valutare l'aspetto sempre esagerato e provocatorio del suo carattere, e senza mettere in preventivo la possibilità che si prenda gioco di loro.

In fondo lui è fatto così.

È fiorentino, e come tale sempre irresistibilmente attratto al o scontro frontale.

È un uomo di teatro, e quindi enfatizza tutto quello che dice e che fa.

Per questo viene invitato in tutti i processi del lunedì e appelli del martedì: i conduttori dei programmi vanno sul sicuro, sanno che lui comunque darà spettacolo.

Ma se veramente quel o che dice corrispondesse al suo pensiero, e io, ripeto, non lo credo, e se veramente fosse più reazionario di un gesuita della Santa Inquisizione spagnola o di una massaia rurale dell'Alta Val Brembana, al ora andrebbe un po' compatito.

Il suo infatti non sarebbe un errore ideologico o culturale, ma un delirio mentale giustificatissimo e motivato.

Zeffirelli ha vissuto la sua condizione di diverso durante il fascismo e in quegli anni Cinquanta che del fascismo sono la logica continuazione culturale e ideologica.

E ne è venuto quindi fuori un animo risentito perché ferito profondamente e torturato quotidianamente da compagni di scuola imbecilli e crudeli.

E ora che, nonostante la tintura dei capelli e l'abbronzatura artificiale, dimostra circa settantacinque anni, merita tutta la nostra comprensione.

Bisogna quindi difenderlo a spada tratta, come sto facendo io, e farlo ragionare.

Lui ha l'apertura mentale di una massaia rurale della Valdichiana, il risentimento di una sposa di Maggio abbandonata il giorno delle nozze, la malinconia di una religiosa che non ha potuto prendere gli ordini.

Molti frequentatori della sua splendida villa sull'Appia Antica dicono che lui è uso ricevere a cena vestito da suora elisabettina bigia.

Io capisco tutto fino in fondo, e in questa appassionata arringa di difesa voglio che si tenga conto dell'invidia che lui può avere per tutte le donne che hanno la benedizione di poter rimanere incinte, mentre lui non può.

Ma mettiamo ora, per assurdo, il caso che lui non sia sterile, e che in un malaugurato viaggio di Carnevale a Sarajevo, vestito, come di consueto, da suora elisabettina bigia, sia violentato da due miliziani musulmani (sapete, quella gentaccia feroce che si fa fotografare con la testa mozzata del nemico esibita come trofeo).

Non sarebbe tentato anche lui dalla voglia di abortire? Peccato, in fondo: perché Zeffirelli vestito da suora che allatta un bambino musulmano sarebbe stato degno di una copertina di Novella 2000.


P.S.

Per quanto riguarda l'opportunità, suggerita da Franco Zeffirelli, di ghigliottinare i tangentisti, la tentazione è forte anche da parte di tutti noi.

Ma più cristianamente io proporrei di tenerli alla gogna per dieci giorni in piazza del Popolo. Ovviamente, vestiti da suore elisabettine.

21 marzo '93

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