11

Per parecchio tempo, dopo che il signor Flanders se ne fu andato, Vickers rimase seduto sotto il portico, a fumare una sigaretta dopo l’altra e a guardare la fascia di cielo che riusciva a scorgere tra l’orlo superiore della siepe e il tetto del portico… il cielo notturno, di un’oscurità luminosa, e la cristallina, palpitante distesa delle stelle. E guardando quelle stelle che palpitavano incessantemente, come per scandire ognuna i propri attimi di eternità, pensava che era impossibile sentire la distanza e il tempo che stavano tra le stelle, avvertire quelle immensità di spazio e di secoli che non erano fatte perché la mente umana riuscisse a comprenderle.

Flanders era un vecchio strambo e indossava una giacca logora e portava un lucido bastone da passeggio e parlava in quel suo modo strano che faceva pensare, chissà come, a un’altra epoca e a un’altra cultura. Cosa poteva saperne, lui, che cosa poteva saperne, verosimilmente, dei depositi di conoscenza che si celavano tra le stelle?

Chiunque avrebbe potuto inventare simili discorsi. Che cosa aveva detto, esattamente? L’aveva pensato così, oziosamente. E questo, decise Vickers, doveva essere tutto, la spiegazione più semplice, l’unica possibile: un vecchio eccentrico ozioso che non aveva in mente altro che i pensieri che lo portavano lontano da un’altra vita, una vecchia vita scolorita che lui voleva dimenticare.

Un vecchio strambo, con tanto tempo a disposizione, e dei ricordi da fuggire.

Ed ecco, pensò Vickers, che anch’io comincio a formulare delle ipotesi, perché in realtà non posso sapere in alcun modo che genere di vita abbia vissuto quel vecchio.

Si alzò in piedi, e ritornò lentamente nel soggiorno. Scostò la sedia dalla scrivania, sedette, e cominciò a fissare la macchina da scrivere che lo accusava di avere sprecato il tempo: un giorno intero buttato via, prima a rincorrere le ambizioni dell’impassibile signor Crawford, poi a riconcorrere le chiacchere della gente incontrata per caso, e infine a rincorrere i sogni del vecchio Flanders. Un’intera giornata di lavoro sprecata, e la macchina da scrivere sembrava indicare ii mucchio di fogli del manoscritto che sarebbe stato un poco più spesso, se lui fosse rimasto a casa.

Prese alcune pagine e cercò di leggerle: ma non provava alcun interesse, e fu colto dal dubbio spaventoso di essersi raffreddato, di avere smarrito la scintilla che giorno per giorno lo spingeva a buttare giù le parole che dovevano essere scritte… che dovevano essere scritte, letteralmente, come se scriverle fosse un mezzo per liberarsi da una confusione in agguato nella sua mente; come se scriverle fosse una missione, o una penitenza da compiere quale condizione di vita.

Aveva detto di no, non gli interessava scrivere il libro per Crawford, e l’aveva detto perché il lavoro non gli interessava davvero, perché desiderava tornare lì, ad aumentare il mucchio di fogli del manoscritto posato sulla scrivania.

Eppure quello non era stato l’unico fattore… c’era stato qualcosa d’altro. Intuizione, aveva detto Ann, e l’aveva preso in giro. Ma era stata un’intuizione… come una sensazione di pericolo e di paura, come se un altro se stesso gli fosse stato accanto per dissuaderlo.

Era assurdo, naturalmente, illogico e assurdo: non c’era motivo di provare alcun senso di paura. Non c’erano state delle ragioni precise, a impedirgli di accettare l’incarico. E il denaro gli avrebbe fatto comodo. Ad Ann avrebbe fatto certamente comodo la sua percentuale, come agente letteraria. Non c’era stata nessuna ragione logica per rifiutare. Eppure, senza neppure un attimo di esitazione, si era alzato, aveva teso la mano, e aveva respinto l’offerta.

Rimise i fogli del manoscritto sul mucchio, si alzò, e spinse la sedia contro la scrivania.

Come se il fruscio della seggiola che scivolava sul tappeto fosse stato un segnale, da un angolo buio uscì un trapestio lievissimo, e si spostò fino a un altro angolo, e poi cadde il silenzio: un silenzio così completo che Vickers poté udire il lieve strofinio di un tralcio, agitato adagio dal vento, che sfiorava la zanzariera del portico, oltre la porta aperta. Poi anche quel tralcio smise di oscillare e la casa divenne silenziosa, di un silenzio di morte che era innaturale, come se attendesse qualcosa.

Vickers si girò lentamente, verso la stanza, muovendo i piedi con cautela, ruotando su se stesso in uno sforzo esagerato, quasi ridicolo, di non fare rumore, per volgersi verso l’angolo dal quale era venuto il suono, senza che niente si accorgesse che si era voltato.

Un topo?

Ma non potevano esserci topi. Joe era venuto quando lui era stato in città, e li aveva uccisi. Non c’erano topi, e non dovevano esserci scalpiccii veloci da un angolo all’altro. Joe aveva lasciato un biglietto, che adesso era ancora lì, sotto la lampada della scrivania, per dirgli che avrebbe pagato cento dollari per ogni topo che Vickers avesse trovato.

Il silenzio continuava, denso, quasi palpitante, e non era tanto silenzio quanto in realtà una quiete: come se tutto attendesse, la casa e le piante intorno e i mobili e ogni altra cosa, senza respirare.

Muovendo solo gli occhi, perché gli sembrava che se avesse mosso la testa il collo avrebbe potuto scricchiolare, denunciando il suo movimento al pericolo che poteva essere in agguato, Vickers scrutò la stanza, in particolare le zone buie negli angoli e nei punti in ombra, quelli più lontani dal chiarore della lampada. Cautamente, tese le mani dietro di sé, per afferrare l’orlo della scrivania, per aggrapparsi a qualcosa di solido… qualcosa che gli dimostrasse di non essere così tormentosamente solo, inchiodato nella solitudine silenziosa di quella stanza.

Le dita della sua mano destra incontrarono qualcosa di metallico, e Vickers capì che si trattava del fermacarte: lo aveva sollevato dal mucchio dei fogli del manoscritto, quando si era seduto alla scrivania. Le dita si protesero e lo afferrarono e lo trascinarono nel cavo della mano: lo strinse, ed ebbe un’arma.

C’era qualcosa, nell’angolo, accanto alla sedia gialla, e benché sembrasse privo d’occhi, lui sapeva che lo stava osservando. La cosa non s’era accorta che lui l’aveva individuata, o non mostrava di essersene accorta, anche se questo poteva avvenire da un momento all’altro.

«Via!» disse Vickers, e la parola esplose dalla sua bocca come un colpo di cannone. Il suo braccio destro scattò verso l’alto, poi verso il basso, e il fermacarte, roteando nell’aria, piombò violentemente nell’angolo.

Vi fu uno spicinio, e il tintinnare di pezzi metallici che rotolavano sul pavimento.

Загрузка...