Robert Langdon giaceva nudo e tremante nell’oscurità più assoluta. Paralizzato dalla paura, adesso non urlava più, non tempestava più di pugni le pareti. Aveva chiuso gli occhi e si sforzava di controllare il respiro affannoso e il battito impazzito del cuore.
Sei sdraiato sotto un immenso cielo notturno, si disse cercando di convincersi. Sopra di te non c’è altro che una vasta distesa di spazio aperto.
Questa immagine rassicurante, insieme a una tripla dose di Valium, gli aveva di recente permesso di sopravvivere a una risonanza magnetica. Quella notte, però, non funzionava.
Il pezzo di stoffa che Katherine Solomon aveva in bocca era scivolato verso la trachea e minacciava di soffocarla. L’uomo l’aveva portata giù di peso per una stretta rampa e lungo un corridoio sotterraneo immerso nel buio. In fondo, Katherine aveva intravisto una strana luce violacea, ma non erano arrivati fin lì. L’uomo si era fermato prima, davanti a una stanzetta, era entrato e l’aveva fatta sedere su una sedia di legno, con le braccia dietro lo schienale in modo che non si potesse muovere.
Adesso Katherine sentiva il filo metallico affondarle sempre più nei polsi, ma il dolore era niente in confronto al panico crescente causato dalla sensazione di non riuscire più a respirare. Il pezzo di stoffa si spostava sempre più indietro e, di riflesso, le venne un conato. Le si oscurò la vista.
Alle sue spalle, l’uomo tatuato chiuse la porta della stanza e accese la luce. A Katherine lacrimavano gli occhi e non riusciva più a distinguere gli oggetti. Ci vedeva doppio.
Le apparve l’immagine distorta di un corpo dipinto e batté le palpebre: ebbe l’impressione di essere sul punto di svenire. Un braccio coperto di scaglie le strappò via lo straccio dalla bocca. Katherine inspirò a fondo, tossendo e boccheggiando mentre i polmoni si riempivano di aria preziosa. Lentamente, la vista si schiarì e lei si ritrovò davanti il volto di un demone. Cera poco di umano in quella faccia. Il collo, il viso e la testa rasata erano coperti da una stupefacente composizione di tatuaggi raffiguranti strani simboli. Sembrava che ogni centimetro del corpo fosse tatuato, a parte un piccolo cerchio sulla sommità del capo. Un’enorme fenice a due teste la guardava minacciosa con gli occhi in corrispondenza dei capezzoli, simile a un avvoltoio famelico in paziente attesa della sua morte.
«Apri la bocca» sussurrò l’uomo.
Katherine fissò il mostro provando una violenta repulsione. Cosa?
«Apri la bocca» ripetè l’uomo. «Altrimenti ti rimetto lo straccio in gola.»
Tremando, Katherine dischiuse le labbra. L’uomo allungò l’indice carnoso e tatuato e glielo ficcò in bocca. Quando le sfiorò la lingua, lei fu lì lì per vomitare. Poi lui lo estrasse, lo avvicinò alla sommità del capo e, chiudendo gli occhi, se lo passò ripetutamente sul cerchio non tatuato.
Katherine distolse lo sguardo, schifata.
La stanza sembrava un locale caldaia: tubazioni alle pareti, gorgogli, luci al neon. Prima di riuscire a farsi un’idea del luogo in cui si trovava, però, le cadde lo sguardo su qualcosa per terra accanto a lei. Era una pila di vestiti: un maglione dolcevita, una giacca di tweed, dei mocassini, un orologio di Topolino.
«Mio Dio!» Voltò la testa verso l’animale tatuato di fronte a lei. «Cos’hai fatto a Robert?»
«Ssh» sussurrò l’uomo. «Piano, altrimenti ti sente.» L’uomo si scostò di lato e indicò un punto dietro di sé.
Ma Langdon non c’era. Katherine vide solo un grosso contenitore nero di fibra di vetro chiuso da due robusti ganci di metallo. La forma aveva un’inquietante somiglianza con le casse in cui vengono rimpatriati i corpi dei soldati morti in guerra.
«È lì dentro?» esclamò Katherine. «Ma… soffocherà!» «No» ribatté l’uomo indicando una serie di tubi trasparenti
che correvano lungo la parete e si infilavano nella cassa. «Però
arriverà ad augurarselo.»
Nell’oscurità più totale, Langdon si sforzava di decifrare le vibrazioni attutite che gli giungevano dall’esterno. Voci? Cominciò a battere contro la cassa e a gridare con quanto fiato aveva in corpo. «Aiuto! Mi sentite?»
In lontananza, una voce gridò: «Robert! Mio Dio, no! No!».
Conosceva quella voce. Era Katherine, e sembrava terrorizzata. Ciò nonostante, quel suono lo risollevò. Langdon inspirò a fondo per chiamarla, ma si bloccò, avvertendo un’inaspettata sensazione alla nuca. Sembrava che dal fondo della scatola arrivasse una debole brezza. Com’è possibile? Rimase immobile per valutare meglio la situazione. Sì, è proprio così. I capelli erano accarezzati da una corrente d’aria.
Istintivamente, Langdon cominciò a tastare il fondo della cassa cercando il punto da cui entrava l’aria. Impiegò solo un attimo a localizzarlo. C’è una bocchetta! Al tatto la piccola apertura era simile allo scarico di un lavandino o di una vasca, con la differenza che da essa entrava un flusso d’aria costante.
Sta pompando dentro aria. Non vuole che soffochi.
Il sollievo, tuttavia, durò poco. Dai forellini della bocchetta gli giunse un rumore terrificante: l’inconfondibile gorgoglio di un liquido… che scorreva verso di lui.
Katherine osservava incredula la colonna di liquido trasparente che scendeva progressivamente in uno dei tubi collegati alla cassa di Langdon. La scena ricordava il set di uno spettacolo di magia. Una magia perversa.
Sta pompando acqua nella cassa?
Katherine cercò di liberarsi, ignorando il dolore provocato dal filo metallico che le incideva la carne dei polsi, ma non potè fare altro che restare a guardare in preda al panico. Sentiva Langdon che batteva disperato contro le pareti però, quando il livello dell’acqua si avvicinò al coperchio, il rumore cessò. Ci fu un momento di atterrito silenzio, poi i colpi ripresero con rinnovata disperazione.
«Fallo uscire!» implorò Katherine. «Ti prego! Non puoi fare questo!»
«Annegare è un modo terribile di morire, sai?» L’uomo parlava in tono pacato, girandole attorno. «La tua assistente, Trish, potrebbe confermartelo.»
Katherine udiva le sue parole ma non riusciva a elaborarle razionalmente.
«Ricordi? Anch’io ho rischiato di annegare, una volta» sussurrò l’uomo. «È successo al ponte di Zach, nella tenuta della tua famiglia, in Potomac. Tuo fratello mi sparò e io caddi nel fiume ghiacciato.»
Katherine gli rivolse uno sguardo carico d’odio. La notte in cui hai ucciso mia madre.
«Quella notte gli dèi mi hanno protetto» disse lui. «E mi hanno indicato la via… per diventare uno di loro.»
L’acqua che entrava gorgogliando nel contenitore, sotto la testa di Langdon, era tiepida… a temperatura corporea. Il livello del liquido era di parecchi centimetri e aveva già sommerso tutta la parte posteriore del suo corpo. Quando cominciò a lambire la cassa toracica, Langdon non potè più ignorare la cruda realtà.
Sto per morire.
Assalito da una nuova ondata di panico, riprese a battere furiosamente contro le pareti.