Nella concitazione del momento, l’agente Nunez non aveva visto alternative e aveva aiutato l’architetto del Campidoglio e Robert Langdon a scappare. Adesso, però, tornato nel nucleo operativo nel seminterrato, scorgeva grosse nubi che si addensavano all’orizzonte.
Il suo capo, Trent Anderson, si teneva una borsa del ghiaccio sulla testa mentre un altro agente stava medicando le contusioni di Sato. Entrambi erano in piedi con i tecnici della videosorveglianza e stavano rivedendo le registrazioni per cercare di localizzare Langdon e Bellamy.
«Controllate ogni corridoio e ogni uscita» ordinò Sato. «Voglio sapere dove sono andati!»
Mentre guardava, Nunez si sentì male. Sapeva benissimo che era solo una questione di minuti prima che trovassero il video giusto e scoprissero la verità. Li ho aiutati io a scappare. Come se non bastasse, era arrivata una squadra operativa composta da quattro uomini della CIA che scalpitava per lanciarsi all’inseguimento di Langdon e Bellamy. Quei tizi non assomigliavano affatto ai poliziotti del Campidoglio. Erano veri e propri soldati: mimetica nera, visori notturni, armi dall’aspetto futuristico.
A Nunez si strinse lo stomaco. Dopo aver preso finalmente una decisione, si avvicinò a Anderson. «Posso dirle due parole, capo?»
«Cosa c’è?» Anderson seguì Nunez nel corridoio.
«Capo, ho commesso un terribile errore» confessò Nunez sudando. «Mi dispiace e do le dimissioni.» Tanto mi licenzieresti comunque fra qualche minuto.
«Scusa?»
Nuñez deglutì a fatica. «Prima ho visto Langdon e l’architetto Bellamy nel centro visitatori mentre uscivano dall’edificio.»
«Cosa?» sbottò Anderson. «E perché non mi hai avvisato subito?»
«L’architetto mi ha ordinato di non dire una parola.»
«Tu lavori per me, maledizione!» La voce di Anderson rimbombò lungo il corridoio. «Bellamy mi ha fatto sbattere la testa contro un muro!»
Nuñez gli consegnò la chiave che gli aveva dato l’architetto.
«E questa cos’è?» gli chiese.
«La chiave del nuovo tunnel sotto Independence Avenue. Ce l’aveva l’architetto Bellamy. È da lì che sono scappati.»
Anderson rimase a fissare la chiave, ammutolito.
Sato sporse la testa nel corridoio, gli occhi indagatori. «Cosa succede qui fuori?»
Nuñez sentì di essere impallidito. Anderson teneva ancora in mano la chiave e Sato naturalmente la vide. Mentre quella donnetta terribile si avvicinava, Nuñez improvvisò meglio che potè per parare le spalle al suo superiore. «Ho trovato una chiave per terra nel sotterraneo. Stavo giusto chiedendo al mio capo se sa quale porta apra.»
Sato si avvicinò e studiò la chiave. «E il tuo capo lo sa?»
Nuñez lanciò un’occhiata a Anderson, che stava evidentemente soppesando tutte le alternative prima di parlare. Alla fine scosse la testa e rispose: «Non così su due piedi. Dovrei controllare il…».
«Lasci stare» disse Sato. «Questa chiave apre l’accesso a un tunnel che parte dal centro visitatori.»
«Davvero?» esclamò Anderson. «E lei come fa a saperlo?»
«Abbiamo appena trovato la registrazione della sorveglianza. L’agente Nuñez qui presente ha aiutato Langdon e Bellamy a scappare e poi ha richiuso a chiave il tunnel alle loro spalle. È stato Bellamy a dare la chiave a Nuñez.»
Anderson si rivolse a Nuñez fulminandolo con lo sguardo. «E’ vero?»
Nuñez annuì energicamente, facendo del proprio meglio per tenergli il gioco. «Mi dispiace, capo. L’architetto mi ha ordinato di non dirlo ad anima viva!»
«Non mi importa un accidente di cosa ti ha ordinato l’architetto!» gridò Anderson. «Mi aspetto che…»
«Ma stia zitto!» lo interruppe Sato. «Siete tutti e due dei bugiardi schifosi. Risparmiate il fiato per l’indagine disciplinare che farà la cia.» Strappò la chiave del tunnel di mano a Anderson. «Non avete più niente da fare qui.»