Sato, da sola nello studio, era in piedi ad aspettare che la divisione immagini satellitari della CIA esaminasse la sua richiesta. Uno dei privilegi di lavorare nell’area della capitale era la copertura fornita dai satelliti. Con un po’ di fortuna, uno di essi avrebbe potuto essere posizionato favorevolmente e aver scattato delle foto a quella casa nelle ore precedenti… e magari sorpreso un veicolo che si allontanava da lì una mezz’ora prima.
«Mi dispiace, direttore» le disse un tecnico dalla centrale. «Nessuna copertura di queste coordinate, stasera. Vuole fare una richiesta di riposizionamento?»
«No, grazie. Troppo tardi.»
Sato sbuffò, non avendo la minima idea di come fare per scoprire dove fosse andato il loro obiettivo. Si diresse verso l’atrio, dove i suoi uomini avevano già infilato in un sacco il corpo dell’agente Hartmann e lo stavano portando verso l’elicottero. Sato aveva ordinato all’agente Simkins di radunare la squadra e prepararsi per tornare a Langley, ma vide che lui in quel momento era carponi sulla moquette del soggiorno. Sembrava quasi che stesse male.
«Tutto bene?»
Simkins alzò lo sguardo, con una strana espressione in viso. «Ha visto questo?» Indicò la folta moquette.
Sato si avvicinò e la esaminò con attenzione, poi scosse il capo.
«Si inginocchi» le disse Simkins. «Guardi il pelo della moquette.»
Lei obbedì e dopo qualche istante se ne accorse: sembrava che le fibre fossero state schiacciate… appiattite lungo due linee rette come se qualche aggeggio pesante a due ruote fosse stato spinto in quella stanza.
«La cosa davvero strana» spiegò Simkins «è dove vanno a finire i solchi.» Indicò con un dito.
Sato seguì con lo sguardo le leggere linee parallele che attraversavano la moquette del soggiorno. I solchi sembravano sparire dietro un grande quadro che occupava in altezza tutta la parete di fianco al caminetto. Ma che diavolo…?
Simkins si avvicinò al dipinto e cercò di staccarlo dalla parete. Non si mosse. «È fissato» disse facendo scorrere le dita sulla cornice. «Aspetti, qui sotto c’è qualcosa.» I polpastrelli sfiorarono una levetta nel bordo inferiore e si udì un clic.
Sato fece un passo avanti quando Simkins spinse il quadro, che ruotò lentamente sul suo asse centrale, come una porta girevole.
Simkins alzò la torcia elettrica e illuminò lo spazio buio al di là.
Sato socchiuse gli occhi. Ecco fatto.
Alla fine di un breve corridoio c’era una pesante porta di metallo.
Così com’erano venuti, i ricordi che avevano fluttuato nella mente ottenebrata di Langdon se n’erano andati. Nella loro scia turbinava adesso una fila di scintille incandescenti, accompagnate dal solito sussurro distante e misterioso.
Verbum significatium… Verbum omnificum… Verbum perdo…
Come il borbottare monotono di voci in un cantico medievale.
Verbum significatium… Verbum omnificum… Le parole ora rimbalzavano attraverso il vuoto, mentre tutto intorno a lui si succedevano gli echi di voci nuove.
Apocalisse… Franklin… Apocalisse… Verbum… Apocalisse…
Senza alcun preavviso, una campana a lutto cominciò a suonare in lontananza. I rintocchi si fecero via via più frenetici, come se sperassero che Langdon capisse, quasi volessero incitare la sua mente a seguirli.