Katherine Solomon in genere guidava con prudenza, ma quella sera lanciò la sua Volvo a quasi centocinquanta chilometri l’ora lungo la Suitland Parkway. Andò a quella velocità per un buon chilometro e mezzo, poi il panico cominciò a scemare e capì c h e non stava tremando solo di paura.
Dal finestrino infranto entrava una corrente di aria fredda che la investiva come un vento polare. Aveva i piedi ghiacciati. Allungò una mano per prendere le scarpe di riserva che teneva sotto il sedile del passeggero e sentì una fitta alla gola, dove quel mostro l’aveva afferrata con la sua mano possente.
La creatura che le aveva mandato il finestrino in mille pezzi non assomigliava per niente al biondo gentiluomo che si era presentato come Christopher Abaddon. Non aveva la sua folta capigliatura né la sua carnagione abbronzata, ma uno spaventoso campionario di tatuaggi sulla testa rasata e sul petto glabro.
Le parve di risentire la sua voce che sussurrava nel vento. Avrei dovuto ammazzarti anni fa. La sera in cui ho ucciso tua madre.
Rabbrividì, senza più alcun dubbio. Era lui. Non aveva mai dimenticato la luce crudele e violenta nei suoi occhi, così come lo sparo di suo fratello. Peter lo aveva ucciso, lo aveva fatto precipitare in un fiume ghiacciato dal quale non era mai più riemerso. La polizia aveva cercato il suo cadavere p e r settimane e,non trovandone traccia, aveva deciso che era stato trascinato dalla corrente fino alla Chesapeake Bay.
Si erano sbagliati, Katherine adesso ne aveva la certezza. L’assassino di nostra madre è ancora vivo.
Ed è tornato.
Ripensando a quel giorno terribile, Katherine si sentì prendere dall’angoscia. Era successo dieci anni prima, la vigilia di Natale. Tutta la famiglia — Katherine, Peter e la loro madre — era riunita nell’imponente villa di pietra in Potomac, circondata da ottanta ettari di prati e boschi in cui scorreva il fiume.
Come da tradizione, Isabel Solomon era in cucina, felice di preparare la cena natalizia per i due figli. Aveva settantacinque anni, ma cucinava ancora volentieri. Il profumo di arrosto di cervo in salsa di rape e patate all’aglio faceva venire l’acquolina in bocca. Mentre Isabel spignattava, i figli si rilassavano nel giardino d’inverno parlando dell’ultima passione di Katherine, la scienza noetica. Improbabile mix di moderna fisica delle particelle e antico misticismo, la affascinava grandemente.
Fisica e filosofia fuse in un’unica disciplina.
Katherine raccontava al fratello alcuni esperimenti che le sarebbe piaciuto condurre e gli leggeva negli occhi la curiosità. Le faceva piacere essere riuscita a distrarlo, visto che il Natale era una festa triste per Peter, ricordandogli inevitabilmente la terribile tragedia da cui era stato colpito.
Suo figlio, Zachary.
Morto a soli ventun anni. Era stato un incubo per tutta la famiglia, e Peter stava ritrovando solo adesso la voglia di sorridere.
Zachary era un ragazzo immaturo, fragile e ribelle. Pur cresciuto nell’agiatezza e circondato dall’amore dei suoi familiari, pareva deciso a prendere le distanze dal "clan dei Solomon". Era stato espulso dalla scuola, frequentava cattive compagnie e si rifiutava testardamente di seguire i saggi e affettuosi consigli dei genitori.
Per il padre era un dolore enorme.
Poco prima che Zachary compisse diciotto anni, Katherine, Peter e Isabel Solomon avevano discusso se lasciare che il ragazzo ricevesse il denaro che gli spettava o attendere che diventasse un po’ più adulto. Una tradizione vecchia di secoli voleva infatti che al compimento della maggiore età i figli entrassero in possesso di una congrua fetta del patrimonio di famiglia. I Solomon erano convinti che fosse più utile ereditare quando si ha la vita davanti, piuttosto che alla fine. Era anche grazie a questa tradizione che il patrimonio di famiglia era cresciuto tanto nel corso delle generazioni.
Nel caso specifico, tuttavia, Isabel temeva che potesse essere rischioso affidare una somma di denaro così ingente a un ragazzo tanto difficile. Peter, però, non era d’accordo. "È una tradizione che va avanti da secoli" aveva rimarcato. "Non deve essere interrotta. Per Zachary sarà un modo per rendersi conto delle proprie responsabilità e mettere la testa a posto."
Purtroppo, si sbagliava.
Non appena ricevuto il denaro, Zachary aveva rotto i ponti con i suoi ed era andato via di casa senza portarsi dietro neppure una valigia. I Solomon avevano avuto sue notizie solo alcuni mesi dopo, attraverso i giornali scandalistici: Milionario americano fa vita da playboy in Europa.
I tabloid riferivano con dovizia di particolari le scelleratezze del giovane debosciato: le foto del ragazzo con l’aria sconvolta a bordo di yacht o in discoteca erano dure da digerire per i suoi, ma molto più tragico fu leggere che Zachary era stato arrestato alla frontiera turca mentre tentava di far uscire un grosso quantitativo di cocaina: In carcere il rampollo della famiglia Solomon.
Zachary era detenuto nel carcere di massima sicurezza di Kartal, alla periferia di Istanbul. Peter, preoccupato per la sua incolumità, si era precipitato in Turchia. Lungi dal riuscire a riportare il figlio negli Stati Uniti, non aveva neppure ottenuto l’autorizzazione a vederlo. Per fortuna, grazie ai contatti che i Solomon avevano al dipartimento di Stato americano, sembrava che gli sarebbe stata presto concessa l’estradizione.
Due giorni dopo il suo ritorno in patria a mani vuote, tuttavia, Peter Solomon aveva ricevuto una telefonata che lo aveva riempito di sgomento. La mattina dopo, i quotidiani titolavano: Ucciso in carcere il giovane Solomon.
Le fotografie erano raccapriccianti, ma i media non si erano fatti scrupoli a mostrarle, anche dopo i funerali, avvenuti in forma rigorosamente privata. La moglie di Peter non gli aveva perdonato di non essere riuscito a riportare a casa Zachary e lo aveva lasciato sei mesi dopo. Peter era rimasto solo.
Erano passati alcuni anni dalla morte di Zachary, quando la famiglia Solomon si era riunita nella villa in Potomac per festeggiare il Natale. Erano ancora addolorati, ma per fortuna il tempo aveva lenito la sofferenza. Mentre Isabel preparava la cena in cucina, Peter e Katherine chiacchieravano amabilmente nel giardino d’inverno, gustandosi del brie in crosta.
Ma un rumore improvviso e totalmente inaspettato li aveva fatti sobbalzare.
"Salute a voi, Solomon" aveva sussurrato una voce alle loro spalle.
Katherine e Peter si erano voltati di scatto trovandosi di fronte un uomo grande, grosso e muscoloso, con un passamontagna nero che gli lasciava scoperti soltanto gli occhi, nei quali brillava una luce feroce.
Peter era balzato in piedi. "Chi è lei? Come ha fatto a entrare?"
"Ho conosciuto tuo figlio Zachary in prigione. Mi ha detto dov’era nascosta la chiave." Con un sorriso, aveva sollevato una vecchia chiave, mostrando i denti. "Un attimo prima di dargli il colpo di grazia."
Peter era rimasto a bocca aperta.
L’intruso aveva tirato fuori una pistola e gliel’aveva puntata al petto. "Siediti."
Peter si era lasciato cadere sulla poltrona.
Mentre l’uomo si muoveva per la stanza, Katherine era rimasta come paralizzata. Quegli occhi che spuntavano dal passamontagna erano rabbiosi, crudeli.
"Senta, chiunque lei sia, prenda quello che vuole e se ne vada!" Peter aveva parlato a voce alta, per mettere sull’avviso la madre che era in cucina.
L’uomo aveva continuato a tenerlo sotto tiro. "Secondo te cosa voglio, eh?"
"Me lo dica lei" aveva replicato Peter. "Non ho contanti, ma posso…"
Il mostro era scoppiato a ridere. "Non insultarmi: non sono qui per i soldi, ma per un’altra cosa. Quella a cui Zachary avrebbe avuto diritto in quanto discendente dei Solomon." Aveva sogghignato. «Me l’ha detto. So della piramide."
La piramide? Katherine era terrorizzata e confusa. Quale piramide?
Peter aveva mantenuto la propria imperturbabilità. "Non so di cosa parla."
"Non fare il furbo con me! Zachary mi ha detto cosa tieni nella cassaforte dello studio. La voglio. Ora."
"Ignoro cosa le abbia detto Zachary, ma forse straparlava" aveva replicato Peter. "Non so a cosa si riferisce."
"Ah, no?" L’uomo si era girato e aveva puntato la pistola contro Katherine. "Nemmeno adesso?"
Peter era sbiancato. "Mi deve credere. Non ho la minima idea di quello che cerca."
"Mentimi ancora una volta e le sparo" aveva minacciato il bruto, avvicinando la pistola alla faccia di Katherine. Poi aveva aggiunto: "Zachary diceva che tieni più a tua sorella che a tutti i tuoi…".
"Cosa succede qui?" aveva gridato Isabel Solomon. Era entrata nel giardino d’inverno con il Browning Citori di Peter puntandolo al petto dell’intruso. Lo sconosciuto si era voltato verso di lei e l’arzilla settantacinquenne aveva premuto il grilletto. Sotto una pioggia di pallini, l’uomo era arretrato traballando e cominciando a sparare a destra e a manca. Aveva urtato contro una vetrata, mandandola in frantumi, e sfondato la porta, perdendo la pistola.
Peter aveva reagito con grande prontezza e l’aveva raccolta. Katherine era caduta per terra e la madre si era precipitata a soccorrerla. Si era inginocchiata vicino a lei. "Mio Dio! Sei ferita?"
Katherine aveva scosso la testa, ammutolita per lo shock. Al di là della vetrata in frantumi, l’uomo con il passamontagna si era rialzato e si era messo a correre verso il bosco, tenendosi il fianco dolorante. Peter aveva guardato velocemente la madre e la sorella per accertarsi che stessero bene e poi si era lanciato all’inseguimento, con la pistola in pugno.
Isabel aveva preso la mano alla figlia. Tremava. "Grazie al cielo stai bene…" Poi si era staccata da lei. "Ma sanguini! Quanto sangue, Katherine! Allora, sei ferita!"
Anche Katherine aveva visto il sangue. Tanto sangue. Ne era lorda. Ma non sentiva male da nessuna parte.
Isabel aveva cercato di capire in che punto fosse ferita la figlia. "Dove ti fa male? Dimmelo!"
"Non lo so, mamma. Non ho niente…"
Poi Katherine si era accorta da dove veniva tutto quel sangue e aveva avuto un mancamento. "Non sono io, mamma…" Le aveva indicato la camicetta di raso bianca. Cera un piccolo foro sul fianco dal quale sgorgava sangue a fiotti. Isabel aveva abbassato lo sguardo, confusa, e aveva fatto una smorfia di dolore, quasi avesse sentito male solo nel rendersi conto di essere stata ferita.
"Katherine" aveva detto con voce calma, ma con tutta la fragilità dei suoi settantacinque anni. "Dovresti chiamare un’ambulanza."
Katherine era corsa nell’atrio a telefonare. Quando era tornata nel giardino d’inverno aveva trovato la madre riversa in un lago di sangue. Le si era accucciata accanto e l’aveva presa tra le braccia.
Non sapeva quanto tempo fosse passato quando aveva sentito lo sparo nel bosco, in lontananza. Dopo un po’ sulla porta era apparso Peter, con gli occhi stravolti e la pistola ancora in mano. Vedendo la sorella che singhiozzava con la madre esanime tra le braccia, il suo viso si era contorto in una smorfia di dolore. Katherine non avrebbe mai scordato il grido che era echeggiato fra le pareti del giardino d’inverno.