Il dottor Hannibal Lecter era al banco delle registrazioni nell'elegante Marcus Hotel di St. Louis. Indossava un cappello marrone e un impermeabile abbottonato fino al mento. Una benda chirurgica gli copriva il naso e le guance.
Firmò sul registro Lloyd Wyman, la firma che si era esercitato a fare a bordo della macchina di Wyman.
«Come preferisce pagare, signor Wyman?» chiese l'impiegato.
«American Express.» Il dottor Lecter porse la carta di credito di Lloyd Wyman.
Dal salone giungeva la musica di un pianoforte. Al bar, il dottor Lecter vide due persone con le bende sul naso. Una coppia di mezza età si avviava verso gli ascensori canticchiando un motivo di Cole Porter. La donna portava una garza sull'occhio.
L'impiegato finì di registrare la carta di credito. «Tenga presente, signor Wyman, che ha il diritto di usare il garage dell'ospedale.»
«Sì, grazie» disse il dottor Lecter. Aveva già parcheggiato nel garage la macchina di Wyman, con il corpo del legittimo proprietario chiuso nel baule.
Il fattorino che portò le valige di Wyman nella piccola suite ricevette come mancia uno dei biglietti da cinque dollari di Wyman.
Il dottor Lecter ordinò un drink e un sandwich e si rilassò con una lunga doccia.
La suite gli sembrava enorme, dopo gli anni di detenzione. Si divertiva ad andare avanti e indietro, a girarla in lungo e in largo.
Dalle finestre si vedeva, al di là della strada, il Myron and Sadie Flei-scher Pavilion del City Hospital di St. Louis, sede di uno dei centri di chirurgia craniofacciale più famosi del mondo.
Il volto del dottor Lecter era troppo noto perché potesse servirsi degli specialisti di chirurgia plastica che lavoravano lì: ma quello era uno dei pochi posti al mondo dove avrebbe potuto girare con una benda sulla faccia senza che nessuno si incuriosisse.
Era già stato lì una volta in passato, molti anni prima, quando aveva effettuato ricerche psichiatriche in quella biblioteca superba che è la Robert J. Brockman Memorial Library.
Era inebriante avere una finestra, anzi più di una finestra. Si mise lì, al buio, a guardare i fari delle macchine che passavano sul ponte MacArthur e ad assaporare il suo drink. Era piacevolmente stanco, dopo le cinque ore di viaggio in macchina da Memphis.
L'unico momento della serata in cui era stato veramente costretto ad affrettarsi era stato nel garage sotterraneo all'Aeroporto Internazionale di Memphis. Ripulirsi con l'ovatta e l'alcol e l'acqua distillata a bordo dell'ambulanza ferma non era molto comodo. Quando aveva indossato l'uniforme bianca degli infermieri, non aveva dovuto far altro che trovare un commesso viaggiatore tutto solo in un settore deserto del grande garage.
L'uomo, bontà sua, stava chino sul portabagagli aperto della macchina per prendere il campionario, e non aveva visto il dottor Lecter giungergli alle spalle.
Il dottor Lecter si chiedeva se alla polizia lo credevano tanto stupido da partire con un aereo.
L'unico problema del viaggio fino a St. Louis era stato trovare i comandi degli abbaglianti, degli anabbaglianti e dei tergicristalli nella macchina straniera, dato che il dottore non aveva familiarità con le levette situate sul cruscotto, di fianco al di sotto del volante.
L'indomani sarebbe andato a comprare tutto ciò che gli occorreva: acqua ossigenata per schiarirsi i capelli, il necessario per radersi, una lampada abbronzante; e poi c'erano altre cose, acquistabili solo con una ricetta, che doveva procurarsi per apportare subito qualche cambiamento nel suo aspetto. E quando l'avesse ritenuto opportuno, avrebbe proseguito il viaggio.
Non aveva nessun motivo di affrettarsi.