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Il direttore Inoue Sato era un personaggio temibile: alta meno di un metro e mezzo, intrattabile, era scheletrica, con lineamenti spigolosi e una malattia della pelle, la vitiligine, che le dava l’aspetto screziato di un blocco di granito infestato dai licheni. Indossava un tailleur pantalone blu sgualcito che le pendeva addosso come un sacco informe e una camicetta bianca con il colletto sbottonato che non tentava neppure di nascondere la cicatrice. La sua unica concessione alla vanità, a quanto dicevano i suoi collaboratori, consisteva nello strapparsi i baffi.

Inoue Sato era a capo dell’Office of Security della CIA da oltre dieci anni. Aveva un quoziente di intelligenza molto più alto della media e un fiuto pressoché infallibile, e la combinazione di queste due doti la rendeva molto sicura di sé. Inoue Sato terrorizzava chiunque non fosse in grado di fare anche l’impossibile. Nemmeno la diagnosi di un aggressivo cancro alla gola l’aveva scalzata dal suo piedistallo. La lotta con la malattia le era costata un mese di lavoro, mezza laringe e un terzo del suo peso, ma Inoue Sato era tornata in ufficio come se niente fosse. Sembrava davvero indistruttibile.

Langdon sospettava di non essere stato il primo a scambiarla per un uomo al telefono, ma lei continuava a fissarlo come se volesse incenerirlo.

«Le rinnovo le mie scuse, signora» disse. «Sono ancora disorientato: una persona che si è fatta passare per Peter Solomon mi ha attirato qui a Washington con l’inganno, stasera.» Tirò fuori dalla tasca della giacca il fax. «Mi ha spedito questo. Ho annotato il numero di coda dell’aereo con cui mi ha mandato a prendere, quindi forse se chiama la FAA e si fa dare…»

Con un gesto fulmineo, Sato gli strappò di mano il foglio e se lo mise in tasca senza nemmeno guardarlo. «Professore, le ricordo che sono io a dirigere le indagini. Finché non mi avrà detto quello che voglio sapere da lei, le consiglio di parlare solo se interrogato.»

Poi si voltò di scatto verso Trent Anderson.

«Lei» lo apostrofò avvicinandosi decisamente troppo e guardandolo dal basso con i suoi occhietti furibondi. «Le dispiacerebbe spiegarmi che cosa diavolo sta succedendo? L’agente all’ingresso est mi ha detto che avete trovato una mano mozza per terra. È vero?»

Anderson si fece da parte e le mostrò l’oggetto al centro della sala. «Sì, signora, è successo pochi minuti fa.»

Inoue Sato guardò la mano come se fosse uno straccio dimenticato lì per caso. «Però lei non mi ha detto niente quando ci siamo parlati.»

«Pensavo… pensavo che lo sapesse già.»

«Non mi racconti balle.»

Anderson si sentì mortificato, ma reagì con voce sicura: «Signora, la situazione è sotto controllo».

«Ne dubito» ribatté lei in tono altrettanto sicuro.

«Sta per arrivare una squadra della Scientifica. Chiunque sia stato, avrà lasciato delle impronte…»

Sato pareva scettica. «Secondo me, una persona abbastanza in gamba da superare i vostri controlli di sicurezza e portare qui dentro una mano mozza è anche in grado di non lasciare impronte.»

«Può darsi, ma è mia responsabilità controllare.»

«Non si preoccupi: da questo momento lei è sollevato da qualsiasi responsabilità. Assumo io il comando.»

Anderson si irrigidì. «Questa cosa non è di competenza dell’OS, o sbaglio?»

«Sbaglia. È una questione di sicurezza nazionale.»

La mano di Peter una questione di sicurezza nazionale? Langdon assisteva esterrefatto a quel battibecco. Aveva la sensazione che la priorità di Inoue Sato non fosse trovare al più presto Peter. Il direttore dell’OS sembrava avere tutt’altre preoccupazioni.

Anche Anderson aveva l’aria perplessa. «Sicurezza nazionale? Con tutto il rispetto, signora…»

«A quanto mi risulta, il mio grado è superiore al suo, quindi le consiglio di eseguire gli ordini senza discutere.»

Anderson annuì e mandò giù il rospo. «Ma non dovremmo almeno prendere le impronte della mano mozza per accertare che sia di Peter Solomon?»

«Posso confermarvelo io» disse Langdon, che ne era tragicamente certo. «Riconosco l’anello, e anche la mano.» Dopo una pausa, aggiunse: «I tatuaggi, però, sono nuovi. Glieli hanno fatti di recente».

«Come, scusi?» Sato parve esitare per la prima volta da quando era arrivata. «La mano è tatuata?»

Langdon annuì. «Sul pollice c’è una corona e sull’indice una stella.»

Sato tirò fuori un paio di occhiali, andò verso la mano e cominciò a girarci intorno come uno squalo con la preda.

«Le altre tre dita non si vedono» aggiunse Langdon «ma sono sicuro che sono tatuate anche quelle.»

Sato, incuriosita, fece un cenno a Anderson. «Per piacere, guardi le altre tre dita e ci dica se sono tatuate.»

Anderson si accovacciò vicino alla mano, stando attento a non toccarla, avvicinò la guancia a terra e sbirciò da sotto. «È così, signora. Ci sono tatuaggi anche sui polpastrelli delle altre dita, ma non riesco a vedere bene che cosa…»

«Un sole, una lanterna e una chiave» disse Langdon con voce piatta.

Sato si voltò e lo squadrò con i piccoli occhi neri. «E lei come fa a saperlo con tanta precisione?»

Langdon la fissò, altrettanto implacabile. «La mano che reca questi segni sulla punta delle dita è un simbolo molto antico Si chiama "Mano dei Misteri".»

Anderson si alzò di scatto. «Questa roba ha un nome?»

«E’ uno dei simboli più oscuri del mondo antico.»

Sato inclinò la testa. «E si può sapere che cosa diavolo ci fa una Mano dei Misteri nel bel mezzo del Campidoglio?»

Langdon avrebbe tanto voluto risvegliarsi da quell’incubo. «Tradizionalmente, signora, la Mano dei Misteri aveva la funzione di porgere un invito.»

«Un invito? E a fare che?» chiese imperiosa Sato.

Langdon osservò i simboli tatuati sulle dita del suo amico. «Per secoli, la Mano dei Misteri è stata usata per trasmettere una chiamata mistica. In pratica, si tratta di un invito a ricevere conoscenze arcane… segreti esoterici noti solo a pochi eletti.»

Sato incrociò le braccia e lo fissò con lo sguardo torvo. «Be’, professore, per essere uno che sostiene di non sapere nemmeno come mai è qui, mi sembra piuttosto bene informato.»

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