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Katherine Solomon attraversò di corsa il parcheggio sotto la pioggia e rabbrividì, pentita di aver indossato soltanto i jeans e un maglione di cachemire. Amano a mano che si avvicinava all’ingresso principale, il ronzio degli enormi depuratori d’aria diventava più forte. Ma Katherine quasi non lo sentiva, perché nelle orecchie le riecheggiava ancora la telefonata appena ricevuta.

Quello che suo fratello ritiene sia nascosto a Washington… è possibile trovarlo.

Era un’idea quasi inconcepibile. Avendo ancora molte cose di cui discutere, lei e il suo interlocutore erano rimasti d’accordo di parlarsi nuovamente quella sera.

Arrivata al portone, sentì il fremito di eccitazione che sempre provava prima di entrare nel gigantesco edificio. Nessuno conosce l’esistenza di questo posto.

La targa diceva:

SMITHSONIAN MUSEUM SUPPORT CENTER (SMSC)

Pur avendo a disposizione una decina di grandi musei lungo il National Mall, lo Smithsonian Institution possedeva una collezione talmente vasta da non riuscire a esporne più del due per cento alla volta. Il restante novantotto per cento doveva essere conservato da qualche altra parte, e precisamente… lì.

Non doveva sorprendere, quindi, che in quell’edificio si trovasse un assortimento straordinariamente vario di oggetti e opere d’arte: colossali statue di Buddha, codici manoscritti, frecce avvelenate della Nuova Guinea, pugnali tempestati di pietre preziose, una canoa costruita con fanoni di balena. Per non parlare degli altrettanto straordinari pezzi rari naturali: scheletri di plesiosauro, una collezione di meteoriti dal valore inestimabile, un calamaro gigante e persino una serie di crani di elefante portata dall’Africa dopo un safari da Theodore Roosevelt.

Ma non era stato per quel motivo che il segretario generale dello Smithsonian, Peter Solomon, tre anni prima aveva condotto sua sorella all’SMSC. Non voleva che Katherine ammirasse le meraviglie della scienza, bensì che ne creasse di nuove. Ed era proprio quello che lei aveva fatto.

Dentro l’edificio, nelle buie viscere del modulo 5, c’era un piccolo laboratorio scientifico senza uguali al mondo. Le recenti scoperte che Katherine vi aveva fatto nel campo della noetica avevano ramificazioni e implicazioni in molte discipline diverse, dalla fisica alla storia, dalla filosofia alla religione. Presto tutto cambierà, pensò lei.

Quando Katherine entrò nell’atrio, la guardia di turno mise via in fretta e furia la radio e si tolse gli auricolari. «Dottoressa Solomon!» La salutò con un gran sorriso.

«I Redskins?»

L’uomo arrossì, colto in flagrante. «Ancora il prepartita.»

Katherine sorrise. «Non dirò niente a nessuno.» Andò verso il metal detector e si svuotò le tasche. Quando si tolse dal polso il Cartier d’oro, provò come sempre un moto di tristezza. Gliel’aveva regalato sua madre per il diciottesimo compleanno. Ed erano passati dieci anni da quando era morta, di morte violenta, fra le sue braccia.

«Allora, dottoressa Solomon» bisbigliò scherzosamente la guardia. «Quando ci dirà che cosa combina là dentro?»

Katherine alzò gli occhi. «Un giorno o l’altro lo farò, Kyle. Ma non stasera.»

«Coraggio» insistette l’uomo. «Un laboratorio segreto… in un museo segreto? Deve trattarsi di qualcosa di speciale.»

Speciale è dir poco, pensò Katherine mentre raccoglieva le sue cose. Gli esperimenti scientifici che conduceva in verità erano talmente avanzati da non sembrare neppure più scienza.

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