Trish Dunne entrò nell’atrio dell’SMSC e alzò lo sguardo, sorpresa. L’ospite in attesa non aveva niente in comune con i vari dottori in completo di flanella e la faccia da topo di biblioteca che di solito entravano in quell’edificio: dottori in antropologia, oceanografia, geologia e altre discipline scientifiche. Nel suo impeccabile abito su misura, il dottor Abaddon sembrava quasi un aristocratico. Era alto, con il torace ampio, il viso abbronzato e capelli biondi perfettamente pettinati. Trish ebbe l’impressione che fosse abituato più ai lussi che ai laboratori.
«Il dottor Abaddon, immagino» lo salutò tendendo la mano.
L’uomo per un attimo sembrò incerto, ma poi strinse con decisione la mano grassoccia della ragazza. «Sì, mi scusi. E lei è…?»
«Trish Dunne. Sono l’assistente di Katherine Solomon. Mi ha chiesto di scortarla al laboratorio.»
«Oh, capisco.» Il dottor Abaddon ora stava sorridendo. «Lieto di conoscerla, Trish. Mi scuso se le sono sembrato confuso, ma mi era parso di capire che questa sera Katherine sarebbe stata da sola.» Indicò con un gesto il corridoio. «Comunque, sono tutto suo. Mi faccia pure strada.»
Nonostante il tempestivo recupero da parte dell’ospite, Trish aveva notato nei suoi occhi un lampo di disappunto. Adesso aveva qualche sospetto sui motivi della riservatezza di Katherine a proposito del dottor Abaddon. Che stia sbocciando una storia d’amore? Katherine non parlava mai della sua vita privata, ma il visitatore di quella sera era un uomo attraente e curato e, anche se più giovane di lei, chiaramente proveniva dal suo stesso mondo di ricchezze e privilegi. In ogni caso, qualunque sviluppo il dottor Abaddon avesse immaginato per quell’appuntamento, la presenza di Trish non sembrava rientrare nei suoi piani.
Alla guardiola della sicurezza nell’atrio, un solitario sorvegliante si tolse velocemente gli auricolari. Trish sentì gli echi della partita dei Redskins. La guardia sottopose il dottor Abaddon alla solita routine riservata ai visitatori, fatta di metal detector e badge temporanei.
«Chi sta vincendo?» domandò affabilmente il dottor Abaddon mentre estraeva dalle tasche un cellulare, un mazzo di chiavi e un accendino.
«Gli Skins sono avanti di tre» rispose la guardia, che sembrava ansiosa di rimettersi all’ascolto. «Un accidenti di partita.»
«Tra non molto arriverà anche il signor Solomon» lo avvisò Trish. «Per favore, appena lo vede vuole dirgli di raggiungerci in laboratorio?»
«Certo.» L’uomo strizzò l’occhio alla ragazza mentre gli passava davanti con l’ospite. «E grazie per l’avvertimento: avrò un’aria molto indaffarata.»
Trish aveva pronunciato quella frase non solo a beneficio della guardia, ma anche per ricordare al dottor Abaddon che lei non era l’unica intrusa nella sua serata privata con Katherine.
«Allora, come mai conosce Katherine?» domandò alzando gli occhi sul misterioso ospite.
«Oh, è una lunga storia.» Il dottor Abaddon ridacchiò. «Stiamo lavorando insieme a una cosa.»
Capito, pensò Trish. Non sono affari miei.
«Questa struttura è davvero stupefacente» osservò Abaddon guardandosi intorno mentre percorrevano l’atrio. «Non ero mai stato qui.»
A ogni passo il tono leggero dell’uomo si faceva sempre più cordiale e socievole. Trish notò che l’ospite stava cercando di osservare e assimilare tutto. Alla luce vivida dell’atrio notò anche che il viso di Abaddon sembrava avere un’abbronzatura fasulla. Strano. Ciò nonostante, mentre percorrevano i corridoi deserti, Trish gli fornì un resoconto generale degli scopi e della funzione dell’SMSC, compresi i vari moduli e i relativi contenuti.
Abaddon parve colpito. «Sembra proprio che in questo posto ci sia un tesoro inestimabile di manufatti. Mi sarei aspettato guardie dappertutto.»
«Non ce n’è bisogno.» Trish indicò la fila di lenti a occhio di pesce allineate sul soffitto. «Qui la sicurezza è automatizzata. Ogni centimetro di questo corridoio, che è la spina dorsale dell’intera struttura, viene sorvegliato ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Ed è impossibile accedere alle stanze che si aprono su questo corridoio senza una chiave magnetica e relativo codice identificativo.»
«Un uso efficiente delle telecamere.»
«Toccando ferro, non abbiamo mai subito un solo furto. E anche vero che il nostro non è il tipo di museo in cui qualcuno vorrebbe rubare. Non è che nei mercati clandestini ci sia molta richiesta di fiori estinti, kayak eschimesi o di una carcassa di calamaro gigante.»
Il dottor Abaddon ridacchiò. «Immagino che lei abbia ragione.»
«La maggior minaccia alla sicurezza è costituita da roditori e insetti.» Trish spiegò come la struttura prevenisse le infestazioni surgelando tutti i rifiuti dell’SMSC e grazie anche a una caratteristica architettonica denominata "zona morta": un inospitale compartimento fra doppi muri che circondava l’intero edificio come una guaina.
«Incredibile» commentò Abaddon. «Ma dov’è il laboratorio di Katherine e Peter?»
«Modulo 5» rispose la ragazza. «È in fondo a questo corridoio.»
Abaddon si fermò di colpo e si voltò verso destra, in direzione di una piccola finestra. «Santo cielo! Guardi lì!»
Trish rise. «Già, è il modulo 3. Lo chiamiamo l’Acquario.»
«L’Acquario?» ripetè Abaddon, il viso premuto contro il vetro.
«Lì dentro ci sono più di tredicimila litri di etanolo. Ha presente il calamaro gigante di cui le parlavo prima?»
«Quello è il calamaro?» Il dottor Abaddon si voltò per un attimo, gli occhi spalancati. «È enorme!»
«È un Archìteuthis femmina. È lunga più di dodici metri.»
Il dottor Abaddon, apparentemente rapito dalla vista del calamaro, sembrava incapace di staccare gli occhi dal vetro. A Trish, per un momento, quell’uomo adulto fece pensare a un bambino davanti alla vetrina di un negozio di animali, ansioso di entrare per vedere un cucciolo. Cinque secondi dopo, il dottor Abaddon guardava ancora con desiderio al di là del vetro. «Okay, okay» cedette finalmente Trish. Ridendo, inserì la chiave magnetica nel lettore e digitò il suo numero di codice identificativo. «Andiamo. Le faccio vedere il calamaro.»
Entrando nel mondo in penombra del modulo 3, Mal’akh esaminò rapidamente le pareti in cerca di telecamere. L’assistente di Katherine cominciò a dilungarsi a proposito degli esemplari conservati in quel locale. Mal’akh non l’ascoltava. Non era minimamente attratto dai calamari giganti o altro. Il suo unico interesse era come servirsi di quello spazio buio e riservato per risolvere un problema imprevisto.