Mal’akh lanciò la limousine verso Kalorama Heights. L’esplosione nel laboratorio di Katherine Solomon era stata più devastante del previsto, e lui era stato fortunato a uscirne indenne. Aveva approfittato della confusione per fuggire indisturbato ed era sfrecciato come un razzo oltre la guardiola, dove l’addetto alla sicurezza parlava concitato al telefono.
Devo togliermi dalla strada, pensò. Anche ammesso che Katherine non l’avesse ancora chiamata, la polizia sarebbe di certo intervenuta. E uno che guida una limousine a torso nudo non passa inosservato.
Dopo tanti anni di preparazione, gli sembrava incredibile essere arrivato alla sera fatidica. Era stato un percorso lungo e difficile. Il viaggio iniziato tanti anni fa nella disperazione stasera finirà in gloria.
Era cominciato tutto ai tempi in cui lui non si chiamava ancora Mal’akh. Quella sera non aveva neppure un nome: era semplicemente il detenuto numero 37. Come quasi tutti gli altri prigionieri del brutale carcere di Kartal, a Istanbul, era stato condannato per possesso di sostanze stupefacenti.
Era steso sulla branda in una cella di cemento, affamato, infreddolito, al buio, e si chiedeva quanto tempo ancora sarebbe dovuto rimanere lì dentro. Il suo nuovo compagno di cella, conosciuto solo ventiquattr’ore prima, dormiva nella branda sopra di lui. Il direttore del carcere, un ciccione alcolizzato che detestava il proprio lavoro e sfogava la frustrazione sui detenuti, aveva appena spento le luci per la notte.
Erano quasi le dieci quando il detenuto numero 37 aveva sentito l’eco di due voci nel condotto di ventilazione. Una era chiaramente quella stridula e prepotente del direttore, che non doveva aver gradito di essere stato scomodato a quell’ora da un visitatore. "Ho capito che ha fatto un sacco di strada, ma per tutto il primo mese le visite sono vietate" stava dicendo. "E il regolamento, e non si fanno eccezioni."
L’altra voce, bassa e raffinata, era piena di angoscia. "Vorrei che mio figlio non corresse rischi."
"È un drogato."
"Lo state trattando bene?"
"Abbastanza. Non siamo al grand hotel."
Cera stata una piccola pausa. "Il dipartimento di Stato americano chiederà l’estradizione, lei lo sa."
"Sì, sì. Succede sempre. Verrà concessa, ma la pratica richiede quindici giorni, un mese… dipende."
"Da cosa?"
"Be’, sa, il personale è insufficiente" aveva risposto il direttore. E, dopo un attimo di silenzio, aveva aggiunto: "Naturalmente, a volte le persone come lei fanno una piccola donazione, per incentivare i dipendenti ad accelerare le procedure".
Il visitatore non aveva risposto.
"Signor Solomon, per uno come lei, che non ha problemi di soldi, la soluzione si trova sempre" aveva continuato il direttore, abbassando la voce. "Io ho dei contatti. Se ci mettiamo d’accordo, io e lei, potrei far uscire suo figlio… anche domani, come se niente fosse successo. Prosciolto completamente. Non verrebbe processato nemmeno in patria."
La risposta dell’altro era stata immediata. "A parte il fatto che quello che lei mi sta proponendo è illegale, mi rifiuto di passare a mio figlio il messaggio che il denaro possa risolvere qualsiasi problema. Bisogna imparare ad assumersi le proprie responsabilità, specie in casi gravi come questo."
"Vuole lasciarlo qui?"
"Voglio parlargli. Subito."
"Gliel’ho detto, è vietato dal regolamento. Suo figlio non può avere contatti con lei… a meno che lei non voglia negoziare la sua scarcerazione immediata."
Cera stato un lungo silenzio. "La contatterà il dipartimento di Stato. Mi aspetto che Zachary non corra alcun rischio. Prevedo che tornerà in America entro una settimana. La saluto."
E aveva sbattuto la porta.
Il detenuto numero 37 non credeva alle sue orecchie. Che razza di padre lascia il figlio in questo posto infernale per dargli una lezione? A Peter Solomon era stata offerta la possibilità di far prosciogliere Zachary e aveva detto di no.
Quella notte, mentre vegliava insonne nella sua cella, il detenuto numero 37 aveva ideato un piano per riconquistare la libertà. Se fra lui e la scarcerazione c’era di mezzo soltanto una mazzetta, allora sarebbe uscito presto. Peter Solomon non aveva voluto pagare, ma chiunque leggesse i giornali sapeva che anche suo figlio Zachary era ricco. Il giorno dopo chiese un colloquio privato con il direttore e gli suggerì un piano. Era un’idea un po’ azzardata ma geniale, ed entrambi avevano tutto da guadagnarci.
"Zachary Solomon dovrà morire, ma noi scompariremo subito dalla circolazione" aveva spiegato il detenuto numero 37. "Lei potrebbe ritirarsi su qualche isola greca e non tornare mai più qui dentro."
Il colloquio era andato avanti ancora un po’ e si era concluso con una stretta di mano.
Zachary Solomon presto morirà, aveva pensato il detenuto numero 37. E aveva sorriso all’idea che sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Due giorni dopo, il dipartimento di Stato aveva informato i Solomon della terribile tragedia. Le foto scattate nel carcere mostravano il cadavere, massacrato di botte, piegato su se stesso nella cella, la testa sfondata da una sbarra di acciaio, il corpo martoriato dalle percosse, irriconoscibile. Il ragazzo doveva essere stato torturato a lungo, prima di morire. I maggiori sospetti si appuntavano sul direttore del carcere, che era scomparso nel nulla, probabilmente con tutti i soldi del giovane. Prima di morire, infatti, Zachary aveva firmato un’autorizzazione al trasferimento della sua intera fortuna su un conto privato, che era stato subito svuotato. Non si sapeva dove fossero finiti tutti quei soldi, ma si presumeva che li avesse intascati il direttore prima di fuggire.
Peter Solomon era partito immediatamente per la Turchia con un jet privato e aveva riaccompagnato in patria la salma del figlio perché venisse seppellita nella tomba di famiglia. Il direttore del carcere non era stato più ritrovato. E mai lo sarebbe stato, come il detenuto numero 37 ben sapeva. Il suo cadavere era finito in fondo al Mare di Marmara, in pasto ai granchi azzurri che migravano lì dal Bosforo. La fortuna di Zachary Solomon era stata versata su un conto cifrato irrintracciabile. Il detenuto numero 37 era di nuovo libero. Libero e ricco.
Le isole della Grecia gli erano parse un paradiso. La luce, il mare, le donne…
Con i soldi si può comprare qualsiasi cosa: nuove identità, nuovi passaporti, nuove speranze. Si era scelto un nome greco, Andros Dareios. Andros significa "guerriero" e Dareios "ricco". Le lunghe notti in prigione gli avevano messo paura e Andros aveva giurato a se stesso di non tornarci mai più. Si era tagliato i capelli e aveva smesso di assumere qualsiasi tipo di droga. Aveva cominciato una nuova vita, scoprendo piaceri inimmaginabili. Veleggiare in solitaria nelle acque blu dell’Egeo gli dava più soddisfazione dell’eroina, addentare arni souvlakia direttamente dallo spiedino gli procurava più piacere dell’ecstasy e tuffarsi dalle scogliere più alte di Mykonos gli dava più brivido della cocaina.
Sono rinato.
Aveva acquistato una splendida villa sull’isola di Syros, dandosi alla bella vita nell’esclusiva Posidonia. Quel nuovo ambiente era frequentato da gente facoltosa che apprezzava anche la cultura e la bellezza fisica. Le persone curavano molto sia il corpo sia la mente, e questo atteggiamento era contagioso. Andros faceva jogging sulla spiaggia, prendeva il sole e si dedicava alla lettura. Aveva divorato l’Odissea di Omero rimanendo affascinato dagli epici duelli tra valorosi guerrieri in armatura. Aveva allora cominciato ad allenarsi con i pesi e si era stupito nel vedere quanto si tonificavano e si ingrossavano i suoi muscoli. Ben Presto le donne avevano iniziato a guardarlo in modo diverso. Essere ammirato era una sensazione inebriante. Andros ambiva a diventare ancora più forte, e lo era diventato. Attraverso l’uso massiccio di anabolizzanti e di ormoni della crescita comprati sottobanco, unito a ore e ore di pesi, era riuscito a trasformarsi in quello che mai aveva creduto di poter diventare: un perfetto esemplare di maschio. La massa muscolare del suo corpo, che manteneva costantemente abbronzato, era aumentata.
Lo guardavano tutti, ora.
Lo avevano avvertito che anabolizzanti e ormoni avrebbero agito non solo sui muscoli, ma anche sulle corde vocali. Gli era venuta una strana voce sussurrata, che contribuiva a dargli un’aura di mistero. Il tono sommesso ed enigmatico, il fisico atletico, le risorse economiche e il suo misterioso passato erano irresistibili per le donne, tutte desiderose di gettarglisi fra le braccia: modelle in trasferta di lavoro, studentesse americane in vacanza, mogli frustrate dei vicini… talvolta perfino qualche ragazzo. Andros era l’amante che tutti cercavano.
Sono un capolavoro.
Con il passare degli anni, però, quel genere di avventure aveva cominciato ad annoiarlo. Come tutto il resto, peraltro. Gli squisiti sapori della cucina greca erano diventati insipidi, i libri si erano fatti meno interessanti e perfino i tramonti dalla terrazza della sua villa avevano perso colore. Com’è possibile? Non aveva ancora venticinque anni e già si sentiva vecchio. Cos’altro può offrirmi la vita? Aveva scolpito il proprio corpo trasformandolo in un capolavoro, si era fatto una cultura, era andato a stare in un paradiso e poteva avere tutte le donne che desiderava.
Eppure, incredibilmente, si sentiva vuoto come quando era in prigione in Turchia.
Che cosa mi manca?
Aveva avuto la risposta diversi mesi dopo. Era notte, e Andros, solo nella sua villa, faceva distrattamente zapping quando si era imbattuto in un documentario sulla massoneria. Non era di grande livello e sollevava interrogativi più che dare spiegazioni, ma Andros era rimasto affascinato dalla pletora di teorie e illazioni riguardanti la fratellanza. Il commentatore illustrava leggenda dopo leggenda.
I frammassoni e il nuovo ordine mondiale…
II Gran Sigillo massonico degli Stati Uniti…
La loggia P2…
Il segreto perduto della massoneria… La piramide massonica…
Andros si era fatto più attento. La piramide? Il documentario narrava la storia di una misteriosa piramide di pietra dalle iscrizioni cifrate che sì diceva potesse condurre a formidabili poteri e conoscenze perdute. Benché poco plausibile, quella storia aveva fatto riaffiorare nella memoria di Andros un ricordo, risalente a tempi ben più oscuri. Gli era venuto in mente che Zachary Solomon aveva sentito suo padre parlare di una piramide misteriosa.
Possibile? Andros si era sforzato di ricordare.
Alla fine del documentario, era uscito sulla terrazza per prendere una boccata d’aria e concentrarsi meglio. Più ci pensava, più quella leggenda assumeva consistenza. Se la sua intuizione era giusta, Zachary Solomon, benché morto da tempo, aveva ancora qualcosa da offrirgli.
Cosa ho da perdere?
Tre settimane più tardi, dopo aver pianificato tutto con cura, Andros spiava dalla vetrata del giardino d’inverno della villa dei Solomon in Potomac, nel freddo intenso. Peter Solomon chiacchierava e rideva con sua sorella Katherine. Avete fatto presto a dimenticare Zachary, pensò.
Prima di calarsi il passamontagna sul volto, Andros si era fatto una pista di coca, la prima dopo tantissimo tempo, e si era sentito invadere da una familiare sensazione di invincibilità. Impugnata la pistola, aveva aperto la porta con una vecchia chiave ed era entrato nel giardino d’inverno. "Salute a voi, Solomon."
Purtroppo, la serata non era andata come Andros aveva previsto: anziché ottenere la piramide che cercava si era beccato una scarica di pallettoni e aveva dovuto darsi alla fuga, attraversando il prato innevato per rifugiarsi nel bosco. Con sua sorpresa, Peter Solomon lo aveva inseguito, con la pistola in mano. Andros si era infilato fra gli alberi e aveva imboccato un sentiero che correva lungo un burrone. In quel punto il fiume formava una cascata. Aveva oltrepassato un gruppetto di querce e aveva preso il sentiero alla sua sinistra. Pochi secondi dopo, si era fermato appena in tempo sull’orlo del precipizio, rischiando di scivolare sul ghiaccio.
Oh, mio Dio!
Il sentiero finiva lì. Parecchi metri più in giù scorreva il fiume, coperto da uno strato di ghiaccio. Su un masso, lì vicino, era incisa una scritta con mano infantile:
Dall’altra parte del fiume, il sentiero proseguiva. Dov’è il ponte? L’effetto della cocaina si era esaurito. Sono in trappola! In preda al panico, Andros si era voltato per tornare sui propri passi, ma si era ritrovato di fronte Peter Solomon, con il fiato grosso e la pistola in mano. Vedendolo, Andros aveva fatto un passo indietro. Il fiume doveva essere almeno quindici metri più sotto. Dalla cascata si alzava una nebbia sottile.
"Il ponte di Zach è marcito tanti anni fa" aveva detto Solomon, ansante. "Lui era l’unico a venire fin quaggiù." Solomon teneva la pistola con mano sorprendentemente ferma. "Perché hai ucciso mio figlio?"
"Non valeva niente" aveva risposto Andros. "Era un drogato. Gli ho fatto un favore."
Solomon si era avvicinato, puntandogli la pistola al petto. "Forse dovrei fare lo stesso favore anche a te." Lo aveva detto in tono spietato. "L’hai massacrato di botte. Come può un essere umano fare una cosa del genere?"
"Gli uomini fanno le cose più impensabili quando vengono spinti al limite."
"Tu hai ucciso mio figlio!"
"No" aveva risposto Andros, accalorandosi. "Sei stato tu a ucciderlo. Che razza di padre lascia il proprio figlio a marcire in galera quando ha la possibilità di farlo uscire? È stata colpa tua, non mia."
"Tu non sai niente!" aveva urlato Solomon, la voce piena di dolore.
Ti sbagli, aveva pensato Andros. Io so tutto.
Peter Solomon si era avvicinato ancora di più. Ormai era a pochi metri di distanza da lui, la pistola sempre puntata al suo petto.
Andros provava un bruciore fortissimo al torace e sanguinava. Sentiva scorrere il sangue sull’addome. Aveva guardato il burrone alle sue spalle. No, saltare era impensabile. Si era voltato verso Peter Solomon. "So più cose sul tuo conto di quanto non immagini" aveva sussurrato. "So che non sei uomo da uccidere a sangue freddo."
Peter Solomon aveva fatto un altro passo avanti, prendendo bene la mira.
"Ti avverto" aveva ammonito Andros. "Se premi quel grilletto, non avrai pace."
"Già ora non ho più pace" aveva detto Solomon. E aveva sparato.
Mentre sfrecciava a bordo della sua limousine nera diretto a Kalorama Heights, l’uomo che ora si faceva chiamare Mal’akh rifletteva sulle straordinarie coincidenze che lo avevano salvato da una morte certa. Quell’evento lo aveva completamente trasformato. L’eco dello sparo era durata solo un attimo, ma i suoi effetti si ripercuotevano ancora in quel momento, dopo anni. Il corpo di Mal’akh, un tempo abbronzato e perfetto, era rimasto segnato dalle cicatrici di quel Natale, adesso nascoste sotto i simboli tatuati della sua nuova identità.
lo sono Mal’akh.
Questo è il mio destino.
Aveva attraversato il fuoco, era stato ridotto in cenere ed era risorto… ancora una volta trasformato. Quella sera lo aspettava l’ultima tappa di quel lungo e magnifico viaggio.