Katherine Solomon era nervosa. Mentre misurava a grandi passi la biblioteca, scostò la manica del camice per guardare l’ora. Non era abituata ad aspettare, ma in quel momento pareva che tutta la sua esistenza fosse stata messa in attesa. Aspettava i risultati della ricerca di Trish, aspettava che suo fratello si facesse vivo, aspettava una telefonata dall’uomo responsabile di quella situazione angosciante.
Vorrei tanto che non mi avesse detto nulla, pensò. Di solito Katherine era molto cauta con gli estranei, ma nonostante avesse conosciuto quell’uomo soltanto poche ore prima, nel giro di qualche minuto lui si era conquistato la sua fiducia incondizionata.
La telefonata era giunta nel pomeriggio, mentre lei era a casa a godersi il consueto relax domenicale dedicato alla lettura delle riviste scientifiche della settimana.
"Signora Solomon?" Era una voce d’uomo insolitamente delicata. "Sono il dottor Christopher Abaddon. Speravo di poterle parlare un momento di suo fratello."
"Scusi, chi è lei?" aveva chiesto Katherine. E come hai fatto a procurarti il mio numero privato?
Il dottor Christopher Abaddon? A Katherine quel nome non diceva nulla.
L’uomo si era schiarito la voce come se fosse in imbarazzo. "Le chiedo scusa, signora Solomon. Mi era parso di capire che suo fratello le avesse parlato di me. Io sono il medico di Peter. Il suo numero di cellulare figura tra quelli da chiamare in caso di emergenza."
Il cuore di Katherine aveva mancato un battito. In caso di emergenza? "È successo qualcosa?"
"No… non credo" aveva risposto l’uomo. "Suo fratello non si è presentato in studio questa mattina e non riesco a mettermi in contatto con lui. Non ha mai saltato un appuntamento senza avvertire e sono un po’ preoccupato. Ho esitato prima di chiamarla, ma…"
"No, no, ha fatto bene." Katherine stava ancora cercando di mettere a fuoco il nome del medico. "Non sento mio fratello da ieri mattina, ma probabilmente ha solo dimenticato di accendere il cellulare." Gli aveva da poco regalato un iPhone e lui non aveva ancora avuto il tempo di capire come funzionava. "Ha detto di essere il suo medico?" aveva chiesto poi. Peter è malato e me lo ha tenuto nascosto?
Cera stato un momento di silenzio. "Sono davvero dispiaciuto, evidentemente ho commesso un grave errore professionale telefonandole. Suo fratello mi ha detto che lei era al corrente delle sue visite nel mio studio, ma adesso capisco che non è così."
Peter ha mentito al suo medico? Katherine era sempre più preoccupata. "È malato?"
"Mi dispiace, signora Solomon, ma il segreto professionale mi impedisce di parlare delle condizioni di suo fratello, anzi, ho già detto fin troppo rivelandole che è mio paziente. Ora devo riattaccare, ma se dovesse sentirlo lo preghi da parte mia di telefonare per rassicurarmi."
"Aspetti!" aveva esclamato Katherine. "Per favore, mi dica cos’ha Peter!"
Il dottor Abaddon si era lasciato sfuggire un sospiro, chiaramente infastidito per il proprio errore. "Signora Solomon, mi rendo conto che lei è turbata e non posso darle torto. Sono sicuro che suo fratello sta bene. È venuto nel mio studio appena ieri."
"Ieri? E doveva tornare oggi? Sembra una faccenda piuttosto seria."
L’uomo aveva fatto un altro sospiro. "Suggerirei di concedergli ancora un po’ di tempo prima di…"
"Vengo da lei immediatamente" lo aveva interrotto Katherine, già diretta verso la porta. "Dov’è il suo studio?"
Silenzio.
"Dottor Christopher Abaddon, giusto?" aveva detto Katherine. "Posso trovare l’indirizzo da sola, oppure può darmelo lei. In un modo o nell’altro, sto per arrivare."
Dopo un attimo di silenzio, il medico aveva detto: " Se accetto di parlarle, signora Solomon, mi farebbe la cortesia di non accennarne a suo fratello finché non avrò avuto modo di spiegargli il mio passo falso?".
"D’accordo."
"Grazie. Il mio studio si trova a Kalorama Heights." Le aveva dato l’indirizzo.
Venti minuti dopo, Katherine Solomon procedeva per le strade eleganti di Kalorama Heights. Aveva cercato di contattare il fratello a tutti i suoi numeri di telefono senza ottenere risposta. Non era eccessivamente preoccupata di non sapere dove fosse, ma il fatto che lui andasse segretamente da un medico… quello le creava una certa agitazione.
Quando, finalmente, era giunta all’indirizzo, era rimasta a fissare l’edificio, sconcertata. E questo sarebbe lo studio di un medico?
La dimora signorile, immersa in un parco lussureggiante, era dotata di una recinzione in ferro battuto e di telecamere di sorveglianza. Mentre rallentava per ricontrollare l’indirizzo, una delle telecamere aveva ruotato verso di lei e il cancello si era spalancato. Katherine aveva imboccato lentamente il vialetto di accesso e parcheggiato accanto a una limousine davanti a un garage con sei posti auto.
Che razza di dottore è questo?
Mentre scendeva dalla macchina, il portone si era aperto e una figura elegante era uscita sulla soglia. Era un uomo di bell’aspetto, decisamente alto, e più giovane di quanto lei si aspettasse. Eppure aveva la classe e l’eleganza di una persona più anziana. Era vestito in maniera impeccabile, con abito scuro e cravatta, e i capelli biondi erano pettinati con cura.
"Signora Solomon, sono il dottor Christopher Abaddon" aveva detto, con una voce che pareva un sussurro. Quando gli aveva stretto la mano, Katherine aveva sentito che era estremamente morbida e curata.
"Katherine Solomon" aveva replicato sforzandosi di non fissare la pelle di lui, insolitamente liscia e abbronzata. È truccato?
Entrando nell’atrio arredato con sfarzo, Katherine era stata assalita da un crescente senso di inquietudine. In sottofondo si sentiva della musica classica e nell’aria c’era profumo d’incenso. "È molto bello qui" aveva commentato "ma mi aspettavo… uno studio medico."
"Ho la fortuna di poter lavorare a casa." L’uomo le aveva fatto strada verso il soggiorno, dove nel caminetto era acceso un fuoco scoppiettante. "Si sieda, prego. Stavo preparando del tè. Vado a prenderlo e poi potremo parlare." Si era avviato verso la cucina scomparendo dalla vista.
Katherine Solomon non si era seduta. L’intuito femminile era un istinto potente di cui aveva imparato a fidarsi, e in quel luogo c’era qualcosa che le faceva accapponare la pelle. Non aveva visto nulla che potesse far pensare allo studio di un medico. Le pareti di quella stanza, arredata con mobili antichi, erano tappezzate di opere d’arte classicheggianti, soprattutto dipinti con strani soggetti mitologici. Si era fermata davanti a un quadro che ritraeva le Tre Grazie, i cui corpi nudi erano resi con grande realismo a colori molto vivaci.
"Quello è l’originale a olio di Michael Parkes." Il dottor Abaddon si era materializzato all’improvviso alle sue spalle portando un vassoio su cui era posata una teiera fumante. "Ci sediamo vicino al caminetto?" L’aveva invitata ad accomodarsi. "Non ha motivo di essere nervosa."
"Non sono nervosa" aveva ribattuto Katherine con eccessiva fretta.
Lui le aveva rivolto un sorriso rassicurante. "A dire il vero, il mio lavoro consiste proprio nel capire quando le persone sono nervose."
"Prego?"
"Io sono uno psichiatra, signora Solomon. È questa la mia specialità. Ormai è quasi un anno che suo fratello è in cura da me."
Katherine era rimasta senza parole. Peter è in terapia?
"Spesso i soggetti preferiscono non rivelare ad altri di essere in cura" aveva detto l’uomo. "Io ho commesso un errore telefonandole, anche se, a mia parziale discolpa, è stato suo fratello a indurmi in inganno."
"Io… io non ne avevo idea."
"Le chiedo scusa per averla allarmata" aveva aggiunto, apparentemente imbarazzato. "Ho notato che mi osservava, quando ci siamo incontrati, e… sì, sono truccato." Si era sfiorato la guancia, a disagio. "Ho una malattia della pelle che preferisco nascondere. Di solito è mia moglie che mi trucca, ma quando lei non c’è devo cavarmela da solo."
Katherine aveva annuito, troppo imbarazzata per dire qualcosa.
"E questa folta chioma…" L’uomo si era sfiorato la capigliatura bionda. "È una parrucca. La malattia ha colpito anche i follicoli del cuoio capelluto e mi sono caduti i capelli." Si era stretto nelle spalle. "Temo che il mio peggior peccato sia la vanità."
"E il mio, a quanto pare, la scortesia" aveva detto Katherine.
"Niente affatto." Il sorriso del dottor Abaddon era disarmante. "Ricominciamo da capo? Magari con una tazza di tè?" disse versandoglielo. "Suo fratello mi ha fatto prendere l’abitudine di servirlo durante le nostre sedute. Mi ha detto che i Solomon sono bevitori di tè."
"Una tradizione di famiglia" aveva spiegato Katherine. "Senza latte, grazie."
Avevano parlato del più e del meno per qualche minuto, sorseggiando il tè, ma Katherine era impaziente di avere informazioni sul fratello. "Perché mio fratello è venuto da lei?" aveva chiesto. E perché non me ne ha fatto cenno? Certo, Peter aveva dovuto affrontare la sua buona dose di tragedie: aveva perso il padre in giovane età e in seguito, nel giro di cinque anni, aveva seppellito il figlio e la madre. Ma era sempre riuscito a trovare il modo per andare avanti.
Il dottor Abaddon aveva bevuto un sorso. "Suo fratello è venuto da me perché tra noi c’è un legame che va oltre il normale rapporto medico paziente." Aveva indicato un documento incorniciato appeso vicino al caminetto. Sembrava un diploma, ma poi Katherine aveva visto la fenice a due teste.
"Lei è massone?" E al massimo grado, per di più.
"Io e Peter siamo come fratelli."
"Deve aver fatto qualcosa di importante per essere accolto al trentatreesimo grado."
"Non direi" aveva risposto lui. "Appartengo a una famiglia agiata e devolvo molto denaro agli istituti di beneficenza patrocinati dalla massoneria."
Katherine aveva capito perché suo fratello si fidasse di quel medico così giovane. Un massone, di famiglia ricca, dedito alla filantropia e alla mitologia antica ? Il dottor Abaddon aveva molto più in comune con suo fratello di quanto lei avesse inizialmente immaginato. "Quando le ho chiesto perché mio fratello è venuto da lei, non intendevo perché ha scelto lei, ma perché aveva bisogno di uno psichiatra."
Il dottor Abaddon aveva sorriso. "Sì, l’avevo capito, ma cercavo di eludere educatamente la domanda. Non è una cosa di cui dovrei parlare." Aveva fatto una pausa. "Anche se ammetto di essere rimasto sorpreso che suo fratello le abbia tenuto nascoste le nostre conversazioni, considerato che sono così strettamente legate alle sue ricerche."
"Le mie ricerche?" aveva ripetuto Katherine, colta del tutto di sorpresa. Peter parla con estranei delle mie ricerche?
"Di recente, suo fratello è venuto da me per avere un’opinione professionale sull’impatto psicologico delle scoperte che lei sta mettendo a punto nel suo laboratorio."
Per poco a Katherine non era andato di traverso il tè. "Davvero? Sono… sorpresa." Ma cos’ha nella testa Peter? Ha discusso del mio lavoro con questo strizzacervelli? Le procedure di sicurezza imponevano di non parlare con nessuno delle ricerche a cui Katherine si stava dedicando, senza contare che era stato proprio Peter a insistere sulla massima riservatezza.
"Di certo lei saprà, signora Solomon, che suo fratello è molto preoccupato di ciò che potrebbe accadere quando le sue ricerche saranno rese pubbliche. Lui vede le potenzialità per un mutamento filosofico a livello mondiale… ed è venuto da me per discutere delle possibili ricadute da un punto di vista psicologico."
"Capisco" aveva detto Katherine. Le tremava leggermente la mano.
"Gli argomenti di cui discutiamo sono una vera sfida: cosa potrebbe accadere al genere umano se venisse finalmente svelato il grande mistero della vita? Cosa potrebbe succedere se le convinzioni che noi accettiamo come atto di fede venissero inconfutabilmente dimostrate come fatti? O smentite come miti? Qualcuno potrebbe affermare che vi sono questioni che è meglio lasciare irrisolte."
Benché Katherine non riuscisse a credere alle proprie orecchie, aveva tenuto a freno le emozioni. "Spero che non le dispiaccia, dottor Abaddon, ma preferirei tralasciare i dettagli del mio lavoro. Non ho intenzione di rendere pubblico alcun risultato nell’immediato futuro. Per il momento, le mie scoperte restano sotto chiave, al sicuro in laboratorio."
"Interessante." Abaddon si era appoggiato allo schienale della poltrona, perso per un istante nei suoi pensieri. "In ogni caso, ho chiesto a suo fratello di tornare oggi perché ieri ha avuto un piccolo crollo. Quando capita, preferisco che i miei pazienti…"
"Crollo?" Katherine aveva sentito batterle forte il cuore. "Nel senso di crollo psicologico?" Non riusciva a immaginare Peter che perdeva il controllo su qualcosa.
Abaddon aveva allungato una mano per sfiorarla. "Mi perdoni, vedo che l’ho turbata e mi dispiace. Considerate le circostanze, capisco che lei possa ritenere di avere diritto a delle risposte."
"Che io ne abbia diritto o no" aveva ribattuto Katherine "mio fratello è tutto ciò che resta della mia famiglia. Nessuno lo conosce meglio di me, quindi se lei mi dice cosa diavolo gli è successo forse potrò aiutarla. Vogliamo tutti la stessa cosa… il bene di Peter."
Il dottor Abaddon era rimasto in silenzio per alcuni interminabili secondi, poi aveva cominciato ad annuire lentamente, come se avesse capito le ragioni di Katherine. "Per la precisione, signora Solomon" aveva detto alla fine "se decido di rivelarle queste informazioni, lo faccio solo perché penso che il suo parere possa essermi d’aiuto per assistere al meglio suo fratello."
"Naturalmente."
Abaddon si era sporto in avanti, puntellando i gomiti sulle ginocchia. "Signora Solomon, dal momento in cui l’ho preso in cura, ho capito che suo fratello lottava con profondi sensi di colpa. Ma non ho mai fatto pressioni perché me ne parlasse… non è per questo che si è rivolto a me. Ieri, però, per un insieme di circostanze, gli ho chiesto spiegazioni." Abaddon l’aveva guardata dritto negli occhi. "Suo fratello si è aperto, piuttosto inaspettatamente e in modo drammatico. Mi ha detto cose che non mi aspettavo di sentire… compreso quanto è accaduto la notte in cui è morta vostra madre."
La vigilia di Natale… dieci anni fa. È morta fra le mie braccia.
"Mi ha raccontato che vostra madre ha perso la vita durante un tentativo di rapina. Un uomo si era introdotto in casa in cerca di qualcosa che, secondo lui, suo fratello teneva nascosto."
"Esatto."
Gli occhi di Abaddon l’avevano scrutata nei profondo. "Suo fratello mi ha detto di aver sparato a quell’uomo e di averlo ucciso. È così?"
"Sì."
Abaddon si era massaggiato il mento. "Ricorda che cosa cercava l’intruso quando si è introdotto in casa vostra?"
Katherine aveva tentato per dieci anni di cancellare quel ricordo. "Sì. Le sue richieste erano molto specifiche. Purtroppo, però, nessuno di noi ha capito di cosa stesse parlando."
"Be’, suo fratello sì."
"Cosa?" Katherine aveva drizzato la schiena.
"In base a quello che mi ha detto ieri, lui sapeva benissimo che cosa cercava l’intruso, ma non voleva consegnarglielo e così ha fatto finta di non capire."
"Ma è assurdo! Peter non poteva sapere cosa voleva quell’uomo. Le sue richieste non avevano alcun senso!"
"Interessante." Il dottor Abaddon si era interrotto per prendere qualche appunto. "Come le ho detto, però, a me ha confidato di saperlo. Suo fratello è convinto che, se avesse collaborato con l’intruso, forse oggi vostra madre sarebbe ancora viva. Quella decisione sbagliata è all’origine dei suoi sensi di colpa."
"Pazzesco" aveva commentato Katherine scuotendo la testa.
Abaddon si era riappoggiato allo schienale della poltrona. Pareva preoccupato. "Signora Solomon, è stata una conversazione molto utile. Purtroppo suo fratello sembra aver sofferto di un lieve straniamento. Devo ammettere che è quanto temevo. È per questo che gli ho chiesto di tornare da me oggi. Questi episodi di delirio non sono affatto insoliti quando si riferiscono a ricordi traumatici."
Katherine aveva scosso di nuovo la testa. "Peter è tutto fuorché delirante, dottor Abaddon."
"Tenderei a essere d’accordo con lei, solo che…"
"Solo che cosa?"
"Solo che il suo resoconto dell’aggressione è stato appena l’inizio… una piccola parte di una storia lunga e improbabile che lui mi ha raccontato."
Katherine si era sporta in avanti. "Cosa le ha detto Peter?"
Abaddon le aveva rivolto un sorriso mesto. "Signora Solomon, lasci che le faccia io una domanda. Suo fratello le ha mai accennato a ciò che ritiene sia nascosto qui a Washington… o al ruolo che lui pensa di ricoprire a difesa di un grande tesoro… di una conoscenza antica e perduta?"
Katherine era rimasta letteralmente a bocca aperta. "Di cosa sta parlando?"
Il dottor Abaddon aveva fatto un lungo sospiro. "Ciò che sto per dirle rappresenterà un piccolo shock per lei, Katherine. ’ S i era interrotto e l’aveva guardata negli occhi. "Ma mi sarà molto utile se vorrà raccontarmi ciò che sa al riguardo." Si era sporto in avanti per prendere la sua tazza. "Ancora un po’ di tè?"