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È finita.

Katherine Solomon aveva smesso di gridare. L’annegamento a cui aveva appena assistito l’aveva lasciata catatonica, praticamente paralizzata per lo shock e la disperazione.

Sotto la finestrella di plexiglas, gli occhi spenti di Langdon fissavano il vuoto. Il suo volto irrigidito esprimeva dolore e rimpianto. Le ultime bollicine d’aria sfuggirono dalle labbra immobili e poi, quasi si fosse rassegnato a lasciar andare la sua anima, il professore di Harvard scivolò verso il fondo della vasca… e lì scomparve nell’ombra.

Se n’è andato. Katherine era come inebetita.

L’uomo tatuato allungò la mano e, con un gesto tanto spietato quanto definitivo, chiuse il pannello sulla finestrella.

«Allora, procediamo?» chiese sorridendole.

Prima che Katherine potesse rispondere, se la caricò in spalla, spense la luce e la portò fuori. Con poche, lunghe falcate arrivò in fondo al corridoio, in un locale ampio immerso in una luce rossastra tendente al viola. La stanza odorava di incenso. Lui la scaricò senza troppe cerimonie su un tavolo quadrato posto al centro, lasciandola senza fiato. La superficie era ruvida e fredda. Pietra?

Katherine non aveva avuto neppure il tempo di vedere dove si trovava che l’uomo le tolse il legaccio di fil di ferro dai polsi e dalle caviglie. Istintivamente lei tentò di opporre resistenza, ma le braccia e le gambe intorpidite non reagivano. Lui cominciò a legarla al tavolo con pesanti lacci di cuoio, stringendone uno sulle ginocchia e poi un secondo all’altezza del bacino, con il quale le bloccò anche le braccia lungo i fianchi. Poi fissò l’ultimo di traverso sullo sterno, proprio sopra il seno.

Questione di pochi secondi e Katherine si ritrovò di nuovo immobilizzata. Il sangue riprese progressivamente a circolare negli arti, causandole ondate di dolore a polsi e caviglie.

«Apri la bocca» sussurrò l’uomo passandosi la lingua sulle labbra tatuate.

Katherine strinse i denti in un moto di repulsione.

L’uomo allungò il dito indice e se lo passò lentamente intorno alle labbra, facendole accapponare la pelle. Katherine serrò ancora di più i denti. Lui si lasciò sfuggire una risatina, poi con l’altra mano trovò un punto di pressione sul collo e strinse forte. La mascella le si spalancò all’istante. Katherine sentì il dito entrarle in bocca e scorrerle sulla lingua. Fu assalita da un conato di vomito e cercò di morderlo, ma lui l’aveva già estratto. Continuando a sorridere, l’uomo sollevò il dito all’altezza degli occhi, li chiuse e si massaggiò con la sua saliva il cerchio di pelle non tatuata sulla sommità del capo.

Dopodiché sospirò, sollevò lentamente le palpebre e, con una calma inquietante, si voltò e uscì dalla stanza.

Nel silenzio improvviso, Katherine sentì il battito impazzito del proprio cuore. Sopra di lei, una strana serie di luci passava dal violetto al rosso scuro, illuminando il soffitto basso. Quando lo guardò meglio, Katherine rimase a bocca aperta. Ogni centimetro era coperto di disegni. Quell’impressionante composizione raffigurava la volta celeste. Stelle, pianeti e costellazioni misti a simboli astrologici, carte e formule. C’erano frecce che determinavano la posizione di orbite ellittiche, simboli geometrici che indicavano angoli di ascensione, creature dello zodiaco che guardavano in basso verso di lei. Era come se uno scienziato pazzo si fosse scatenato nella Cappella Sistina.

Katherine distolse lo sguardo, voltando la testa, ma la parete alla sua sinistra non era meno sconvolgente. Una serie di candele su piedistalli medievali spandevano una luce fioca e tremolante su una parete completamente ricoperta di testi e immagini. Alcune pagine parevano di papiro o di pergamena, forse strappate da libri antichi; altre erano chiaramente recenti. C’erano poi fotografie, disegni, mappe, schemi. Parevano incollati alla parete con grande precisione. Fissata con puntine da disegno c’era una ragnatela di fili che collegava le singole immagini in illimitati e caotici incroci.

Katherine girò la testa dall’altra parte.

Purtroppo, l’aspettava la vista più terrificante di tutte.

Vicino alla lastra di pietra su cui era immobilizzata, c’era un piccolo ripiano che immediatamente le ricordò il carrello degli strumenti di una sala operatoria. Sopra vi era disposta una serie di oggetti, tra cui una siringa, una fialetta di liquido scuro… e un grosso coltello con il manico d’osso e la lama di ferro incredibilmente lucida.

Mio Dio… cos’ha intenzione di farmi?

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