109

Il Sikorsky passò rasente la distesa di tetti di Kalorama Heights, seguendo le coordinate fornite dalla squadra d’appoggio. L’agente Simkins fu il primo a individuare l’Escalade nero parcheggiato in qualche modo sul prato di fronte a un palazzo. Il cancello del vialetto era chiuso, la casa silenziosa, le luci erano spente.

Sato diede il segnale di scendere.

L’elicottero fece un atterraggio di fortuna sul prato di fronte alla casa, in mezzo ad altri veicoli tra cui una berlina con un lampeggiante sul tettuccio.

Simkins e il resto della squadra scesero con un balzo, armi in pugno, e si precipitarono verso il porticato. Trovarono la porta dell’ingresso principale chiusa, così Simkins appoggiò le mani a coppa sul vetro di una finestra e guardò all’interno. L’atrio era buio, ma lui riuscì a intravedere ugualmente la sagoma indistinta di un corpo a terra.

«Merda» sussurrò. «È Hartmann.»

Uno dei suoi agenti prese una sedia dal porticato e la scagliò contro il bovindo. Il rumore dei vetri infranti si udì appena, sovrastato dal rombo dell’elicottero dietro di loro. Qualche secondo più tardi, erano tutti dentro. Simkins corse nell’atrio e si inginocchiò vicino a Hartmann per sentirgli il polso. Niente. Cera sangue dappertutto. Poi vide il cacciavite piantato nella gola del collega.

Cristo. Si alzò e fece cenno ai suoi uomini di perlustrare la casa.

Gli agenti si sparpagliarono in tutte le stanze del pianterreno, i mirini laser delle armi fendevano il buio della lussuosa abitazione. In soggiorno e nello studio non trovarono niente, ma in sala da pranzo, con grande sorpresa, scoprirono una guardia di sicurezza, una donna, strangolata. Simkins stava rapidamente perdendo ogni speranza di ritrovare vivi Robert Langdon e Katherine Solomon. Era evidente che quel killer brutale aveva teso loro una trappola; se era riuscito a uccidere un agente della CIA e una guardia di sicurezza armata, pareva evidente che un professore e una scienziata non avrebbero avuto alcuna possibilità di cavarsela.

Dopo aver perlustrato il pianterreno, Simkins mandò due agenti a controllare di sopra mentre lui scendeva nello scantinato da una scala vicino alla cucina. Arrivato in fondo, accese la luce. Il locale era spazioso e immacolato, come se non venisse mai usato. Caldaia, muri spogli, qualche scatola. Qui non c’è proprio niente. Simkins risalì in cucina nel momento in cui i suoi uomini tornavano dal piano di sopra, scuotendo la testa.

La casa era deserta.

Non c’era nessuno e non si vedevano altri cadaveri.

Simkins comunicò via radio a Sato il cessato allarme e il triste bilancio.

Arrivando nell’atrio, Simkins si accorse che Sato stava già salendo le scale del porticato. Warren Bellamy era visibile dietro di lei, seduto solo e confuso nell’elicottero, con la valigetta in titanio di Sato ai suoi piedi. Il computer portatile consentiva al direttore d e l l ’ O S di accedere al sistema informatico della C I A da ogni parte del mondo, attraverso collegamenti satellitari criptati. Quella sera l’aveva usato per mostrare a Bellamy alcune informazioni che l’avevano sconvolto al punto di convincerlo a collaborare. Simkins non aveva la minima idea di quello che aveva visto Bellamy, ma, qualunque cosa fosse, l’architetto era parso visibilmente scioccato e dava l’idea di non essersi ancora ripreso.

Quando Sato entrò nell’atrio, si soffermò un attimo con la testa china per guardare il cadavere di Hartmann, poi alzò gli occhi e fissò Simkins. «Nessuna traccia di Langdon o Katherine? O di Peter Solomon?»

Simkins scosse la testa. «Se sono ancora vivi , li ha portati via con sé.»

«Ha trovato un computer in casa?»

«Sì, direttore. Nello studio.»

«Me lo mostri.»

Simkins fece strada a Sato in soggiorno. La morbida moquette era ricoperta di schegge di vetro della finestra del bovindo. Passarono davanti a un caminetto, a un grande dipinto e a diverse librerie prima di arrivare alla porta dello studio. Entrarono nella stanza rivestita di legno, dove c’era una scrivania antica con sopra un grosso monitor. Sato girò intorno alla scrivania per dare un’occhiata e subito si accigliò.

«Maledizione» disse sottovoce.

Anche Simkins fece il giro e guardò lo schermo. Era spento. «Cosa c’è che non va?»

Sato indicò una docking station vuota sul piano. «Usa un portatile e l’ha preso con sé.»

Simkins non riusciva a seguirla. «Ha delle informazioni che lei vuole vedere?»

«No» rispose Sato. «Ha delle informazioni che nessuno deve vedere.»

Di sotto, nella parte segreta dello scantinato, Katherine Solomon aveva sentito il rumore dell’elicottero seguito dall’infrangersi dei vetri e dai passi pesanti sul soffitto sopra di lei. Aveva cercato di gridare per chiedere aiuto, ma la pezza in bocca gliel’aveva impedito. Riusciva a malapena a emettere qualche debole suono. E più ci provava, più il sangue scorreva veloce lungo il suo gomito.

Faceva fatica a respirare e le girava la testa.

Sapeva che doveva calmarsi. Ragiona, Katherine. Con tutta la sua buona volontà, cercò di costringersi a raggiungere uno stato meditativo.

La mente di Langdon galleggiava nel vuoto dello spazio. Scrutava nel nulla infinito, cercando qualche punto di riferimento. Non ne trovò.

Buio totale. Silenzio totale. Pace totale.

Non c’era nemmeno la forza di gravità a indicargli quale fosse l’alto.

Il suo corpo non c’era più.

Questa dev’essere la morte.

Il tempo sembrava deformarsi, allungandosi e comprimendosi come se non riuscisse a orientarsi in quel luogo. Langdon aveva perso la nozione di quanto ne fosse passato.

Dieci secondi? Dieci minuti? Dieci giorni?

D’un tratto, però, come violente esplosioni lontane, in una galassia sperduta, cominciarono a materializzarsi i ricordi, che fluttuavano verso di lui come onde d’urto che si propagassero in un nulla immenso.

E di colpo cominciò a ricordare. Le immagini lo avvolsero… vivide e inquietanti. Lui stava guardando un volto coperto di tatuaggi. Due mani forti gli sollevavano la testa e gliela sbattevano a terra.

Uno scoppio di dolore… e poi solo oscurità.

Una luce grigia.

Pulsante.

Una manciata di ricordi. Langdon, ancora semincosciente, veniva trascinato giù, sempre più giù. Il suo aguzzino stava cantando qualcosa.

Verbum significatium… Verbum omnificum… Verbum perdo.

Загрузка...